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giovedì 12 gennaio 2017, 09:28

Addio articolo 18, parliamo del futuro

Vedo in giro molte persone tristi o arrabbiate perché la Consulta ha bocciato la proposta di referendum sull’articolo 18, abrogativa nella forma ma di fatto propositiva, visto che mirava apertamente a reintrodurlo. Negli anni, “articolo 18” è diventata infatti una espressione di uso comune per dire una cosa ben precisa: divieto di licenziare per le aziende.

Eppure, al di là del fatto che le motivazioni della Consulta siano giuridiche e non politiche, io spero proprio che dell’articolo 18 non si parli mai più. Il problema che esso vorrebbe affrontare è importante, e, per essere chiari, non è il caso relativamente raro del dipendente mobbizzato e discriminato, che si può benissimo affrontare con la giustizia ordinaria; è invece la quantità enorme di italiani che perdono il lavoro senza grandi speranze di trovarne uno nuovo, se non, al massimo, una occupazione ultraprecaria e sottopagata; e in questo modo perdono tenore di vita o addirittura vedono messa a rischio la propria sopravvivenza.

Tuttavia, se questo accade, è per via di dinamiche economiche, in parte globali e in parte specificamente nazionali, che l’Italia non ha ancora saputo affrontare e risolvere appieno. Dunque l’idea che, in uno scenario in cui le nostre aziende chiudono per via di fenomeni epocali, il problema dell’occupazione si possa risolvere vietando alle aziende di licenziare è semplicemente folle.

E’ un’idea folle perché se le aziende non riescono a incassare più di quanto spendono prima o poi chiudono comunque, lasciando sul tappeto un numero di posti di lavoro probabilmente molto superiore a quello che si sarebbe perso se il problema fosse stato affrontato per tempo, e magari avendo bruciato nel frattempo montagne di denaro pubblico in ammortizzatori e sovvenzioni.

Ed è un’idea folle perché incentiva la mentalità per cui il posto di lavoro può esistere a prescindere da tutto, a prescindere dalla sanità del business in cui si lavora, a prescindere dall’efficienza aziendale, a prescindere dalle capacità e dalla produttività del singolo; il lavoro come prerogativa acquisita per diritto divino, sancita dagli articoli 1 e 4 della Costituzione.

E’ un peccato che l’economia se ne freghi della Costituzione e delle leggi degli uomini, quando esse la prendono dal lato sbagliato, cioè da quello degli effetti. L’economia è in effetti una invenzione umana, e dunque è assolutamente possibile modificarne per legge il funzionamento; purché, però, lo si faccia in maniera organica, costruendo un sistema in cui tutti gli ingranaggi funzionano insieme, e non prendendo un sistema basato su ruote dentate e ordinando per legge che l’ultima a sinistra diventi quadrata senza modificare le altre.

La vera questione che dovrebbe essere al centro del dibattito, infatti, è la fine del legame diretto tra lavoro e reddito, che ha caratterizzato la vita di tutti gli esseri umani più o meno da quando sono finiti il feudalesimo e la schiavitù.

Il capitalismo, specie quello più consumista degli ultimi cento anni, ha sfruttato al massimo questo legame, traendo la forza per crescere proprio dalla distribuzione di lavoro e quindi di reddito da spendere per alimentare l’economia, in un circolo virtuoso. Ma è ormai da qualche decennio che l’aumento di produttività e l’aumento demografico non vanno più di pari passo con l’aumento di posti di lavoro; e nonostante noi abbiamo rapinato il pianeta di tutte le risorse possibili, abbiamo concepito mille modi di farci anticipare i soldi dalle generazioni future, e ci siamo inventati ogni genere di nuova merce esistente e inesistente, alla fine la crescita della produzione non tiene più il passo della crescita della produttività e del numero di persone in cerca di lavoro, e non c’è più lavoro per tutti; e, stando a tutte le previsioni, non ce ne sarà mai più abbastanza per tutti, a causa del progresso tecnologico.

