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Archivio per il mese di febbraio 2012


mercoledì 29 febbraio 2012, 15:07

A testa alta

Lunedì sera il consiglio comunale ha parlato di Tav due volte; la prima in risposta alle comunicazioni urgenti di Fassino sugli scontri di sabato, richieste da noi (il punto saliente del suo intervento è che Luca Abbà sarebbe caduto perché il suo telefonino ha creato un arco elettrico coi cavi…); la seconda su due ordini del giorno, uno del PD sostenuto anche dal centrodestra, l’altro di SEL e IDV, che esprimevano solidarietà a Caselli per le minacce di morte prendendo nel contempo posizione rispettivamente “Sì Tav” e “Forse Tav”. Nel video in alto trovate il mio primo intervento; segue quello nella seconda discussione, difficile per le continue interruzioni e contestazioni dai banchi del PD (purtroppo nel video si sentono poco) e per la mia tracimante incazzatura.

Oggi Specchio dei Tempi apre non a caso con una lettera che dice: non importa se un ragazzo è caduto dal traliccio, cavoli suoi, io dovevo passare di lì e ci ho messo molte ore in più. Propaganda a parte, e comunque la si pensi sul Tav, il cinismo di molti è davvero disperante: chi se ne frega se una persona sta morendo per un ideale, l’importante è che io possa arrivare di corsa dove devo andare.

E chissà con che fretta poi, dato che la maggior parte degli italiani sono schiavi di una società che li obbliga a correre tutto il giorno per riuscire a malapena a sopravvivere, mentre una piccola parte vive nella ricchezza ottenuta spesso tramite soprusi, ruberie e manipolazioni della politica. Non di rado le persone che reclamano “ordine e disciplina” sono poi le prime a brontolare per la crisi e la corruzione; ma non fanno altro che lamentarsi, senza mai alzare la testa.

A me dispiace molto per i disagi che molte persone subiscono per le manifestazioni No Tav e me ne scuso, ma la Torino-Lione è l’ennesimo modo per portare 22 miliardi di euro nelle tasche dei grandi gruppi economici (quindi dei partiti che loro finanziano) e delle mafie (è già provata in tribunale l’infiltrazione della criminalità organizzata in tutta l’alta velocità italiana) quando allo stesso tempo gli stessi politici ti dicono che devono aumentare i biglietti del pullman del 50%, chiudere gli asili e far morire la gente sulle barelle al pronto soccorso perché “non ci sono soldi”. Se poi qualcuno preferisce che 22 miliardi di euro di soldi nostri vengano spesi in un treno supercostoso e inutile invece che nei servizi pubblici che usiamo tutti quotidianamente, va bene, è una opinione legittima, però poi non si lamenti della condizione in cui versa l’Italia.

Lunedì, dopo il mio intervento, io e Chiara abbiamo litigato ancora con alcuni consiglieri del PD; ci accusano di non rispettare le istituzioni, di contestare la magistratura, di fiancheggiare le manifestazioni e anche le violenze. Ma credono forse che non ci siamo chiesti dove porterà questo clima, dove finirà l’Italia? Eppure, i partiti di ogni colore ci chiedono, per non mettere a repentaglio la tranquillità di tutti, di chinare la testa; di accettare la corruzione, la prevaricazione, la distruzione dei beni comuni. Questo, mi spiace, non lo possiamo fare; ce lo vieta in primo luogo la nostra coscienza.

E non possiamo smettere di pensare che la prima responsabilità di ciò che sta accadendo sta in chi, avendo la responsabilità di gestire le istituzioni in nome del popolo, è disposto a sacrificare la pace e la democrazia per perseguire ad ogni costo un affare economico da miliardi di euro.

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lunedì 27 febbraio 2012, 13:50

La rabbia a Torino

Quando si parla di ordine pubblico è dovere di tutti mantenere la calma, senza generalizzare. Non esiste la “polizia assassina”, però esistono situazioni in cui il comportamento delle forze dell’ordine, della magistratura e delle istituzioni in generale suscita molte domande; ed è giusto cercare di capire. A Torino, il clima è sempre più teso; e colpisce come in una sola settimana si siano verificati in città ben tre episodi di violenza che hanno coinvolto le forze dell’ordine.

