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mercoledì 29 luglio 2015, 16:19

Profughi, tra mito e realtà (4)

Nelle tre puntate precedenti abbiamo visto qual √® la differenza tra i profughi e i normali immigrati, quali sono i requisiti per avere l’asilo politico e qual √® il percorso che compiono i profughi dall’arrivo all’integrazione. In questa ultima puntata affronteremo alcune delle questioni che pi√Ļ fanno discutere i giornali: qual √® il trattamento dei profughi, quanto ci costa, chi ci guadagna, e quanto funziona il sistema.

I media sono pieni di articoli scandalistici a proposito dell’accoglienza: i profughi in alberghi di lusso, i profughi che rifiutano e sprecano il cibo, i profughi che intascano 35 euro al giorno a spese nostre. Cosa c’√® di vero? Come abbiamo visto, dopo l’accoglienza, i profughi hanno diritto a vitto, alloggio e corsi di formazione a spese dello Stato italiano, in teoria fino a che non diventano integrati e autosufficienti; in pratica, fin che c’√® posto nel sistema e per un periodo molto variabile ma tipicamente compreso tra uno e due anni dall’arrivo in Italia.

Pi√Ļ precisamente, √® sufficiente leggere uno dei capitolati degli appalti prefettizi per le strutture di emergenza, che hanno ormai le stesse condizioni dei progetti SPRAR, per sapere nel dettaglio cosa lo Stato italiano fornisce agli immigrati: l’alloggio compresa la pulizia, tre pasti al giorno composti di primo, secondo, contorno e frutta/dolce e personalizzati per i gusti e i divieti religiosi di ogni profugo (qui le indicazioni dettagliate), i vestiti, i prodotti per l’igiene, almeno dieci ore settimanali di corso di italiano, una tessera telefonica da 15 euro al momento dell’arrivo, e poi un fondo di 2,50 euro al giorno in contanti, che viene solitamente usato per pagare le spese telefoniche e/o le sigarette.

Oltre a questo, vengono messi a disposizione servizi da usare in caso di necessit√†: mediazione culturale, accesso ai servizi pubblici (sanit√†, trasporti ecc.) e aiuto per usarli, aiuto per accedere ai centri per l’impiego e trovare borse lavoro e altre opportunit√† lavorative (tranne che nei primi sei mesi da richiedente asilo, in cui √® vietato lavorare), aiuto per richiedere la casa popolare se se ne ha diritto, organizzazione di eventi e momenti di integrazione con la comunit√† locale, tutela legale e altro ancora, compreso il sostegno per il passaggio all’autonomia; per esempio, si pagano le spese perch√© il profugo prenda la patente di guida, e a fine progetto spesso al profugo vengono pagati un paio di mesi di affitto di una nuova casa e persino i mobili per arredarla.

Da dove viene allora la cifra di 35 euro al giorno a testa? Quello √® il costo standard che lo Stato italiano paga per garantire quanto sopra ai profughi, dandolo ai suoi fornitori, che sono i Comuni (che poi subappaltano alle associazioni) nel caso dello SPRAR, mentre sono direttamente cooperative ed entit√† del terzo settore nel caso dei CPSA/CDA/CARA e nel caso delle strutture straordinarie prefettizie; in quest’ultimo caso spesso sono coinvolti, direttamente o con subappalto dalle cooperative, gli albergatori del territorio.

La cifra pu√≤ variare per categorie speciali di ospiti (per esempio per i minori adesso la cifra standard √® 45 euro al giorno a testa) ed √® variata nel tempo; per la gi√† citata Emergenza Nord Africa, per esempio, era normale che le prefetture pagassero dai 40 euro in su. Trattandosi di appalti, possono verificarsi dei ribassi di gara; per esempio, nell’ultimo appalto prefettizio concluso per Torino citt√† sono stati appaltati cento posti a 34,50 euro e altri sessanta posti a 29 euro. A queste cifre si aggiunge l’IVA, che a seconda del tipo di fornitore del servizio pu√≤ andare da zero al 22%.

In media, dunque, ogni profugo costa allo Stato italiano tra i 1000 e i 1200 euro al mese; di questi, solo 75 finiscono direttamente in mano al profugo, mentre il resto viene pagato a intermediari italiani in cambio dei servizi di cui sopra.

Da un certo punto di vista, √® comprensibile la rabbia degli italiani pi√Ļ poveri, visto che lo Stato italiano, ai milioni di esodati, disoccupati, precari e pensionati al minimo che spesso per decenni hanno pagato tasse e contributi alle casse nazionali, non fornisce affatto il vitto e solo in piccola parte fornisce l’alloggio, e mai gratis; e spesso offre sussidi e prestazioni che sono ben inferiori ai mille euro al mese abbondanti spesi per ogni profugo. Questa √® una disparit√† di trattamento che, a fronte dei numeri in aumento, va affrontata o determiner√† una moltiplicazione delle proteste e delle guerre tra poveri.

E la spesa √® enorme: basta moltiplicare una media di 1100 euro al mese per gli almeno 70.000 posti attualmente garantiti e per dodici mesi per arrivare attorno al miliardo di euro annuo, senza contare il costo di tutto il resto: dei soccorsi in mare, dei trasporti di profughi in giro per l’Italia, delle strutture burocratiche di gestione delle domande di asilo e dell’accoglienza.

Spesso i fautori dell’accoglienza cercano di minimizzare il problema sostenendo che l’accoglienza dei profughi in realt√† non ci costa, perch√© √® pagata dall’Europa; questo per√≤ √® falso, intanto perch√© gli stanziamenti europei dell’AMIF (fondo per l’asilo, le migrazioni e l’integrazione) sono di tre miliardi di euro totali per tutta Europa per sette anni non solo per i profughi ma per tutti gli immigrati, e quindi coprono solo una piccola parte delle spese; e perch√© comunque i fondi europei non crescono sugli alberi, ma arrivano anch’essi dalle tasse degli italiani. Allora le stesse persone parlano del ritorno economico che i profughi porteranno lavorando, ma allora il problema √®: quanto lavoreranno e produrranno i profughi? E di questo parleremo pi√Ļ avanti. Nel frattempo, il problema del costo crescente dell’accoglienza c’√®, ed √® irrisolto.

D’altra parte, va per√≤ rimarcato che i mille euro abbondanti al mese non vanno affatto a finire nelle tasche dei profughi, ma in quelle di un mondo di cooperazione italiana vicina alla politica di cui tra poco parleremo; anzi, vien da pensare che se invece di dare 1100 euro al mese alle cooperative ne dessimo 400 a ciascun profugo, noi spenderemmo un terzo e loro vivrebbero anche meglio.

Le proteste dei profughi, dunque, possono sembrare e spesso sono un segno di ingratitudine o un tentativo di rompere le scatole per avere ancora qualcosa in pi√Ļ; ma possono anche essere invece il segnale che l’intermediario italiano sfrutta la situazione peggiorando i servizi e maltrattando i profughi per lucrare sulla situazione. Magari il profugo rifiuta il cibo perch√© √® un ingrato schizzinoso, o magari lo rifiuta perch√© la cooperativa gli d√† il mangiare del cane per aumentare i propri utili: chiss√†.

Di scandali sull’accoglienza, difatti, ne sono usciti gi√† molti; per esempio quello, collegato all’indagine Mafia Capitale, del sottosegretario NCD Castiglione che avrebbe contribuito alla manipolazione delle gare d’appalto per il CARA di Mineo. Ma anche quando tutto √® fatto a norma di legge, √® indubbio che a guadagnare dall’accoglienza siano ambienti vicini alla politica e/o molto chiacchierati.

A Torino, per esempio, l’appalto prefettizio per accoglienza profughi dello scorso marzo √® stato aggiudicato (per quanto reso pubblico al momento) prevalentemente a due diverse entit√†. Il lotto 2, pi√Ļ altri lotti in provincia per un totale di 260 posti a 34,50 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.466.750 euro + IVA, √® stato vinto dal raggruppamento tra Liberi Tutti, cooperativa sociale della galassia cattolica vicina al Sermig, e il centro Babel di via Ceresole, associazione della galassia di Terra del Fuoco di Michele Curto, attuale capogruppo di SEL in Comune. Il lotto 1, pi√Ļ altri lotti in provincia per un totale di 257 posti al prezzo molto pi√Ļ scontato di 29 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.049.575 euro + IVA, √® stato vinto dalla cooperativa L’Isola di Ariel, che gestisce da anni il centro di accoglienza di via Aquila, e che assurse all’onor delle cronache per i suoi legami con Giorgio Molino, noto come “ras delle soffitte” per la sua attivit√† di affittacamere agli immigrati (ma anche al Comune, che nelle case di Molino ha messo anche i rom sfollati da Lungo Stura Lazio, ovviamente a pagamento) a condizioni non proprio di favore.

E’ molto difficile capire dall’esterno quali siano i veri costi di ospitare e mantenere i profughi; dipende molto dalla qualit√† del servizio fornito e dal fatto che tutto ci√≤ che √® previsto e remunerato dall’appalto venga effettivamente svolto, cosa su cui i controlli, secondo gli stessi dirigenti dello SPRAR, lasciano molto a desiderare, specie per gli appalti prefettizi.

E cos√¨, non sappiamo se questi operatori siano dei benefattori che si fanno carico per motivi ideali di una complessa emergenza sociale, come loro stessi generalmente si presentano, o se davvero, come spesso si dice in rete, tutto il sistema dell’accoglienza, gonfiato in Italia molto pi√Ļ che altrove dalla grande “generosit√†” con cui si accolgono anche i profughi che non saremmo obbligati ad accettare e dalla (voluta?) inefficienza che prolunga a dismisura i tempi dell’accoglienza in attesa della risposta alla domanda di asilo, sia mirato a trasferire denaro pubblico verso ambienti politicamente protetti.

Sta di fatto che alla fine potrebbe valere la pena di spendere tutti questi soldi se servissero a integrare i profughi, a trasformarli in persone produttive e inserite nelle regole e nella società italiana, capaci di restituire nel tempo col loro lavoro il dono di accoglienza ricevuto dagli italiani, e di diventare italiani loro stessi. Ma è così?

Per saperlo, basta guardare un ultimo grafico dell’Atlante SPRAR 2014 (pag. 46): quello che mostra i motivi per cui i profughi escono dal programma.

Solo il 31,9%, meno di uno su tre, ne esce per “integrazione”; e guardate che per lo SPRAR “integrazione” √® anche, semplicemente, avere una borsa lavoro precaria di tre mesi, dopo la quale il profugo sar√† di nuovo in mezzo alla strada e senza pi√Ļ supporto. Quasi nessuno (0,3%) sceglie di tornare in patria; il 5% viene allontanato, ovvero buttato fuori dal programma perch√© si comporta male e non rispetta le regole di convivenza, o addirittura delinque.

