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venerdì 4 settembre 2015, 10:09

Gli immigrati portano ricchezza?

Uno degli argomenti più dibattuti in rete, quando si parla di immigrazione, è questo: gli immigrati sono un costo o una ricchezza? I giornali ne parlano spesso, e ne parlano malissimo; di solito si limitano a un concetto strettamente economico di “ricchezza” (lo farò anch’io in questo articolo, rimandando altre riflessioni al futuro) e sparano un titolone con una cifra che faccia impressione, positiva o negativa a seconda del pregiudizio che il giornale ha rispetto al fenomeno.

Repubblica, per esempio, definisce gli immigrati “un tesoro da 123 miliardi di euro”; detto così, sembra che siano soldi che gli immigrati mettono di tasca loro, ma in realtà si tratta semplicemente della fetta di PIL corrispondente in proporzione al numero di lavoratori immigrati rispetto al totale dei lavoratori in Italia (l’8,8%). Per dire che questa ricchezza è generata dagli immigrati, bisogna dare per scontato che in loro assenza non ci sarebbe altro modo di produrla, ad esempio impiegando al loro posto i disoccupati italiani, oppure migliorando la produttività degli altri lavoratori; e questo può essere o non essere vero a seconda di tanti fattori, a partire dal tipo di produzione e di competenze richieste.

Ancora peggio è Il Giornale, una vera fabbrica di cifre usate male, grazie a una costante manipolazione dei termini. Sia quando espone cifre corrette, come il miliardo di euro annuo abbondante che ci costa l’accoglienza dei profughi, sia quando fa confronti che non stanno nè in cielo nè in terra, come quello tra il costo mensile (peraltro abbastanza gonfiato) dell’accoglienza di un profugo e lo stipendio mensile di un poliziotto, Il Giornale non usa la parola “profugo” o “sbarcato” o “rifugiato” ma parla genericamente di “immigrato”. Eppure queste spese si riferiscono solo alle decine di migliaia di profughi attualmente ospitati nel nostro sistema di accoglienza, e non a tutti i circa cinque milioni di immigrati (più i clandestini, presunti essere tra 500.000 e un milione) attualmente presenti in Italia.

Il discorso, infatti, è ben diverso se parliamo degli immigrati regolari, quelli che entrano e rimangono in Italia con un permesso di soggiorno e con un lavoro, o se parliamo dei poveretti appena sbarcati a Lampedusa, sia che siano veri rifugiati che hanno perso tutto, sia che siano persone in cerca di lavoro e benessere.

Per quanto riguarda l’immigrazione in generale, troverete citato ovunque il rapporto di una certa Fondazione Moressa di Venezia, che trovate esposto qui alle pagine 11 e 12, e che conclude che il conto tra quanto gli immigrati versano allo Stato e quanto ricevono in servizi sarebbe in attivo di 3,9 miliardi di euro: 16,5 miliardi di entrate e 12,6 di uscite.

Ora, io vi prego di leggere bene in quel documento la tabellina e la spiegazione, perché qualche dubbio sulla sensatezza di questo calcolo ce l’ho. In particolare, più della metà delle entrate sono i contributi previdenziali, eppure in uscita la voce per i trattamenti previdenziali non compare affatto; a parte che ormai nella prima generazione di immigrati ci sono anche i pensionati, ma tra venti o trent’anni poi queste pensioni andranno pur pagate, quindi un qualcosa andrà pure accantonato.

Poi si arrampicano sugli specchi: ti dicono che la sanità costa molto, ma gli immigrati la usano meno della media perché sono giovani, quindi non puoi imputargliela appieno; poi però ti dicono che, essendo giovani, usano la scuola più della media, ma comunque i costi della scuola sono fissi perché sono gli stipendi degli insegnanti, quindi non puoi imputarli a loro. E nella sanità gli stipendi non ci sono? E poi anche in settori come casa e servizi sociali gli stranieri beneficiano dei servizi in maniera ben più alta della media; vi raccomando di dare un’occhiata all’elenco dei beneficiari dei contributi per l’affitto del Comune di Torino per farvi un’idea da soli.

Anche altre voci di spesa sono palesemente sottostimate: per esempio la spesa per la gestione dei fenomeni migratori (“Ministero dell’Interno”) è stimata in un miliardo di euro, ma noi sappiamo che è già superiore solo la spesa per l’accoglienza dei profughi esclusi i costi di salvataggio, trasporto e gestione, senza nemmeno cominciare a parlare di tutti gli altri immigrati.

Infine, un altro grosso errore: dal lato delle spese, l’elenco è chiaramente incompleto. Difatti, all’attivo viene messo l’intero gettito Irpef dei lavoratori immigrati, nonché una minuzia di altre tasse (persino le tasse sul presunto gioco d’azzardo da parte degli immigrati, o sulla benzina che probabilmente comprano…), ma come spese vengono contate solo alcune delle voci pagate con le entrate fiscali nazionali dei cittadini: sanità, scuola, servizi sociali, casa, giustizia. E i trasporti? Le strade? La polizia? L’ambiente? La cultura? Gli immigrati usufruiscono di tutti i servizi pubblici, come tutti gli altri cittadini. La spesa pubblica italiana è di 835 miliardi, se gli immigrati sono quasi il 10% della popolazione la loro quota potrebbe arrivare fino a 80 miliardi, altro che 12,6.

E in tutto questo non abbiamo ancora considerato un altro grosso fattore: loro stessi stimano in 5,5 miliardi (qui, al fondo di pagina 3) il valore delle rimesse inviate ogni anno dagli immigrati al loro Paese, soldi che non sono una spesa dello Stato, ma che comunque lasciano l’economia italiana e vanno ad alimentare quella di altre nazioni, e che però nel conto non compaiono.

Allora, capite che questo calcolo è talmente complesso, e talmente influenzato dal risultato che si vuole ottenere, che lascia un po’ il tempo che trova; peraltro, stante che il bilancio italiano è in perenne deficit e che abbiamo un’ampia tendenza all’assistenzialismo, sospetto che il conto sarebbe negativo anche per buona parte degli italiani.

Credo quindi che non abbia molto senso discutere se “gli immigrati” portano ricchezza oppure vivono alle spalle degli italiani; è un tipo di ragionamento strumentale sin dal principio, che viene fatto solo per dare una pretesa di scientificità ai propri pregiudizi positivi o negativi sull’immigrazione. Perché, vedete, “gli immigrati” o “gli italiani” non sono categorie sensate; bisogna capire cosa fa ogni persona.

Basta un po’ di buon senso per capire infatti che l’immigrato che arriva qui, rispetta la legge, lavora, paga le tasse è una ricchezza per tutti; mentre l’immigrato che arriva qui e non lavora, trovandosi a sopravvivere di espedienti ai margini della società o peggio a rubare o spacciare o prostituirsi per vivere, non è una ricchezza ma un danno.

E’ proprio per questo che tutti gli stati moderni, almeno dall’età industriale, non lasciano entrare chiunque, ma adottano politiche di gestione dei flussi: decidono quante persone possono essere accolte dall’economia e che qualifiche devono avere, fanno entrare quelle e rimandano indietro gli altri. Il primo strumento di integrazione, difatti, non è il sindaco che festeggia il Ramadan con te per mettere la foto sui giornali, e nemmeno l’accoglienza in albergo pagata dalla collettività, ma è il lavoro che ti trovi e che ti permette di mantenerti e di sistemare te e la tua famiglia; senza lavoro non c’è integrazione.

Per questo io sono basito da tutti quelli che dicono che noi dobbiamo accogliere a braccia aperte tutti quelli che si presentano oggi alle nostre frontiere, perché un secolo fa noi siamo stati accolti negli Stati Uniti e altrove. Gli Stati Uniti hanno accolto quasi tutti per un periodo ben definito, alla fine dell’Ottocento, in cui avevano un intero continente da popolare e colonizzare; una situazione molto particolare, certo non quella dell’Italia di oggi. Anche loro facevano comunque una selezione sulla capacità di lavorare, rimandando indietro per esempio i disabili, e nel Novecento ben presto introdussero un sistema di quote e progressivamente chiusero le frontiere; e gli italiani che entrarono là, lo fecero quasi tutti regolarmente, con un visto valido e dopo essere stati identificati e schedati. Oggi, negli Stati Uniti, senza qualifiche si entra a numero chiuso con una lotteria; in Australia nemmeno così, ma si entra, dopo i trent’anni, praticamente solo se si fa parte di una serie ben precisa di professioni di cui hanno bisogno. Se ti presenti alla frontiera senza il visto, ti fermano (oddio!), ti mettono in una cella (oddio!!!), e ti reimbarcano a tue spese sul primo aereo per il tuo Paese (oddio!!!!! tutte cose che qui sono bollate come razzismo).

I rifugiati, quelli veri, sono un caso particolare; sono persone che non hanno necessariamente prospettive di integrarsi nella nostra economia, e che quindi potrebbero pesare sul nostro sistema di welfare a lungo, ma che accogliamo per civiltà e solidarietà. Gli altri, i migranti economici, quando sono entrati in questi anni con un visto e hanno trovato un lavoro, hanno dato e stanno dando il loro contributo al benessere degli italiani e sono i benvenuti.

Quelli però che non rientrano in una stima dei lavoratori che ragionevolmente possiamo assorbire, quelli che non troveranno un lavoro e resteranno in mezzo a una strada, non saranno una ricchezza, ma un problema per tutti. E allora trovo giusto che anche l’Italia decida ogni anno quanti migranti economici accogliere, che riceva le domande già dai Paesi di origine e gli conceda il visto prima di partire, in modo che i prescelti possano venire qui in aereo e non rischiando la vita in mare, e possano arrivare e lavorare e prosperare insieme a noi, magari nell’ottica di trasferire poi denaro e conoscenza nel Paese di origine per accelerarne lo sviluppo. Per gli altri, mi spiace: senza razzismo, senza cattiveria, ma oggettivamente il posto non c’è.

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mercoledì 2 settembre 2015, 16:30

Il razzismo delle porte aperte

Come ricorderete, nel mese di luglio ho dedicato al tema dei profughi quattro post pieni di dati e informazioni utili, cercando di promuovere una discussione su come si potesse oggettivamente affrontare un problema così complesso e difficile. Ecco, effettivamente la discussione poi è partita, ma non certo nel modo in cui avrei voluto; alcune riflessioni su come gestire solo uno degli aspetti della questione – quello relativo alle persone che non hanno diritto all’asilo politico – sono state pubblicate sul blog di Grillo, suscitando un bel vespaio, ma soprattutto dando l’impressione che tutta la mia capacità di riflessione sul tema finisse lì; e provocando inoltre accuse di “razzismo” e “leghismo” verso Grillo e verso di me.

Ora, io non sono razzista e ci tengo a non essere confuso con chi veramente lo è, per cui, contrariamente alle mie intenzioni iniziali e nonostante ci siano diversi altri temi altrettanto importanti da affrontare, mi vedo costretto a usare questi giorni di fine estate per mettere nero su bianco alcune ulteriori riflessioni sull’argomento, precisando che si tratta di valutazioni personali all’interno di una discussione in cui il Movimento 5 Stelle è meno diviso di quanto sembri – io, per esempio, condivido i sette punti espressi già da mesi dai parlamentari – ma che inevitabilmente sta impegnando un po’ tutti.

