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martedì 19 luglio 2016, 16:13

Quando portavamo gli scarponi

Oggi, dopo il primo consiglio comunale del nuovo mandato, a tenere banco è la polemica tra il M5S torinese e i No Tav, legata a un’improvvida solidarietà alle forze dell’ordine, senza se e senza ma, espressa dal neo presidente del consiglio comunale Versaci. Io ne parlo ormai da ex, e inevitabilmente mi è venuta in mente questa foto.

salarossascarponi.jpg

Risale al 30 maggio 2011, il mio primo giorno di cinque anni fa nel palazzo comunale, il giorno in cui mi presentai con giacca, cravatta e gli scarponi sporchi del fango di Chiomonte. Perché uno – persino uno come me, che certo non può essere accusato di simpatie per i centri sociali e per chi attacca le forze dell’ordine per linea “politica” – può entrare nel palazzo senza per forza rinnegare chi è e da dove viene, senza nascondere la verità delle cose, la ragione e il torto che raramente stanno da una parte sola; e quando gli chiedono di parlare, senza venire meno al doveroso rispetto per le istituzioni e per chi le serve, ma senza nemmeno tacere i loro errori e le loro contraddizioni, può anche dire cose come quelle che dissi io nella prima seduta dello scorso consiglio, il 27 giugno 2011, e che riporto qui per futura memoria.

“Vorrei parlare anche di quanto è accaduto questa mattina, perché noi eravamo presenti (non solo noi, c’era anche il Consigliere Curto ed altri amministratori della Val di Susa). Il consistente drappello di amministratori locali non era lì per fare confusione, ma come forza di interposizione, cioè ci siamo messi tra i manifestanti, dietro, e la polizia che doveva arrivare dal davanti di queste barricate, cercando di far ragionare la gente per provare, perlomeno, a creare all’ultimo momento un minimo di dialogo ed evitare il peggio, che, poi, si è verificato puntualmente. Devo sottolineare che si è verificato puntualmente perché non vi è stata possibilità di dialogo da parte delle Forze dell’Ordine, nel senso che avevano l’ordine di entrare a qualunque costo e sgomberare tutto. Di conseguenza, non c’è stato modo di evitare quanto è accaduto, che non è stato soltanto lo scambio di “piacevolezze” di oggetti lanciati (sicuramente da entrambe le parti, tutto quello che volete), ma ho testimoniato personalmente il fatto di essermi trovato in un piazzale con circa 2.000 persone letteralmente bombardate di decine e decine di lacrimogeni e costrette a correre verso l’unico lato che gli era stato lasciato a disposizione, cioè quello dei monti, arrampicandosi in mezzo alle rocce e ai boschi; tra l’altro, il flusso di lacrimogeni è continuato anche dopo che il piazzale – che era l’obiettivo della liberazione, come è stata chiamata – era già stato liberato.

Quindi, a missione compiuta, le Forze dell’Ordine hanno ritenuto di dover continuare a spingere la gente contro le rocce e, ovviamente, ho visto persone farsi male, svenire, vomitare per i lacrimogeni e ragazzi con la testa spaccata; questi fatti sui giornali non sono stati pubblicati e non verranno pubblicati, per questo motivo le voglio dire in questa sede, e, ovviamente, ci saranno i video che circoleranno sulla rete e, anche in questo caso, ognuno vedrà quello che vuole vedere.

Come prendere questa situazione? Abbiamo cercato in tutti i modi di mettere un elemento di ragione in questa discussione, di razionalità di dati e di analisi, ma purtroppo non ci siamo riusciti. Siamo arrivati al punto in cui adesso in Val di Susa ci sono decine di migliaia di persone (non so se siano la maggioranza o la minoranza, ma comunque è sicuramente una parte molto consistente degli abitanti della Val di Susa) che non si sentono più cittadini italiani e che hanno vissuto l’arrivo dell’Esercito e della Polizia come un esercito straniero, accogliendoli cantando l’Inno nazionale e “Bella ciao”. Quindi, indipendentemente dal fatto che uno possa concordare o meno con questa visione, abbiamo una parte della popolazione del Piemonte che non si sente più parte di questo Stato e che reagirà di conseguenza, perché quello che vedete qui davanti è soltanto l’antipasto; non capisco come si possa continuare a pensare di costruire quest’opera con vent’anni di Intifada in Val di Susa, perché succederà esattamente questo. Questo è il bel risultato della politica piemontese degli ultimi vent’anni.

C’erano comunque numerosi amministratori ed esponenti politici in questa manifestazione e anche l’altra sera sono intervenuti esponenti di tre diversi movimenti politici, compreso il Segretario nazionale di Rifondazione Comunista, per cui non si può neanche dire che fosse una manifestazione di quattro gatti estremisti, anarchici od insurrezionalisti; è stata una manifestazione politica di un raggio discretamente ampio di forze, con idee anche diverse tra loro, che, alle quattro del mattino, è stata accolta con la violenza ed è stata dispersa con la violenza.

È questa la democrazia? Onestamente, oggi siamo venuti qui con l’idea di non partecipare a questo Consiglio Comunale, perché se questo è il modello di democrazia che vige, allora non ci sentiamo parte di questa democrazia. Dopodiché abbiamo fatto un ragionamento e, per senso di responsabilità verso le Istituzioni, siamo presenti e abbiamo fatto il nostro discorso. Siamo molto dispiaciuti dell’evoluzione che hanno preso le cose, ci dichiariamo indisponibili a gestire questa situazione, che non è più gestibile dal nostro punto di vista. Di conseguenza, non ci assumiamo la responsabilità delle conseguenze dell’azione che è stata fatta questa mattina, se ne assumerà le conseguenze il Sindaco e tutti gli altri politici che hanno scelto di percorrere questa via.”