Il resto è quel 63%, la stragrande maggioranza, che si perde per strada; o a un certo punto sparisce e se ne va a cercar fortuna altrove, oppure viene buttato in mezzo alla strada per fine dei termini, senza aver conseguito la minima integrazione, e magari senza nemmeno avere imparato la lingua (o perché non si è applicato, o perché i corsi di italiano forniti dal gestore erano pessimi o inesistenti).

Quindi, alla fine, tutta questa enorme spesa non serve quasi a niente, se non a produrre decine di migliaia di disadattati privi di qualsiasi forma di reddito, che per sopravvivere nella maggior parte dei casi non potranno fare altro che occupare edifici altrui, rubare e delinquere o perlomeno arrangiarsi nella zona grigia ai margini della societ√†, creando probabilmente dei ghetti fuori controllo, come √® gi√† successo al MOI con l’avanguardia reduce dall’Emergenza Nord Africa. E questo ovviamente creer√† sempre pi√Ļ problemi di convivenza con gli italiani e con gli immigrati regolari, e sempre pi√Ļ razzismo.

In sostanza, il sistema dell’asilo politico √® stato concepito per un mondo in cui i profughi erano pochi e ben identificabili; ora viene usato per favorire una immigrazione senza limiti, equiparando la povert√† e le difficolt√† della vita nei paesi in via di sviluppo a una persecuzione politica.

A fronte di questo, il dibattito pubblico troppo spesso cade nella dicotomia ideologica – funzionale a tutti i partiti e a chi sull’immigrazione ci vive, politicamente o economicamente – per cui le uniche due ipotesi in lotta sono l’accoglienza generalizzata “umanitaria”, che per√≤ porta a sfruttare i profughi per poi abbandonarli a morire di fame nelle fabbriche in disuso e a scontrarsi per le strade con la reazione degli italiani, o le sparate salviniane sull’affondare i barconi.

Eppure, ci deve essere una terza via, una via per cui non si lasciano morire questi poveretti, ma non li si accolgono nemmeno tutti. Una migrazione di massa dall’Africa all’Europa, oltre a essere ingestibile, non risolve niente; serve solo ai poteri economici che cercano manodopera senza diritti per eliminare gli ultimi residui di diritti dei lavoratori che ancora esistono, e nel frattempo impoverisce di energie e intelligenze i Paesi africani.

Noi dovremmo accogliere solo le persone che sono veramente in pericolo di vita per guerre e persecuzioni, e farlo anche pi√Ļ degnamente di oggi. Per il resto, gli africani dovrebbero poter rimanere a casa loro a lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anzich√© fare gli schiavi qui. Per fare questo servono regole chiare e serve la capacit√† di farle rispettare, senza per questo abbandonare la gente in mare, ma senza nemmeno farci prendere in giro dal senegalese che si dichiara siriano o perseguitato politico per avere un permesso di soggiorno.

Comunque la pensiate, spero che queste quattro puntate cos√¨ lunghe e approfondite vi siano state utili a saperne un po’ di pi√Ļ, e a costruirvi una opinione informata e basata sui fatti. E, come sempre, da portavoce sar√≤ lieto di sentire le vostre opinioni.

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giovedì 23 luglio 2015, 14:20

Profughi, tra mito e realtà (3)

Abbiamo gi√† visto chi sono i profughi e quali sono i requisiti per essere riconosciuti tali, evidenziando alcune anomalie tutte italiane come i tempi lunghissimi per la valutazione delle richieste di asilo e la quantit√† molto elevata di permessi umanitari concessi a chi non avrebbe i requisiti per la protezione internazionale. In questa puntata vorrei invece raccontarvi il percorso che compie un profugo dall’arrivo in Italia alla eventuale integrazione.

Bisogna premettere che non √® semplicissimo per un Paese essere pronto a gestire ondate migratorie improvvise; gli arrivi, difatti, seguono le situazioni geopolitiche e variano velocemente. Per esempio, se nel 2010 gli sbarchi erano stati poco pi√Ļ di 4000, nel 2011, grazie alle “primavere arabe”, furono oltre 60.000; gi√† in quel caso il sistema di accoglienza and√≤ completamente in crisi, con migliaia di persone ammassate a Lampedusa che alla fine costrinsero il governo, impreparato a valutare i casi uno per uno, a proclamare la cosiddetta Emergenza Nord Africa (ENA) e a dare un permesso di soggiorno umanitario a tutti gli sbarcati indistintamente, spendendo un miliardo e trecento milioni di euro per ospitarli a far niente per un paio d’anni, per poi abbandonarli in mezzo a una strada, con 500 euro di buonuscita in mano, alla scadenza dell’emergenza a inizio 2013 (a Torino, molti di questi sono poi andati a trovarsi un tetto occupando il MOI).

Questo, comunque, √® stato solo l’antipasto, come dimostrato dalla progressione degli sbarchi negli anni successivi: nel 2012 furono solo 13.000, nel 2013 43.000, nel 2014 170.000 e nel 2015 si potrebbe arrivare a 200-250.000. A tutti questi l’Italia deve dare soccorso e prima accoglienza; poi, come detto, circa met√† sparisce ed entra in clandestinit√† cercando di andare a farsi accogliere in altri Paesi europei, mentre l’altra met√† presenta la domanda di asilo, che d√† diritto in s√© a mediamente un anno di vitto e alloggio, dopo il quale in pi√Ļ di met√† dei casi la domanda viene accolta, dando diritto a un percorso di ospitalit√† e integrazione di un altro annetto e al soggiorno in Italia a tempo indeterminato (a meno che non decada la situazione personale per cui si √® avuto asilo).

Pertanto, alla fine di quest’anno l’Italia dovrebbe trovarsi a ospitare oltre 100.000 richiedenti asilo sbarcati nel 2015 e in attesa di valutazione, pi√Ļ circa 40.000 sbarcati nel 2014 e riconosciuti come meritevoli di protezione, pi√Ļ i rifugiati degli anni precedenti che sono ancora inseriti nei progetti di integrazione; oltre a questi, sul territorio restano decine di migliaia di sbarcati entrati in clandestinit√†.

Se √® vero che rispetto alla popolazione italiana sono numeri ancora piccoli, e che sono altrettanto piccoli rispetto alle quantit√† di rifugiati storicamente presenti in altri Paesi europei, √® altrettanto vero che l’Italia non √® assolutamente organizzata per gestire un afflusso di queste dimensioni: e quindi tutto si improvvisa e nascono i problemi.

Vediamo dunque qual √® il percorso dei profughi partendo dal loro arrivo, che per pi√Ļ di tre quarti (nel 2014)¬†avviene via mare (Atlante SPRAR 2014, pag. 42):

Dopo un lungo e disumano viaggio attraverso il Sahara o lungo il Mediterraneo, gli aspiranti profughi giungono in Libia e da l√¨ si apprestano a partire verso l’Italia. Nonostante l’uso del termine “sbarco”, che fa pensare a zattere che approdano sulla sabbia delle nostre coste dopo giorni e giorni di odissea in mare, in realt√† il viaggio dei barconi oggi dura poche decine di chilometri; per facilitare la traversata evitando tragedie, il soccorso avviene solitamente a 30-40 miglia nautiche dalla Libia, pi√Ļ o meno lungo la linea rossa puntinata che vedete in questa cartina.

Da questa politica nascono le polemiche di chi (compreso il governo inglese) sostiene che soccorrere i profughi cos√¨ vicino all’Africa √® in realt√† un incentivo a mettersi in mare ed √® una delle cause del boom migratorio in atto, vittime comprese, e che se non ci fossero pi√Ļ soccorsi quasi nessuno proverebbe pi√Ļ la traversata. D’altra parte, se di colpo non ci fossero pi√Ļ soccorsi ci sarebbero almeno in una prima fase migliaia di vittime; di qui le proposte di sistemi alternativi, come l’affondamento nei porti libici dei barconi vuoti prima che partano, oppure l’idea di “corridoi umanitari” in cui il viaggio viene organizzato in modo sicuro direttamente dall’Europa, anche se a quel punto si porrebbe il problema di chi ammettere a questi viaggi.

Per ora, al largo delle coste libiche, chi arriva viene soccorso da una nostra nave o, da quando esiste l’operazione europea Triton, da una nave europea; in entrambi i casi, comunque, i profughi vengono trasportati in un porto italiano e consegnati all’Italia.

Quando arrivano, i profughi praticamente sempre non hanno documenti e non sono identificabili; dunque, prima di chiedergli se vogliono presentare domanda di asilo, si pone il problema di identificarli. Prima ancora, per√≤, spesso i profughi sono anche in cattive condizioni di salute, e in questi casi la nave li porta in uno dei CPSA (Centro di Primo Soccorso e Accoglienza), che si trovano a Lampedusa, Pozzallo, Cagliari-Elmas e Otranto; l√¨, i profughi devono rimanere per massimo 48 ore, soltanto per riprendersi e venire curati. In alternativa, se non c’√® bisogno di grandi soccorsi, i profughi vengono portati sempre per massimo 48 ore in un CDA (Centro Di Accoglienza). Sia nei CDA che nei CPSA, il profugo pu√≤ presentare la domanda di asilo; se non la presenta, e non ha altri documenti validi, √® un clandestino e dunque viene trasferito in un CIE per essere poi espulso e rimpatriato.

Se invece, anche senza essere stato ancora identificato, dichiara di voler presentare la domanda, allora il profugo viene trasferito in un CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), nel quale arrivano anche coloro che, invece di sbarcare, si sono presentati a una nostra frontiera via terra o aereo per fare domanda di asilo. In pratica, CARA e CDA sono quasi sempre insieme nello stesso posto; ce ne sono una dozzina, quasi tutti al Sud, e l’unico al Nord √® a Gradisca, per chi arriva dall’Est Europa. Il pi√Ļ grande e famoso CARA √® quello realizzato nella ex base NATO di Mineo, in provincia di Catania; a giudicare dalla frequenza con cui lo dicono in televisione, “caradimineo” √® destinata a diventare una parola comune. Nei CARA si procede all’identificazione del richiedente asilo – che pu√≤ richiedere settimane, essendo necessaria la verifica presso le ambasciate e le anagrafi di Paesi esteri talvolta poco collaborativi – e all’esame della sua domanda di asilo.

Nel momento in cui la domanda viene accolta in una delle tre possibili categorie gi√† viste (rifugiato, protezione sussidiaria o protezione umanitaria), il profugo viene trasferito nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), una rete di centri situati su tutto il territorio nazionale. Fino a questo punto, difatti, tutte le strutture che abbiamo menzionato sono gestite direttamente dal governo centrale, tramite suoi appalti; lo SPRAR, invece, si basa sulla collaborazione tra Comuni e associazioni di volontariato. In pratica, i Comuni partecipano a un bando ministeriale, offrendosi di gestire un certo numero di posti, che in caso di ulteriori necessit√† possono anche venire aumentati dopo l’aggiudicazione del bando, e che vengono poi subappaltati in tutto o in parte alle associazioni; lo Stato paga i Comuni per il servizio, peraltro mediamente con grande ritardo, e i Comuni pagano le associazioni.