Delle cariche di sabato sera a Porta Nuova si sa già molto; ci sono immagini che fanno vedere come la carica parta a freddo, senza apparente motivazione, e poi la seconda carica e il lancio di lacrimogeni che finiscono dentro il treno, con conseguenze immaginabili. L’ultima carica, secondo le testimonianze, pare essere stata fatta alle spalle, quando le persone – molte nemmeno No Tav, solo normali viaggiatori – stavano salendo tranquillamente sul treno. E’ inquietante sapere che il capo della polizia ferroviaria di Torino è il questore Spartaco Mortola, tristemente famoso per i fatti della scuola Diaz al G8 di Genova, condannato in primo e secondo grado e assolto in Cassazione. E qui la domanda è ovvia: ma è proprio il caso di farlo lavorare a Torino in questo momento?

Il secondo fatto è successo venerdì pomeriggio: un gruppo di studenti, in protesta per i tagli al diritto allo studio, cerca di entrare in Comune per attirare i giornalisti e tenere una conferenza stampa. Scoppia un parapiglia nel quale gli studenti accusano la polizia di averli malmenati gratuitamente, mentre due vigili restano contusi. In questo caso non possiamo sapere cosa sia successo esattamente, ma è l’ennesimo episodio di scontri tra cittadini e forze dell’ordine per motivi politici.

Il terzo fatto risale a lunedì sera: allo stadio, al termine della partita Torino-Sampdoria, in un clima assolutamente pacifico e di grande festa per la vittoria dei granata, un tifoso della curva Maratona scavalca la recinzione per prendere la maglia lanciata da un giocatore. Non sarebbe successo nulla, ma l’intervento delle forze dell’ordine si conclude sotto gli occhi di migliaia di persone ancora sugli spalti, con il tifoso portato via di peso. Su questa vicenda abbiamo anche presentato una interpellanza, dato che il sindaco ha comunque la responsabilità di vigilare sulla gestione dell’ordine pubblico; è giusto combattere con fermezza la violenza negli stadi, ma che senso ha un intervento di questo tipo in una situazione assolutamente pacifica?

Sono episodi diversi, ma accomunati da un clima di tensione crescente e dall’allargarsi della fascia di sfiducia verso l’operato delle forze dell’ordine: ormai sono decine di migliaia a Torino le persone che non si fidano più. E’ una situazione molto pericolosa, e dovrebbe far riflettere tutti sull’opportunità di fermarsi un attimo, di evitare da tutte le parti, politica compresa, il muro contro muro; uno scontro continuo e generalizzato che sarebbe subito strumentalizzato da chi auspica il regime del manganello.

Stamattina nel “cantiere” di Chiomonte è caduto un ragazzo, è gravissimo al CTO, e i lavori non sono nemmeno stati fermati, quando normalmente la magistratura, per molto meno, sequestra il cantiere per secoli. Il cantiere sta venendo allargato con procedure da stato di polizia, perché se si deve lavorare su un terreno privato si fa un esproprio, non si arriva con una lettera del prefetto che te lo requisisce. Sembra che le istituzioni facciano tutto il possibile per fomentare la rabbia delle persone. Perchè?

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sabato 18 febbraio 2012, 12:34

Puzza di soldi bruciati

Del problema della puzza di marcio che a ondate ammorba Torino, specie di notte, ci occupiamo sin dal principio; ne avevamo già parlato a novembre. Il consiglio comunale ne ha discusso di nuovo grazie a un nostro ordine del giorno, in cui ponevamo una richiesta molto semplice: chiudere l’impianto responsabile della puzza.

Vale la pena ripetere che la puzza ormai è ben documentata e che la sua origine è accertata. Non viene tanto, come spesso si crede, dalla discarica di Cassagna, sita nell’area alle spalle della tangenziale tra Collegno, Druento e Pianezza, in cui anche Torino porta i rifiuti indifferenziati; viene invece dall’adiacente impianto di compostaggio Punto Ambiente.

L’impianto è di proprietà del CIDIU, l’azienda dei rifiuti di Collegno, Grugliasco e Rivoli, e accoglie l’organico di questi comuni (quello torinese va a Pinerolo). E’ entrato in funzione nel 2009 ed è costato ben 22 milioni di euro, che il consorzio suddetto ha preso a prestito dalle banche dando come garanzia i futuri introiti del trattamento dei rifiuti. Peccato che, per errori di progetto, lasci uscire una puzza mefitica che ammorba l’intera città.

Ora, direte voi, se una attività industriale puzza e da anni rende impossibile la vita ai cittadini la si chiude d’imperio, no? L’abbiamo detto anche noi, ma purtroppo la politica non funziona così. Già, perché se l’impianto non funziona il CIDIU non guadagna, e se il CIDIU non guadagna non può pagare i debiti contratti per realizzarlo, e se il CIDIU va a picco si aprono voragini nelle casse di Rivoli, Collegno e Grugliasco e degli altri Comuni soci minori, tra cui Alpignano e Pianezza.

