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Archivio per il mese di febbraio 2009


sabato 28 febbraio 2009, 21:31

Messico a cinque stelle

Ci avevano avvisato che le manifestazioni di protesta, a Città del Messico, sono frequentissime: e chiaramente sconsigliato di avvicinarsi se ne avessimo visto una. Ovviamente io mi ci sono infilato e l’ho seguita fino alla piazza centrale, dove ho filmato la fase finale (avendo esaurito lo spazio-dossier presso la Digos italiana, non volevo farmi mancare l’apertura del faldone presso quella messicana). E così ho colto – nonostante i due che ci si sono subito messi davanti – il messaggio fondamentale, affidato allo striscione al centro del corteo:

“Questo evento è trasmesso in diretta via Internet”.

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venerdì 27 febbraio 2009, 05:07

Arrivo in Messico

La prima cosa che ho scoperto del Messico è che lontanissimo. Lo so che non ci crederete ma, causa curvatura terrestre, è stato il volo più lungo che abbia fatto (dodici ore pulite da decollo ad atterraggio) ad esclusione del viaggio in Nuova Zelanda: persino la California, persino il Giappone, persino il Sudafrica sono più vicini… o almeno mi sono sembrati tali.

Il volo è stato un po’ così: non fanno più i film di una volta, e mi sono toccati una inesistente commedia al femminile con Meg Ryan (sì, è ancora viva) e un improbabile film di spionaggio con Rosario Dawson e Billy Bob Thornton (il protagonista era tal… aspe’ che me lo sono scritto… Shia LaBoeuf: vabbe’ che negli Stati Uniti qualsiasi stringa di caratteri è legale come nome o come cognome, ma questo si posiziona ben in alto nelle classifiche dei nomi assurdi).

Però il viaggio mi si è riscattato quando, nei venti minuti di coda all’immigrazione messicana, mi sono trovato dietro a due coppie di una certa età che, dall’accento, venivano da qualche parte tra Brescia e Verona. Quando il poliziotto messicano ha fatto tagliare la coda a una mamma con un bambino di sei mesi (persino in Messico ci arrivano…), loro hanno esordito commentando con garbo “uè, i soliti culattoni”; poi i due signori hanno cominciato a far casino perché secondo loro quelli in cima alla fila non erano abbastanza veloci nell’avvicinarsi agli sportelli man mano che si liberavano: e giù di “impedito!”, “deficiente!”, “baluba!” a voce altissima verso gente di tutte le nazionalità. Quindi se la sono presa con due ragazzi tedeschi che non avevano compilato i moduli sul volo, e appena possibile li hanno superati nella fila approfittando del loro rallentamento. Naturalmente, arrivati praticamente alla fine, al pre-controllo dei moduli gli hanno fatto notare che (nonostante fosse scritto e spiegato chiaramente sia in spagnolo che in inglese) non avevano compilato tutta la parte bassa dei moduli, e loro che fanno? Si fermano a compilare, ma nel contempo si allargano strategicamente a ventaglio in modo che nessuno possa superarli. Ah, la furbizia lombardo-veneta!

Comunque, ho scoperto ancora una volta che prepararsi vale: la prima regola per non farsi fregare da turista sperduto all’estero è scoprire in anticipo quanto devono costare le cose. Così sono arrivato allo sportello dei taxi prepagati (come si usa in tutto il Sudamerica, per evitare che il tassista possa ricattarti sul prezzo a corsa finita) e ho chiesto il taxi per il centro; e mi hanno chiesto 250 pesos (20 pesos = 1 euro). Io ho fatto tanto d’occhi e ho detto: scusate, mi hanno detto che ne costa 130! La risposta è stata: “Ah, ma lei signore vuole il biglietto singolo perché è da solo, poteva dirlo subito! Allora fanno 152 pesos.” Deciso che la contrattazione era soddisfacente, ho accettato e anzi ho dato pure altri 20 pesos di mancia al povero autista, che era gentile e d’aspetto simpatico.