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lunedì 4 luglio 2016, 13:59

Vodafone Smart Passport: le mani nelle mie tasche

Se siete italiani, ci sono ottime probabilità che siate o siate stati nella vita dei clienti Vodafone. Io ci ho persino lavorato, nel 1999, quando si chiamava ancora Omnitel; ci sono dunque affezionato. Nonostante questo, ultimamente stanno riuscendo a comportarsi veramente male.

Già l’anno scorso ero rimasto vittima di Vodafone Exclusive, il servizio aggiuntivo da 1,90 Euro al mese che veniva attivato mediante silenzio assenso, generalmente a persone come me che mai l’avrebbero voluto. Adesso la storia si ripete, grazie alla vicenda del roaming europeo.

Ricorderete infatti che in primavera ci eravamo beccati i comunicati trionfalistici dell’Unione Europea sui grandi vantaggi per i cittadini che essa sempre ci dona: in questo caso, l’abolizione dei costi di roaming spropositati che si pagavano per usare il telefono all’estero. In effetti, il Parlamento Europeo ha approvato un Regolamento che prevede un tetto massimo piuttosto ridotto ai costi di roaming, e la loro completa abolizione a partire dal giugno 2017.

Il 29 aprile, infatti, Vodafone mi ha mandato il seguente messaggio:

vodasmartpassport-1

Il messaggio è ambiguo, e fa sembrare che il regolamento europeo imponga a tutti i clienti di adottare “dal 12/6” l’offerta Smart Passport, ovvero un acquisto in blocco di 60 minuti, 60 SMS e 200 MB al giorno per tre euro “solo in caso di utilizzo”. Solo leggendo fino in fondo si scopre che “se disattivi Smart Passport, dal 30/4 paghi secondo le nuove tariffe europee”, e infine che puoi recedere dal contratto senza penali, il che deve sempre trarvi in allarme perché i fornitori di servizi, e solo perché obbligati, vi concedono di recedere dal contratto senza penali solo quando modificano unilateralmente le condizioni di contratto in maniera sfavorevole per voi: quindi “puoi recedere dal contratto” = “fregatura in arrivo”.

In questo caso, se ci pensate un attimo, il danno per l’utente medio è evidente: se veramente fate in un giorno 60 minuti di telefonate dall’estero va bene, ma se, come l’utente medio, all’estero disabilitate i dati, usate il telefono pochissimo e magari rispondete velocemente e dopo venti secondi mettete giù, non spenderete mai 3 euro. E infatti, la settimana prima ero stato in Francia e queste erano le mie tariffe: per ricevere telefonate pagavo 6 cent al minuto, per mandare un SMS 7 cent (notate che in Italia, trattandosi di una SIM secondaria su cui non ho alcun piano attivo, pago un SMS 20 centesimi: questo per dirvi quanto ci marciano gli operatori). Io non ho minuti inclusi, ma se li avete potete semplicemente usarli e pagare ancora meno, solo 1,4 cent al minuto in ricezione o 2,4 cent per SMS (qui trovate le tariffe sul sito Vodafone).

Quindi, per rispondere velocemente e poi metter giù avrei pagato qualche centesimo in tutto; ma con Smart Passport attiva, al primo secondo ricevuto o al primo SMS mandato scatta l’offerta e pago 3 euro. E questo ogni giorno, per cui se sto via una settimana e ogni giorno ricevo una chiamata per trenta secondi, alla fine avrò speso 21 euro invece che 40 centesimi. Lo scrivono anche loro, in un angolino del loro sito (oltretutto, altra chicca, il “giorno” è calcolato sempre sull’ora italiana, per cui se sei in California tu credi di avere l’offerta attiva per tutto il giorno là, ma in realtà a metà giornata scatta la mezzanotte italiana e la paghi due volte).

vodasmartpassport-3

Il danno per le mie tasche e il vantaggio per quelle di Vodafone – casualmente, proprio all’inizio della stagione estiva, quella in cui si viaggia di più all’estero – sono evidenti, per cui mi son detto: guarda sti maledetti, devo disattivare subito l’offerta. Ma subito (il 29 aprile) non si poteva, perché non era ancora attiva; e li ringrazio per il preavviso, ma un preavviso di un mese e mezzo onestamente sembra fatto apposta perché il cliente si dimentichi della cosa e non disattivi l’offerta quando viene il momento. Per cui, mi sono segnato sul calendario di Google “12 giugno: disattivare Smart Passport”.

Il 12 giugno controllo: l’offerta non è attiva. Ricontrollo nei giorni seguenti: niente. Vuoi vedere che sono rinsaviti, e/o che finalmente qualcuno gli ha fatto il mazzo, e sono ritornati sui loro passi?

E invece no: la settimana scorsa riparto per Slovenia e Austria. In Slovenia non guardo nemmeno gli SMS di avviso – chi viaggia spesso non li guarda più da anni – ma entrando in Austria per caso li apro e leggo: “Benvenuto in Austria, la tua offerta è Smart Passport”. Maledizione!

Così, giunto in albergo, mi attacco al wi-fi e apro l’app My Vodafone; controllo le mie offerte ed eccola lì:

vodasmartpassport-4

Attivata (da loro) il 28 giugno! Cioè, oltre ad attivarmi unilateralmente un “servizio” a pagamento che non voglio e che non ho mai richiesto, mi hanno mentito sulla data di attivazione, rimandandola di un paio di settimane, facendomi credere che non sarebbe stata più attivata e impedendomi così di disattivarla a priori…

Per fortuna nei giorni precedenti non avevo utilizzato quel numero, altrimenti avrei già avuto addebiti non voluti per parecchi euro. Comunque, perlomeno disattiviamola, no? Premo su “gestisci” e mi dice che si può disattivare solo dal sito. Apro il browser, vado sul sito Vodafone per smartphone, e… posso comprare tutto quel che voglio, ma non c’è alcuna voce di menu per gestire le offerte attive e disattivarle. Mi tocca aprire il PC, loggarmi sul sito da lì, andare sulla gestione offerte e… il servizio non è attualmente disponibile! Però, come dicono nello screenshot più sopra, potrei disattivarla chiamando dall’estero il +393482002070… e se lo chiamo che succede? Ovviamente scatta l’offerta: l’unica offerta attivata senza il tuo consenso che devi comprare almeno una volta per poterla disattivare.