E siccome la Città di Torino, danneggiata dalla puzza, e la Provincia di Torino, che è l’unica che può ordinare la chiusura dell’impianto, sono governate dalla stessa parte politica che governa Rivoli, Collegno e Grugliasco, uno sgarbo del genere è politicamente inopportuno. Di qui il fatto che la vicenda si sia trascinata per anni e che le contromisure prese siano sempre parziali; l’ultima è stata, a dicembre, la riduzione alla metà della quantità massima di rifiuti trattata dall’impianto.

Ma qui entriamo in gioco noi e il nostro “fiato sul collo”; e dunque abbiamo messo sul tavolo un atto per cui la Città chiedesse formalmente alla Provincia la chiusura dell’impianto per il tempo necessario a ristrutturarlo ed eliminare gli odori (la ristrutturazione costerà ai collegn-grugliasc-rivolesi un’altra decina di milioni di euro, ma mica possiamo tenerci la puzza). Gli impianti di compostaggio per accogliere temporaneamente l’organico di Punto Ambiente non mancano: basta volere.

La discussione in commissione, il 2 febbraio, è culminata nel classico intervento da bastian contrario del consigliere Viale (radicale del PD) sul fatto che lui non aveva mai sentito questa puzza e dunque si trattava probabilmente di una psicosi collettiva. Superata l’obiezione con una generale conferma di tutti – assessore compreso – a proposito dell’effettiva esistenza della puzza, ci fu però detto che la richiesta di chiusura non aveva senso, perché bisognava attendere che la riduzione della quantità di rifiuti adottata a dicembre avesse effetto; l’organico impiega circa tre mesi a marcire, quindi il beneficio completo sarebbe scattato a marzo. E che problema c’è? Noi siamo arrivati in aula con un auto-emendamento che diceva di aspettare aprile, ma poi, se la puzza continuava, di chiudere comunque l’impianto.

In aula, è stato il presidente di commissione, Grimaldi di SEL, a chiederci di eliminare la richiesta di chiusura dell’impianto, lasciando solo la parte che diceva di aspettare aprile. Ma noi avevamo pronta la controproposta; abbiamo eliminato la richiesta al CIDIU di bloccare subito l’impianto, ma abbiamo lasciato la richiesta alla Provincia di chiuderlo per la ristrutturazione anti-puzza, che era la cosa importante. A questo punto, dopo una ulteriore dimostrazione di disponibilità politica, non c’erano più motivi per non votare l’atto; e difatti l’ha votato tutta l’aula, a parte il solito Viale e l’astensione della Lega (forse l’olfatto padano è meno sensibile): obiettivo raggiunto.

Esiste dunque ora un atto formale della Città di Torino, che prende posizione chiedendo alla Provincia di obbligare il CIDIU a ristrutturare l’impianto se entro aprile la puzza non sparisce. E’ il massimo che possa fare la Città, visto che l’impianto non è di sua competenza; nel frattempo, nei comuni limitrofi è il caso che comincino a chiedere conto dei soldi così mal spesi in questo progetto…

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venerdì 17 febbraio 2012, 13:54

M’illumino di meno

Oggi, 17 febbraio, cade l’edizione 2012 di M’illumino di meno, la giornata nazionale del risparmio energetico promossa dalla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, e diventata negli anni un vero appuntamento istituzionale.

La settimana scorsa, man mano che le varie città d’Italia annunciavano la propria adesione, ci siamo chiesti: può Torino non rispondere all’appello? Ovviamente no, e dunque abbiamo presentato una mozione d’urgenza per dichiarare l’adesione della città e disporre lo spegnimento delle luci di almeno un monumento nella serata di oggi.

Per ottenere il passaggio d’urgenza in consiglio comunale ci vuole il placet della maggioranza, che è stata ben contenta di aderire a patto che la mozione diventasse “di tutti”: e dunque l’hanno firmata il presidente e il vicepresidente del Consiglio Comunale e tutti i capigruppo. Dopodichè, nel consiglio di lunedì scorso, la mozione è stata approvata all’unanimità.

La nostra speranza era che la giunta non si limitasse a una adesione “spintanea”, ma partecipasse con convinzione. L’assessore Lavolta ha puntato molto del proprio successo politico su queste tematiche, tanto da creare addirittura una fondazione apposita per Torino Smart City. E infatti la Città ha realizzato addirittura un video promozionale, e i monumenti scelti dalla giunta per lo spegnimento sono quelli più importanti – la Mole e Superga. E noi ne siamo ben contenti: l’importante è che le cose si facciano.