Non è certo una fine inattesa; per certi versi, da Marx in poi, molti la aspettavano da tempo. La soluzione più semplice, quella di ricevere da ognuno secondo le sue capacità e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, è tanto bella in teoria ma non pare funzionare nella pratica, perché perde di vista un parametro fondamentale: l’uomo è un animale utilitaristico e così come questo è bello quando lo motiva a darsi da fare, e con ciò a generare progresso per tutti, questo è meno bello quando si tratta di fargli venir voglia di lavorare anche per quelli che hanno poco o niente da dare alla società.

D’altra parte, io non credo che l’idea di riqualificare le persone, di trasformare tutti in geni della scienza o esperti massimi di qualche mestiere, sia una soluzione valida: può funzionare per un po’, ma non possiamo pensare che tutta l’umanità svolga lavori superqualificati, anche quando di lavori non qualificati non ci sarà più alcun bisogno. E nemmeno è pensabile che tutti guadagnino coltivando le proprie passioni e che la nostra società sia fatta al 50% da cantanti e pittori, almeno nel medio termine (magari nel lungo periodo, se tutto sarà completamente automatizzato).

E quindi? E quindi bisogna inventare qualcosa di nuovo; un sistema che garantisca reddito e sopravvivenza a chi non troverà più lavoro, mantenendo però una differenza di reddito e tenore di vita, rispetto a chi lavora, tale da motivare le persone a darsi da fare comunque.

Invece di attaccarci come un feticcio al mondo industriale del ventesimo secolo, di cui l’articolo 18 è un simbolo, bisogna allora parlare del futuro: del reddito di cittadinanza, ma più in generale dei tempi di lavoro, della percentuale di vita destinata ad esso, di come e quanto redistribuire la ricchezza sia in generale, nella società, sia all’interno delle singole aziende, in cui i lavoratori rimasti assumono un ruolo sempre più partecipe e imprenditoriale; bisogna parlare dello scopo per cui le aziende esistono, che non può più essere solo quello di creare valore di breve periodo per gli azionisti o peggio per i megamanager, ma deve comunque assumere una motivazione sociale; bisogna parlare persino dello scopo della vita umana, visto che da secoli l’uomo è definito e gratificato in buona misura dal suo lavoro.

Per tutto questo serve un pensiero innovativo, serve una leadership sociale, politica, morale, culturale che all’orizzonte non si vede da nessuna parte. Eppure, se non affrontiamo questi problemi, pensando di risolvere tutto imponendo per decreto il ritorno al ventesimo secolo, non ci aspetta altro che il disastro.

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lunedì 9 gennaio 2017, 19:46

A me, sinceramente, spiace

A me, sinceramente, spiace.

Spiace scoprire che il M5S non ha idea di quali siano i suoi valori fondanti, fino a ieri anti Europa e anti mercato, stamattina pro Europa e pro mercato, ma stasera di nuovo anti Europa e anti mercato, ma non per scelta propria, ma per “la reazione dei poteri forti” (ma se invece i poteri forti accettavano il Movimento, allora da oggi esso era felicemente liberista).

Spiace vedere il dilettantismo con cui la massima dirigenza a cinque stelle gestisce questioni fondamentali, rivendicando il potere decisionale tramite i plebisciti in rete e poi usandolo male, prendendo in giro e facendosi prendere in giro da chiunque, pensando di poterci poi sempre mettere una pezza con la propaganda, con gli slogan, con “è tutta colpa di qualcun altro”.

Spiace vedere che le votazioni online sono sempre un plebiscito bulgaro, persino quelle su questioni che apertamente spaccano la base nella discussione in rete: o i risultati sono taroccati, oppure la maggior parte dei pochi che ancora si prendono la briga di votare sono quelli che se Grillo mettesse ai voti il suicidio collettivo voterebbero comunque sì.

Spiace persino avere il sospetto che tutto questo fosse una questione di poltrone, di fondi, di paura che l’uscita di UKIP mettesse a rischio l’eurogruppo e le sue prebende, di “mettiamoci d’accordo così contiamo di più e abbiamo più soldi sia noi che voi”, e chi se ne frega di valori, programmi, obiettivi, promesse, qualsiasi cosa va bene se conviene.

