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martedì 21 giugno 2016, 15:04

Don’t cry for me, Cit Turin

Domenica mattina, su un pullman, nella periferia nordovest di Torino, l’autista e un passeggero parlano delle elezioni. Concludono entrambi che voteranno Appendino: l’autista perché “Fassino ci vuole vendere ai privati, Appendino difende il servizio pubblico”; il passeggero perché “Fassino ha riempito Torino di zingari, gli dà pure da mangiare, mentre a noi italiani non danno niente”.

Questa scenetta, a cui ho assistito personalmente, dimostra davvero che destra e sinistra come categorie e fasce sociali contrapposte non esistono più; sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di sinistra per il mantenimento in mani pubbliche delle società partecipate, sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di destra contro la presenza crescente degli stranieri e dei rom, comunque voterai Movimento 5 Stelle.

Ha votato Appendino il vecchietto ultra-80enne che ha salito con estrema fatica le scale del seggio di corso Svizzera in cui ero rappresentante, si è riposato dieci minuti buoni per riprendere fiato, ha votato e poi ha detto ad alta voce “e speriamo che adesso muoia, sto sindaco comunista!”; e ha votato Appendino la coppia di giovani che ho visto a festeggiare in piazza sotto il Municipio e che, rivolti verso i bei palazzi del centro, gridavano “andate a lavorare, radical chic di merda!”.

I commentatori si sono concentrati sulle contraddizioni insite in tutto questo; ed è vero, è vero che chiunque avesse qualcosa da ridire non solo sull’amministrazione Fassino o sul governo Renzi ma sull’economia, sulla geopolitica, sull’ordine sociale, persino sul tempo e sul risultato degli Europei di calcio, ha concretizzato la propria rabbia votando Appendino; è vero che le aspettative sulla nuova giunta sono non solo impossibilmente elevate, ma anche troppo contraddittorie per poter essere esaudite tutte.

Ma i commentatori che si concentrano sulle contraddizioni sbagliano, perché vivono ancora nel mondo della destra e della sinistra; sbagliano perché non capiscono che c’è un filo conduttore tra tutti quelli che hanno votato Appendino, un filo conduttore molto più forte delle contraddizioni interne. Un filo conduttore che esisteva già prima, ma che Chiara ha abilmente solleticato e rafforzato, con la sua campagna in stile primarie americane, innovativa per l’Italia e giustamente premiata, basata innanzi tutto sull’immagine, sull’emozione e sull’identificazione del “noi” con il popolo e del popolo con Chiara, più che sui temi di sostanza; una campagna inconsapevolmente peronista che io non avrei mai fatto e comunque non sarei mai stato in grado di fare, ma che era l’unica che potesse vincere e conquistare i cuori del popolo torinese (e quindi tanti complimenti a Xavier Bellanca, l’attivista-stratega oggi meritatamente intervistato dalla Stampa).

Il filo conduttore è evidente nella fotografia della distribuzione territoriale dei risultati:

mappa-ballottaggio-2016

E’ evidente che ciò che unisce i sostenitori di Appendino non è né la destra né la sinistra, e nemmeno l’apprezzamento per Grillo (volutamente tenuto fuori dalla campagna) o per le istanze storiche del M5S. Semplicemente, ciò che unisce i sostenitori di Appendino è di essere o sentirsi poveri; e sottolineo “sentirsi”, che per vedere i poveri veri bisogna andare nelle baraccopoli della Stura o direttamente nel Terzo Mondo, ma Torino è piena di ex classe media che pur vivendo ancora meglio di tre quarti del pianeta si sente a buon motivo pezzente.

Perché? Perché dall’altra parte c’è un sistema di persone che hanno esibito per vent’anni il loro bel centro lucido, i loro grandi eventi pieni di VIP, le loro connessioni familiari e sociali che li fan cadere sempre in piedi, la loro arroganza nel pretendere sempre ragione e nel liquidare qualsiasi opinione diversa come “fascismo” o “ignoranza”, la loro cultura rivendicata come uno status symbol, fino a stare immensamente sulle scatole alla maggioranza della città.

Davanti a un sistema organizzato che marca fisicamente e moralmente la distanza tra chi è dentro e chi è fuori, è ovvio che anche chi fuori vive piuttosto bene, anche chi gode di una amministrazione non certo inetta, si senta comunque un pezzente con voglia di rivalsa; e persino chi è dentro, ma riceve soltanto le briciole, si ribellerà nel segreto dell’urna o anche apertamente, come i ragazzi pagati per dare i volantini di Fassino che ci dicevano “comunque io voto per voi”. Non è solo una povertà materiale; lo è in molti casi, ma in molti altri è soprattutto una povertà di opportunità, di chance di crescita personale e di riconoscimento sociale, di libertà di essere e di realizzarsi, che rimanda al vuoto di senso della società moderna prima ancora che al vuoto nella pancia.

Fassino – una persona che purtroppo per lui ha il talento naturale per fare dichiarazioni autolesioniste: oggi si vantava di aver comprato le caprette ai rom di lungo Stura Lazio per rimandarli in Romania, provocando una serie infinita di “Piero, le caprette ti fanno ciao” – l’ha chiamata “invidia sociale”, sempre per farsi amare ancora un po’. Ma quando la differenza sociale non è legata al merito ma alle condizioni di partenza, non si tratta di invidia quanto di sacrosanta rabbia.

