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Archivio per il mese di luglio 2007


martedì 31 luglio 2007, 23:19

Castelloni di San Marco

Oggi a colazione abbiamo rifatto i pancake, solo di più, perchè secondo alcuni ieri erano pochi; e così, verso mezzogiorno, mi sono alzato da tavola piegato sotto qualche chilo di nutella e marmellata. Stante che nessuno aveva programmi per la giornata a parte leggere e giocare con i videogiochi, ho deciso di fare la mia seconda escursione; ho preso la macchina e mi sono nuovamente infilato su per le valli e attraverso lo sterrato dell’altra volta, per parcheggiare qualche chilometro prima, nella conca a quota 1560 detta Tiffgruba, e dirigermi verso i Castelloni di San Marco, di cui la guida ai sentieri parlava bene.

Il percorso è marcato abbastanza chiaramente con segni bianco-rossi numero 845, e sale secco in mezzo al bosco per i primi venti minuti, fino a sfociare nella conca di una malga (dove, ho scoperto, arrivava anche la strada; mi sarei potuto risparmiare un po’ di fatica). Da lì, scendendo e salendo, si arriva dopo tre quarti d’ora alla base della montagna; certo che mi chiedo perchè lo chiamino altipiano, visto che qualsiasi percorso che vada dal punto A al punto B di pari quota sul livello del mare prevede comunque un 50-100 metri di dislivello a chilometro…

Io ho deciso di prendere la montagna dal lato ovest, in verso contrario a quello normalmente consigliato, perché poi pianificavo una deviazione dall’altra parte una volta disceso. Ho capito tardi che consigliavano l’altro verso perché da quella parte la salita è quasi verticale, una mezz’ora scarsa di arrampicata da capre nella parte alta del bosco. Evitando in qualche modo le residue trincee, si sbuca poi proprio sulla cima, poco sopra i 1800 metri, dove una piccola lapide ricorda un altro gruppo di caduti del ’15-’18.

Di lì, si entra nel labirinto dei Castelloni, che si è rivelato un eccezionale insieme di formazioni geologiche naturali: sono dei canaloni alti una decina di metri e larghi mezzo a dir tanto, scavati dall’acqua e rifiniti dall’uomo come costruzione difensiva, aggiungendo anche gallerie, scalinate e collegamenti vari. Spesso, qualche gigantesco masso si è staccato dalle parti alte ed è finito incastrato sopra i passaggi, alle volte facendo da tetto, altre scendendo fin sul sentiero e costringendo il passante ad abbassare la testa.

Insomma, è una specie di dungeon a cielo aperto, in cui è facilissimo perdersi: per questo hanno segnalato il percorso di attraversamento con delle frecce numerate da 1 a 48. Sfortunatamente, l’hanno segnalato in un verso solo, quello opposto al mio: per cui ho dovuto ripercorrere il labirinto cercando ogni volta la freccia precedente, intuendo ai vari incroci la direzione da come era orientata la freccia, ma sbagliando strada lo stesso parecchie volte. Ogni tanto si sbuca su qualche balconata, normalmente attrezzata come postazione da mitragliere o da artiglieria pesante, che dà o sull’interno dell’altopiano, visibile per chilometri, o sullo strapiombo della Valsugana, circa 1500 metri in verticale a un passo dal sentiero. Il tutto, percorso in solitaria e nel silenzio più assoluto, è stato davvero molto divertente, spesso con il brivido di non capire come uscire dal punto in cui ero finito.

Scendendo dall’altro lato, ho deciso di fare la deviazione verso i cippi: difatti, proprio ad est della montagna comincia una parte di altipiano che, incredibilmente, fa parte del Trentino, ed appartiene a Grigno, paese della Valsugana, da cui i locali usavano arrampicarsi sulla parete grazie a un sentiero impossibile, per usufruire dei boschi e dei pascoli. Dopo una serie secolare di scontri con gli abitanti dell’altipiano, nel 1752 la disputa territoriale su quale fosse la parte di bosco che spettava alla Valsugana fu risolta da un convegno a Rovereto; furono quindi installati dei cippi di pietra per marcare la linea di confine tuttora vigente tra Veneto e Trentino, anche se allora era ovviamente il confine tra Repubblica di Venezia e Impero Austro-Ungarico.