In questa fase, il profugo non viene pi√Ļ soltanto ospitato con vitto e alloggio, ma partecipa a progetti di formazione: gli si insegna l’italiano e lo si avvia al lavoro. Lo SPRAR prevede inoltre progetti specifici per richiedenti asilo di categorie deboli, come i malati sia fisici che psichici, le donne in gravidanza e i MSNARA (minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo; ce ne sono pi√Ļ di mille, praticamente tutti dai 15 anni in su).

Al termine del progetto, dunque, il profugo diventa indipendente e autonomo; può mantenersi da solo, pagarsi un affitto e diventare un elemento produttivo e integrato della società, e, dopo dieci anni di residenza legale e continuativa, ottenere la cittadinanza italiana; se è rifugiato o titolare di protezione sussidiaria, ha anche sin da subito il diritto di far venire in Italia tutta la sua famiglia, che ottiene il suo stesso status.

Bene, tutto chiaro? Problema risolto? Beh, se avete letto con attenzione le puntate precedenti ci saranno numerosi punti che non vi tornano: come √® possibile allora che una buona met√† degli sbarcati sparisca senza n√© presentare domanda di asilo n√© venire rimpatriato tramite CIE? E come √® possibile che lo SPRAR, concepito per integrare i rifugiati, in realt√† ospiti per il 61% semplici richiedenti asilo, met√† dei quali si riveleranno in realt√† dei clandestini? E dov’√® la parte in cui il Prefetto invia senza preavviso profughi qua e l√† in giro per l’Italia, suscitando le rivolte dei residenti? (E poi, com’√® la storia dei 35 euro al giorno?)

Vedete, quanto sopra √® la teoria, ma nella pratica, complici i numeri in aumento, il sistema √® quasi collassato. Tra CPSA, CDA e CARA, i profughi vengono portati un po’ dove capita a seconda di dove c’√® posto, soccorsi come si riesce e trattenuti a tempo indeterminato fin che non si trova un altro posto dove metterli, magari perch√© c’√® bisogno di liberare spazio per nuovi sbarchi in arrivo.

Nel frattempo, visto che la legge non specifica bene se l’ospite dei CPSA/CDA/CARA possa o meno andarsene dagli stessi, questi centri tendono a essere organizzati come delle prigioni, similmente ai CIE, ma nessuno ha veramente il diritto di bloccare uno che nonostante le reti scavalca e se ne va, visto che uno sbarcato non ha fatto niente di male e, se ha fatto la domanda, ha anche il permesso per restare in Italia fino alla risposta; quindi, una volta arrivati al CARA quelli che vogliono andarsene se ne vanno, sia prima che dopo aver presentato la domanda (circa al 10% dei richiedenti asilo non si riesce a consegnare la risposta perch√© risultano irreperibili). A maggior ragione, possono andarsene dove e quando vogliono, con un permesso di soggiorno in tasca, tutti quelli inseriti nello SPRAR.

E dato che nemmeno i CIE e il sistema delle espulsioni funzionano, ai richiedenti asilo che ricevono una risposta negativa generalmente viene consegnato un semplice ordine di lasciare il Paese con loro mezzi, col quale escono dalla struttura e ovviamente, invece di rimpatriare, restano in Italia come clandestini, magari per tentare poi di andarsene verso nord. Di fatto, solo una minuscola frazione degli sbarcati viene in qualche modo rimpatriata; il 99% abbondante, avente diritto o meno che sia, resta in Italia o in Europa.

Oltretutto, in alternativa al diventare clandestino, il richiedente asilo a cui √® stata respinta la domanda pu√≤ presentare ricorso in tribunale,¬†spesso incoraggiato dalle stesse associazioni che gestiscono l’accoglienza e dai centri sociali.¬†Siccome il richiedente asilo √® nullatenente, gli avvocati per il ricorso glieli paghiamo noi; e nel frattempo, fino a che non vengono esauriti tutti i gradi di giudizio fino alla Cassazione, il richiedente asilo – nonostante gi√† al primo esame sia stato riconosciuto essere un semplice clandestino – continua ad avere diritto di rimanere in Italia e di venire ospitato, magari per due, tre, quattro anni, per vedere se il tribunale ribalta la decisione della commissione territoriale.

A fronte di tutto questo, e dell’ondata di sbarchi dell’ultimo periodo, le strutture disponibili sono risultate insufficienti e vi √® stata la necessit√† di trovare immediatamente nuove sistemazioni. Per questo il Ministero dell’Interno tramite le Prefetture ha provveduto a reperire strutture in giro per l’Italia per ospitare i profughi, inclusi i richiedenti asilo; sono i cosiddetti “centri di accoglienza straordinaria” o “strutture di emergenza”.

I richiedenti asilo che devono liberare posto nei CARA per i nuovi arrivi vengono dunque o inseriti nei posti SPRAR, che come abbiamo visto ospitano ormai per la maggior parte richiedenti asilo invece che persone gi√† riconosciute come aventi diritto alla protezione, oppure,¬†spesso senza nemmeno avere ancora presentato la domanda di asilo, vengono¬†trasferiti in uno¬†“hub regionale” (in Piemonte, il centro Teobaldo Fenoglio¬†di Settimo Torinese, gestito dalla Croce Rossa) dal quale entro pochi giorni vengono smistati nei posti di emergenza reperiti dalla Prefettura sul territorio, salvo andarsene proprio a questo punto ringraziando per il passaggio offerto dal Sud al Nord che li avvicina all’Europa. L’assegnazione del profugo all’uno o all’altro sistema, a parte le categorie deboli, √® sostanzialmente casuale, a seconda delle disponibilit√†.

Il modello dell’ospitalit√† prefettizia sarebbe simile allo SPRAR: in queste strutture non si dovrebbe fare solo ospitalit√†, ma anche formazione e integrazione. I Comuni per√≤ non vengono coinvolti, se non, quando va bene, in una discussione preventiva col Prefetto su quanti profughi si possano ospitare e dove; dopodich√©, si tratta di un appalto diretto dalla Prefettura alle associazioni e alle entit√† private (albergatori compresi) che ritengono di avere posti da offrire. Succede dunque che i Comuni subiscano l’inserimento di profughi sul loro territorio senza poter dire niente, e che, a differenza dei posti SPRAR per cui i Comuni controllano cosa succede, nei posti prefettizi i controlli sul trattamento dei profughi siano scarsi o nulli; e qui √® dove c’√® pi√Ļ spazio per abusi.

In queste statistiche del Ministero dell’Interno, oltre a trovare l’elenco dei vari centri, potete vedere come ormai l’emergenza abbia preso il sopravvento: alla fine del 2014, dopo le ondate di sbarchi dell’anno, l’intero sistema accoglieva e manteneva oltre 66.000 profughi, quasi il quadruplo di quelli che erano ospitati all’inizio dell’anno; di questi, circa 10.000 erano nelle strutture governative (CPSA, CDA e CARA), circa 20.000 erano inseriti nello SPRAR, e circa 36.000 erano nei posti di emergenza appaltati dalle Prefetture.

E dato che gli sbarchi continuano ad avvenire, questi numeri sono gi√† vecchi; nella prima met√† dell’anno sono stati approntate altre migliaia di posti, quasi tutti gestiti dalle Prefetture; difatti, come visto, i posti necessari entro fine anno dovrebbero essere ben oltre centomila, anche considerando che l’accoglienza nello SPRAR deve terminare entro dodici mesi (tempo in cui il profugo dovrebbe diventare autosufficiente) e quindi c’√® comunque un ricambio.

Ma quanto ci costa tutto questo sistema, da dove vengono i fondi, e chi ci guadagna? E, alla fine, quanto riesce veramente ad accogliere e integrare i profughi, e quale sarà veramente il loro destino? Di questo parleremo nella prossima puntata.

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lunedì 20 luglio 2015, 14:34

Profughi, tra mito e realtà (2)

Nella prima parte vi ho spiegato le basi del concetto di “profugo”. Tuttavia, restano da affrontare diverse questioni controverse, a partire dal come distinguere un profugo da un normale immigrato; una distinzione che √® piuttosto importante, perch√©, mentre l’Italia pu√≤ decidere a proprio piacimento se accogliere o meno un immigrato, esistono accordi internazionali da noi firmati con cui ci siamo obbligati ad accogliere e mantenere i profughi. Nonostante le grandi discussioni sul tema, pochissimi sono andati a leggersi questi accordi; ed √® quello che ho fatto io per voi.

Il concetto di “profugo” (o anche “rifugiato”) come attualmente inteso viene definito nella Convenzione di Ginevra, un trattato internazionale del 1951 con cui gli Stati si obbligarono ad accogliere e mantenere gli stranieri e gli apolidi che si trovavano ancora sul loro territorio dopo la seconda guerra mondiale e che erano stati vittima di persecuzioni razziali, religiose, etniche o politiche, e dunque per questo motivo non potevano rientrare nel loro Paese. Nel 1967, con il Protocollo di New York, questa garanzia venne estesa a tutte le vittime di persecuzioni successive alla seconda guerra mondiale e a tutte quelle future.

A livello europeo, questi due accordi sono stati recepiti da ultimo nella direttiva europea 2004/83/CE, che √® quella che legalmente ci vincola. Questa direttiva ribadisce la definizione legale di “rifugiato”, riprendendo alla lettera quella della Convenzione di Ginevra, e aggiunge per√≤ una seconda categoria di profughi, definiti “titolari di protezione sussidiaria”, che pur non ricadendo nella definizione di Ginevra sono ritenuti meritevoli dello stesso livello di protezione obbligatoria da parte degli Stati.

Da questo testo discendono dunque i seguenti requisiti per poter essere considerati profughi di uno di due tipi diversi:

- rifugiato: uno straniero che non pu√≤ rientrare in patria per “il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalit√†, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale” (art. 2 comma c della direttiva);

- titolare di protezione sussidiaria: uno straniero che non pu√≤ rientrare in patria perch√© “correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno” (art. 2 comma e), dove il grave danno pu√≤ essere esclusivamente una condanna a morte, una qualsiasi forma di tortura oppure “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (articolo 15).

La direttiva specifica inoltre che il diritto all’accoglienza si perde se il profugo ha commesso un reato grave (sia nel Paese di origine, sia in quello che lo ospita) o comunque “rappresenta un pericolo per la comunit√† o la sicurezza dello Stato in cui si trova” (articolo 17), il che, tra l’altro, offre ai Paesi la possibilit√† di non accogliere i profughi se essi ritengono che la loro presenza crei seri problemi di ordine pubblico.