Speriamo solo che, oltre alle attività simboliche, si riesca poi a far partire anche quelle sostanziali, visto che è di pochi giorni fa la notizia del flop totale a livello europeo: tutti i bandi europei che Torino sperava di vincere per finanziare iniziative in questo campo sono stati invece vinti da Genova. Vedremo se nei prossimi mesi le promesse saranno mantenute, di modo che questo progetto non diventi una ennesima voce di spesa per attività promozional-cosmetiche senza riscontro nei fatti.

Nel frattempo, ricordatevi che il risparmio energetico richiede l’impegno di tutti: ecco alcune cose che potete, anzi dovete, fare anche voi.

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sabato 11 febbraio 2012, 13:00

Eppure manca qualcosa

La vicenda dell’Opera Pia Lotteri, storica casa di riposo torinese, ritorna ciclicamente sui giornali da alcuni anni. L’Opera è una di quelle classiche istituzioni ottocentesche, fondata da un prete e finanziata nei decenni dalle donazioni del meglio della borghesia torinese; attualmente ospita alcune decine di anziani non autosufficienti, nel suo grande complesso di via Villa della Regina. A partire dagli anni ’90, un po’ per una gestione poco attenta e un po’ per i costi delle ristrutturazioni necessarie per adeguare i vecchi edifici, l’ente ha cominciato ad accumulare debiti, fino al fallimento. Ma la storia è tutt’altro che chiara, e a metà dicembre siamo andati a discuterne direttamente sul posto col nuovo commissario dell’ente, l’ex assessore Marco Borgione.

Nel novembre 2007, sotto il peso di oltre sette milioni di euro di debiti, l’ente fu commissariato; la Regione, allora guidata da Mercedes Bresso, la affidò ad Adolfo Repice, al tempo segretario generale del Comune (il segretario generale è una figura tecnica ma assolutamente vitale, perché certifica la regolarità di tutto ciò che il Comune decide; e Repice era grande amico di Chiamparino).

Se ci seguite, il nome di Repice non vi è nuovo: è il signore che abita in un maxiappartamento di lusso in corso Massimo d’Azeglio 2, vista Valentino, che il Comune gli affitta ad equo canone; il Comune lo ricevette in eredità da una signora che voleva così finanziare borse di studio e garantirsi la manutenzione della tomba… qui vedete com’era ridotta, dopo una interrogazione e due interpellanze sono intervenuti. Alla fine del mandato di Chiamparino, Repice si trovò un’altra occupazione: lo stesso Chiamparino e l’attuale ministro Profumo contribuirono alla sua elezione a sindaco di Tropea. Peccato che dopo solo un anno l’abbiano cacciato pure da lì, dopo che Tar e Consiglio di Stato hanno riscontrato irregolarità in alcuni seggi elettorali della ridente cittadina calabrese.

Dunque, Repice tentò inizialmente di vendere la struttura, ma l’asta nel 2009 andò deserta; allora cercò qualcuno che se ne assumesse la gestione. La gara fu vinta dalla società Villa Maria Pia Hospital, del colosso Villa Maria Pia del ragionere romagnolo Ettore Sansavini, che forse alcuni ricorderanno da una memorabile puntata di Report; i più ignorano la sua esistenza, ma è uno degli uomini più ricchi del Paese. La società in questione offrì 14 milioni di euro per aggiudicarsi la gestione della struttura per quarant’anni; ci furono ricorsi da altre case di cura private, e si arrivò così al gennaio 2011.

Il 14 gennaio, il Tar respinge il ricorso e si potrebbe procedere; tra le mani di Repice, però, i debiti erano ormai esplosi a 16 milioni di euro – più che raddoppiati in meno di quattro anni. I creditori avevano dunque fatto partire le procedure di pignoramento, e il 25 gennaio era fissata l’asta giudiziaria per vendere all’incanto i beni dell’ente – essenzialmente il complesso di via Villa della Regina, ovvero vari edifici, in parte storici, e un pezzo di parco, in una delle zone più chic e costose di Torino – per coprire 11,9 milioni di euro di crediti.

All’asta arrivano tre offerte, e vince… Villa Maria Pia Real Estate, sempre dello stesso gruppo, che offre 13,5 milioni per la proprietà dell’intero complesso. Di fatto, pagando anche un po’ meno, in questo modo Villa Maria ottiene ben di più: immobili per complessivi 9000 metri quadri più giardini, in una zona di lusso. Vogliamo dire 3000 euro al metro quadro, perché sono da ristrutturare? Fa 27 milioni di euro. Ma se mai venisse autorizzato il cambio di destinazione dell’area, da casa di riposo ad appartamenti, il valore sarebbe di molto superiore: quanto vale al metro quadro un appartamento in via Villa della Regina angolo corso Lanza?

