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domenica 27 luglio 2014, 15:04

Lettera da un “razzista” a un antirazzista

Caro Carlo Gubitosa,

ti ringrazio per avere messo giù dettagliatamente tutte le tue osservazioni a quello che ho scritto l’altro giorno su Facebook sul CIE di Torino, aprendo così una discussione sul tema che, visti i commenti al mio post, è quanto mai necessaria; capisco anche che la cosa richieda da parte tua un certo coraggio, visto che impieghi cinque paragrafi di premessa per giustificare come mai tu accetti di parlare con un razzista a cinque stelle come me :-) Il problema principale, tuttavia, è che per buona parte del tuo articolo commenti cose che io non ho detto e non penso, ma ne parleremo nel dettaglio.

Il mio post, difatti, non è l’esposizione di una linea politica sull’immigrazione, ma il riassunto dei fatti che avvengono nel CIE di corso Brunelleschi e che sono stati raccontati nell’articolo di Quotidiano Piemontese che stavo commentando. Tra l’altro, QP è una testata locale di cui conosco personalmente direzione e redazione e che è tra le più serie e affidabili della città, come e più dei quotidiani.

Inoltre, fatti simili mi sono stati raccontati personalmente lo scorso autunno, quando sono andato in sopralluogo consiliare al CIE, direttamente dalle forze dell’ordine e dai volontari della Croce Rossa che ci lavorano dentro; peraltro gli stessi ragazzi dei centri sociali rivendicano abbastanza apertamente la loro opera di sostegno alle rivolte nel CIE, funzionale alla loro idea che i CIE siano lager da eliminare con la lotta.

Insomma, non capisco lo scandalo per avere riportato quella che è una realtà conosciuta da tutti quelli che seguono da vicino il CIE di corso Brunelleschi, compresi gli abitanti esasperati delle case circostanti, che hanno raccontato come alle due di notte vengano regolarmente svegliati dall’apparizione del centro sociale petardi alla mano.

O meglio, lo capisco in quanto sull’immigrazione da anni si svolge uno scontro tre metri sopra il cielo tra ideologie contrapposte, quella di chi dice che gli immigrati sono tutti buoni, compresi quelli che delinquono (povere vittime, scappano dalla fame, lo fanno per sopravvivere, sono sfruttati dagli italiani ecc.), e vanno fatti entrare in Italia senza limiti, e quella di chi dice che gli immigrati sono tutti cattivi e vanno cacciati a pedate, ovviamente dopo averli sfruttati il più possibile facendoli lavorare in nero e senza garanzie.

Ciascuna delle due parti si rifiuta di accettare l’esistenza nella realtà di fatti che smentiscano la propria posizione, e propone dunque politiche migratorie totalmente slegate dalla realtà dei fatti e quindi destinate al fallimento; e così siamo andati avanti per oltre vent’anni senza mai riuscire a gestire decentemente i problemi sociali connessi all’immigrazione di massa, che pure, come altri hanno ricordato nella discussione, molti altri paesi europei hanno accolto e gestito da ben prima di noi e con numeri ben superiori.

Certo, a questo punto mi viene da chiedere se negli altri Paesi europei, quelli già multietnici e integrati, le frontiere sono aperte a tutti gli aspiranti immigrati (no, bisogna avere un visto e chi non ce l’ha viene fermato ed espulso) e se ci sono i CIE (sì, ci sono, e dove non ci sono si usano direttamente le prigioni). Prova ad andare in Inghilterra o in Germania senza visto e senza documenti, senza essere un rifugiato politico, e vedi se ti trattano diversamente che in Italia.

Sicuramente nei loro CIE non ci sono disorganizzazione, mancanza di fondi e onesti cittadini locali con agganci politici che ci speculano sopra come succede in Italia, ma questo non toglie che in qualsiasi Paese europeo, se tu vieni trovato senza visto e/o senza documenti, vieni fermato, identificato e infine espulso; e, aggiungo io, la certezza delle regole, che loro hanno e noi no, aiuta parecchio anche l’integrazione, sia nella percezione da parte degli abitanti del posto che c’è qualche forma di controllo su chi arriva, sia nella percezione di chi arriva sull’opportunità di rispettare le leggi del posto in cui è giunto.

Comunque, questa frontiera ideologica che divide il mondo in due soli colori – da una parte chi vuole chiudere i CIE e aprire le frontiere senza condizioni, dall’altra “i razzisti” – è quella che spesso impedisce alle persone come te, pur animate dalle migliori intenzioni, di vedere la realtà. Per esempio, già all’inizio tu tiri in ballo i rom della Continassa, che non si capisce cosa c’entrino coi CIE, per provare che Torino è una città piena de “i razzisti”, che vanno a bruciare i rom per via di una falsa notizia letta sul giornale degli Agnelli. Io ti faccio notare che quelli che hanno bruciato le baracche erano ultrà della Juventus, e che anche grazie a quell’episodio due mesi dopo il consiglio comunale ha approvato tra gli applausi (noi esclusi) una “riqualificazione” che ha concesso quei terreni alla Juventus, cioè agli Agnelli, per 0,58 euro al mq all’anno, per realizzarci una lucrosa mega-operazione immobiliare; ma gli “antirazzisti” sono troppo presi a puntare il dito contro “i razzisti”, che vedono ovunque, per capire cosa succede veramente.

La coperta si estende anche alle parole; per esempio, tu mi dici, non bisogna usare il termine “clandestino” – che è, semplicemente, una parola come un’altra per indicare la condizione di chi si trova in un Paese senza averne titolo, e non implica affatto che chi la usa abbia la torcia in mano per andare a bruciare i rom – ma “irregolare”. Queste sono le battaglie che fanno impazzire di entusiasmo la sinistra italiana: quelle sulle parole. In effetti, dopo vent’anni la sinistra ha conseguito una grande vittoria: non si parla più di “immigrati” ma di “migranti”. Poi, nonostante numerosi governi di centrosinistra, i “migranti” continuano a essere trattati esattamente come quando erano “immigrati” e le tensioni sociali sono più alte che mai, ma la sinistra ha conseguito una grande vittoria a parole.

Ora, torniamo ai fatti raccontati nell’articolo di QP e riassunti nel mio post. L’articolo menziona esplicitamente che i “migranti irregolari” protagonisti della rivolta avevano diversi precedenti penali, che è quello che ho scritto; anche quando ho visitato il CIE, i lavoratori ci avevano raccontato che tipicamente le rivolte partono dagli immigrati con precedenti penali che finiscono nei CIE perché non hanno un lavoro regolare in quanto delinquenti, e che questa categoria costituisce una parte significativa degli ospiti del CIE, contrariamente a quanto spesso pensa l’opinione pubblica, che crede che nei CIE ci finiscano quelli appena sbarcati da Lampedusa.

Io non ho scritto da nessuna parte, come tu asserisci, che “più immigrazione uguale più criminalità”. Penso che la criminalità sia in aumento, sia da parte degli italiani che degli immigrati, perché abbiamo rinunciato a mantenere la legalità e, grazie a Berlusconi e ai suoi alleati del PD, abbiamo distrutto la giustizia, depenalizzato, amnistiato, e affamato le forze dell’ordine, che non sono tutte come quelle che vengono a manganellare in Valsusa; per la maggior parte si tratta di gente che rischia la vita per la collettività per uno stipendio da fame.

