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mercoledì 27 aprile 2016, 22:11

Quel che non si capisce

Come raccontavo su Facebook, oggi pomeriggio in consiglio comunale a un certo punto mi son trovato a fare opposizione da solo, e con la maggioranza al minimo: nonostante l’urgenza e l’importanza delle delibere in discussione, erano ventuno precisi e bastava un errore per fermare il consiglio, come in effetti poi è stato. Uscito il centrodestra, che fa ostruzionismo perenne senza un vero perché, si aspettavano di approvare tutto in un attimo; e invece io sono stato lì a pretendere che tutte le votazioni venissero fatte per bene, a intervenire sulla sostanza degli argomenti in discussione e in breve, semplicemente facendo il mio lavoro di consigliere di opposizione, a costringerli a stare lì a lavorare fin che non si sono incasinati da soli facendo finire la seduta.

Alla fine di tutto questo mi si è avvicinato un consigliere del PD, uno dei più ragionevoli con cui parlare, e mi fa: “Ma scusa, perché hai fatto tutto questo casino? Non vedi che tutti i tuoi colleghi di opposizione se ne sono fregati e ti hanno lasciato lì da solo, sono andati a farsi i cazzi loro in campagna elettorale. Il tuo partito non ti ha nemmeno ricandidato, l’assessorato non te lo danno, ti hanno trattato tutti a pesci in faccia, e tu sei qui lo stesso a rompere le scatole, invece potevi darci una mano o almeno potevi andartene a casa prima anche tu, tanto ormai che te ne frega?”.

Già, in effetti, che me ne frega? A ben vedere nessuno è in grado di capire una ostinazione pervicace nel rimanere fedeli a se stessi in un mondo come quello della politica italiana, un mondo in cui le persone spesso sono meglio di quel che si crede, ma comunque il cinismo è d’obbligo per sopravvivere; in cui tutti hanno un motivo ideale a cui si aggrappano, anche solo per potersi guardare ogni mattina allo specchio, ma allo stesso tempo tutti sono coscienti di dover pensare innanzi tutto a sopravvivere, tutti sanno che il loro primo nemico è il loro compagno di partito (non importa quale, fa lo stesso) che vuol fargli le scarpe per far carriera al posto loro, e che di fronte a questo tutto il resto passa in secondo piano, perché da nessuno ci si aspetta che faccia scelte diverse da quelle che gli portano il massimo ritorno personale qui e ora, e se lo fa è generalmente visto con compassione, come uno un po’ fesso.

Peggio ancora se la fedeltà è fedeltà a un’idea, a un concetto e a un progetto politico che forse non esistono più, o forse non sono proprio mai esistiti sul serio, in questo doppio binario continuo dell’ipocrisia politica in cui una cosa si dice e un’altra si pensa, una ipocrisia pervasiva e generalizzata che dev’essere nella natura degli esseri umani, specie se italiani, e che alla lunga monta come la panna e ti sommerge, e diventa difficile da tollerare, fino a toglierti il respiro e a farti svegliare ancora, ogni mattina in aula, con quel gusto in bocca che spesso sa della banalità del male, o perlomeno della futilità dell’orchestra che suona su un Titanic dal disastro imminente, in un Paese in cui per dare speranza e crederci davvero ci vuole tanto, troppo coraggio.

Lo ammetto, la domanda è pertinente: perché continuare a suonare per la storia anche quando il destino appare segnato? Forse è senso del dovere, o forse è solo senso, quello che ognuno di noi cerca per missione nella propria vita e, non esistendone uno oggettivo, finisce per darsi da solo. Il mio, credo, è servire le istituzioni (la patria, si sarebbe detto un tempo) fin che ciò mi è concesso, perché, in fondo, così è giusto fare; e se in questo dovessi trovarmi da solo, tra gente che pare non capire, la solitudine non sarebbe meno fredda, ma sarebbe comunque accettata.