Certo, ho capito molte cose già solo nel viaggio dall’aeroporto a qui: non solo che il posto forse non è poi così insicuro, visto che – a differenza del Brasile – i vetri del taxi non erano oscurati, l’autista non si è chiuso dentro con la sicura e la strada dall’aeroporto era a livello terra e non sopraelevata per evitare che dalla favela sottostante assaltino le auto dei turisti.

Per esempio, ho intuito che qui il tempo è irrilevante, tanto è vero che io ho lasciato l’aeroporto alle 19:30 ora locale sotto un tabellone luminoso che segnava le 21:13, e poco dopo in strada ne ho incrociato un altro che diceva “6:27″. Insomma, tutto è relativo, e si fa come si può: quando il tassista è arrivato e ha scoperto che per arrivare davanti alla porta dell’albergo doveva fare il giro dell’isolato, non ha avuto voglia: è andato avanti, poi ha messo la retro e ha percorso un centinaio di metri all’indietro a velocità folle perché così faceva prima.

Del resto, è la prima volta che arrivo in un business hotel e non solo non vengo inseguito dai fattorini che vogliono assolutamente portarmi la valigia, ma non trovo nemmeno nessuno alla reception; devi suonare un po’ di volte e poi compare qualcuno. Il collegamento inalambrico funziona, ma ti devono avvertire che nel modulo di login devi scrivere il cognome tutto maiuscolo e il numero di stanza con uno zero davanti, perché aggiungere una riga di codice al programma che lo faccia era faticoso. E poi vai a cena nel centro commerciale sottostante e in un invitante griglieria ci sono tre inservienti lì, ma chiedi se ti possono servire e ti rispondono di no, che in quel momento non hanno voglia di cucinare.

Però al gabbiotto di fianco mi hanno dato tacos del pastor e un misto di carne grigliata e jalapeños tritati con tortillas che era davvero buonissimo, il tutto per tre euro compresa la bibita. La parte culinaria promette bene; e adesso che qui sono le dieci, posso andare finalmente a dormire.

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giovedì 26 febbraio 2009, 09:15

In partenza

Non stupitevi se sarò silente per un po’: sto per uscire e prendere un aereo per andare al meeting ICANN di Città del Messico. Ma non temete: anche lì ci sarà wi-fi ovunque.

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mercoledì 25 febbraio 2009, 15:39

Dieci minuti fermo

Mi è successo ieri sera di trovarmi per dieci minuti fermo, ad aspettare, all’uscita di Milano Cadorna; in un angolo tra la stazione e la metro, proprio ai bordi del maggiore flusso di pendolari in esodo dalla città.

Non sarà come a Tokyo, ma il flusso in quel punto è davvero intenso; è un’esperienza interessante mettersi di lato e osservare le persone che camminano correndo. In qualche caso sono in gruppo, ma quasi tutti sono soli; si stanno spostando dal circolo sociale del lavoro a quello della famiglia, e nel mezzo sono in un non-stato. Pochi, infatti, sembrano aver l’aria di starsi godendo il viaggio, o di essere intenti a qualcosa; la maggior parte sembra soltanto intenta a non essere intenta a niente, se non a far passare il tempo e lo spazio.

Al non-stato corrisponde un non-luogo; e quelle poche decine di metri tra l’uscita dagli inferi della metro e i tornelli delle Nord devono essere il non-luogo più frequentato di Milano. Non so quanti tra coloro che passano ogni giorno di lì saprebbero descrivere il pavimento o le pareti, se non con una sensazione di indistinto grigiore.

Eppure ogni persona che passa è singola e diversa dalle altre; ha una storia, una identità, delle aspirazioni, delle emozioni. E’ in rapporto con altri e li definisce, così come loro definiscono lei. In queste situazioni, tuttavia, non siamo più individui, ma siamo soltanto utenti; utenti dei trasporti e della vita. L’identità non ci serve, anzi complica soltanto le cose, e già differenziare i biglietti per età e professione è una usanza ormai quasi perduta. E’, forse, la forma suprema di uguaglianza sociale; ciò nonostante, è anche piuttosto inquietante.

