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Newsletter del M5S Torino inviata in data 26 Luglio 2013

Newsletter n. 30 - Luglio 2013

MoVimento 5 Stelle Torino

Newsletter n. 30 - 26 luglio 2013

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Arrivano le strisce blu

(di Vittorio Bertola) 26.07.13

E così, dopo tanto parlare sui giornali, finalmente qualche giorno fa l’assessore Lubatti è venuto a presentare ai consiglieri comunali il piano per l’espansione delle strisce blu sul territorio cittadino, per circa venticinquemila posti auto che diventerebbero a pagamento.

Per chi ancora non l’avesse vista, questa è la (poco discernibile, ma è tutto quel che ci hanno dato) cartina delle nuove zone a pagamento, identificate in azzurro. Le maggiori espansioni sono lungo l’asse della metropolitana: attorno a corso Francia fino all’altezza di Pozzo Strada, nella fascia tra via Frejus-corso Peschiera e via Fabrizi-corso Lecce-via Medici-via Carrera; e a Lingotto fino all’altezza del sottopasso. Diverrà a pagamento anche Madonna del Pilone fino a corso Chieri, e poi le zone attorno al raddoppio del Politecnico e al nuovo campus Einaudi, quella del terminal bus di via Fiochetto, quella di piazza Zara e quella di Spina 1 a ovest di largo Orbassano...SEGUE...

 

 

BUONE VACANZE PRESIDENTE DURANTE  (CIRC. 7)

(di fabio versaci) 24.07.13

sulla pista ciclabile di Lungo Dora Agrigento, (anzi ex pista ciclabile) perchè il Presidente Durante e la sua giunta hanno deciso di chiuderla con dei cancelli che sono costati 15.000 euro, di cui 7000 sono stati presi dal bilancio della circoscrizione VII... Ovviamente hanno fatto tutto questo chiusi dentro i propri uffici senza chiedere parare ai cittadini ne tanto meno al consiglio!...SEGUE...

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CONSIGLIO COMUNALE DEL 22 LUGLIO 2013

NOSTRI ATTI DISCUSSI:

INTERPELLANZA
 2013-03008

"RASTRELLIERE PER BICICLETTE IN VIA LAGRANGE" PRESENTATA DAI CONSIGLIERI BERTOLA ED APPENDINO IN DATA 25 GIUGNO 2013.
TESTO

INTERPELLANZA
 2013-03010

"PEDONALIZZAZIONI SPERIMENTALI: VANNO, VENGONO, RESTANO?" PRESENTATA DAI CONSIGLIERI BERTOLA ED APPENDINO IN DATA 25 GIUGNO 2013.
TESTO

INTERPELLANZA
 2013-03241

"PARERE DELLA CORTE DEI CONTI SULLE LINEE D'INDIRIZZO PER LA COSTITUZIONE DELLA 'FONDAZIONE TORINO PIEMONTE MUSEI' E MODIFICA ALLO STATUTO DELLA 'FONDAZIONE TORINO MUSEI' AI SENSI ARTICOLO 6 COMMI 2 E 5 DELLA LEGGE 122/2010" PRESENTATA DAI CONSIGLIERI APPENDINO E BERTOLA IN DATA 5 LUGLIO 2013.
TESTO

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BANCHETTI INFORMATIVI

SABATO 27 LUGLIO

Circ 4   ore 9.30 - 12.30 c.so Svizzera ang. via Buronzo con raccolta firme LIP Rifiuti Zero

evento facebook

Circ 5 ore 9.00 - 12.00  c.so Cincinnato con raccolta firme LIP Rifiuti Zero

evento facebook

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EVENTI A 5 STELLE

DOMANI

SABATO 27 LUGLIO ORE 21.00 PIAZZA CASTELLO

Proiezione pubblica del video: TSUNAMI TOUR

Proiezione di un film prodotto da giovani registi, che hanno seguito buona parte delle tappe dello Tsunami Tour di Beppe, e alla fine hanno prodotto un film che è scomparso dai cinema,e che si è pensato di riesumare per consentirne la visione a chi non l'avesse visto, fornendo un'informazione alla gente comune diversa da quanto propinato dai mass media sempre alla ricerca di scoop ,gossip e disinformazione generale.

 evento facebook

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14 E 15 SETTEMBRE

PARCO DORA

MOVIFEST

DUE GIORNI DI FESTA DEL MOVIMENTO 5 STELLE DI TORINO

il programma è in corso di definizione, segnatevelo in agenda!

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EVENTI DEGLI AMICI

MERCOLEDI 31 LUGLIO

PRESIDIO CONTRO L'INCENERITORE DI TORINO E INCONTRO CON PARMA, FIRENZE E ROSSANO ERCOLINI

evento facebook

Torino, Parma, Firenze tre inceneritori, un partito, milioni di euro (sprecati). 

La giornata è stata decisa per protestare contro il silenzio che ha circondato il grave incidente avvenuto il 2 maggio che ha portato ad una diffida della Provincia di Torino a TRM per il mancato rispetto di diverse prescrizioni dell'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e ad una indagine della magistratura. 

Il Coordinamento No Inceneritore RifiutiZero Torino vuole anche denunciare la politica accomodante della Provincia di Torino che, ignorando  il principio di precauzione per la salvaguardia dell'ambiente e della popolazione anche ad incidente avvenuto accetta di riavviare l'impianto nonostante che alcuni dei problemi che hanno causato l'incidente del 2 maggio (con l'immissione in atmosfera di una quantità IGNOTA  di inquinanti senza alcun controllo), non siano stati risolti ed un ulteriore incidente avvenuto più recentemente. 