Le quattro proposte riportate dal blog di Grillo, peraltro, sono semplicemente logiche se si parte dal principio di voler gestire il fenomeno. A meno che non si voglia accogliere chiunque si presenti alle porte dell’Italia indipendentemente da provenienza e motivazioni, tra gli aspiranti immigrati ci saranno sempre alcune persone che hanno diritto all’accoglienza (a partire dai veri rifugiati e profughi di guerra, che però sono solo, dai nuovi dati del primo semestre 2015 rilasciati ufficialmente dal Ministero dell’Interno, circa un quarto del totale) e altre che non ne hanno diritto; per cui c’è bisogno di accogliere meglio chi rimane in Italia, velocizzando la trattazione delle domande di asilo e favorendo l’integrazione, ma anche di rimandare indietro chi non può rimanere.

Questo è ciò che fanno tutti gli Stati del mondo, compresi gli stessi stati africani: su Wikipedia potete leggere della decennale lotta del Ghana contro l’ingresso di clandestini nigeriani e maliani. Se mai, si può e si deve discutere di chi ammettere e chi respingere; ma non si può mettere in dubbio l’esistenza stessa di un sistema di rimpatri forzosi.

Lo dice anche la Lega? Ben venga, ma c’è una differenza fondamentale: la Lega passa tutto il tempo ad insultare i clandestini, ad agitare spettri di invasioni e di delinquenza generalizzata (esistono gli immigrati che delinquono e vanno gestiti, ma sono una piccola parte); spesso coprendo, lì sì, del vero e proprio razzismo.

Io invece non ho nulla contro chi cerca di venire in Italia per trovare un lavoro, non mi ritengo superiore né sotto attacco, non ho nessun problema a convivere con persone straniere (se leggete il mio profilo scoprirete diverse esperienze internazionali di alto livello, Nazioni Unite comprese); solo, penso che fare una selezione all’ingresso sia necessario per noi e per loro, e prossimamente vorrei spiegarvi il perché.

Ma prima, permettetemi di rimandare al mittente le accuse di razzismo e anzi di far notare che, così come nelle posizioni restrittive c’è spesso del razzismo, anche in quelle favorevoli all’accoglienza ce n’è spesso altrettanto: non un razzismo aperto e buzzurro, ma un sottile razzismo paternalista.

Ci viene difatti detto che l’unica via per essere solidali e non razzisti è aprire le porte senza condizioni e accogliere chiunque dall’Africa (e, in misura minore, dal subcontinente indiano) voglia trasferirsi qui per motivi economici, senza nemmeno capire chi è e cosa vuol fare. Questa conclusione può essere raggiunta solo basandosi su alcune ipotesi implicite ma evidenti:

1) La peggior condizione di vita in Europa, anche schiavo raccoglitore di pomodori o disoccupato senzatetto che vive di espedienti, è comunque meglio di qualsiasi condizione di partenza in Africa.
2) La miglior soluzione ai problemi dell’Africa è trasferire il maggior numero possibile di suoi abitanti in Europa.
3) Se gli africani sono sottosviluppati, è tutta colpa degli europei e dei secoli di saccheggi e sfruttamenti che continuano anche oggi.
4) Visto che la colpa del sottosviluppo africano è degli europei, tocca agli europei garantire agli africani la sopravvivenza.

Le prime due asserzioni sono legate a una immagine distorta e mortificante dell’Africa, quella di un continente dove esistono solo bambini denutriti, capanne di fango e epidemie mortali, e per cui non ci può essere redenzione: l’Africa come inferno perpetuo da cui fuggire. In realtà, esiste anche un’altra Africa, fatta di città sempre più moderne e di grattacieli, e di tassi di sviluppo tra i più alti del pianeta, come il +7% della Nigeria o il +8,3% del Mozambico, contro il -0,2% dell’Italia. Ovviamente si parte da situazioni di ricchezza media molto più bassa (il reddito pro capite della Nigeria è un sesto del nostro e quello del Mozambico è un trentesimo), con tassi di povertà tra il 35 e il 70 per cento (l’Italia, comunque, è al 30%…); eppure, lo sviluppo dell’Africa non è soltanto possibile, ma è reale e sta già avvenendo.


Una vista del centro di Lagos, da Wikipedia.

In quest’ottica, allora, bisogna capire che cosa è davvero utile all’Africa: per esempio, servono i programmi di scambio per trasferire conoscenza, aiutando gli africani a studiare qui per poi tornare e creare sviluppo al loro Paese; e programmi di aiuto e di investimento diretto, che pure già esistono (solo tramite l’OECD nel 2014 sono transitati verso l’Africa 28 miliardi di dollari di aiuti bilaterali, ma si può fare molto di più).

Al contrario, prendere il maggior numero possibile di maschi dell’Africa sub-sahariana per portarli a fare gli schiavi qui, a svolgere lavori sottopagati o in nero sperando di risparmiare qualcosa da mandare alla famiglia, non solo non serve all’Africa, ma la impoverisce; la priva delle forze fisiche e intellettuali per sostenere il proprio sviluppo. E’, se ci fate caso, una nuova forma di colonialismo, in cui oltre alle materie prime si fa razzia anche di lavoratori; e non è poi così diversa dall’antica tratta degli schiavi, né per dinamiche di sfruttamento dei viaggi e delle persone una volta giunte da noi, né per mortalità negli spostamenti.

Del resto, gli stessi migranti vengono in Europa attirati dalla pressione combinata dei media e dei trafficanti di esseri umani, che promettono ricchezza facile e immediata. Diversi di loro, una volta giunti in Europa, dicono apertamente che è tutto molto diverso da come se l’erano immaginato, che restano per non subire la vergogna del ritorno a mani vuote, ma che se avessero saputo non sarebbero partiti (qui un articolo di esempio).

Le seconde due ipotesi sono altrettanto intrise di paternalismo bianco e di senso di colpa (un classico delle culture cattoliche) verso l’africano, trattato come un bambino scemo che non sarà mai in grado di difendersi o di decidere per se stesso, mentre l’italiano deve scusarsi anche solo di esistere. A parte che non ho scelto io di nascere italiano e dunque non capisco perché dovrei scusarmi o vergognarmi di esserlo, lo sviluppo dell’Africa e la redistribuzione a tutti gli abitanti della relativa ricchezza sono frenati proprio dal fatto che i popoli africani non hanno il pieno controllo delle proprie democrazie, in parte per l’interferenza continua delle nazioni europee, e in parte perché si scelgono (anche quando possono votare) governi corrotti e formati per dinamiche tribali, in cui una piccola elite vive in villoni di lusso alle spalle dei loro fratelli (non che gli italiani, peraltro, siano tanto più bravi a scegliersi governanti onesti).

Ora, l’interferenza delle nazioni europee si elimina smettendo di interferire, e non interferendo al punto da promuovere l’emigrazione di massa della popolazione; e il processo di maturazione democratica, come ci insegnano i fallimenti dei tentativi di “esportare la democrazia”, può avvenire solo in maniera endogena.

Io credo quindi che il modo corretto di relazionarsi con gli Stati africani sia da pari a pari, mettendosi a disposizione per aiutare ad eliminare la povertà sul loro territorio: il “piano Merkel” di cui parlava anche il blog di Grillo. Eppure, noi al momento abbiamo un premier che considera il presidente kenyano un tale incapace da presentarsi in visita ufficiale a casa sua, dentro il palazzo presidenziale, con un enorme e ben visibile giubbotto antiproiettile, come se in Africa si rischiasse la vita a ogni passo, persino nei momenti di massima solennità. E poi i razzisti saremmo noi del Movimento…

In conclusione, l’immigrazione è un fenomeno epocale, che già in passato ha segnato la Storia e che nessuno si illude di poter fermare solo con una legge o con un muro, ma che non si può nemmeno rinunciare a gestire, negli aspetti positivi come in quelli negativi. E’ un fenomeno che scuote le nostre società dalle fondamenta, perché ci costringe a pensare a che mondo vogliamo costruire, e a come renderlo prospero e pacifico. Proprio queste, quelle di alto livello e di lungo periodo, sono le vere questioni di cui dobbiamo dibattere urgentemente; e questo dovremo fare nel prossimo futuro.

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lunedì 31 agosto 2015, 18:20

Un’offerta al supermercato

Oggi sono andato a fare la spesa al supermercato.

Ho visto un articolo evidenziato in rosso come grande offerta: 1,99€ invece di 2,89€, -31%. Come farselo sfuggire? Ne ho presi due. Poi arrivo alla cassa, pago il totale, per scrupolo guardo lo scontrino e… niente sconto.

Segnalo la cosa alla cassiera, che mi guarda con sufficienza e dichiara che il prezzo è quello che scrive la cassa, si gira e si rimette a passare i clienti successivi.

Allora io resto lì con la spesa mentre la mia compagna torna dentro e fa la foto al prezzo sullo scaffale. Con la foto in mano, riapprocciamo la cassiera, che a quel punto chiama un conciliabolo di supervisori e cassiere, dicendo con aria scocciata: “sostengono che su quello c’era uno sconto”.

L’altra cassiera fa: “si vede che lo sconto finiva ieri e non abbiamo ancora tolto i cartelli, il prezzo è quello sullo scontrino”. Dobbiamo averla guardata male in due, perché poi aggiunge: “ma voi lo volevate al prezzo esposto?” Ovviamente abbiamo risposto di sì, e difatti è finita così: ci hanno ridato in mano 1,80€ di differenza.

Perché, vedete, anche per legge il prezzo esposto (e non quello memorizzato nelle casse) è quello vincolante, anche se fosse sbagliato, a meno che l’errore non sia talmente evidente da essere immediatamente riconoscibile da chiunque (per esempio, se ci fosse un cellulare da 199€ esposto a 1,99€). E un negoziante non può esporre in vendita un prodotto a un certo prezzo e poi rifiutarsi di vendertelo.

E quindi, specie nei supermercati di oggi dove le offerte vanno e vengono, è sempre opportuno buttare un occhio sullo scontrino e se necessario contestare le differenze: per uno che controlla, chissà quanti pagano e vanno a casa contenti per uno sconto mai ricevuto.

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sabato 22 agosto 2015, 09:37

Il sud della Francia in venti tappe

Da quando faccio politica ho praticamente smesso di pubblicare sul mio blog i miei racconti di viaggio: c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire sul luogo, sul mezzo, sul cibo, sul tempo, sostenendo che non sono compatibili col Movimento 5 Stelle. Ma siccome tra sei mesi è finita, quest’anno me ne frego: ecco quindi un viaggio nel Sud della Francia in venti tappe. Ho cercato di offendere in uguale maniera tutte le diverse nazionalità e i diversi posti visitati; spero che i francesi (tra cui annovero anche diversi parenti stretti) non si incazzino. Tanto, come racconta Paolo Conte, è dal 1948 che i francesi si incazzano.

Colle della Maddalena. Il valico di espatrio rapido preferito dai Briatore si raggiunge con una lunga strada misteriosamente ancora strozzata da diversi semafori a senso unico alternato con annessi venti minuti di coda (e poi si chiedono perché i turisti non vengono). Per arrivarci bisogna schivare un po’ di tutto, compreso il sindaco di Gaiola appostato con l’autovelox. Ma io ho fatto tutto il paese a 50 orari precisi, tiè.