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martedì 24 febbraio 2009, 10:44

Torino a cinque stelle

In questo martedì di febbraio, ho deciso che è il caso di dedicare il mio blog ad un annuncio importante. Se siete lettori assidui di questo blog, l’annuncio non vi sorprenderà; avrete capito infatti che ormai da parecchio tempo non riesco più a sopportare lo stato di degrado e di corruzione in cui si trova l’Italia.

Premetto subito alcune basi del ragionamento: il degrado della politica non è altro che lo specchio del degrado morale dell’intera società; è un sintomo, non una causa. Questo degrado sta anche alla radice della nostra crisi economica, perché in un sistema economico globalizzato, dove almeno nei paesi sviluppati il valore delle attività economiche è legato all’innovazione, alla serietà e alla voglia di fare, un Paese dove il nepotismo prevale sulla meritocrazia, dove la cialtroneria è uno stile di vita e dove l’esistenza di una casta aggrappata al potere blocca il ricambio e impedisce di restare al passo coi tempi è destinato a soccombere in maniera devastante.

Stiamo entrando in una crisi globale profonda, legata all’esaurimento almeno parziale dei modelli di sviluppo su cui si è costruito il benessere dell’umanità negli ultimi trecento anni, che sono basati sull’ipotesi che le risorse a disposizione e la crescita che esse permettono possano essere infinite. Ci avviciniamo ai limiti del possibile; è una crisi che richiede un ripensamento significativo di tutte le nostre strutture sociali e degli scopi stessi della società. Sulle nostre teste, però, a questa crisi si somma l’effetto del degrado di cui dicevamo prima: per questo, in Italia la crisi sarà lunga e pesante, e quel che abbiamo visto finora è solo un accenno.

Da una crisi del genere si può uscire in due modi: tutti insieme, limitando i danni e aiutandosi l’un l’altro; oppure in ordine sparso, contendendosi con la forza l’ultima briciola di ricchezza, in mezzo a un conflitto sociale violento e distruttivo. Tuttavia, per far avverare il primo scenario non si può stare a guardare; è non solo un diritto, ma anche un dovere di chi ha la fortuna di aver maturato esperienze e conoscenze di valore, quello di impegnarsi in prima persona. D’altra parte, sappiamo tutti, senza bisogno di dircelo ancora, che con l’attuale classe dirigente del Paese – politica, industriale, accademica; di destra o di sinistra che sia, non fa più differenza – non potremo che marciare dritti verso un disastro immane.

La situazione, comunque, richiede cambiamenti non solo nelle persone, ma anche nei metodi della politica. Il vecchio sistema piramidale, il potere gestito per delega da persone che voti una volta e che poi per anni sono libere di farsi i fatti propri, non funziona più. In tutto il mondo, da decenni, si parla di concertazione, di partecipazione, di consultazione; la rete trasforma le strutture di potere e mette nelle mani degli individui possibilità di discutere, di informare, di partecipare, di organizzarsi mai viste prima. La gestione del bene pubblico deve sempre più ritornare alle mani dei cittadini, con forme di democrazia diretta per le questioni più importanti – e non è follia, in Svizzera lo fanno da sempre – e con forme di democrazia partecipativa per tutto il resto, dando a ogni persona la possibilità di partecipare direttamente alle decisioni sulle questioni che stanno loro più a cuore, e ritrasformando i politici in quel che dovrebbero essere: dipendenti della collettività, che ne fanno gli interessi e ne eseguono gli ordini.

Per tutto questo, da un paio di settimane abbiamo costituito formalmente una associazione no-profit che si chiama Torino a 5 Stelle – Amici di Beppe Grillo, e che è il risultato di un processo durato oltre un anno, con l’obiettivo di costruire una struttura che possa supportare la nascita di una lista civica cittadina, e presentarsi alle elezioni amministrative per promuovere in prima persona il rinnovamento delle persone e dei metodi.

