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MoVimento 5 Stelle TorinoSono consigliere comunale di Torino del Movimento 5 Stelle. Scopri chi sono io e visita il sito della lista.

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sabato 30 maggio 2015, 15:41

Di nomadi, cani e immondizia (3)

Stamattina, insieme ad altri portavoce ed attivisti del¬†Movimento 5 Stelle, sono stato in via Germagnano per parlare sia con gli abitanti del campo nomadi che con i volontari dell’ENPA.

I volontari, giustamente esasperati, chiedono che il Comune provveda a garantire la guardia notturna del canile, attualmente svolta da uno di loro. La famosa pattuglia dell’esercito che doveva garantire l’ordine sostanzialmente non si √® ancora vista; i danni sono stati quasi interamente riparati, grazie anche a numerose donazioni, ma hanno paura che possa arrivare presto un nuovo assalto. Ad ogni modo, non c’√® nessuna intenzione di abbandonare il canile costruito con tanta fatica ben prima che il Comune mettesse l√¨ i rom.

Nel campo nomadi siamo stati accolti nella casetta occupata da due anziane suore (sante donne veramente), dove abbiamo avuto una lunga discussione che ha coinvolto anche uno dei vecchi capifamiglia del campo e alcune persone che lavorano o hanno lavorato l√¨ come operatori sociali. Ho avuto un’altra conferma delle dinamiche interne di cui vi parlavo; il campo, che nei primi 6-7 anni di vita √® stato relativamente tranquillo, √® degenerato negli ultimi anni per via di alcune famiglie prepotenti, che hanno fatto anche fuggire altre famiglie, bruciando le loro baracche. Qualcuna di queste famiglie violente √® stata anche allontanata dal campo, ma continua ad esercitare il proprio potere dall’esterno.

Comunque, emerge un problema di fondo: il campo √® stato progressivamente abbandonato a se stesso. Le casette vengono abbandonate e bruciate perch√© dal 2006 il Comune non procede a nuove assegnazioni di quelle che si liberano, e alcuni servizi che erano stati creati, ad esempio per intrattenere ed educare i bambini, sono stati nel tempo dismessi con la scusa che si vogliono smantellare i campi. E’ vero che i campi vanno smantellati, ma o lo si fa veramente oppure nel frattempo essi diventano una incontrollabile terra di nessuno.

Parte del problema √® veramente legato ai bambini; ci sono famiglie che li curano, li accudiscono e li mandano a scuola, ma ce ne sono altre che se ne fregano completamente dei propri figli, col risultato che (grazie anche all’elevata prolificit√† dei rom) nel campo si √® creato un nucleo di decine di bambini e ragazzini che vivono in gruppo dalla mattina alla sera, completamente allo stato brado, e per passare il tempo tirano i sassi, bruciano le cose, spaccano, disturbano in giro per la zona. Alcuni capifamiglia hanno cercato di convincere gli altri che quello non √® un buon modo di gestire i figli, ma senza grandi risultati.

Ho comunque scoperto numerosi fatti che attribuiscono alle istituzioni italiane altrettanta responsabilit√† del degrado di quella che hanno gli occupanti del campo. Per esempio, la baracca costruita dagli stessi rom per dare ai ragazzini un luogo dove giocare nel campo, senza andare a dar fastidio in giro, √® stata sequestrata dalla magistratura tempo fa ed √® ancora l√¨ sigillata. Per esempio, le casette non hanno l’abitabilit√†, perch√© il Comune le ha date ai rom a titolo di “magazzino”, pur costruendoci dentro il bagno e quant’altro. Per esempio, i lavori di recupero di quattro delle casette bruciate, attesi da tempo, sono casualmente iniziati proprio mercoled√¨ scorso, giorno della manifestazione in strada. Per esempio, il progetto di sostegno sociale e avviamento all’integrazione finanziato quasi due anni fa con 1.200.000 euro non √® ancora partito, perch√© la convenzione con le cooperative prevede che i destinatari siano gli occupanti autorizzati del campo, ma il Comune non √® stato in grado di fornirne la lista; tra sei mesi il contratto scade, e sospetto che i soldi dovranno essere pagati comunque alle cooperative, che il progetto sia stato fatto oppure no.

Io penso che invece di gridare slogan, che siano pro o contro i rom, sia necessario rimboccarsi le maniche ed entrare nel dettaglio dei problemi, scavando fino a scoprire cosa non funziona e come lo si può sistemare. La sensazione è che tra i rom ci siano sicuramente molte persone che delinquono o perlomeno che non sono in grado di stare in una società civile, ma anche che molta gente in giacca e cravatta ben inserita nella società italiana ci marci sopra in ogni modo, tanto è facile dare la colpa ai rom per qualsiasi propria inefficienza, negligenza o addirittura ladrocinio.

Oggi nel campo c’erano i carabinieri in forze, stanno cercando di identificare uno per uno i ragazzini e ragazzoni che hanno compiuto l’assalto al canile. Poi, per√≤, bisogner√† capire cosa farne; i servizi sociali cercano di darli in affido diurno, ma a parte la difficolt√† di trovare una famiglia che voglia prendersi in casa un ragazzino rom quindicenne cresciuto per strada e molto pi√Ļ adulto (soprattutto nel male) dei suoi coetanei italiani, poi la sera lo si rimanda nel campo e siamo da capo. Anche i progetti di educazione alla genitorialit√†, gi√† difficili con gli italiani, sono molto pi√Ļ difficili coi rom.

Tuttavia, le scelte non sono molte: detto che molte delle famiglie che vivono nel campo sono in Italia da quarant’anni almeno e i pi√Ļ giovani sono cittadini italiani come tutti noi (quindi non esiste “rimandiamoli al loro Paese”), o pensiamo di far schiacciare alle ruspe oltre alle baracche anche le persone, bambini compresi, oppure bisogna faticosamente educare al rispetto della convivenza civile, un po’ con la carota e un po’ con il bastone. Il primo passo di tutto ci√≤ √® guardarsi negli occhi, cosa che a quanto pare, in dieci anni, tra campo e canile non √® mai avvenuta. Scoperto che abbiamo tutti due braccia, due gambe e una testa, talvolta illuminata e talvolta un po’ di cazzo, si pu√≤ proseguire ad affrontare i problemi invece di gridarne soltanto.

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martedì 26 maggio 2015, 15:13

Perché Uber non è il progresso

Ha fatto rumore la sentenza del Tribunale di Milano che dichiara UberPop Рil servizio principale di Uber, quello in cui chiunque può prendere la propria auto e cominciare a trasportare gente a pagamento Рillegale in tutta Italia, e ne impone il blocco entro quindici giorni.

Eppure, per chi ha approfondito la vicenda, la sentenza era inevitabile: per la legge italiana, il servizio di trasporto pubblico di persone non di linea pu√≤ essere svolto solo dai tassisti o dagli NCC (noleggio con conducente), entrambi sottoposti a licenza. Anche le sentenze dei giudici di pace tanto sbandierate nelle scorse settimane non hanno mai detto che UberPop √® legale, ma piuttosto hanno contestato la regolarit√† del modo in cui i vigili avevano sequestrato le auto agli autisti Uber, dicendo che dovevano farlo in un modo diverso oppure che comunque il sequestro dell’auto era una punizione eccessiva; bastava leggerle.