Il cippo numero 2 sta praticamente sulla strada forestale che scende dai Castelloni verso Enego; è indicato chiaramente dalle tabelle commemorative, ma anche dal cartello che tuttora segnala il cambiamento di Regione, principalmente per ricordare che chi è abilitato a raccogliere funghi di là potrebbe non esserlo di qua. Lungo il confine si snoda un breve sentiero nel bosco che porta al cippo numero 1, quello commemorativo; difatti, duecentocinquanta anni fa presero un roccione che sporgeva sullo strapiombo della Valsugana, in un posto da brivido, e ci incisero sopra a scalpello la linea di confine, i simboli dei due stati (ora perduti) e l’anno. Ho dovuto controllare le vertigini per fare le foto…

Esaltato dalla scoperta topo-storica, ho deciso di allungare ancora il giro e di arrivare ancora al cippo numero 3; in teoria un percorso facile, scendendo in Trentino sulla strada forestale e poi prendendo un sentiero che diparte dal tornante. Peccato che del sentiero non vi fosse traccia; così ho cominciato a percorrere il bosco a mezza via, ritrovando poi il confine, e scendendo lungo di esso fino al terzo cippo.

Fin qui, tutto bene; però poi dovevo risalire lungo il sentiero che, stando alla cartina, passava dal cippo e intersecava poi il successivo percorso marcato numero 869. Sfortunatamente anche questo sentiero si è rivelato essere un insieme di tracce devastate da alberi caduti o abbattuti, e in generale poco riconoscibili. A un certo punto, in sostanza, mi sono messo a vagare nel bosco cercando di mantenere la quota e sperando di incrociare prima o poi un sentiero marcato, dovendo nel contempo aprirmi un varco tra ostacoli di vario genere. Da una parte stavo disperando, visto che ero ormai in marcia da quattro ore; dall’altra è stato davvero affascinante, vista la totale assenza di tracce umane.

Alla fine, spinto in salita dal terreno, sono sbucato in una radura assolutamente magica; mi sono rilassato un attimo, godendomi il sole che sbucava in mezzo al buio degli alberi. Probabilmente proprio per questo, dopo cinque minuti che ero fermo lì, sono apparsi i marcatori del sentiero di attraversamento, che a prima vista non sembravano esserci. Tutto contento per aver ritrovato la via, mi son messo a scendere, pur se con qualche esitazione perché quest’altro sentiero era poco battuto e marcato al risparmio, con segni di via veramente radi.

Comunque, sono sbucato duecento metri più in basso, all’inizio di una strada forestale digradante nel bosco. In teoria avrei dovuto tagliare verso ovest dopo un po’, ma erano ormai le cinque e mezza, stava venendo buio, e l’idea di ritrovarmi di nuovo in mezzo a chilometri di bosco non pulito, senza punti di riferimento e col tramonto incombente, non mi sembrava particolarmente furba. Così, ho deciso di fare il percorso più lungo seguendo la strada, un oggetto che ha l’interessante proprietà – specialmente se preso dal suo capo a monte – di portare sicuramente da qualche parte.

Ho comunque rischiato di nuovo, perchè ho lasciato la strada per andare a fotografare il cippo numero 5, che sta a poche decine di metri da essa, nella accogliente conca della Busa Scura (nomen omen – sembrava il bosco maledetto dei videogiochi). Esso è interessante per i ruderi della casermetta della Guardia di Finanza che fungeva da posto di confine, finché, dopo il 1918, il confine non ci fu più e l’edificio fu abbandonato e crollò. Da qui si doveva tornare sulla strada mediante un breve tratto a mezza costa; se non che, la strada che ho incrociato pareva stranamente peggio messa di quella che avevo lasciato pochi minuti prima, e soprattutto faceva un vertiginoso curvone in discesa che mi lasciava col sole alle spalle. Per fortuna, sapendo di dover andare a ovest, mi son detto che il sole era nel posto sbagliato e sono tornato su, per scoprire che nel tratto di massimo duecento metri che avevo saltato c’era un bivio non segnalato, e che la mia strada era rimasta più su…

A questo punto, ho deciso che ero stanco e che non avrei abbandonato la strada per alcun motivo; sono disceso fino a quota 1400, e poi ho preso una strada laterale che, per una serie di tornanti, doveva riportarmi all’auto. Sono venuto meno alla mia promessa tagliando un paio di tornanti, rischiando di venire avviluppato nel buio tra abeti e arbusti: ben mi sta. Comunque, la salita su una strada forestale è sempre graduale e quindi ampiamente tollerabile anche dopo sei ore di cammino, e i 160 metri da risalire non mi sono pesati. Alla fine, però, cominciava a far freddo, erano le sei e mezza, non mangiavo nè bevevo da quando ero partito, e sono stato contento di arrivare all’auto.

Quando ho avviato la macchina, l’autoradio ripartita automaticamente a bassissimo volume mi è sembrata un rimbombo intollerabile. Ma la sorpresa maggiore è stata incrociare un fuoristrada mentre ripercorrevo in macchina lo sterrato per tornare giù: il primo essere umano da quando, cinque ore e mezza prima, avevo lasciato la malga. Di sicuro un’esperienza.