Sbaglia, però, chi pensa che l’identificazione dei “poveri” con il Movimento 5 Stelle sia soltanto occasionale, legata alla circostanza di essere ora all’opposizione e ancora sostanzialmente vergini dalle responsabilità di governo. Certamente la verginità politica massimizza il risultato, ma il M5S, nato come forza post-ideologica, sta costruendo da tempo con i propri elettori una identificazione ideologica di lungo periodo; e i commentatori più acuti, come Angelo D’Orsi, l’hanno colto benissimo. L’identificazione non avviene però sulla destra o sulla sinistra, ma sull’opposizione all’economia globalizzata di mercato, all’austerità tedesca, al dominio degli azionisti sui cittadini, degli utili di Borsa sugli stipendi delle famiglie, delle tasse e della ragion di Stato (indebitato) sulla libera iniziativa. Per questo, essa mette assieme gli operai con i padroncini, i piccoli imprenditori con gli impiegati, tutti uniti (ex sinistri ed ex destri) non contro il capitalismo, ma contro l’avidità dei capitalisti di oggi.

C’è, però, una questione più profonda. L’invidia e la rabbia sono sentimenti inevitabili, in una società basata sul consumismo, quindi sulla generazione continua di bisogni indotti per spingere all’acquisto. Più la società è in crisi economica, più aumentano le disuguaglianze, e meno le persone comuni sono in grado di soddisfare il bombardamento di bisogni indotti, materiali e psicologici; e ogni desiderio frustrato genera rabbia. Nel breve periodo, la rabbia genera insoddisfazione per chi governa e vantaggi elettorali per chiunque si presenti come il nuovo; ma cosa succederà se, esaurita la fiducia in Renzi, si dovesse esaurire anche quella nel Movimento 5 Stelle, senza che la crisi economica si risolva?

Una società con forti disuguaglianze sociali può reggere solo in due modi: o riducendo concretamente le disuguaglianze, o con un regime che reprima con le buone o con le cattive la rabbia popolare… fin che ci riesce. La rivolta dei forconi, due anni e mezzo fa, a Torino assunse forme e dimensioni non viste altrove, e doveva essere un segnale di allarme per tutti. Eppure, io ero l’unico in piazza a cercare di capire e di ascoltare, e tuttora quella presenza mi viene spesso rinfacciata come una macchia invece che come una medaglia. Se le disuguaglianze in questa città e in questo Paese, vere o percepite, non diminuiranno rapidamente, il rischio è che la rivolta ritorni ancora più forte: ed è questo rischio che tutti i politici, nuovi e vecchi, devono tenere ben presente.

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domenica 19 giugno 2016, 18:03

L’eterna lotta tra il bene e il male

A giudicare dai social, molti vivono la giornata di oggi come una tappa “vieni a fare la storia” dell’eterna lotta tra il bene e il male. E allora, è il caso di ricordare che l’eterna lotta tra il bene e il male è fatta così: è eterna, ma intanto son passati manco vent’anni e Feiez non c’è più, e non c’è più nemmeno la piattaforma in cima alle torri gemelle, e la stessa canzone è già riapparsa un po’ diversa almeno un paio di volte, e tutto continua a rimescolarsi in tre lingue diverse e non se ne capisce mai bene il senso, se non che, mentre cerchiamo inutilmente di distinguere il bene dal male anche nella cucina italo-americana, le linee di basso di Faso valgono sempre la pena di essere ascoltate ancora una volta.

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venerdì 17 giugno 2016, 13:54

Perché dovete venire a votare Appendino

Lo so, la campagna elettorale ha stancato tutti, si è riempita di rumore, di battibecchi, di attacchi puerili da tutte le parti. Eppure io ho riflettuto e vorrei, in due minuti, darvi quattro semplici motivi per andare a votare Chiara Appendino al ballottaggio, al di là delle perplessità che potete avere sul Movimento 5 Stelle (notoriamente, pur essendo uno dei suoi fondatori cittadini, ne ho diverse anch’io). Perché alla fine le differenze ci sono, e vale la pena di soppesarle bene.

Onestà. La campagna elettorale di Appendino è costata poco più di quarantamila euro, dettagliati sul sito; quella di Fassino non si sa, ma sui giornali è uscito il caso di un singolo candidato dei Moderati che da solo ha speso trecentomila euro, non li ha pagati e poi ha pure dichiarato di aver pagato diecimila euro in nero per ottenere la candidatura, salvo smentirsi il giorno dopo. Chiara ha rinunciato a centomila euro di gettoni di presenza che poteva anche intascarsi, e hanno ancora avuto il coraggio di attaccarla per i permessi di lavoro rimborsati alla sua azienda, che vanno a tutti i consiglieri lavoratori dipendenti, compresi quelli dei partiti, che però si tengono anche i gettoni. Né io né lei ci arricchiamo con la politica, potevamo guadagnare sicuramente di più dedicandoci al nostro lavoro e non pestando i piedi al potere cittadino; dall’altra parte c’è un intero mondo che vive di soldi pubblici da vent’anni e che spesso li gestisce come fossero propri, o li spreca (cinque milioni di euro per l’Arena Rock, sedici milioni di euro per il progetto di una biblioteca dei sogni) svuotando le casse pubbliche.

Pulizia. La legalità è un tema difficile e il M5S spesso l’ha affrontato con troppa superficialità. Tuttavia, secondo voi davvero tra PD e M5S non c’è differenza in termini di pulizia e di legalità? Fassino oggi dichiara “mai una macchia in 23 anni di centrosinistra”, eppure in questi anni i giornali si sono riempiti di inchieste giudiziarie e di scandali di ogni genere, dai gettoni di presenza rubati in Circoscrizione 5 alle firme false sulle liste del PD, dalla vicenda di Raphael Rossi all’Amiat alle telefonate a personaggi equivoci per chiedere voti per Fassino, fino alle ripetute infiltrazioni della ndrangheta nelle grandi opere pubbliche. Solo oggi hanno indagato ex sindaco ed esponenti PD di Borgaro! Il primo modo di combattere corruzione, mafie, favoritismi è far ruotare regolarmente le persone che si occupano della cosa pubblica, perché non facciano in tempo a farsi tentare o ad approfittarsene. Vogliamo cambiare aria o no?