Ti faccio notare che la tua statistica che dice che i reati non sono in aumento si ferma al 2003, e che credo che le cose siano molto cambiate negli ultimi anni, anche perché se provi a denunciare un microreato urbano spesso è la stessa polizia che ti manda via dicendo che non serve a niente, dunque tra reati denunciati e reati effettivi c’è una certa differenza. Tuttavia, non penso che l’aumento della microcriminalità sia legato agli immigrati. Al massimo, potrebbe essere diverso il tipo di criminalità: gli immigrati rubano i portafogli sul pullman, gli italiani rubano nella dichiarazione dei redditi, e i primi sono più visibili dei secondi. Al massimo, l’incremento della criminalità può essere legato – in subordine a quanto detto sopra, che è il fattore principale, e alla crisi economica – alla mancanza di politiche efficaci per l’integrazione, che mancano perché noi siamo ancora qui a discutere se chi non vuole bruciare i CIE è uno de “i razzisti” oppure no.

Quanto al tuo invito a considerare che nei CIE potrebbero esserci anche persone che non hanno fatto niente, non ce n’è bisogno perché lo so già; quando sono entrato in corso Brunelleschi, c’era una povera signora cinese che era stata spedita in Italia, aveva lavorato come schiava in un laboratorio cland… scusa, irregolare, e poi era stata trovata e messa nel CIE. Tuttavia, non sono questi quelli che avviano le rivolte descritte nell’articolo di cui stavo parlando, ovvero il soggetto del punto 1 del post.

Veniamo alla scheda telefonica: nel CIE, agli ospiti (detenuti? qual è la parola che devo usare per non essere chiamato razzista?) viene concesso di tenere un telefonino, purché senza fotocamera, e viene concesso di spedire i volontari della Croce Rossa a comprare le ricariche dal tabacchino di fronte, pagandole coi 3,50 euro di diaria che ricevono. Questo è un dato di fatto, anche questo raccontatoci durante la visita al CIE da chi lo gestisce. A me sembra giusto che chi viene detenuto in una struttura possa telefonare, sembra solo assurdo che possa telefonare per organizzare una rivolta, ma non saprei nemmeno come fare per impedirlo.

Anche il fatto dei contatti telefonici tra alcuni detenuti e il centro sociale di zona, con conseguente lancio di materiale atto alle rivolte da fuori a dentro il muro, ci è stato raccontato all’epoca; ho anche la foto (è nel post di novembre che ho linkato più sopra) di una cancellata di ferro tagliata durante un tentativo di fuga e poi rattoppata, e dato che non puoi portarti dentro il CIE uno strumento atto a tagliare una spessa cancellata di ferro, mi pare più che credibile che qualcuno gliel’abbia lanciato dentro (l’alternativa è che gliel’abbia dato la Croce Rossa, se preferisci).

Ora, capisco che per gli antirazzisti la polizia italiana e la Croce Rossa facciano senz’altro parte in blocco de “i razzisti” e dunque mentano, però le cose raccontate, confermate a molto tempo di distanza dall’articolo di Quotidiano Piemontese, mi sembrano perlomeno molto credibili; per smentirle vorrei qualcosa di più che una invettiva sul mio razzismo, non suffragata da alcun dato di fatto e piena di cose che non ho detto.

Veniamo infine alla questione politica. Ovviamente non esiste un complotto organizzato per cui il politico di sinistra chiama il centro sociale e organizza una rivolta al CIE. Se mai, esistono forze politiche, da SEL a FDS, che strumentalizzano qualsiasi occasione possibile, a partire da queste rivolte, per ripetere “votate per noi perchè gli altri sono tutti razzisti”, e vivacchiano facendo di questo uno dei propri punti qualificanti per ottenere voti e poltrone.

Peraltro, a giudicare dagli ultimi risultati elettorali, direi che ne ottengono anche pochi, e che questo atteggiamento sull’immigrazione è una delle cause primarie della sparizione della sinistra in Italia. E scusami se su questo mi incazzo e reagisco con post come quello di cui parliamo, un po’ tranchant, lo ammetto. Mi incazzo perché io nella sinistra ci sono cresciuto culturalmente e perché l’ho votata più e più volte, l’ultima ancora alle europee del 2009 – mentre il resto del mio partito, compresi quelli che ora vengono a dirmi che sono la vergogna del M5S e parte de “i razzisti”, votava per Giggino ‘O Manetta perché ci vuole ordine e disciplina – per sostenere una persona conosciuta direttamente che mi aveva molto ben impressionato, Ciro Argentino. Mi incazzo perché, fino a un po’ di anni fa, nella sinistra ci credevo, prima che si suicidasse da sola.

Insomma, la sinistra italiana è andata a puttane anche perché passava il tempo a dare dei razzisti a tutti gli altri, invece di contribuire a una soluzione razionale e concreta dei problemi che l’immigrazione crea, inevitabilmente e normalmente. Ma i problemi sono sotto gli occhi di tutti, e gli italiani vorrebbero vedere delle soluzioni; è proprio la mancanza di soluzioni che li fa diventare sempre più razzisti. Gli italiani non vogliono schierarsi tra un politico che grida “immigrati merde umane al rogo” e uno che grida “immigrati poverini venite tutti qui a milioni”, vorrebbero che chi viene qui per lavorare venisse accolto, protetto e integrato, mentre chi viene qui e delinque, spaccia, picchia il controllore che gli chiede il biglietto, venisse mandato via. Vorrebbero che anche gli immigrati fossero trattati da individui, in funzione di come si comportano individualmente, invece che come categoria astratta funzionale a una bella litigata a Ballarò. Non mi pare che chiedano troppo.

Ah, quanto ai CIE, io sono favorevole a chiuderli, e l’ho detto in tutte le salse; per questo mi sono stupito quando tu, invece di cogliere con me l’ennesima dimostrazione del fatto che i CIE non servono a niente – né per chi vuole più immigrazione, né per chi ne vuole di meno – ti sei messo ad accusarmi di razzismo. Peraltro, il brano di rapporto che tu citi a fine articolo non dice di chiudere i CIE e aprire le frontiere, dice di chiudere i CIE identificando gli “irregolari” in prigione; cosa che non si può più fare dopo avere abolito il reato di clandestinità.

Comunque, io sono favorevole a trovare una soluzione alternativa che permetta di gestire l’identificazione e l’espulsione di chi non ha titolo di restare in Italia in modo più umano. Non sono però favorevole a chiudere i CIE senza alternative, e non sono favorevole a farmi prendere in giro dal centrosinistra; per questo, quando mesi fa il consiglio comunale voleva “decidere di chiudere il CIE-lager e lasciare tutti liberi”, dopo che alcune mie proposte migliorative sono state respinte, ho votato contro.

Noto che dopo mesi è successo esattamente quello che avevo previsto all’epoca, cioè che i partiti che hanno proposto e votato quella mozione, pur essendo al governo nazionale, comunale e ora anche regionale, non hanno chiuso il CIE. Hanno preso in giro innanzi tutto te che hai particolarmente a cuore la sorte degli immigrati. Ma tu, a quanto pare, sei contento di farti prendere in giro, basta che ogni tanto ti diano un “razzista” da additare.

P.S. Inoltre, io sono anche un po’ stufo di sentirmi dare gratuitamente del razzista in pubblico, avendo anche una onorabilità da difendere. In particolare, sono stufo di trovarmi addirittura colleghi di Movimento che vengono sotto i miei post a promettere la mia espulsione.

Difatti, su questa materia non esistono posizioni nazionali del Movimento, dato che nel programma non se ne parla e che (salvo un solo caso) non ci sono stati pronunciamenti della rete; esistono posizioni individuali molto variegate, ma tutte legittime fin tanto che non escono dalla civiltà, dalla pace e dalla democrazia. Pertanto tutte le posizioni su questo argomento si intendono prese a titolo personale, e ognuno può legittimamente dire la propria.