Nell’agosto, dopo che sono cambiate sia la giunta regionale che quella comunale, la Regione decide infine di ringraziare Repice e cambiare commissario, nominando Borgione. Egli si ritrova in una situazione difficilissima: il servizio tira avanti, gestito direttamente dall’ASL (anche perché così le rette, da 80 a 100 euro al giorno, possono essere usate per pagare i lavoratori e non i creditori), ma sempre in passivo (anche se minimo rispetto al passato) e senza prospettive chiare. L’ente ha 22 dipendenti, ma quattro aspettano la pensione e otto sono inabili agli sforzi richiesti dall’assistere anziani non autosufficienti (questi sono tra i motivi per cui la stessa casa di cura gestita in regime pubblico, con garanzie e sindacati di mezzo, accumula debiti, mentre gestita da un privato, con precari e cooperative di mezzo, genera utili). E, gentilmente, la nuova proprietà scrive al commissario che loro adesso sono occupanti abusivi e se ne devono andare.

E succedono altre cose strane: per esempio, esiste una legge che dice che un immobile di un ente pubblico destinato allo svolgimento di un servizio pubblico non è pignorabile, proprio per evitare situazioni come questa; ma l’opposizione al pignoramento viene respinta dal giudice, sulla base di una lettera di un funzionario regionale prodotta dai creditori.

Si arriva dunque all’inchiesta di questi giorni, che coinvolge Repice e il presidente del Tar Piemonte Bianchi, accusati di avere aggiustato le sentenze del gennaio 2011, in cambio di una raccomandazione alla Rai per il figlio di Bianchi. Se fosse vero sarebbe tremendo, ad esempio per la quantità di comitati di cittadini che hanno faticosamente raggranellato migliaia di euro per ricorrere al Tar contro delibere del Comune ritenute illegittime, per vedersi poi respingere il ricorso: ora tutti si staranno chiedendo se veramente tra Tar e Comune ci siano consultazioni prima delle sentenze.

Vedremo quali saranno i successivi sviluppi di questa vicenda, ma penso che ne abbiate capito il senso: sia sull’assistenza sanitaria che sul patrimonio storico degli enti di beneficenza girano cifre da capogiro, a fronte delle quali non ci si ferma davanti a niente; e sono cifre che quasi sempre vengono dalle nostre tasche o da quelle dei nostri antenati.

E’ per questo che vorrei aggiungere una postilla che, negli articoli scandalistici di questi giorni, non leggerete. Non vi sembra che in tutta questa discussione manchi qualcosa? Tra aste, inchieste, burocrazia, politica, business un elemento è scomparso, ed è quello che invece, visitando queste strutture, ovviamente colpisce per primo.

E’ il fatto che all’Opera Pia Lotteri ci sono tuttora decine di persone, che si trovano a trascorrervi gli anni che le separano dalla morte, spesso in solitudine, spesso in malattia, in ogni modo deboli, senza potersi difendere, con il solo aiuto di chi, nonostante tutto, nonostante la crisi e i tagli e le manovre, ancora si dedica a loro.

Se c’è un motivo per cui serve la politica, è proprio quello di difendere chi non può difendersi da solo, e ricordare che la grande macchina della sanità e dell’assistenza deve essere al servizio delle persone, e non il contrario.

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venerdì 10 febbraio 2012, 13:51

Torino contro i pesticidi e la moria delle api

È matematico: la prima volta in cui dici che abbiamo presentato un ordine del giorno in difesa delle api, c’è sempre qualcuno che si mette a ridere; qualche battuta scappa sempre. Eppure, quando poi spieghi l’argomento, tutti si rendono conto che la questione è estremamente seria.

Circa cinque anni fa, infatti, le api hanno cominciato a morire in massa, in certi casi fino al 90% delle colonie, senza che si capisse bene il perché. Se muoiono le api, non manca soltanto il miele; viene messo a rischio l’intero ciclo della natura. Dovremmo infatti tutti ricordare, sin dalle scuole elementari, che le api sono responsabili dell’impollinazione dei fiori e dunque della riproduzione delle specie vegetali, che a loro volta alimentano gli animali e infine l’uomo (direttamente dai Simpson, ricordiamo la catena alimentare dell’uomo). Niente api, niente natura, niente uomo.

