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Innovare l'Italia

(Italiano, Tavolo per l'Innovazione dell'Unione, Roma, 14 Dicembre 2005)

In questa occasione ero stato invitato a Roma, insieme ad una ventina di altre persone, per porre proposte e suggerimenti ai responsabili dell'Innovazione nei vari partiti del centro-sinistra. La maggior parte fece una capatina, ascoltò per cinque minuti e se ne andò...
Intervento di Vittorio Bertola
Tavolo per l'Innovazione
Roma, 14 dicembre 2005

Vorrei cominciare questo mio intervento con una provocazione.

Si parla tanto, e giustamente, dell'importanza che nella società dell'informazione assume l'innovazione, come unico strumento che i paesi sviluppati hanno a disposizione per mantenere la propria leadership e la propria ricchezza.

Ebbene, bisogna per prima cosa dire che è futile pensare di affrontare su scala mondiale un campo sociale, tecnologico ed economico in cui a vent'anni si è innovatori, a trent'anni si è leader e a quaranta si è pensionati, con una classe dirigente prevalentemente attorno ai settant'anni e in buona parte priva di prospettiva internazionale. Un programma serio per questo settore non può prescindere da un primo forte obiettivo: l'innovazione ai giovani.

E' però importante dire che questo, per i giovani, deve essere non solo un diritto, ma anche un dovere: le giovani generazioni devono venire chiamate al proprio compito e alle proprie responsabilità. Nella società della rete, ogni individuo è un nodo fondamentale per l'evoluzione del proprio ambiente, e non può attendersi che siano altri a sviluppare la società.

Inoltre, è necessario aprire la mentalità degli italiani. Ad una esterofilia di facciata si somma spesso un preoccupante provincialismo, che vede la maggior parte della società italiana, compresa la classe dirigente, disconnessa dai fenomeni economici e culturali mondiali; poco avvezza alle lingue straniere ed alla scoperta di altre culture; travolta dalla globalizzazione invece di cavalcarla; ferma a discutere di reti televisive quando il mondo già lavora al dopo Internet, e di difesa delle grandi aziende manufatturiere nell'epoca delle piccole imprese di servizi innovativi. Il ritardo italiano è culturale prima ancora che economico e tecnologico; ed esso è peggiorato dalla scarsa propensione al cambiamento. Fatti gli italiani negli anni '60, ora è necessario fare gli italiani cittadini del mondo.

Dopo queste osservazioni generali, vorrei sollevare alcuni punti di lavoro specifici che dovrebbero a mio parere essere affrontati nei prossimi anni.

  1. Innovazione dei diritti dei consumatori. I consumatori devono essere difesi nel rapporto con i fornitori di accesso e di servizi tecnologici e di comunicazione: devono poter godere di un supporto adeguato, di contratti chiari e di prezzi non gonfiati da monopoli e oligopoli. L'usanza tutta italiana dei dialer, degli addebiti misteriosi in bolletta, dei servizi attivati senza essere stati richiesti, dei customer care a pagamento deve essere repressa duramente.

  2. Innovazione dei diritti dei lavoratori. I lavoratori del settore informatico e dei servizi, tipicamente giovani, sono spesso male inquadrati, sottopagati e poco protetti. L'abuso della flessibilità e la carenza di formazione, uniti ad una scarsa abitudine al rischio, rendono difficile la costruzione di una carriera credibile e di una famiglia. Senza ritornare al passato e senza assecondare le “voglie di mamma” di troppi giovani, è necessario studiare forme innovative per garantire il welfare e la stabilità dei giovani lavoratori a fronte del loro impegno.

  3. Difesa della privacy dei cittadini. Le misure tese a rinforzare la sicurezza collettiva, pur se necessarie, devono essere realizzate nel modo meno invasivo possibile, e garantendo che il controllo esercitato sui cittadini sia commisurato alle effettive necessità di indagine e non possa essere sfruttato ad altri fini. Le tecnologie potenzialmente lesive della privacy, come il “trusted computing”, devono essere valutate e regolate con attenzione. E' necessaria maggiore forza e praticità nella lotta quotidiana allo spam, allo spyware e ai virus, con più sostanza e meno burocrazia.