Perché la politica? Perché da anni tutti noi, ognuno nel proprio campo, ci impegniamo in attività nella società civile; io contro gli attacchi alla libertà di Internet, altri magari contro un inceneritore inquinante o contro la corruzione da cemento ovunque (uno dei veri poteri forti di questo Paese). Ma abbiamo capito che questo non serve: la casta che ci governa ignora le manifestazioni, cestina le raccolte di firme, continua imperterrita a farsi i propri interessi personali, usando i mezzi di informazione per nascondere i problemi e consolidare il proprio potere. Per questo è necessario rinnovare le istituzioni italiane in profondità; e allo stesso tempo cambiarne i metodi, perché una cancrena come l’attuale non possa più ripetersi, perché il potere corrompe le persone e non vogliamo correre il rischio di essere corrotti noi stessi.

Perché Grillo? In passato l’ho criticato anche pesantemente; poi, andando più a fondo nelle questioni, ho scoperto che sotto la semplificazione e un po’ di demagogia ci sono cose che i giornali non mi avevano mai detto, e ho cominciato a capire meglio. Mi sono avvicinato a questo movimento in occasione del V2-Day di Torino nella scorsa primavera, cercando di capire, per vedere se dentro ci trovavo riciclati maneggioni o esaltati integralisti. Di riciclati non ne ho visto neanche mezzo; di esaltati mezzo al massimo. Ho invece trovato un gruppo di persone che la pensavano esattamente come me, che erano mosse dagli stessi obiettivi, che ragionavano con la propria testa; e abbiamo discusso e lavorato intensamente per molti mesi. Insomma, Grillo è soltanto il pretesto, la scintilla che ha acceso il fuoco, il simbolo che permette a tanti giovani in tutta Italia – decine e decine di gruppi attivi ovunque – di ritrovarsi e di farsi conoscere. Noi siamo d’accordo con lui quasi sempre, ma se spara stupidaggini o se si vende non gli andiamo certo dietro; tra Grillo e i nostri principi scegliamo sempre questi ultimi.

Il movimento di Grillo non è un partito; non lo siamo nemmeno noi. Il nostro statuto prevede vincoli chiari: è vietata l’iscrizione ai pregiudicati, a chi frequenta gli attuali partiti e a chi non vive a Torino e provincia. Per il resto, la porta è aperta a tutti; non ci sono direttivi né presidenti, ma semplicemente una assemblea in cui il diritto di voto si acquista partecipando regolarmente alle riunioni, e si perde quando si smette di venire; chi non è attivo può comunque partecipare alle discussioni online e votare sulle scelte più importanti. Non ci sono nemmeno direttivi nazionali; non prendiamo ordini da nessuno. Abbiamo mandato i nostri certificati penali, e una volta provato che eravamo incensurati siamo stati certificati come lista a cinque stelle per Torino.

Non sappiamo ancora se e quando saremo pronti per presentarci alle elezioni; certamente sentiamo l’urgenza di farlo, anche perché, visto come viene trattata la nostra Costituzione, ad aspettare ancora un po’ c’è il rischio che le elezioni non ci siano più – o che siano elezioni farsa, con liste bloccate, sbarramenti al dieci per cento e divieto di candidarsi a qualsiasi movimento che non piaccia a Berlusconi. Ci sono anche ottimi e pressanti motivi sostanziali per farlo, come la faccenda degli inceneritori. Vedremo; innanzi tutto vogliamo coinvolgere altre persone, proprio perché non bisogna cambiare solo la faccia dei politici, ma anche, piano piano, la testa degli italiani.

Chiunque voglia aiutarci è il benvenuto; ci si può iscrivere, partecipando di persona come socio attivo, o soltanto online come socio ordinario; si può partecipare alle discussioni sul forum che abbiamo appena aperto, anche senza iscriversi all’associazione; ci si può limitare a registrarsi alla nostra lista di annunci (nella home del sito), a passare parola, a segnalare dei problemi concreti, a fare delle proposte, e, in caso di elezioni, a darci una firma o a portarci qualche voto.