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lunedì 30 luglio 2007, 23:21

L’importante è perseverare

Con questo titolo si apre l’editoriale di AsiagoDove, rivista gratuita che viene distribuita ai turisti dell’altipiano e che contiene tutte le informazioni utili e il programma degli eventi estivi. Il brano, scritto e firmato da “Pino Barolo, l’editore”, è una vera perla della letteratura veneta; ho quindi pensato di riportare almeno la prima parte. Però non sono riuscito a trattenere i miei commenti, tra parentesi quadre.

“L’importante è perseverare”. Questo è il nostro motto e la nostra forza: perseverare! Quando 25 anni fa ne parlai della pubblicazione all’amico e compianto Maurizio Gloder, allora Consigliere dell’Azienda di Promozione Turistica di Asiago, la sua risposta [tutta senza virgole] fu: “Ottima idea purché si continui nel tempo e non sia solo un’exploit di un’edizione o due” [disse proprio così, un'exploit con l'apostrofo] come si vedono, ancora oggi, in tentate edizioni di ogni genere [presumo che tentata edizione sia un reato]. Asiago Dove: “la rivista più amata, la più ricercata e la più copiata” [verbo disperso e virgolettato non attribuito, presumibilmente un coro popolare]. Venticinque anni di idee, di ricerche e di passione per l’editoria locale pensando come far conoscere l’Altopiano ai turisti anche presentando le manifestazioni di tutto il nostro comprensorio durante i mesi di punta turistica [,,,, - e poi, la punta turistica si fa col temperaturisti?]. Un successo che ci colma di soddisfazione e ci dà la forza di continuare mantenendo la sua semplicità pur senza entrare nel mondo della grafica moderna, a volte confusionata [il ragionamento invece non è affatto confusionato, pur senza entrare nel mondo dell'italiano]. Si dice che la semplicità non è facile da realizzare, beh… allora vuol dire che noi l’abbiamo centrata [una consecutio che non fa una piega]. Sì, ci può essere qualche imprecisione sull’elenco delle attività commerciali, ma grazie a chi ce lo fa rilevare [a forza di bestemmioni in veneto, zio càn] siamo pronti a correggere.

Una soddisfazione quando qualche turista straniero ci scrive per complimentarsi dando anche qualche suggerimento [se non ci sono i suggerimenti invece lo mandiamo a stendere]. Da Barcellona un turista che vorrebbe un poster di una foto [eh?] pubblicata per reclamizzare una prestigiosa marca di sci con la Scuola Sci locale (era solo una semplice pubblicità) [forse non s'era capito: l'ha detto solo tre volte]; e a fine lettera dice “Non ci sono tornato perché el hombre propone y Dios dispone” [non male come scusa].

Alla fine, dopo i ringraziamenti di rito, l’editore conclude: Con questo numero spegniamo le venticinque candeline con l’augurio di arrivare anche alle nozze d’oro! Ci associamo: e che per allora possa giungere anche sull’Altopiano una grammatica italiana!

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domenica 29 luglio 2007, 23:48

Vacanza salutare

La vacanza procede calma e placida al passaggio dei giorni; le occupazioni principali sono mangiare, dormire e giocare con i computer. In effetti, mi ricorda molto le vacanze dei quindici anni, anche se mi rendo conto che non ho affatto nostalgia per alcune delle caratteristiche tipiche di quegli anni – per dire, la continua gara di scoregge che due dei presenti instaurano per tutto il pomeriggio, per quanto faccia detonare le sedie e rimbombare le valli, dopo un po’ diventa fastidiosa.

Per dire, il primo giorno (giovedì scorso) era andato così: ci eravamo alzati con calma verso le undici, e avevamo deciso di andare a fare un pic-nic. Siamo passati da Asiago con l’idea di cercare un supermercato, comprare un materassino e qualcosa da portarci dietro, e poi tornare alla sera per fare la spesa vera e propria. Dopo aver girato il centro per un po’, abbiamo individuato il punto informazioni turistiche, dove la domanda “Scusi, c’è un GS qui vicino?” li ha lasciati un po’ perplessi (l’avessi fatta io, avrei chiesto un Lidl), ma alla fine hanno capito e ci hanno indicato i due supermercati della zona: l’EuroSpar sulla strada per Gallio, e il consorzio dei caseifici – che include anche un supermercato – su quella per Roana.

Così, siamo andati all’EuroSpar, e abbiamo anche trovato il materassino; ma già che eravamo lì, abbiamo deciso di fare la spesa del materiale non deperibile, e così, di corsia in corsia, abbiamo messo insieme altri 55 euro di cibarie imprescindibili. Qui ho visto come cambi l’approccio al supermercato per il fatto di vivere da solo: perché mentre io ho cominciato a pianificare i pasti e determinare di conseguenza la lista della spesa, gli altri si sono dedicati a dubbi come “nutella o marmellata?” (entrambe) e “grissini alle olive o grissini neutri per la nutella?” (entrambi).