In un partito normale, dopo una figura del genere qualcuno si dimetterebbe, e ci sarebbe una riflessione, una discussione dal basso, magari addirittura un congresso. Sarebbe persino l’occasione in cui tanti delusi e tanti neofiti potrebbero (ri)avvicinarsi al movimento, soffiare in esso nuova vita, portare idee e competenze, rilanciarne l’azione.

Ma non si può fare, perché questo metterebbe in dubbio le posizioni acquisite, la fila di gente spesso mediocre (in qualche caso pessima) che negli scorsi anni si è assicurata la poltrona, e che ora si immagina già ministro, presidente, sindaco, megadirigente pubblico.

E quindi, vai di slogan contro Rom… l’Europa ladrona, contro le banche e gli immigrati, contro il PD e i poteri forti, con ridicoli proclami celoduristi come “l’establishment è contro di noi” e “abbiamo fatto tremare il sistema”, qualsiasi cosa perché non si possa mai mettere in dubbio niente, non si possa mai chiedere conto di niente. E anche se così facendo alla fine non si vincessero le elezioni nazionali, senza dubbio vent’anni di seggi di opposizione e di qualche sindaco qua e là, con lauti stipendi pagati dai cittadini, saranno sempre assicurati.

Che amarezza…

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sabato 31 dicembre 2016, 08:59

La fine dell’anno è una bufala

Una discussione seria e approfondita sulle bufale che sempre più spesso popolano la comunicazione di massa è urgente e importante, ma sfortunatamente non è quella che si è sviluppata in questi giorni tra Grillo e il garante antitrust, che è solo l’ennesima battaglia di propaganda, quindi una bufala anch’essa.

La nostra società del consumo si basa da sempre sul marketing, che è l’arte di dire mezze bugie senza mai arrivare a una bugia intera, anche se poi spesso la bugia intera si dice lo stesso. La “post-verità” nell’informazione ne è solo la naturale evoluzione, e peraltro, già molto tempo fa, da Goebbels a Orwell, in molti ci hanno avuto a che fare.

Comunque, ho passato gli ultimi vent’anni a usare la rete per fare controinformazione rispetto alle manipolazioni dei giornali, per cui non dovete spiegare a me che siamo in fondo alle classifiche della libertà di stampa. Tuttavia, il fenomeno visto sulla rete italiana in questo ultimo paio d’anni è qualcosa di nuovo, incomparabile rispetto alle “linee editoriali” e agli articoli scandalistici della carta stampata (compresa persino la colonnina destra di Repubblica). E’ nuovo per sfacciataggine, è nuovo per sistematicità, è nuovo per diffusione, è nuovo per la completa anonimità dei suoi responsabili.

Io non ho mai visto alcun giornale pubblicare una bufala tipo quella che ho segnalato qualche giorno fa, quella della foto di un ponte crollato a Piacenza anni fa spacciata per un ponte della Salerno-Reggio Calabria crollato subito dopo l’inaugurazione di Renzi. Non si possono paragonare le interviste sdraiate dei telegiornali a una cosa del genere.

E dato che la moneta cattiva scaccia quella buona, se queste pratiche vengono ammesse come legittima forma di comunicazione, allora anche i giornali e la televisione, prima di scomparire del tutto per la naturale evoluzione tecnologica, ci si adegueranno completamente; e vivremo davvero dentro il libro di Orwell.

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venerdì 30 dicembre 2016, 08:44

Chavez al pomodoro

La Cassazione sancisce anche in Italia il modello anglosassone dei rapporti di lavoro – ovvero, l’azienda può licenziare semplicemente perché ritiene che tu non le serva più, e che quindi possa risparmiarsi il suo costo. E questo, che in una società dinamica come quella americana è spesso alla base della crescita e dello spirito di iniziativa, in una società vecchia e produttivamente obsoleta come la nostra è per molti l’inizio della fame.