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venerdì 15 aprile 2016, 10:49

Una giornata uuggiosa

È un po’ complicato spiegare come mai ho speso questi tre giorni in Polonia, un Paese la cui maggiore attrazione turistica è un campo di concentramento: certo non il massimo per attirare visitatori.

Comunque, avevo già preso il treno mercoledì, per andare a Lublino a vedere un altro lager famoso, quello di Majdanek; e chiedere allo sportello un biglietto per Lublin è facile. Il treno era nuovo nuovo, finanziato ovviamente dall’Unione Europea, pulitissimo, con tanto di wi-fi, prese di corrente e annunci bilingui; certo, dopo un’oretta si è piantato nel bel mezzo di una stazione nel nulla, in una Santhià polacca qualsiasi, e abbiamo dovuto attendere che trafelati ferrovieri di mezz’età dai baffoni stalinisti lo riavviassero due o tre volte: mezz’ora di ritardo. Il viaggio però è stato piacevole, verde sotto e grigio sopra, che il sole qui s’è visto solo in figura sulla livrea di treni locali di mezzo secolo fa, arrugginiti ma ripittati a nuovo per attirare i clienti come una coguara.

Diverso è, invece, recarsi allo sportello di Varsavia Centrale e riuscire a farsi dare un biglietto per Uugg-Vizzèff. Ho deciso di scriverlo come si pronuncia perché lo spettacolo d’arte varia di uno straniero che cerca di pronunciare Łódź-Widzew dev’essere uno dei primari divertimenti delle attempate impiegate della biglietteria, anche se loro se ne fregano e preferiscono concentrarsi nell’attesa delle loro antiche stampanti ad aghi. Comunque, io ci sono riuscito al primo tentativo, senza dover usare materiale scritto, e ne vado molto fiero.

Ora, se voi siete italiani conoscerete senz’altro Uugg-Vizzèff per un solo motivo: Vizzèff, difatti, è il quartiere di Uugg dove ha sede la principale squadra di calcio cittadina, protagonista di memorabili sfide europee con la Juve quando eravamo bambini. In realtà è piuttosto in periferia, tanto che fuori dalla stazione vi sembrerà di essere atterrati alla Falchera Nuova (in realtà l’intera Polonia, centri città compresi, sembra la Falchera Nuova: potere dell’urbanistica comunista). La stazione in centro città, che si chiama Uugg Fabbrica e già questo vi fa capire molte cose, è chiusa per rifacimento generale, per cui bisogna scendere qui e farsi un quarto d’ora di tram, comprando i biglietti a gesti dalla giornalaia.

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Avrete dunque capito perché sono venuto qui: Uugg fino a metà Ottocento era un piccolo villaggio agricolo, poi arrivarono le fabbriche e le ferrovie e diventò l’archetipo del capitalismo delle filande. Non c’è niente da vedere a Uugg, se non fabbriche ottocentesche parte in rovina e parte ristrutturate, e una lunga strada di begli edifici art nouveau decimati dai russi e dai tedeschi, nel senso che i bombardamenti ne hanno tirati giù nove su dieci e ora ti vedi uno di questi palazzi in mezzo a “rimpiazzi” comunisti nel suddetto stile da periferia popolare, dei casermoni nati dalla collaborazione ideale tra Le Corbusier e Stalin che potranno essere portati come prova al loro processo per crimini contro l’umanità.

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Comunque, per chi si interroga di politica ed economia vedere un po’ di luoghi del capitalismo otto e novecentesco è imprescindibile; si parte da New Lanark, dove nacque il capitalismo paternalista, e si finisce con Gary nell’Indiana, città natale di Michael Jackson e di due diversi premi Nobel per l’economia, ora ridotta a un raccapricciante deserto di rovine che ti fa pensare che se due diversi premi Nobel per l’economia non riescono nemmeno a salvare dalla distruzione la propria città natale allora vuol proprio dire che l’accademia economista moderna ha grossi problemi.