Le due sopra descritte, spesso unificate nel termine “titolari di protezione internazionale”, sono le uniche categorie di persone che l’Italia √® obbligata ad accogliere e ospitare per via dei trattati internazionali e delle norme europee: i perseguitati politici/etnici/religiosi (gli unici che sono “rifugiati” in senso stretto) e le persone che scappano da una condanna a morte o dalla guerra. Anche in questo caso, peraltro, non basterebbe un generico stato di guerra nel Paese d’origine – che peraltro deve essere di “violenza indiscriminata”, non √® sufficiente il terrorismo o qualche scontro ogni tanto – ma la minaccia deve essere “grave e individuale”, ovvero deve esserci uno specifico motivo per cui, durante la guerra, proprio la persona in questione rischierebbe la vita.

Anche la comunicazione dei media √® centrata sull’idea dei profughi come vittime innocenti in fuga dalla guerra, a partire dall’abbondanza di reportage sui terribili drammi dei rifugiati siriani. La verit√†, per√≤, √® un po’ diversa, e per accorgersene basta prendere le prime dieci nazionalit√† dei profughi a cui l’Italia ha concesso l’asilo inserendoli nel programma di protezione SPRAR (dall’Atlante SPRAR 2014, pagina 33):

Nei due Paesi che da soli fanno un quarto dei profughi totali, Nigeria e Pakistan, ci sono terrorismo e scontri religiosi, ma non c’√® nessuna guerra o “violenza indiscriminata”… Ci sono comunque in questa lista diverse nazioni in mezzo a una guerra civile, a partire dal Mali, ma la Siria non √® nemmeno tra i primi dieci, e non lo √® nemmeno l’Ucraina; la maggior parte sono semplicemente Paesi poveri e instabili come tutto il Terzo Mondo. E c’√® anche un altro fattore: dalla guerra ci si aspetta che scappino innanzi tutto donne e bambini, ma l’88% dei profughi sono uomini; per molte delle nazionalit√† sopra citate la percentuale degli uomini √® del 98-99 per cento, fino al 99,6% del Gambia. Se c’√® la guerra e si √® costretti a scappare, non si capisce come mai scappino solo gli uomini e gli elementi pi√Ļ deboli delle famiglie restino l√†.

E’ evidente che gran parte dei profughi non scappa da guerre e persecuzioni ma dalla fame, con la speranza di guadagnare soldi in Europa per rimandarli alla famiglia rimasta al paese; sono quelli che ultimamente i media hanno preso a chiamare “migranti economici“. Ma allora, viste le definizioni ben precise della direttiva europea, come √® possibile che queste persone abbiano aggirato qualsiasi forma di programmazione dei flussi migratori grazie all’ottenimento dell’asilo politico, che sarebbe una prerogativa dei perseguitati?

Questo avviene perch√© l’Italia riconosce di sua iniziativa una terza categoria di profughi, i “titolari di protezione umanitaria”. La legge sull’immigrazione, difatti, dice che un clandestino pu√≤ non essere espulso quando sussistono “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano” (D.Lgs. 286/98, art. 5 comma 6). Questa clausola concede alle Questure la possibilit√† di rilasciare discrezionalmente permessi di soggiorno a chi non ne avrebbe altrimenti diritto; per esempio sono i permessi dati al clandestino che si butta nel fiume per salvare un’altra persona.

Agganciandosi a questo, la legge sull’asilo politico dice che se la commissione territoriale che esamina la domanda verifica che il richiedente asilo non ha i requisiti previsti dalla direttiva europea, perch√© non √® n√® perseguitato n√® in fuga dalla guerra, pu√≤ comunque, invece di espellerlo, chiedere al Questore di concedergli ugualmente il permesso di soggiorno se ritiene che esistano “gravi motivi di carattere umanitario” (D.Lgs. 25/08, art. 32).

Ora, come potete immaginare, “gravi motivi di carattere umanitario” √® una formulazione talmente vaga che le commissioni territoriali, d’accordo con le Questure, possono discrezionalmente accogliere pi√Ļ o meno tutte le domande che vogliono; in particolare, possono accogliere le domande di chi semplicemente fugge dalla povert√†, tanto che nel 2014 la protezione umanitaria ha rappresentato quasi la met√† (46,1%) del totale degli asili politici concessi dall’Italia.

La discrezionalit√† delle commissioni √® un problema in tutti i sensi. Le commissioni territoriali, da poco aumentate a venti per cercare di ridurre i tempi d’attesa, sono composte da quattro persone: una per la prefettura, una per la questura/polizia, una per gli enti locali (che possono anche nominare qualcuno dalle varie associazioni di volontariato che poi gestiscono i profughi) e una dell’ACNUR (in inglese UNHCR, ossia il commissariato ONU per i rifugiati: quello della Boldrini per capirci). Queste quattro persone devono valutare centinaia di domande, incontrando uno per uno i richiedenti asilo, persone generalmente senza documenti e senza prove delle loro storie, con un tempo d’attesa che come abbiamo visto pu√≤ superare l’anno.

In queste commissioni si sono gi√† verificate deviazioni clamorose: ha fatto rumore l’arresto di don Sergio Librizzi, presidente della Caritas di Trapani e membro della commissione territoriale in quota enti locali, che avrebbe chiesto a numerosi richiedenti asilo prestazioni sessuali in cambio dell’accoglimento della domanda di asilo. Ma anche nella normalit√†, sono molti a descrivere il funzionamento delle commissioni come una lotteria, in cui l’accoglimento o la bocciatura della domanda, cos√¨ come l’assegnazione a una tipologia o a un’altra, pu√≤ avvenire quasi per caso, segnando in un senso o nell’altro il destino di una persona.

Sta di fatto, comunque, che grazie alla protezione umanitaria l’Italia accoglie molto pi√Ļ facilmente le domande di asilo rispetto al resto d’Europa. Questa tabella riguarda il 2013 e viene direttamente dal Rapporto SPRAR 2014:

Come vedete, mentre in media in Europa nel 2013 venivano accolte il 29% delle domande, in Italia siamo al 61%: pi√Ļ del doppio. Persino la Svezia, citata sempre come modello di accoglienza e generosit√†, si ferma al 45%; la Germania √® al 23%, la Francia al 16%.

La seconda parte della tabella mostra come questo squilibrio sia legato a un uso estremamente generoso della “protezione umanitaria”; gli altri Paesi o non ce l’hanno o la usano col contagocce, e i Paesi che la usano di pi√Ļ (comunque molto meno di noi) sono comunque quelli nel complesso pi√Ļ restrittivi sull’accoglimento delle domande. Questo divario tra noi e gli altri grandi Paesi europei si √® un po’ ridotto negli ultimi mesi, anche se l’aumento secco delle percentuali di accoglimento in Germania, Olanda e Svezia √® dovuto, l√¨ s√¨, agli arrivi dalla Siria; tuttavia, la nostra anomalia, sia sugli accoglimenti che sull’abbondanza di permessi umanitari, resta tuttora evidente.

E’ chiara dunque anche la resistenza di altri Paesi europei a farsi carico di quote di nostri profughi: perch√© noi, giusto o sbagliato che sia, siamo molto pi√Ļ di manica larga, e in particolare lo siamo sulla fascia “umanitaria”, quella che non avrebbe diritto di essere accolta in base alle sole norme internazionali ed europee, ma viene accolta per scelta politica nazionale. E quindi il messaggio √®: volete essere un Paese generoso e accogliere non solo i perseguitati politici e i profughi di guerra, ma anche chi semplicemente emigra per cercare fortuna? Benissimo, ma noi non siamo della stessa idea, quindi fatelo coi vostri soldi e sul vostro territorio.

Concludendo, quando si parla di profughi si parla in realt√† dell’insieme di quattro categorie: i rifugiati e i titolari di protezione sussidiaria (che siamo obbligati ad accogliere), i titolari di protezione umanitaria (che accogliamo per nostra volont√† solidale) e i richiedenti asilo (di cui non sappiamo niente perch√© non abbiamo ancora valutato la loro domanda, ma che statisticamente, nonostante la “manica larga”, per quasi la met√† risulteranno essere semplici immigrati clandestini). Bene, quali sono i pesi reciproci delle varie categorie? Lo dice l’Atlante SPRAR 2014 a pagina 32:

Quindi, secondo questi dati, meno di un quarto dei profughi attualmente ospitati in Italia sono persone verso cui abbiamo un obbligo legale di accoglienza; pi√Ļ di tre quarti sono persone accolte per scelta oppure persone in attesa di giudizio per la nostra inefficienza nel valutarne le domande. Basterebbe cambiare politica e/o migliorare l’organizzazione su queste due ultime categorie per cambiare radicalmente i numeri dei profughi in giro per l’Italia, anche a parit√† di sbarchi e nel pieno rispetto degli obblighi internazionali.

E con questo vi rimando alla prossima puntata, in cui cominceremo a parlare dell’accoglienza vera e propria: come funziona, cosa offre ai profughi e quanto costa veramente.

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venerdì 17 luglio 2015, 11:54

Profughi, tra mito e realtà

Con gli incidenti di Quinto di Treviso di ieri, l’arrivo in massa di disperati dall’Africa ha dimostrato di essere tuttora una questione tanto irrisolta quanto pericolosa e pronta a scoppiare – anche a Torino. Quando si parla di questi temi, gli animi si scaldano e ognuno ha opinioni piuttosto forti; eppure, in rete e tra la gente girano tante informazioni errate o distorte, sia pro che contro l’accoglienza.

Per questo motivo, prima di aprire una discussione su cosa dovrebbe fare lo Stato italiano, credo che sia opportuno dedicare un po’ di tempo a spiegare dettagliatamente chi sono i cosiddetti profughi e come funziona il sistema di accoglienza, in modo da permettere a ognuno di farsi una opinione documentata, precisando che quanto riporter√≤ √® il risultato di documenti ufficiali e di spiegazioni ricevute in consiglio comunale (cercher√≤ di linkare le fonti dove possibile).

Per prima cosa, bisogna chiarire il significato esatto di termini come profugo e clandestino, che vengono usati a piene mani ma spesso a sproposito.

Un immigrato √® una persona di cittadinanza straniera che risiede in Italia; pu√≤ farlo grazie a un visto e/o a un permesso di soggiorno dato dallo Stato italiano. I cittadini dell’Unione Europea¬†hanno il diritto di vivere ovunque in Europa senza bisogno di permessi di soggiorno e sono sostanzialmente equiparati ai cittadini locali, per cui i romeni, i bulgari ecc. non sono nemmeno pi√Ļ immigrati in senso stretto, come non lo sono gli italiani in Inghilterra o in Germania, almeno fino a quando la libera circolazione europea non sar√† messa in discussione (come vuole fare Londra).

Gli immigrati, dunque, sono extracomunitari¬†(cittadini di paesi non appartenenti all’UE) e si dividono in tre categorie:
- immigrati regolari, ossia persone che sono entrate regolarmente in Italia o comunque hanno ottenuto un permesso di soggiorno;
- profughi (anche detti rifugiati), ossia persone che sono entrate in Italia irregolarmente, ma che hanno il diritto di essere accolte e protette dall’Italia in base alle convenzioni internazionali sull’asilo politico, o che hanno presentato domanda per vedersi riconoscere tale diritto (in tal caso si chiamano richiedenti asilo);
- clandestini (anche detti immigrati illegali o irregolari), ossia chiunque non sia cittadino europeo e non ricada in una delle due categorie precedenti, e quindi non sia autorizzato a soggiornare in Italia.