Innovazione. Torino ha un drammatico bisogno di rilanciarsi per creare ricchezza e lavoro per tutti. Qualunque sia il giudizio sugli ultimi vent’anni, anche visto ciò che di positivo è stato fatto, è però chiaro che ormai quel ciclo è finito, ha esaurito la sua capacità di portare sviluppo. C’è bisogno di liberare energie, di attaccare rendite di posizione, di puntare su settori e tecnologie che un politico d’altri tempi come Fassino, uno che l’inglese lo parla così, pur con tutta la buona volontà fatica anche solo a comprendere. Nessuno contesta l’importanza del turismo, ma una città come la nostra non può vivere solo di turismo. Nessuno vuole bloccare la città, ma l’idea di Fassino di uno sviluppo urbano basato su cemento-palazzi-supermercati non sta più in piedi, anche solo perché a Torino ci sono già decine di migliaia di appartamenti vuoti e il mercato è crollato. Cambiare spaventa, ma oggi cambiare non è una scelta, è una necessità; se rivincerà Fassino, semplicemente perderemo altri cinque anni prima di poter ripartire.

Meritocrazia. A Torino “lavorano sempre gli amici degli amici”, lo disse l’ex sindaco Castellani come se fosse normale. La città è divisa tra chi fa parte di un sistema, da cui trae beneficio anche al di là dei propri meriti, e chi non ne fa parte, ed è spesso costretto alla disoccupazione o all’emigrazione. La città è divisa tra i quartieri centrali in cui vivono gli amici, sempre belli e tirati a lucido, e tutto il resto, in genere abbandonato alle buche e all’erba alta un metro. Ma un ambiente senza meritocrazia muore, perde opportunità, spreca risorse. Chiara ha scelto i suoi assessori con un bando pubblico, li ha annunciati quasi tutti, i CV sono online, ovviamente le scelte sono sempre opinabili, persino per me, ma tutti hanno competenza da vendere. Fassino ancora non ha annunciato un assessore che sia uno, ma in questi anni ha affidato i trasporti a un bancario, l’istruzione a un avvocato e l’innovazione a un consulente del lavoro, scelti in base a quanti voti hanno portato; e i risultati si vedono. Questo è il momento di spezzare un sistema di scelte non meritocratiche, di aprire le porte dei salotti e di dare le opportunità a tutti i torinesi, non solo a pochi. Non a caso chi sta nel sistema è terrorizzato, usa tutti i mezzi mediatici e persuasivi per convincervi a ritornare all’ovile e a votare quelli che avete sempre votato, minacciando cataclismi se Fassino perderà. Ma se Fassino perderà, l’unica cosa che succederà è che un po’ di privilegiati dovranno cercarsi un lavoro, e un po’ di gente valida prenderà il loro posto.

 

Questi, secondo me, sono i motivi decisivi per votare Appendino; tutto il resto, la polemica su questo o quel progetto, su questo o quell’appoggio, è rumore che distrae soltanto. Fateli pure leggere ai vostri amici indecisi; e mi auguro di vedervi in tanti ai seggi domenica, per provare a costruire un futuro migliore per la nostra città.

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lunedì 6 giugno 2016, 12:31

Risultati ed eletti delle elezioni comunali di Torino

Lo spoglio delle schede per il consiglio comunale di Torino è ormai terminato, e i risultati dovrebbero essere ormai definitivi, salvo ricorsi e aggiustamenti.

Questi sono dunque i voti per i candidati sindaci, che portano Fassino e Appendino al ballottaggio del 19 giugno:

FASSINO (Centrosinistra) 41,8%
APPENDINO (M5S) 30,9%
MORANO (Destra) 8,4%
NAPOLI (Centrodestra) 5,3%
ROSSO (Centro) 5,0%
AIRAUDO (Sinistra) 3,7%
NOCCETTI (Liste civetta) 1,4%
RIZZO (Comunisti) 0,9%
RACCA (Casapound) 0,5%
COLUCCI (Family Day) 0,5%
Altri (7 candidati) 1,6%

Questi sono i risultati delle liste, con il M5S che risulta il primo partito di Torino:

M5S 30,0%
PD 29,8%
Moderati 5,9%
Lega Nord 5,8%
Forza Italia 4,6%
Lista Fassino 4,2%
Lista Rosso 3,2%
Torino in Comune (Airaudo) 2,8%
Progetto Torino (Passoni) 2,0%
Fratelli d’Italia 1,5%
UDC 1,4%
Lista Morano 1,4%
Partito Comunista 0,9%
Lega Padana Piemont 0,8%
Salviamo l’Oftalmico 0,7%
Ambiente Torino 0,6%
Family Day 0,6%
Casapound 0,5%
Unione Pensionati 0,4%
IDV 0,4%
Amici a 4 Zampe 0,4%
Altri (13 liste) 2,1%

Questi, infine, sono i nomi degli eletti nel prossimo consiglio comunale di Torino, a seconda dell’esito del ballottaggio, e salvo apparentamenti ufficiali; potete individuare da soli diversi noti consiglieri uscenti che pur candidandosi sono stati bocciati dagli elettori.