Ora, io vorrei proprio sapere una volta per tutte se questa cosa è cambiata, e se invece l’unica posizione ammessa nel Movimento è quella che passa il tempo a cercare “i razzisti” in chiunque sollevi qualsiasi problema sull’immigrazione, perché sarebbe onesto dirlo chiaramente agli attivisti, ai portavoce e agli elettori che non la condividono.

Sono ancora più perplesso se sotto il mio post mi trovo un collega di Movimento che, oltre a chiedere la mia espulsione in quanto razzista, aggiunge affermazioni come “quelli della Croce Rossa sono sbirri infami” e “io raderei al suolo Israele”. Ecco, se mai queste sono posizioni che secondo me esulano dalla civiltà, dalla pace e dalla democrazia, e forse sarebbe ora di chiedersi se queste persone, invece che io, sono compatibili col Movimento 5 Stelle: credo sarebbe giusto per tutti saperlo.

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mercoledì 25 giugno 2014, 10:35

Cara Paris Hilton

Cara Paris Hilton,

sono in uno dei tuoi albergoni non per mia scelta, e bisogna ammettere che è un bell’albergone, a posto con tutti gli standard internazionali che ci si aspettano da esso, anche se in qualche parte è piuttosto consumato.

Certo, già non ero completamente contento per l’attesa al check-in la prima sera, e poi esprimo il mio disappunto dopo che la stanza che mi avete dato, pur molto bella, si trova in un corridoio il cui altro lato (tre o quattro stanze) è interamente occupato da una tremenda famiglia che viene da qualche paese arabo non meglio precisato. La famiglia è costituita dal maschio, un tizio trentenne tamarrissimo, pieno di gel e camicie eleganti e di altri modi di dimostrare che i soldi gli escono fin dal sedere; da tre o quattro mogli, che tendenzialmente non escono mai dalla stanza se non completamente coperte dal burqa e che non possono uscire da sole né, a maggior ragione, prendere l’ascensore insieme a me (piuttosto mi fanno andare da solo); da un paio di suocere a caso, principalmente dirette al controllo dei figli; e da circa centodiciotto bambini e bambine tra i due e gli otto anni, che passano tutto il tempo a correre nel corridoio, picchiare sulle porte, rotolarsi per terra, tirarsi addosso vari iPhone e iPad (ne hanno almeno un paio a testa), riempire il tappeto di immondizia tirata a caso (anche dal maschio alfa e dai suoi residui di cibo in camera, a dire il vero), a urlare le proprie emozioni in una lingua incomprensibile e, in generale, a tagliare con energia le radici cristiane dell’Europa. Dai tuoi clienti mi aspetterei un certo standard di comportamento, tanto più a Londra, per cui scusami se prendo un po’ sul personale la situazione, a cui cerco di rimediare mettendo ad alto volume la televisione sulle partite del Mondiale, in modo che i bambini imparino almeno un po’ di radici cristiane dell’Europa.

(In generale, fare un giro nei tuoi alberghi è molto istruttivo per capire che spesso alla ricchezza non corrisponde l’intelligenza, anzi: spesso più sono ricchi e più sono scimuniti. Ieri in ascensore c’era una tipa tutta imbellettata che sfoggiava dei tacchi di mezzo metro; quando l’ascensore è partito lei ha perso l’equilibrio, è caduta da sola all’indietro, ha fatto un grido e poi ha detto a voce alta, parlando a se stessa, “che spavento, pensavo che qualcuno mi avesse aggredita”.)

Comunque, non era di questo che volevo parlarti. E’ che facendo la doccia ho utilizzato il microscopico boccettino di “body wash” che mi hai cortesemente messo a disposizione (cortesemente una mazza, con quel che deve costare questa stanza: potevi almeno darmene due). Va bene, il contenuto ha un buon profumo di limone, però ha un problema: è pieno di microscopici pezzettini di plastica dura. Mi sono documentato su Internet e pare che non sia un caso, anzi, si tratti dell’ultimo ritrovato dell’industria cosmetica, un settore mai abbastanza ringraziato per il suo innegabile contributo allo sviluppo della scienza umana, per attribuire ai propri prodotti nuove e miracolose proprietà curative. Parrebbe dunque che i pezzetti di plastica siano concepiti per grattarmi la pelle mentre mi lavo, e questo dovrebbe farmi stare meglio.

Ora, questa roba mi pare piuttosto improbabile di suo, e devo anzi dirti che mi fa un po’ senso, e che non trovo affatto piacevole cospargermi il corpo di pezzettini di plastica dura e di infilarmeli un po’ dappertutto, specialmente mentre mi lavo le parti più intime, là dove non batte mai il sole. Ma soprattutto, dopo che questi pezzettini di plastica sono stati per qualche secondo sulla mia pelle e hanno esercitato una funzione curativa più o meno pari a quella che otterrei se prendessi uno dei miei vecchi vinili e me lo frantumassi in testa, finiscono giù nello scarico e di lì nelle acque di tutto il pianeta.

E francamente non vedo proprio il motivo di spargere dei pezzettini microscopici di plastica, quasi impossibili da filtrare e da smaltire, nell’acqua di tutto il pianeta, solo perché qualche marchettaro ha deciso che così avrebbe potuto far sembrare più figo lo stesso sapone liquido al limone che trovo al discount per un euro al bottiglione.

Quindi, ti prego, capisco le tue esigenze di mantenere la pretenziosità dei tuoi alberghi, di modo che tutte le famiglie arabe piene di soldi continuino a frequentarli, ma almeno evita di inquinare mezzo pianeta per una simile stronzata.

Ciao,

P.S. E per favore fai una figlia e chiamala London, così la prossima volta posso scrivere alla città giusta.

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domenica 22 giugno 2014, 11:42

L’aria del sabato sera

Grazie a te, compagnia del giro, che oltre a gestire da una decina d’anni il punto info e altre cose, hai deciso di offrirci il party del sabato sera. Però non è bello organizzare il party dando a ognuno cinque bevande offerte, ovviamente alcooliche, dicendo che poi ci sarà lots of food, e poi finisce che esce un vassoietto di stuzzichini ogni venti minuti, e la gente già ebbra prende d’assalto la povera cameriera bionda. Lei esce con un vassoio di pollo fritto e la assaltiamo a decine, come se non avessimo mangiato da mesi, carichi di birre in corpo e di chiacchiericcio d’occasione… Sarò sempre grato a chi mi ha offerto tre birre, però diciamocelo, questo è the most foodless lots-of-food party, giusto due patate fritte e due polli fritti e qualche samosa e poi ogni tanto un vassoio di verdure a bastoncino, che interessa giusto agli indiani.

Si socializza, però, in questo pub elegante sulla Portobello Road (ma il mercato è finito da un po’), in mezzo alla parte fighettamente, miliardariamente residenziale di Notting Hill. Si socializza e già che ci siamo si guarda la partita, che è Germania-Ghana: perché per ogni mondiale c’è un meeting di ICANN, il 2002 in Romania, il 2006 in Marocco, il 2010 in Belgio e adesso l’Inghilterra. Stavolta, i tedeschi sono talmente popolari che quando segna il Ghana è un tripudio, un mix di brasiliani cinesi americani e finnici che fanno il trenino in mezzo al pub; poi pareggia Klose, e festeggiano solo loro. La ragazza tedesca – la conosco da dieci anni, è una brava persona, era nel comitato che presiedevo, lavora nel sindacato dei verdi, era consigliere comunale a Francoforte e ovviamente mi chiede se ho parlato con Albrecht – ancora ce l’ha con me perchè nel 2006, dopo la semifinale, in un momento di gruppo un po’ teso, le mandai un sms cattivo in cui la sfottevo a morte. Otto anni dopo posso ancora scusarmi, ma lei, chissà perché, non se l’è dimenticato; penso che sotto sotto sia questo il motivo per cui i verdi tedeschi cercano di ammazzarci con l’euro.