Morale? Alla fine il sito si è riavuto e l’ho disattivata da lì, ma è evidente che questo comportamento – è il secondo per Vodafone, dopo la vicenda analoga di Vodafone Exclusive – meriterebbe di cambiare operatore, se non fosse che tanto, più o meno, tutti si comportano così; tra l’altro, non ho idea di quante siano le utenze su cui negli scorsi giorni è stata attivata Smart Passport “a tradimento”.

Alla fine, in un oligopolio come quello delle telecomunicazioni, il mercato da solo non è assolutamente in grado di tutelare i consumatori: dovrebbero farlo i nostri ministri nazionali e commissari europei che insistono continuamente con i benefici del mercato globale e dell’Europa. Ma in Italia questi comportamenti vanno avanti da anni, da parte di qualsiasi grande operatore di qualsiasi servizio, senza che nessuno intervenga. E allora perché stupirsi se poi la gente al mercato e all’Europa non crede più?

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martedì 21 giugno 2016, 15:04

Don’t cry for me, Cit Turin

Domenica mattina, su un pullman, nella periferia nordovest di Torino, l’autista e un passeggero parlano delle elezioni. Concludono entrambi che voteranno Appendino: l’autista perché “Fassino ci vuole vendere ai privati, Appendino difende il servizio pubblico”; il passeggero perché “Fassino ha riempito Torino di zingari, gli dà pure da mangiare, mentre a noi italiani non danno niente”.

Questa scenetta, a cui ho assistito personalmente, dimostra davvero che destra e sinistra come categorie e fasce sociali contrapposte non esistono più; sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di sinistra per il mantenimento in mani pubbliche delle società partecipate, sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di destra contro la presenza crescente degli stranieri e dei rom, comunque voterai Movimento 5 Stelle.

Ha votato Appendino il vecchietto ultra-80enne che ha salito con estrema fatica le scale del seggio di corso Svizzera in cui ero rappresentante, si è riposato dieci minuti buoni per riprendere fiato, ha votato e poi ha detto ad alta voce “e speriamo che adesso muoia, sto sindaco comunista!”; e ha votato Appendino la coppia di giovani che ho visto a festeggiare in piazza sotto il Municipio e che, rivolti verso i bei palazzi del centro, gridavano “andate a lavorare, radical chic di merda!”.

I commentatori si sono concentrati sulle contraddizioni insite in tutto questo; ed è vero, è vero che chiunque avesse qualcosa da ridire non solo sull’amministrazione Fassino o sul governo Renzi ma sull’economia, sulla geopolitica, sull’ordine sociale, persino sul tempo e sul risultato degli Europei di calcio, ha concretizzato la propria rabbia votando Appendino; è vero che le aspettative sulla nuova giunta sono non solo impossibilmente elevate, ma anche troppo contraddittorie per poter essere esaudite tutte.

Ma i commentatori che si concentrano sulle contraddizioni sbagliano, perché vivono ancora nel mondo della destra e della sinistra; sbagliano perché non capiscono che c’è un filo conduttore tra tutti quelli che hanno votato Appendino, un filo conduttore molto più forte delle contraddizioni interne. Un filo conduttore che esisteva già prima, ma che Chiara ha abilmente solleticato e rafforzato, con la sua campagna in stile primarie americane, innovativa per l’Italia e giustamente premiata, basata innanzi tutto sull’immagine, sull’emozione e sull’identificazione del “noi” con il popolo e del popolo con Chiara, più che sui temi di sostanza; una campagna inconsapevolmente peronista che io non avrei mai fatto e comunque non sarei mai stato in grado di fare, ma che era l’unica che potesse vincere e conquistare i cuori del popolo torinese (e quindi tanti complimenti a Xavier Bellanca, l’attivista-stratega oggi meritatamente intervistato dalla Stampa).

Il filo conduttore è evidente nella fotografia della distribuzione territoriale dei risultati:

mappa-ballottaggio-2016

E’ evidente che ciò che unisce i sostenitori di Appendino non è né la destra né la sinistra, e nemmeno l’apprezzamento per Grillo (volutamente tenuto fuori dalla campagna) o per le istanze storiche del M5S. Semplicemente, ciò che unisce i sostenitori di Appendino è di essere o sentirsi poveri; e sottolineo “sentirsi”, che per vedere i poveri veri bisogna andare nelle baraccopoli della Stura o direttamente nel Terzo Mondo, ma Torino è piena di ex classe media che pur vivendo ancora meglio di tre quarti del pianeta si sente a buon motivo pezzente.

Perché? Perché dall’altra parte c’è un sistema di persone che hanno esibito per vent’anni il loro bel centro lucido, i loro grandi eventi pieni di VIP, le loro connessioni familiari e sociali che li fan cadere sempre in piedi, la loro arroganza nel pretendere sempre ragione e nel liquidare qualsiasi opinione diversa come “fascismo” o “ignoranza”, la loro cultura rivendicata come uno status symbol, fino a stare immensamente sulle scatole alla maggioranza della città.