Col d’Allos. A oltre 2200 metri di altezza, è uno dei valichi alpini più affascinanti da percorrere in auto, salendo da Barcellonetta su una stradina scavata col cucchiaino a metà di interi costoni verticali, e che i francesi hanno lasciato praticamente priva di guard-rail per “non turbare l’atmosfera naturale”, la quale include anche la selezione naturale su chi prende le curve troppo larghe. Il fascino si perde un po’ se esattamente in cima ti arriva un SMS di Casaleggio che dice “il tuo pezzo è sul blog” e tu ti chiedi “quale pezzo?!?”.

Gole del Verdon. Te le vendono come il Grand Canyon d’Europa ed effettivamente lo sono, grazie a un disegno alla Escher per cui un momento il fiume è lì accanto alla strada e pochi chilometri dopo ci sono 750 metri di dislivello verticale. La strada delle creste, anch’essa priva di guard-rail per non turbare l’atmosfera naturale, farà venire i brividi anche ai più scafati. Anche qui, il fascino si perde un po’ se dopo avere ignorato cinque chiamate da uno sconosciuto numero di Milano decidi di prendere la sesta, e ti ritrovi in diretta su Radio Popolare con un giornalista che ti chiede cose tipo “ma lei, da grillino razzista senza cuore, veramente vuole far arrestare uno straniero solo perché ha violato la legge?”.

Marsiglia. Ogni città si riconosce dal suo odore, e la principale città dell’Algeria si riconosce da un intenso puzzo di piscio: mi sa che devono sistemare le fognature. A parte questo piccolo inconveniente estivo, Marsiglia si trova in una collocazione splendida, con sole, mare, verde, spiagge, isolette rocciose e l’intera costa dei calanchi a dieci minuti di macchina dal centro. A questo punto, qualsiasi altra cosa diventa irrilevante: un posto per viverci e per mangiare un ottimo couscous.

La Ciotat. Se proprio non vi piace la città, potete sempre andare a stare in una delle cittadine lungo la costa marsigliese…

Arles. E’ la quarta volta che ci vado ma l’anfiteatro è sempre un bel vedere, anche se una volta non c’erano i cinesi che scavalcano le transenne per farsi la foto in bilico sugli archi a trenta metri d’altezza, con i francesi intorno che tifano apertamente gravità; e nemmeno le corse di tori (anche dette “farei una corrida ma qui in giro ci sono troppi animalisti”) tre volte a settimana. E’ una buona base per tutta la zona e ci sono un mucchio di tramonti sul Rodano e ristorantini carini, anche se nei luoghi turistici della Francia del sud non riuscirete mai a spendere meno di 20-25 euro a testa per un piatto e un dessert, a meno di non mangiare kebab, centro commerciale o il fantastico Mezzo di Pasta (amorì al pestò).

Camargue. Ma non quella più turistica, bensì quella naturalistica: piazzate il cruise control a 4×20+10 chilometri orari (in Francia ci sono autovelox ovunque, pure sulle strade secondarie) e passate la giornata girando per una straordinaria varietà di ecosistemi e paesaggi. Questa è la riserva naturale semiasciutta, che sarebbe stata piena di uccelli se non ci fossero stati 38 gradi all’ombra, ma poi ci sono le distese sabbiose, gli stagni pieni di fenicotteri che camminano, le saline, e infine la spiaggia di Piemosson, totalmente libera e priva di strutture ma piena di camper, tende, ombrelloni e bambini abbandonati sulla sabbia a perdita d’occhio.

Acque Morte. Invece di andare nel casino di Sante Marie del Mare, la Porto Cervo degli zingari in cui gli zingari sono ammessi solo fuori stagione e/o se coreograficamente in sella a un cavallo, potete andare ad Acque Morte che non è sul mare, ma è molto più bella; il giusto punto medio tra una cittadina medievale turistica svuotata dell’anima e un posto ancora vivo.

I Boh di Provenza. A una cosa sola serve questo posto, cioè alla scoperta della bauxite, senza la quale non esisterebbero le lattine di alluminio e i fogli di alluminio in cui avvolgere gli avanzi e tenerli in frigo fin che non marciscono. Invece loro insistono nel voler essere il villaggetto arroccato pieno di negozietti di souvenir e di gallerie d’arte, succursale del Principato di Monaco. Valli a capire, anzi: boh.

Glanum. Questa città romana sulle pendici delle Alpilles è una piacevole tappa: essendo una città romana in rovine, la densità di persone è piacevolmente scarsa, proprio come il pubblico di We-Used-To-Talk-About-History Channel. Le rovine non saranno quelle di Efeso, ma sono comunque interessanti; e proprio a fianco si può visitare il tranquillissimo chiostro ex manicomio che ospitò Van Gogh, e senza impazzire.

Nimes. Quando insieme al gigantesco anfiteatro vi proporranno di visitare anche una torre romana immersa nel verde da cui si gode uno splendido panorama, non fatevi fregare: la torre apparentemente è abbastanza vicina, ma si trova in cima a una collina persa in un dedalo di sentieri in mezzo a un parco. Visto l’anfiteatro e vista da fuori la Maison Carrèe, uno splendido tempio romano in mezzo al quale hanno piazzato un orrido filmato multimediale con luci e colori (una pratica che si espande per i monumenti francesi come un cancro), potete tranquillamente riprendere la macchina e andare altrove.

Ponte del Gard. Quando c’ero stato da ragazzo si poteva ancora percorrerlo in cima, al livello più alto; adesso è un’esperienza preclusa, se non a piccoli gruppi su prenotazione e con una guida che non ti lascia più provare il tuo coraggio sporgendoti da decine di metri di altezza e/o gridando dall’alto ai francesi battute sulla testa di Zidane. Il ponte però è bellissimo, un vero orgoglio dell’ingegneria italiana; e bisogna passarci sotto per accorgersi di quanto è immenso. Sta su da quasi duemila anni a ricordarci che un tempo, a Roma, non c’erano le cooperative rosse.

Carcassona. Visitare Carcassona d’estate è come visitare la metropolitana nelle ore di punta: un’esperienza da incubo. Dopo due ore di traffico in autostrada, venti minuti di coda per uscire al casello (solo due porte aperte) e altrettanti di portellate per trovare un parcheggio a chilometri di distanza, vi troverete in mezzo a bambini urlanti e padri disperati che cercano di trascinare un passeggino doppio sulle pietre sconnesse della cerchia di mura, e rimpiangerete Acque Morte, o la morte direttamente.

Castello di Peyrepertuse. Vale il viaggio da solo: una antica fortezza catara messa in cima ad un costone roccioso sospeso sul nulla. Per arrivarci dovete infilarvi nelle valli e nelle gole dei Pirenei Orientali, salire con la macchina per chilometri, e poi salire a piedi su un sentierino scosceso (e c’è chi si presenta in ciabatte da mare). Non si riesce a capire come abbiano fatto a costruire quella roba lassù, in mezzo al vento e alle nuvole che vanno e vengono, ma la visita è una esperienza fantastica. E se vi prendete abbastanza tempo, in giro per la zona ce ne sono altri da visitare.

Avignone. Avignone è la capitale delle grandi opere inutili del Medioevo: un immenso palazzo papale che fu usato per non più di trent’anni (più altri quaranta di mitomani che vi giravano dentro gridando “sono io il vero Papa!”) e un ponte che rimase in costruzione e/o in riparazione perenne per cinque secoli, fin che il fiume non se ne portò via definitivamente la maggior parte; tanto è vero che ci dovettero fare su una canzone. Ma rimane nel cuore per un drammatico scontro di civiltà e di degrado umano: un ragazzo americano che entra in una boulangerie, indica la macchina del caffé e chiede “un lattè”. Le commesse sono sconvolte ancora adesso; il governo francese sta preparando una causa a Starbucks.

Orange. Sti simpaticoni hanno un teatro romano magnifico, ma non te lo fanno visitare perchè quella sera c’è il concerto di un tamarro in braghettoni medievali e pelo lungo che suona una imitazione pop francese di Riverdance. Ora, sappiamo tutti che i francesi ascoltano solo musica di merda – per sbaglio in macchina ho acceso la radio e a fine vacanza ho dovuto disinfettare le casse con l’Amuchina – ma questo è davvero troppo: siamo dovuti tornare il giorno dopo e abbiamo pure pagato il parcheggio nonostante sabato 15 fosse un giorno festivo. E dentro il teatro ci sono pure ben quattro filmati multimediali con spettacolo di luci e colori, compreso uno in cui un Roberto Alagna francese prende per il culo un Roberto Alagna italiano. Vergogna!

Monte Ventoso. Una volta nella vita bisogna salire su una delle cime epiche del ciclismo, anche se è più riposante farlo in macchina. Per buona parte del tempo si sale in una magnifica foresta, con una strada sufficientemente larga da poter superare anche il più rognoso dei camper; poi si sbuca fuori e ci si trova sulla luna. In cima tirava vento e c’erano quindici gradi, ma si stava benissimo: un posto veramente alieno, talmente alieno che le auto rallentano per far passare sciami di biciclette.

Gordes. Mi piacerebbe raccontarvi com’era il paesino, ma era in corso un tale assalto che è risultato impossibile parcheggiare, persino volendo pagare i canonici quattro euro a forfait che i francesi ti chiedono appena posi la macchina. Siamo andati a vedere la vicina Abbazia di Senanque, in teoria una bella chiesa medievale circondata dai campi viola di lavanda, ma la lavanda era grigetta e piena di cinesi che ci si facevano le foto in mezzo. Troppa gente!

Roussillon. La foto non rende l’idea della meraviglia che è il sentiero delle ocre nelle ultime ore di luce del giorno; tutte le tonalità dal giallo al rosso si presentano continuamente agli occhi, mescolate all’azzurro del cielo e al verde degli alberi. Basta non incontrare una famigliola milanese in cui l’unico interessato ai colori delle ocre è il padre, mentre i due ragazzi dallo scazzo lungo un miglio chiedono insistentemente lasagne per cena: esportiamo degrado.

Vaison-la-Romaine. Invece di fare la solita noiosa autostrada della Durance, una volta scavallato il Monginevro potete prendere per Gap e per la valle della Drome e sbucare a Vaison-la-Romaine, una vera sorpresa. Il posto è fresco e tranquillo e ci sono delle belle rovine romane, una cattedrale dell’anno mille, un centro medievale, un ponte antico, un Lidl… e nei Lidl francesi hanno il tabulé pronto in vaschetta gusto pollo: un segno inequivocabile della superiorità della civiltà francotedesca su quella romana.

EXTRA: Facciamoci riconoscere. Nel parcheggio di Roussillon, nei giorni di maggiore afflusso dell’anno e con una coda perenne in attesa, macchine di mezza Europa erano parcheggiate ordinatamente, tranne una: lui. Lui che da buon italiano ha deciso che aveva assolutamente bisogno di occupare due posti perché così stava più comodo. Più specificamente, sulla cornice della targa si legge: “NISSAN SCHIANO – MONTE DI PROCIDA (NA)”. Ma prima di prendermi del leghista sabaudo che da centocinquant’anni vive rapinando le finanze duosiciliane, devo precisare che Procida è un posto talmente bello che ai suoi abitanti posso concedere qualsiasi cosa.

EXTRA: Gasolio in Francia. Perché il prezzo del gasolio può anche essere così! Del resto al ritorno ho tentato di rabboccare un’ultima volta a Briançon, ma non ci sono riuscito: a forza di italiani in rientro, il gasolio era esaurito in tutta la città…

EXTRA: Grand Hotel Francia. Penso che questa foto, scattata nel pieno centro di Marsiglia, riassuma benissimo tutto. L’universo, la vita, tutto quanto.