L'inceneritore di Torino non ha rispettato le prescrizioni previste ed è stato completato in fretta e furia per ottenere gli incentivi statali. Il comune di Torino tramite  l'assessore all'ambiente Enzo La Volta ha ritenuto di dover commentare questi fatti solo dopo quasi tre mesi ed ovviamente minimizzando l’accaduto. La nostra protesta è rivolta anche al Sindaco della Città che dovrebbe essere il primo difensore della salute dei torinesi.

 

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MoVimento 5 Stelle TORINO


Sito:                  www.movimentotorino.it
Facebook:        http://www.facebook.com/MoVimentoCinqueStelle.Torino
email:               info@movimentotorino.it

Gruppo Consiliare: 011.4422074 – 011.4421915 - 011.4425760      fax: 011.4423118

 

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 Circoscrizione I: Centro - Crocetta
VIVIANA: circ1@movimentotorino.it
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Circoscrizione II: Santa Rita - Mirafiori Nord
SERENA: circ2@movimentotorino.it
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Circoscrizione III: San Paolo - Cenisia - Pozzo Strada - Cit Turin - Borgata Lesna
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Circoscrizione IV: San Donato - Campidoglio - Parella
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Circoscrizione VI: Barriera di Milano - Regio Parco - Barca - Bertolla - Falchera - Rebaudengo - Villaretto
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Circoscrizione VII: Aurora - Vanchiglia - Sassi - Madonna del Pilone
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Circoscrizione VIII: San Salvario - Cavoretto - Borgo Po
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Circoscrizione IX: Nizza Millefonti - Lingotto - Filadelfia
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Circoscrizione X: Mirafiori Sud
LUIGI: circ10@movimentotorino.it
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sulla pista ciclabile di Lungo Dora Agrigento, (anzi ex pista ciclabile) perchè il Presidente Durante e la sua giunta hanno deciso di chiuderla con dei cancelli che sono costati 15.000 euro, di cui 7000 sono stati presi dal bilancio della circoscrizione VII... Ovviamente hanno fatto tutto questo chiusi dentro i propri uffici senza chiedere parare ai cittadini ne tanto meno al consiglio!

Però ho scoperto che ci sono delle uscite di sicurezza che danno sulla ex pista ciclabile, allora ho protocollato un documento per chiedere spiegazioni in merito.
Ovviamente come spesso accade ho ricevuto una risposta a metà, dicendomi che gli uffici competenti dovevano fare gli accertamenti del caso.

il 2 luglio ho discusso la mia interrogazione in sede di consiglio e il Presidente Durante mi aveva detto che si sarebbe attivato per darmi tutte le risposte... ovviamente questo non è accaduto perchè siamo al 24 luglio e ormai il consiglio e chiuso per le vacanze estive, intanto li esiste una uscita di sicurezza che serve a ben poco visto che dopo pochi metri abbiamo un cancello chiuso a chiave...

Volevo ringraziare pubblicamente il Presidente Durante e la sua splendida giunta per la loro totale incapacità di gestire questa circoscrizione!!! Spero che le vacanze li aiuti a rinfrescarsi le idee, anche se la vedo dura con questo caldo...

Fabio Versaci
Circoscrizione 7

2 commenti »
 

 

Ce lo chiede l'aeroporto

(di Vittorio Bertola) 19.07.13 12:18

Del progetto del tunnel ferroviario di corso Grosseto vi parliamo da molto tempo, anzi io ne parlo da molto prima di fare politica (vedi un post del 2005 e uno del 2008); eppure, la maggioranza dei torinesi ancora non ne sa nulla.

Dovete sapere che l’aeroporto di Caselle è attaccato alla storica ferrovia Torino-Ceres, costruita nel 1869, che in origine partiva da Porta Palazzo. Alla fine degli anni ’80, per ridurre il disturbo della ferrovia, Stato e Comune decidono di investire circa 200 miliardi di lire per scavare un tunnel sotto via Stradella in cui interrarla, costruendo la nuova stazione Dora GTT, la nuova stazione Madonna di Campagna e la nuova stazione Rigola-Stadio (difatti una parte dei fondi arrivano dai mondiali Italia ’90), e abbandonando invece il tratto da Dora a corso Giulio Cesare. Già allora, il progetto è di collegare i binari al costruendo passante ferroviario, e far arrivare i treni dall’aeroporto a Porta Susa.

Dieci anni dopo, nel maggio 1998, il servizio non è ancora pronto: come racconta La Stampa, la stazione Madonna di Campagna è ancora mezza da finire, e stanno appena iniziando i lavori per la faraonica (quattro binari) stazione dell’aeroporto. Nel frattempo, il comune di Caselle si lamenta per il “continuo passaggio dei treni” (un treno di tre carrozze ogni mezz’ora) e quindi si spendono altri soldi per interrare la ferrovia pure lì. I lavori, che devono chiudersi “entro il 1999″, vengono inaugurati a ottobre 2001 – dopo tre anni di nuovo fermo della linea – dall’allora presidente della Satti, un certo Davide Gariglio; il costo totale è nel frattempo salito a 345 miliardi di lire.

Peccato che, proprio mentre si finiscono questi lavori, il neoeletto sindaco Chiamparino abbia un’altra idea: stravolgere il progetto del passante ferroviario lungo corso Principe Oddone per farlo passare sotto la Dora anziché sopra. Vengono così spesi altri 150 miliardi, demolendo parte dei lavori già realizzati e mai inaugurati, ritardando di “due anni” i lavori, che naturalmente però saranno finiti per le Olimpiadi, anzi: “Se si realizzerà l’interramento, durante i giochi del 2006 non verranno interrotti i collegamenti ferroviari con Caselle”.