Nell’immaginario collettivo i clandestini sono persone che attraversano la frontiera di nascosto o sbarcano sulle nostre coste, ma quasi mai √® cos√¨; normalmente i clandestini sono ex immigrati regolari che sono stati espulsi o a cui non √® stato rinnovato il permesso di soggiorno, oppure persone a cui √® stata respinta la domanda di riconoscimento come profugo, oppure persone arrivate qui con un visto turistico e poi rimaste dopo la scadenza.

In questo articolo io mi concentrer√≤ sulla categoria dei profughi: chi sono i profughi? Il termine, nonch√© l’immagine riportata dai media, starebbe a indicare chi fugge da una guerra, da una persecuzione o da una catastrofe naturale che gli impedisce di continuare a vivere a casa propria, e quindi chiede ospitalit√† (“asilo politico”) a un altro Paese. La realt√†, tuttavia, √® molto pi√Ļ variegata.

Innanzi tutto, il modo per acquisire lo status di profugo √® semplicemente chiederlo. Per questo motivo, in pratica nessuno in Italia √® mai clandestino al suo primo ingresso, a meno che non lo voglia essere. Basta che l’aspirante immigrato, appena individuato alla frontiera o soccorso in mezzo al mare, dichiari di voler presentare domanda di asilo, e diventa immediatamente un richiedente asilo, equiparato in tutto e per tutto ai profughi compreso il diritto di venire accolto e di ricevere vitto, alloggio e corsi di lingua e di formazione; questo indipendentemente dal Paese di provenienza e dal fatto che si tratti di un Paese in guerra o in pace, democratico o dittatoriale, ricco o povero, perch√© le persecuzioni politiche, per cui √® stato concepito questo sistema, possono avvenire ovunque.

Non √® nemmeno necessario entrare fisicamente in Italia, basta arrivare alla frontiera con un qualsiasi mezzo di trasporto; spesso c’√® un comodo ufficio predisposto apposta a ricevere le domande (per esempio questo¬†√® quello dell’aeroporto di Milano Malpensa). Difatti, a livello europeo sono di pi√Ļ i richiedenti asilo che arrivano in aereo, magari con un visto turistico di durata limitata, rispetto a quelli che arrivano coi barconi.

A questo punto, il richiedente asilo acquista il diritto di rimanere in Italia fino a quando la sua domanda non sar√† esaminata, una operazione che tocca a “commissioni territoriali” che sono sopraffatte dal lavoro. In teoria, le domande dovrebbero ricevere una risposta, positiva o negativa, nell’arco di trenta giorni; nella realt√†, ci vogliono dai sei mesi a un anno, e pi√Ļ aumentano gli sbarchi pi√Ļ i tempi si allungano. Nel frattempo, il richiedente asilo,¬†indipendentemente dal fatto che la sua domanda di asilo sia credibile o meno,¬†√® a tutti gli effetti equiparato a un profugo, per cui da una parte ha diritto a essere accolto e ospitato, e dall’altra √® una persona assolutamente libera; si trova legalmente in Italia e pu√≤ andare dove vuole e fare quello che vuole, nessuno lo pu√≤ trattenere.

Questo √®, ovviamente, una prima fonte di guai; in questo modo l’Italia accoglie e ospita non solo i profughi veri e propri, come i siriani che scappano dalla guerra, ma anche persone che semplicemente scappano dalla fame e che vogliono venire in Europa per vivere meglio, e persino veri e propri delinquenti, come il senegalese che, ospitato a nostre spese in un centro profughi di Collegno, nelle scorse settimane ha accoltellato e rapinato otto donne nella zona ovest di Torino.

Ora, l’Italia √® dentro la zona senza frontiere dell’accordo Schengen, per cui potreste pensare che i rifugiati girino anche per l’Europa. In realt√†, un trattato europeo, il cosiddetto Regolamento di Dublino II (e il suo successore detto Dublino III), ha stabilito che l’unico stato europeo in cui una persona pu√≤ chiedere asilo √® il primo in cui √® arrivato, che spesso √® l’Italia; per cui, dall’estero ce li rimandano tranquillamente indietro a forza, a costo di ripristinare i controlli alle nostre frontiere, come hanno fatto sia la Francia a Ventimiglia che l’Austria al Brennero. Anzi, coi francesi c’√® pure il dubbio che ci scarichino profughi a loro sgraditi che in Italia non c’erano mai stati, sostenendo che fossero arrivati prima da noi.

Bisogna per√≤ smentire il mito per cui “l’Europa non fa niente e ce li scarica tutti a noi”, che √® semplicemente una scusa dei nostri governanti per scaricare il barile su qualcun altro. Basta guardare la tabella con i numeri delle domande di asilo presentate nel 2014 nei vari Paesi europei¬†per scoprire che noi ne riceviamo fin un po’ meno di quanti ce ne toccherebbe in base alla popolazione, e che la Germania da sola ha ricevuto il triplo abbondante di domande rispetto a noi.

Quindi, ben venga la discussione (pompatissima dai nostri politici) sulla redistribuzione pro quota dei rifugiati tra i vari Paesi europei, soprattutto se i numeri degli sbarchi attraverso il Mediterraneo dovessero continuare ad aumentare, ma potremmo scoprire che se poi questo veramente venisse fatto a tappeto, non solo sugli sbarchi in Sicilia ma su tutte le altre rotte di accesso all’Europa, potremmo addirittura riceverne pi√Ļ di ora, anche considerato che i numeri degli accessi all’Europa dalla Serbia all’Ungheria (che non a caso vuol costruire un muro…) e dalla Turchia alla Grecia sono dello stesso ordine di grandezza di quelli via mare verso l’Italia.

D’altra parte, il regolamento di Dublino un po’ ci salva anche. Perch√©? Perch√© in Africa sanno benissimo che l’Italia non √® proprio il posto migliore in cui fermarsi, e comunque vogliono magari raggiungere parenti e amici gi√† accolti altrove, per cui spesso chi sbarca non vuole assolutamente presentare la domanda di asilo qui, cosa che lo costringerebbe a restare per sempre in Italia, ma vuole scappare per arrivare in qualche modo in Germania o in altri Paesi e presentarla l√¨.

Per questo, anche se nel 2013 (secondo il rapporto SPRAR 2014, che è una ottima fonte di dati ufficiali che userò diffusamente nel seguito) gli sbarchi in Italia sono stati 43.000, a cui vanno sommate parecchie migliaia di persone che entrano irregolarmente dai porti, dagli aeroporti e dalle frontiere di terra, le richieste di asilo presentate su scala nazionale sono state solo 27.000; gli altri, almeno altrettanti, hanno preferito scappare, rimanendo clandestini, per tentare di andare altrove; e sono quelli che si vedono, appunto, in cerca di passaggio a Ventimiglia o al Brennero.

Quanto sopra √® solo una piccola introduzione al problema; ci sono ancora moltissime questioni di cui vi devo parlare. Ad esempio: quali sono i criteri per accogliere o respingere una domanda di asilo? Come funziona, quanto costa, quanto √® efficace il sistema di accoglienza, ed √® vero che “c’√® gente che ci mangia”, e chi? Quanti sono i rifugiati, qual √® il percorso che seguono nel sistema di accoglienza, e come vengono distribuiti sul territorio nazionale? Di tutto questo vorrei parlare nei prossimi giorni in altri post. Alla prossima!

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venerdì 3 luglio 2015, 11:51

Torino avrà il PEBA: un risultato a cinque stelle

Spesso si sente dire che il Movimento 5 Stelle sa dire solo “no”, che non fa mai proposte costruttive, che non √® capace a dialogare con le altre forze politiche per ottenere dei risultati. Oggi vi racconto una storia che dimostra esattamente il contrario: il Movimento 5 Stelle √® riuscito, dopo quasi trent’anni di attesa, a ottenere che la Citt√† di Torino realizzasse il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), un adempimento previsto da una legge del 1987 a cui il Comune non aveva mai ottemperato.

Ovviamente, non √® che la Citt√† non abbia mai lavorato per eliminare le barriere; tuttavia, lavorando su questo tema nei primi anni di consiglio comunale, ci siamo resi conto che il problema √® ben lontano dall’essere risolto, grazie anche a diversi cittadini e comitati di disabili che hanno preso a collaborare con noi.

Spesso, le barriere restano perch√© prevale la visione incurante di qualche architetto, come sulla copertura del passante ferroviario alla Crocetta dove le meravigliose pavimentazioni in ciottoli dei controviali li rendono inaccessibili a una carrozzina (gi√† anni fa, con una interrogazione, riuscimmo ad escludere questa scelta per il resto della copertura). Alle volte le questioni sono organizzative: per esempio alla chiesa della Consolata le auto dei disabili non arrivavano perch√© non si sapeva come farsi abbassare il pilomat che blocca l’accesso dei veicoli non autorizzati alla piazza. Talvolta si tratta di problemi di competenza rimpallata, come quella farmacia che ha abbattuto le barriere fino al proprio ingresso, che per√≤ si trova sotto il portico di un caseggiato separato dal marciapiede da tre gradini. Spesso, poi, √® proprio una questione di elusione delle norme: alle volte i commercianti che ristrutturano il negozio, pur essendo tenuti a eliminare le barriere, presentano un progetto senza barriere e poi lo modificano nella realizzazione rimettendo le barriere, tanto il Comune non manda mai nessuno a controllare. E poi non ci sono solo le barriere fisiche per le carrozzine; ci sono le barriere comunicative e sensoriali, quelle associate ad altri tipi di disabilit√† (per esempio i ciechi o i sordi).

Per questo motivo, ci siamo resi conto che una pianificazione √® necessaria, per dare una sistematicit√† e una uniformit√† al processo di eliminazione delle barriere; e quindi, con l’aiuto del nostro Gruppo di lavoro Urbanistica, abbiamo preparato e presentato un anno fa una mozione che chiedeva la realizzazione del PEBA.

Dopo averla presentata, abbiamo scoperto che l’associazione Luca Coscioni e i radicali stavano avviando una petizione per chiedere la stessa cosa. E dato che a noi interessa innanzi tutto l’obiettivo, abbiamo deciso che era meglio unire le forze; abbiamo sospeso l’iter della mozione attendendo che venissero raccolte e presentate centinaia di firme, cosa che √® avvenuta negli ultimi mesi. In questo modo, la nostra mozione √® stata sottoscritta anche dal radicale Viale, che fa parte della maggioranza; e poi, in commissione, abbiamo accolto i suggerimenti di numerosi altri consiglieri sia di maggioranza che di opposizione, che hanno aggiunto altri punti utili alla mozione, aggiungendo anche le loro firme. A quel punto, visto il consenso generale, anche la giunta, prima ancora dell’approvazione dell’atto, ha cominciato a ragionare su come attuarlo.