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giovedì 6 agosto 2015, 22:20

Hiroshima 70

L’anno scorso sono stato a Hiroshima. E’ una città bruttina, ma questo è comprensibile visto che ha dovuto essere ricostruita da capo nel dopoguerra, con i mezzi allora disponibili; per i “grattacieli e ristoranti chic” menzionati da La Stampa consiglierei di andare altrove, e le principali attrazioni mondane sono una galleria commerciale pedonale alla giapponese (bruttina quanto il nome della locale squadra di calcio, il tremendo Sanfrecce) e il palazzo degli okonomiyaki (peraltro ottimi). Anche l’economia non è proprio frizzante, trattandosi di un’altra città dell’automobile (nello specifico la Mazda).

E’ vero però che la visita al Parco della Pace, per quanto affollato di turisti, è un’esperienza indimenticabile; e proprio quest’aspetto dimesso contribuisce al contrasto. Succede di prendere un vialone di palazzoni, girare un angolo, e trovarsi davanti senza preavviso alla cupola del destino. Colpisce perché nei nostri sogni, nelle foto viste e riviste, viene da immaginarla enorme, troneggiante su una tragedia senza pari; in realtà è piuttosto piccola, poco più che una elaborata stazioncina di provincia. Se non sapeste, potrebbe sembrare la vecchia casa del custode di un più grande complesso novecentesco che oggi non c’è più, di quelle vecchie casette abbandonate e mezze crollate che punteggiano le nostre rovine industriali.

E’ proprio questo che alla fine colpisce, di Hiroshima; che in fondo è tutto così cruciale, ma anche così normale, così insignificante. Come l’incendio che distrugge il bosco, che poi con gli anni ricresce, ogni tanto il genere umano si ammazza un po’, e poi ricresce. L’anormalità vera sono i settant’anni di pace da Hiroshima a oggi – pace peraltro piuttosto relativa persino in Europa, basta citofonare alla Jugoslavia – e non il fatto che il genere umano ogni tanto si massacri da solo.

A Hiroshima si va, si riflette, ci si commuove; il Parco della Pace e il relativo museo sono pieni di angoli commoventi, a partire dalle gru di carta in memoria di Sadako, una di quelle storie di pura e straziante giapponesitudine (determinazione e sfiga, sfiga e determinazione) che, se non ci fosse stata la sacralità di una tragedia vissuta direttamente, sarebbe senz’altro diventata un cartone animato meisaku della Nippon Animation. Tutti lasciano il Parco della Pace giurando che qualcosa del genere non succederà mai più. Tutti sanno di mentire.

E’ bello e rassicurante, infatti, pensare che i settant’anni di pace di cui sopra siano giunti per via di una maturazione collettiva dell’umanità, grazie al monito e al sacrificio non vano di Hiroshima e di Nagasaki. Più probabilmente, i settant’anni di pace sono giunti perché c’erano in giro troppe armi, non perché ce ne fossero poche; perché sulle armi si reggeva un ordine mondiale rigidissimo (su questo, citofonare Aldo Moro) e non perché il militarismo e la voglia di supremazia armata fossero retaggi del passato.

E infatti, da quando è finita la guerra fredda c’è molta meno pace di prima, e le nostre stesse società scricchiolano sotto i colpi del libero e bello disordine mondiale; fino a quando un’arma di distruzione di massa non finirà in mano a un pazzo qualsiasi, e chissà dove sarà l’inizio della prossima carneficina. Spiace per chi ci finirà in mezzo, ma alla fine Hiroshima rassicura in un’altra direzione; che per quanto ci si impegni, estirpare completamente l’umanità dall’ecosistema planetario è molto più difficile di quello che sembra.

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mercoledì 29 luglio 2015, 16:19

Profughi, tra mito e realtà (4)

Nelle tre puntate precedenti abbiamo visto qual è la differenza tra i profughi e i normali immigrati, quali sono i requisiti per avere l’asilo politico e qual è il percorso che compiono i profughi dall’arrivo all’integrazione. In questa ultima puntata affronteremo alcune delle questioni che più fanno discutere i giornali: qual è il trattamento dei profughi, quanto ci costa, chi ci guadagna, e quanto funziona il sistema.

I media sono pieni di articoli scandalistici a proposito dell’accoglienza: i profughi in alberghi di lusso, i profughi che rifiutano e sprecano il cibo, i profughi che intascano 35 euro al giorno a spese nostre. Cosa c’è di vero? Come abbiamo visto, dopo l’accoglienza, i profughi hanno diritto a vitto, alloggio e corsi di formazione a spese dello Stato italiano, in teoria fino a che non diventano integrati e autosufficienti; in pratica, fin che c’è posto nel sistema e per un periodo molto variabile ma tipicamente compreso tra uno e due anni dall’arrivo in Italia.

Più precisamente, è sufficiente leggere uno dei capitolati degli appalti prefettizi per le strutture di emergenza, che hanno ormai le stesse condizioni dei progetti SPRAR, per sapere nel dettaglio cosa lo Stato italiano fornisce agli immigrati: l’alloggio compresa la pulizia, tre pasti al giorno composti di primo, secondo, contorno e frutta/dolce e personalizzati per i gusti e i divieti religiosi di ogni profugo (qui le indicazioni dettagliate), i vestiti, i prodotti per l’igiene, almeno dieci ore settimanali di corso di italiano, una tessera telefonica da 15 euro al momento dell’arrivo, e poi un fondo di 2,50 euro al giorno in contanti, che viene solitamente usato per pagare le spese telefoniche e/o le sigarette.

Oltre a questo, vengono messi a disposizione servizi da usare in caso di necessità: mediazione culturale, accesso ai servizi pubblici (sanità, trasporti ecc.) e aiuto per usarli, aiuto per accedere ai centri per l’impiego e trovare borse lavoro e altre opportunità lavorative (tranne che nei primi sei mesi da richiedente asilo, in cui è vietato lavorare), aiuto per richiedere la casa popolare se se ne ha diritto, organizzazione di eventi e momenti di integrazione con la comunità locale, tutela legale e altro ancora, compreso il sostegno per il passaggio all’autonomia; per esempio, si pagano le spese perché il profugo prenda la patente di guida, e a fine progetto spesso al profugo vengono pagati un paio di mesi di affitto di una nuova casa e persino i mobili per arredarla.

Da dove viene allora la cifra di 35 euro al giorno a testa? Quello è il costo standard che lo Stato italiano paga per garantire quanto sopra ai profughi, dandolo ai suoi fornitori, che sono i Comuni (che poi subappaltano alle associazioni) nel caso dello SPRAR, mentre sono direttamente cooperative ed entità del terzo settore nel caso dei CPSA/CDA/CARA e nel caso delle strutture straordinarie prefettizie; in quest’ultimo caso spesso sono coinvolti, direttamente o con subappalto dalle cooperative, gli albergatori del territorio.

La cifra può variare per categorie speciali di ospiti (per esempio per i minori adesso la cifra standard è 45 euro al giorno a testa) ed è variata nel tempo; per la già citata Emergenza Nord Africa, per esempio, era normale che le prefetture pagassero dai 40 euro in su. Trattandosi di appalti, possono verificarsi dei ribassi di gara; per esempio, nell’ultimo appalto prefettizio concluso per Torino città sono stati appaltati cento posti a 34,50 euro e altri sessanta posti a 29 euro. A queste cifre si aggiunge l’IVA, che a seconda del tipo di fornitore del servizio può andare da zero al 22%.

In media, dunque, ogni profugo costa allo Stato italiano tra i 1000 e i 1200 euro al mese; di questi, solo 75 finiscono direttamente in mano al profugo, mentre il resto viene pagato a intermediari italiani in cambio dei servizi di cui sopra.

Da un certo punto di vista, è comprensibile la rabbia degli italiani più poveri, visto che lo Stato italiano, ai milioni di esodati, disoccupati, precari e pensionati al minimo che spesso per decenni hanno pagato tasse e contributi alle casse nazionali, non fornisce affatto il vitto e solo in piccola parte fornisce l’alloggio, e mai gratis; e spesso offre sussidi e prestazioni che sono ben inferiori ai mille euro al mese abbondanti spesi per ogni profugo. Questa è una disparità di trattamento che, a fronte dei numeri in aumento, va affrontata o determinerà una moltiplicazione delle proteste e delle guerre tra poveri.

E la spesa è enorme: basta moltiplicare una media di 1100 euro al mese per gli almeno 70.000 posti attualmente garantiti e per dodici mesi per arrivare attorno al miliardo di euro annuo, senza contare il costo di tutto il resto: dei soccorsi in mare, dei trasporti di profughi in giro per l’Italia, delle strutture burocratiche di gestione delle domande di asilo e dell’accoglienza.

Spesso i fautori dell’accoglienza cercano di minimizzare il problema sostenendo che l’accoglienza dei profughi in realtà non ci costa, perché è pagata dall’Europa; questo però è falso, intanto perché gli stanziamenti europei dell’AMIF (fondo per l’asilo, le migrazioni e l’integrazione) sono di tre miliardi di euro totali per tutta Europa per sette anni non solo per i profughi ma per tutti gli immigrati, e quindi coprono solo una piccola parte delle spese; e perché comunque i fondi europei non crescono sugli alberi, ma arrivano anch’essi dalle tasse degli italiani. Allora le stesse persone parlano del ritorno economico che i profughi porteranno lavorando, ma allora il problema è: quanto lavoreranno e produrranno i profughi? E di questo parleremo più avanti. Nel frattempo, il problema del costo crescente dell’accoglienza c’è, ed è irrisolto.

D’altra parte, va però rimarcato che i mille euro abbondanti al mese non vanno affatto a finire nelle tasche dei profughi, ma in quelle di un mondo di cooperazione italiana vicina alla politica di cui tra poco parleremo; anzi, vien da pensare che se invece di dare 1100 euro al mese alle cooperative ne dessimo 400 a ciascun profugo, noi spenderemmo un terzo e loro vivrebbero anche meglio.

Le proteste dei profughi, dunque, possono sembrare e spesso sono un segno di ingratitudine o un tentativo di rompere le scatole per avere ancora qualcosa in più; ma possono anche essere invece il segnale che l’intermediario italiano sfrutta la situazione peggiorando i servizi e maltrattando i profughi per lucrare sulla situazione. Magari il profugo rifiuta il cibo perché è un ingrato schizzinoso, o magari lo rifiuta perché la cooperativa gli dà il mangiare del cane per aumentare i propri utili: chissà.

Di scandali sull’accoglienza, difatti, ne sono usciti già molti; per esempio quello, collegato all’indagine Mafia Capitale, del sottosegretario NCD Castiglione che avrebbe contribuito alla manipolazione delle gare d’appalto per il CARA di Mineo. Ma anche quando tutto è fatto a norma di legge, è indubbio che a guadagnare dall’accoglienza siano ambienti vicini alla politica e/o molto chiacchierati.