Dopo un paio d’ore, la terza birra media gratis a stomaco sostanzialmente vuoto mi mette un po’ in difficoltà, anche se dissimulo bene, perchè tutti gli altri sono nella stessa situazione ed è un fiorire di saluti e pacche sulle spalle. Però, salutati un po’ tutti compreso il pissoir, alla fine li lascio lì e vago per il quartiere elegante cercando la fermata del 23, che mi riporti verso l’albergo. Attorno è pieno di buzzicone seminude molto inglesi, e di maschi allupati e alticci: l’aria del sabato sera a Londra è la stessa da quando ero bambino. Alla fine il bus arriva, e sono sufficientemente pronto da strisciare l’ostrica e sapere dove sto andando. Scendo alla fermata prima: non sono pieno se non di liquidi, e per ripristinare la parità ci vuole del cibo.

Così entro nel bugigattolo all’angolo e ordino codnchips, p’leese: sontuosamente untuoso, le patate grosse e carnose, e il merluzzo lurido al punto giusto. Sono i dieci euro meglio spesi dell’anno, non come a pranzo che mi hanno portato a mangiare nello “sports bar” dell’albergone pretenzioso, e per un hamburger e una birra ho speso di tasca mia 22 sterline, no dico 22 sterline, che è tutto il giorno che me ne dolgo. Rientro in albergo con la mia scatoletta di cartone unta e quadrata, assaporando la ragione del fritto: adesso la mia stanza puzzerà d’olio per tutto il soggiorno, ma tre birre valevano la pena, se il contrappeso era questo.

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sabato 21 giugno 2014, 01:33

Jessica

È tardi, troppo tardi e il fuso mi ha già rubato un’ora, per arrivare in questo immenso albergone della periferia del centro di Londra. Gli uomini d’affari ci arrivano, ça va sans dire, in taxi; o se proprio ci si mettono d’impegno, con la metropolitana. Solo gli avventurieri taccagni come me possono arrivarci col pullman, dalla stazione di San Pancrazio, in una notte di ragazzini urlanti che tornano in qualche periferia nera molto più a sud.

La stazione di Santa Maria del Rio, un sogno confettoso di guglie olandesi e canopie tardo-vittoriane, è il segnale giusto per scendere dall’autobus; un paio di isolati in mezzo a Beirut, ignorando una fila di fumatori di narghilè schierati comodi sulla strada di Edgware, e si arriva in questo torreggiante e pretenzioso albergo anni ’80, che finge con indifferenza di non trovarsi ora nel bel mezzo del Londonistan. Che poi, trovarsi nel bel mezzo del Londonistan ha anche i suoi bei vantaggi, dall’abbondanza di finte imitazioni halal del colonnello Sanders – il santo protettore dei mangiatori di pollo fritto unto e bisunto, rigorosamente morto tra atroci sofferenze bestemmiando tutto il pantheon dell’animalismo contemporaneo, ma beatificando chi ha poche sterline in tasca e fame a mezzanotte – fino a un’ampia scelta di kebab e di mezze, a patto di saperli ordinare in arabo. Ma certo, se vuoi fare l’albergone da congressi da centocinquanta euro a notte per americani spaventevoli, la collocazione Rock the Casbah non è il meglio che potevi scegliere.

E’ per questo che mi aspetterei almeno di non dover fare coda al check-in, almeno a quest’ora tarda, e invece no: e coda sia. Almeno non pago io, del resto se pagassi io non pagherei voi, sarei andato in un ostello o in un albergo più normale ma meno pretenzioso, magari pure quello nel Londonistan, ma almeno in quello pieno di ottimi ristoranti pakistani, tutto dall’altra parte della città. Ma mi hanno invitato per una rimpatriata, per la cinquantesima conferenza di ICANN, e pagano tutto loro, e puoi dire di no a una conferenza pagata a Londra, in un albergone pretenzioso per americani spaventevoli? No, non puoi, e allora anche la coda si può accettare, tanto sono fradicio di sudore e mezzo addormentato.

E poi viene il mio turno, e porgo il passaporto alla gentile signorina che mi invita per il mio turno. “Hello”, dico un po’ assonnato. Lei guarda me, guarda il passaporto, guarda me e risponde: “Buonasera”, con un accento che pare pure un po’ romano. In effetti la targhetta dice “Jessica”, e sotto, più in piccolo, “Italiano”. “Sa, ho visto il passaporto”, mi dice lei. “Ah… italiana”, rispondo, e poi la guardo e aggiungo: “…scappata?” Lei mi guarda con uno sguardo che dice già tutto, non risponde, deve essere professionale (in italiano, “devi essere professionale” è il modo pulito per dire “stai zitto e fatti sfruttare”).

Del resto, a Londra io ho una cugina che ci vive adesso, un cugino che ci ha vissuto fino a pochi anni fa, diversi amici passati e rimasti o andati ancora altrove, e una voglia di viverci sin da quando ci son venuto per la prima volta, a undici anni. Di viverci, di scapparci, come ci scappano tutti, tutti quelli che possono e anche molti di quelli che non possono.

Perché adesso chi scappa si mimetizza, ma tra dieci o vent’anni la prossima frontiera di Londra sarà l’Italistan, con meno burqa e più crocifissi, meno kebab e più pizza, meno ironia e più, almeno per noi, amarezza.

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martedì 3 giugno 2014, 16:53

Alla ricerca delle cinque stelle

Quando, oltre sei anni fa, decisi di unirmi al movimento nato attorno al blog di Beppe Grillo, le cose che mi affascinarono furono due: una visione di società diversa, sostenibile ambientalmente e socialmente, simboleggiata dalle cinque stelle di ambiente, acqua, energia, sviluppo e trasporti; e l’ambiente estremamente orizzontale, informale e privo di gerarchie, in cui magari ci si scannava per mesi, ma senza che nessuno pretendesse di contare più di un altro. E’ vero che già allora il movimento criticava i partiti, contestava le spese e i privilegi della casta politica ed economica, evidenziava la parzialità dell’informazione; ma i cambiamenti nella politica e nell’economia erano dei mezzi per arrivare al fine delle cinque stelle.

La discussione di questi giorni sulla collocazione europea del Movimento evidenzia proprio il compiuto rovesciamento di questa prospettiva originale; perché nell’ultimo anno e mezzo i temi principali sono stati altri, come purtroppo è ovvio in tempi di crisi sempre più dura, ovvero l’economia e l’euro; e, da quando c’è di mezzo il potere vero, il successo nell’attività politica è diventato il fine, mentre le cinque stelle sono diventate un pezzo secondario delle cose da promettere agli italiani per avere il loro voto, ovvero un mezzo per raggiungere il fine di vincere le elezioni.

Anche se io penso che della scelta europea non si debba fare il dramma che ne fanno molti, e che comunque vada sarà una alleanza parziale, politica sì (lo obbliga il regolamento del Parlamento Europeo), ma che non impedirà al M5S di sganciarsi quando opportuno e perseguire il proprio programma, è chiaro che la scelta tende a riflettere le priorità personali tra i due ambiti.

Chi viene da lontano ed è più legato ai temi delle cinque stelle preferisce collocarsi nel mondo ecologista, a costo di ritrovarsi insieme anche a un po’ di vecchi tromboni di sinistra con la puzza sotto il naso, che di Grillo hanno detto tutto il male possibile; chi invece si è unito più recentemente, attratto dalle battaglie contro i politici e contro la politica economica europea, preferisce senz’altro Farage, fregandosene dei suoi disvalori sociali e ambientali, e puntando soprattutto sulla sua contrapposizione con l’establishment.