Coalizione FASSINO (25 consiglieri se vince il ballottaggio, 11 se lo perde):
Piero Fassino
PD (18 o 8): Stefano Lo Russo, Enzo Lavolta, Mimmo Carretta, Maria Grazia Grippo, Claudio Lubatti, Chiara Foglietta, Elide Tisi, Monica Canalis; e inoltre, solo se vince Fassino: Lorenza Patriarca, Federica Scanderebech, Caterina Greco, Vincenzo Laterza, Gabriella Pistone, Alberto Saluzzo, Paolo Pastore, Paola Berzano, Michele Paolino, Roberto Cavaglià. Sempre se vincesse Fassino, dato che alcuni dei più votati sarebbero nominati assessori e si dimetterebbero da consiglieri, sarebbero eletti per sostituzione anche alcuni tra, nell’ordine: Silvio Viale, Dennis Maseri, Laura Onofri, Anna Maria Borasi, Gianni Ventura.
Moderati (3 o 1): Silvio Magliano; e inoltre, solo se vince Fassino: Giovanni Porcino, Paolo Musarò, e nel caso uno di questi diventasse assessore, Giuliana Tedesco.
Lista Fassino (2 o 1): Francesco Tresso; e inoltre, solo se vince Fassino, Paolo Chiavarino, e nel caso uno di questi diventasse assessore, Marco D’Acri.
Progetto Torino (1 o 0): solo se vince Fassino, Gianguido Passoni, e nel caso in cui lui diventasse assessore, Mariagrazia Pellerino.

Coalizione APPENDINO (25 se vince il ballottaggio, 10 se lo perde):
Chiara Appendino
M5S (24 o 9): Damiano Carretto, Maura Paoli, Valentina Sganga, Daniela Albano, Monica Amore, Fabio Versaci, Viviana Ferrero, Francesco Sicari, Antonino Iaria; e inoltre, solo se vince Appendino: Federico Mensio, Andrea Russi, Barbara Azzarà, Chiara Giacosa, Giovanna Buccolo, Fabio Gosetto, Deborah Montalbano, Serena Imbesi, Antonio Fornari, Massimo Giovara, Carlotta Tevere, Marco Chessa, Aldo Curatella, Roberto Malanca, Alberto Unia.

Coalizione MORANO (3 se vince Fassino, 2 se vince Appendino):
Alberto Morano
Lega Nord (2 o 1): Fabrizio Ricca; e inoltre, solo se vince Fassino, Francesca Parlacino.

Coalizione NAPOLI (1):
Osvaldo Napoli, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Andrea Tronzano.

Coalizione ROSSO (1):
Roberto Rosso, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Raffaele Petrarulo.

Coalizione AIRAUDO (1):
Giorgio Airaudo, o, solo nel caso in cui lui rifiutasse l’elezione, Eleonora Artesio.

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venerdì 3 giugno 2016, 14:46

Dichiarazione di voto

In diversi mi hanno chiesto per chi voterò, e un consiglio su chi votare alle imminenti elezioni comunali torinesi. Io vi raccomando di conoscere meglio i candidati e scegliere chi più vi aggrada, ma, essendo ormai un semplice simpatizzante, non vedo problemi nel rispondere pubblicamente: voterò M5S e darò le mie preferenze a Monica Amore, che è grintosa, leale e abituata a combattere, e a Roberto Malanca, che è saggio, preparato, buon mediatore e non ha mai sgomitato per emergere. Mi spiace comunque non avere altre preferenze da dare, che darei a Viviana Ferrero e Alberto Unia, ma anche a Damiano Carretto, Antonio Fornari, Michele Albertini, Daniela Albano, Roberto Alice, Roberto Merotto e altri ancora (e a Tiziano Mele in circoscrizione 5); in generale, ritengo più adatte al ruolo persone un po’ più in là negli anni, più esperte di vita e meno estreme, piuttosto che i classici giovanotti rampanti a cinque stelle.

Aggiungo comunque che se proprio volete invece votare il PD almeno date la preferenza a Silvio Viale, che è un gran rompiscatole, talvolta maleducato, ma è il candidato più laico e libertario in un ambiente che ne ha un gran bisogno; e se invece votate Lega, voglio esprimere la mia stima per Roberto Carbonero, che è il secondo consigliere comunale per presenze nel mandato uscente (dopo di me).

In ogni caso, l’importante è fare una scelta consapevole e informata: buon voto (o non voto, per chi si astiene).

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mercoledì 1 giugno 2016, 13:58

Un curioso sul divano

È passata più di una settimana da quando si è concluso il mio mandato in consiglio comunale ed abbiamo annunciato che, almeno per il momento, si conclude anche la mia esperienza in politica; qui sotto rimetto il video del mio messaggio di commiato in Sala Rossa, per chi non l’avesse ancora visto.

E’ stata una settimana ancora piuttosto piena, tra sbaraccare il mio ufficio in Municipio e rispondere a tanti messaggi di ringraziamento e solidarietà, nonché alle critiche incrociate dei pro Appendino (per cui sto disturbando la sua corsa verso il successo con la mia passività e le mie osservazioni) e degli anti Appendino (per cui non ho denunciato abbastanza duramente il modo in cui sono stato trattato dal M5S). Prendere posizioni ragionate in un mondo di tifosi e di pretoriani, come già vi raccontai, porta dritto alla solitudine, che però è limitata al mondo della politica; fuori da quello ho ricevuto davvero una valanga di affetto e ve ne ringrazio.

Nel ponte andrò fuori Torino e cercherò di staccare da tutto; tornerò domenica pomeriggio per andare a votare. Nonostante tutte le mie perplessità sulla direzione presa dal Movimento, sono convinto che Chiara possa davvero vincere, perché l’insoddisfazione generale e la voglia di “punire il sistema” sono palpabili ovunque, anche al di là dei reali demeriti di Fassino. Credo che oggi in un ballottaggio popolare con Fassino avrebbe delle chance persino il Gabibbo, figuriamoci una persona sveglia e mediatica come Chiara.