E’ solo un paio d’anni dopo, nel 2003, che i nostri brillanti amministratori si rendono conto che è esattamente l’opposto, per via di un piccolo problema: volendo abbassare la ferrovia sotto la Dora, in piazza Baldissera i binari che arrivano dall’aeroporto – appositamente rifatti solo dieci anni prima &88211; si troveranno una quindicina di metri più in alto di quelli del passante, e diventa un po’ difficile far passare i treni dall’una all’altra ferrovia per mandarli a Porta Susa.

La soluzione è geniale: buttare via i lavori fatti nel 1990 e costati duecento miliardi e scavare un nuovo tunnel sotto corso Grosseto, dal costo dichiarato di altri 100 milioni di euro, naturalmente da finire entro il 2010. E dunque arriviamo ad oggi: il tunnel ancora non è stato fatto, il costo previsto è praticamente raddoppiato (siamo a 180 milioni di euro), e ora Comune e Regione vorrebbero dare il via a quest’opera.

Se facciamo i conti, per il collegamento ferroviario per l’aeroporto sono stati spesi o saranno spesi, in soldi di oggi, oltre 600 milioni di euro, in gran parte per opere che sono o saranno inutili. Il tunnel di via Stradella e le due stazioni Dora e Madonna di Campagna, costruiti a fine anni ’80 (quest’ultima finita a fine anni ’90), saranno abbandonati e buttati via. Alla stazione Rigola-Stadio fermano due treni al giorno, in sostanza è del tutto inutilizzata. I due binari extra alla stazione dell’aeroporto non sono mai stati usati e probabilmente non lo saranno mai, visto che comunque non ci saranno treni che faranno capolinea lì. E il nuovo percorso via corso Grosseto sarà pure più lungo di quasi tre chilometri.

Ci sono diverse alternative alla soluzione scelta da chi ci amministra. Per esempio, si poteva riscavare in discesa l’ultimo tratto del tunnel di via Stradella, abbassandone il piano del ferro. O si poteva realizzare un collegamento in superficie lungo la Stura fino a Borgaro, meno costoso e più diretto, e coi soldi risparmiati realizzare una linea di metropolitana sul tratto Borgaro-Venaria-stazione Dora.

Oppure si potrebbe valutare che di questi tempi è meglio spendere “solo” un milione di euro per rendere comodo il trasbordo pedonale a Dora, dal passante alla stazione attuale, e con i 179 milioni risparmiati – anche essendo obbligati a spenderli in infrastrutture – fare tante altre cose che aspettano, ad esempio le stesse stazioni Dora e Zappata del passante ferroviario (40 milioni), o la copertura di corso Principe Oddone (30-50 milioni), o l’acquisto dei treni per aumentare la frequenza del servizio metropolitano, o il rinnovo dei tram cittadini, o il bici plan, o anche molte di queste cose insieme, vista l’imponenza della cifra.

Ma la cosa più ridicola è spendere 180 milioni di euro per collegare più velocemente un aeroporto che da anni sta morendo perché non si trovano 3 milioni di euro da dare a Ryanair per realizzare una base low cost e far sì che abbia dei voli decenti e vagamente competitivi rispetto a Malpensa e a Bergamo. Avremo pure il treno che ci arriva in un quarto d’ora, ma che ce ne facciamo se poi non c’è un volo decente a prezzo abbordabile per praticamente nessuna destinazione?

In compenso, la realizzazione di questo tunnel provocherà, a cascata, altri problemi. Si tratta di chiudere per almeno tre anni la carreggiata centrale di corso Grosseto, spostando il traffico sui controviali, nei quali sarà vietato il parcheggio, che potrà invece avvenire in parte della zona centrale; ovviamente per i negozi sarà dura.

In più, prima di iniziare i lavori sarà necessario demolire la sopraelevata che collega il corso con corso Potenza (potrebbe forse sopravvivere solo la curva da corso Potenza verso corso Grosseto, in una sola direzione), e solo trascorsi i tre anni e se non finiscono i soldi si potrà fare un sottopasso, solo tra corso Potenza e corso Grosseto. Tutte le altre auto, comprese quelle che proseguono su corso Ferrara, convergeranno in una gigantesca rotonda di 100 metri di diametro che potrebbe diventare una piazza Derna al cubo: auguri.

Nel progetto, dato che si butta via la stazione Madonna di Campagna, è prevista una nuova stazione in corso Grosseto angolo via Lulli, nell’area occupata dal mercato. Questo vuol dire, anche qui, chiudere il mercato per alcuni anni e poi naturalmente “riaprirlo riqualificato”. Vedendo cosa è successo durante le riqualificazioni di vari mercati, da piazza Crispi a corso Taranto, è facile concludere che spenderemo milioni di euro per realizzare un nuovo mercato che poi non riaprirà mai per mancanza di clienti, i quali nel frattempo saranno passati ai tanti ipermercati che la città fa costruire a iosa.

Credo di avere spiegato perché questo progetto è una follia, a cui noi siamo contrari sin dal programma elettorale. Noi abbiamo presentato una mozione al consiglio comunale che chiede di soprassedere almeno per il momento, dando priorità a completare i lavori già aperti e mai finiti (persino corso Francia aspetta ancora dal 2006 la sistemazione definitiva dopo i lavori della metropolitana, da piazza Bernini a piazza Massaua).

Perché, oltre a tutti questi argomenti specifici, c’è un discorso generale: non si può più andare avanti a far partire megaprogetti, credendo che la colata di cemento sia il motore dell’economia cittadina, rimanendo poi sempre con opere monche, incomplete e in ritardo di lustri (come dicevo su Torinow, nel video, qualche settimana fa). Per una volta, potremmo spendere in modo più oculato i nostri soldi.