Anche la visita a Uugg è impressionante; in particolare io mi sono concentrato su Xsiesjuimuìn (ripeto, scrivo come si pronuncia e concludo che la pronuncia del polacco potrebbe essere considerata una tortura ai sensi della convenzione di Ginevra) che sarebbe una specie di grosso Villaggio Leumann in via di ristrutturazione; c’è un quartiere operaio fatto di case a due piani di mattoni rossi in cui gli operai potevano avere vasti appartamenti da 30 o 40 metri quadri per loro e i loro otto figli, inframmezzato da negozi aziendali in cui comprare il cibo; dall’altra parte c’è la fabbrica, un gigantesco monolite degli stessi mattoni rossi, immenso, enorme, sovrastato dall’orologio, il re indiscusso delle vite di migliaia di contadini inurbati a fare gli operai; e infine, su un lato, l’elegante palazzo neoclassico, bianco e pieno di statue, dove abitava il padrone.

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Questa è la parte recuperata; le case sono diventate appartamenti moderni, la fabbrica si è riempita di uffici, il palazzo è un museo che ospita la collezione di quadri che fu del padrone; ho cercato invano l’ipermercato autorizzato col decreto sviluppo ma qui non c’è, strano, bisogna dire a Lo Russo che qui non hanno capito niente di come si riqualificano le aree industriali.

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A fianco, comunque, ci sono ancora intere aree diroccate, in cui sopravvivono solo le facciate senza i tetti, e lì un paio di ipermercati li potrebbero ancora fare. Il contrasto, comunque, colpisce; il capitalismo crea e il capitalismo distrugge, e intere aree di Uugg sono discariche del capitalismo ottocentesco che il comunismo ha solo lasciato agonizzare (d’altra parte se qui ci fossero ancora i comunisti i polacchi oggi telefonerebbero ancora con il Sirio, e non credo che ne sarebbero contenti).

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Certo, però, questo è il posto giusto per riflettere sui cicli del capitale e del lavoro. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, la Polonia era la Thailandia del momento; gli investitori esteri, tedeschi e inglesi, insieme a qualche imprenditore locale, ebreo polacco, spostarono qui le fabbriche tessili che nei paesi europei più ricchi erano nate qualche decennio prima, delocalizzando per trovare un costo del lavoro più basso; e qui le poterono sistematizzare su scala enorme.

Qui, dunque, ogni mattone è sangue; perché le condizioni di lavoro nelle filande dell’Ottocento erano terribili, e tutti, compresi i bambini, lavoravano dall’alba al tramonto su macchinari primitivi e insicuri, con tassi di infortuni e di menomazioni altissimi. Oggi condizioni di lavoro del genere non si possono nemmeno più immaginare, grazie al movimento sindacale operaio socialista e comunista che si sviluppò nei decenni successivi; o meglio, non si possono nemmeno più immaginare in Europa, e quindi le abbiamo esportate in Asia.

Il recupero filologicamente corretto di queste antiche fabbriche, invece della loro demolizione e sostituzione con brutti fabbricati moderni, è anche un modo per onorare e ricordare questi sacrifici, e insieme l’eterna e sempre valida tenzone di punti di vista contrapposti sul progresso economico capitalista, per cui c’è chi ci vede più sfruttamento, più sacrificio ingiusto a vantaggio di pochi arricchiti, e chi invece ci vede più opportunità, più strumento che comunque dopo i sacrifici concede benessere e progresso un po’ a tutti (è su quell’ “un po’ a tutti” che si è attualmente incartata l’economia occidentale).

Dev’essere per questo che da noi si preferisce radere al suolo o al massimo convertire la fabbrica in ipermercato, e la produzione in consumo, come se ci potesse essere consumo senza produzione. Eppure anche noi abbiamo storie operaie terribili e dimenticate, per esempio quella delle fiammiferaie di Rocca Canavese; anche noi avremmo antichi luoghi di produzione da rendere nuovi.