Si potrebbe commentare a lungo parlando della crisi da troppo successo dell’economia capitalista, della fine del lavoro salariato e di altri fenomeni storici che stanno inesorabilmente portando al collasso il modello socialdemocratico alla base delle società europee.

Oppure si potrebbe commentare, come ho letto poco fa su una bacheca di Facebook, “E tutti d accordo PD sindacati massoni e falsi profeti!!La gente umile e onesta calpestata e sfruttata.Il popolo ha capito è sta capendo!!!”.

Il problema è proprio questo: che il “popolo” pensa di capire, perché le soluzioni semplici sono sempre affascinanti. E la soluzione semplice è che nessuno debba rimettersi in gioco tranne i politici, che se non trovo un lavoro è colpa del PD e non del fatto che non riesco a scrivere una frase in italiano compiuto, e che arriverà un nuovo regime che caccerà i corrotti e farà ricca “la gente umile e onesta” – che poi, non di rado, è quella che pensa di meritare duemila euro al mese senza fare niente e che si fa fare i lavori in nero appena può.

Capire davvero il nostro tempo è, temo, fuori dalla portata dell’italiano medio; e quindi, chiunque sia a sfruttare la situazione per arrivare al potere, rischiamo davvero un ventennio di chavismo al pomodoro, grida ai complotti plutomassonici e ghigliottine di Stato.

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giovedì 29 dicembre 2016, 14:35

Il divieto dei botti a Capodanno

Credo di poter parlare con una certa cognizione di causa della questione del divieto di botti a Capodanno, visto che in cinque anni da consigliere sono stato l’unico a intervenire puntualmente prima della fine dell’anno per sollecitare il rispetto del divieto, e dopo il capodanno per chiedere conto della sua applicazione. I botti di fine anno, infatti, sono un disturbo inutile non solo per gli animali ma anche per le persone che per qualsiasi motivo (malati, anziani…) non possono festeggiare e hanno bisogno di tranquillità, oltre che essere un pericolo per le persone (non solo quelle che li accendono).

Capisco dunque chi ci è rimasto male e anche chi parla di un complotto contro la sindaca pentastellata di Roma, ma le cose stanno in maniera un po’ diversa. I botti, difatti, sono legali, esattamente come il gioco d’azzardo; e proprio perché sono legali, il sindaco può imporre divieti solo se la legge glielo concede esplicitamente, o in alternativa lo può fare solo parzialmente (nel tempo e/o nello spazio) e solo per motivi gravi e urgenti legati alla salute pubblica.

In passato, sindaci di ogni colore (Fassino compreso) si sono appellati a questa possibilità per introdurre il divieto di botti sotto Capodanno, in una ordinanza o in un regolamento comunale, anche se quasi mai poi il divieto è stato fatto seriamente rispettare, viste le oggettive difficoltà; diciamo che si tratta più di una campagna di opinione (e, per i politici, del tentativo di accaparrarsi i numerosi voti degli animalisti).

Quest’anno, tuttavia, c’è stata una novità: una circolare del Ministero dell’Interno di tre settimane fa dice che il potere di un divieto in tal senso non sta nelle mani del sindaco, ma in quelle del prefetto, in quanto si tratterebbe di una questione di ordine pubblico legata a un evento unico e imprevedibile, e non di un problema di salute pubblica; se fosse un problema di salute pubblica, i botti sarebbero vietati sempre (dalla legge) e non solo a Capodanno.

La circolare di un ministero non ha valore di legge, ma quel che è successo è che le associazioni di categoria dei venditori di botti hanno impugnato al TAR Lazio l’ordinanza di Roma, chiedendo se l’interpretazione giusta della legge fosse quella dei sindaci o quella del ministero; e il TAR Lazio, che invece ha potere vincolante, ha deciso che potrebbe avere ragione il ministero, e quindi ha sospeso l’ordinanza in attesa di poter discutere dettagliatamente nel merito a fine gennaio.