Sento per√≤ gi√† i cori di gente che parla di libert√† del mercato violata, di vittoria delle lobby, di resistenza al progresso, di cittadini forzati a farsi rapinare da tassisti esosi e violenti (a proposito, i tassisti spesso hanno avuto comportamenti spregevoli, e sono bravissimi a farsi odiare dalla gente; ma questo non cambia il discorso che sto per fare). Per questo voglio mettere in evidenza che la vera questione in ballo non √® affatto quella che pensate, ed √® molto pi√Ļ importante di quello che sembra.

Vi siete chiesti, infatti, come fa Uber a praticare prezzi cos√¨ bassi? E’ bello credere che i tassisti si arricchiscano sulle spalle degli italiani, e che sarebbe possibile viaggiare tutti in taxi per met√† del prezzo, ma non √® cos√¨. Se esistono margini per abbassare un po’ i prezzi, naturalmente senza introdurre sovvenzioni pubbliche, sono legati a un migliore utilizzo dei veicoli: oggi ci sono troppi taxi in funzione della domanda che si √® ridotta, per cui molti passano il tempo in attesa di una chiamata, lavorano poco e guadagnano poco.

I prezzi dei taxi, comunque, non sono fissati dai tassisti, ma dalle Province e dai Comuni, esattamente come i prezzi del biglietto dell’autobus; chiedere di pagare meno il taxi √® come chiedere di pagare meno l’autobus, con la differenza che i biglietti dell’autobus coprono solo un terzo scarso del costo del servizio (il resto √® sovvenzionato dalle tasse di tutti), mentre il prezzo del taxi deve ripagare tutto il costo. Se un viaggio in bus costasse 4,50 Euro, come da costo effettivo, il prezzo del taxi non sembrerebbe cos√¨ esoso.

Uber, invece, taglia su ben altri costi. Il prezzo della corsa viene determinato con il costo chilometrico ACI, che come sappiamo √® una misura generosa dei costi di esercizio di un’automobile; su quello, il 20% viene trattenuto da Uber, mentre l’80% va all’autista. Uber, per√≤, paga le tasse in Olanda, ad aliquote ridotte, e non in Italia; pur avendo una filiale italiana, essa rigira gli incassi alla casa madre come “affitto della piattaforma”. L’autista, invece, prende i soldi e dichiara che sono semplicemente un rimborso spese, e non un reddito da lavoro, per cui non sono soggetti a tasse.

Quindi, su ci√≤ che voi pagate all’autista Uber, nessuno paga tasse in Italia; il tassista, invece, paga allo Stato italiano le tasse sul reddito e i contributi previdenziali ed √® soggetto agli studi di settore, il che vuol dire che anche se evade finisce per pagare lo stesso, mentre se invece lavora pochissimo paga comunque una botta di tasse; e questo fa grande differenza sui prezzi.

Gi√† il modo furbetto in cui si presenta Uber dovrebbe inquietarvi: ci sono tante persone disoccupate che vogliono lavorare per Uber e tanti che reclamano la liberalizzazione di Uber perch√© “porta lavoro”, eppure la societ√† stessa pubblicizza il servizio come un modo divertente di passare il proprio tempo per “coprire i costi della propria auto”, senza fine di lucro; lo dice anche la pubblicit√† di Uber su Facebook.

Insomma, ufficialmente non √® un lavoro per guadagnare, √® proprio che all’autista Uber fa piacere uscire di casa e passare il tempo libero portando uno sconosciuto da un posto a un altro posto dove altrimenti non sarebbe mai andato: ma dai!! (Questa, tra l’altro, √® la differenza con Blablacar, che invece permette davvero di condividere la spesa per un viaggio che si farebbe comunque.)

Ma le differenze di costo non finiscono qui. Il tassista deve conseguire e pagarsi una patente speciale, ossia un certificato di abilitazione professionale; l’autista Uber no. Il tassista √® soggetto a visite mediche annuali a campione per verificare che non faccia uso regolare di droga e che sia in salute; l’autista Uber no. Il tassista ha limiti ben precisi di orario al volante; l’autista Uber, se l’app glielo concedesse, potrebbe guidare per ventiquattr’ore di fila. Il tassista paga una assicurazione professionale che copre qualsiasi danno; l’autista Uber gira con la normale assicurazione RC auto, sulla quale √® scritto esplicitamente che √® escluso il trasporto a pagamento, e auguri a voi se venite coinvolti in un incidente come passeggero pagante (Uber giura di avere una assicurazione integrativa, sperate in bene).

Tutti questi sono costi; ora, possiamo anche decidere che alcune di queste cose sono eccessive, ed √® giusto che vengano eliminate. Ma allora le eliminiamo per tutti, a partire dai tassisti; cos√¨ poi s√¨ che si pu√≤ fare “concorrenza sul libero mercato”. E le facciamo eliminare al Parlamento, non a una multinazionale che arriva qui e fa quello che le pare.

C’√®, infine, il problema del costo della licenza. Questo per me non √® un problema concettuale: ci sono altre categorie che avevano una licenza che ha perso di valore di botto, fa parte del rischio d’impresa. E’ comunque un problema pratico: ci sono migliaia di giovani che si sono ipotecati la casa o hanno fatto colletta tra i parenti per pagare 100.000 o 150.000 euro di licenza, davvero li vogliamo mettere in mezzo a una strada? Aggiungo solo che, contrariamente a quel che si crede, la compravendita di licenze taxi non √® n√® illegale n√® in nero, ma √® riconosciuta e soggetta al 23% di tasse, cio√® decine di migliaia di euro a transazione, che lo Stato italiano in questi anni ha tranquillamente incassato.

Ma questo non √® nemmeno il punto vero; il vero problema √® il modello di lavoro che Uber rappresenta. I tassisti sono una categoria di piccoli imprenditori di se stessi, ognuno dei quali vive, lavora e paga le tasse in Italia, e si √® conquistato nel tempo diritti e doveri, e in particolare l’indipendenza da un padrone; al massimo i taxi si radunano in cooperativa, ma non sono dipendenti.

La proposta di Uber √® quella di sostituirli con un esercito di persone precarie, non professionalizzate, senza alcun diritto, mentre gli utili del sistema di gestione se ne vanno all’estero. Lo stipendio di queste persone, perdipi√Ļ, √® totalmente incerto, proprio perch√©¬† le condizioni di lavoro degli autisti, nonch√© i prezzi e la ripartizione, sono stabiliti da Uber come vuole. Non ci sono garanzie, e, se Uber vuole, da domani non guidi pi√Ļ e perdi il lavoro; e in pi√Ļ, presto gli autisti si accorgeranno che l’80% del rimborso chilometrico √® un compenso che permette a malapena di rientrare nelle spese, e quando dopo aver incassato apparentemente un buon guadagno scopriranno che devono cambiare la macchina per usura gi√† l’anno prossimo spendendo anche pi√Ļ di quanto incassato, nessuno sar√† l√¨ ad aiutarli; ci saranno invece altri disoccupati pronti a immolare la propria auto per incassare un po’ di soldi subito.