Io mi rivedo spesso la scena di un consiglio d’amministrazione del Politecnico di metà anni ’90, in cui tutti i professori ingegneri da Zich in giù indicavano col dito gli antichi fabbricati delle officine ferroviarie da abbattere per costruirci il raddoppio, secondo un progetto di anonimi cubi mi pare di Gregotti, e fu uno strano asse tra me studente e Vera Comoli a premere per salvarne almeno una parte, quella dove oggi c’è l’Istituto Boella – e insomma, col senno di poi, avevamo proprio ragione. Ma quante robe industriali ottocentesche sono state tirate giù ancora in questi anni – stazione Dora, la più antica stazione ferroviaria di Torino, per dire – per lasciarne magari su un moncone, una beffarda ciminiera trasformata in reggi-insegna di supermercato?

La logica del soldo edilizio facile ha prevalso sulla memoria e sul suo significato, in un’orgia futurista di nuove economie sottili come una speculazione di Borsa. Eppure, più il mondo è globale e più chi non ha memoria e non ha identità è destinato a soccombere, a venire assimilato in un nulla di non-luoghi e di consumi da schiavo. Qui o altrove, vedere le fabbriche ci ricorda cos’è stata l’epopea dell’Europa industriale; e senza conoscerla, è difficile immaginare davvero un futuro.

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martedì 12 aprile 2016, 14:20

Di gatti e burocrazia

Questa è una piccola storia di cittadinanza attiva finita male. Riguarda gli animali, uno degli argomenti che più mobilitano l’energia e l’amore di tante persone, e riguarda la burocrazia comunale; un mix che spesso, come in questo caso, produce risultati kafkiani.

Dovete sapere che, secondo la legge, gli animali randagi sono di proprietà del Comune, che se ne deve occupare. Nelle città ci sono principalmente due specie di animali randagi: cani e gatti.

I cani sono in numero minore, ma, specialmente a Torino nord, stanno proliferando; si muovono in branchi e possono essere pericolosi anche per le persone, oltre che per gli altri animali, per cui vanno catturati, sterilizzati e, se impossibili da affidare, tenuti in canile (in realtà ci vorrebbe un recinto apposito che però la Città non ha mai costruito).

I gatti, invece, sono migliaia; sono innocui e vivono generalmente in colonie sparse negli angoli meno visibili della città. Il Comune dovrebbe comunque catturarli, sterilizzarli e poi rimetterli nella loro colonia, evitandone la proliferazione; in pratica, ogni colonia è affidata a una persona o associazione di volontari (le cosiddette “gattare”) che la mantiene a spese proprie.

Ci sono tuttavia delle situazioni particolari; per esempio, quando una colonia viene interessata da lavori edilizi – trattandosi spesso di luoghi semiabbandonati, succede di frequente – chi realizza i lavori è tenuto anche a garantirle un angolo in cui stare, sia durante che dopo il cantiere, o lì o in un’area adiacente. Per esempio, questo accade per il nuovo stadio Filadelfia, e accadrà per esempio al supermercato dell’ex Fiamca di cui abbiamo visto il progetto la scorsa settimana.

Alle volte, però, il Comune si dimentica di far applicare questa regola. E’ successo per esempio con un cantiere a caso, quello della Continassa II, ovvero l’enorme area agricola tra lo stadio e il mattatoio su cui la Juventus sta costruendo sede sociale, impianti sportivi, palazzi e negozi. Lì, accanto all’ex campo rom incendiato e poi sgomberato in tutta fretta, c’era anche una colonia felina; ma in quel caso anche i gatti furono fatti sgomberare, e furono portati dall’ENPA in un angolo appartato del parco Colletta, a cui si accede da una stradina sterrata che sarebbe il prolungamento di via Pindemonte, all’angolo più remoto del cimitero oltre via Zanella.