Comunque, sono curioso di vedere come andrà a finire, ma sul piano personale a me non cambia nulla. Io, difatti, dall’ultimo consiglio comunale non ho più sentito praticamente nessuno del M5S e ho cominciato a pensare al dopo: un brillante quarantenne sul divano di casa, con la sfida di reinventarsi per l’ennesima volta. E’ una situazione a cui non sono più abituato da diversi anni, e certamente è strano non avere ogni minuto impegnato, ma non è la prima volta in cui mi ci trovo. Sono piuttosto curioso di capire come andrà avanti la mia storia; perché nella vita si impara dalle vittorie ma anche dalle sconfitte, e l’unica cosa che non si deve fare è fermarsi, accontentandosi, senza più avere il coraggio di cambiare.

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venerdì 27 maggio 2016, 13:37

Perché non disprezzo Mihajlovic

In curva Maratona da molti decenni vige una regola d’oro, quella di lasciare la politica fuori dalla curva; figlia di un periodo in cui per la politica ci si ammazzava a vicenda, è però una regola che, pur permettendo alla Maratona di essere una delle curve con la maggiore coscienza sociale e con molte persone che affiancano all’attivismo sportivo quello politico, ha tuttora un senso per evitare divisioni.

Per questo, io avrei preferito commentare l’arrivo di Sinisa Mihajlovic come allenatore del Toro in senso strettamente sportivo, come quello di un ex ottimo calciatore che ora, da allenatore, è considerato una delle migliori promesse della generazione dei quarantenni. Tuttavia, proprio per la coscienza sociale di cui parlavamo, è inevitabile che l’arrivo di Mihajlovic abbia fatto storcere il naso a molti commentatori granata, come ben riassunto in questo articolo che sta facendo discutere.

Le simpatie nazionaliste serbe di Mihajlovic sono note, così come è nota la sua amicizia personale con la Tigre Arkan, un criminale di guerra responsabile di molti dei massacri della guerra jugoslava, che era il capo degli ultrà quando lui giocava alla Stella Rossa. Rimase famoso l’episodio del 2000 in cui, dopo la morte di Arkan, i fascisti della curva della Lazio esposero uno striscione in suo onore:

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Si disse al tempo che fosse stato Mihajlovic a chiederlo, anche se lui ha smentito; sta di fatto che la Maratona diede allora la risposta perfetta, esponendo la domenica successiva un altro striscione che ha fatto la storia:

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Di quello striscione andiamo tutti fieri; ora però, quasi vent’anni dopo, in uno di quei cicli beffardi del calcio ci ritroviamo Mihajlovic in panchina. Io capisco quindi chi lo ritiene almeno moralmente complice di quello che successe nella ex Jugoslavia, e non lo gradisce; eppure, non credo che sia la conclusione giusta.

Per prima cosa, prima di liquidare qualcuno come nazista e genocida vorrei conoscerlo meglio e di persona; perché ho imparato che ciò che scrivono i giornali è solo una approssimazione della verità, e che l’immagine pubblica che ogni personaggio si porta appresso è spesso imprecisa e piuttosto diversa dal vero. Del resto, secondo i giornali io sarei uno che si augura che mezzo governo venga ammazzato a mitragliate (aprile 2013) e che desidera rimpatriare a calci nel sedere quelli che sbarcano dai barconi (agosto 2015) e vi assicuro che nella realtà non penso minimamente alcuna delle due cose.

Ma poi, se leggo i racconti della sua esperienza personale che lo stesso Mihajlovic ha dato nel tempo – per esempio questo, del 2009 – non posso che concludere che l’idea del nazista, razzista e amico degli squadroni della morte è come minimo molto semplificata; non solo per le altre idee che esprime (per esempio l’apprezzamento per Tito e per la sua Jugoslavia multietnica) ma perché i racconti che fa – e vi raccomando di dedicare tre minuti a guardare questo video, che risale solo a un paio di mesi fa – mostrano che nessuno di noi può davvero capire, e figuriamoci giudicare, l’esperienza di un ragazzo di vent’anni, nato e cresciuto proprio sul confine tra Serbia e Croazia, che improvvisamente si trova al centro di una guerra sporchissima, una guerra in cui suo zio croato voleva ammazzare suo padre serbo, poi Arkan cattura lo zio e gli telefona per chiedere se vuole che lo ammazzino o solo che glielo portino.

Anche a me viene naturale giudicare le persone a prima vista, ma poi realizzo che, se distinguere tra il bene e il male è un obbligo morale per chiunque in qualunque situazione, giudicare la scelta degli altri è uno sport per gente con la pancia piena e le pantofole davanti al caminetto. Credo che nessuno di noi abbia vissuto quell’esperienza, e tantomeno quella successiva di vedere il proprio Paese bombardato per mesi dalla NATO, cioé anche da noi. E se questo non mi rende le vere o presunte idee di Mihajlovic più simpatiche, mi porta però a pensare di non avere il diritto di giudicarlo.

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domenica 22 maggio 2016, 11:09

Una visita al museo Lombroso

Ieri sera ho approfittato della Notte dei Musei per partecipare alla visita guidata del Museo Lombroso. Il museo è piccolo, molto inquietante e molto interessante, purché visitato con un po’ di cervello; aiuta a porsi una serie di domande scomode sul rapporto tra scienza, etica e umanità.

Lombroso non era uno scienziato pazzo né deviato, era semplicemente uno scienziato che ha applicato il metodo scientifico e la conoscenza teorica e tecnologica della sua epoca a ipotesi soltanto parzialmente errate. Sia l’idea che esistano parametri misurabili del nostro corpo correlabili con i nostri schemi individuali di comportamento, che l’idea che tali parametri siano ereditati dai nostri antenati, sono corrette; soltanto, i parametri non sono le dimensioni e la forma del cranio ma le nostre sequenze di DNA, e la correlazione non è assoluta e deterministica, poiché contano anche le influenze dell’ambiente, della cultura e dell’educazione; tale correlazione non riguarda la “delinquenza”, che non è una patologia, ma piuttosto alcune di quelle che oggi sono considerate forme di disabilità e di disturbi nella socialità dell’individuo.