Insomma, dopo la spesa eravamo così stanchi che abbiamo deciso di mangiare ad Asiago, e così, dopo un giretto in centro, siamo finiti in una pizzeria; finita la pizza, due su quattro ne hanno presa un’altra; e poi il caffè. Avremmo preso il dolce, ma si voleva qualcosa di locale, così siamo entrati in una pasticceria a comprare un intero strudel. Dopodiché, eravamo troppo stanchi per fare il pic-nic, e così, essendo già quasi le tre, abbiamo deciso di andare a fare la seconda parte della spesa, quella deperibile.

Siamo così andati al consorzio dei caseifici, dove abbiamo comprato una carrellata di formaggi e salumi, e già che c’eravamo qualche altra cosetta, tipo il patè d’olive e i wurstel bianchi. E abbiamo speso altri 50 euro. E poi, siamo tornati a casa e ci siamo messi a dormire.

Insomma, il problema di questa vacanza è la densità di cibo: “cosa potrei mangiare adesso?” è la domanda più comune. Ormai la digestione è bloccata in permanenza… spero che migliori un po’, perché io avrei le migliori intenzioni, ma quando sul tavolo compaiono polenta, burro, formaggi e salumi, io che devo fare? Per non parlare della nutella, a cui non sono capace di resistere. Non è un caso se non ne ho mai in casa.

Bene, ora posso inviare il post, mentre dietro a me si stanno facendo pane burro e marmellata come spuntino di mezzanotte. Temo che torneremo con delle panze come la Marmolada.

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sabato 28 luglio 2007, 23:49

Ortigara

Mi sembrava un peccato venire su queste montagne senza vederne nemmeno una; così oggi, lasciando il resto del gruppo a casa a giocare a pinnacola o alla Playstation, dopo pranzo ho preso la macchina e mi sono arrampicato su per l’altopiano, avendo come meta il monte Ortigara.

Anche solo giungere all’inizio del sentiero è un’avventura; da Gallio si prende una strada stretta e ripida che sale fino ad una valle, in cui si aprono gli impianti di fondo; dopo averli superati, si salgono altri tornanti in mezzo ai prati, cercando di evitare le mucche che attraversano placide la strada. Dopo una decina di chilometri, l’asfalto finisce, e si passa su una sterrata che, per quanto agevole e ben spianata, costringe ad andare a quindici all’ora per quasi una ventina di minuti. Dopodiché, ricomincia l’asfalto per gli ultimi quattro chilometri (credo che sia perchè il tratto in mezzo è in comune di Roana, che sta da tutt’altra parte e a cui di quella valle, non avendo nè le piste da fondo in basso nè i rifugi in cima, non potrebbe fregare di meno).

Insomma, dopo una mezz’oretta di paesaggi alpini si giunge ad un grande piazzale sterrato, dove si lascia la macchina. Da lì partono vari sentieri; quello per l’Ortigara è ampio e carrozzabile (anche se ovviamente chiuso a catena), ma parecchio ripido. Insomma, dopo venti minuti di rampe e di respiro affannoso si giunge infine al monte Lozze, poco sotto i duemila metri, che è il punto di partenza per visitare l’Ortigara.

Al Lozze ci sono tutte quelle cose che vi aspettereste in un medio crocicchio d’alta montagna, come il rifugio dove servono polenta e funghi, o la chiesetta con il registro dei visitatori. Ci sono, però, anche altre cose; come almeno tre generazioni di lapidi e cartelli più o meno scoloriti in memoria dei caduti dell’Ortigara; un ossario; vari resti di trincee e gallerie dell’esercito italiano; e una colonna su cui, accanto alla bandiera italiana, svetta una statua della Madonna che guarda avanti verso la montagna.

Immagino che il nome del monte Ortigara non vi suoni sconosciuto; eppure, non credo siano molti quelli che sanno esattamente perchè venga tuttora ricordato per le vie e per le piazze di mezza Italia. Qui, durante la prima guerra mondiale, passava il confine tra l’Italia e l’Austria; gli austriaci, che possedevano l’alta Valsugana, erano risaliti su per le pareti rocciose a strapiombo per installare una linea di difesa proprio in cima all’altipiano, guardando giù verso le valli italiane. Il monte Ortigara è uno dei più alti di questa linea; qui, tuttavia, gli italiani cercarono di sfondare nell’estate 1917, mandando gli alpini al massacro, senza infine riuscire nell’impresa. Tra il Lozze e le pendici dell’Ortigara si aprono un paio di chilometri di collinette, che gli alpini dovettero conquistare palmo a palmo; e poi dovettero risalire gli ultimi duecento metri di dislivello, su per il costone pieno di trincee e mitragliatrici austroungariche.