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L’ENPA, per chi non lo sapesse, è una grande ONLUS privata fondata nientepopodimenoche da Garibaldi nel 1871. A Torino, la locale sezione ENPA ha vinto la gara d’appalto per gestire i canili e gattili municipali, compresa la cattura dei randagi, per un importo di circa 1.400.000 Euro che il Comune le paga ogni anno; in più, il Comune le ha attribuito alcune decine di migliaia di euro per coprire i costi delle sterilizzazioni feline; e poi l’ENPA si finanzia anche con donazioni, lotterie e partnership commerciali. Solo che, stando a sentire le gattare, gli interventi dell’ENPA sui gatti sono molto limitati; in particolare, le gattare devono sterilizzare i gatti a proprie spese (cento euro ad animale) perché l’ENPA risponde di aver già speso tutti i soldi stanziati.

Lo stesso vale per le catture; quando la Città riceve una segnalazione di gatti randagi non gestiti o di gatti abbandonati che si lamentano o sono in pericolo, spesso non è l’ENPA, pur vincitrice dell’appalto comunale, a intervenire. Al contrario, i dirigenti comunali chiamano direttamente qualche altra associazione animalista, che, a titolo completamente volontario, va a recuperare un gatto su un tetto a proprio rischio e pericolo, magari all’una di notte sotto la pioggia. Queste associazioni, insomma, si fanno carico di attività che sarebbero di competenza del Comune e/o del suo appaltatore, ma che questi non fanno.

A questo scopo, questi volontari devono però dotarsi anche di strutture adeguate, in particolare per i gatti ex domestici poi abbandonati, che spesso non sono in grado di vivere da soli in una colonia o per strada (non di rado finiscono sbranati dai cani randagi di cui sopra). E così, sempre in quell’angolo di prato oltre il cimitero, nascono strutture private, a spese degli animalisti.

Già nel 2012, infatti, la Lega Italiana per la Difesa del Gatto aveva chiesto di poter usare quel pezzo di prato per ospitare gatti; il Comune rispose che il prato era disponibile solo fino al 2014, perché poi lì sarebbero partiti i cantieri per la costruzione della linea 2 della metropolitana (la barzelletta del secolo). Arrivato il 2014 senza alcun cantiere in vista, il Comune capitolò e concesse il prato all’associazione Gattagorà, in cambio di un canone agevolato di 420 Euro l’anno, pagato dalle gattare per poter fare il lavoro che toccherebbe al Comune.

In teoria, l’associazione doveva usare quello spazio per ospitare una precedente colonia felina già sgomberata, una dozzina di gatti che la signora dell’associazione teneva a sue spese in casa propria. In pratica, però, il Comune disse: noi dobbiamo sgomberare lo Scalo Vanchiglia per far partire i lavori della Variante 200, non sappiamo dove mettere i gatti, non è che ve li prendete voi? Idem per i gatti della Continassa, che, messi nelle adiacenti cuccette dell’ENPA senza alcuna protezione e presto abbandonati a se stessi, erano via via preda dei cani randagi; e per i gatti sgomberati dal campo rom abusivo di lungo Stura Lazio, in cui uno zingaro li teneva chiusi e ammassati in una gabbia in condizioni orrende, ricattando le associazioni animaliste e pretendendo soldi per sé per permettere a loro di alimentare i gatti.

E così, la signora, dopo aver affittato a proprie spese il terreno e aver costruito a proprie spese le casette, invece di metterci i gatti che aveva in casa se ne prese degli altri; e quelli che non ci stavano lì, li mise a pensione in altre strutture private, sempre a proprie spese; mentre gli operatori edilizi che dovevano in teoria, secondo le regole, farsi carico del mantenimento dei gatti durante il cantiere se ne sono potuti tranquillamente lavare le mani. In questo modo la signora, pensionata, ha accumulato circa ventimila euro di debiti che non sa più come pagare.