Davanti a un sistema organizzato che marca fisicamente e moralmente la distanza tra chi è dentro e chi è fuori, è ovvio che anche chi fuori vive piuttosto bene, anche chi gode di una amministrazione non certo inetta, si senta comunque un pezzente con voglia di rivalsa; e persino chi è dentro, ma riceve soltanto le briciole, si ribellerà nel segreto dell’urna o anche apertamente, come i ragazzi pagati per dare i volantini di Fassino che ci dicevano “comunque io voto per voi”. Non è solo una povertà materiale; lo è in molti casi, ma in molti altri è soprattutto una povertà di opportunità, di chance di crescita personale e di riconoscimento sociale, di libertà di essere e di realizzarsi, che rimanda al vuoto di senso della società moderna prima ancora che al vuoto nella pancia.

Fassino – una persona che purtroppo per lui ha il talento naturale per fare dichiarazioni autolesioniste: oggi si vantava di aver comprato le caprette ai rom di lungo Stura Lazio per rimandarli in Romania, provocando una serie infinita di “Piero, le caprette ti fanno ciao” – l’ha chiamata “invidia sociale”, sempre per farsi amare ancora un po’. Ma quando la differenza sociale non è legata al merito ma alle condizioni di partenza, non si tratta di invidia quanto di sacrosanta rabbia.

Sbaglia, però, chi pensa che l’identificazione dei “poveri” con il Movimento 5 Stelle sia soltanto occasionale, legata alla circostanza di essere ora all’opposizione e ancora sostanzialmente vergini dalle responsabilità di governo. Certamente la verginità politica massimizza il risultato, ma il M5S, nato come forza post-ideologica, sta costruendo da tempo con i propri elettori una identificazione ideologica di lungo periodo; e i commentatori più acuti, come Angelo D’Orsi, l’hanno colto benissimo. L’identificazione non avviene però sulla destra o sulla sinistra, ma sull’opposizione all’economia globalizzata di mercato, all’austerità tedesca, al dominio degli azionisti sui cittadini, degli utili di Borsa sugli stipendi delle famiglie, delle tasse e della ragion di Stato (indebitato) sulla libera iniziativa. Per questo, essa mette assieme gli operai con i padroncini, i piccoli imprenditori con gli impiegati, tutti uniti (ex sinistri ed ex destri) non contro il capitalismo, ma contro l’avidità dei capitalisti di oggi.

C’è, però, una questione più profonda. L’invidia e la rabbia sono sentimenti inevitabili, in una società basata sul consumismo, quindi sulla generazione continua di bisogni indotti per spingere all’acquisto. Più la società è in crisi economica, più aumentano le disuguaglianze, e meno le persone comuni sono in grado di soddisfare il bombardamento di bisogni indotti, materiali e psicologici; e ogni desiderio frustrato genera rabbia. Nel breve periodo, la rabbia genera insoddisfazione per chi governa e vantaggi elettorali per chiunque si presenti come il nuovo; ma cosa succederà se, esaurita la fiducia in Renzi, si dovesse esaurire anche quella nel Movimento 5 Stelle, senza che la crisi economica si risolva?

Una società con forti disuguaglianze sociali può reggere solo in due modi: o riducendo concretamente le disuguaglianze, o con un regime che reprima con le buone o con le cattive la rabbia popolare… fin che ci riesce. La rivolta dei forconi, due anni e mezzo fa, a Torino assunse forme e dimensioni non viste altrove, e doveva essere un segnale di allarme per tutti. Eppure, io ero l’unico in piazza a cercare di capire e di ascoltare, e tuttora quella presenza mi viene spesso rinfacciata come una macchia invece che come una medaglia. Se le disuguaglianze in questa città e in questo Paese, vere o percepite, non diminuiranno rapidamente, il rischio è che la rivolta ritorni ancora più forte: ed è questo rischio che tutti i politici, nuovi e vecchi, devono tenere ben presente.

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domenica 19 giugno 2016, 18:03

L’eterna lotta tra il bene e il male

A giudicare dai social, molti vivono la giornata di oggi come una tappa “vieni a fare la storia” dell’eterna lotta tra il bene e il male. E allora, è il caso di ricordare che l’eterna lotta tra il bene e il male è fatta così: è eterna, ma intanto son passati manco vent’anni e Feiez non c’è più, e non c’è più nemmeno la piattaforma in cima alle torri gemelle, e la stessa canzone è già riapparsa un po’ diversa almeno un paio di volte, e tutto continua a rimescolarsi in tre lingue diverse e non se ne capisce mai bene il senso, se non che, mentre cerchiamo inutilmente di distinguere il bene dal male anche nella cucina italo-americana, le linee di basso di Faso valgono sempre la pena di essere ascoltate ancora una volta.

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venerdì 17 giugno 2016, 13:54

Perché dovete venire a votare Appendino

Lo so, la campagna elettorale ha stancato tutti, si è riempita di rumore, di battibecchi, di attacchi puerili da tutte le parti. Eppure io ho riflettuto e vorrei, in due minuti, darvi quattro semplici motivi per andare a votare Chiara Appendino al ballottaggio, al di là delle perplessità che potete avere sul Movimento 5 Stelle (notoriamente, pur essendo uno dei suoi fondatori cittadini, ne ho diverse anch’io). Perché alla fine le differenze ci sono, e vale la pena di soppesarle bene.

Onestà. La campagna elettorale di Appendino è costata poco più di quarantamila euro, dettagliati sul sito; quella di Fassino non si sa, ma sui giornali è uscito il caso di un singolo candidato dei Moderati che da solo ha speso trecentomila euro, non li ha pagati e poi ha pure dichiarato di aver pagato diecimila euro in nero per ottenere la candidatura, salvo smentirsi il giorno dopo. Chiara ha rinunciato a centomila euro di gettoni di presenza che poteva anche intascarsi, e hanno ancora avuto il coraggio di attaccarla per i permessi di lavoro rimborsati alla sua azienda, che vanno a tutti i consiglieri lavoratori dipendenti, compresi quelli dei partiti, che però si tengono anche i gettoni. Né io né lei ci arricchiamo con la politica, potevamo guadagnare sicuramente di più dedicandoci al nostro lavoro e non pestando i piedi al potere cittadino; dall’altra parte c’è un intero mondo che vive di soldi pubblici da vent’anni e che spesso li gestisce come fossero propri, o li spreca (cinque milioni di euro per l’Arena Rock, sedici milioni di euro per il progetto di una biblioteca dei sogni) svuotando le casse pubbliche.