Non abbiamo una lira se non quelle che mettiamo di tasca nostra – lo stesso Grillo per ora si è limitato a convocare le liste a Firenze l’8 marzo, ma non fornisce alcun supporto organizzativo – e di certo i giornali non ci aiuteranno; possiamo contare solo sull’azione diretta di tante persone, che però, come Internet ha dimostrato più volte, può essere più forte di qualsiasi potere costituito. Io voglio poter dire di averci almeno provato, e quindi, con lucida follia ma anche con molta fiducia, ci metto la mia faccia. Vedete voi che fare della vostra.

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lunedì 23 febbraio 2009, 14:12

Lampedusa

Per quanto sia una fonte di parte, oggi alla radio ho sentito Agnoletto dire una delle tante cose che nessun giornale o quasi pare aver scritto: che la devastante rivolta nel CIE (già CPT) di Lampedusa della scorsa settimana non è stata provocata, come ha scritto La Stampa, da “la voglia di libertà, il timore di essere rimpatriati in Tunisia e la tensione accumulata dopo giorni e giorni”, ma che invece è stata provocata dalla richiesta, da parte della direzione dell’istituto, che tutti i clandestini ivi detenuti firmassero una dichiarazione attestante il loro ingresso nel campo il 27 gennaio, anziché a fine dicembre come era in realtà; questo in modo che i 60 giorni di detenzione massima permessi dalla legge diventassero in realtà 90 o 100.

Non voglio entrare adesso nel problema dell’immigrazione clandestina, su cui certo non la penso come Agnoletto; non credo che esista alcun diritto (a parte casi particolari, come l’asilo politico) che garantisca a mezzo mondo la possibilità di trasferirsi in Italia senza il visto che qualsiasi nazione richiede per l’ingresso permanente ai cittadini stranieri, e che qualsiasi nazione concede col contagocce, in funzione di ciò che la società locale può sostenere.

Questo detto, ciò che mi premeva dire è che anche questa rivolta è stata causata dall’incoscienza o dall’incapacità di pubblici ufficiali (come potevano pensare che una richiesta del genere non scatenasse una rivolta? sono tutti lì che sperano che scadano i termini in modo da poter finalmente entrare in Italia per decorrenza dei termini di rimpatrio) o meglio ancora provocata coscientemente, in modo da poter mostrare a tutto il Paese delle belle immagini di edifici in fiamme, generando così l’ondata di paura sufficiente a giustificare la continua adozione di provvedimenti come il recente “decreto sicurezza”, contenente non solo un allungamento dei termini di detenzione nei CIE ma anche la censura di Internet e tante altre belle cosette.

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lunedì 23 febbraio 2009, 09:45

Ancora sui mezzi pubblici milanesi

Per completare il quadretto di questo weekend, ieri mattina a Milano, mentre tornavo a prendere il treno del ritorno, è morta di botto la 91 in mezzo alla strada in viale Romagna; il che peraltro non sorprende, dato che ormai anche ATM, come Trenitalia, adotta la politica di non fare alcuna manutenzione ai mezzi, intervenendo solo quando si rompono. Tra l’altro il mezzo era pieno di controllori che avevano appena chiesto il biglietto a tutti e stavano multando un extracomunitario che ovviamente ha dato in escandescenze: perché dovete farmi la multa se tanto il mezzo è scassato e devo andare a piedi? La reazione è stata “figa, chiamiamo la polizia”.

Aspettare un’altra 91 era un suicidio… del resto, era arrivata alla nostra fermata alle 10:36, mentre i passaggi schedulati da palina erano 10:28 e 10:43; insomma, più fuori orario di così non poteva essere. Per fortuna però c’era la 93 deviata da lì, che – dopo il passaggio consecutivo di due 61 in due minuti, ovviamente vuoti – è arrivata e ci ha portato a Piola, anche detta “la metro misteriosa” perché se non sai dov’è l’ingresso non lo troverai mai (è nascosta dietro l’angolo in una viuzza secondaria un isolato più avanti in una a caso delle sei vie che partono dalla piazza).