Perché è stata impugnata solo l’ordinanza di Roma? Può darsi che ai pirotecnici stia antipatico il M5S, ma la cosa più probabile è che, dovendo scegliere (visti i tempi e i costi) una città in cui impugnare il provvedimento, essi abbiano scelto la capitale, sia perché è la prima città d’Italia e può fare da esempio, sia perché per legge il TAR Lazio è il “TAR supremo” e dunque la sua pronuncia prevarrebbe su quella eventualmente contraria di altri TAR in altre regioni. Insomma, questi sono onori e oneri di governare la capitale.

Non è chiaro se questa pronuncia renda automaticamente invalide anche tutte le ordinanze delle altre città, e comunque per ora è solo una sospensiva; magari a gennaio la pronuncia finale sarà opposta, e comunque c’è da aspettarsi un ricorso al Consiglio di Stato.

Per l’anno prossimo, sperabilmente, la questione legale sarà conclusa e sapremo se i sindaci hanno o no il potere di vietare i botti, e come (essendo in Italia, magari basta riscrivere l’ordinanza in modo diverso). Tuttavia, la soluzione vera è una sola, ovvero quella di cambiare la legge a livello nazionale, inserendo nella legge stessa la prerogativa dei sindaci di vietare i botti in occasione di determinate feste.

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martedì 20 dicembre 2016, 13:57

Dalla preistoria fino a oggi

Nella seconda metà del Seicento, il compositore religioso tedesco Joachim Neumann, ribattezzatosi Joachim Neander in onore del greco antico, andava a cercare ispirazione nella forra del fiume Düssel, una stretta gola lussureggiante intagliata tra le rocce.

Nel primo Ottocento la sua produzione fu riscoperta e gli venne intitolato quel tratto di valle.

Alcuni anni più tardi, nel 1856, in una piccola grotta sulle pareti della gola, degli operai ritrovarono delle strane ossa, che vennero consegnate a un professore della zona. Egli capì subito che si trattava di un fossile umano, ma l’accademia tedesca dell’epoca lo prese per cretino. Nel frattempo, l’intera gola, grotta compresa, venne cancellata dalla faccia della terra perché le pareti di roccia furono cavate e usate come materiale da costruzione.

Ci volle qualche decennio perché, grazie all’affermazione delle coeve teorie di Darwin, l’uomo di Neanderthal diventasse famoso in tutto il pianeta.

Nel Novecento i visitatori volevano vedere il luogo della scoperta, ma non esisteva più; fu solo edificato, pochi metri più in là, un simpatico museo didattico, pensato per i bambini ma molto utile anche all’adulto medio, che attualmente ospita anche una mostra sui quarant’anni dei Playmobil.

Solo negli ultimissimi decenni a qualcuno è venuto il dubbio di andare a setacciare i prati che si sono sviluppati a lato del fiume, sul terreno di scarto delle cave, e così ha ritrovato altri pezzi dell’uomo di Neanderthal, rimasti per altri 150 anni in mezzo ai residui.

Questo è il punto dove sono stati trovati; e le ricerche ancora continuano per estrarre il suo bravo corredo neanderthaliano, fatto di punte di selce, lance preistoriche, CD di Gigi d’Alessio e chiavi di Golf GTI nera.

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venerdì 16 dicembre 2016, 13:42

Sulla mia espulsione dal M5S Torino

Cari attivisti,

so che domenica sera, alla riunione cittadina, il primo punto all’ordine del giorno sarà la mia espulsione dal Movimento 5 Stelle di Torino. Domenica sarò in Germania e non mi sarà possibile essere presente di persona; per questo motivo ho pensato di scrivere qualcosa.

A proposito dell’espulsione in sé, sinceramente, fate come ritenete più giusto; non me ne importa granché. Anche se nel regolamento del M5S Torino non sono previsti requisiti di attivismo minimo per rimanere iscritti, io ormai ho altro per la testa. Mi dedico al mio nuovo lavoro, e per quanto mi dispiaccia un po’ che le mie energie, invece di essere dedicate alla mia città, vadano a vantaggio di una società privata straniera, devo però dire che tale società, con la sua causa globale di una rete più libera e aperta, se le merita tutte; e non c’è persona che incontri per strada che non mi dica che sto molto meglio adesso.