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Pensate che sia finita qui? Ma neanche per idea: perché dopo aver costruito a proprie spese le casupole per ospitare i gatti e la relativa recinzione, necessaria per proteggerli dagli assalti dei cani, nel prato di via Pindemonte si presentano i vigili. “Signora, lei ha tutte le concessioni edilizie a posto per costruire le casette sul prato?” “Ma guardi – risponde la signora – io ho solo messo una base di autobloccanti per non sprofondare nel fango, le casette sono prefabbricate e rimovibili, sono solo appoggiate.” “Eh no, signora, vede? Lei ha fatto la recinzione, e per far tenere la recinzione nella terra ha fatto per ogni palo una piccola base di cemento di 3×3 cm piantata nel prato, quindi questa è un’opera fissa, quindi lei non ha il permesso e ha compiuto un abuso edilizio! Quindi multa, ordinanza di demolizione, si vergogni!”

“Non solo, ma lei, signora, aveva chiesto il prato per ospitare una colonia felina, e invece lei ha fatto un gattile, perché c’è la recinzione!” “Ma scusi, ma qui è pieno di cani randagi che attaccano i gatti, se non metto la recinzione li trovo tutti morti, e poi questi sono domestici, non possono sopravvivere liberi, li troverei tutti spiaccicati su corso Regio Parco!” “Non importa, le norme dicono che se c’è un passaggio sempre aperto per far uscire i gatti è una colonia felina, altrimenti è un gattile e dovrebbe avere l’autorizzazione dell’ASL, lei ce l’ha l’autorizzazione dell’ASL?”

Dopo un dialogo di questo genere, la signora, coi suoi ventimila euro di debiti contratti per fare il lavoro del Comune e dell’ENPA, si è un po’ alterata e un po’ disperata. Alla fine ha contattato altre associazioni, che hanno contattato i consiglieri, e così siamo andati in sopralluogo, assistendo a un surreale confronto tra due gentili funzionarie del Comune, che citavano norme e regolamenti contestando questo e quello, e questa signora in tuta sporca di fango che vuole solo un gran bene ai suoi gatti; con contorno di qualche consigliere comunale notoriamente provocatore che diceva alla signora “se lei vuol fare del volontariato sono affari suoi, nessuno l’ha obbligata a farsi carico dei gatti, se non ce la fa li abbandoni al loro destino”. E ovviamente se ci sono delle norme si devono rispettare, ma che una recinzione in un prato a trecento metri da qualsiasi strada o forma di vita sia il primo abuso edilizio da contestare a Torino fa veramente dubitare delle priorità dell’amministrazione comunale.

Ora, forse, siamo riusciti a far calare un po’ di buon senso su questa storia; l’associazione animalista presenterà una relazione su quanto costruito e si impegnerà a sottoporre preventivamente ulteriori progetti, e l’amministrazione farà in modo di regolarizzare quanto c’è, anche se non si sa come farà la signora a pagare i suoi debiti.

Resta la sensazione, rimettendo insieme tutti i pezzi, di aver toccato con mano come funziona spesso lo Stato italiano: forte coi deboli, e debole coi forti; pronto a sfruttare la buona volontà dei cittadini, salvo poi scaricargli addosso i problemi che dovrebbe risolvere lui.

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sabato 2 aprile 2016, 12:58

Se falliscono gli Stati

Una delle conseguenze collaterali dei recenti attentati di Bruxelles è stata la ridicolizzazione del Belgio su scala globale. Praticamente tutte le nazioni sviluppate, difatti, hanno subito prima o poi su di sé i colpi del terrorismo; nessuna, però, aveva mai fatto la figuraccia di annunciare tutta tronfia (in maniera peraltro apparsa da subito imprudente) di aver debellato una cellula terroristica sul proprio territorio, peraltro mettendoci dei mesi per “scovare” uno che se ne stava più o meno nascosto a casa sua, per venire poi colpita così pesantemente subito dopo dagli altri membri della stessa, reagendo con lentezza e confusione.