A tutt’oggi non è chiara la ragione ultima di questa moria: i fattori sospetti sono molti, dagli OGM alle radiazioni dei cellulari. Tuttavia, le analisi hanno indicato la presenza tra le api morte di una particolare categoria di pesticidi “innovativi”, noti come neonicotinoidi, e utilizzati per “conciare” i semi del mais e di altre colture (barbabietole, patate) prima di seminarli, per renderli intrinsecamente resistenti ai parassiti. Vari studi scientifici sostengono che questi pesticidi intervengano sul sistema nervoso delle api e in sostanza le uccidano… e non è nemmeno chiaro cosa succeda al sistema nervoso degli umani che mangiano i frutti derivanti da questi semi.

Altri, comunque, sostengono che i neonicotinoidi non facciano poi così male: sono le multinazionali come Monsanto, Bayer e BASF, che li producono (ma se volete potete anche comprarli su Internet dalla Cina), e gli agricoltori che li usano. Sta di fatto però che, quando si è introdotto un divieto temporaneo e precauzionale di questi pesticidi, le api sono tornate a vivere.

Il divieto è stato via via prolungato, di anno in anno, ma è sempre a rischio di essere rimosso, grazie alle pressioni delle lobby sopra citate. Così a ottobre, dopo la manifestazione a cui abbiamo partecipato qui a Torino per chiedere l’ennesima proroga, ho pensato che anche la Città potesse prendere posizione. Ho dunque scritto e presentato un ordine del giorno, che è infine arrivato in votazione lunedì 30 gennaio, ed è stato approvato all’unanimità: la Città di Torino chiede ufficialmente al governo di rendere definitivo il divieto d’uso dei neonicotinoidi in agricoltura, senza condizioni.

Anche qui in Comune, superate le risatine, tutti si sono resi conto della gravità del problema: speriamo che altre città possano seguirci, e che – in vista della prossima scadenza del divieto provvisorio, fissata per il 30 giugno – si possa arrivare a un divieto definitivo.

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sabato 4 febbraio 2012, 11:43

Nevica, governo tecnico

Quella del titolo è la battuta della settimana, che ovviamente a Palazzo Civico è stata molto movimentata; con tanto di due o tre commissioni andate buche per sparizione degli assessori, che Fassino ha mandato a sorvegliare lo spalamento neve in giro per la città, uno per Circoscrizione – per dire quanto erano disperati.

Decine di migliaia di torinesi sono infuriati per come è stata gestita l’emergenza neve; basta girare Facebook e forum per leggere tonnellate di insulti al sindaco. La macchina comunale ha retto fino a lunedì, ma tra martedì sera e giovedì mattina c’è stato un vero tracollo, con strade impercorribili, piccole Siberie in ogni periferia, ingorghi e incidenti ovunque, mezzi pubblici fantasma e ogni genere di problema (più sotto troverete una piccola rassegna di mie fotografie). Lega e PDL ci hanno marciato in ogni modo possibile; noi abbiamo scelto una linea diversa.

Invece di fare polemica, infatti, credo che sia utile individuare alcuni aspetti specifici che hanno funzionato particolarmente male, e con calma, nei prossimi giorni, segnalarli e pretendere che vengano affrontati per la prossima volta. Io comincio a elencarne alcuni: l’elevata quantità di condomini che non provvedono a pulire il proprio marciapiede, apparentemente senza che vi siano effettivi controlli; l’incomprensibile balletto di chiudo-apro-no,chiudo-no,apro le scuole, perdipiù senza coordinamento con i Comuni vicini; l’esistenza di terre di nessuno che non si sa chi deve pulire; la mancanza totale di pulizia delle piste ciclabili; l’indisponibilità di mezzi pubblici aggiuntivi da mandare in giro quando il traffico rallenta, per ridurre i tempi d’attesa che altrimenti salgono; la mancata pulizia dei parcheggi all’aperto; e l’incomprensibile scelta di sospendere la ZTL quando invece si doveva cercare di ridurre il numero di auto in giro (ma a Torino, si sa, qualsiasi scusa è buona per sospendere la ZTL). Allungate pure l’elenco.