Nel tempo che mi rimane, continuo a fare il cittadino attivo, e credo di fare un buon servizio alla collettività proseguendo nel “fiato sul collo” a mezzo Internet che era il vanto del M5S delle origini, e che ho sempre fatto di mia iniziativa da ben prima che esistesse il Movimento. Solo, come l’ho fatto con Chiamparino e con Fassino trovo giusto farlo anche con Appendino, e senza sconti. Se il vanto del M5S di ieri è incompatibile con la partecipazione al M5S di oggi, amen: preferisco la fedeltà ai principi che quella ai simboli di partito.

Mi permetto però soltanto di segnalare una cosa. Trovo strano che in una città piena di problemi, dopo alcuni mesi di amministrazione a cinque stelle non certo esaltanti, la preoccupazione più urgente del M5S Torino sia espellere una persona che nei fatti già non partecipa più.

Credo che gli attivisti dovrebbero preoccuparsi di altro. Dovrebbero pretendere dal proprio movimento e dai propri eletti il rispetto del programma elettorale e delle promesse fatte prima del voto, ora tanto velocemente messe da parte. Dovrebbero pretendere coinvolgimento e partecipazione, invece di accettare a scatola chiusa le scelte della giunta. Dovrebbero pretendere il rispetto dei principi base tanto sbandierati dal Movimento 5 Stelle, a partire dal taglio degli stipendi, visto che sindaco, assessori e presidente del consiglio comunale continuano a guadagnare dai seimila euro al mese in su.

Dovrebbero preoccuparsi di poter andare per strada a testa alta, senza trovarsi di fronte a cittadini perplessi o arrabbiati che hanno votato Appendino per ottenere un cambiamento e ora vedono che poco o nulla sta cambiando. Dovrebbero preoccuparsi dei segnali evidenti di assimilazione del M5S alla mediocrità della politica italiana, dei primi arresti nel Movimento nazionale, del continuo cercare scuse, usare il marketing per negare i problemi, cercare traditori e nemici per sviare l’attenzione.

Io capisco che governare non sia facile, e sono anche convinto della buona fede e dell’impegno di molti degli eletti. Sono anche convinto però che il M5S abbia fatto delle scelte e ne debba rispondere a chi lo ha votato, tra cui il sottoscritto.

Per esempio, il M5S ha scelto una brutta strada quando ha messo la fedeltà davanti a tutto il resto, regalandoci momenti come quelli di questo video, con il presidente del consiglio comunale, la massima carica istituzionale della città, che non riesce nemmeno a leggere il numerale romano “II” contenuto nel nome di uno dei principali corsi cittadini.

Peggio ancora mi sento quando leggo di strane manovre sulle nomine o di lucrosi affari privati derivanti da generose concessioni della nuova amministrazione, o vedo sparate propagandistiche ridicole come quella di ieri. Peggio ancora mi sento se per il Movimento tutto questo va sempre bene, se tutto viene sempre difeso a prescindere solo perché viene da “noi”.

Quindi scusatemi se quando scopro queste cose ci resto male, mi arrabbio e mi sento anche un po’ in colpa, dato che ho comunque sostenuto la candidatura di Chiara fino all’ultimo, pensando che almeno l’onestà intellettuale e la trasparenza ci sarebbero state. Non mi diverto a criticare, a litigare in rete, a subire ondate di attacchi preconcetti e di fango personale, lo faccio solo perché spero di svegliare ancora qualcuno.

Fossi in voi, dunque, mi concentrerei sul vero compito della base di qualsiasi forza politica sana, che non è quello di applaudire e di farsi i selfie coi capi, ma quello di controllare e dirigere l’operato di chi rappresenta la base e i cittadini.