Il vero problema, dunque, non è la presunta xenofobia-maschilismo-omofobia di Farage, sulla cui reale consistenza ho molti dubbi (e li ha pure Balasso…); se uno legge Repubblica siamo razzisti pure noi, e del resto in Italia chiunque richieda un minimo di controllo sull’immigrazione (me compreso) si becca del razzista a prescindere.

Il problema è il rischio di posizionare il M5S, sulla scia dell’ultraliberismo di Farage, là dove ha fallito Giannino; come una forza liberal-conservatrice che per carità, in Italia sarebbe più che benvenuta visto il tradizionale livello da peracottari della nostra destra, ma che non è compatibile con la visione sociale di molte delle persone che in giro per l’Italia hanno fatto il Movimento. E anche in ottica utilitaristica ed elettorale, in un Paese in cui molta gente è convinta che il lavoro non si crei per via di qualche singolo intraprendente e innovatore che si prende i suoi rischi, ma scendendo in piazza a gridare “lavoro! lavoro!” fin che il governo non stacca un assegno a debito, dubito che una posizione del genere possa avere un futuro politico di massa tale da cambiare l’Italia.

C’è, inoltre, un distinguo importante da fare proprio rispetto all’euroscetticismo. Il Movimento 5 Stelle in campagna elettorale ha detto di voler cambiare le basi della politica economica europea e di voler valutare se uscire dall’euro, ma non ha mai parlato di uscire dall’Unione Europea. Io stesso, in campagna elettorale, ho ribadito l’importanza dell’unità europea per riuscire ad affrontare le grandi sfide globali che ci aspettano (vedi il pezzo di video in alto). Io mi sento europeo e voglio restarlo, mentre Farage non si sente europeo, non vuole riformare l’Unione ma distruggerla, ed è molto più allineato alla finanza e agli interessi angloamericani che alle necessità del povero Sud dell’Europa. Peraltro, da questo punto di vista, nemmeno i Verdi, che non hanno mai portato avanti una vera critica all’idea dell’euro, sono granché compatibili con noi.

Alle tensioni per questa scelta difficile si aggiungono la delusione per l’emorragia di voti alle elezioni – anche qui spiegata spesso in modi opposti, cioé con i toni esagerati di Grillo da parte di chi propende per i Verdi (vedi Travaglio) e con il voto sul reato di immigrazione clandestina da parte di chi propende per UKIP – e il problema mai risolto dei rapporti tra Grillo e tutti gli altri – c’è chi scherza dicendo che come responsabile della comunicazione interna dovremmo assumere Salvini – e quindi si capisce che è un momento difficile.

L’unico modo per evitare una spaccatura, essendo di fatto impossibile a questo punto creare un gruppo proprio (bisognava muoversi mesi fa…), sarebbe quello di non scegliere, di entrare in Europa in punta di piedi per poi capire meglio dove e come sistemarsi; le altre strade portano sicuramente a perdere dei pezzi, di elettori e in una certa misura (soprattutto tra chi da perdere ha solo i sacrifici e non i privilegi delle cariche più alte) anche di eletti.

L’hanno capito anche i partiti, e ha ragione Cabras quando scrive che essi bastonano il cane per farlo affogare. Tuttavia, la sensazione è che il Movimento abbia accumulato in questo anno e mezzo malcontento e dubbi innanzi tutto al proprio interno, e che adesso, dopo averli repressi per non danneggiare la campagna elettorale, vengano fuori tutti insieme; cosa peraltro normale, dopo elezioni che non sono andate bene (e per noi è la prima volta).

Non chiamatela autocritica se non volete, ma ci sono delle cose (queste e molte altre) da mettere a posto, prima di poter riprendere il cammino; a partire dal definire in modo più esplicito, una volta per tutte, su quale progetto politico e su quale modello di società il Movimento vuole unire le persone; e se le cinque stelle sono ancora attuali, o se l’idea luminosa e positiva di una nuova società, che esse rappresentano, si è persa nella cupa guerra contro tutto.

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giovedì 15 maggio 2014, 15:09

Il compagno Q

In politica, si sa, la visibilità è tutto: chi vuole fare carriera sgomita per apparire. Non sempre, però, le persone più visibili sono le uniche a pesare: c’è anche chi, lontano dai riflettori, si occupa della rete di potere che tiene a galla il partito. E se a Torino da trent’anni ormai cambiano i nomi dei partiti ma i volti del potere sono sempre gli stessi due, Fassino e Chiamparino, il terzo volto, praticamente sconosciuto, è quello di Giancarlo Quagliotti.

La carriera del compagno Q, peraltro, inizia brillantemente: nel 1970, non ancora trentenne, diventa consigliere comunale del PCI a Torino, e dopo qualche anno capogruppo; nel marzo 1983 diventa vicesegretario regionale del partito, mentre Fassino, appena più giovane, diventa segretario provinciale. La sua carriera politica è folgorante, ma si schianta subito dopo contro un doppio scandalo tangentizio: quello del faccendiere Zampini, che provoca la caduta della giunta rossa del sindaco Novelli, e quello per l’appalto dei semafori intelligenti. Quagliotti viene condannato in primo grado (sarà poi assolto in appello) e lascia la politica, e da allora il suo destino è segnato: sarà l’uomo dietro le quinte.

Lui si reinventa come manager insieme a un altro politico emergente: Vito Bonsignore, democristiano di peso. Si occupa di cemento parapubblico, dalle autostrade ai parcheggi. Arrivata infine l’assoluzione, nel 1992 La Stampa pubblica una straziante lettera di Chiamparino, segretario del neonato PDS torinese: “Compagno Quagliotti, ti chiediamo scusa… il PCI non ti ha riabilitato moralmente e politicamente, lo facciamo noi”.

Neanche a farlo apposta, tempo un anno, il riabilitato compagno Q viene coinvolto in Mani Pulite. Si scoprì un conto in Svizzera a lui intestato, su cui, insieme a un altro conto intestato all’altro ex PCI Primo Greganti, transitarono 260 milioni di lire relativi all’appalto per il depuratore Po-Sangone, destinati al PCI e provenienti da una società del gruppo Fiat; il compagno Q e il compagno G vennero infine entrambi condannati. Interrogato dai magistrati, secondo i giornali Quagliotti disse: “Immaginai che si trattasse di un contributo al PCI. Allora quelle forme di finanziamento non erano rare.”; La Stampa riassunse le sue dichiarazioni come “Nel PCI sapevano tutto“.

Chiamparino dichiarò pensoso ai giornali: “Forse non abbiamo saputo sottrarci del tutto al patto consociativo”. Fassino si trincerò invece dietro un più sbrigativo no comment, suscitando questo commento dell’editorialista Saverio Vertone: “Fassino, quando si tocca il tema tangenti al PCI, sembra Sant’Ignazio di Loyola davanti al saraceno che mette in dubbio la verginità della Madonna”.

Passano alcuni anni e il compagno Q ritorna all’onor delle cronache giudiziarie: nel 2000, il procuratore Bruno Tinti lo fa rinviare a giudizio in una vicenda di falsi nei bilanci e di compravendita di quote pubbliche della Satap, concessionaria dell’autostrada Torino-Piacenza controllata dall’imprenditore tortonese Marcellino Gavio. La cosa finisce in prescrizione e poi in assoluzione, ma l’intreccio tra le autostrade di Gavio e i DS ritornerà nel 2005 con il caso Penati: mentre Unipol scala BNL e Fassino esclama “Abbiamo una banca”, la Provincia di Milano di Penati compra da Gavio azioni autostradali al triplo del prezzo precedente e subito dopo la Satap versa 14 milioni di euro alla BPL di Fiorani, che sostiene la scalata. Da fonti di stampa, l’ex sindaco di Milano Albertini dichiara ai magistrati: “Una quota significativa della plusvalenza ottenuta da Gavio è stata utilizzata per favorire la scalata di Unipol a BNL. È denaro pubblico che porta un vantaggio economico rilevantissimo a un imprenditore privato che poi aiuta quella componente politica che ha fatto questo passaggio per controllare una società finanziaria”.