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Scoperto il mistero delle buche a Torino

(di Viviana Ferrero (detta Vivi Rosso)) 05.07.13 12:55

Il presupposto di una città moderna è la sua vivibilità. Esistono, a tal proposito, perfino delle classifiche delle città più vivibili del mondo The World's Most Livable Cities ad esempio, dove si indaga sulla qualità della vita tenendo conto di ben 39 criteri dove città come Milano o Roma si posizionano oltre il cinquantesimo posto.

 

Ora Torino non è Londra, non è Parigi e non è Berlino e si colloca certamente tra le città di piccole dimensioni che possono fare dell'alta qualità il loro punto di forza.

Fondamentale quindi la camminabilità , la possibilità di potersi muovere a piedi in città senza cadere nelle ormai famose buche nell'asfalto.

 

L'amministrazione comunale in questi giorni sta vagliando anche la possibilità di acquistare o affittare un macchinario tedesco costosissimo(200 milioni di euro)in grado di riparare le buche.

Ma nessuno si è chiesto perchè ci sono tante buche in città e perchè, le stesse, una volta riparate, alla prima pioggia si riaprono?

 

Una spiegazione è data dal tipo di riparazione realizzato nell'ambito della manutenzione ordinaria, asfalto a freddo che non riesce a fare presa sul sottofondo di acciotolato delle strade del centro, ad esempio.

Ma in realtà scorrendo le foto delle peggiori buche della città si capisce come, dove vi siano stati degli allacciamenti o riparazioni e si siano riparati i grossi scavi solo con rappezzi, allora il manto stradale si deteriora con facilità.

 

Chi infatti rompe il manto stradale che ha una sua continuità e omogeneità non è obbligato a ripararlo interamente per effetto di una norma comunale che lo permette art.33 se questo non è stato realizzato nell'ultimo anno.

Norma che va aggiornata a tempi di scarse risorse dove il Comune taglia le manutenzioni straordinarie e mantiene lo stesso asfalto per anni. Basterebbe quindi imporre a chi scava il rifacimento completo se il manto stradale è stato rifatto negli ultimi 5 anni e non solo nell'ultimo anno.

 

Altro problema è invece il lapideo, cioè le lastre di pietra che si trovano lungo i marciapiedi e sulle piazze.

Le lastre sono spesso spezzate o addirittura frantumate e non si può certo attribuire al camminamento il loro deterioramento , ma è facile intuire che si tratti di camioni o altri mezzi pesanti che le hanno spezzate.

 

Qui il problema è che nessuno può intervenire per impedire che questo succeda soprattutto in occasione delle manifestazioni in cui grandi mezzi trasportano le impalcature o le strutture per spettacoli e intrattenimenti vari.

Chi sarebbero gli organi competenti i vigili? No , come potrebbero non conoscendo la situazione preesistente a multare gli "spezza lastre"?.

 

Anche qui bisogna rendere la normativa più rigorosa fotografando la situazione preesistente l'occupazione di suolo pubblico e chiedendo cauzione alle ditte per la rottura o sgretolamento di lastre e porfido.

E' certo un lavoro in più per gli uffici tecnici ma un costo azzetrato per l'amministrazione a beneficio tutto per i cittadini.

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Arriva il bici plan

(di Vittorio Bertola) 04.07.13 10:45

Ho raccontato spesso che il momento in cui decisi di impegnarmi in politica a livello comunale fu quando, percorrendo per l’ennesima volta la pista ciclabile di corso Vittorio da piazza Rivoli a piazza Bernini, rischiai per l’ennesima volta di investire un cliente dell’edicola che il Comune vi aveva genialmente collocato in mezzo (da qui anche l’idea per il video di presentazione della lista).

Da quando siamo stati eletti solleviamo problemi relativi alla viabilità ciclabile, e da quando siamo stati eletti ci viene risposto che bisogna aspettare l’approvazione di un “bici plan” omnicomprensivo, in cui saranno contenute le soluzioni a tutti i problemi. Ci sono voluti solo tre anni e mezzo (la decisione di farlo risale a inizio 2010) ma alla fine ce l’hanno fatta, e qualche giorno fa i tecnici del Comune ci hanno ufficialmente presentato il documento.

Devo dire che hanno fatto un gran lavoro, creando effettivamente un documento articolato che arriva fino al livello di dettaglio di dove passeranno e come saranno fatte tutte le future piste ciclabili. E però, secondo noi può essere decisamente migliorato; restano diversi dei problemi che già segnalammo in questo post di un anno fa (con il video dell’indimenticabile pedalata di tre isolati di un terrorizzato Fassino).

In particolare, io vorrei che fossero incorporate le due mozioni che abbiamo presentato da molto tempo e che sono state sospese in attesa di questo momento: quella che stabilisce dei criteri costruttivi per i nuovi percorsi ciclabili, e quella che chiede un vero e proprio “piano parcheggi” per le biciclette (ultimamente, invece di metterne, li tolgono…) occupandosi anche di problemi come la riconsegna delle bici rubate e recuperate.

L’approccio della Città in questi anni, difatti, è stato quello di realizzare percorsi ciclabili un tanto al chilo, puntando più sulla quantità che sulla qualità e solo sui punti facili, tanto che spesso quelle che sui piani risultano linee continue sono in realtà percorsi che al primo semaforo o alla prima rotonda finiscono contro un gradino o direttamente nel nulla del traffico, proprio dove un percorso ciclabile separato servirebbe di più.

Per esempio, per non disturbare troppo le auto, molti dei percorsi recenti sono stati realizzati tirando una riga sul marciapiede con la vernice e mandando le bici a coesistere con i pedoni, spesso in punti strettissimi e trafficati (ad esempio davanti alle Nuove), creando una situazione pericolosa che esaspera la difficile convivenza tra chi cammina e chi pedala.