A Torino, per esempio, l’appalto prefettizio per accoglienza profughi dello scorso marzo è stato aggiudicato (per quanto reso pubblico al momento) prevalentemente a due diverse entità. Il lotto 2, più altri lotti in provincia per un totale di 260 posti a 34,50 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.466.750 euro + IVA, è stato vinto dal raggruppamento tra Liberi Tutti, cooperativa sociale della galassia cattolica vicina al Sermig, e il centro Babel di via Ceresole, associazione della galassia di Terra del Fuoco di Michele Curto, attuale capogruppo di SEL in Comune. Il lotto 1, più altri lotti in provincia per un totale di 257 posti al prezzo molto più scontato di 29 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.049.575 euro + IVA, è stato vinto dalla cooperativa L’Isola di Ariel, che gestisce da anni il centro di accoglienza di via Aquila, e che assurse all’onor delle cronache per i suoi legami con Giorgio Molino, noto come “ras delle soffitte” per la sua attività di affittacamere agli immigrati (ma anche al Comune, che nelle case di Molino ha messo anche i rom sfollati da Lungo Stura Lazio, ovviamente a pagamento) a condizioni non proprio di favore.

E’ molto difficile capire dall’esterno quali siano i veri costi di ospitare e mantenere i profughi; dipende molto dalla qualità del servizio fornito e dal fatto che tutto ciò che è previsto e remunerato dall’appalto venga effettivamente svolto, cosa su cui i controlli, secondo gli stessi dirigenti dello SPRAR, lasciano molto a desiderare, specie per gli appalti prefettizi.

E così, non sappiamo se questi operatori siano dei benefattori che si fanno carico per motivi ideali di una complessa emergenza sociale, come loro stessi generalmente si presentano, o se davvero, come spesso si dice in rete, tutto il sistema dell’accoglienza, gonfiato in Italia molto più che altrove dalla grande “generosità” con cui si accolgono anche i profughi che non saremmo obbligati ad accettare e dalla (voluta?) inefficienza che prolunga a dismisura i tempi dell’accoglienza in attesa della risposta alla domanda di asilo, sia mirato a trasferire denaro pubblico verso ambienti politicamente protetti.

Sta di fatto che alla fine potrebbe valere la pena di spendere tutti questi soldi se servissero a integrare i profughi, a trasformarli in persone produttive e inserite nelle regole e nella società italiana, capaci di restituire nel tempo col loro lavoro il dono di accoglienza ricevuto dagli italiani, e di diventare italiani loro stessi. Ma è così?

Per saperlo, basta guardare un ultimo grafico dell’Atlante SPRAR 2014 (pag. 46): quello che mostra i motivi per cui i profughi escono dal programma.

Solo il 31,9%, meno di uno su tre, ne esce per “integrazione”; e guardate che per lo SPRAR “integrazione” è anche, semplicemente, avere una borsa lavoro precaria di tre mesi, dopo la quale il profugo sarà di nuovo in mezzo alla strada e senza più supporto. Quasi nessuno (0,3%) sceglie di tornare in patria; il 5% viene allontanato, ovvero buttato fuori dal programma perché si comporta male e non rispetta le regole di convivenza, o addirittura delinque.

Il resto è quel 63%, la stragrande maggioranza, che si perde per strada; o a un certo punto sparisce e se ne va a cercar fortuna altrove, oppure viene buttato in mezzo alla strada per fine dei termini, senza aver conseguito la minima integrazione, e magari senza nemmeno avere imparato la lingua (o perché non si è applicato, o perché i corsi di italiano forniti dal gestore erano pessimi o inesistenti).

Quindi, alla fine, tutta questa enorme spesa non serve quasi a niente, se non a produrre decine di migliaia di disadattati privi di qualsiasi forma di reddito, che per sopravvivere nella maggior parte dei casi non potranno fare altro che occupare edifici altrui, rubare e delinquere o perlomeno arrangiarsi nella zona grigia ai margini della società, creando probabilmente dei ghetti fuori controllo, come è già successo al MOI con l’avanguardia reduce dall’Emergenza Nord Africa. E questo ovviamente creerà sempre più problemi di convivenza con gli italiani e con gli immigrati regolari, e sempre più razzismo.

In sostanza, il sistema dell’asilo politico è stato concepito per un mondo in cui i profughi erano pochi e ben identificabili; ora viene usato per favorire una immigrazione senza limiti, equiparando la povertà e le difficoltà della vita nei paesi in via di sviluppo a una persecuzione politica.

A fronte di questo, il dibattito pubblico troppo spesso cade nella dicotomia ideologica – funzionale a tutti i partiti e a chi sull’immigrazione ci vive, politicamente o economicamente – per cui le uniche due ipotesi in lotta sono l’accoglienza generalizzata “umanitaria”, che però porta a sfruttare i profughi per poi abbandonarli a morire di fame nelle fabbriche in disuso e a scontrarsi per le strade con la reazione degli italiani, o le sparate salviniane sull’affondare i barconi.

Eppure, ci deve essere una terza via, una via per cui non si lasciano morire questi poveretti, ma non li si accolgono nemmeno tutti. Una migrazione di massa dall’Africa all’Europa, oltre a essere ingestibile, non risolve niente; serve solo ai poteri economici che cercano manodopera senza diritti per eliminare gli ultimi residui di diritti dei lavoratori che ancora esistono, e nel frattempo impoverisce di energie e intelligenze i Paesi africani.

Noi dovremmo accogliere solo le persone che sono veramente in pericolo di vita per guerre e persecuzioni, e farlo anche più degnamente di oggi. Per il resto, gli africani dovrebbero poter rimanere a casa loro a lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anziché fare gli schiavi qui. Per fare questo servono regole chiare e serve la capacità di farle rispettare, senza per questo abbandonare la gente in mare, ma senza nemmeno farci prendere in giro dal senegalese che si dichiara siriano o perseguitato politico per avere un permesso di soggiorno.

Comunque la pensiate, spero che queste quattro puntate così lunghe e approfondite vi siano state utili a saperne un po’ di più, e a costruirvi una opinione informata e basata sui fatti. E, come sempre, da portavoce sarò lieto di sentire le vostre opinioni.

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giovedì 23 luglio 2015, 14:20

Profughi, tra mito e realtà (3)

Abbiamo già visto chi sono i profughi e quali sono i requisiti per essere riconosciuti tali, evidenziando alcune anomalie tutte italiane come i tempi lunghissimi per la valutazione delle richieste di asilo e la quantità molto elevata di permessi umanitari concessi a chi non avrebbe i requisiti per la protezione internazionale. In questa puntata vorrei invece raccontarvi il percorso che compie un profugo dall’arrivo in Italia alla eventuale integrazione.

Bisogna premettere che non è semplicissimo per un Paese essere pronto a gestire ondate migratorie improvvise; gli arrivi, difatti, seguono le situazioni geopolitiche e variano velocemente. Per esempio, se nel 2010 gli sbarchi erano stati poco più di 4000, nel 2011, grazie alle “primavere arabe”, furono oltre 60.000; già in quel caso il sistema di accoglienza andò completamente in crisi, con migliaia di persone ammassate a Lampedusa che alla fine costrinsero il governo, impreparato a valutare i casi uno per uno, a proclamare la cosiddetta Emergenza Nord Africa (ENA) e a dare un permesso di soggiorno umanitario a tutti gli sbarcati indistintamente, spendendo un miliardo e trecento milioni di euro per ospitarli a far niente per un paio d’anni, per poi abbandonarli in mezzo a una strada, con 500 euro di buonuscita in mano, alla scadenza dell’emergenza a inizio 2013 (a Torino, molti di questi sono poi andati a trovarsi un tetto occupando il MOI).

Questo, comunque, è stato solo l’antipasto, come dimostrato dalla progressione degli sbarchi negli anni successivi: nel 2012 furono solo 13.000, nel 2013 43.000, nel 2014 170.000 e nel 2015 si potrebbe arrivare a 200-250.000. A tutti questi l’Italia deve dare soccorso e prima accoglienza; poi, come detto, circa metà sparisce ed entra in clandestinità cercando di andare a farsi accogliere in altri Paesi europei, mentre l’altra metà presenta la domanda di asilo, che dà diritto in sé a mediamente un anno di vitto e alloggio, dopo il quale in più di metà dei casi la domanda viene accolta, dando diritto a un percorso di ospitalità e integrazione di un altro annetto e al soggiorno in Italia a tempo indeterminato (a meno che non decada la situazione personale per cui si è avuto asilo).

Pertanto, alla fine di quest’anno l’Italia dovrebbe trovarsi a ospitare oltre 100.000 richiedenti asilo sbarcati nel 2015 e in attesa di valutazione, più circa 40.000 sbarcati nel 2014 e riconosciuti come meritevoli di protezione, più i rifugiati degli anni precedenti che sono ancora inseriti nei progetti di integrazione; oltre a questi, sul territorio restano decine di migliaia di sbarcati entrati in clandestinità.

Se è vero che rispetto alla popolazione italiana sono numeri ancora piccoli, e che sono altrettanto piccoli rispetto alle quantità di rifugiati storicamente presenti in altri Paesi europei, è altrettanto vero che l’Italia non è assolutamente organizzata per gestire un afflusso di queste dimensioni: e quindi tutto si improvvisa e nascono i problemi.

Vediamo dunque qual è il percorso dei profughi partendo dal loro arrivo, che per più di tre quarti (nel 2014) avviene via mare (Atlante SPRAR 2014, pag. 42):

Dopo un lungo e disumano viaggio attraverso il Sahara o lungo il Mediterraneo, gli aspiranti profughi giungono in Libia e da lì si apprestano a partire verso l’Italia. Nonostante l’uso del termine “sbarco”, che fa pensare a zattere che approdano sulla sabbia delle nostre coste dopo giorni e giorni di odissea in mare, in realtà il viaggio dei barconi oggi dura poche decine di chilometri; per facilitare la traversata evitando tragedie, il soccorso avviene solitamente a 30-40 miglia nautiche dalla Libia, più o meno lungo la linea rossa puntinata che vedete in questa cartina.

Da questa politica nascono le polemiche di chi (compreso il governo inglese) sostiene che soccorrere i profughi così vicino all’Africa è in realtà un incentivo a mettersi in mare ed è una delle cause del boom migratorio in atto, vittime comprese, e che se non ci fossero più soccorsi quasi nessuno proverebbe più la traversata. D’altra parte, se di colpo non ci fossero più soccorsi ci sarebbero almeno in una prima fase migliaia di vittime; di qui le proposte di sistemi alternativi, come l’affondamento nei porti libici dei barconi vuoti prima che partano, oppure l’idea di “corridoi umanitari” in cui il viaggio viene organizzato in modo sicuro direttamente dall’Europa, anche se a quel punto si porrebbe il problema di chi ammettere a questi viaggi.

Per ora, al largo delle coste libiche, chi arriva viene soccorso da una nostra nave o, da quando esiste l’operazione europea Triton, da una nave europea; in entrambi i casi, comunque, i profughi vengono trasportati in un porto italiano e consegnati all’Italia.

Quando arrivano, i profughi praticamente sempre non hanno documenti e non sono identificabili; dunque, prima di chiedergli se vogliono presentare domanda di asilo, si pone il problema di identificarli. Prima ancora, però, spesso i profughi sono anche in cattive condizioni di salute, e in questi casi la nave li porta in uno dei CPSA (Centro di Primo Soccorso e Accoglienza), che si trovano a Lampedusa, Pozzallo, Cagliari-Elmas e Otranto; lì, i profughi devono rimanere per massimo 48 ore, soltanto per riprendersi e venire curati. In alternativa, se non c’è bisogno di grandi soccorsi, i profughi vengono portati sempre per massimo 48 ore in un CDA (Centro Di Accoglienza). Sia nei CDA che nei CPSA, il profugo può presentare la domanda di asilo; se non la presenta, e non ha altri documenti validi, è un clandestino e dunque viene trasferito in un CIE per essere poi espulso e rimpatriato.