In questi anni Quagliotti riveste incarichi dirigenziali nel gruppo Gavio, dal quale transitano altri esponenti storici del PCI e del PDS di Torino. Ricomincia anche a fare politica nel partito: già nel 2001 è avvistato alle riunioni in cui i DS discutono le candidature, nel 2003 discute chi candidare a presidente della Provincia, nel 2007 è candidato alle primarie cittadine del PD.

Quando nel 2011 Fassino si candida a sindaco, affida al compagno Q il ruolo di coordinatore politico della sua campagna elettorale: è il definitivo rientro, anche se sempre dietro le quinte. L’intreccio tra cemento e PD è sempre più stretto: presto un giornale locale definisce Quagliotti “l’eminenza grigiastra di Fassino”, e titola “OPA dei Gavio sul PD torinese”. E non solo torinese: la società del gruppo Gavio di cui è amministratore Quagliotti è tra i contractor per la costruzione del terzo valico Milano-Genova dell’alta velocità, e per essa ha lavorato anche la società del marito dell’ex sindaco PD di Genova Marta Vincenzi.

Siamo ad oggi, e si rivede anche il compagno G: con in tasca la tessera del PD torinese, che pure nega di conoscerlo, viene di nuovo arrestato per gli appalti dell’Expo 2015, un’altra grande colata di cemento. Il compagno Q, intanto, è sul ponte di comando del partito; tutte le vicende interne del PD torinese, dalle candidature alla preparazione del congresso, passano da lui.

Nessuno sa che rapporti intrattengano ancora i vecchi compagni Q e G. Una cosa che si sa, però, è che a Torino da decenni la politica cittadina è in mano allo stesso partito e alle stesse facce; quelle sotto i riflettori, che si rimpallano le cariche di sindaco, presidente della Regione, segretario di partito e così via; e quelle lontano dai riflettori, che ogni tanto ricompaiono sui giornali per vicende di questo genere. Torino e il Piemonte sono congelati da decenni in questo gioco per pochi; ed è adesso, finalmente, il momento per cambiare.

(Articolo originariamente scritto per il blog di Beppe Grillo)

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venerdì 25 aprile 2014, 23:22

Liberazione 2014

Il 4, in Oriente, è il numero sfortunato per eccellenza; è il numero associato alla morte – che poi è l’altra inscindibile faccia della vita e della creazione. Specialmente per noi che siamo nati in un anno col 4, ogni anno col 4 porta spesso con sé qualcosa che muore e qualcos’altro che nasce.

Ancor di più, poi, questo accade se ci mettete di mezzo la liberazione. Aprile, si sa, è il mese più crudele; la forza vitale della natura è al massimo e tutto esplode di energia. Chi deve innamorarsi si innamora, chi deve morire muore, e i cambiamenti sopiti sotto la neve dell’inverno accelerano e si mostrano tutto d’un tratto. Non sorprende dunque che ad aprile capitino la Pasqua – festa della rinascita da molto prima di Cristo – e anche la liberazione in ogni senso possibile.

Oggi, per esempio, è il decennale di una di queste vicende; ricorda chi la ricorda, la conoscono i miei amici e chi mi segue in rete da tempo, e tant’è; volevo solo metterlo a verbale. E’, naturalmente, la festa della Liberazione in senso politico, anche se ormai i partigiani veri son sempre più in un angolo, soppiantati da post-partigiani che celebrano un rito ad uso elettorale, a maggior ragione a Torino dove i politici “antifascisti” hanno mandato la polizia a buttar fuori dal corteo i No Tav: espulsi con la forza da una manifestazione per via delle proprie idee, ditemi voi che c’è di più fascista; ditemi che altro serve per dimostrare che il 25 aprile è morto da un pezzo.

E’ anche il sesto anniversario del V2-Day e del mio impegno nel Movimento 5 Stelle, iniziato quando non si chiamava ancora così, partito da scettico poi ricredutosi presto, non appena cominciò a frequentare l’ambiente intimo ma eccitante, frizzante di idee e di speranze, che c’era allora nei “meetup”; iniziato grazie a un volantino preso a un gazebo in piazza San Carlo.

Oggi ero di nuovo con Beppe, anzi stavolta ero con lui di persona, non in mezzo alla folla sotto un palco. Abbiamo avuto trenta secondi per parlare, verso le tre del pomeriggio, mentre dopo essersi come al solito disfatto per il Movimento, aver girato uno spot carinissimo che presto vedrete in giro ed essersi fatto la foto uno per uno con tutti i candidati alle europee, si è messo ad attaccare l’avanzo del buffet vegetariano. Venticinque secondi dei trenta sono stati ad argomento Pizzarotti (le mie esternazioni su), gli altri cinque su “come sta tua moglie”.

Mi ha fatto molto piacere abbracciarlo ancora, e senza di lui non avrei mai avuto il privilegio di questi sei anni straordinari. Eppure era già un po’ che giravo per questo magnifico terrazzo sui tetti di Milano, pieno di tanti giovani candidati e parlamentari a me sconosciuti, gente vestita elegante con vestiti alla moda, cellulari fighissimi e segretarie in attesa per spostare il volo o confermare il comizio, e insomma ogni tanto c’era qualcuno che conoscevo, qualche vecchio reduce come me, e ci salutavamo ricordandoci dell’altra volta che eravamo stati lì (l’ultima riunione degli eletti M5S che sia mai stata fatta, quella dello scazzo sui “coordinatori nazionali”) e di come siano cambiate le cose; e mi sentivo già troppo vecchio e decisamente superfluo.

E in fondo è questa la liberazione di oggi: sapete com’è, la vita scorre anche se non lo vuoi, e c’è un tempo per ogni cosa, e ogni tanto per vivere davvero bisogna liberarsi di se stessi; specialmente se nasci irrequieto e curioso, specialmente se nasci libero e destinato a morire e rinascere mille volte, ogni volta che peschi il numero 4.

Per il momento mi sono abbastanza liberato del blog, che in fondo in varie forme va avanti dal 2001, e prima o poi comunque tornerà, sperando che lo legga meno gente di Facebook. Per il resto, confermato che alle elezioni europee vinciamo noi perché le fragole sono veramente molto mature, sull’irrilevante destino dei singoli auguriamoci tutti buona fortuna.

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venerdì 14 marzo 2014, 17:32

Lunedì si vota per le liste regionali

Le elezioni regionali del Piemonte sono finalmente state convocate per il 25 maggio, ed è tempo per i cittadini attivi di aiutarci a comporre le nostre liste!

Nelle scorse settimane, come già annunciato sul blog regionale, è stata data la possibilità a tutti gli attivisti del Movimento 5 Stelle di offrirsi per la candidatura. Gli aspiranti candidati saranno ora sottoposti alla votazione sulla piattaforma nazionale del Movimento; ogni persona piemontese iscritta entro il 30 giugno 2013 potrà votare nella giornata di lunedì prossimo 17 marzo dalle 10 alle 19, collegandosi al sistema operativo del M5S (verrà anche inviata una e-mail dal sistema a tutti i votanti).