Il secondo attentato nella metro è avvenuto a un’ora dal primo all’aeroporto, ma pur sapendo bene che questi attacchi arrivano a raffica nessuno stop di emergenza dei bersagli più ovvi era stato pianificato o approntato; nei giorni successivi sono emersi numerosi episodi imbarazzanti, dal presunto terzo uomo arrestato e poi rilasciato e poi arrestato di nuovo alle perquisizioni notturne vietate per legge, fino al capo della polizia che si presenta ubriaco alla riunione di emergenza; e l’aeroporto è tuttora ancora chiuso per via di una lite sindacale tra polizia e governo (!) perché i poliziotti hanno paura (!!).

Ma non è finita qui, perché lo stato belga ha da molto tempo una lunga tradizione di paralisi e inefficienza. Qualche anno fa il Belgio è rimasto per quasi due anni senza governo per via dell’impossibilità di costruire una alleanza sufficientemente solida per governare, al punto che Grillo usava questo episodio come prova dell’inutilità dei governi; e quanto all’incapacità della polizia belga, basta pensare al clamoroso caso di Marc Dutroux. Per cui, pur con tutta la simpatia e la solidarietà per i belgi e la difficoltà di fare un discorso del genere venendo da uno Stato quasi altrettanto inconcludente come quello italiano, non si può che concludere che il Belgio attuale ha un grosso problema, e che è un problema strutturale.

Ci si può chiedere come sia possibile che la capitale d’Europa stia in uno Stato del genere; in realtà è proprio per la debolezza del Belgio che la capitale europea è stata messa lì, a metà tra mondo francese e mondo germanico. Gli stati deboli, insomma, esistono anche perché fanno comodo a quelli più forti, e questa non è certo una novità.

E’ una novità, tuttavia, il fatto che con la globalizzazione uno Stato debole possa provocare danni e rischi a valanga all’intero pianeta. Per questo gli americani hanno cominciato da qualche tempo a parlare di “failed states”, anche se per loro questa è soprattutto una scusa per giustificare gli interventi funzionali alle loro strategie imperialiste. Eppure, il problema che sollevano è corretto.

La ragione fondante che giustifica la creazione di uno Stato, difatti, è stabilire e garantire l’ordine pubblico, attraverso l’esercizio del monopolio legale sull’uso della forza e sulla definizione delle norme a cui tutti si devono attenere. Negli ultimi duecento anni gli Stati hanno assunto sempre nuovi compiti sociali e organizzativi, ma essi non sono possibili se alla loro base non c’è il monopolio dell’ordine pubblico. Uno Stato con tante fantastiche attività di integrazione, di servizio ai cittadini e di redistribuzione della ricchezza può essere una bella Ferrari, ma se non garantisce l’ordine pubblico è una Ferrari senza le ruote: non va da nessuna parte e non serve a niente, fin che non arriverà qualcuno con un carro attrezzi e se la porterà via.

La storia dello scorso millennio è la storia della progressiva formazione di Stati sempre più forti, che via via hanno sottratto il potere alle chiese, ai predoni, alle città murate e ai capetti feudali, costruendo un ordine sempre più stabile fino al trionfo degli Stati nazionali e infine a un’era di pace e stabilità (in Occidente) incredibilmente lunga. A seguito di questo processo storico, a tutti sembrava ovvio che il prossimo passo fosse l’ulteriore integrazione degli Stati in un unico ordine pubblico mondiale. Eppure, a ben vedere, quello degli stati falliti è un segnale per cui questo prossimo passo potrebbe non essere affatto ovvio.

Il potere degli Stati, peraltro, è da tempo sotto attacco anche su molti altri fronti. E’ sempre più evidente come scelte fondamentali per il futuro dell’umanità non attengano più alla sfera della politica, ma a quella dell’economia; esistono ormai molte multinazionali più potenti degli Stati, talvolta vere e proprie monarchie con una efficiente struttura gerarchica e molte più risorse a disposizione rispetto alle casse pubbliche sempre più vuote di tutti gli Stati. Anche la legittimazione popolare data dalla democrazia è spesso in crisi, risultando in un crescente astensionismo, in leader di fatto scelti da pochi e talvolta nemmeno votati dal popolo, nella sfiducia di molti verso le istituzioni. Uno Stato, poi, può esistere (almeno nell’accezione attuale) solo se possiede e difende un territorio e se sa distinguere tra i propri cittadini e il resto dell’umanità; e i fenomeni migratori stanno sempre più dimostrando l’incapacità, forse persino l’impossibilità, di garantire questi requisiti di base in parecchi Stati europei.