Il sentiero lascia la Vergine del Lozze, che dall’alto sovrasta il teatro della battaglia. Prosegue in mezzo a dei bassi abeti che novant’anni fa forse non c’erano, aggirando buche e trincee scavate nella roccia; qui non si sono sentiti di usare i soliti marcatori bianchi e rossi, e hanno segnato il sentiero con un bel tricolore bianco rosso e verde. L’avanzata è difficile, un continuo saliscendi tra le rocce, e viene naturale immedesimarsi in ciò che doveva essere farla sotto le pallottole o anche solo con lo zaino in spalla.

Alla fine, si arriva nel mezzo di una valle meravigliosa, coperta di verde e di fiori, e poi si risale per un crinale ripido verso la cima. La fatica è pesante, e quando ci si avvicina alla vetta spuntano altri buchi; trincee e fortificazioni austriache, questa volta. Tutto il crinale è scavato e bucato per difendere la punta della montagna.

La cima spunta all’improvviso; qualche anno dopo la battaglia, ci venne eretta una colonna mozzata come monumento. La colonna è coronata di spine, residui di filo spinato e gavette arrugginite ripescate dal carnaio di novant’anni fa. La cima è quasi piatta, rocciosa, battuta solo dal vento e dal silenzio; intorno si aprono valli e cime altrettanto rocciose ed appiattite. Una targa spiega che la vetta fu conquistata il 19 giugno 1917, e ripersa il 25 giugno. Quante vite per ciascuno dei sei giorni, non è riportato, ma ve lo dico io: a fine battaglia si contarono quasi seimila tra morti e dispersi, e oltre quindicimila feriti.

Poco più lontano, hanno installato una campana. Se volete, nel silenzio dell’altipiano la potete suonare; per ricordare le anime perse per un’idea di patria, o più prosaicamente per la leva imposta dal re. Il rintocco, portato dal vento, fa uno strano effetto; una immagine come di fantasmi. Dall’altro lato, proprio a picco sulla Valsugana, c’è il cippo degli austriaci; eretto a ricordo dell’altro e uguale lato della storia, ma, necessariamente, su una cima leggermente più bassa.

Potete attraversare qualche altra trincea, e scendere a picco per la parete retrostante, attraverso una teoria di gradini di roccia oggi protetti da un corrimano d’acciaio nero. A un certo punto, la discesa è verticale, e il sentiero sembra sbatter contro un muro; poi una freccia dipinta vi spinge nel ventre caldo della montagna, in un buco fetido e umido. Al buio, scendete gradini invisibili e bagnati, pregando di non venire inghiottiti in qualche voragine preistorica; e ne uscite sfiorando la roccia con la testa, presso una targa che ricorda come la spirale che avete disceso ospitasse per anni una manciata di mitragliatori.

Vista dal giorno d’oggi, quella fu una battaglia inutile, per conquistare un palmo di terra che oggi sta tra una distesa di barbecue e pic-nic, e un fondovalle ripieno di capannoni e superstrade. Eppure, se la seconda guerra mondiale fu quella della vergogna, del disfacimento dell’Italia tra il nazifascismo e la guerra civile, la prima guerra mondiale è il punto più alto del sentimento nazionale, il momento in cui il valore collettivo di un popolo tradizionalmente vigliacco e individualista emerse in qualche modo, grazie al sacrificio di un esercito per la prima volta nazionale.

Chiunque di noi sia nato nel Nord Italia, ma anche moltissimi nel Centro e nel Sud, ha almeno un parente morto nella Grande Guerra, spesso giovanissimo. Se non sapete di averlo, è solo perché l’avete dimenticato. Ogni tanto, allora, fa bene prendere le misure di ciò che fu soltanto qualche generazione fa, della rinfusa di metalli e brani di scarpe e baionette che giace negli ossari, e capire come in fondo, anche in un’epoca fortunatamente di pace e di fratellanza quasi globale, abbia ancora un senso riconoscersi nell’unità di una nazione; costruita e cementata col sangue.

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venerdì 27 luglio 2007, 23:51

Dolomiti

Oggi scrivo poco, perché abbiamo fatto un lungo giro di quattrocento chilometri su per i monti, e sono parecchio stanco. Partendo da Asiago verso le dieci e mezza, siamo scesi sul Lago di Levico per una strada impossibile, poi siamo entrati in autostrada a Trento, ci siamo fermati all’autogrill per il pasto di metà mattinata, poi siamo usciti a Chiusa Gardena, e risalendo per tutta la val Gardena siamo arrivati al passo Sella all’una e mezza. Ci siamo poi fermati sulla discesa per mangiare le nostre cibarie, siamo risaliti al Pordoi e abbiamo preso la funivia fino alla cima, a quasi tremila metri, dove abbiamo fatto il pasto di metà pomeriggio. Ripartendo alle cinque meno un quarto siamo scesi dall’altro lato e poi siamo venuti giù per tutta la valle del Cordevole, fermandoci ad Alleghe per comprare il pane. Superate alcune decine di stabilimenti Luxottica, siamo arrivati in pianura a Belluno e abbiamo percorso l’ampia vallata del Piave per poi risalire sull’altipiano a Enego e riattraversarlo tutto.