Comunque, nessuna decisione di partito potrà cancellare quasi dieci anni di lavoro al servizio della mia città e dell’ideale di un tempo, i tempi meravigliosi delle origini, lo spirito avventuroso ed entusiasta che fu, i dibattiti accesi su idee di democrazia diretta e di riforma sociale che forse erano ingenue e utopistiche, ma che avrebbero davvero potuto cambiare il mondo, se non fosse arrivato prima il potere che tutto vincola e tutto corrompe, insieme a tempi cupi che fanno presagire il peggio.

Spiace, ma spiace soprattutto che il tempo della rivoluzione sia passato, e che ora ne resti soltanto più la caricatura.

Buona assemblea,

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sabato 10 dicembre 2016, 13:37

Equitalia, che piacere

Stamattina mi sono messo a pagare le tasse di fine anno. Già che c’ero, ho controllato le mie varie posizioni; faccio così da quando ho scoperto che Equitalia aveva in serbo per me delle cartelle non dovute che io pensavo fossero state sgravate dal mio commercialista anni prima, e che invece secondo loro erano ancora dovute, ma senza avvertirmi; la volta che andai là a pagare 18 euro arretrati che dovevo alla Camera di Commercio, chiesi per curiosità l’estratto e venne fuori che esistevano ancora queste cartelle, che continuavano a maturare more in silenzio; e magicamente poco dopo cominciarono i solleciti.

Alla fine, oltre un anno fa, anche se io negli anni ho sempre pagato tutto ciò che il mio commercialista mi diceva, dopo anni di pratiche strazianti ho deciso di saldare la parte rimanente delle cartelle pur di togliermeli di torno, anche perché ormai erano passati otto anni, avevo chiuso la partita IVA da quattro, e non avevo voglia di andare avanti a rischiare il fermo della macchina e altri casini per qualche centinaio di euro.

Bene, secondo voi cosa risulta? Che una buona metà degli arretrati che ho pagato più di un anno fa secondo loro non sono mai stati pagati, e sono ancora lì che maturano more in silenzio, forse in attesa di qualche futura occasione per minacciarmi di sequestrarmi la macchina, pignorarmi la casa o altre robe così.

Ovviamente ho dovuto perdere un’oretta a spese mie per ricostruire tutti i passaggi e verificare che le somme che mi chiedono sono proprio quelle che ho già pagato, e adesso dovrò andare a rompere le scatole per fargliele cancellare del tutto.

Tra l’altro gli manderei un messaggio dal sito, ma dentro l’area riservata, in cui l’identità è validata dall’Agenzia delle Entrate o addirittura da SPID, non c’è alcuna possibilità di aprire un ticket. C’è invece una form di contatto da fuori, ma per autenticarmi devo allegare una scansione della mia carta d’identità, favorendo così ogni genere di possibili furti d’identità a mio danno. Geniale…

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venerdì 2 dicembre 2016, 19:32

Un referendum di distrazione di massa

Da diverse settimane volevo scrivere il mio parere sul referendum di dopodomani, ma non mi ci sono mai messo.

Il motivo è molto semplice: più ci penso e più ritengo questo referendum, se non del tutto inutile, comunque poco importante; un’arma di distrazione di massa.

Alla fine, infatti, non è la forma del procedimento legislativo il problema dell’Italia; i problemi dell’Italia sono economici e culturali, sono la mancanza di meritocrazia, le competenze decrescenti, la scarsa capacità di innovare, i bassi investimenti nelle persone, uniti a una carenza di posizionamento strategico del Paese sul mercato globale. Questi problemi, urgenti e vitali, non sono minimamente affrontati dal referendum.

Ma anche a chi invece è ancora convinto della centralità della politica e della Costituzione, io vorrei far notare che non sono le norme che fanno la democrazia. Certo, le norme hanno delle conseguenze, ma qualsiasi siano le norme ciò che ne determina l’effetto è la mentalità delle persone che sono chiamate ad applicarle.

L’Italia del futuro sarà più o meno democratica, più o meno costruttiva, più o meno competente, non per come sarà scritto questo o quell’articolo della Costituzione, ma per quanto saranno democratici, costruttivi e competenti i politici che la guideranno, dal governo e dall’opposizione.