Se invece, anche senza essere stato ancora identificato, dichiara di voler presentare la domanda, allora il profugo viene trasferito in un CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), nel quale arrivano anche coloro che, invece di sbarcare, si sono presentati a una nostra frontiera via terra o aereo per fare domanda di asilo. In pratica, CARA e CDA sono quasi sempre insieme nello stesso posto; ce ne sono una dozzina, quasi tutti al Sud, e l’unico al Nord è a Gradisca, per chi arriva dall’Est Europa. Il più grande e famoso CARA è quello realizzato nella ex base NATO di Mineo, in provincia di Catania; a giudicare dalla frequenza con cui lo dicono in televisione, “caradimineo” è destinata a diventare una parola comune. Nei CARA si procede all’identificazione del richiedente asilo – che può richiedere settimane, essendo necessaria la verifica presso le ambasciate e le anagrafi di Paesi esteri talvolta poco collaborativi – e all’esame della sua domanda di asilo.

Nel momento in cui la domanda viene accolta in una delle tre possibili categorie già viste (rifugiato, protezione sussidiaria o protezione umanitaria), il profugo viene trasferito nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), una rete di centri situati su tutto il territorio nazionale. Fino a questo punto, difatti, tutte le strutture che abbiamo menzionato sono gestite direttamente dal governo centrale, tramite suoi appalti; lo SPRAR, invece, si basa sulla collaborazione tra Comuni e associazioni di volontariato. In pratica, i Comuni partecipano a un bando ministeriale, offrendosi di gestire un certo numero di posti, che in caso di ulteriori necessità possono anche venire aumentati dopo l’aggiudicazione del bando, e che vengono poi subappaltati in tutto o in parte alle associazioni; lo Stato paga i Comuni per il servizio, peraltro mediamente con grande ritardo, e i Comuni pagano le associazioni.

In questa fase, il profugo non viene più soltanto ospitato con vitto e alloggio, ma partecipa a progetti di formazione: gli si insegna l’italiano e lo si avvia al lavoro. Lo SPRAR prevede inoltre progetti specifici per richiedenti asilo di categorie deboli, come i malati sia fisici che psichici, le donne in gravidanza e i MSNARA (minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo; ce ne sono più di mille, praticamente tutti dai 15 anni in su).

Al termine del progetto, dunque, il profugo diventa indipendente e autonomo; può mantenersi da solo, pagarsi un affitto e diventare un elemento produttivo e integrato della società, e, dopo dieci anni di residenza legale e continuativa, ottenere la cittadinanza italiana; se è rifugiato o titolare di protezione sussidiaria, ha anche sin da subito il diritto di far venire in Italia tutta la sua famiglia, che ottiene il suo stesso status.

Bene, tutto chiaro? Problema risolto? Beh, se avete letto con attenzione le puntate precedenti ci saranno numerosi punti che non vi tornano: come è possibile allora che una buona metà degli sbarcati sparisca senza né presentare domanda di asilo né venire rimpatriato tramite CIE? E come è possibile che lo SPRAR, concepito per integrare i rifugiati, in realtà ospiti per il 61% semplici richiedenti asilo, metà dei quali si riveleranno in realtà dei clandestini? E dov’è la parte in cui il Prefetto invia senza preavviso profughi qua e là in giro per l’Italia, suscitando le rivolte dei residenti? (E poi, com’è la storia dei 35 euro al giorno?)

Vedete, quanto sopra è la teoria, ma nella pratica, complici i numeri in aumento, il sistema è quasi collassato. Tra CPSA, CDA e CARA, i profughi vengono portati un po’ dove capita a seconda di dove c’è posto, soccorsi come si riesce e trattenuti a tempo indeterminato fin che non si trova un altro posto dove metterli, magari perché c’è bisogno di liberare spazio per nuovi sbarchi in arrivo.

Nel frattempo, visto che la legge non specifica bene se l’ospite dei CPSA/CDA/CARA possa o meno andarsene dagli stessi, questi centri tendono a essere organizzati come delle prigioni, similmente ai CIE, ma nessuno ha veramente il diritto di bloccare uno che nonostante le reti scavalca e se ne va, visto che uno sbarcato non ha fatto niente di male e, se ha fatto la domanda, ha anche il permesso per restare in Italia fino alla risposta; quindi, una volta arrivati al CARA quelli che vogliono andarsene se ne vanno, sia prima che dopo aver presentato la domanda (circa al 10% dei richiedenti asilo non si riesce a consegnare la risposta perché risultano irreperibili). A maggior ragione, possono andarsene dove e quando vogliono, con un permesso di soggiorno in tasca, tutti quelli inseriti nello SPRAR.

E dato che nemmeno i CIE e il sistema delle espulsioni funzionano, ai richiedenti asilo che ricevono una risposta negativa generalmente viene consegnato un semplice ordine di lasciare il Paese con loro mezzi, col quale escono dalla struttura e ovviamente, invece di rimpatriare, restano in Italia come clandestini, magari per tentare poi di andarsene verso nord. Di fatto, solo una minuscola frazione degli sbarcati viene in qualche modo rimpatriata; il 99% abbondante, avente diritto o meno che sia, resta in Italia o in Europa.

Oltretutto, in alternativa al diventare clandestino, il richiedente asilo a cui è stata respinta la domanda può presentare ricorso in tribunale, spesso incoraggiato dalle stesse associazioni che gestiscono l’accoglienza e dai centri sociali. Siccome il richiedente asilo è nullatenente, gli avvocati per il ricorso glieli paghiamo noi; e nel frattempo, fino a che non vengono esauriti tutti i gradi di giudizio fino alla Cassazione, il richiedente asilo – nonostante già al primo esame sia stato riconosciuto essere un semplice clandestino – continua ad avere diritto di rimanere in Italia e di venire ospitato, magari per due, tre, quattro anni, per vedere se il tribunale ribalta la decisione della commissione territoriale.

A fronte di tutto questo, e dell’ondata di sbarchi dell’ultimo periodo, le strutture disponibili sono risultate insufficienti e vi è stata la necessità di trovare immediatamente nuove sistemazioni. Per questo il Ministero dell’Interno tramite le Prefetture ha provveduto a reperire strutture in giro per l’Italia per ospitare i profughi, inclusi i richiedenti asilo; sono i cosiddetti “centri di accoglienza straordinaria” o “strutture di emergenza”.

I richiedenti asilo che devono liberare posto nei CARA per i nuovi arrivi vengono dunque o inseriti nei posti SPRAR, che come abbiamo visto ospitano ormai per la maggior parte richiedenti asilo invece che persone già riconosciute come aventi diritto alla protezione, oppure, spesso senza nemmeno avere ancora presentato la domanda di asilo, vengono trasferiti in uno “hub regionale” (in Piemonte, il centro Teobaldo Fenoglio di Settimo Torinese, gestito dalla Croce Rossa) dal quale entro pochi giorni vengono smistati nei posti di emergenza reperiti dalla Prefettura sul territorio, salvo andarsene proprio a questo punto ringraziando per il passaggio offerto dal Sud al Nord che li avvicina all’Europa. L’assegnazione del profugo all’uno o all’altro sistema, a parte le categorie deboli, è sostanzialmente casuale, a seconda delle disponibilità.

Il modello dell’ospitalità prefettizia sarebbe simile allo SPRAR: in queste strutture non si dovrebbe fare solo ospitalità, ma anche formazione e integrazione. I Comuni però non vengono coinvolti, se non, quando va bene, in una discussione preventiva col Prefetto su quanti profughi si possano ospitare e dove; dopodiché, si tratta di un appalto diretto dalla Prefettura alle associazioni e alle entità private (albergatori compresi) che ritengono di avere posti da offrire. Succede dunque che i Comuni subiscano l’inserimento di profughi sul loro territorio senza poter dire niente, e che, a differenza dei posti SPRAR per cui i Comuni controllano cosa succede, nei posti prefettizi i controlli sul trattamento dei profughi siano scarsi o nulli; e qui è dove c’è più spazio per abusi.

In queste statistiche del Ministero dell’Interno, oltre a trovare l’elenco dei vari centri, potete vedere come ormai l’emergenza abbia preso il sopravvento: alla fine del 2014, dopo le ondate di sbarchi dell’anno, l’intero sistema accoglieva e manteneva oltre 66.000 profughi, quasi il quadruplo di quelli che erano ospitati all’inizio dell’anno; di questi, circa 10.000 erano nelle strutture governative (CPSA, CDA e CARA), circa 20.000 erano inseriti nello SPRAR, e circa 36.000 erano nei posti di emergenza appaltati dalle Prefetture.

E dato che gli sbarchi continuano ad avvenire, questi numeri sono già vecchi; nella prima metà dell’anno sono stati approntate altre migliaia di posti, quasi tutti gestiti dalle Prefetture; difatti, come visto, i posti necessari entro fine anno dovrebbero essere ben oltre centomila, anche considerando che l’accoglienza nello SPRAR deve terminare entro dodici mesi (tempo in cui il profugo dovrebbe diventare autosufficiente) e quindi c’è comunque un ricambio.

Ma quanto ci costa tutto questo sistema, da dove vengono i fondi, e chi ci guadagna? E, alla fine, quanto riesce veramente ad accogliere e integrare i profughi, e quale sarà veramente il loro destino? Di questo parleremo nella prossima puntata.

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lunedì 20 luglio 2015, 14:34

Profughi, tra mito e realtà (2)

Nella prima parte vi ho spiegato le basi del concetto di “profugo”. Tuttavia, restano da affrontare diverse questioni controverse, a partire dal come distinguere un profugo da un normale immigrato; una distinzione che è piuttosto importante, perché, mentre l’Italia può decidere a proprio piacimento se accogliere o meno un immigrato, esistono accordi internazionali da noi firmati con cui ci siamo obbligati ad accogliere e mantenere i profughi. Nonostante le grandi discussioni sul tema, pochissimi sono andati a leggersi questi accordi; ed è quello che ho fatto io per voi.

Il concetto di “profugo” (o anche “rifugiato”) come attualmente inteso viene definito nella Convenzione di Ginevra, un trattato internazionale del 1951 con cui gli Stati si obbligarono ad accogliere e mantenere gli stranieri e gli apolidi che si trovavano ancora sul loro territorio dopo la seconda guerra mondiale e che erano stati vittima di persecuzioni razziali, religiose, etniche o politiche, e dunque per questo motivo non potevano rientrare nel loro Paese. Nel 1967, con il Protocollo di New York, questa garanzia venne estesa a tutte le vittime di persecuzioni successive alla seconda guerra mondiale e a tutte quelle future.

A livello europeo, questi due accordi sono stati recepiti da ultimo nella direttiva europea 2004/83/CE, che è quella che legalmente ci vincola. Questa direttiva ribadisce la definizione legale di “rifugiato”, riprendendo alla lettera quella della Convenzione di Ginevra, e aggiunge però una seconda categoria di profughi, definiti “titolari di protezione sussidiaria”, che pur non ricadendo nella definizione di Ginevra sono ritenuti meritevoli dello stesso livello di protezione obbligatoria da parte degli Stati.

Da questo testo discendono dunque i seguenti requisiti per poter essere considerati profughi di uno di due tipi diversi:

- rifugiato: uno straniero che non può rientrare in patria per “il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale” (art. 2 comma c della direttiva);

- titolare di protezione sussidiaria: uno straniero che non può rientrare in patria perché “correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno” (art. 2 comma e), dove il grave danno può essere esclusivamente una condanna a morte, una qualsiasi forma di tortura oppure “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (articolo 15).