Insomma, altro che “sharing economy”, questo √® semplicemente il caporalato come per i poveretti che raccolgono i pomodori nei campi, la stecca del 20% da pagare ogni giorno per poter lavorare. Capisco che questo sia il modello che piace ai grandi investitori finanziari e ai loro media, ma non capisco perch√© piaccia a voi. Davvero questo sarebbe il progresso?

Per questo io penso che sia giusto che Uber e i suoi autisti possano offrire il loro servizio, che è ben fatto e ben realizzato; ma alle stesse condizioni dei tassisti. La politica, finora latitante, dovrebbe battere un colpo e decidere se mantenere le condizioni attuali o rivederle per tutti, assicurandosi in primo luogo che le tasse sul servizio di trasporto restino pagate in Italia, che i clienti siano garantiti nella sicurezza, e che i lavoratori abbiano i propri diritti. A quel punto, ben venga Uber; credo però che i prezzi non caleranno così tanto, ma credo anche che sia giusto così.

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domenica 24 maggio 2015, 22:23

Quando la musica si suonava da sola

Nella storia della musica √® esistito un momento molto particolare, circa dal 1880 al 1930. E’ il momento in cui la rivoluzione ferroviaria di met√† Ottocento e la fine delle guerre di indipendenza nazionale portano a una fase di sviluppo, di benessere e di ricchezza che solo la Prima Guerra Mondiale (e, negli Stati Uniti, nemmeno quella) metter√† in crisi. E’ il periodo in cui furono inventate e si diffusero tecnologie che cambiarono il mondo, spesso tramite le comunicazioni: il telefono, la lampadina, la dinamo, la rete elettrica, la rotativa tipografica, la fotografia portatile, e poi la radio e il cinema.

L’unione di queste tecnologie e di una fase di crescente benessere, almeno per la borghesia inurbata, port√≤ la cosiddetta Belle Epoque; un’era di divertimento e di intrattenimenti di massa. L√† dove c’√® divertimento c’√® sempre la musica; e un’altra delle invenzioni di quest’epoca, il fonografo/grammofono o pi√Ļ volgarmente “giradischi”, permise per la prima volta di registrare una performance musicale e di riprodurla pi√Ļ e pi√Ļ volte, anche se con qualit√† inizialmente pessima e quasi inintelligibile.

Il problema, tuttavia, √® che il suono riprodotto dalla puntina che scorre su di un disco √® molto molto debole, per cui √® necessario amplificarlo; ma l’unico sistema che all’epoca avevano a disposizione era quello dell’amplificazione naturale tramite un grosso corno, proprio come per gli strumenti a fiato. L’anno scorso allo Science Museum di Londra, in una mostra temporanea, ho visto la riproduzione di un corno gigantesco, realizzato nel 1929 – alla fine di quest’epoca – come esperimento del meglio possibile nell’amplificazione naturale; era lungo una decina di metri e occupava un intero salone, permettendo per√≤ a un pubblico di qualche decina di persone di riuscire ad ascoltare la fonte di suono. In condizioni normali, comunque, l’amplificazione naturale √® sufficiente a malapena per una piccola camera con qualche persona che ascolta in religioso silenzio.

D’altra parte, l’avvento dell’intrattenimento di massa rendeva sempre pi√Ļ difficile utilizzare il metodo tradizionale di generare la musica, cio√® suonandola ogni volta dal vivo. Se nelle sale da concerto e in quelle da ballo continuavano ampiamente a spopolare le orchestre, vi erano una serie di situazioni in cui l’orchestra era troppo costosa e troppo poco pratica, mentre il grammofono offriva qualit√† e livello sonoro insufficienti; in particolare per le fiere viaggianti, per le giostre all’aperto, per le prime forme di pubblicit√† sonora, e per le proiezioni del cinema muto, che venivano normalmente arricchite da una colonna sonora strumentale eseguita sul posto. Nelle case per bene, poi, in attesa di una maggior diffusione della musica registrata, si usava che qualcuno suonasse il pianoforte per accompagnare la famiglia a cantare gli ultimi successi; ma che fare per avere un po’ di musica in assenza di un buon pianista?

Per tutte queste situazioni, si afferm√≤ un’industria sorprendente e oggi quasi completamente dimenticata: l’industria degli strumenti musicali automatici.

Uno strumento musicale automatico √® un normale strumento musicale, per esempio un organo, a cui viene abbinato un meccanismo che permette di leggere una specie di spartito musicale e muovere di conseguenza i tasti dello strumento, suonandolo “automaticamente”. L’organo √® il caso pi√Ļ tipico, perch√© √® uno strumento molto versatile e molto potente, adatto a riempire di suono le sale pi√Ļ grandi e persino luoghi aperti; invece, per gli usi domestici ad essere automatizzato era il pianoforte. Tuttavia, nell’epoca d’oro di questi strumenti furono inventati meccanismi automatici per quasi ogni genere di strumento, compresi violini, chitarre, percussioni, fiati, spesso mescolati tra loro nei cosiddetti Orchestrion.

I primi strumenti automatici risalgono al Medioevo, mentre gi√† alla fine del Settecento si affermarono piccoli strumenti come i carillon; ma quelli che per noi sono pi√Ļ sorprendenti sono appunto gli strumenti – praticamente piccole orchestre – dell’epoca in questione. Sono strumenti che tipicamente funzionano ad aria compressa generata da soffietti alimentati elettricamente o, prima dell’elettricit√†, a vapore o per ingranaggi ruotati a forza umana. Leggono lo spartito da un cilindro di carta o di metallo, su cui sono praticati fori o apposti spunzoni per azionare specifici tasti; oppure, da un “libro” di fogli perforati incollati a soffietto, in modo da generare un unico lunghissimo foglio continuo che permette di eseguire brani molto pi√Ļ lunghi rispetto a un cilindro.

Il pi√Ļ noto fabbricante di questi strumenti fu probabilmente lo statunitense immigrato tedesco Rudolph Wurlitzer, la cui azienda √® sopravvissuta poi nell’era dei jukebox; un altro grosso centro di produzione fu Parigi, dove si trovava l’azienda della famiglia modenese dei Gavioli, inventori appunto del libro a soffietto. Nel 1897 la Aeolian Company di New York lanci√≤ un innovativo pianoforte automatico denominato Pianola, che riproduceva brani musicali leggendoli da rotoli cartacei; fu un tale successo che la parola ha perso la maiuscola ed √® rimasta persino nel dizionario italiano.

Gli strumenti automatici furono prodotti a catena di montaggio, e l’industria dei rotoli cartacei per le pianole divent√≤ come quella discografica di oggi, con un continuo lancio sul mercato di nuovi successi popolari. Improvvisamente, per√≤, negli anni Venti si afferm√≤ la tecnologia delle valvole termoioniche, da poco inventate, che permisero di realizzare amplificatori elettrici di grande potenza; e cos√¨, il grammofono e la radio poterono emettere suoni a volume molto pi√Ļ alto, dando il via anche al cinema sonoro, e una intera industria divent√≤ improvvisamente obsoleta.