Pulizia. La legalità è un tema difficile e il M5S spesso l’ha affrontato con troppa superficialità. Tuttavia, secondo voi davvero tra PD e M5S non c’è differenza in termini di pulizia e di legalità? Fassino oggi dichiara “mai una macchia in 23 anni di centrosinistra”, eppure in questi anni i giornali si sono riempiti di inchieste giudiziarie e di scandali di ogni genere, dai gettoni di presenza rubati in Circoscrizione 5 alle firme false sulle liste del PD, dalla vicenda di Raphael Rossi all’Amiat alle telefonate a personaggi equivoci per chiedere voti per Fassino, fino alle ripetute infiltrazioni della ndrangheta nelle grandi opere pubbliche. Solo oggi hanno indagato ex sindaco ed esponenti PD di Borgaro! Il primo modo di combattere corruzione, mafie, favoritismi è far ruotare regolarmente le persone che si occupano della cosa pubblica, perché non facciano in tempo a farsi tentare o ad approfittarsene. Vogliamo cambiare aria o no?

Innovazione. Torino ha un drammatico bisogno di rilanciarsi per creare ricchezza e lavoro per tutti. Qualunque sia il giudizio sugli ultimi vent’anni, anche visto ciò che di positivo è stato fatto, è però chiaro che ormai quel ciclo è finito, ha esaurito la sua capacità di portare sviluppo. C’è bisogno di liberare energie, di attaccare rendite di posizione, di puntare su settori e tecnologie che un politico d’altri tempi come Fassino, uno che l’inglese lo parla così, pur con tutta la buona volontà fatica anche solo a comprendere. Nessuno contesta l’importanza del turismo, ma una città come la nostra non può vivere solo di turismo. Nessuno vuole bloccare la città, ma l’idea di Fassino di uno sviluppo urbano basato su cemento-palazzi-supermercati non sta più in piedi, anche solo perché a Torino ci sono già decine di migliaia di appartamenti vuoti e il mercato è crollato. Cambiare spaventa, ma oggi cambiare non è una scelta, è una necessità; se rivincerà Fassino, semplicemente perderemo altri cinque anni prima di poter ripartire.

Meritocrazia. A Torino “lavorano sempre gli amici degli amici”, lo disse l’ex sindaco Castellani come se fosse normale. La città è divisa tra chi fa parte di un sistema, da cui trae beneficio anche al di là dei propri meriti, e chi non ne fa parte, ed è spesso costretto alla disoccupazione o all’emigrazione. La città è divisa tra i quartieri centrali in cui vivono gli amici, sempre belli e tirati a lucido, e tutto il resto, in genere abbandonato alle buche e all’erba alta un metro. Ma un ambiente senza meritocrazia muore, perde opportunità, spreca risorse. Chiara ha scelto i suoi assessori con un bando pubblico, li ha annunciati quasi tutti, i CV sono online, ovviamente le scelte sono sempre opinabili, persino per me, ma tutti hanno competenza da vendere. Fassino ancora non ha annunciato un assessore che sia uno, ma in questi anni ha affidato i trasporti a un bancario, l’istruzione a un avvocato e l’innovazione a un consulente del lavoro, scelti in base a quanti voti hanno portato; e i risultati si vedono. Questo è il momento di spezzare un sistema di scelte non meritocratiche, di aprire le porte dei salotti e di dare le opportunità a tutti i torinesi, non solo a pochi. Non a caso chi sta nel sistema è terrorizzato, usa tutti i mezzi mediatici e persuasivi per convincervi a ritornare all’ovile e a votare quelli che avete sempre votato, minacciando cataclismi se Fassino perderà. Ma se Fassino perderà, l’unica cosa che succederà è che un po’ di privilegiati dovranno cercarsi un lavoro, e un po’ di gente valida prenderà il loro posto.

 

Questi, secondo me, sono i motivi decisivi per votare Appendino; tutto il resto, la polemica su questo o quel progetto, su questo o quell’appoggio, è rumore che distrae soltanto. Fateli pure leggere ai vostri amici indecisi; e mi auguro di vedervi in tanti ai seggi domenica, per provare a costruire un futuro migliore per la nostra città.

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lunedì 6 giugno 2016, 12:31

Risultati ed eletti delle elezioni comunali di Torino

Lo spoglio delle schede per il consiglio comunale di Torino è ormai terminato, e i risultati dovrebbero essere ormai definitivi, salvo ricorsi e aggiustamenti.