Di lì sono arrivato a Centrale, ho fatto il biglietto alle macchinette e ho preso il treno al volo, non senza ammirare ancora una volta l’idea geniale di eliminare il percorso drittissimo (macchinette nell’atrio + scale mobili centrali) che fino all’anno scorso ti portava in due minuti dalla metro al treno, e sostituirlo con un giro lungo quattro volte tanto, per due terzi in un orrido sotterraneo, che si conclude con lentissimi tapis roulant in salita perennemente ostruiti da viaggiatori della domenica (e non importa se ieri era domenica, rompono le scatole lo stesso!), che arrivano in stazione un’ora prima e poi bloccano il passaggio di chi ha fretta stravaccandosi sui passaggi mobili. Una ragazza davanti a me ha spostato una signora con una spallata degna di Materazzi, la signora è quasi finita a faccia in giù… Sono le “ristrutturazioni autogrill” di Trenitalia: l’importante non è offrire un servizio efficiente a chi deve prendere il treno, ma farlo passare il più a lungo possibile attraverso un’abbondante serie di negozi e di pannelli pubblicitari.

E pensare che ieri sera da Fazio c’era la Moratti che si vantava della fondamentale utilità dell’Expo 2015, nonostante il conduttore le chiedesse quello che pensiamo tutti, e cioè: ma non sarebbe meglio spendere quei millanta miliardi di euro in servizi ai cittadini? La risposta della Letizia è stata che il cemento fa girare l’economia, e che comunque per l’Expo stanno già organizzando anche “eventi sportivi di livello mondiale”. Insomma, circences senza panem per tutti.

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domenica 22 febbraio 2009, 10:22

Era meglio Porta Vecchia

Come dicevo ieri, venerdì ho preso il treno per uno dei miei regolari giri a Milano (questa volta per un romantico weekend). Tuttavia, essendo la partenza situata al fondo di una serie di commissioni, per una volta sono partito da Porta Nuova anziché dalla solita Porta Susa.

Ho così potuto ammirare le meraviglie della nuova sistemazione: in particolare, vi ricordate la grande biglietteria situata sin dalla notte dei tempi all’esatto centro della stazione? Bene, ora non c’è più, perché al centro della stazione veniva meglio metterci un bel corridoio (invece dei due preesistenti) circondato da negozi (ancora tutti sbarrati), in modo da aumentare al massimo la resa commerciale.

La biglietteria, quindi, ora è stata spostata in una vecchia saletta sul lato di via Nizza, nascosta e scomoda quasi come quella della nuova Milano Centrale. La saletta, però, è piccola: in tutto ci sono stati una dozzina di sportelli e ben quattro macchinette automatiche. Il risultato è il delirio: persino in una tranquilla pausa pranzo di un giorno feriale, c’era una coda di quattro o cinque persone per macchinetta più una calca infinita agli sportelli (ci sono due code uniche, su ciascuno dei due lati, e in ognuna ci saranno state come minimo venti persone).

Di conseguenza, molte delle persone in coda alle macchinette erano italiani tecnofobi: quelli che a malapena usano il bancomat invece di andare a prelevare allo sportello della banca, e che per il resto evitano come la peste qualsiasi automatismo (secondo me la punta massima della tecnofobia italiana si ha quando nei weekend estivi centinaia di persone si sciroppano venti minuti di coda alle piste “umane” dei caselli autostradali invece di infilarsi nelle semideserte corsie della Viacard e pagare col Bancomat che hanno in tasca; ma non divaghiamo). Visto però che gli sportelli erano inavvicinabili, molte persone si erano rassegnate a provare le macchinette.

D’altra parte, ciò significava che le macchinette erano intasate soprattutto di persone che volevano un banale biglietto suburbano (davanti a me: 2,20 euro per None; 1,40 euro per Nichelino) che però non potevano fare altrimenti perché, nel moderno Piemonte, le macchinette automatiche ferroviarie regionali non sono ancora arrivate.