La direttiva specifica inoltre che il diritto all’accoglienza si perde se il profugo ha commesso un reato grave (sia nel Paese di origine, sia in quello che lo ospita) o comunque “rappresenta un pericolo per la comunità o la sicurezza dello Stato in cui si trova” (articolo 17), il che, tra l’altro, offre ai Paesi la possibilità di non accogliere i profughi se essi ritengono che la loro presenza crei seri problemi di ordine pubblico.

Le due sopra descritte, spesso unificate nel termine “titolari di protezione internazionale”, sono le uniche categorie di persone che l’Italia è obbligata ad accogliere e ospitare per via dei trattati internazionali e delle norme europee: i perseguitati politici/etnici/religiosi (gli unici che sono “rifugiati” in senso stretto) e le persone che scappano da una condanna a morte o dalla guerra. Anche in questo caso, peraltro, non basterebbe un generico stato di guerra nel Paese d’origine – che peraltro deve essere di “violenza indiscriminata”, non è sufficiente il terrorismo o qualche scontro ogni tanto – ma la minaccia deve essere “grave e individuale”, ovvero deve esserci uno specifico motivo per cui, durante la guerra, proprio la persona in questione rischierebbe la vita.

Anche la comunicazione dei media è centrata sull’idea dei profughi come vittime innocenti in fuga dalla guerra, a partire dall’abbondanza di reportage sui terribili drammi dei rifugiati siriani. La verità, però, è un po’ diversa, e per accorgersene basta prendere le prime dieci nazionalità dei profughi a cui l’Italia ha concesso l’asilo inserendoli nel programma di protezione SPRAR (dall’Atlante SPRAR 2014, pagina 33):

Nei due Paesi che da soli fanno un quarto dei profughi totali, Nigeria e Pakistan, ci sono terrorismo e scontri religiosi, ma non c’è nessuna guerra o “violenza indiscriminata”… Ci sono comunque in questa lista diverse nazioni in mezzo a una guerra civile, a partire dal Mali, ma la Siria non è nemmeno tra i primi dieci, e non lo è nemmeno l’Ucraina; la maggior parte sono semplicemente Paesi poveri e instabili come tutto il Terzo Mondo. E c’è anche un altro fattore: dalla guerra ci si aspetta che scappino innanzi tutto donne e bambini, ma l’88% dei profughi sono uomini; per molte delle nazionalità sopra citate la percentuale degli uomini è del 98-99 per cento, fino al 99,6% del Gambia. Se c’è la guerra e si è costretti a scappare, non si capisce come mai scappino solo gli uomini e gli elementi più deboli delle famiglie restino là.

E’ evidente che gran parte dei profughi non scappa da guerre e persecuzioni ma dalla fame, con la speranza di guadagnare soldi in Europa per rimandarli alla famiglia rimasta al paese; sono quelli che ultimamente i media hanno preso a chiamare “migranti economici“. Ma allora, viste le definizioni ben precise della direttiva europea, come è possibile che queste persone abbiano aggirato qualsiasi forma di programmazione dei flussi migratori grazie all’ottenimento dell’asilo politico, che sarebbe una prerogativa dei perseguitati?

Questo avviene perché l’Italia riconosce di sua iniziativa una terza categoria di profughi, i “titolari di protezione umanitaria”. La legge sull’immigrazione, difatti, dice che un clandestino può non essere espulso quando sussistono “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano” (D.Lgs. 286/98, art. 5 comma 6). Questa clausola concede alle Questure la possibilità di rilasciare discrezionalmente permessi di soggiorno a chi non ne avrebbe altrimenti diritto; per esempio sono i permessi dati al clandestino che si butta nel fiume per salvare un’altra persona.

Agganciandosi a questo, la legge sull’asilo politico dice che se la commissione territoriale che esamina la domanda verifica che il richiedente asilo non ha i requisiti previsti dalla direttiva europea, perché non è nè perseguitato nè in fuga dalla guerra, può comunque, invece di espellerlo, chiedere al Questore di concedergli ugualmente il permesso di soggiorno se ritiene che esistano “gravi motivi di carattere umanitario” (D.Lgs. 25/08, art. 32).

Ora, come potete immaginare, “gravi motivi di carattere umanitario” è una formulazione talmente vaga che le commissioni territoriali, d’accordo con le Questure, possono discrezionalmente accogliere più o meno tutte le domande che vogliono; in particolare, possono accogliere le domande di chi semplicemente fugge dalla povertà, tanto che nel 2014 la protezione umanitaria ha rappresentato quasi la metà (46,1%) del totale degli asili politici concessi dall’Italia.

La discrezionalità delle commissioni è un problema in tutti i sensi. Le commissioni territoriali, da poco aumentate a venti per cercare di ridurre i tempi d’attesa, sono composte da quattro persone: una per la prefettura, una per la questura/polizia, una per gli enti locali (che possono anche nominare qualcuno dalle varie associazioni di volontariato che poi gestiscono i profughi) e una dell’ACNUR (in inglese UNHCR, ossia il commissariato ONU per i rifugiati: quello della Boldrini per capirci). Queste quattro persone devono valutare centinaia di domande, incontrando uno per uno i richiedenti asilo, persone generalmente senza documenti e senza prove delle loro storie, con un tempo d’attesa che come abbiamo visto può superare l’anno.

In queste commissioni si sono già verificate deviazioni clamorose: ha fatto rumore l’arresto di don Sergio Librizzi, presidente della Caritas di Trapani e membro della commissione territoriale in quota enti locali, che avrebbe chiesto a numerosi richiedenti asilo prestazioni sessuali in cambio dell’accoglimento della domanda di asilo. Ma anche nella normalità, sono molti a descrivere il funzionamento delle commissioni come una lotteria, in cui l’accoglimento o la bocciatura della domanda, così come l’assegnazione a una tipologia o a un’altra, può avvenire quasi per caso, segnando in un senso o nell’altro il destino di una persona.

Sta di fatto, comunque, che grazie alla protezione umanitaria l’Italia accoglie molto più facilmente le domande di asilo rispetto al resto d’Europa. Questa tabella riguarda il 2013 e viene direttamente dal Rapporto SPRAR 2014:

Come vedete, mentre in media in Europa nel 2013 venivano accolte il 29% delle domande, in Italia siamo al 61%: più del doppio. Persino la Svezia, citata sempre come modello di accoglienza e generosità, si ferma al 45%; la Germania è al 23%, la Francia al 16%.

La seconda parte della tabella mostra come questo squilibrio sia legato a un uso estremamente generoso della “protezione umanitaria”; gli altri Paesi o non ce l’hanno o la usano col contagocce, e i Paesi che la usano di più (comunque molto meno di noi) sono comunque quelli nel complesso più restrittivi sull’accoglimento delle domande. Questo divario tra noi e gli altri grandi Paesi europei si è un po’ ridotto negli ultimi mesi, anche se l’aumento secco delle percentuali di accoglimento in Germania, Olanda e Svezia è dovuto, lì sì, agli arrivi dalla Siria; tuttavia, la nostra anomalia, sia sugli accoglimenti che sull’abbondanza di permessi umanitari, resta tuttora evidente.

E’ chiara dunque anche la resistenza di altri Paesi europei a farsi carico di quote di nostri profughi: perché noi, giusto o sbagliato che sia, siamo molto più di manica larga, e in particolare lo siamo sulla fascia “umanitaria”, quella che non avrebbe diritto di essere accolta in base alle sole norme internazionali ed europee, ma viene accolta per scelta politica nazionale. E quindi il messaggio è: volete essere un Paese generoso e accogliere non solo i perseguitati politici e i profughi di guerra, ma anche chi semplicemente emigra per cercare fortuna? Benissimo, ma noi non siamo della stessa idea, quindi fatelo coi vostri soldi e sul vostro territorio.

Concludendo, quando si parla di profughi si parla in realtà dell’insieme di quattro categorie: i rifugiati e i titolari di protezione sussidiaria (che siamo obbligati ad accogliere), i titolari di protezione umanitaria (che accogliamo per nostra volontà solidale) e i richiedenti asilo (di cui non sappiamo niente perché non abbiamo ancora valutato la loro domanda, ma che statisticamente, nonostante la “manica larga”, per quasi la metà risulteranno essere semplici immigrati clandestini). Bene, quali sono i pesi reciproci delle varie categorie? Lo dice l’Atlante SPRAR 2014 a pagina 32:

Quindi, secondo questi dati, meno di un quarto dei profughi attualmente ospitati in Italia sono persone verso cui abbiamo un obbligo legale di accoglienza; più di tre quarti sono persone accolte per scelta oppure persone in attesa di giudizio per la nostra inefficienza nel valutarne le domande. Basterebbe cambiare politica e/o migliorare l’organizzazione su queste due ultime categorie per cambiare radicalmente i numeri dei profughi in giro per l’Italia, anche a parità di sbarchi e nel pieno rispetto degli obblighi internazionali.

E con questo vi rimando alla prossima puntata, in cui cominceremo a parlare dell’accoglienza vera e propria: come funziona, cosa offre ai profughi e quanto costa veramente.

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venerdì 17 luglio 2015, 11:54

Profughi, tra mito e realtà

Con gli incidenti di Quinto di Treviso di ieri, l’arrivo in massa di disperati dall’Africa ha dimostrato di essere tuttora una questione tanto irrisolta quanto pericolosa e pronta a scoppiare – anche a Torino. Quando si parla di questi temi, gli animi si scaldano e ognuno ha opinioni piuttosto forti; eppure, in rete e tra la gente girano tante informazioni errate o distorte, sia pro che contro l’accoglienza.

Per questo motivo, prima di aprire una discussione su cosa dovrebbe fare lo Stato italiano, credo che sia opportuno dedicare un po’ di tempo a spiegare dettagliatamente chi sono i cosiddetti profughi e come funziona il sistema di accoglienza, in modo da permettere a ognuno di farsi una opinione documentata, precisando che quanto riporterò è il risultato di documenti ufficiali e di spiegazioni ricevute in consiglio comunale (cercherò di linkare le fonti dove possibile).

Per prima cosa, bisogna chiarire il significato esatto di termini come profugo e clandestino, che vengono usati a piene mani ma spesso a sproposito.

Un immigrato è una persona di cittadinanza straniera che risiede in Italia; può farlo grazie a un visto e/o a un permesso di soggiorno dato dallo Stato italiano. I cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di vivere ovunque in Europa senza bisogno di permessi di soggiorno e sono sostanzialmente equiparati ai cittadini locali, per cui i romeni, i bulgari ecc. non sono nemmeno più immigrati in senso stretto, come non lo sono gli italiani in Inghilterra o in Germania, almeno fino a quando la libera circolazione europea non sarà messa in discussione (come vuole fare Londra).

Gli immigrati, dunque, sono extracomunitari (cittadini di paesi non appartenenti all’UE) e si dividono in tre categorie:
- immigrati regolari, ossia persone che sono entrate regolarmente in Italia o comunque hanno ottenuto un permesso di soggiorno;
- profughi (anche detti rifugiati), ossia persone che sono entrate in Italia irregolarmente, ma che hanno il diritto di essere accolte e protette dall’Italia in base alle convenzioni internazionali sull’asilo politico, o che hanno presentato domanda per vedersi riconoscere tale diritto (in tal caso si chiamano richiedenti asilo);
- clandestini (anche detti immigrati illegali o irregolari), ossia chiunque non sia cittadino europeo e non ricada in una delle due categorie precedenti, e quindi non sia autorizzato a soggiornare in Italia.