Anche molti dei progetti contenuti nel bici plan sono così: come è possibile pensare a una pista ciclabile sul marciapiede di via Lessona, che sopra ha di tutto, dalle fermate del pullman ai benzinai? I percorsi promiscui dovrebbero essere utilizzati solo come ultima possibilità, se proprio non ci sono alternative. Piuttosto, bisogna avere il coraggio di restringere lo spazio per le auto, anche a fronte del fatto che il numero di auto in circolazione è comunque in calo, mentre quello di biciclette è in forte aumento; bisogna riequilibrare gli spazi.

Ci sono tante osservazioni possibili, e per questo il nostro gruppo di lavoro sui trasporti invita chiunque a contribuire, lasciando commenti o partecipando direttamente all’elaborazione di proposte di emendamento sul suo wiki. L’ultima osservazione però la faccio io: che è tanto bello per l’amministrazione comunale elaborare un grosso libro dei sogni ciclistici per poi tenerlo nel cassetto perché non ci sono soldi. E’ importante che si definisca fin da subito un piano di finanziamento e di realizzazione delle opere, che poi potrà anche venire aggiustato, ma che preveda di partire subito con qualcosa; altrimenti sarà soltanto stata una presa in giro.

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Anarchia o cazzi propri

(di Vittorio Bertola) 01.07.13 15:54

Sabato sera, alla festa No Tav Valsangone di Rivoli, mi hanno portato a sentire il concerto di Daniele Sepe, e tramite un’amica comune ho avuto anche modo di scambiare alcune parole con lui. Per chi non lo conoscesse, Sepe è un gran musicista e il concerto, mescolando jazz, world music e canto popolare, è stato di livello musicale veramente elevato.

D’altra parte, Sepe è anche un artista dichiaratamente di sinistra, che pubblica i suoi dischi per il Manifesto e non sa se definirsi più anarchico o più comunista; e così, parlando dei partiti che espellono gente ogni minuto senza che nessuno si scandalizzi, il suo esempio è stato “come Rifondazione con Ferrando”, e alla fine si è un po’ lamentato di essere stato depennato da certe manifestazioni da quando ha dato spazio sul palco a Oreste Scalzone; e anche se concordiamo entrambi che il Movimento 5 Stelle ha evitato che la rabbia si riversasse in una insurrezione di piazza, per me questo è un fatto positivo mentre per lui non tanto.

Ora, è chiaro che la sua non è l’ideologia del Movimento, e personalmente quando sento tutti questi discorsi e tutte queste canzoni presi di peso dagli anni ’70, pieni di termini come “compagni” e “proletariato”, provo la stessa sensazione che ho visitando le rovine romane e leggendo le iscrizioni in latino scritte sul marmo: un interessante lascito di qualcosa di completamente morto, in primis non nei contenuti (perché alcune delle analisi possono anche essere ancora attuali) ma nel linguaggio e nel modo di porli. E se sento definire Scalzone “una persona che ha pagato quello che doveva alla giustizia” mi sento proprio poco d’accordo, dato che trent’anni di latitanza a Parigi in attesa della prescrizione non mi sembrano esattamente il pagamento che era dovuto.

D’altra parte, l’incontro fortuito è stato positivo; lui è stato fortunato a incontrare credo l’unico eletto del Movimento 5 Stelle nel raggio di cento chilometri che sapesse almeno a grandi linee chi è Oreste Scalzone, e io sono stato fortunato a sentire un punto di vista ragionato e diverso dal mio, visto che chiudersi in un gruppo di gente che la pensa tutta uguale e si dà sempre ragione a vicenda non fa bene alla salute, anzi dissecca il cervello.

Perché, indubbiamente, il passato ritorna ed è preoccupante che si affronti il presente senza conoscerlo. Sepe ha chiuso il concerto con la Ballata di Franco Serantini tracciando un paragone tra quest’ultimo e Stefano Cucchi, ed è vero che quarant’anni dopo in Italia si continua a morire di polizia, anche se negli anni ’70 la polizia ammazzava manifestanti e attivisti politici, e oggi ammazza ultrà e persone fragili. Il “né di destra né di sinistra” del Movimento 5 Stelle è dunque un passo avanti verso forme politiche nuove, oppure è un passo indietro verso l’ignoranza della storia?

La verità è che “né di destra né di sinistra” non vuol dire privo di idee, e forse nemmeno privo di ideologie. Ci sono molte ideologie non posizionabili sul tradizionale “arco costituzionale”, e quella che ci viene più spesso attribuita è il qualunquismo, il populismo. Secondo me è un errore; non ho mai avuto il piacere di chiacchierare con Grillo di queste cose, ma vedendo la sua casa piena di libri e leggendo la sua storia personale mi sembra chiaro che il suo retroterra culturale e politico non è il qualunquismo, ma è l’anarchia disillusa del suo grande amico Fabrizio De André; anarchia che peraltro è anche alla base concettuale dell’invenzione di Internet, e di qui il suo trovarsi con Casaleggio.

Il Movimento 5 Stelle è – magari inconsapevolmente – un movimento anarchico, ma ben lontano dall’anarco-insurrezionalismo dei centri sociali, che è “né di destra né di sinistra” perché si è spinto talmente avanti da uscire dal bordo sinistro dello schermo; se mai, viene dal libertarismo americano degli hacker e dei fondatori della rete e in parte anche dall’anarco-capitalismo alla Ron Paul, contemperati però con tradizioni anarchiche europee come il rifiuto della delega elettorale, l’antimilitarismo, l’autogestione dal basso, l’attenzione agli ultimi della società, la rivendicazione della comunità dei beni essenziali.