Se capitate a Londra e vi interessa questo mondo, vale la pena di andare fino a Kew Bridge a visitare il Musical Museum (attenzione agli orari di apertura), una raccolta di strumenti automatici molto completa gestita da una piccola associazione privata.

Se no, ormai su Youtube si trovano performance di ogni genere, eseguite su strumenti d’epoca amorevolmente restaurati. Nel video qui sotto, potete sentire Bohemian Rhapsody dei Queen eseguita da un organo automatico Marenghi del 1905; lo spartito non sar√† perfetto, ma il risultato √® decisamente affascinante.

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giovedì 21 maggio 2015, 15:51

Ancora su nomadi e cani

L’Ente Nazionale Protezione Animali¬†ha pubblicato le foto dell’ennesimo raid nel suo canile privato, adiacente al campo rom di via Germagnano, di cui vi avevo gi√† parlato in un articolo di poche settimane fa; strumentazione distrutta, arredi fatti a pezzi, animali molestati e forse avvelenati, tubi divelti con allagamento, e circa centomila euro di danni.

L’ENPA¬†aggiunge un “pacato” commento sulle politiche pro nomadi della Citt√† di Torino, parlando di “una citt√† che, mentre ridimensiona e centellina servizi previsti e garantiti dalla Legge, abdica ai ROM con milioni di euro spesi in permissivi mediatori culturali, disprezzata assistenza sanitaria nei campi, inefficaci cooperative di sostegno, inutile personale di vigilanza, continue ristrutturazioni di ci√≤ che essi distruggono, con quotidiani interventi di vigili del fuoco.”¬†Solo nelle prime due ore (dalle 6 alle 8 del mattino) il post ha ottenuto circa 5000 condivisioni in tutta Italia, e dopo nove ore √® oltre le 60.000; e potete immaginare il tono dei commenti e la bella figura della citt√†.

Il problema √® arcinoto e gi√† pi√Ļ volte discusso in consiglio comunale, e anche se non lo sbandieriamo tanto noi ce ne stiamo occupando da un po’ in modo serio. Grazie a una rete di contatti, stiamo cercando di aprire un dialogo diretto tra volontari ENPA e abitanti del campo, per capire le ragioni di questo accanimento distruttivo (non √® solo questione di rubare). Ieri ero all’ufficio nomadi del Comune e ho avuto modo di parlarne anche con chi segue istituzionalmente il campo.

La questione non √® semplice come sembra. Non √® che tutti gli abitanti del campo si divertano a prendersela con l’ENPA; se mai, nel campo √® in corso da tempo una guerra per il controllo dello stesso, e questo √® un modo per gli aspiranti capi del campo di dimostrare che possono distruggere e far scappare non solo eventuali oppositori interni, ma addirittura la polizia e le istituzioni italiane. I campi rom sono spesso come i paesini mafiosi dell’Italia profonda; gli abitanti non sono tutti mafiosi o delinquenti, ma hanno paura di esporsi; vige l’omert√†, tutti sanno chi compie questi atti ma nessuno ha il coraggio di denunciarli.

Questo ovviamente non giustifica i danni subiti dall’ENPA e non li rende accettabili, e non giustifica nemmeno il palese fallimento delle politiche pubbliche adottate verso i rom in questi vent’anni in tutti i loro aspetti, dalla scelta di mantenere i campi al permissivismo verso la piccola criminalit√† fino al boldrinismo di istituzioni nazionali ed europee che bacchettano il Comune se si permette anche solo di abbattere una baracca (esiste persino un ricorso dei rom alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro lo sgombero di lungo Stura Lazio…).

Gridare slogan e insulti √® facile, ma non risolve i problemi. Tuttavia, √® chiaro che √® ora di un giro di vite su questa situazione, che si risolve innanzi tutto assicurando i colpevoli alla giustizia e dimostrando che le istituzioni esistono e non si fanno mettere i piedi in testa. Purtroppo, qualsiasi richiesta di intervento da parte delle forze dell’ordine in queste settimane, per qualsiasi motivo, riceve la risposta per cui adesso esse sono troppo impegnate a garantire la sicurezza dell’ostensione della Sindone, e che se ne parler√† a luglio. Anche questo √® il simbolo di una citt√† che investe solo in grandi eventi per poteri forti nel centro cittadino, e che abbandona le persone comuni e le periferie al proprio destino.

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sabato 16 maggio 2015, 17:52

Roberto, spizzala piano

Ci sono giocatori di calcio che non sono n√® forti n√® deboli, sono iconici. E degli anni della rinascita del Toro e dell’avvento di Cairo, dal 2005 al 2009, l’icona √® lui: Roberto Stellone, l’attaccante di un solo modulo e una sola mossa, la spizza.

Simpaticamente preso per il culo in tutti i modi, fu trasformato in uno dei protagonisti di una leggendaria campagna di sbeffeggio in rete che a Cairo brucia ancora. Stellone e il Super Tele arancione che gli spioveva sulla capoccia lucida nei contesti pi√Ļ improbabili, insieme a Rosina con la camicia macchiata (non ricordiamo di cosa) e al pluriallenatore maestro di calcio Gianni De Biasi (inspiegabilmente lasciato al Toro dal Real Madrid e dal Manchester United, squadre pi√Ļ adatte al suo rango), restano la foto del Toro entusiasmante e deludente del primo Cairo, societariamente cazzaro come quello di oggi, ma nemmeno vincente sul campo.

Nel frattempo Roberto, passato dall’altro lato della panca, √® riuscito in una impresa mica da ridere: portare in Serie A il Frosinone. Alla faccia di tutti, di Gianni Morandi e del suo Bologna dominato due giornate fa, del Catania che doveva ammazzare il campionato e ancora un po’ finisce in serie C, di Lotito e delle sue telefonate che minacciavano il tracollo del calcio se in A fossero arrivate Carpi, Latina e Frosinone (due su tre le ha beccate, quasi ai livelli di Fassino).

Alla faccia delle ironie sulla capoccia lucida che poteva spizzare qualsiasi cosa spiovesse in testa, pure i pianoforti dei cartoni animati, ma in una direzione generalmente a caso e totalmente inutile, Stellone c’√® e speriamo che gli facciano godere un giro in serie A anche da allenatore. Lo voglio vedere allo stadio di Venaria, con una squadra di carneadi che tutta insieme non vale un’unghia di Pogba, a spizzare per interposta persona un improbabile gol. Perch√© il calcio, signori miei, non √® bello per le solite partite delle solite quattro squadre che si contendono tutto, ma perch√© esistono ancora i piccoli miracoli come questo: vedere una citt√† di provincia impazzita per una promozione pazzesca, e Roberto Stellone di nuovo in serie A.