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Mercoledì sera, stazione Re Umberto della metro: per arrivare lì dal Municipio ho impiegato oltre mezz’ora, dato che in via Milano secondo il pannello 5T non transitava niente (forse un 4 dopo venti minuti) e che ho atteso quasi venti minuti al gelo nella centralissima via Pietro Micca senza che passasse nemmeno un mezzo di nemmeno una linea in nessuna delle due direzioni; ho poi corso per prendere in via Arsenale un 15 visto apparire all’orizzonte. Finalmente giungo alla metro e trovo i tornelli aperti, e penso: guarda che sveglio l’assessore Lubatti, ha reso gratuita la metro perché è l’unico mezzo che gira. Invece no, i tornelli erano proprio rotti e spalancati per il freddo (secondo il giornale, sono poi andati col phon a scongelarli).

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Mercoledì sera, stazione Re Umberto (lato sud): questa scala mobile è rotta da tre mesi (io ho già fatto tre interpellanze in sette mesi sui malfunzionamenti della metro, l’ultima una decina di giorni fa). Certo che se devono subire pure cinque centimetri di neve, c’è da chiedersi come facciano ad aver mai funzionato; la Città da anni deve tirar fuori i soldi per realizzare la copertura delle uscite, ma preferisce buttarli in manutenzione straordinaria.

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Mercoledì sera: il primo tratto pulito è quello del mio condominio, quello successivo, davanti al giardinetto, è del Comune; la foto si commenta da sola. I primi pulitori comunali sono arrivati lì stamattina (sabato).

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Giovedì mattina, piazza XVIII Dicembre: una folla attende mezzi pubblici che sono una rarità (matematicamente, se aumenta il tempo di percorrenza e i mezzi in servizio sono sempre gli stessi, aumenta proporzionalmente il tempo di attesa).

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Giovedì mattina, via Pietro Micca: se sono così le strade più centrali, figuriamoci la periferia.

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Giovedì mattina, capolinea del 29 in piazza Solferino: la fermata chiaramente non è mai stata pulita da quando, cinque giorni prima, ha iniziato a nevicare.

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Venerdì mattina, corso Re Umberto: questa sarebbe una pista ciclabile che è anche il percorso pedonale di accesso alla fermata (geniale anche senza neve). Nonostante abbia smesso di nevicare da ventiquattr’ore, pare proprio che non sia passato nessuno a pulire.

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Venerdì mattina, pista ciclabile di via Bertola, il principale accesso ciclabile al centro da ovest. Mai pulita, il sentiero che vedete è stato conquistato dai pedoni. Su un forum però (non scherzo!) ho trovato uno che ringrazia il Comune, è un praticante di mountain bike e ha usato la pista per allenarsi al fuoristrada invernale…

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mercoledì 1 febbraio 2012, 16:01

La trasparenza e la maggioranza

Il lavoro del politico, se fatto bene, è molto diverso da quanto ci si immagina. Il politico infatti non dovrebbe, come attività principale, andare in televisione o pontificare sui grandi problemi del mondo, ma dovrebbe lavorare in modo approfondito sugli atti dell’organo in cui è stato eletto. Fatto come noi dall’opposizione, questo è un lavoro duro, invisibile e ingrato, in quanto comunque è difficile che la maggioranza poi approvi le tue proposte, e in quanto le persone che ti hanno votato raramente si accorgono di questo sforzo; alla fine molti ti giudicheranno per le tre righe imprecise (talvolta proprio false) che qualche giornalista diffonde in pubblico, e non per gli anni di lavoro istituzionale. Qualche volta, però, questo lavoro paga; ed è una soddisfazione.

Questa storia inizia dunque nel pomeriggio di venerdì 13 gennaio, alla conferenza dei capigruppo. In un clima da week-end imminente, ci viene presentato un atto mai visto prima, con un titolo lungo e non immediatamente comprensibile, con riferimenti ad altri atti e a una legge. Ci spiegano che è solo un adempimento formale, un adeguamento di un regolamento relativo a una vecchia legge, e che lo dovremmo esaminare oggi (venerdì alle 15) per poterlo votare subito in consiglio (lunedì alle 10).

La legge è la numero 441 del 1982, quella che rende obbligatoria la pubblicazione dei redditi e dei patrimoni dei parlamentari, e poi, per estensione, anche dei consiglieri comunali. Il nostro atto, ci viene detto, è ancora più nel segno della trasparenza: si vuole estendere l’obbligo anche alle persone che noi nominiamo nei consigli d’amministrazione delle varie partecipate, escludendo però quelli che non prendono un compenso, perché già ci fanno un favore e non li vogliamo costringere a rivelare i loro dati.

A me questa cosa non piace: lo scopo della trasparenza è anche verificare se a qualche amministratore venga, che so, regalata una casa a sua insaputa, e questo potrebbe accadere indipendentemente dal fatto di percepire un compenso. Inoltre, quando arriva un atto all’ultimo minuto, venerdì per lunedì, è naturale chiedersi il perché di tanta fretta.