  4. Lotta al digital divide. Internet a larga banda deve essere disponibile in ogni angolo del paese. L'adozione delle tecnologie che lo permettono non deve essere frenata dalla volontà di difendere le posizioni dominanti o gli interessi commerciali di alcuni grandi operatori. Inoltre, è necessario supportare l'alfabetizzazione informatica, in particolare di quelle fasce sociali che sarebbero altrimenti escluse dalle possibilità di lavoro e di formazione offerte dalla rete.

  5. Promozione del software libero e dell'industria nazionale. L'Italia spende ogni anno 2,5 miliardi di euro in licenze software verso l'estero; reindirizzare anche solo una parte di questa spesa verso software libero sviluppato o commercializzato in Italia avrebbe un impatto notevole sull'industria ICT nazionale. Le applicazioni realizzate con fondi pubblici o per conto della Pubblica Amministrazione dovrebbero essere rilasciate e riutilizzate liberamente. I servizi pubblici online devono essere accessibili con qualsiasi terminale e sistema operativo.

  6. Accessibilità della conoscenza. La possibilità dei cittadini di informarsi, di sapere, di svagarsi dipende dalla possibilità di accedere ai prodotti intellettuali, ed è sempre più messa in pericolo da un uso eccessivo ed ingiusto degli strumenti della proprietà intellettuale, asserviti esclusivamente agli interessi di pochi monopolisti stranieri. E' necessario rivedere profondamente il quadro legislativo nazionale e internazionale della proprietà intellettuale, a partire dalla “legge Urbani”, per garantire anche i diritti dei cittadini italiani, e non solo quelli dell'industria globale. E' necessario inoltre garantire l'attuazione concreta della “legge Stanca” sull'accessibilità ai disabili.

  7. Libertà di espressione. La rete permette la nascita di associazioni, di campagne di opinione, di siti informativi, di movimenti di difesa dei diritti e di critica alle grandi aziende, che devono essere riconosciuti e protetti dalle minacce dei “poteri forti”, e non sottoposti a vincoli burocratici.

  8. Libertà di ricerca. La ricerca scientifica è un elemento fondamentale dell'innovazione; se è giusto affrontarne gli aspetti etici, comunque è altrettanto importante non arrestarne lo sviluppo con motivazioni antiscientifiche. In Italia i migliori talenti sono soffocati dalla mancanza di risorse e dalla gerarchia universitaria; sarebbe opportuno mantenere centri d'eccellenza svincolati dal potere politico ed accademico, gestiti con mentalità internazionale e orientata a risultati scientifici concretamente valutabili, che possano davvero essere una alternativa alla “fuga di cervelli”.

  9. Libertà di (micro)impresa. Internet si basa su reti di microimprese ad alto dinamismo e ad alta competenza tecnologica, che sono lo strumento essenziale per lo sviluppo economico del settore, ma che in Italia sono spesso schiacciate dagli oligopoli, dalle cordate di “amici degli amici” e dalla burocrazia: tutto questo deve finire. L'accesso al capitale di rischio deve essere realisticamente possibile sulla base delle idee, anziché dei santi in paradiso o della casa del nonno data in ipoteca. Le iniziative pubbliche per lo sviluppo delle imprese devono essere sostenute, ma anche monitorate in base ai risultati concreti, per evitare che si trasformino esse stesse in centri di spreco o di clientelismo.

  10. Coinvolgimento degli utenti della rete. Le iniziative legislative in materia di Internet e di ICT devono essere presentate e discusse pubblicamente prima di essere adottate. E' necessario creare, come già avviene in altre nazioni, forme di consultazione permanente degli utenti della rete e di tutti i gruppi interessati. Inoltre, i diritti degli utenti della rete devono essere chiaramente definiti e riconosciuti da un apposito provvedimento legislativo.

Con queste brevi idee concludo e vi ringrazio per l'opportunità ricevuta, con la speranza che possiamo ritrovarci tutti qui, tra qualche mese, a discutere di come metterle in atto.

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