L’applicazione del pensiero scientifico di Lombroso sulla criminalità innata, partendo dalle sue ipotesi, era logica: se c’è un parametro corporeo che mi permette di dire con certezza che una persona avrà comportamenti criminali, da una parte è inutile punirla perché non c’è alcuna volontà nel suo destino, e dall’altra è insensato tenerla libera nella società perché certamente non potrà che danneggiare gli altri. E’ chiaro che una ulteriore conseguenza logica e scientifica di questo pensiero, tratta da altri nei decenni immediatamente successivi, è che a questo punto tanto vale impedire la nascita di questi individui oppure rinchiuderli o addirittura ucciderli una volta individuati: di lì la “soluzione finale”.

Per questo il museo Lombroso è importante e va visto, perché se ne esce con diverse questioni filosofiche fondamentali che travalicano i confini della scienza, a partire da quella sull’esistenza del libero arbitrio: esiste veramente un libero e insondabile arbitrio degli esseri umani, oppure il nostro comportamento è pienamente determinato da leggi fisiche e reazioni chimiche che semplicemente noi ancora non conosciamo sufficientemente? E comunque, nel momento in cui scopriamo una correlazione certa tra il modo in cui è fatto un essere umano e il modo in cui si comporterà e si inserirà nella vita sociale, qual è il comportamento giusto da tenere?

Proprio perché la scienza, col suo continuo progresso, ci permette sempre più facilmente una selezione eugenetica dei futuri esseri umani prima ancora che nascano, è importante essere coscienti di questa domanda; sapendo che il rifiuto di questa selezione è una scelta fieramente antiscientifica, ma non per questo sbagliata, anzi è l’affermazione del principio che esistono ambiti dell’esistenza umana situati su piani diversi e inconciliabili con quello della scienza.

D’altra parte, però, anche questa affermazione è potenzialmente altrettanto pericolosa del positivismo; e anche su questo il museo Lombroso, suo malgrado, pone delle domande urgenti. E’ innegabile che in Occidente gli ultimi anni vedano una recrudescenza dell’oscurantismo, delle credenze mitologiche in qualsiasi bufala, della ribellione all’autorità della scienza, per sua natura sempre meno intuitivamente comprensibile man mano che avanza e diventa più complessa, ma per questo equiparata a una manipolazione di poteri forti contro il popolo. Così come i momenti di sviluppo e di fiducia nel futuro promuovono il positivismo, i momenti di crisi economica e di paura promuovono il negativismo.

Al povero Lombroso tocca ora un destino beffardamente opposto rispetto a quello di Galileo e di tanti altri scienziati. Galileo, scienziato di valore, fu bruciato (metaforicamente) in vita per essere riconosciuto da morto; Lombroso, riempito di onori mentre era in vita, è ora metaforicamente bruciato da morto. Egli è, in effetti, il bersaglio perfetto per il negativismo; essendosi occupato di studiare scientificamente il corpo umano nell’unico modo che la tecnologia dell’epoca gli permetteva, ovvero sotto forma di collezionista di spoglie (che continuo a pensare andrebbero sepolte e sostituite da riproduzioni, ma non è questo il punto), può facilmente essere fatto passare per un Mengele ante litteram, un crudele e freddo massacratore di esseri umani. Ovviamente era l’opposto; attivamente socialista, i suoi studi miravano al benessere dell’umanità, compresi i più poveri, e l’uso di cadaveri era proprio il modo per farli senza danneggiare nessuno. Ma chi meglio di lui può essere sfruttato come simbolo aggregatore per qualsiasi ribellione antiscientifica e complottista, dal revanscismo neoborbonico al rifiuto della medicina “ufficiale”?

Per questo il museo Lombroso deve rimanere aperto e venire difeso (qui la petizione); e bisogna che esso sia libero di mandare il suo messaggio, senza gli imbarazzi della nostra guida di ieri che ogni due minuti era costretta a ripetere che le teorie di Lombroso erano screditate. Certo, il problema è che spesso chi lo critica non è in grado di capirlo; e allora, l’ultimo messaggio importante che Lombroso ci manda è che nessuna società umana complessa come la nostra può sopravvivere senza la fiducia, anche se non illimitata, nella scienza e nel suo metodo; e che questa fiducia non è mai scontata, ma va costruita dalla società tramite l’educazione.

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mercoledì 27 aprile 2016, 22:11

Quel che non si capisce

Come raccontavo su Facebook, oggi pomeriggio in consiglio comunale a un certo punto mi son trovato a fare opposizione da solo, e con la maggioranza al minimo: nonostante l’urgenza e l’importanza delle delibere in discussione, erano ventuno precisi e bastava un errore per fermare il consiglio, come in effetti poi è stato. Uscito il centrodestra, che fa ostruzionismo perenne senza un vero perché, si aspettavano di approvare tutto in un attimo; e invece io sono stato lì a pretendere che tutte le votazioni venissero fatte per bene, a intervenire sulla sostanza degli argomenti in discussione e in breve, semplicemente facendo il mio lavoro di consigliere di opposizione, a costringerli a stare lì a lavorare fin che non si sono incasinati da soli facendo finire la seduta.

Alla fine di tutto questo mi si è avvicinato un consigliere del PD, uno dei più ragionevoli con cui parlare, e mi fa: “Ma scusa, perché hai fatto tutto questo casino? Non vedi che tutti i tuoi colleghi di opposizione se ne sono fregati e ti hanno lasciato lì da solo, sono andati a farsi i cazzi loro in campagna elettorale. Il tuo partito non ti ha nemmeno ricandidato, l’assessorato non te lo danno, ti hanno trattato tutti a pesci in faccia, e tu sei qui lo stesso a rompere le scatole, invece potevi darci una mano o almeno potevi andartene a casa prima anche tu, tanto ormai che te ne frega?”.