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martedì 12 maggio 2015, 10:50

Una prova del car sharing

Ieri ho trascorso una bella serata a cena in centro con amici. Alla fine ero in piazza Carlo Alberto;¬†essendo venuto al mattino con i mezzi pubblici, pensavo di tornare con il 13 da prendere in via Po, se non che, secondo l’app di GTT, avrei dovuto attenderlo “solo” 28 minuti; oppure, dopo 18 minuti sarebbe passato un mezzo che mi avrebbe portato alla metropolitana… che per√≤, essendo luned√¨, era pure gi√† chiusa.

Fortunatamente avevo ancora un po’ di minuti gratuiti di prova di Car2Go e cos√¨ ho deciso di provare per la seconda volta il servizio: aperto (faticosamente, sul mio vecchio cellulare sul quale non ci sta nemmeno l’app) il sito, ho scoperto che c’era un’auto disponibile a pochi minuti a piedi, dall’altra parte dei Giardini Reali; cos√¨ l’ho prenotata e sono andato a prenderla.

Allora, bisogna dire che queste Smart da guidare non sono granch√©, sembrano un cubo di ghisa con il motore di un Ciao e il freno di una Graziella (ma forse sono abituato troppo bene io con la mia vecchia 147). Peggio ancora il cambio automatico, con cui ogni accelerata √® un’agonia; il folle dura diversi secondi e il risultato √® uno stile di guida “nonnino col cappello”, per cui sui viali cittadini verrete superati persino da Luca Badoer. D’altra parte, la bassa velocit√† √® tranquillizzante, su un’auto a cui per forza di cose non si √® abituati.

La procedura di accensione √® all’inizio un po’ complicata; bisogna seguire una serie di schermate sul display, poi trovare la chiave che sta sul cruscotto a destra del display stesso, poi prenderla di l√¨ e metterla nel nottolino che per√≤ non sta al volante ma in mezzo accanto al cambio, e lo stesso cambio automatico √® meno intuitivo della media. Di sera poi la macchina √® buia e la luce nemmeno si accende da sola, in compenso si accende subito la radio a un volume esagerato.

Detto questo, il servizio per√≤ √® veramente interessante: alla fine io sono arrivato a casa nel momento in cui sarei salito (salvo altri imprevisti) sul 13 in via Po. Da corso San Maurizio a piazza Rivoli ci sono voluti 18 minuti, di cui due abbondanti (euro 0,58) spesi in attesa del verde al semaforo di rond√≤ Rivella, e quasi altrettanti (altri euro 0,58) in attesa di poter girare a sinistra al rond√≤ della Forca. Certo che pagare al minuto ti mette una certa ansia, e in caso di semafori rossi particolarmente lunghi ti fa bestemmiare ripetutamente il nome dell’assessore Lubatti; forse era meglio pagare al chilometro.

Alla fine il viaggio √® stato gratis, ma se avessi pagato avrei pagato 5,22 euro; non pochissimi, ma nemmeno cos√¨ tanti per una serata fuori, magari in due (non di pi√Ļ perch√© la Smart √® biposto). Si tratta dunque di un servizio che si posiziona a met√† tra il pullman (che costa molto meno ma va atteso a lungo, √® spesso pieno come un uovo e va dove vuole lui) e il taxi (che costa un po’ di pi√Ļ ma ti raccoglie e ti porta esattamente a destinazione, e pu√≤ ospitare gruppi pi√Ļ grossi); √® particolarmente interessante per andare in aree di sosta a pagamento, visto che si lascia l’auto senza dover pagare lo stazionamento, mentre lo √® di meno per raggiungere zone imparcheggiabili, dove si rischia di spendere diversi euro per girare all’infinito per parcheggiare.

In particolare, non potendo usare i parcheggi in struttura o comunque protetti da sbarre, non √® cos√¨ facile usarlo per andare in pieno centro, dove i posti su strada sono una rarit√†; per ovviare a questo problema, sarebbe opportuno predisporre nelle zone pi√Ļ centrali dei parcheggi appositi (vedr√≤ di sollevare la cosa in consiglio comunale).

Adesso devo provare a usare i minuti gratuiti di Enjoy;¬†almeno se ci riesco, visto che sul mio vecchio cellulare l’app non √® compatibile e il sito non funziona proprio… Comunque, vale la pena di iscriversi a entrambi i servizi per usufruire delle promozioni di questo periodo, con l’iscrizione gratuita e un bonus di minuti per fare una prova; non si sa mai quando potrebbe tornare utile.

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giovedì 19 marzo 2015, 19:30

Chi controlla il gioco d’azzardo

Tra le attivit√† storiche del Movimento 5 Stelle, molto prima di entrare nelle istituzioni elettive, c’√® quella di informare i cittadini su quello che accade nelle istituzioni, cercando di permettere loro di formarsi un’idea approfondita delle questioni di cui la politica si deve occupare.

Per questo motivo, negli scorsi mesi abbiamo organizzato un ciclo di incontri dedicato a diversi temi, che si concluder√† sabato 28 con le mense scolastiche. L’ultimo incontro, un paio di settimane fa, √® stato invece dedicato al gioco d’azzardo e alle sue patologie: un tema di cui la politica si occupa spesso, ma che altrettanto spesso viene ridotto a una serie di slogan o a una dichiarazione di buone intenzioni sottoscritta da tutte le forze politiche, alla quale per√≤ non seguono mai le azioni concrete.

Gi√† lo scorso autunno vi avevo raccontato molti dati sulla realt√† dell’azzardo a Torino e provincia; questi e altri dati sono finiti poi nel mio intervento, che si basava su questa presentazione che metto volentieri a disposizione. Di questo argomento non impressiona soltanto l’enormit√† delle cifre in gioco (quasi un miliardo e mezzo di euro di giocate annue solo a Torino citt√†), ma anche l’ambivalenza delle istituzioni che dovrebbero regolarlo e controllarlo.

Alla fine, difatti, con la scusa che bisogna spingere l’azzardo autorizzato per evitare che la gente si rivolga a quello illegale, lo Stato mette pi√Ļ energia nel promuovere l’azzardo che nel tenerlo sotto controllo. L’ente pubblico a cui √® primariamente affidata la questione, l’AAMS (Azienda Autonoma Monopoli di Stato), esprime esplicitamente la propria missione come “promuovere il gioco d’azzardo legale”: evitare che la gente comune si rovini non appare da nessuna parte. Idem per la Guardia di Finanza, che parla di “tutelare il mercato e il bilancio statale”.

Il risultato √® che lo Stato investe molto poco nella prevenzione degli illeciti e nell’assistenza sanitaria ai ludopatici: i controlli sulla regolarit√† delle macchinette sono rari e blandi, tanto che gli stessi controllori ammettono che, con un po’ pi√Ļ di impegno, si potrebbe scoprire (per esempio) che sono moltissimi i gestori del gioco d’azzardo che evadono in tutto o in parte le tasse sulla raccolta.

Comunque, per ridurre la quantit√† di gente che si rovina con l’azzardo la strada primaria √® quella culturale. Per quello √® ottimo il lavoro di Fate il nostro gioco, un gruppo di matematici appassionati che da anni porta in giro per le scuole una vera e propria simulazione di un gioco d’azzardo, condotta in modo da svelarne i segreti e da far toccare con mano quanto il destino di chi gioca regolarmente sia quello di perdere. Qui sotto vedete il loro calcolo del risultato di dieci milioni di giocate al WinForLife: alla fine, statisticamente avrete perso sette milioni di euro.