Comunque, dopo di me ho dovuto pure fare il biglietto a una signora che doveva andare a Loano (ovviamente prendendo un IC Plus via Genova, come già dicemmo) ed effettivamente, se non si è abituati, non è affatto facile: sono necessarie almeno una dozzina di pigiate sullo schermo, spesso con diciture poco chiare, su pulsanti posti in posizioni sempre diverse e comunque poco visibili, che in vari casi servono a funzioni che un essere umano medio non è in grado di comprendere o non si aspetta (tipo scegliere tra venticinque diverse tariffe, verificare il numero di posto o confermare che si è consapevoli dell’esistenza dei borseggiatori). Basterebbe poco per ergonomizzare l’oscena applicazione Windows delle macchinette, ma non pare che a Trenitalia interessi qualcosa.

Tutto ciò, poi, per cosa? Cinque minuti prima dell’orario di partenza, del mio treno non c’era traccia; non era nemmeno comparso il binario, e in compenso c’erano un paio di centinaia di persone ferme a ingombrare l’atrio in attesa di informazioni. Letto sui tabelloni cartacei che il binario era il 19, ci sono andato; lì, cinque minuti dopo l’orario di partenza, il treno non c’era ancora, ma sono comparsi due figuri in divisa verdeblù a dire, con il tipico accento sudtirolese comune a molti ferrovieri italiani, che “se andate a Milano, Novaro o Vercello potete prendere l’eurostarro col biglietto reggionalo”. E così feci: per 9,20 euro ho preso l’Eurostar per Venezia delle 14:05 e quasi non ci credevo, era nuovissimo e pulitissimo; dico “era” perché la truppa del reggionalo, compreso un gruppo di gagni in libera uscita, ha provveduto rapidamente a sodomizzare le carrozze.

A me è andata bene, ma chi andava a Santhià, cancellato il reggionalo, ha dovuto attendere un’ora il successivo: Trenitaglia continua a tagliare, e ho avuto la netta sensazione che questa possa diventare una policy simile a quella delle peggiori compagnie aeree, ovvero tagliare volontariamente servizi schedulati quando il numero di passeggeri è basso, accorpandoli su altri servizi in orari più o meno vicini e fregandosene dei disagi causati.

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sabato 21 febbraio 2009, 12:08

E’ coagulata Milano Centrale

Vi preannuncio che questo sarà un weekend ferroviario, perché in un semplice viaggio in treno da Torino a Milano ne ho viste a sufficienza da riempire non uno ma due post, ordinatamente divisi per città.

Oggi, in particolare, voglio raccontarvi una delle esperienze più agghiaccianti della mia vita. Per motivi tipicamente trenitalici che vi spiegherò domani, invece di arrivare a Milano con il solito regionale sono arrivato con l’Eurostar per Venezia, alle 15:50 sul binario 12 – quello dei Frecciazozza. Il binario è stato rifatto con strutture metalliche avveniristiche, arredo di design e schermi piatti ovunque (tra cui un’abbondanza dei già citati schermi piatti utilizzati, al posto degli antichi cubi di plastica da cinque euro, per mostrare sempre e soltanto la lettera “A”).

Soltanto che, quando siamo scesi e arrivati in fondo al binario, ci siamo trovati davanti a un grumo umano, fermo. Ma proprio fermo: non come quelle volte in cui c’è calca, ma sgomiti un po’ e passi. Lì, invece, c’era un’area di circa venti metri per venti completamente piena di persone che cercavano di andare nelle quattro direzioni, spesso con borse e valigie, ma non riuscivano a spostarsi di un centimetro. L’unica volta in cui ho visto qualcosa del genere è stato in centro a Torino il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi.

A quel punto, qualche genio del male trenitalico ha fatto arrivare al binario 13, quello accanto, un regionale da/per Bergamo (ma non erano i binari dell’alta velocità?!?). E così un altro migliaio abbondante di persone si è riversato nella calca, ed è successo il finimondo.

Ho visto delle vere scene di panico: gente scoppiare in lacrime, urlare, infuriarsi in tutte le lingue del mondo… italiano, spagnolo, inglese, giapponese. Tutti hanno cominciato ad accusarsi a vicenda di essere loro, la causa dell’ingorgo, in quanto non si muovevano; o, in alternativa, di spingere troppo e causare la calca. Varie persone sono quasi venute alle mani.