Questi sono dunque i voti per i candidati sindaci, che portano Fassino e Appendino al ballottaggio del 19 giugno:

FASSINO (Centrosinistra) 41,8%
APPENDINO (M5S) 30,9%
MORANO (Destra) 8,4%
NAPOLI (Centrodestra) 5,3%
ROSSO (Centro) 5,0%
AIRAUDO (Sinistra) 3,7%
NOCCETTI (Liste civetta) 1,4%
RIZZO (Comunisti) 0,9%
RACCA (Casapound) 0,5%
COLUCCI (Family Day) 0,5%
Altri (7 candidati) 1,6%

Questi sono i risultati delle liste, con il M5S che risulta il primo partito di Torino:

M5S 30,0%
PD 29,8%
Moderati 5,9%
Lega Nord 5,8%
Forza Italia 4,6%
Lista Fassino 4,2%
Lista Rosso 3,2%
Torino in Comune (Airaudo) 2,8%
Progetto Torino (Passoni) 2,0%
Fratelli d’Italia 1,5%
UDC 1,4%
Lista Morano 1,4%
Partito Comunista 0,9%
Lega Padana Piemont 0,8%
Salviamo l’Oftalmico 0,7%
Ambiente Torino 0,6%
Family Day 0,6%
Casapound 0,5%
Unione Pensionati 0,4%
IDV 0,4%
Amici a 4 Zampe 0,4%
Altri (13 liste) 2,1%

Questi, infine, sono i nomi degli eletti nel prossimo consiglio comunale di Torino, a seconda dell’esito del ballottaggio, e salvo apparentamenti ufficiali; potete individuare da soli diversi noti consiglieri uscenti che pur candidandosi sono stati bocciati dagli elettori.

Coalizione FASSINO (25 consiglieri se vince il ballottaggio, 11 se lo perde):
Piero Fassino
PD (18 o 8): Stefano Lo Russo, Enzo Lavolta, Mimmo Carretta, Maria Grazia Grippo, Claudio Lubatti, Chiara Foglietta, Elide Tisi, Monica Canalis; e inoltre, solo se vince Fassino: Lorenza Patriarca, Federica Scanderebech, Caterina Greco, Vincenzo Laterza, Gabriella Pistone, Alberto Saluzzo, Paolo Pastore, Paola Berzano, Michele Paolino, Roberto Cavaglià. Sempre se vincesse Fassino, dato che alcuni dei più votati sarebbero nominati assessori e si dimetterebbero da consiglieri, sarebbero eletti per sostituzione anche alcuni tra, nell’ordine: Silvio Viale, Dennis Maseri, Laura Onofri, Anna Maria Borasi, Gianni Ventura.
Moderati (3 o 1): Silvio Magliano; e inoltre, solo se vince Fassino: Giovanni Porcino, Paolo Musarò, e nel caso uno di questi diventasse assessore, Giuliana Tedesco.
Lista Fassino (2 o 1): Francesco Tresso; e inoltre, solo se vince Fassino, Paolo Chiavarino, e nel caso uno di questi diventasse assessore, Marco D’Acri.
Progetto Torino (1 o 0): solo se vince Fassino, Gianguido Passoni, e nel caso in cui lui diventasse assessore, Mariagrazia Pellerino.

Coalizione APPENDINO (25 se vince il ballottaggio, 10 se lo perde):
Chiara Appendino
M5S (24 o 9): Damiano Carretto, Maura Paoli, Valentina Sganga, Daniela Albano, Monica Amore, Fabio Versaci, Viviana Ferrero, Francesco Sicari, Antonino Iaria; e inoltre, solo se vince Appendino: Federico Mensio, Andrea Russi, Barbara Azzarà, Chiara Giacosa, Giovanna Buccolo, Fabio Gosetto, Deborah Montalbano, Serena Imbesi, Antonio Fornari, Massimo Giovara, Carlotta Tevere, Marco Chessa, Aldo Curatella, Roberto Malanca, Alberto Unia.

Coalizione MORANO (3 se vince Fassino, 2 se vince Appendino):
Alberto Morano
Lega Nord (2 o 1): Fabrizio Ricca; e inoltre, solo se vince Fassino, Francesca Parlacino.

Coalizione NAPOLI (1):
Osvaldo Napoli, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Andrea Tronzano.

Coalizione ROSSO (1):
Roberto Rosso, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Raffaele Petrarulo.

Coalizione AIRAUDO (1):
Giorgio Airaudo, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Eleonora Artesio.

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venerdì 3 giugno 2016, 14:46

Dichiarazione di voto

In diversi mi hanno chiesto per chi voterò, e un consiglio su chi votare alle imminenti elezioni comunali torinesi. Io vi raccomando di conoscere meglio i candidati e scegliere chi più vi aggrada, ma, essendo ormai un semplice simpatizzante, non vedo problemi nel rispondere pubblicamente: voterò M5S e darò le mie preferenze a Monica Amore, che è grintosa, leale e abituata a combattere, e a Roberto Malanca, che è saggio, preparato, buon mediatore e non ha mai sgomitato per emergere. Mi spiace comunque non avere altre preferenze da dare, che darei a Viviana Ferrero e Alberto Unia, ma anche a Damiano Carretto, Antonio Fornari, Michele Albertini, Daniela Albano, Roberto Alice, Roberto Merotto e altri ancora (e a Tiziano Mele in circoscrizione 5); in generale, ritengo più adatte al ruolo persone un po’ più in là negli anni, più esperte di vita e meno estreme, piuttosto che i classici giovanotti rampanti a cinque stelle.

Aggiungo comunque che se proprio volete invece votare il PD almeno date la preferenza a Silvio Viale, che è un gran rompiscatole, talvolta maleducato, ma è il candidato più laico e libertario in un ambiente che ne ha un gran bisogno; e se invece votate Lega, voglio esprimere la mia stima per Roberto Carbonero, che è il secondo consigliere comunale per presenze nel mandato uscente (dopo di me).

In ogni caso, l’importante è fare una scelta consapevole e informata: buon voto (o non voto, per chi si astiene).

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mercoledì 1 giugno 2016, 13:58

Un curioso sul divano

È passata più di una settimana da quando si è concluso il mio mandato in consiglio comunale ed abbiamo annunciato che, almeno per il momento, si conclude anche la mia esperienza in politica; qui sotto rimetto il video del mio messaggio di commiato in Sala Rossa, per chi non l’avesse ancora visto.