Il M5S si impegna in tutte le sedi per avere regole pi√Ļ severe contro il gioco d’azzardo, contrastando l’azione del governo (l’ultima pensata di Renzi √® eliminare i gi√† scarsi poteri che hanno i Comuni per limitare l’installazione delle macchinette); ma, alla fine, l’unico modo di vincere √® non giocare, ovvero farlo solo per divertimento, giocandosi pochi soldi come se fossero il biglietto per una serata al cinema o allo stadio. Farlo capire non √® facile, specie alle persone non giovani e poco acculturate che sono la clientela privilegiata di questi giochi, e che ne diventano schiave, magari dopo quella buona vincita che quasi sempre illude le persone sulla possibilit√† di uscirne arricchiti. Eppure, questa finisce veramente per essere, in tempi di crisi, la nuova droga che conquista e rovina gli italiani.

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giovedì 12 marzo 2015, 15:19

Cara Stampa, mi autodenuncio

Cara Stampa, mi autodenuncio. Mi chiamo Vittorio Bertola e sono il consigliere comunale che con una mozione ha chiesto di proteggere le corsie preferenziali di via Pietro Micca e via Cernaia dalle auto che svoltano illegalmente a sinistra, in piazza Solferino e negli altri incroci.

Ogni giorno, migliaia di torinesi usano tram e bus su quelle strade per andare dalla metro al centro di Torino e viceversa. Ogni giorno, i tram e i bus vengono bloccati in mezzo all’incrocio dalle auto private che, nonostante sia vietato, tengono ferme per minuti un centinaio di persone per la loro personale svolta a sinistra, per non perdere un minuto a fare il giro da via Botero. Ogni giorno su quei mezzi, gi√† sovraccarichi e ridotti a carri bestiame dai continui tagli, vedo anziani volare via e persone farsi male perch√© l’autista deve inchiodare per evitare un SUV o un furgone che gli taglia la strada con arroganza.

Certamente i vigili devono rispettare per primi le norme, e spesso i Comuni esagerano nel fare cassa con le multe. Tuttavia, il problema del traffico di Torino non è il vigile dietro la colonna, ma la quantità crescente di incivili che rendono stressante e pericoloso girare per la città con qualsiasi mezzo, tra manovre pericolose e veicoli abbandonati ovunque.

Io sono stufo di vivere in un Paese che garantisce sempre e solo i furbi e i delinquenti, e trovo agghiacciante che ci siano consiglieri comunali (molti e di ogni colore) che li difendono pure. Pu√≤ capitare a tutti, me compreso, di violare una regola, ma se si viene beccati si tace e si paga senza cercare scuse; ed √® anche peggio l’idea che i vigili debbano prima “farsi vedere”, in modo che tutti possano violare in tranquillit√† le regole ovunque non ci sia un vigile con divisa fluorescente in bella mostra.

La vera emergenza √® liberare Torino dalla malasosta e dagli egoisti del traffico, e dato che la dissuasione e i gentili inviti ricevono in risposta soltanto scherno ed insulti, l’unico modo per farlo √® avere pi√Ļ vigili e pi√Ļ multe. Sar√† anche impopolare dirlo apertamente, ma credo che alla fine, se riusciremo ad avere una citt√† un po’ pi√Ļ simile all’Europa anche in termini di comportamenti stradali, ne avremo guadagnato tutti.

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venerdì 6 marzo 2015, 17:43

Di nomadi, cani e immondizia

Ancora una volta in questi giorni si √® parlato molto di via Germagnano, per le difficolt√† di convivenza tra il canile e i nomadi. Mi sono per√≤ reso conto che su questa realt√† tutti hanno un’opinione, ma pochi la conoscono veramente; per questo ho deciso di usare il materiale reperito in vari sopralluoghi per accompagnarvi in un giro virtuale.

Per prima cosa, via Germagnano √® una traversa al fondo di corso Vercelli; appena superato il ponte sulla Stura in direzione autostrada, c’√® un semaforo e sulla sinistra inizia la via, con una ripida discesa che finisce in una curva secca che si infila in un sottopasso sotto la ferrovia. Questa √® una caratteristica molto importante, perch√© quello stretto sottopasso √® l’unico accesso da Torino a tutta l’area, che risulta cos√¨ praticamente chiusa e abbandonata a se stessa, anche se la strada, dopo il lungo rettilineo della baraccopoli, diviso in due dal ponte della superstrada per Caselle, gira poi verso nord e raggiunge il Molino del Villaretto. Qui sotto vedete l’area su Google Maps, secondo cui (non l’ho aggiunto io con Photoshop!) il nome ufficiale del quartiere da indicare sulla mappa √® Baraccopoli di via Germagnano.

In via Germagnano – a parte alcuni bassi palazzi all’angolo di corso Vercelli – ci sono solo tre cose: nomadi, cani e immondizia. Per farvi capire, ho preso la foto dal satellite e ho evidenziato le diverse zone attorno al rettilineo della via, che scorre da sinistra a destra inclinata verso il basso (corso Vercelli √® nell’angolo in basso a destra).

Nella zona, storicamente agricola, la prima ad arrivare fu l’immondizia: gi√† nel dopoguerra si cominci√≤ ad accumularla lungo la Stura, in un’area oltre la fine della via, e poi, dagli anni ’80, in un’altra enorme area subito a nord, tra la vecchia discarica e la tangenziale: la famosa discarica Basse di Stura, chiusa nel 2009. Le discariche sono fuori da questa visuale, ma in verde chiaro vedete evidenziata l’area occupata dagli uffici e dagli impianti dell’Amiat, nonch√© dal centro sportivo antistante.

Dopodich√©, arrivarono i canili. Gi√†, perch√© in via Germagnano ci sono ben tre canili, indicati in giallo; quello identificato col numero 1 (nella foto qui sotto) √® di propriet√† del Comune, che lo utilizza come canile sanitario, ovvero per il ricovero di animali malati o aggressivi e dunque bisognosi di cure mediche e difficilmente adottabili. Il numero 2 √® della Lega Difesa del Cane, mentre il numero 3 √® quello dell’ENPA; entrambi sono privati, usati dalle associazioni per le proprie attivit√†.

L’ENPA, in particolare, costru√¨ il canile numero 3 negli anni ’60, in sostituzione del loro precedente canile che fu sfrattato per realizzarci sopra il laghetto di Italia ’61. L’ENPA, essendosi aggiudicata un appalto da quattro milioni di euro in tre anni, gestisce anche per conto del Comune il canile numero 1 e l’altro canile comunale, ossia il canile e gattile rifugio di strada Cuorgn√© alla Falchera, dove vengono tenuti e/o dati in adozione gli animali smarriti.