Coerentemente con la legge elettorale regionale, che prevede liste separate per ogni provincia, ogni iscritto sceglierà i candidati della propria provincia; per Torino, vi sono 59 candidati e sarà possibile esprimere fino a sette preferenze, indifferentemente per i candidati della città o della provincia, che – insieme alla clausola per cui sarà garantito almeno un candidato per ciascuna delle otto aree in cui è stata divisa la provincia, nonché almeno cinque per Torino città – permetteranno di determinare i ventuno candidati della lista provinciale torinese del M5S. Successivamente, tra i candidati selezionati per le liste si proporrà e si sceglierà il candidato presidente, che a sua volta si occuperà insieme al gruppo di selezionare i futuri assessori, che saranno inseriti nel listino bloccato.

Vi invitiamo dunque ad approfondire sin da ora la conoscenza dei candidati. Ognuno di loro ha preparato un profilo sulla piattaforma nazionale, e qui sotto trovate l’elenco dei candidati e i link ai loro profili, mentre per il resto della regione vi rimandiamo al blog regionale.

Quasi tutti i candidati sono reperibili su Facebook o tramite i loro gruppi locali di appartenenza. Sentitevi liberi di fargli domande e di scambiare le vostre idee in materia… e non dimenticatevi di votare lunedì prossimo!

 

Candidati di Torino e Provincia

Canavese

Riccardo Mario Baldini – 38 anni – Comune: Borgofranco d’Ivrea (TO)

Matteo Locatelli – 39 anni – Comune: Forno Canavese (TO)

Paolo Recco – 56 anni – Comune: Castellamonte (TO)

Chivassese

Jessica Costanzo – 30 anni – Comune: Castiglione Torinese (TO)

Chantal Valle – 39 anni – Comune: Gassino Torinese (TO)

Domenico Caria – 50 anni – Comune: Chivasso (TO)

Silvia Carniel – 50 anni – Comune: Settimo Torinese (TO)

Luciano Serra – 52 anni – Comune: San Mauro Torinese (TO)

Domenica Greco – 57 anni – Comune: Castagneto Po (TO)

Chierese

Gianpaolo Caruso – 41 anni – Comune: Santena (TO)

Luigi Rizzo – 51 anni – Comune: Trofarello (TO)

Zeno Catani – 56 anni – Comune: Chieri (TO)

Pinerolese

Dejanira Piras – 29 anni – Comune: Torre Pellice (TO)

Federico Valetti – 31 anni – Comune: Pinerolo (TO)

Torino

Valentina Sganga – 27 anni – Comune: Rivoli, attivista a Torino (TO)

Xavier Bellanca – 27 anni – Comune: Torino (TO)

Marco Nunnari – 30 anni – Comune: Torino (TO)

Andrea Russi – 31 anni – Comune: Torino (TO)

Davide Bono – 33 anni – Comune: Torino (TO)

Marco Valentino – 33 anni – Comune: Torino (TO)

Antonio Fornari – 34 anni – Comune: Torino (TO)

Deborah Montalbano – 34 anni – Comune: Torino (TO)

Damiano Carretto – 35 anni – Comune: Torino (TO)

Daniel Palmisano – 39 anni – Comune: Torino (TO)

Massimo Spaducci – 39 anni – Comune: Torino (TO)

Daniela Albano – 42 anni – Comune: Torino (TO)

Mirko Dancelli – 43 anni – Comune: Torino (TO)

Massimo Ternullo – 43 anni – Comune: Torino (TO)

Ivana Recupero – 45 anni – Comune: Torino (TO)

Roberto Guenno – 48 anni – Comune: Baldissero Torinese (TO)

Roberto Alice – 50 anni – Comune: Torino (TO)

Cristina Filipello – 50 anni – Comune: Torino (TO)

Alessandro Pampanoni – 50 anni – Comune: Torino (TO)

Paolo Vinci – 53 anni – Comune: Torino (TO)

Luisa Avetta – 57 anni – Comune: Torino (TO)

Giovanni Napoli – 57 anni – Comune: Torino (TO)

Serafina Bruna Raffaele – 57 anni – Comune: Torino (TO)

Kamal Azer – 62 anni – Comune: Torino (TO)

Jeffrey David Siegel – 62 anni – Comune: Torino (TO)

Margherita Cardone – 69 anni – Comune: Torino (TO)

Torino ovest

Angelo Intino – 38 anni – Comune: Orbassano (TO)

Daniela Di Virgilio – 40 anni – Comune: Collegno (TO)

Mirco Calmistro – 53 anni – Comune: Grugliasco (TO)

Luciano Bocca – 35 anni – Comune: Rivoli (TO)

Torino sud

Marco Putignano – 22 anni – Comune: Nichelino (TO)

Davide Casalis – 36 anni – Comune: Carmagnola (TO)

Donatella Galasso – 37 anni – Comune: Moncalieri (TO)

Stefano Farinasso – 42 anni – Comune: La Loggia (TO)

Giorgio Bertola – 44 anni – Comune: Moncalieri (TO)

Valli di Lanzo

MARCO PIRA – 40 anni – Comune: Caselle Torinese (TO)

Roberto Falcone – 47 anni – Comune: Venaria Reale (TO)

Giuseppe Napoletano – 48 anni – Comune: Venaria Reale (TO)

Patrizia Battagliotti – 52 anni – Comune: S.Maurizio C.se (TO)

Raffaela Violino – 52 anni – Comune: Borgaro Torinese (TO)

Valsusa e Sangone

Francesca Frediani – 40 anni – Comune: Condove (TO)

Stefania Batzella – 41 anni – Comune: Susa (TO)

Duilio Fiorille – 41 anni – Comune: Valgioie (TO)

Patrizia Monica Triolo – 47 anni – Comune: Meana di Susa (TO)

Mauro Giorgis – 52 anni – Comune: Buttigliera alta (TO)

 

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giovedì 13 marzo 2014, 14:18

Fatto: gli scrutatori saranno estratti

Alle volte basta avere il coraggio di puntare il riflettore sugli altarini della politica per costringere le cose a cambiare. Un esempio sta nella nomina degli scrutatori, un privilegio che la legge da qualche anno affida direttamente alla spartizione dei partiti, che spesso lo usano per premiare con qualche euro militanti ed amici e per garantirsi la simpatia di chi conta le schede.

Sin da quando siamo entrati in Comune abbiamo denunciato questo sistema; sia nel 2012 che nel 2013 ci siamo rifiutati di nominare per “amicizia” la nostra quota della spartizione e, almeno noi, abbiamo proceduto con un bando pubblico e un sorteggio. Quest’anno mi sono rotto le scatole e così il 30 gennaio ho presentato una mozione che chiedeva una cosa molto semplice: preso l’albo degli scrutatori – a cui, per legge, bisogna iscriversi entro il mese di novembre di ogni anno – si chiede di estrarre a sorte gli scrutatori, invece che farli nominare ai gruppi consiliari, e di dare la precedenza ai disoccupati e alle persone a basso reddito.

Dopo due o tre settimane in cui regolarmente chiedevo di inserire la mozione all’ordine del giorno, la prima discussione in commissione, il 27 febbraio, è stata surreale (qui lo streaming): concettualmente erano tutti d’accordo, però erano contrari perché:
- i sorteggi facilmente sono truccati
- se estraiamo poi ci sono troppe rinunce
- già i partiti scelgono da soli di nominare i bisognosi
- il comune non sa veramente chi sono i poveri, i politici sì
- mancano i dati, dobbiamo rimandare la discussione fino a quando non ci sono le statistiche
- far lavorare i poveri è una elemosina non dignitosa per loro
- è una legge nazionale, cambiatela lì che avete tanti parlamentari
- non si può sorteggiare perchè nella legge c’è scritto “nomina”
- non si riesce a incrociare in excel l’elenco degli scrutatori con l’elenco dei disoccupati

Alla fine tutti insieme mi hanno chiesto di ritirare la mozione, io invece ho chiesto di portarla al voto in aula e allora centrodestra e centrosinistra all’unisono si sono alzati e hanno fatto mancare il numero legale per bloccarla; presenti solo noi (favorevoli), SEL e Scanderebech (astenuti).