Già, in effetti, che me ne frega? A ben vedere nessuno è in grado di capire una ostinazione pervicace nel rimanere fedeli a se stessi in un mondo come quello della politica italiana, un mondo in cui le persone spesso sono meglio di quel che si crede, ma comunque il cinismo è d’obbligo per sopravvivere; in cui tutti hanno un motivo ideale a cui si aggrappano, anche solo per potersi guardare ogni mattina allo specchio, ma allo stesso tempo tutti sono coscienti di dover pensare innanzi tutto a sopravvivere, tutti sanno che il loro primo nemico è il loro compagno di partito (non importa quale, fa lo stesso) che vuol fargli le scarpe per far carriera al posto loro, e che di fronte a questo tutto il resto passa in secondo piano, perché da nessuno ci si aspetta che faccia scelte diverse da quelle che gli portano il massimo ritorno personale qui e ora, e se lo fa è generalmente visto con compassione, come uno un po’ fesso.

Peggio ancora se la fedeltà è fedeltà a un’idea, a un concetto e a un progetto politico che forse non esistono più, o forse non sono proprio mai esistiti sul serio, in questo doppio binario continuo dell’ipocrisia politica in cui una cosa si dice e un’altra si pensa, una ipocrisia pervasiva e generalizzata che dev’essere nella natura degli esseri umani, specie se italiani, e che alla lunga monta come la panna e ti sommerge, e diventa difficile da tollerare, fino a toglierti il respiro e a farti svegliare ancora, ogni mattina in aula, con quel gusto in bocca che spesso sa della banalità del male, o perlomeno della futilità dell’orchestra che suona su un Titanic dal disastro imminente, in un Paese in cui per dare speranza e crederci davvero ci vuole tanto, troppo coraggio.

Lo ammetto, la domanda è pertinente: perché continuare a suonare per la storia anche quando il destino appare segnato? Forse è senso del dovere, o forse è solo senso, quello che ognuno di noi cerca per missione nella propria vita e, non esistendone uno oggettivo, finisce per darsi da solo. Il mio, credo, è servire le istituzioni (la patria, si sarebbe detto un tempo) fin che ciò mi è concesso, perché, in fondo, così è giusto fare; e se in questo dovessi trovarmi da solo, tra gente che pare non capire, la solitudine non sarebbe meno fredda, ma sarebbe comunque accettata.

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venerdì 15 aprile 2016, 10:49

Una giornata uuggiosa

È un po’ complicato spiegare come mai ho speso questi tre giorni in Polonia, un Paese la cui maggiore attrazione turistica è un campo di concentramento: certo non il massimo per attirare visitatori.

Comunque, avevo già preso il treno mercoledì, per andare a Lublino a vedere un altro lager famoso, quello di Majdanek; e chiedere allo sportello un biglietto per Lublin è facile. Il treno era nuovo nuovo, finanziato ovviamente dall’Unione Europea, pulitissimo, con tanto di wi-fi, prese di corrente e annunci bilingui; certo, dopo un’oretta si è piantato nel bel mezzo di una stazione nel nulla, in una Santhià polacca qualsiasi, e abbiamo dovuto attendere che trafelati ferrovieri di mezz’età dai baffoni stalinisti lo riavviassero due o tre volte: mezz’ora di ritardo. Il viaggio però è stato piacevole, verde sotto e grigio sopra, che il sole qui s’è visto solo in figura sulla livrea di treni locali di mezzo secolo fa, arrugginiti ma ripittati a nuovo per attirare i clienti come una coguara.

Diverso è, invece, recarsi allo sportello di Varsavia Centrale e riuscire a farsi dare un biglietto per Uugg-Vizzèff. Ho deciso di scriverlo come si pronuncia perché lo spettacolo d’arte varia di uno straniero che cerca di pronunciare Łódź-Widzew dev’essere uno dei primari divertimenti delle attempate impiegate della biglietteria, anche se loro se ne fregano e preferiscono concentrarsi nell’attesa delle loro antiche stampanti ad aghi. Comunque, io ci sono riuscito al primo tentativo, senza dover usare materiale scritto, e ne vado molto fiero.

Ora, se voi siete italiani conoscerete senz’altro Uugg-Vizzèff per un solo motivo: Vizzèff, difatti, è il quartiere di Uugg dove ha sede la principale squadra di calcio cittadina, protagonista di memorabili sfide europee con la Juve quando eravamo bambini. In realtà è piuttosto in periferia, tanto che fuori dalla stazione vi sembrerà di essere atterrati alla Falchera Nuova (in realtà l’intera Polonia, centri città compresi, sembra la Falchera Nuova: potere dell’urbanistica comunista). La stazione in centro città, che si chiama Uugg Fabbrica e già questo vi fa capire molte cose, è chiusa per rifacimento generale, per cui bisogna scendere qui e farsi un quarto d’ora di tram, comprando i biglietti a gesti dalla giornalaia.

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Avrete dunque capito perché sono venuto qui: Uugg fino a metà Ottocento era un piccolo villaggio agricolo, poi arrivarono le fabbriche e le ferrovie e diventò l’archetipo del capitalismo delle filande. Non c’è niente da vedere a Uugg, se non fabbriche ottocentesche parte in rovina e parte ristrutturate, e una lunga strada di begli edifici art nouveau decimati dai russi e dai tedeschi, nel senso che i bombardamenti ne hanno tirati giù nove su dieci e ora ti vedi uno di questi palazzi in mezzo a “rimpiazzi” comunisti nel suddetto stile da periferia popolare, dei casermoni nati dalla collaborazione ideale tra Le Corbusier e Stalin che potranno essere portati come prova al loro processo per crimini contro l’umanità.