Gli ultimi arrivati sono i nomadi, nelle aree indicate in rosso. Nel 2004 venne inaugurato il campo regolare di via Germagnano, quello indicato dalla lettera A; fu creato per ospitare le famiglie sgomberate dal campo di strada dell’Arrivore, che cos√¨ pot√® venire chiuso; si trattava di bosniaci che vivevano a Torino sin dagli anni ’70, per cui, tranne gli anziani, sono nati e cresciuti a Torino. Si tratta di un’area con 30 piazzole, ognuna delle quale contiene una o due casette in muratura dotate di tutti gli impianti; purtroppo per√≤, tra incidenti, faide interne al campo e saccheggi, molte sono bruciate e inagibili.

A fianco di questo, sono nati via via altri insediamenti (B, C e D), che a differenza del campo A sono tutti abusivi; si tratta prevalentemente di rom romeni, arrivati qui da alcuni anni. (Qui sotto il campo B, oltre la strada, visto uscendo dal canile comunale in un giorno di pioggia.)

Queste sono baraccopoli vere e proprie, realizzate con mezzi di fortuna; sono costruite sulla terra, che diventa un mare di fango appena piove; sono per gran parte in aree alluvionabili dalla Stura; sono prive di acqua, e l’unico modo per averla √® andarsela a prendere con le taniche fino alla fontanella, che sta presso il puntino azzurro sulla mappa.

Se volete avere un’idea delle dinamiche di rom e sinti, vi consiglio di leggere almeno le prime pagine di¬†questa tesi; oltre a raccontare nel dettaglio alcune delle attivit√† per cui le istituzioni stanziano ogni anno centinaia di migliaia di euro, spiega tra le altre cose perch√© alla fine “zingaro” sia il termine pi√Ļ corretto da usare. Tra i punti importanti da ricordare, il fatto che l’80% degli zingari non vivono nei campi ma in normali abitazioni sparse per la citt√†; quello che gli zingari, pur culturalmente portati a viaggiare, non sono pi√Ļ nomadi da un pezzo, per cui il campo √® semplicemente la loro abitazione; quello per cui non vivono nei campi perch√© gli piace (in Jugoslavia o in Romania generalmente avevano una casa), ma perch√© lo Stato italiano ha creato i campi nomadi come unica risposta all’immigrazione di zingari dall’Est europeo, e con essi li ha ghettizzati impedendo di distinguere tra buoni e cattivi, e rendendo praticamente impossibile uscirne (se nel campo uno ruba, tutto il campo √® di ladri; e chi di noi affiderebbe a uno zingaro del campo una casa o un lavoro?); che gli zingari sono sporchi anche perch√© provate voi a vivere in una baracca nel fango senza acqua corrente e a rimanere sempre puliti.

Sia il campo ufficiale che quelli abusivi sono pieni di immondizia in ogni dove, cos√¨ come la strada stessa. Questo √® legato al fatto che gli zingari, se non vivono di elemosina o di furti, vivono di una economia dell’immondizia: recuperano tutto quello che possono – in origine metalli, dato che quella del fabbro √® una delle loro professioni secolari, ma oggi qualsiasi cosa – e lo rivendono o riciclano per quanto possibile, o lo usano per realizzare le proprie abitazioni.

Il resto, per√≤, viene abbandonato dove capita; e se √® vero che generalmente non hanno a disposizione i cassonetti, √® anche vero che anche quando vengono messi vengono in gran parte ignorati. Si creano cos√¨ aree miste, dove ci sono baracche, panni stesi, distese di immondizia e anche i luoghi predisposti per i roghi con cui si cerca di liberarsi di un po’ dei rifiuti, ma anche di liberare dalla plastica i metalli recuperati o rubati (foto dal campo D).

I campi, comunque, sono relativamente stabili; il turn-over √® limitato e legato all’approvazione delle famiglie “capo” del campo. Anche il livello di baraccamento √® vario; ci sono baracche poverissime e cadenti, ma anche casette relativamente solide e comode, col generatore per la corrente elettrica che alimenta il televisore, e magari un’auto nuova o un camper costoso a fianco. Generalizzare √® l’ultima cosa che si dovrebbe fare; bisognerebbe conoscere ogni famiglia, distinguere chi vive onestamente da chi non lo fa, capire quali sistemazioni sono possibili (i guai spesso iniziano da gruppi di origine diversa che si trovano troppo vicini).

I problemi di convivenza tra gli zingari e gli altri sono molteplici. Nella prima parte della via, il problema principale √® la vicinanza del canile privato dell’ENPA (numero 3) col campo regolare (A). Come vedete dalla mappa, per accedere al canile √® necessario percorrere una stretta strada sterrata, chiusa tra il campo e il terrapieno della ferrovia; su questa strada si apre uno degli ingressi laterali del campo ufficiale, che √® recintato.

Purtroppo, lo sport preferito dei ragazzini rom per passare i pomeriggi √® il tiro al bersaglio con le pietre, o in alternativa con rottami e immondizia; per cui il Comune ha realizzato una seconda recinzione, che vedete al centro della foto sotto (a sinistra vedete gli edifici comuni, semibruciati, che costituiscono il bordo esterno del campo, e i cassonetti messi a disposizione del campo, con immondizia tutta attorno). La recinzione divide la strada in due; a destra si va al canile, a sinistra all’ingresso laterale del campo, creando cos√¨ uno spazio cuscinetto. Gli abitanti del campo, tuttavia, hanno progressivamente spinto in avanti la recinzione, riducendo l’accesso al canile a un viottolo impercorribile dai mezzi pi√Ļ grandi, compresi quelli di soccorso.

Sempre per creare un cuscinetto, ENPA √® stata costretta ad affittare dal Comune il terreno situato tra il canile e il campo, salvo poi doverci pagare sopra la tassa rifiuti e subire le ordinanze di sgombero dei rifiuti buttati l√¨ dal campo. E poi, c’√® il problema dei furti e dei vandalismi, che peraltro si ripetono continuamente da anni. Nessuno pu√≤ dire con certezza che siano stati fatti da abitanti del campo, ma se vedete la via d’accesso capite che non √® facilissimo arrivarci di notte da fuori.

Ora, una possibilit√† sta nel fatto che il Comune ha ricevuto da un benefattore animalista una eredit√† di 350.000 euro destinata alla costruzione di un nuovo canile sanitario, probabilmente in strada Cuorgn√©, abbandonando il vecchio, che, pur anch’esso soggetto a furti e minacce, stando dall’altra parte della strada √® decisamente pi√Ļ protetto. Una possibilit√† dunque √® che ENPA vinca il bando per la concessione del canile comunale e abbandoni il suo; tuttavia, abbandonare completamente un edificio di propriet√† su cui si sono investiti molti soldi non √® n√© giusto, n√© indolore. D’altra parte, il Comune non pu√≤ certo rifondere danni fatti da privati (nemmeno identificati) ad altri privati.

Analoghi problemi di convivenza si verificano dall’altra parte, tra i campi C (nella foto qui sopra) e D e i lavoratori Amiat. Nonostante le discariche siano ormai chiuse, l√¨ lavorano ancora 400 persone, tra la gestione della discarica (che produce tuttora biogas), il call center e la raccolta dei rifiuti di Torino nord, che vengono concentrati l√¨ per essere poi inviati tramite camion all’inceneritore del Gerbido o ai consorzi di riciclaggio.