In politica sono molto spesso le prassi non scritte, quelle delle cose che non sono illegali ma sono inopportune, a fare la democrazia; sono principi come il rispetto reciproco, il riconoscimento della legittimità degli altri, la capacità di dialogare e di arrivare a un compromesso.

E dato che ho visto continuamente calpestare questi principi da tutti, da Renzi come dal M5S e dai rottami del centrodestra, credo che l’esito di questo referendum potrà al massimo decidere se a sistemarsi al potere saranno ancora i renziani o piuttosto i vari giovani rampanti del M5S; ma, qualunque esso sia, non salverà certo l’Italia dal suo declino e dal suo degrado democratico e culturale.

Per questo, avendo avuto l’opportunità di andare via da Torino proprio in questi giorni, non mi sono stracciato le vesti all’idea di non poter andare a votare; e credo che saranno comunque in parecchi a non farlo, o a farlo di controvoglia, votando il meno peggio.

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sabato 26 novembre 2016, 15:37

Chi ha affondato Valentina

Ho cercato di evitare, ma, visto che continuo a leggere affermazioni a sproposito, vorrei darvi un parere tecnico sulle responsabilità del Comune nelle emergenze di protezione civile (aka “di chi è la colpa dei battelli andati alla deriva nel Po).

La legge, infatti, è molto chiara (D.L. 95/2012, art. 19): il responsabile massimo della protezione civile in un territorio è il sindaco, che deve occuparsi di approntare i piani di emergenza, di avvertire la popolazione in caso di pericolo, e di coordinare la gestione dell’emergenza e dove necessario i primi soccorsi.

In particolare, in caso di allerta meteo, la protezione civile nazionale invia l’allerta a tutti i sindaci; di lì in poi, è l’ufficio del sindaco che deve attivare tutto il resto della macchina comunale. Questo però avviene in maniera molto diversa a seconda delle dimensioni del Comune: se nel piccolo Comune il sindaco fa tutto lui, insieme giusto all’assessore e al vigile del paese, nel grande Comune il sindaco deve attuare una propria procedura di comunicazione, interna all’amministrazione comunale, affinché tutti si attivino per quanto di propria competenza.

Quindi, è impensabile che il sindaco di Torino si possa preoccupare personalmente di verificare se le finestre sono state chiuse in tutti gli edifici comunali o se, appunto, tutti i mezzi comunali sono stati ricoverati come opportuno in vista della tempesta in arrivo. Tuttavia, il sindaco e il suo staff non possono nemmeno starsene lì seduti e dire “ogni organo comunale penserà per sé”, ma devono attivarsi per sollecitare il resto dell’amministrazione a prepararsi e verificare che lo faccia.

Pertanto, per capire se le responsabilità sono del sindaco o della dirigenza GTT o dell’ultimo povero tapino di GTT che doveva materialmente assicurare le barche, bisogna capire dove si è interrotta la catena. La protezione civile ha avvisato il sindaco e/o l’assessore competente dell’allerta meteo? Il messaggio è stato ricevuto, e cosa ha fatto la giunta? Il sindaco o l’assessore hanno fatto un giro di telefonate a tutti i dirigenti comunali e a tutti i manager delle partecipate per dire “c’è una piena in arrivo, fate scattare i preparativi”? E i dirigenti a loro volta hanno attivato le strutture sotto di loro? Senza capire questo, è impossibile sapere se la responsabilità sia di Appendino, di Ceresa o di chissà chi altro.

La polemica politica in questi casi è normale: pensate a quante volte una pesante nevicata mal gestita dal Comune, con le strade non spazzate, ha provocato richieste di dimissioni di sindaco e/o assessore competente. L’importante è evitare di trovare scuse e di scaricare il barile, contando tra l’altro che il presidente di GTT Ceresa, fino a giugno fassiniano, ora è pienamente in sintonia con la nuova amministrazione e ne ha ricevuto la fiducia. Invece dunque di scontrarsi a colpi di slogan, bisogna capire cosa non ha funzionato nell’organizzazione, per evitare che succeda di nuovo.

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