E’ un movimento che non aspira a distruggere il sistema insorgendo nelle piazze, ma abbracciando la democrazia per svuotarla della gerarchia. Per questo è così tremendamente pericoloso per il potere: perché per la prima volta lo potrebbe distruggere con i suoi stessi mezzi. E per questo è, effettivamente, una forma politica nuova e tutt’altro che priva di obiettivi di lungo termine e di coerenza ideale.

C’è, però, un problema: che un conto è provare a essere “né di destra né di sinistra” in un quadro concettuale chiaro come questo, e un conto è esserlo per (nessuno si offenda) ignoranza, perché in tal caso l’azione politica, oltre a perdere di efficacia, può diventare disastrosa. Un bell’esempio è quel che sta accadendo nei nostri gruppi parlamentari.

Nella politica tradizionale, difatti, le persone si riferivano a un ideale e spesso erano pronte persino a morire per esso. Più prosaicamente, nella politica piccina di questi anni, i politici di professione hanno comunque almeno la voglia di fare politica, il che li spinge a cercare perlomeno di farla il più a lungo possibile. L’impressione è che nel nostro gruppo parlamentare siano finite anche persone che non solo non hanno alcun ideale e alcuna cultura politica che gli permetta di averne a ragion veduta, ma non hanno nemmeno alcuna particolare voglia di fare politica; ci son finite per caso o perché hanno visto l’occasione di trovare un lavoro molto ben retribuito, indipendentemente da quale fosse.

E’ chiaro che se una persona non ha ideali, ma solo pragmatismo, e nemmeno tanta passione di fare politica, a quel punto prevale il pragmatismo supremo, quello degli interessi personali. E così, si farfugliano tre parole un po’ a caso sulla “democrazia interna” e sul “sistema feudale”, probabilmente senza nemmeno ben capire cosa vogliono dire, come scusa per andare a farsi i cazzi propri e per attirare l’occhio della televisione compiacente, da bravi protagonisti del “rotocalco cafone” di cui parlava De André.

Insomma, un movimento politico che non sappia promuovere nei propri militanti un ideale forte sarà sempre soggetto a continue fughe e problemi di personale, perché è proprio il credere in un ideale che porta le persone, almeno ogni tanto, a non fare il proprio interesse, e a metterlo in secondo piano rispetto all’obiettivo collettivo; e perderà di efficacia, perché il pragmatismo può dettare la tattica, ma è l’ideale a dettare la strategia.

Credo dunque che al Movimento 5 Stelle non manchino, come talvolta viene contestato, un progetto politico e un quadro ideale di riferimento. Manca, se mai, la capacità di trasmetterlo coerentemente ai propri attivisti e di assicurare che almeno chi viene scelto per le posizioni elettive di maggior responsabilità lo abbia approfondito, compreso e accettato nel profondo, distinguendo tra una visione anarchica della società della rete e il mero individualismo senza valori. E su questo, davvero, bisognerebbe lavorare.

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Un passo avanti per il piemontese

(di Vittorio Bertola) 28.06.13 11:21

La festa di San Giovanni, patrono di Torino, è da decenni un appuntamento fisso per tutta la città; centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per il corteo storico e per i fuochi. Eppure, non è sempre stato così; l’evento attuale è il frutto di una scelta di oltre quarant’anni fa, quando, in un periodo di grandi cambiamenti sociali, si volle rilanciare il festeggiamento di un appuntamento tradizionale.

Tuttavia, dopo quarant’anni, il corteo storico di domenica scorsa rischia di essere anche l’ultimo. Lo storico organizzatore, l’Associassion Piemonteisa, versa in condizioni economiche difficili, oltre che nella necessità di un rinnovamento generazionale che fatica ad avvenire.

In questi quarant’anni l’atteggiamento verso la lingua e la cultura del Piemonte è molto cambiato: in peggio. Scambiando la perdita di identità per l’arrivo della modernità, è diventato di moda liquidare la storia millenaria del Piemonte come un residuo del passato, un bagaglio culturale da “barotti” e da ignoranti, difeso solo da una manciata di associazioni, pro loco e gruppi folkloristici spesso impegnati a litigare tra di loro. Peggio ancora ha fatto la strumentalizzazione politica che ne ha operato la Lega Nord, confondendo il piano della difesa di una tradizione culturale con quello di insensate rivendicazioni separatiste.

Eppure la diversità culturale, in un mondo di globalizzazione e di massificazioni imposte dall’altro, è un tesoro fondamentale per chi ancora ce l’ha. E’ un tesoro anche economico: pensate a quanti turisti volano in Irlanda affascinati anche dalla cultura celtica e dalla lingua gaelica, la quale peraltro è parlata soltanto da poche decine di migliaia di persone, molte meno di quante parlano piemontese. E’ un carattere distintivo che, nella famosa “competizione tra territori” di cui spesso i politici si riempiono la bocca, può fare la differenza tra Torino e una qualsiasi altra città del mondo.

Basta varcare le Alpi per scoprire come la cultura tradizionale italiana, con i suoi mille campanili, sia considerata affascinante e preziosa. Si trovano rapporti e relazioni dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa che non solo considerano il piemontese una vera e propria lingua, con tanto di sue varianti e dialetti locali in giro per la regione, ma ne segnalano con allarme il rischio di estinzione nel giro di un paio di generazioni: perché noi non lo tramandiamo più ai giovani e lo utilizziamo sempre di meno, e una lingua non usata regolarmente è destinata a morire. E se indubbiamente in questo momento le priorità sono altre, le persone senza lavoro e senza casa, l’orologio comunque va avanti e la tradizione si perde un po’ ogni giorno.