In questo modo, siamo arrivati luned√¨ scorso in consiglio comunale con un sostegno generalizzato alla proposta di mozione, che √® stata approvata all’unanimit√†. Tra i punti che abbiamo inserito, c’√® anche quello per cui il piano dovr√† essere elaborato coinvolgendo direttamente i disabili e tutti i cittadini, anche tramite il Web e strumenti innovativi, in modo da evitare lavori inutili e affrontare prima le priorit√†.

Ora il nostro lavoro √® finito, e la palla passa all’amministrazione comunale, che dovr√† stendere il piano e poi realizzarlo nel tempo. Continueremo comunque a fare fiato sul collo; resta la soddisfazione di avere dimostrato che, con una buona proposta e con la capacit√† di dialogare con le altre forze politiche, il Movimento 5 Stelle pu√≤ smuovere anche questioni vecchie di trent’anni.

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martedì 30 giugno 2015, 21:46

L’Agenzia delle Entrate alla prova del Web

Penso che pochi ormai non abbiano avuto l’esperienza di usare il sito dell’Agenzia delle Entrate, un mostro a nove teste a confronto del quale il sito Trenitalia √® un capolavoro di usabilit√†; io ne ho parlato varie volte su Facebook e ho scoperto che tanta gente ci sbatte la testa ogni giorno. Stasera, per√≤, si sono superati: e quindi vi invito con me in un piccolo viaggio nell’orrore digitale.

Oggi mi √® arrivata a casa una lettera dell’Agenzia: √® un controllo sulla mia dichiarazione Unico 2013. Vogliono che gli mandi dei documenti a riprova di ci√≤ che ho dichiarato, e specificamente il CUD (ma possibile che non ce l’abbiano gi√†?) e la certificazione dei versamenti nella pensione integrativa. Allegato alla lettera c’√® un intero foglio che presenta il servizio telematico CIVIS, utilizzabile per inviare i documenti in via telematica, spiegando come arrivarci dalla home del sito dell’Agenzia, e aggiungendo che non sar√† affatto difficile: “Il sistema √® costruito in modo tale da guidare l’utente nella procedura”.

Bene, ovviamente √® una perdita di tempo, ma sono solo due documenti; uno √® gi√† in elettronico, l’altro lo scansiono al volo, e poi mi collego al sito. Apro una pagina a caso del sito dai preferiti, cerco la voce “Servizi on line”… non c’√®. Torno alla home, la voce appare in alto, clicco, ora mi dicono di cercare “Servizi con registrazione”: non c’√®. Ci sono alcune voci, intuisco che devo cliccare invece su “Servizi fiscali”, e solo allora appare una pagina con “Servizi con registrazione”: si son dati la pena di stampare e inviare istruzioni “passo passo” sbagliate.

Ora devo cercare “CIVIS – presentazione documenti per il controllo formale”. Clicco su “Civis”: non appare alcun menu, ma un muro di testo con sotto un pulsante “accedi al servizio” (e secondo te cliccando su “Civis” cosa volevo fare?). Riclicco, e viene fuori una pagina in cui non c’√® alcuna voce “presentazione documenti per il controllo formale”:

Solo dopo un po’ di bestemmie e di clic a caso mi rendo conto che io ho acceduto al servizio, ma il menu di sinistra non si √® aperto alla voce “Civis”, bens√¨ alla precedente voce “Comunicazioni”, che non c’entra niente. Ringraziando per il baco, clicco anche a sinistra su “Civis” (√® la terza volta che clicco su “Civis”) e finalmente arrivo alla home giusta, col sottomenu giusto… ma nemmeno qui c’√® la voce “presentazione documenti per il controllo formale”.

Ma come per magia, se cliccate sulla seconda voce (che non c’entra niente), ovvero “Assistenza per cartelle di pagamento”, l’ultima voce del sottomenu cambia e diventa appunto “Presentazione documenti per il controllo formale”:

Ma solo se cliccate sulla seconda, eh, che se cliccate invece sulla terza il menu cambia ancora, la voce che serve a me sparisce, e in compenso ne compare una nuova in mezzo, portando le opzioni disponibili a sei:

Ok, comunque ho capito che la voce che serve a me √® l’ultima, al di l√† del fatto che cambi nome a ogni clic. Ci entro e viene fuori una sobria e immediatamente comprensibile pagina di benvenuto nella procedura di invio documenti; del resto, “Il sistema √® costruito in modo tale da guidare l’utente nella procedura”.

La prima voce rimanda nientepopodimeno che a un manuale di istruzioni. Ma che istruzioni serviranno? Devo inviare due PDF, sapete quel formato che usa tutto il mondo per scambiarsi continuamente documenti. Invece ci sono una pagina e mezza di istruzioni che vi invito a leggere se volete farvi del male: sono una perla di tecnicismi inutili, convenzioni superflue (ma che te frega di come chiamo i file? rinominateli tu dal tuo lato) e suggerimenti incomprensibili al 99% degli italiani. Comunque, capisco subito che sar√† durissima in quanto non va bene un normale PDF, ma ci vuole un “PDF/A (PDF/A-1a o PDF/A-1b)”: chiaro no?

Mi accingo dunque a provare col primo documento: √® una pagina scansionata in PDF. Non fidandomi, decido di provare la “Funzione di validazione e conversione file”. Clicco, e appare un modulo in cui posso inserire un file, corredato da una tendina “descrizione allegato” che per√≤ non permette di descrivere il file, ma ha solo due opzioni disponibili: “PDF/A” e “TIFF”. Gi√†, perch√© capire da soli che tipo di file sto inviando, tra ben due possibilit√†, √® un compito tecnico oltre la portata dei programmatori dell’Agenzia dell’Entrate.

Mando il file e… non va bene: mi risponde che “Il documento utilizza caratteristiche non idonee alla conservazione nel lungo periodo”. Cosa voglia dire non si sa, come rimediare nemmeno; ah no, guarda che gentili, c’√® una comoda opzione “Converti”. Bene, ci clicco e… mi dice “non √® stato possibile effettuare la conversione del file”. Mapporc… √® un banalissimo PDF di una pagina!! Creato dall’anteprima del Mac, come i PDF di mezzo pianeta!

Va bene, allora proviamo col TIFF. Apro in Anteprima, salvo in TIFF: 8,5 MB… ma come avrete letto nelle istruzioni, il limite √® 5 MB. Ok, riapro, e scalo l’immagine (tutti i contribuenti italiani sono esperti di manipolazione delle immagini, quindi questo non √® un errore di usabilit√†). Ottengo un file di 4,8 MB, che peraltro √® appena leggibile. Provo a validarlo, aspetto che carichi, carica, carica, e… “Il file sottoposto a validazione non √® un TIFF valido.”

Ma come, non √® un TIFF valido? Ma che razza di problemi pu√≤ avere un TIFF? Comunque, anche qui propone di convertire. Converto? Non ho molta fiducia, ma tentar non nuoce, e… miracolosamente ce la fa! Non allego i file perch√© ci sono dei miei dati personali, per√≤ il nuovo file TIFF √® passato da 4,8MB a 15KB, bicolore, ed √® molto malamente leggibile: ho il dubbio che poi, mandandolo, mi diranno che non √® leggibile; ma se lo son fatti loro…

Bene, quindi ho caricato il primo file e posso passare al secondo? No, perch√© nella schermata che viene fuori c’√® scritto… cio√®, non c’√® scritto niente, se non un solo pulsante: “SCARICA”. Cio√®, non √® che si son gi√† presi il file: adesso io devo SCARICARE il loro nuovo file per poi cliccare e RICARICARE lo stesso file nel modulo successivo!! Giuro, ho fatto lo screenshot perch√© non ci potevo credere…

Comunque, ora posso passare al secondo file: il mio CUD. E’ gi√† in PDF, generato dai sistemi informativi del Comune di Torino. Provo a caricarlo cos√¨, e ovviamente non va bene: “Il documento utilizza Profili Colore con caratteristiche non idonee alla conservazione nel lungo periodo”, e inoltre non √® possibile convertirlo. Lo salvo in TIFF? Ok, ma sono quattro pagine: 34,7 MB, e ridurlo sotto i 5 MB non √® pi√Ļ cos√¨ facile (√® complesso da fare anche per me). Provo a ridurlo un po’, ma il minimo perch√© sia leggibile sono 8 MB. Bene, visto che la conversione lo riduce di 200 volte, me lo ridurr√† lui, no? No. Aspetti tutto il caricamento e poi ti dice: “File superiore a 5 MB”.

Allora mi viene un’idea: sul portatile non ho alcun programma per generare dei PDF/A; li fa Openoffice, ma solo partendo dal testo di un documento, non da un PDF gi√† bello e pronto e pieno di grafica. Per√≤, possibile che non ci sia un convertitore da PDF a PDF/A online? C’√®: √® questo. Carico il PDF del mio CUD (cio√®, non √® una bella cosa dare il mio CUD al primo sconosciuto in giro per la rete, ma se non ho alternative… grazie, Agenzia delle Entrate!), scelgo PDF/A, aspetto la conversione, scarico, metto nel validatore… e non gli va bene lo stesso: “Il documento utilizza font con caratteristiche non idonee alla conservazione nel lungo periodo”. Per√≤ stavolta, premendo “converti”, ce la fa. Alleluia!

Ok, allora passiamo a “Invio documentazione”. Compare un modulo, compilo il primo campo, compilo il secondo, compilo il terzo… e solo alla fine c’√® scritto che posso compilare solo il terzo. Ma scrivetelo in fondo, eh! (per√≤ ci sono due asterischi vicino al nome di ogni campo, come ho fatto a non capire che era una nota da leggere subito)

Invio il modulo, apprestandomi a caricare i file, e invece no: a questo punto (a due terzi della procedura) il sistema decide che io non ho ancora verificato la mia mail. Cio√®, √® la stessa mail che usano da anni tutti gli altri servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, ma lui no, lui non ci casca! Mica √® un babbo credulone come Fisconline, lui vuole la verifica della mail.

Clicco sul link di verifica, e invece di venir fuori una pagina di verifica, viene fuori la pagina per cambiare la propria mail. Ma io la voglio solo verificare! In pi√Ļ, al fondo c’√® questo fantastico pezzo di modulo, senza alcuna barra di scorrimento, che voglio proporvi come un’opera di arte contemporanea perch√© lo merita:

Bene, inserisco i miei dati nella parte alta, invio, e cosa succede? Ricompare la stessa pagina di prima, per√≤ tutta la parte alta (dove avevo messo i miei dati) √® bianca, mentre rimane, in fondo, l’opera di arte contemporanea qui sopra; e non si capisce cosa fare. Qui siamo oltre, oltre i confini della galassia umana…

Allora torno indietro, e mi dice che i dati sono ancora da validare. Sta a vedere che non ha preso niente? No, in realt√† riclicchi e ti chiede di inserire dei codici di conferma che nel frattempo ha inviato alla mail e al telefono. Sulla mail √® arrivato, sul telefono no, allora leggo meglio e specifica che il codice viene inviato “entro 24 ore dalla richiesta”. Dovr√≤ aspettare domani mattina alle 9 perch√© una impiegata da Roma mi mandi l’SMS di conferma? Mi limito a validare la mail (lui risponde “VALIDAZIONE EFFETTUTA” senza una A) e tanti saluti.