La prima nota è che la statale 50 da Belluno a Feltre è la tipica strada pedemontana veneta, un vialetto di campagna sommerso di capannoni, camion e un traffico insostenibile, che si fa tutta a quaranta all’ora in attesa che si sveglino a fare un’autostrada. Tutto il resto del percorso, però, è stato molto divertente da guidare.

E poi, il sopra del gruppo del Sella è un posto lunare, una specie di altipiano sassoso a tremila metri dove non c’è altro che roccia. C’ero stato quindici anni fa, era inizio settembre ed era coperto di neve; oggi è soltanto una distesa di sassi, e ho trovato una lingua di ghiaccio solo cercandola bene, dopo mezz’ora di camminata. Però così è ancora più straniante, un posto nascosto dove varrebbe la pena di perdersi per qualche giorno a pensare.

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giovedì 26 luglio 2007, 23:08

Ah, la poesia

Ah, la poesia di quegli antichi empori di paese, dove i villeggianti si recano d’estate per gli acquisti più diversi, e per soddisfare le proprie necessità d’ogni genere!

L’emporio del paese ha per definizione tutto. E’ la tua ancora di salvezza per non dover prendere la macchina e farti venti minuti di curve per andare nel paese più grosso, quello dove c’è un vero supermercato; e così, grandi e piccini, villici e stranieri si ritrovano regolarmente al suo interno, in un momento di fraternità e di allegria.

L’emporio del paese sta tipicamente in una casa anni ’60 sulla strada principale, al margine del villaggio vecchio – questo perché quasi sempre è figlio del boom economico degli anni ’60, quando la villeggiatura divenne di massa e quando il concetto stesso di supermercato fu introdotto anche in Italia. Spesso non ha nome, ma può accadere che, nei luoghi di villeggiatura più conosciuti, esso abbia un nome che richiama il futuro rispetto agli anni ’60, come il mitico Al 2000 di Loano.

All’emporio del paese, prima di arrivare al cibo e alla sezione pulizia per la casa, ci sono sempre due elementi fondamentali: le riviste di enigmistica per gli anziani, e i giocattoli per i bambini. I giocattoli per i bambini non possono non includere le biglie, le pistole ad acqua, i palloni Super Tele e un insieme misto di babacio per i più piccini.

Superata la sezione giocattoli, si prendono i cestini, o, negli empori più grandi, i carrelli, che sono un po’ arrugginiti e confrontati con quelli dell’Ipercoop sembrano tazzine, ma rappresentano pur sempre la modernità. E poi, ci si può aggirare liberi per le tre corsie dell’emporio vero e proprio, in cui su scaffali semivuoti di stile sovietico troneggia uno di tutto, rigorosamente di marca: una confezione di Macine, una di Galletti, una di Tarallucci e una di Campagnole, sicché, se oggi vieni a far la spesa tardi, è già passata la signora Rina a fregarti le Macine e tocca accontentarsi dei Tarallucci.

In parallelo, in un angolo, c’è la sezione pulizia per la casa: quella dove esistono ancora prodotti che pensavi scomparsi e che invece sono vitali per la sopravvivenza delle vecchiette del paese, come l’Ariel bucato a mano in polvere, o la candeggina Ace, mito degli spot della nostra infanzia, che se capita oggi in mano a un giovane rischia di esser bevuta pensando che sia un succo di frutta. Le vecchiette non potrebbero sopravvivere senza il bucato a mano e senza la candeggina; quando dall’emporio del paese spariranno questi prodotti, le vecchiette, come Gandalf, capiranno che il loro tempo è passato e si lasceranno morire, visto che prendere una nave per non si sa dove è scomodo e comunque non ci sta nel magro budget fondato sulla pensione di reversibilità del defunto signor Luigi.

E poi, al fondo dell’emporio del paese c’è sempre il titolare, che vive in simbiosi con il suo negozio da quando la moglie è fuggita con un ragioniere di Gallarate venuto in vacanza ad agosto, e ti attende sornione alla cassa o dietro il banco frigo; un banco frigo in cui c’è sempre uno di tutto – una fetta di emmental, una mozzarella, un salame, e persino del lievito di birra risalente alla guerra del ’15-’18 – e, se sei baciato dalla buona sorte, può capitarti di ricevere un pezzo di formaggio dalla stessa forma dell’estate precedente.