Sabato mattina dunque approfondisco la questione e recupero il testo della legge. Scopro così altre cose; per esempio, che la trasparenza sui nominati è già prevista dalla legge, che però include anche una ulteriore figura, quella dei direttori generali. Preparo dunque sei emendamenti; due servirebbero ad allargare gli obblighi di trasparenza anche a chi non riceve compensi, altri due ad allargarli ai direttori generali delle partecipate, uno ad estenderli ai consiglieri di circoscrizione, e uno a garantire la pubblicazione sul Web delle informazioni su come accedere a questi dati, dato che altrimenti bisogna sapere che esistono e presentarsi di persona presso gli uffici. Lunedì mattina alle nove e mezza, ci presentiamo con i nostri emendamenti.

Lunedì pomeriggio, in consiglio comunale, la prima sorpresa: la giunta chiede di rinviare la delibera per approfondimenti. Nella settimana successiva, gli uffici mi avvertono che i due emendamenti relativi ai direttori generali sono secondo loro tecnicamente inammissibili, per questioni di titolarità della loro nomina. La delibera torna in aula lunedì 23… e quello che doveva essere un semplice adempimento diventa per la maggioranza un pomeriggio di passione.

Intanto otteniamo il primo risultato: la maggioranza sceglie spontaneamente di approvare il nostro emendamento sui consiglieri circoscrizionali. A me questo emendamento è particolarmente caro e lo dedico al consigliere circoscrizionale Gavino Olmeo, attualmente nell’UDC, ex consigliere comunale ed ex candidato alle regionali nel listino bloccato della Bresso (senza i “dannati grillini” a quest’ora sarebbe consigliere regionale). Nelle scorse settimane Olmeo ha più volte attaccato in pubblico la nostra consigliera di Circoscrizione 3, perché lavora per una associazione che (da prima che esista il Movimento) riceve finanziamenti dal Comune, guadagnando ben 400 euro al mese da precaria. Naturalmente noi non abbiamo niente da nascondere e dunque saremo lieti di leggere lo stato reddituale e patrimoniale di entrambi.

Ma la vera sorpresa si verifica quando si tratta di votare gli altri nostri emendamenti: cominciano subito a vedersi astensioni e smarcamenti. Al primo emendamento sui direttori generali, attimo di panico: la votazione finisce 17 pari. Emendamento respinto, ma per un solo voto! Peccato, penso io: ora capiranno che stanno scherzando col fuoco e si rimetteranno in riga. E invece no, al secondo emendamento sui direttori generali succede il patatrac: nonostante il parere contrario della giunta, nonostante il parere negativo sulla regolarità dagli uffici, nonostante il capogruppo del PD che invita a votare contro, la votazione finisce con 13 contrari e 16 favorevoli: emendamento approvato. Sui 25 teorici voti della maggioranza, tra assenze vere, uscite dall’aula, astensioni e voti favorevoli all’emendamento ne spariscono la metà; in pratica, vota contrario solo il PD e nemmeno tutto.

E’ la prima volta dall’inizio del mandato che la maggioranza “va sotto” e fa clamore, perché una cosa è che la maggioranza in blocco condivida una nostra proposta e la voti (da noi ormai succede abbastanza spesso) e un’altra è che mezza maggioranza voti diversamente dalle direttive del sindaco e del capogruppo. La seduta viene sospesa, mentre PDL e Lega rigirano il coltello nella piaga chiedendo alla giunta e agli uffici di spiegare cosa succede dopo l’approvazione di un emendamento “irregolare” (niente, va bene lo stesso).

Sarebbe bello se tutto questo fosse dovuto solo alla bontà della nostra proposta; in realtà non sarebbe successo se nella maggioranza non ci fossero tanti scontenti per i più vari motivi, da quelli che lo sono per questioni personali (ad esempio aver perso la corsa a un posto in giunta) a quelli che non concordano sul modo in cui Fassino si relaziona col consiglio comunale. E’ stato un messaggio trasversale interno alla maggioranza, ma noi siamo riusciti a muoverci tempestivamente, creare l’occasione giusta e usarla per raggiungere un nostro obiettivo, cioé un po’ più di trasparenza.

Sarebbe stato senz’altro più facile, come fanno i politici, dedicare il sabato mattina a rilasciare una intervista sulla manovra economica o direttamente andare a sciare; ma avremmo perso l’occasione. Credo che sia anche da queste cose che si valuta la capacità del Movimento di mantenere le proprie promesse.

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