Nell’immaginario collettivo i clandestini sono persone che attraversano la frontiera di nascosto o sbarcano sulle nostre coste, ma quasi mai è così; normalmente i clandestini sono ex immigrati regolari che sono stati espulsi o a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno, oppure persone a cui è stata respinta la domanda di riconoscimento come profugo, oppure persone arrivate qui con un visto turistico e poi rimaste dopo la scadenza.

In questo articolo io mi concentrerò sulla categoria dei profughi: chi sono i profughi? Il termine, nonché l’immagine riportata dai media, starebbe a indicare chi fugge da una guerra, da una persecuzione o da una catastrofe naturale che gli impedisce di continuare a vivere a casa propria, e quindi chiede ospitalità (“asilo politico”) a un altro Paese. La realtà, tuttavia, è molto più variegata.

Innanzi tutto, il modo per acquisire lo status di profugo è semplicemente chiederlo. Per questo motivo, in pratica nessuno in Italia è mai clandestino al suo primo ingresso, a meno che non lo voglia essere. Basta che l’aspirante immigrato, appena individuato alla frontiera o soccorso in mezzo al mare, dichiari di voler presentare domanda di asilo, e diventa immediatamente un richiedente asilo, equiparato in tutto e per tutto ai profughi compreso il diritto di venire accolto e di ricevere vitto, alloggio e corsi di lingua e di formazione; questo indipendentemente dal Paese di provenienza e dal fatto che si tratti di un Paese in guerra o in pace, democratico o dittatoriale, ricco o povero, perché le persecuzioni politiche, per cui è stato concepito questo sistema, possono avvenire ovunque.

Non è nemmeno necessario entrare fisicamente in Italia, basta arrivare alla frontiera con un qualsiasi mezzo di trasporto; spesso c’è un comodo ufficio predisposto apposta a ricevere le domande (per esempio questo è quello dell’aeroporto di Milano Malpensa). Difatti, a livello europeo sono di più i richiedenti asilo che arrivano in aereo, magari con un visto turistico di durata limitata, rispetto a quelli che arrivano coi barconi.

A questo punto, il richiedente asilo acquista il diritto di rimanere in Italia fino a quando la sua domanda non sarà esaminata, una operazione che tocca a “commissioni territoriali” che sono sopraffatte dal lavoro. In teoria, le domande dovrebbero ricevere una risposta, positiva o negativa, nell’arco di trenta giorni; nella realtà, ci vogliono dai sei mesi a un anno, e più aumentano gli sbarchi più i tempi si allungano. Nel frattempo, il richiedente asilo, indipendentemente dal fatto che la sua domanda di asilo sia credibile o meno, è a tutti gli effetti equiparato a un profugo, per cui da una parte ha diritto a essere accolto e ospitato, e dall’altra è una persona assolutamente libera; si trova legalmente in Italia e può andare dove vuole e fare quello che vuole, nessuno lo può trattenere.

Questo è, ovviamente, una prima fonte di guai; in questo modo l’Italia accoglie e ospita non solo i profughi veri e propri, come i siriani che scappano dalla guerra, ma anche persone che semplicemente scappano dalla fame e che vogliono venire in Europa per vivere meglio, e persino veri e propri delinquenti, come il senegalese che, ospitato a nostre spese in un centro profughi di Collegno, nelle scorse settimane ha accoltellato e rapinato otto donne nella zona ovest di Torino.

Ora, l’Italia è dentro la zona senza frontiere dell’accordo Schengen, per cui potreste pensare che i rifugiati girino anche per l’Europa. In realtà, un trattato europeo, il cosiddetto Regolamento di Dublino II (e il suo successore detto Dublino III), ha stabilito che l’unico stato europeo in cui una persona può chiedere asilo è il primo in cui è arrivato, che spesso è l’Italia; per cui, dall’estero ce li rimandano tranquillamente indietro a forza, a costo di ripristinare i controlli alle nostre frontiere, come hanno fatto sia la Francia a Ventimiglia che l’Austria al Brennero. Anzi, coi francesi c’è pure il dubbio che ci scarichino profughi a loro sgraditi che in Italia non c’erano mai stati, sostenendo che fossero arrivati prima da noi.

Bisogna però smentire il mito per cui “l’Europa non fa niente e ce li scarica tutti a noi”, che è semplicemente una scusa dei nostri governanti per scaricare il barile su qualcun altro. Basta guardare la tabella con i numeri delle domande di asilo presentate nel 2014 nei vari Paesi europei per scoprire che noi ne riceviamo fin un po’ meno di quanti ce ne toccherebbe in base alla popolazione, e che la Germania da sola ha ricevuto il triplo abbondante di domande rispetto a noi.

Quindi, ben venga la discussione (pompatissima dai nostri politici) sulla redistribuzione pro quota dei rifugiati tra i vari Paesi europei, soprattutto se i numeri degli sbarchi attraverso il Mediterraneo dovessero continuare ad aumentare, ma potremmo scoprire che se poi questo veramente venisse fatto a tappeto, non solo sugli sbarchi in Sicilia ma su tutte le altre rotte di accesso all’Europa, potremmo addirittura riceverne più di ora, anche considerato che i numeri degli accessi all’Europa dalla Serbia all’Ungheria (che non a caso vuol costruire un muro…) e dalla Turchia alla Grecia sono dello stesso ordine di grandezza di quelli via mare verso l’Italia.

D’altra parte, il regolamento di Dublino un po’ ci salva anche. Perché? Perché in Africa sanno benissimo che l’Italia non è proprio il posto migliore in cui fermarsi, e comunque vogliono magari raggiungere parenti e amici già accolti altrove, per cui spesso chi sbarca non vuole assolutamente presentare la domanda di asilo qui, cosa che lo costringerebbe a restare per sempre in Italia, ma vuole scappare per arrivare in qualche modo in Germania o in altri Paesi e presentarla lì.

Per questo, anche se nel 2013 (secondo il rapporto SPRAR 2014, che è una ottima fonte di dati ufficiali che userò diffusamente nel seguito) gli sbarchi in Italia sono stati 43.000, a cui vanno sommate parecchie migliaia di persone che entrano irregolarmente dai porti, dagli aeroporti e dalle frontiere di terra, le richieste di asilo presentate su scala nazionale sono state solo 27.000; gli altri, almeno altrettanti, hanno preferito scappare, rimanendo clandestini, per tentare di andare altrove; e sono quelli che si vedono, appunto, in cerca di passaggio a Ventimiglia o al Brennero.

Quanto sopra è solo una piccola introduzione al problema; ci sono ancora moltissime questioni di cui vi devo parlare. Ad esempio: quali sono i criteri per accogliere o respingere una domanda di asilo? Come funziona, quanto costa, quanto è efficace il sistema di accoglienza, ed è vero che “c’è gente che ci mangia”, e chi? Quanti sono i rifugiati, qual è il percorso che seguono nel sistema di accoglienza, e come vengono distribuiti sul territorio nazionale? Di tutto questo vorrei parlare nei prossimi giorni in altri post. Alla prossima!

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venerdì 3 luglio 2015, 11:51

Torino avrà il PEBA: un risultato a cinque stelle

Spesso si sente dire che il Movimento 5 Stelle sa dire solo “no”, che non fa mai proposte costruttive, che non è capace a dialogare con le altre forze politiche per ottenere dei risultati. Oggi vi racconto una storia che dimostra esattamente il contrario: il Movimento 5 Stelle è riuscito, dopo quasi trent’anni di attesa, a ottenere che la Città di Torino realizzasse il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), un adempimento previsto da una legge del 1987 a cui il Comune non aveva mai ottemperato.

Ovviamente, non è che la Città non abbia mai lavorato per eliminare le barriere; tuttavia, lavorando su questo tema nei primi anni di consiglio comunale, ci siamo resi conto che il problema è ben lontano dall’essere risolto, grazie anche a diversi cittadini e comitati di disabili che hanno preso a collaborare con noi.

Spesso, le barriere restano perché prevale la visione incurante di qualche architetto, come sulla copertura del passante ferroviario alla Crocetta dove le meravigliose pavimentazioni in ciottoli dei controviali li rendono inaccessibili a una carrozzina (già anni fa, con una interrogazione, riuscimmo ad escludere questa scelta per il resto della copertura). Alle volte le questioni sono organizzative: per esempio alla chiesa della Consolata le auto dei disabili non arrivavano perché non si sapeva come farsi abbassare il pilomat che blocca l’accesso dei veicoli non autorizzati alla piazza. Talvolta si tratta di problemi di competenza rimpallata, come quella farmacia che ha abbattuto le barriere fino al proprio ingresso, che però si trova sotto il portico di un caseggiato separato dal marciapiede da tre gradini. Spesso, poi, è proprio una questione di elusione delle norme: alle volte i commercianti che ristrutturano il negozio, pur essendo tenuti a eliminare le barriere, presentano un progetto senza barriere e poi lo modificano nella realizzazione rimettendo le barriere, tanto il Comune non manda mai nessuno a controllare. E poi non ci sono solo le barriere fisiche per le carrozzine; ci sono le barriere comunicative e sensoriali, quelle associate ad altri tipi di disabilità (per esempio i ciechi o i sordi).

Per questo motivo, ci siamo resi conto che una pianificazione è necessaria, per dare una sistematicità e una uniformità al processo di eliminazione delle barriere; e quindi, con l’aiuto del nostro Gruppo di lavoro Urbanistica, abbiamo preparato e presentato un anno fa una mozione che chiedeva la realizzazione del PEBA.

Dopo averla presentata, abbiamo scoperto che l’associazione Luca Coscioni e i radicali stavano avviando una petizione per chiedere la stessa cosa. E dato che a noi interessa innanzi tutto l’obiettivo, abbiamo deciso che era meglio unire le forze; abbiamo sospeso l’iter della mozione attendendo che venissero raccolte e presentate centinaia di firme, cosa che è avvenuta negli ultimi mesi. In questo modo, la nostra mozione è stata sottoscritta anche dal radicale Viale, che fa parte della maggioranza; e poi, in commissione, abbiamo accolto i suggerimenti di numerosi altri consiglieri sia di maggioranza che di opposizione, che hanno aggiunto altri punti utili alla mozione, aggiungendo anche le loro firme. A quel punto, visto il consenso generale, anche la giunta, prima ancora dell’approvazione dell’atto, ha cominciato a ragionare su come attuarlo.

In questo modo, siamo arrivati lunedì scorso in consiglio comunale con un sostegno generalizzato alla proposta di mozione, che è stata approvata all’unanimità. Tra i punti che abbiamo inserito, c’è anche quello per cui il piano dovrà essere elaborato coinvolgendo direttamente i disabili e tutti i cittadini, anche tramite il Web e strumenti innovativi, in modo da evitare lavori inutili e affrontare prima le priorità.

Ora il nostro lavoro è finito, e la palla passa all’amministrazione comunale, che dovrà stendere il piano e poi realizzarlo nel tempo. Continueremo comunque a fare fiato sul collo; resta la soddisfazione di avere dimostrato che, con una buona proposta e con la capacità di dialogare con le altre forze politiche, il Movimento 5 Stelle può smuovere anche questioni vecchie di trent’anni.

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