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Comunque, per chi si interroga di politica ed economia vedere un po’ di luoghi del capitalismo otto e novecentesco è imprescindibile; si parte da New Lanark, dove nacque il capitalismo paternalista, e si finisce con Gary nell’Indiana, città natale di Michael Jackson e di due diversi premi Nobel per l’economia, ora ridotta a un raccapricciante deserto di rovine che ti fa pensare che se due diversi premi Nobel per l’economia non riescono nemmeno a salvare dalla distruzione la propria città natale allora vuol proprio dire che l’accademia economista moderna ha grossi problemi.

Anche la visita a Uugg è impressionante; in particolare io mi sono concentrato su Xsiesjuimuìn (ripeto, scrivo come si pronuncia e concludo che la pronuncia del polacco potrebbe essere considerata una tortura ai sensi della convenzione di Ginevra) che sarebbe una specie di grosso Villaggio Leumann in via di ristrutturazione; c’è un quartiere operaio fatto di case a due piani di mattoni rossi in cui gli operai potevano avere vasti appartamenti da 30 o 40 metri quadri per loro e i loro otto figli, inframmezzato da negozi aziendali in cui comprare il cibo; dall’altra parte c’è la fabbrica, un gigantesco monolite degli stessi mattoni rossi, immenso, enorme, sovrastato dall’orologio, il re indiscusso delle vite di migliaia di contadini inurbati a fare gli operai; e infine, su un lato, l’elegante palazzo neoclassico, bianco e pieno di statue, dove abitava il padrone.

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Questa è la parte recuperata; le case sono diventate appartamenti moderni, la fabbrica si è riempita di uffici, il palazzo è un museo che ospita la collezione di quadri che fu del padrone; ho cercato invano l’ipermercato autorizzato col decreto sviluppo ma qui non c’è, strano, bisogna dire a Lo Russo che qui non hanno capito niente di come si riqualificano le aree industriali.

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A fianco, comunque, ci sono ancora intere aree diroccate, in cui sopravvivono solo le facciate senza i tetti, e lì un paio di ipermercati li potrebbero ancora fare. Il contrasto, comunque, colpisce; il capitalismo crea e il capitalismo distrugge, e intere aree di Uugg sono discariche del capitalismo ottocentesco che il comunismo ha solo lasciato agonizzare (d’altra parte se qui ci fossero ancora i comunisti i polacchi oggi telefonerebbero ancora con il Sirio, e non credo che ne sarebbero contenti).

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Certo, però, questo è il posto giusto per riflettere sui cicli del capitale e del lavoro. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, la Polonia era la Thailandia del momento; gli investitori esteri, tedeschi e inglesi, insieme a qualche imprenditore locale, ebreo polacco, spostarono qui le fabbriche tessili che nei paesi europei più ricchi erano nate qualche decennio prima, delocalizzando per trovare un costo del lavoro più basso; e qui le poterono sistematizzare su scala enorme.

Qui, dunque, ogni mattone è sangue; perché le condizioni di lavoro nelle filande dell’Ottocento erano terribili, e tutti, compresi i bambini, lavoravano dall’alba al tramonto su macchinari primitivi e insicuri, con tassi di infortuni e di menomazioni altissimi. Oggi condizioni di lavoro del genere non si possono nemmeno più immaginare, grazie al movimento sindacale operaio socialista e comunista che si sviluppò nei decenni successivi; o meglio, non si possono nemmeno più immaginare in Europa, e quindi le abbiamo esportate in Asia.

Il recupero filologicamente corretto di queste antiche fabbriche, invece della loro demolizione e sostituzione con brutti fabbricati moderni, è anche un modo per onorare e ricordare questi sacrifici, e insieme l’eterna e sempre valida tenzone di punti di vista contrapposti sul progresso economico capitalista, per cui c’è chi ci vede più sfruttamento, più sacrificio ingiusto a vantaggio di pochi arricchiti, e chi invece ci vede più opportunità, più strumento che comunque dopo i sacrifici concede benessere e progresso un po’ a tutti (è su quell’ “un po’ a tutti” che si è attualmente incartata l’economia occidentale).

Dev’essere per questo che da noi si preferisce radere al suolo o al massimo convertire la fabbrica in ipermercato, e la produzione in consumo, come se ci potesse essere consumo senza produzione. Eppure anche noi abbiamo storie operaie terribili e dimenticate, per esempio quella delle fiammiferaie di Rocca Canavese; anche noi avremmo antichi luoghi di produzione da rendere nuovi.

Io mi rivedo spesso la scena di un consiglio d’amministrazione del Politecnico di metà anni ’90, in cui tutti i professori ingegneri da Zich in giù indicavano col dito gli antichi fabbricati delle officine ferroviarie da abbattere per costruirci il raddoppio, secondo un progetto di anonimi cubi mi pare di Gregotti, e fu uno strano asse tra me studente e Vera Comoli a premere per salvarne almeno una parte, quella dove oggi c’è l’Istituto Boella – e insomma, col senno di poi, avevamo proprio ragione. Ma quante robe industriali ottocentesche sono state tirate giù ancora in questi anni – stazione Dora, la più antica stazione ferroviaria di Torino, per dire – per lasciarne magari su un moncone, una beffarda ciminiera trasformata in reggi-insegna di supermercato?

La logica del soldo edilizio facile ha prevalso sulla memoria e sul suo significato, in un’orgia futurista di nuove economie sottili come una speculazione di Borsa. Eppure, più il mondo è globale e più chi non ha memoria e non ha identità è destinato a soccombere, a venire assimilato in un nulla di non-luoghi e di consumi da schiavo. Qui o altrove, vedere le fabbriche ci ricorda cos’è stata l’epopea dell’Europa industriale; e senza conoscerla, è difficile immaginare davvero un futuro.

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