E’ stata una settimana ancora piuttosto piena, tra sbaraccare il mio ufficio in Municipio e rispondere a tanti messaggi di ringraziamento e solidarietà, nonché alle critiche incrociate dei pro Appendino (per cui sto disturbando la sua corsa verso il successo con la mia passività e le mie osservazioni) e degli anti Appendino (per cui non ho denunciato abbastanza duramente il modo in cui sono stato trattato dal M5S). Prendere posizioni ragionate in un mondo di tifosi e di pretoriani, come già vi raccontai, porta dritto alla solitudine, che però è limitata al mondo della politica; fuori da quello ho ricevuto davvero una valanga di affetto e ve ne ringrazio.

Nel ponte andrò fuori Torino e cercherò di staccare da tutto; tornerò domenica pomeriggio per andare a votare. Nonostante tutte le mie perplessità sulla direzione presa dal Movimento, sono convinto che Chiara possa davvero vincere, perché l’insoddisfazione generale e la voglia di “punire il sistema” sono palpabili ovunque, anche al di là dei reali demeriti di Fassino. Credo che oggi in un ballottaggio popolare con Fassino avrebbe delle chance persino il Gabibbo, figuriamoci una persona sveglia e mediatica come Chiara.

Comunque, sono curioso di vedere come andrà a finire, ma sul piano personale a me non cambia nulla. Io, difatti, dall’ultimo consiglio comunale non ho più sentito praticamente nessuno del M5S e ho cominciato a pensare al dopo: un brillante quarantenne sul divano di casa, con la sfida di reinventarsi per l’ennesima volta. E’ una situazione a cui non sono più abituato da diversi anni, e certamente è strano non avere ogni minuto impegnato, ma non è la prima volta in cui mi ci trovo. Sono piuttosto curioso di capire come andrà avanti la mia storia; perché nella vita si impara dalle vittorie ma anche dalle sconfitte, e l’unica cosa che non si deve fare è fermarsi, accontentandosi, senza più avere il coraggio di cambiare.

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venerdì 27 maggio 2016, 13:37

Perché non disprezzo Mihajlovic

In curva Maratona da molti decenni vige una regola d’oro, quella di lasciare la politica fuori dalla curva; figlia di un periodo in cui per la politica ci si ammazzava a vicenda, è però una regola che, pur permettendo alla Maratona di essere una delle curve con la maggiore coscienza sociale e con molte persone che affiancano all’attivismo sportivo quello politico, ha tuttora un senso per evitare divisioni.

Per questo, io avrei preferito commentare l’arrivo di Sinisa Mihajlovic come allenatore del Toro in senso strettamente sportivo, come quello di un ex ottimo calciatore che ora, da allenatore, è considerato una delle migliori promesse della generazione dei quarantenni. Tuttavia, proprio per la coscienza sociale di cui parlavamo, è inevitabile che l’arrivo di Mihajlovic abbia fatto storcere il naso a molti commentatori granata, come ben riassunto in questo articolo che sta facendo discutere.

Le simpatie nazionaliste serbe di Mihajlovic sono note, così come è nota la sua amicizia personale con la Tigre Arkan, un criminale di guerra responsabile di molti dei massacri della guerra jugoslava, che era il capo degli ultrà quando lui giocava alla Stella Rossa. Rimase famoso l’episodio del 2000 in cui, dopo la morte di Arkan, i fascisti della curva della Lazio esposero uno striscione in suo onore:

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Si disse al tempo che fosse stato Mihajlovic a chiederlo, anche se lui ha smentito; sta di fatto che la Maratona diede allora la risposta perfetta, esponendo la domenica successiva un altro striscione che ha fatto la storia:

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Di quello striscione andiamo tutti fieri; ora però, quasi vent’anni dopo, in uno di quei cicli beffardi del calcio ci ritroviamo Mihajlovic in panchina. Io capisco quindi chi lo ritiene almeno moralmente complice di quello che successe nella ex Jugoslavia, e non lo gradisce; eppure, non credo che sia la conclusione giusta.

Per prima cosa, prima di liquidare qualcuno come nazista e genocida vorrei conoscerlo meglio e di persona; perché ho imparato che ciò che scrivono i giornali è solo una approssimazione della verità, e che l’immagine pubblica che ogni personaggio si porta appresso è spesso imprecisa e piuttosto diversa dal vero. Del resto, secondo i giornali io sarei uno che si augura che mezzo governo venga ammazzato a mitragliate (aprile 2013) e che desidera rimpatriare a calci nel sedere quelli che sbarcano dai barconi (agosto 2015) e vi assicuro che nella realtà non penso minimamente alcuna delle due cose.

Ma poi, se leggo i racconti della sua esperienza personale che lo stesso Mihajlovic ha dato nel tempo – per esempio questo, del 2009 – non posso che concludere che l’idea del nazista, razzista e amico degli squadroni della morte è come minimo molto semplificata; non solo per le altre idee che esprime (per esempio l’apprezzamento per Tito e per la sua Jugoslavia multietnica) ma perché i racconti che fa – e vi raccomando di dedicare tre minuti a guardare questo video, che risale solo a un paio di mesi fa – mostrano che nessuno di noi può davvero capire, e figuriamoci giudicare, l’esperienza di un ragazzo di vent’anni, nato e cresciuto proprio sul confine tra Serbia e Croazia, che improvvisamente si trova al centro di una guerra sporchissima, una guerra in cui suo zio croato voleva ammazzare suo padre serbo, poi Arkan cattura lo zio e gli telefona per chiedere se vuole che lo ammazzino o solo che glielo portino.

Anche a me viene naturale giudicare le persone a prima vista, ma poi realizzo che, se distinguere tra il bene e il male è un obbligo morale per chiunque in qualunque situazione, giudicare la scelta degli altri è uno sport per gente con la pancia piena e le pantofole davanti al caminetto. Credo che nessuno di noi abbia vissuto quell’esperienza, e tantomeno quella successiva di vedere il proprio Paese bombardato per mesi dalla NATO, cioé anche da noi. E se questo non mi rende le vere o presunte idee di Mihajlovic più simpatiche, mi porta però a pensare di non avere il diritto di giudicarlo.