Adesso, finalmente, posso inviargli i file che ho precedentemente scaricato dalla pagina a fianco. Eureka. Mi d√† una ricevuta con una serie di codici, che devo stamparmi io. Quindi adesso, dopo che ho validato i contatti, mi scriveranno per dirmi se il controllo √® positivo? Certo che no: c’√® scritto di “Consultare successivamente la sezione Ricevute per l’esito delle elaborazioni.”

Tanto, in Italia nessuno ha alcunch√© da fare se non stare dietro all’Agenzia delle Entrate… Poi, per√≤, qualche megadirigente ministeriale far√† un report al Parlamento e dir√† che, nonostante i fantastiliardi di euro pubblici investiti in appalti informatici, gli italiani non usano i servizi telematici dello Stato, perch√© sono arretrati e pigri e non hanno voglia di adeguarsi. Ma no, gli italiani non usano i servizi telematici dello Stato perch√© sono fatti in questo modo qui!

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giovedì 25 giugno 2015, 15:28

La politica demenziale: PD e SEL contro Marco Carena

Quando avevo quindici anni, una compagna di scuola mi duplic√≤ una cassettina con le canzoni di Marco Carena: e la consumai a forza di ascoltarla. Era il periodo del boom del demenziale, e per qualche anno i doppi sensi pi√Ļ o meno volgari e l’umorismo pecoreccio la fecero da padroni; fu un boom di cui rimase poco, a parte Elio e le Storie Tese (altro livello per√≤). Marco Carena ha continuato onestamente la sua carriera musicale, riproponendo per venticinque anni quei brani su tutti i palchi di Torino e altrove; e anche se a quarant’anni fanno un po’ meno ridere, a me fa sempre piacere ascoltarli.

Per questo, quando stamattina ho aperto Facebook e ho visto la consigliera comunale del PD Laura Onofri, rappresentante del movimento femminista Se non ora quando, pubblicare il suo sdegno contro l’esibizione di Carena ieri alla festa di San Giovanni, mi son messo a ridere. Poi ho cliccato sul link, ho letto il comunicato delle femministe e ho pensato che fossero impazzite tutte.

E’ vero, ci sono due canzoni di Carena (le conosco a memoria) che contengono le frasi citate. Una si chiama Che bella estate ed √® il racconto di una estate terribile in cui il povero vacanziero assiste a disgrazie e misfatti di tutti i colori: oltre alla ragazza violentata, ci sono un vicino di ombrellone sbranato dai granchi, un bambino corroso dall’acqua inquinata del mare, uno che si suicida nel porto… e per√≤, in un ritornello comico e menefreghista, il protagonista conclude “che bella estate amore mio, ci sei tu ci sono io, ma che c’importa dell’altra gente, ci siamo noi non c’√® pi√Ļ niente”. E’ palese a chiunque che si tratta di satira, proprio a proposito delle persone che vanno in vacanza fregandosene delle disgrazie di tutti gli altri, salvo poi scoprire che a forza di egoismo non rimane pi√Ļ niente.

Idem per la seconda canzone incriminata, Io ti amo. Che √®, appunto, la storia di uno stronzo che si riempie la bocca di “ti amo” per la sua fidanzata e poi la maltratta in ogni modo. Basta leggere il testo per intero, ed √® perfettamente chiaro che la canzone prende per il culo i maschi violenti e, anzi, denuncia l’ipocrisia con cui ci si dice “ti amo” per poi dimostrare tutto l’opposto nei fatti. E’ un gran pezzo di satira che comprende diverse battute fulminanti, tra cui “ti amo perch√© sei diversa / infatti ti confondo spesso”, o anche “io ti amo perch√© se no ti avrebbe amato un altro / ma ti amo, sono arrivato prima io”, che mette a nudo con spietatezza la vera dinamica sociale con cui si formano moltissime coppie.

E se ancora qualcuno avesse il dubbio che Marco Carena √® un buzzurro maschilista, basta citare un’altra canzone che evidentemente le femministe non hanno sentito. Si chiama Bongustata e in essa √® l’uomo a essere molto innamorato, mentre la donna lo maltratta in ogni modo, fino a chiuderlo a cuocere nel forno in mezzo alle patate – e lui, da dentro il forno, la avverte gentilmente che si √® dimenticata il sale. Secondo la stessa logica, questo sarebbe un incitamento al maschicidio, che non rispetta la sensibilit√† dei maschi vittima di violenza domestica…

La consigliera Onofri e le sue compagne femministe, in questo thread su Facebook, si sono lanciate in pacati commenti: si sono lamentate ad esempio che l’assessore Gallo non sia salito sul palco per staccare la spina personalmente a met√† dell’esibizione, chiedendo che l’eventuale compenso di Carena sia sequestrato e dato (chiss√† a chi) per “progetti contro la violenza sulle donne”. Poi hanno aggiunto frasi come “prima di esibirsi non ha dovuto presentare una scaletta? √ą prassi consolidata” e “vergognoso che Carena ha potuto cantare quelle frase CONTRO le donne, nessuna le aveva lette prima della spettacolo per impedirle di cantare!!” (certo, √® prassi consolidata che un artista debba dire prima ai politici parola per parola cosa dir√† dal palco: nella Romania di Ceausescu, presumo) e persino “I suoi testi sono su YOUTUBE. Vanno rimossi dalla rete. Li ho citati dopo purtroppo averli ascoltati quindi non riascoltateli altrimenti il soggetto per sa di incrementare la sua audience.” (sono senza parole).

Solo qualcuna, con un po’ di buon senso, spiega che sono canzoni vecchie di venticinque anni e aggiunge “forse all’epoca non lanciava un messaggio cos√¨ negativo come adesso che la violenza sulle donne √® cos√¨ manifesta” (non direi, se mai √® che venticinque anni fa la politica mangiava uguale, ma almeno non era piena di censori bacchettoni e di sentinelle in piedi e/o con la tastiera in mano).

La cosa pi√Ļ preoccupante, per√≤, √® che sono subito apparsi i vigili politici anti-satira. Il capogruppo del PD Michele Paolino si √® limitato a un “mi piace”, ma il capogruppo di SEL Michele Curto ha subito promesso vendetta: “oggi stesso verifico con un atto interpellativo: interpellanza/richiesta di comunicazioni”. L’assessora di SEL Mariagrazia Pellerino si √® lanciata in una lirica condanna di Carena: “quelle parole sono un’apologia di reato, un inno alla violenza contro le donne, come se qualcuno cantasse l’emozione provata a fare del male al prossimo”. L’assessora PD Ilda Curti √® scatenata: “Siamo un’amministrazione in prima fila sul contrasto alla violenza e ‘sto qui sul palco di San Giovanni davanti a decine di migliaia di persone lancia questo messaggio? Mi viene caldo alla testa” (ok, che il caldo abbia dato alla testa a molti √® palese), e prosegue: “i peggiori stereotipi machisti e buzzurri”, “quelle strofe offendono e mi fanno infuriare”.

A questo punto la cosa si fa seria, anche perch√© tutte queste persone erano in piazza a manifestare gridando “Je suis Charlie”, per cui ne consegue che per loro fare satira anche offensiva sul profeta dell’Islam √® legittimo, ma non lo √® fare satira sul rapporto di coppia denunciandone l’ipocrisia e la violenza (concetto, peraltro, che mi √® appena stato ribadito di persona da un’altra consigliera della maggioranza).

Eppure queste sono le persone che governano Torino, ed √® preoccupante scoprire che mancano di tante qualit√† fondamentali, a partire dalla capacit√† di comprendere il registro di un testo e di distinguere satira e sarcasmo dall’apologia di reato. Non manca loro solo il senso dell’umorismo, ma anche il senso delle proporzioni (questo s√¨ che √® il primo problema di Torino e/o delle donne che subiscono violenza: le canzoni di Carena), e la stima per l’intelligenza dei torinesi, dato che evidentemente pensano che una strofa di una canzone satirica che menziona uno stupro spinga le persone a stuprare, proprio come chi gioca ai videogiochi sparatutto poi va in giro ad ammazzare tutti. E, soprattutto, manca il rispetto per la libert√† di espressione: Carena pu√≤ non piacere, si pu√≤ anche pensare che per San Giovanni fosse meglio un altro tipo di spettacolo, ma da l√¨ a chiederne la crocifissione in Sala Rossa e il bando da tutti i palchi cittadini passa parecchio.

Per fortuna che Freak Antoni √® morto e non pu√≤ vedere questo scempio…

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venerdì 19 giugno 2015, 23:00

Letzgo, rimborsami un caffé

Avevamo appena messo un punto fermo sulla vicenda Uber (rimando al post precedente per chi avesse ancora bisogno di essere convinto che Uber cos√¨ com’√® non va bene) ed ora ne arrivano i cloni: ecco Letzgo, il nuovo clone di Uber che per√≤ assolutamente non √® Uber e non √® un servizio taxi, eh! E’ solo un modo per condividere i propri spostamenti divertendosi.

Io vi consiglio infatti di leggere le FAQ di questo servizio, perch√© sono ricche di equilibrismi verbali che talvolta sfociano un po’ nel ridicolo; e se le cose, per poter essere scritte, devono venire raccontate in maniera inverosimile, vuol dire che qualcosa che non torna c’√® davvero.

Letzgo non √® un servizio taxi ma una comunit√†, dicono loro: difatti √® il passeggero che sceglie quanto “rimborsare” all’autista, in piena libert√† e amicizia, fatto salvo che l’app ti suggerisce lei il “rimborso” sulla base dei chilometri, che comunque il “rimborso” non ha limiti concreti e pu√≤ anche essere di 30 euro per un viaggio di due chilometri, che se non “rimborsi” abbastanza l’autista ti pu√≤ rifiutare il passaggio e anzi Letzgo ti caccia dal servizio, e che c’√® persino quella che nei taxi si chiama “bandiera”, ovvero solo per farti salire in macchina il “non-tassametro” dell’app segna gi√† un “rimborso” minimo di 1,90 euro. Ma il trasporto √® a titolo gratuito, eh! Per√≤ devi sempre “rimborsare” almeno 1,90 euro per corsa.