La questione è quindi stata demandata alla conferenza dei capigruppo, organo più politico, che avrebbe dovuto ascoltare la commissione elettorale comunale; formalmente, difatti, la scelta degli scrutatori non è fatta dal consiglio comunale ma da questa commissione nominata a inizio mandato, contenente un assessore, due consiglieri di centrosinistra e uno di centrodestra. Prima seduta, il 3 marzo, i componenti della commissione (assessore a parte) non si sono presentati; idem il 7 marzo.

A quel punto abbiamo chiesto all’assessore di dirci perlomeno se la proposta era realizzabile; e così, martedì scorso, ci è finalmente stato risposto che dal punto di vista tecnico e normativo si poteva fare, utilizzando come criterio oggettivo di precedenza l’iscrizione alle liste dei centri per l’impiego (ex collocamento). Abbiamo scartato l’idea di aggiungere le persone che autocertificassero il proprio basso reddito, perché si prestava troppo facilmente a manipolazioni e falsificazioni.

Smarcati alcuni altri argomentoni come “i poveri non sono bravi a contare e metteremmo a rischio la democrazia”, e arrivati al momento in cui tutti erano obbligati a prendere posizione, il centrosinistra ha sostenuto la nostra proposta, mentre l’ex PDL ha lasciato la sala in disaccordo e Lega e centristi hanno chiesto il sorteggio puro e semplice. Dunque si è deciso di andare avanti con la nostra proposta, fatto salvo che adesso bisogna verificare che la commissione elettorale comunale non faccia le bizze rifiutandosi di ratificarla; se non ci saranno problemi, a breve potrebbe comparire un avviso sul sito del Comune che invita chi è iscritto a entrambi gli elenchi (scrutatori e disoccupati) a segnalarsi per ottenere la precedenza.

Ovviamente bisognerà controllare l’effettiva realizzazione della proposta; qualche consigliere di opposizione non ha fatto mistero di temere manipolazioni del sorteggio a favore dei partiti di centrosinistra, e in più vi è il problema delle numerose e frequenti rinunce, a fronte delle quali – se fatte all’ultimo – i presidenti di seggio possono nominare chi vogliono. Tuttavia, almeno siamo riusciti a introdurre il principio per cui la spartizione deve finire; un altro risultato portato a casa per i cittadini.

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venerdì 7 marzo 2014, 12:13

La mia relazione di metà mandato

Tra un paio di mesi, saranno tre anni da quando ho iniziato a svolgere per voi il lavoro di consigliere comunale. Avendo dunque superato già da un po’ la metà del mio mandato, mi è parso giusto fermarmi un attimo e – come già avevo annunciato durante la recente serata di valutazione semestrale dei consiglieri, di cui vedete sopra il video – fare il punto su tutto il lavoro che ho fatto, in termini qualitativi e quantitativi.

Pensavo che sarebbe stata sufficiente qualche pagina, ma alla fine ne è venuta fuori una relazione di 56 pagine che sono lieto di pubblicare; penso fosse mio dovere farla, per rendicontare l’incarico che mi avete affidato. Vi invito almeno a sfogliarla; sono sicuro che scoprirete tante cose che abbiamo fatto senza nemmeno raccontarle, e che – come è già stato per me – la visione d’insieme vi farà venire in mente osservazioni e suggerimenti su come migliorare il lavoro per il futuro. E poi, se qualcuno vi dice che i consiglieri del M5S non fanno niente, potete senz’altro passargli questo documento.

Ovviamente, sono orgoglioso di aver scoperto di essere stato più o meno il consigliere comunale più attivo di tutto il consiglio, e di avere affrontato una quantità smodata di argomenti, pur con i forti limiti alla possibilità di incidere davvero che hanno i consiglieri di opposizione.

Più di tre anni fa, in una serata del novembre 2010, il gruppo del M5S di Torino – allora eravamo una trentina di persone in tutto – si riunì per decidere il candidato sindaco; io stesso avevo dei dubbi, il gruppo era diviso, e allora ritirai la mia candidatura e lasciai la sala. A fine serata fu tutto il gruppo, con un solo contrario, a chiedermi di rendermi di nuovo disponibile e di accettare il ruolo di candidato sindaco; decisero che io ero la persona che serviva al Movimento per svolgere al meglio quel ruolo. E come potevo dire di no? Accettai, ma aggiunsi due condizioni.

Una delle condizioni era quella di poter continuare a fare un minimo di attività professionale; presto questa idea affondò miseramente, di fronte alla realtà dei fatti e alla dimensione dell’impegno che mi veniva affidato (vedi le prime pagine della relazione); da fine 2011 ho chiuso la mia attività professionale. La seconda condizione era quella per cui io garantivo l’impegno al massimo per due anni, in quanto già allora pensavo di non poter resistere oltre.

Dunque, ho completato da un pezzo gli impegni che mi ero preso col Movimento 5 Stelle; nel frattempo, esso è cambiato radicalmente. Più “siamo in guerra” e più il clima in cui svolgo il mio lavoro diventa difficile, ed è notorio che i miei rapporti con molti consiglieri e attivisti del Movimento torinese – tra differenze politiche, ad esempio sull’immigrazione, e differenze di visione sul funzionamento del Movimento – sono tutt’altro che idilliaci.

I sacrifici del mio ruolo sono pesanti, alcuni intuibili, tra cui l’elevato stress psicofisico, perché giorno e notte, settimana o weekend non c’è quasi mai un attimo di tregua, e sei continuamente al centro di discussioni spesso rabbiose; altri sottili e meno evidenti, come avere continuamente a che fare con persone disperate che non puoi aiutare più di tanto, o come la progressiva perdita di amici che non hai più tempo di vedere, o come i dubbi su cosa sarà di te dopo la fine del mandato.

Allo stesso tempo, sono un privilegiato: perché faccio un lavoro vario e interessante che posso organizzarmi liberamente (e di questi tempi già avere una casa e uno stipendio è una gran cosa), e perché servire la collettività è un privilegio, come lo è potersi occupare dei problemi di tutti, e incontrare tante persone che ti incoraggiano, dandoti energia, quando ti incontrano per strada; e imparare moltissimo su ogni angolo di questa città.

Io, di carattere, sono un cercatore e ho voglia di trovare sempre nuove sfide; accontentarmi, smettere di aspirare a migliorarmi e ad arrivare più in alto, sarebbe come rinunciare a vivere, come togliersi l’aria. Nel Movimento questa aspirazione non è possibile e nemmeno concepita. Diverse volte sono stato invitato a dimettermi dai miei colleghi, e diverse volte ho avuto io la voglia di gettare la spugna; e non sarebbe grave, dato che il Movimento è un progetto collettivo e quel che faccio io, nel bello e nel brutto, può farlo qualcun altro.

Tuttavia, queste sono solo questioni personali, che vi racconto in tutta onestà, perché mi sono ripromesso di non prendere mai in giro chi mi ha votato e dato fiducia. La lotta che stiamo conducendo tutti insieme è ancora viva, è giusta, è importante, e se ogni tanto siamo stanchi, siamo confusi, ci perdiamo, voi dateci forza, e noi troveremo le energie e la strada giusta. Non è questo il giorno della ritirata, e nemmeno della resa.

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