Gli episodi non si contano: macchine danneggiate da lanci di pietre, addirittura con fionde; aggressioni a lavoratrici che tornano alla macchina, con richieste di soldi e/o sputi a raffica; dipendenti degli uffici intossicati dai fumi dei roghi che entrano dalle finestre; assalti ai camion di rifiuti quando si fermano per la pesa, prima di entrare nell’impianto; furti (in pieno giorno) di materiale riutilizzabile, ad esempio rifiuti elettronici. Anche qui, spesso queste attivit√† sono svolte da bambini e ragazzini, che vivono nel fango allo stato brado.

La presenza di un presidio fisso di vigili dalle 7 alle 20, o nella palazzina Amiat o in giro per la zona, ha un po’ migliorato le cose. Tuttavia, il problema di fondo resta.

Purtroppo, difatti, le baraccopoli esistono e, con la crisi, sono in costante crescita. L’unico modo di evitare le baraccopoli, una volta rimossi quelli che ci vivono non per povert√† ma per necessit√† di un territorio franco per attivit√† criminali, √® di sussidiare le persone che ci vivono, cosa che per√≤ non √® compatibile con la scarsit√† di fondi per il welfare e soprattutto, specialmente se si parla di zingari, vede contraria tutta la popolazione. Altrimenti, si pu√≤ fare quello che si sta facendo, ossia cercare di mettere in piedi progetti per mandare i bambini a scuola e aiutare gli adulti a trovare un lavoro e uscire dal campo, cosa che per√≤ non risolve immediatamente il problema, n√© gestisce il continuo arrivo di nuovi ospiti (anche perch√© i rom si sposano da giovanissimi e fanno molti figli).

Gli sgomberi, tanto richiesti, non risolvono il problema; servono a evitare di avere un campo in un determinato punto, sapendo che le persone rimaste senza baracca andranno a farsene una nuova poco pi√Ļ in l√†, perch√© da qualche parte devono pur vivere; e non √® possibile pattugliare con l’esercito qualsiasi anfratto di Torino e cintura. E’ giusto sgomberare subito quando nascono nuovi insediamenti, per non far degenerare la situazione, ma sgomberare centinaia di persone in una volta sola, come in teoria si potrebbe fare in via Germagnano, provocherebbe solo la nascita di parecchi nuovi accampamenti in altri punti della citt√†.

(Tra l’altro, gira voce che per gli ultimi sgomberi di lungo Stura Lazio, pur residuali rispetto a tanta gente accomodata volontariamente in altro modo, il Comune sia stato appena denunciato dalle associazioni pro diritti umani dei rom, con tanto di richiesta dei danni materiali per le baracche demolite e di quelli per il trauma psicologico subito dagli sgomberati.)

E allora, sapete che c’√®? Che un’area defilata, chiusa e poco visibile, in cui concentrare i poveri, i cani e l’immondizia, fa comodo a tutti. Piano piano, anzi, succeder√† che andranno via i cani e l’immondizia, e rester√† soltanto la baraccopoli, un pezzo di favela brasiliana in una citt√† del nord Italia. A questo proposito aggiungo ancora un’immagine, la foto dall’alto di una zona molto pi√Ļ grande, di cui quella di cui abbiamo parlato finora √® solo l’angolino in basso a destra.

Vedete quanto sono enormi le due discariche, che si estendono per chilometri: pensate a quanti rifiuti abbiamo prodotto… Comunque, mentre la discarica Basse di Stura sar√† ancora in gestione Amiat per quasi trent’anni, in quanto instabile e fonte di gas, quella pi√Ļ vecchia √® ormai stabilizzata ed √® diventata un parco, il parco della Marmorina. Erano anche stati spesi dei soldi per realizzare un accesso indipendente per il pubblico, senza dover passare dentro l’Amiat, ma l’accesso √® ormai inglobato nel campo D e il parco √® inaccessibile.

Vedete per√≤ quella zona indicata con E? E’ grande come tutti gli altri campi messi assieme e anche pi√Ļ, si trova tra il parco e le rive della Stura, e dall’alto √® gi√† punteggiata di baracche, completamente a rischio alluvione. Una volta erano orti urbani abusivi, ma io non ho idea di chi ci viva adesso e perch√©. Anche penetrare nel parco chiuso al pubblico non sar√† cos√¨ difficile; per la nostra favela appartata, lontano dagli occhi e dal cuore, lo spazio non mancher√† di certo.

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sabato 28 febbraio 2015, 13:35

Un commento sulla Costituente di Firenze

Oggi a Firenze si tiene un incontro intitolato Verso la costituente a cui partecipano molti degli esponenti e dei gruppi cacciati o fuoriusciti dal M5S negli ultimi mesi, con l’obiettivo di costituire qualcosa che possa rappresentare il “dopo M5S” per tutti quelli che ne sono usciti.

Alcuni giorni fa mi hanno invitato a partecipare o a mandare un videomessaggio, ma ho detto di no senza esitazioni, primo perch√© sono tuttora dentro il M5S che rappresento in una carica elettiva e che continuo a cercare di riportare su una strada pi√Ļ convincente, e secondo perch√© capisco chi si trova privo di una casa politica e volendo continuare l’attivismo deve costruirsene una nuova, ma tra i partecipanti ci sono anche persone ex M5S che hanno tradito ogni impegno etico preso in precedenza, e nessun nuovo progetto √® credibile se accoglie tra gli applausi questo genere di persone.

I problemi del M5S sono sotto gli occhi di tutti e io li denuncio apertamente da tempo, ma questo non vuol dire che si debba buttare via quanto di buono il M5S ha fatto, che è molto. Non ha senso costruire una forza politica di opposizione ma in opposizione anche al M5S, vorrebbe dire solo frantumare il fronte anti-sistema a vantaggio dei partiti di governo.

Ha senso, invece, capire come andare “oltre il M5S”, oltre i limiti che ha dimostrato, costruendo qualcosa di pi√Ļ grande che tenga insieme il M5S – i “grillini” ancora convinti e la cospicua fetta di Italia che tuttora rappresentano – con l’altrettanto cospicuo mondo delle persone che non rivoterebbero il M5S o che non l’hanno mai voluto votare, ma che potrebbero votare un progetto serio di alternativa all’attuale classe dirigente che offrisse al proprio interno scelte aggiuntive rispetto al grillismo ortodosso, con la garanzia di poterlo tenere a bada nei suoi eccessi.

Questo richiede un grosso sforzo di tutti, sia di chi √® ancora dentro il M5S (a partire dai capi politici,¬†Casaleggio e Di Maio) che di chi ne √® uscito o non ne ha mai fatto parte, ma √® l’unica strada che pu√≤ condurre alla vittoria; n√© il M5S in splendido isolamento, n√© i ventilati nuovi partiti di fuoriusciti, di ex sinistri al decimo tentativo o di intellettuali in poltrona, possono riuscirci da soli.

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