E se vuoi fare il driver? Devi dichiarare nel contratto di “non essere un trasportatore professionale”, quindi non soggetto a orpelli del passato tipo tasse e contributi previdenziali; d’altronde √® noto che chiunque pu√≤ fare il dentista o l’avvocato a titolo di “non professionista”, e in tal caso non ha bisogno di titoli e pu√≤ non pagare le tasse, basta dire che “non √® una professione”. Se poi invece si scopre che lo fai per guadagnare sono tutti cavoli tuoi, noi di Letzgo non ti conosciamo proprio. E devi anche avere tu una assicurazione che copra i terzi trasportati “in amicizia”, noi di Letzgo non ne vogliamo sapere niente, se poi hai un incidente e l’assicurazione ti fa storie sono problemi tuoi e del poveretto che trasportavi.

Ah, e te l’ho detto che, in amicizia, devi darci il 20% dei “rimborsi” che ricevi?

E c’√® di pi√Ļ: c’√® un periodo di prova iniziale (non si sa prova di cosa, visto che “non √® una attivit√† professionale” e quindi non ha requisiti minimi), durante il quale noi non ti giriamo i “rimborsi” dei tuoi clienti, e se prima della fine della prova non ci vai bene ti cacciamo e ci tratteniamo “a titolo di penale amministrativa” il 100% dei “rimborsi” pagati dai tuoi clienti. E arrivederci e grazie eh!

Ora, io mi premurer√≤ di parlare con questa azienda e magari mi convinceranno che veramente non vogliono fare un servizio di trasporto a pagamento su chiamata, ma una semplice piattaforma di condivisione delle spese per viaggi gi√† programmati. Se questa √® l’intenzione, per√≤, c’√® un modo molto semplice di chiarirla: mettano nell’app un limite massimo al “rimborso” fissandolo pari al 50% del costo chilometrico del viaggio, visto che si tratta di condividere le spese e non di farsi pagare per trasportare qualcuno sperando di guadagnarci; e aggiungano anche un bel pulsantone per segnalare rapidamente i driver che dovessero chiedere un extra in nero.

In questo modo potr√≤ credere nella buona fede di Letzgo e sostenere il loro diritto ad esistere; altrimenti, mi spiace, ci stiamo solo facendo prendere tutti in giro un’altra volta.

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sabato 6 giugno 2015, 20:43

Stasera c’√® la partita

Ok, stasera c’√® la partita (non c’√® bisogno di dire quale).¬†Sapete tutti che io sono tifosissimo del Toro, il che non mi impedisce naturalmente di augurare buona fortuna alla parte bianconera della citt√†. Quella che probabilmente non conoscete, e che oggi vorrei raccontare per la prima volta, √® la storia di mio nonno che giocava nella Juventus.

Mio nonno Renato, nato nel 1901, a diciannove anni divenne la promettente mezzala della Juventus, in cui gioc√≤ per tre stagioni. Era¬†ancora l’epoca dello sport puro, praticato da ragazzi di buona famiglia come hobby, nel tempo libero dal lavoro o dagli studi (mio nonno studiava giurisprudenza all’universit√†).

Nelle prime due stagioni fu riserva, ma mise comunque insieme cinque gol in nove presenze. Nel 1922-23 cominci√≤ ad essere schierato con regolarit√†, e gioc√≤ diciannove partite segnando altri tre gol. Si prospettava dunque per lui una buona carriera da giocatore di livello nazionale, anche se all’epoca le cose erano ovviamente molto diverse da oggi.

Per√≤, come gli storici del calcio sapranno, l’estate 1923 segna un evento fondamentale nella storia del pallone italiano: √® il momento in cui la famiglia Agnelli assume il controllo della Juventus. Da l√¨, dicono gli storici, “nasce lo stile Juventus”: immediatamente gli Agnelli cominciarono, primi in Italia, a usare i loro soldi per sottrarre i giocatori alle altre squadre, pratica vietatissima. In particolare la pietra dello scandalo fu il terzino Virginio Rosetta, il cui ingaggio per soldi, una volta scoperto, cost√≤ alla Juventus sanzioni e sconfitte a tavolino.

Mio nonno fu schifato sin da subito da tutto questo, e così, a ventidue anni, mandò a stendere gli Agnelli e la Juventus e si rimise a studiare giurisprudenza, continuando a giocare qualche partita per passione in squadre rimaste fedeli allo spirito originario (in particolare il Novara).

Da l√¨ in poi, per i bianconeri, furono ottant’anni abbondanti di vittorie in “stile Juventus”: per cui non posso che ribadire i miei auguri per stasera, e continuare a preferire il Toro.

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venerdì 5 giugno 2015, 10:21

Se la politica sale in bicicletta

Negli ultimi anni, soprattutto per effetto della crisi, la mobilit√† dei torinesi √® cambiata moltissimo; in primo luogo, le persone si spostano di meno (-15% in tre anni). Se negli “anni zero” aveva continuato a crescere la mobilit√† motorizzata, pubblica e privata, dal 2010 al 2013 √® aumentata invece la mobilit√† ecologica, dal 28 al 34 per cento; il grosso sono gli spostamenti a piedi, ma la bicicletta rappresenta ormai circa il 4,5% degli spostamenti complessivi, contro il 48% dell’auto privata e il 18% dei mezzi pubblici.

E’ cambiata, soprattutto, la percezione pubblica della bicicletta. Se fino ad alcuni anni fa la bici era un mezzo da prendere solo per divertirsi la domenica coi bambini, e chi la usava per i normali spostamenti era considerato un pazzoide, oggi la bici √® diventata, specie per le giovani generazioni, un mezzo di spostamento normalissimo. A questa diversa percezione pubblica hanno contribuito soprattutto i torinesi; non ci sono state campagne pubblicitarie e sovvenzioni per la bici privata, anche se sicuramente ha contribuito l’investimento pubblico nel bike sharing, ma la bici si √® affermata per il passaparola sulle sue “tre E virtuose”: ecologica, economica, efficiente.

Ha contato certamente anche una manifestazione nata dal basso: il Bike Pride, che ogni primavera ha portato per le strade torinesi sempre pi√Ļ biciclette, a decine di migliaia, per chiedere il rispetto e l’attenzione che la nostra citt√†, da sempre basata sull’automobile, ha sempre negato ai ciclisti.

Una simile mobilitazione non poteva certo passare inosservata alla politica. Domenica, infatti, si terr√† la nuova edizione del bike pride, ma in maniera completamente nuova. La manifestazione, difatti, √® stata inglobata dai Bike Days, una due giorni promossa dall’amministrazione comunale e generosamente sponsorizzata dalla Coop, con un ampio programma per grandi e piccini, interviste, ospiti famosi; ed √® facile prevedere le paginate dei giornali torinesi con bagni di folla e foto sorridenti di assessori in bicicletta, e magari una nuova edizione del famoso video di Fassino terrorizzato che pedala per non pi√Ļ di duecento metri da Palazzo Civico.

Questa “istituzionalizzazione” del bike pride √® un bene o un male? Beh, √® sicuramente un bene che chi amministra la citt√† dia un maggiore riconoscimento al mondo della bicicletta; il problema √® se lo fa soltanto due giorni l’anno per propaganda, continuando a fregarsene nei fatti. Il bike pride √® sempre stato un evento contro il potere, pieno di orgoglio e di rivendicazioni anche dure verso l’amministrazione comunale; non √® che siano sparite, ma quest’anno la rivendicazione del bike pride √® “un tavolo di discussione interassessorile sull’avanzamento dei lavori”, non esattamente un duro atto di accusa verso chi governa la citt√†.

Negli anni, difatti, di promesse ai ciclisti ne sono state fatte moltissime, ma ne sono state mantenute ben poche; e lo dice un consigliere che sulla mobilit√† ciclabile lavora tutto l’anno (qui una recente interpellanza sugli attraversamenti delle piazze Rivoli e Bernini).

A fine 2013, con quasi quattro anni di ritardo sul piano della mobilit√†, √® stato approvato dal consiglio comunale il “bici plan”, un documento che doveva rivoluzionare l’approccio dell’amministrazione comunale alle infrastrutture ciclabili. Grazie anche a una serie di nostri emendamenti, a pagina 21 del piano furono inserite delle linee guida che dovevano impedire la costruzione di nuove piste ciclabili “alla torinese”: quelle che, pur di non eliminare nemmeno un posto auto, consistono in una riga di vernice che divide a met√† il marciapiede coi pedoni, che iniziano e finiscono nel nulla, che a ogni semaforo fanno uno zig-zag che richiede almeno tre fasi semaforiche, che hanno nel bel mezzo pali, edicole, benzinai, ostacoli di ogni genere. Inoltre, nel piano (pag. 142) fu inserito l’impegno a destinare alla mobilit√† ciclabile il 15% delle entrate dalle multe stradali, che vorrebbe dire tra i 5 e i 10 milioni di euro ogni anno, fino a completare il piano.

Di tutto questo, pur messo nero su bianco e approvato dal consiglio comunale, poco o nulla √® stato mantenuto. I soldi non si sono visti; qualche intervento √® stato fatto, ma per cifre molto minori, spesso grazie a finanziamenti preesistenti di altro genere; ad esempio la pista ciclabile di via Anselmetti, 750.000 euro per 1300 metri di pista nel nulla su un vialone di estrema periferia, √® stata pagata da TRM come compensazione per l’inceneritore (ti avvelenano l’aria, per√≤ puoi respirarla meglio andando in bicicletta).

E’ stata fatta la pista in corso Novara, in maniera assurda, violando molti dei criteri di buona progettazione che ci si erano dati; per√≤ si √® tolta quella in corso Galileo Ferraris per istituire nuovi parcheggi blu per le auto. Persino la famosa fermata del pullman installata nel bel mezzo della pista di lungo Dora Firenze, nonostante le promesse di pronto intervento, dopo due anni √® ancora l√¨; la soluzione √® stata di mettere un cartello per dire ai ciclisti di condividere il marciapiede coi pedoni.

Non molto meglio va su altri aspetti; insieme al bici plan siamo riusciti a far approvare una nostra mozione per realizzare un piano parcheggi per le biciclette, oggi spesso abbandonate a caso su pali e ringhiere; non si √® ancora visto praticamente niente, nemmeno il parcheggio coperto alla stazione di Porta Susa pi√Ļ volte promesso.

Un sostenitore della mobilit√† ciclabile a fronte di tutto questo non pu√≤ che sentirsi preso in giro; altro che patrocini e sponsorizzazioni. Non a caso, questa svolta ha spaccato il mondo associazionistico torinese. La maggiore associazione cittadina di ciclisti, Bici e dintorni, si √® chiamata fuori con un duro comunicato, parlando di “parata con i finanziamenti pubblici”, e facendo notare che in tutte le altre citt√† italiane le amministrazioni fanno “meno parate, e molti pi√Ļ fatti”.

Probabilmente domenica decine di migliaia di torinesi pedaleranno felici e inconsapevoli per le vie cittadine, e in fondo √® giusto cos√¨. Certamente, questa storia √® un bell’esempio di cosa sia la politica torinese di oggi: una macchina da propaganda, pronta ad attirare e inglobare al proprio interno qualsiasi istanza ma solo in superficie, pur di allinearla al potere e di far s√¨ che, nella sostanza, tutto possa sempre continuare esattamente come prima.

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