Bisogna dunque entrare in un’ottica europea, in cui la cultura tradizionale di ogni regione va difesa come una ricchezza, senza per questo pretendere inesistenti superiorità. Il piemontese non è meglio o peggio del friulano, del siciliano, dello yoruba parlato in Nigeria o del cantonese e dei suoi 70 milioni di nativi; però è storicamente radicato qui e dunque, se non lo difendiamo noi, non lo difenderà nessuno.

Eppure, a livello politico, siamo ancora fermi al riconoscimento del piemontese tra le lingue minoritarie italiane che necessitano di tutela, inserendolo nella lista della legge 482 del 1999, che al momento, per il Piemonte, contiene il walser, l’occitano, il francoprovenzale e il francese; lo deve fare il Parlamento. L’anno scorso è stata lanciata una campagna denominata Piemont482, che ha visto molti comuni medi e piccoli esprimersi a favore di questo riconoscimento. La Città di Torino, però, nonostante vari tentativi, non si era mai espressa a favore, spesso liquidando superficialmente la proposta come “leghista”.

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La ballata dell'eroe

(di Vittorio Bertola) 26.06.13 17:56

Trent’anni fa a Torino veniva assassinato il procuratore Bruno Caccia, magistrato integerrimo che aveva già segnato la storia della giustizia torinese, come pubblico ministero nel processo contro i capi delle Brigate Rosse, e poi indagando sul riciclaggio mafioso di denaro sporco tramite i casinò, sulla corruzione in politica (cadde la giunta Novelli, otto anni prima di Mani Pulite) e su tanti altri affari scomodi.

L’inchiesta concluse che ad ucciderlo era stata la ndrangheta, nella persona di Domenico Belfiore, poco più che un ragazzo. Ma quanto è credibile che un giovane esponente della ndrangheta, che non ha mai ucciso magistrati e tantomeno al Nord, prenda da solo una iniziativa del genere, perdipiù proprio la sera delle elezioni politiche, un’ora dopo la chiusura dei seggi?

Emersero storie inquietanti, connessioni con la mafia siciliana e i servizi segreti. Si scoprì che già allora la ndrangheta era ben introdotta a Torino, che almeno cinque magistrati, colleghi di Caccia, intrattenevano rapporti con essa. Tutto questo, però, finì in niente: a parte l’esecutore materiale, non si è mai scoperto chi ha deciso che Caccia doveva morire e perché. E, trent’anni dopo, si riscopre che la situazione è come allora, se non peggio: l’inchiesta Minotauro riporta alla luce i rapporti tra politica e ndrangheta, le telefonate per chiedere voti, interi quartieri costruiti in base all’accordo tra un sindaco e le locali calabresi; la criminalità organizzata che ritiene di avere le spalle coperte dal potere e dallo Stato che dovrebbe combatterla.

Oggi in Sala Rossa Bruno Caccia è stato commemorato con grande partecipazione, ma anche con un vago senso dell’assurdo, a sentire un esperto come il professor Sciarrone dire che non è credibile che i politici che telefonano agli ndranghetisti per chiedere i voti non sappiano con chi stanno parlando, a sentire Caselli ribadire (come stamattina al processo) che la politica fa troppo poco, e poi a sentire la prolusione del sindaco Fassino, cioé proprio un politico che, sicuramente a propria insaputa, è stato oggetto di una di quelle telefonate.

L’Italia è piena di storie così, di persone che “quando gli dissero di andare avanti” si sono spinte troppo lontano a cercare la verità, e per questo sono diventate eroi morti. Per gli eroi morti si celebrano i riti e a Caccia Torino ha dedicato una targa, una piazza e l’intero palazzo di giustizia, nonché la cascina sequestrata ai Belfiore e data in gestione a Libera. Per questo, se non tutti, molti sanno chi era Caccia: un magistrato ucciso dalla ndrangheta. Non sanno, però, su cosa aveva indagato, e che interessi stava toccando, e che quegli interessi non riguardavano solo quelli che nel gioco del potere hanno la parte dei cattivi, ma anche quelli che hanno la parte dei buoni. E’ proprio in questo oblio che la figura di Caccia viene ancora ed ancora privata della verità, e del pericolo che essa costituiva per una parte del potere.

Da trent’anni la famiglia di Bruno Caccia attende di sapere perché è morto; lo chiede ancora oggi, in una lettera aperta. Chiede una riflessione perché Bruno Caccia non resti soltanto un nome su una medaglia, perché si riapra la discussione scomoda su quale sia oggi il vero ruolo e il vero potere della criminalità organizzata rispetto allo Stato. Senza questa discussione, saremo condannati a vivere una bugia: quella per cui davvero, in Italia, le mafie e lo Stato siano sempre acerrimi nemici.

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Piccola grande vittoria sulla "Superfondazione"

(di chiara appendino) 22.06.13 13:31

Essere un buon Consigliere Comunale molto spesso vuol dire non tanto entrare in grandi scelte generali o abbracciare posizioni ideologiche, ciò che di norma è considerata l' "alta politica", ma soprattutto discutere nel merito questioni prettamente operative che hanno tuttavia un impatto quotidiano, di medio e lungo termine, sulla vita dei cittadini.
Per questa ragione noi consiglieri comunali siamo definiti "amministratori pubblici": come bravi amministratori siamo incaricati di far si che ciò che non è nostro, ma della comunità, funzioni nel miglior modo possibile.

In questo modo, dunque, spendiamo gran parte del nostro tempo dedito alla Città: studiamo le delibere per capirle e cercare di migliorarle, ove possibile, anche in base al confronto di idee e giudizi che emergono nelle commissioni tematiche.