In realtà, il problema è molto semplice: in quel punto si incrociano trasversalmente il percorso di spostamento tra i vari binari a fondo stazione con il flusso di persone che arriva dai binari 12-13 e quello che arriva e si dirige verso l’uscita centrale della stazione; se si fanno arrivare contemporaneamente due treni sui binari 12 e 13, quel punto si intasa facilmente. Tuttavia, una situazione così non si era mai vista; allora ho indagato un attimo per capirne le cause, e se fosse successo qualcosa di particolare.

La prima causa è che, nonostante la ristrutturazione di Milano Centrale sia stata venduta come un mezzo per liberare gli spazi da baracchini e ingombri vari, la parte davanti ai binari è affollatissima: il passaggio di attraversamento orizzontale presso i binari è largo pochi metri, perché il resto del passaggio concepito in origine è tuttora occupato da box informazioni, stand pubblicitari, totem informativi, chioschi commerciali, cartelloni, persino quattro macchinette automatiche che ovviamente nessuno poteva usare, essendo inglobate nella calca.

Ma soprattutto, recentemente hanno fatto un’altra enorme genialata: hanno tolto i grandi tabelloni meccanici in alto che, da sempre, indicano i treni in partenza e in arrivo; e non li hanno sostituiti, se non con un certo numero di minuscoli schermi piatti con scritte gialle e nere corpo 20 che nessuno può leggere se non da mezzo metro di distanza, e con due tabelloni luminosi, più piccoli e molto meno leggibili dei precedenti, appesi in alto verso la volta e soprattutto rivolti in una sola direzione, verso l’interno della stazione.

In pratica, arrivando dall’esterno, per scoprire il binario del treno bisogna arrivare fino in mezzo al passaggio orizzontale fronte binari, fermarsi, girarsi e alzare la testa. Moltiplicate per qualche migliaio di persone e il gioco è fatto: basta qualche ritardo, con numeri di binario che non appaiono o con accumulo di persone in attesa, perché il fronte dei binari sia occupato da centinaia di persone ferme a testa in su che bloccano completamente il passaggio.

Se fosse solo incompetenza ci limiteremmo ad arrabbiarci, ma qui è veramente irresponsabilità e colpa grave: nella calca folle di ieri bastava una sola persona che si fosse messa ad urlare, a spingere seriamente, a cercare di scappare e ci sarebbero stati feriti gravi, se non il morto. Disastri che pensavamo potessero succedere solo più nel terzo mondo, e invece oggi potrebbero accadere anche a Milano.

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venerdì 20 febbraio 2009, 17:54

Benedette sorelle

Non ho fatto in tempo ieri a postare le mie felicitazioni per la liberazione delle due suore piemontesi rapite in Kenya, e quindi le posto oggi: perché se da una parte non ho alcuna stima per quell’essere umano bigotto e privo di cuore che é l’attuale Papa (e in più osservo continuamente nuove prove di come la religione faccia male), dall’altra bisogna riconoscere che al giorno d’oggi le residue forme di coesione e di solidarietà sociale, sia nelle nostre periferie che nel Terzo Mondo, sono praticamente soltanto quelle portate avanti dalla Chiesa. Da tempo il mondo laico e progressista, pur se con alcune notevoli eccezioni, ha quasi completamente rinunciato a realizzare nei fatti la solidarietà che predica, talvolta finendo persino per dedicarsi con ardore all’individualismo e al consumismo; quanto allo Stato, di questi tempi fa solo ciò che può essere utile a chi lo controlla, specie se per farsi corrompere, e le attività sociali lo possono essere raramente, e solo ai fini del voto di scambio.

D’altra parte, a una gentile e anziana signora della provincia di Cuneo che, intervistata ieri in diretta nazionale in apertura del TG1 delle 13:30, invece di dedicarsi a una predica, a un comizio o a una esibizione da quindici minuti warholiani esordisce con “SONO GIRAUDO CATERINA” (rigorosamente cognome nome), dice due cose e conclude con “DIVERSAMENTE, NON SAPREI PROPRIO COSA DIRE”, come si può non voler bene?

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