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domenica 22 maggio 2016, 11:09

Una visita al museo Lombroso

Ieri sera ho approfittato della Notte dei Musei per partecipare alla visita guidata del Museo Lombroso. Il museo è piccolo, molto inquietante e molto interessante, purché visitato con un po’ di cervello; aiuta a porsi una serie di domande scomode sul rapporto tra scienza, etica e umanità.

Lombroso non era uno scienziato pazzo né deviato, era semplicemente uno scienziato che ha applicato il metodo scientifico e la conoscenza teorica e tecnologica della sua epoca a ipotesi soltanto parzialmente errate. Sia l’idea che esistano parametri misurabili del nostro corpo correlabili con i nostri schemi individuali di comportamento, che l’idea che tali parametri siano ereditati dai nostri antenati, sono corrette; soltanto, i parametri non sono le dimensioni e la forma del cranio ma le nostre sequenze di DNA, e la correlazione non è assoluta e deterministica, poiché contano anche le influenze dell’ambiente, della cultura e dell’educazione; tale correlazione non riguarda la “delinquenza”, che non è una patologia, ma piuttosto alcune di quelle che oggi sono considerate forme di disabilità e di disturbi nella socialità dell’individuo.

L’applicazione del pensiero scientifico di Lombroso sulla criminalità innata, partendo dalle sue ipotesi, era logica: se c’è un parametro corporeo che mi permette di dire con certezza che una persona avrà comportamenti criminali, da una parte è inutile punirla perché non c’è alcuna volontà nel suo destino, e dall’altra è insensato tenerla libera nella società perché certamente non potrà che danneggiare gli altri. E’ chiaro che una ulteriore conseguenza logica e scientifica di questo pensiero, tratta da altri nei decenni immediatamente successivi, è che a questo punto tanto vale impedire la nascita di questi individui oppure rinchiuderli o addirittura ucciderli una volta individuati: di lì la “soluzione finale”.

Per questo il museo Lombroso è importante e va visto, perché se ne esce con diverse questioni filosofiche fondamentali che travalicano i confini della scienza, a partire da quella sull’esistenza del libero arbitrio: esiste veramente un libero e insondabile arbitrio degli esseri umani, oppure il nostro comportamento è pienamente determinato da leggi fisiche e reazioni chimiche che semplicemente noi ancora non conosciamo sufficientemente? E comunque, nel momento in cui scopriamo una correlazione certa tra il modo in cui è fatto un essere umano e il modo in cui si comporterà e si inserirà nella vita sociale, qual è il comportamento giusto da tenere?

Proprio perché la scienza, col suo continuo progresso, ci permette sempre più facilmente una selezione eugenetica dei futuri esseri umani prima ancora che nascano, è importante essere coscienti di questa domanda; sapendo che il rifiuto di questa selezione è una scelta fieramente antiscientifica, ma non per questo sbagliata, anzi è l’affermazione del principio che esistono ambiti dell’esistenza umana situati su piani diversi e inconciliabili con quello della scienza.

D’altra parte, però, anche questa affermazione è potenzialmente altrettanto pericolosa del positivismo; e anche su questo il museo Lombroso, suo malgrado, pone delle domande urgenti. E’ innegabile che in Occidente gli ultimi anni vedano una recrudescenza dell’oscurantismo, delle credenze mitologiche in qualsiasi bufala, della ribellione all’autorità della scienza, per sua natura sempre meno intuitivamente comprensibile man mano che avanza e diventa più complessa, ma per questo equiparata a una manipolazione di poteri forti contro il popolo. Così come i momenti di sviluppo e di fiducia nel futuro promuovono il positivismo, i momenti di crisi economica e di paura promuovono il negativismo.

Al povero Lombroso tocca ora un destino beffardamente opposto rispetto a quello di Galileo e di tanti altri scienziati. Galileo, scienziato di valore, fu bruciato (metaforicamente) in vita per essere riconosciuto da morto; Lombroso, riempito di onori mentre era in vita, è ora metaforicamente bruciato da morto. Egli è, in effetti, il bersaglio perfetto per il negativismo; essendosi occupato di studiare scientificamente il corpo umano nell’unico modo che la tecnologia dell’epoca gli permetteva, ovvero sotto forma di collezionista di spoglie (che continuo a pensare andrebbero sepolte e sostituite da riproduzioni, ma non è questo il punto), può facilmente essere fatto passare per un Mengele ante litteram, un crudele e freddo massacratore di esseri umani. Ovviamente era l’opposto; attivamente socialista, i suoi studi miravano al benessere dell’umanità, compresi i più poveri, e l’uso di cadaveri era proprio il modo per farli senza danneggiare nessuno. Ma chi meglio di lui può essere sfruttato come simbolo aggregatore per qualsiasi ribellione antiscientifica e complottista, dal revanscismo neoborbonico al rifiuto della medicina “ufficiale”?

Per questo il museo Lombroso deve rimanere aperto e venire difeso (qui la petizione); e bisogna che esso sia libero di mandare il suo messaggio, senza gli imbarazzi della nostra guida di ieri che ogni due minuti era costretta a ripetere che le teorie di Lombroso erano screditate. Certo, il problema è che spesso chi lo critica non è in grado di capirlo; e allora, l’ultimo messaggio importante che Lombroso ci manda è che nessuna società umana complessa come la nostra può sopravvivere senza la fiducia, anche se non illimitata, nella scienza e nel suo metodo; e che questa fiducia non è mai scontata, ma va costruita dalla società tramite l’educazione.

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