Sono stato fortunato a venire in vacanza qui sull’altopiano di Asiago, in uno dei paesini più piccoli, dove ho potuto ancora avvalermi della gioia e della simpatia di un vero emporio di paese.

Certo che poi arrivi alla cassa, ti chiedono 46 euro per tre minchiate, e allora concludi che la poesia può anche andare a farsi fottere, e che è ora che arrivi la grande distribuzione anche quaggiù, vacca d’un mona!

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mercoledì 25 luglio 2007, 08:59

Ancora telegiornali (2)

Chiudo questa carrellata del triste panorama della teledisinformazione italiana ancora con il TG5, che si è distinto per un’altra idea originale. In un servizio sui costi delle vacanze in Italia e in Europa, appare un cartello che confronta i costi di Rimini con quelli dell’isola di Krk, in Croazia. Si percepisce anche l’esitazione dello speaker, che non ha idea di come si pronunci il nome, e alla fine emette un suono un po’ da ingranaggio inceppato.

Peccato che l’isola di Krk abbia un proprio nome in italiano, Veglia, che compare tuttora sugli atlanti e nei nomi delle vie delle nostre città, ed è stato regolarmente utilizzato negli ultimi dieci secoli, per buona parte dei quali l’isola è stata italiana di popolazione, quando non di diritto.

Si potrebbe ancora capire la cosa se nel resto del servizio si fosse parlato di London e Paris, mentre invece, ovviamente, si parlava di Londra e Parigi. E allora perché? O è la solita ignoranza del giornalista italiano medio, o è una certa resistenza a ricordare la triste vicenda dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia tra il 1920 e il 1950.

In ogni caso: ma che telegiornali guardo?

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mercoledì 25 luglio 2007, 08:57

Ancora telegiornali

Per par condicio, vorrei segnalare anche il TG3, che ha aperto un proprio telegiornale serale con un lungo servizio sull’aggressione politica alla Procura di Milano, che si sta occupando del caso Unipol-DS. Il servizio, per svariati minuti, riportava le opinioni di qualsiasi politico di alto, medio e piccolo cabotaggio del firmamento italiano. Peccato che non si dicesse mai di che cosa si parlasse, se non in due secondi all’inizio: “delle intercettazioni tra Consorte e sei politici italiani”.

Diceva proprio così: “sei politici italiani”. E in parecchi minuti neanche una volta ne faceva i nomi, compresi i due che sono su tutti i giornali, D’Alema e Fassino. Sai mai, magari in questo modo i fedeli ascoltatori di Telekabul si convincono che si tratti ancora di Craxi e Forlani

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martedì 24 luglio 2007, 20:31

I germi del terrore

Oltre a vedere un po’ di film, in montagna ho visto anche parecchi telegiornali. Il primo di cui vi voglio parlare è il TG5, edizione di sabato sera.

Sabato sera, infatti, il TG del Biscione ha aperto con un servizio a sensazione sull’arresto dell’Imam di una moschea alla periferia di Perugia; immagini di paciosi contadini umbri e di un cartello con la scritta “Frazione di Perugia” coperta da un adesivo del Che, mescolate a sequenze di gente vestita di nero, circondata da fucili e con scritte in arabo che corrono (ovviamente di repertorio, ma bisogna pur giustificare l’allarmismo).

Fin qui, tutto normale; però, subito dopo, sono partite le immagini dell’inviato che urlacchiava “E ora vi parlo proprio dall’interno della moschea!”, mentre camminava nell’esatto centro di quello che sembrava essere stato in origine un garage rettangolare, ma che era stato dipinto di bianco, riempito di scaffali pieni di libri (compresi alcuni sulla vita di Gesù) e, ovviamente, ricoperto con i tappeti. Su cui l’inviato stava camminando tutto eccitato, con le sue belle scarpe da ginnastica.

Ora, forse non tutti si rendono conto di cosa voglia dire questo per un musulmano di qualsiasi genere. La prescrizione di togliersi le scarpe entrando in moschea, o perlomeno di infilarle in un sacchetto pulito (come fanno i turisti alla Moschea Blu di Istanbul), è uno degli elementi base dei luoghi di culto islamici; è una forma di rispetto verso la divinità e verso gli altri fedeli, che non saranno costretti a inginocchiarsi e pregare su tappeti sporchi della merda lasciata giù dalle tue scarpe. E’ come se, all’arresto di un prete in una delle migliaia di parrocchie italiane, l’inviato fosse entrato nella chiesa in pantaloncini corti e maglietta strappata, e poi, un po’ accaldato, si fosse lavato la faccia con l’acqua dell’acquasantiera. Non si fa, anche se quella non è la tua religione.

Che l’inviato possa non essersi reso conto di ciò che stava facendo, può essere. Che però una cosa del genere vada in onda nel servizio di apertura, senza che nessuno la faccia perlomeno tagliare dal montaggio, vuol dire che o al TG5 sono una manica di ignoranti, o l’hanno fatto apposta.