Così è più di un anno che in commissione cultura, ma anche sui principali quotidiani cittadini, si discute della oramai nota "Superfondazione", un nuovo ente che dovrebbe nascere accorpando la Fondazione Torino Musei (che al suo interno ricomprende GAM - Palazzo Madama - Borgo Medioevale - MAO), il Castello di Rivoli e l'Associazione Torino Città Capitale Europea (quella che fornisce ad esempio l'abbonamento ai musei).

La delibera che avviava questa procedura di "fusione", con l'approvazione delle relative linee di indirizzo che definiscono il percorso che gli enti coinvolti dovranno seguire, è approdata martedì in aula.

Un'operazione del genere, come sosteniamo oramai da tempo e abbiamo ribadito più volte in commissione, richiede, ancora prima di poter fare valutazioni di politica culturale, che siano compiute delle analisi approfondite dal punto di vista sia della progettualità culturale sia della sostenibilità economico-finanziaria.

Vi sembrerà incredibile ma la delibera è arrivata in aula senza alcuna risposta precisa a questi fondamentali quesiti, necessari per poter dare una reale valutazione ad un progetto tanto importante:

1. un business plan con il dettaglio dei costi, degli interventi di razionalizzazione e degli impegni finanziari nel medio-lungo termine di tutti gli enti coinvolti;
2. uno studio di fattibilità che analizzi rischi e oppportunità, costi e benefici;
Ebbene, non c'era nulla di tutto ciò.

Ma come si fa a gestire con tanta superficialità la cosa pubblica?
Come è possibile che gli stessi assessori proponenti (Braccialarghe in Comune e Coppola in Regione), non sentano la necessità di avere qualche certezza prima di intraprendere una strada politica tanto importante?
Sulla mera speranza non ci si può e non ci si deve muovere!

La costituzione di nuovi enti non può essere un salto nel buio, in particolare quando si parla di fondazioni. Quegli stessi enti per i quali la Corte dei Conti nel 2010, nella sua pronuncia sul consuntivo dell'anno, evidenziava "un'elevata spesa dell'ente a favore delle fondazioni, alcune delle quali con rilevanti perdite".

Cosa fare, allora? In qualità di consiglieri ci siamo così trovati ad usare le uniche carte che avevamo a disposizione in base al regolamento: l'ostruzionismo da un lato e le proposte di merito dall'altro.

Abbiamo così presentato 400 emendamenti che, di fatto, bloccavano la votazione della delibera nella giornata prevista e, contestualmente, 3 proposte di merito in cui chiedevamo di produrre la documentazione sopra richiesta nel breve periodo.

Un ricatto? No, dinamiche d'aula per usare al meglio i mezzi a nostra disposizione. Possiamo definirla una tattica grazie alla quale, in seguito ad una negoziazione, in cambio del ritiro degli emendamenti ostruzionistici, siamo riusciti a ottenere l'approvazione degli emendamenti di merito presentati!

Ora dovranno, per proseguire nel percorso di creazione di questa "super fondazione" produrre quegli studi per noi fondamentali.

Non so se si possa procedere sempre così e per fortuna non siamo sempre costretti a farlo, ma questa volta mi sento di poter dire di aver fatto quanto in mio potere di fare per adempiere al meglio al mio ruolo di amministratore.

Aspettiamo quindi con ansia la documentazione richiesta per poter finalmente studiare il progetto a fondo e capire che impatto avrà sul mondo della cultura.

Rimane l'amarezza di dover constatare che quella che dovrebbe essere la normalità, è stata, purtroppo, in questo caso un'eccezione.

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L'urbanistica non è mai stata così vicina ai cittadini....

(di Viviana Ferrero (detta Vivi Rosso)) 22.06.13 11:28

referente del gruppo Ivan Lagrasta

Il neonato gruppo di lavoro denominato Urban ha voluto per prima cosa mappare
le situazioni di forte criticità con problematiche urbanistiche come consumo di
suolo, eccessiva cementificazione, necessarie bonifiche ecc.presenti sul
territorio torinese con l'intento di arrivare ad una definizione grafica,
realizzata grazie ad una mappa e diverse bandierine di identificazione, che
permetta ai cittadini di visualizzare le aree già oggetto di indagine e
segnalare quelle ancora in pericolo.

Innanzitutto la previsione del piano regolatore di una popolazione cittadina
di ben 1.136.000 abitanti è assolutamente errata in quanto ci attestiamo sulle
900.000 unità con tendenza alla decrescita e la speculazione edilizia è sotto
tutti i punti di vista un suicidio collettivo, sia per i cittadini che per i
costruttori.

Infatti continuare ad avere troppa offerta di immobili civili rispetto alla
richiesta non farà che svalutare gli immobili esistenti. Inoltre un numero
sempre maggiore di immobili vuoti porterà a sempre maggiori occupazioni e a
problemi di ordine pubblico.

Le varianti sino ad ora analizzate sono la 101 area Borsetto alla Falchera
con una previsione di circa 350 nuovi appartamenti in un'area che vorremmo
rimanesse il polmone verde per i condomini esistenti.

La variante 221 dell'area Thyssenkrupp
, anche qui oggetto di un grosso
insediamento abitativo.

L'area Westing house dove doveva nascere la biblioteca progettata
dall'architetto Bellini con un progetto costato ai cittadini ben 16 milioni di
euro, mai realizzato.

Degno di nota il paliazzo della regione progettato da Fuksas prima un
progetto da realizzarsi nell'area dell'ex Materferro,poi con il cambio di
giunta da Ghigo a Bresso fu deciso di riqualificare l'area ex industriale di
Nizza Millefonti (che comprende anche il Lingotto), con un investimento per il
solo progetto di 20 milioni di euro.
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