Purtroppo, è da un po’ di tempo che il TG5 prende di mira il mondo arabo con lo zelo e l’odio razziale di un crociato dell’anno Mille. Ciò è dimostrato anche da quel che è successo sabato dopo il servizio: passata una decina di minuti, la conduttrice annuncia che loro desiderano tornare sulla notizia. Va quindi in onda un ulteriore servizio di immagini di repertorio di uomini neri con fucile, che racconta tutti gli innumerevoli casi di moschee italiane dove si preparavano attentati. (C’è da chiedersi com’è che, se c’è tutta questa folla di aspiranti attentatori islamici in Italia, di attentato non ce ne sia ancora stato mezzo; ma lasciamo perdere.)

Dopodiché, appare in video Magdi Allam. Per chi non lo conosce, Magdi Allam – egiziano di origine – è per il mondo arabo ciò che Giuliano Ferrara è per i comunisti: uno che a un certo punto, per qualche motivo imperscrutabile, ha deciso di rinnegare le proprie radici e diventarne anzi il più zelante e onnipresente castigatore. Grazie a ciò (oltre che alla propria indiscutibile intelligenza), Ferrara divenne direttore di giornali e conduttore di trasmissioni; Allam è diventato vicedirettore del Corriere della Sera (potere fortissimo) e opinionista fisso del TG5. Su cui, come anche sabato, spara un giorno sì e l’altro pure dure filippiche sui tremendi pericoli dell’Islam e sulla necessità che l’Italia si mobiliti a difesa di Israele e del cristianesimo, e si metta a controllare le attività dei terribili saraceni.

Allam – e non sono l’unico a pensarlo, vedi qui o qui – lo dice con un fuoco negli occhi che fa paura. Fa più paura, però, che il più visto telegiornale italiano diventi un bollettino che soffia sull’odio verso l’Islam e che non perde occasione per provocarlo a sua volta, persino insudiciando i suoi luoghi sacri; perchè l’effetto che quelle immagini possono avere, riprodotte milioni di volte, è imponderabile.

Qualsiasi faida non nasce mai da una parte sola. Se prima o poi davvero in Italia si svilupperà un serio movimento terrorista di matrice islamica, mentre lo combatteremo, sapremo chi ringraziare.

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martedì 24 luglio 2007, 10:35

Provaci ancora Sky

Sono temporaneamente tornato in ufficio, dopo due giorni passati (a parte una bella camminata nei boschi) a dormire e guardare la TV.

Così ho infilato una serie di film da Sky mica male: domenica sera Provaci ancora Sam, che non vedevo da un sacco di tempo e che consiglio ai single senza fortuna con le donne; ieri mattina uno spettacoloso musicarello con Tony Renis bambino e la SIGNORA (tutto maiuscolo che l’iniziale non basta) a fare la donna sofisticata che minaccia di sottrarre il bel Tony al suo vero amore; ieri pomeriggio nientepopodimenoché L’allenatore nel pallone con tutte le sue leggendarie scenette (e di un attore che nello stesso anno interpreta due personaggi come Aristoteles e Arrapaho, ne vogliamo parlare?); infine, ieri sera Gosford Park di Robert Altman, un gran bel film, che fino a dieci minuti dalla fine sembra un giallo di Agatha Christie, e che viene illuminato dalla bella prova della solita Helen Mirren (l’anno scorso Oscar per The Queen).

Ora, i commenti: guardando bene il film, Oronzo Canà non era affatto un pirla del pallone, tant’è vero che la Longobarda alla fine si salva, i tifosi in delirio lo prendono per un coglione e lui si vendica: quando il presidente, con una battuta alla Cairo & De Biasi, gli dice “Ma lo sa lei che è un disoccupato?”, lui risponde svelandogli l’arcano che noi abbiamo visto per tutto il film: “E lo sa lei che è un cornuto?”. Imperdibile (qui un bignamino per gli incolti).

Invece, il film balneare del 1961 (ambientato prevalentemente tra la Riviera e il Lago Maggiore) mi ha fatto realizzare come l’Italia della mia infanzia nei mitici anni ’80 fosse molto più vicina a quella del film che a quella di oggi: dove sono finiti i bar sulla passeggiata, con i tavolini con il posacenere di plastica e le sedie di finti vimini di plastica? Mi è persino successo di avere un flashback allucinante, visto che in una scena del film i protagonisti sono nel parco di una grande villa sul lago Maggiore; inquadrano un lungo viale di ghiaia affiancato da fiori, e immediatamente mi viene su il perduto ricordo della mia gita di quinta elementare a Villa Taranto. Sono sicuro di avere una foto identica a quell’inquadratura: ma quanto durano i ricordi di bambino?

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