Se tutto questo ricada nella sfera dei normali ostacoli al progresso sociale dell’umanità, o se invece possa essere il preludio a un futuro un po’ diverso da quello in cui speravamo, non è ancora dato sapere; certo, gli scricchiolii dell’ordine mondiale basato sugli Stati nazionali sono sempre più evidenti.

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martedì 29 marzo 2016, 10:21

Breve guida di Tokyo per occidentali

Qualche giorno fa, una coppia di amici mi ha raccontato che per lavoro presto andranno per una settimana a Tokyo. Il Giappone è un posto meraviglioso, ma quando ci sono stato l’ultima volta (era l’agosto 2014) non vi ho raccontato niente di niente, perché il 2014 è stato un anno orribile; non a caso il 4 in Oriente porta sfortuna.

Quindi, avevo pensato di mandare una mail ai miei amici con qualche consiglio, ma alla fine mi son detto: perché non pubblicarlo sul blog in modo che possa essere utile a tutti? Ed eccoci qui; giusto per farvi venir la voglia di mettere da parte i soldi (meno di quelli che pensate) per poterci andare anche voi.

1) Orientamento generale. Tokyo è una megalopoli compressa tra le montagne e il mare, e anche solo a guardare una cartina vi verrà paura: non ci si capisce niente. Per riuscire invece a capirci qualcosa vi conviene immaginare Tokyo come un cerchio tagliato a metà da una riga in orizzontale; il cerchio è la ferrovia circolare Yamanote, la riga orizzontale è la ferrovia Chuo. Ecco qui sotto (grazie al fantastico sito Japan Guide, che raccomando caldamente) una rappresentazione schematica del tutto, con la Yamanote in verde chiaro e la Chuo in giallo; dove vedete scritto Tokyo si trova la Stazione di Tokyo, punto di riferimento che però non è più “centro di Tokyo” di quanto non lo siano Shinjuku o Shibuya.

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Infatti, Tokyo non ha un centro ma ne ha molti; quasi tutti però si sono sviluppati attorno a una fermata della Yamanote, per cui l’entry level dello spostarsi è prendere la Yamanote nella direzione più breve (scegliendo quella opportuna, perché l’intero giro richiede più di un’ora) e scendere alla fermata giusta. La Chuo permette di tagliare a metà il cerchio risparmiando tempo, e prosegue a ovest verso Mitaka (museo Ghibli). Se riuscite a collocare mentalmente i vari quartieri lungo la Yamanote o rispetto al cerchio, diventa molto più facile non sentirsi completamente perduti.

2) Aeroporti. Se potete scegliere e non c’è tanta differenza di prezzo, è meglio un volo da/per Haneda invece che da/per Narita. Haneda è “in città” (per le dimensioni di Tokyo) e ha una stazione ferroviaria metropolitana da cui partono treni per il centro, con cambio a Shinagawa per la Yamanote, oppure la monorotaia che va direttamente fino ai margini del centro; Narita è fuori (cioè, molto fuori) e ci vuole il treno veloce dalla stazione di Tokyo. Inoltre, Haneda è dal lato sudovest mentre Narita è a est, quindi se voi state nella parte sud o ovest della megalopoli, compresa la fascia costiera fino a Kawasaki e Yokohama, è facile che Haneda vi risparmi un’oretta buona di viaggio.

3) Trasporti. Lasciando perdere i bus (all’auto non pensateci neanche), ci sono tre reti di trasporti separate, cioè le ferrovie di superficie (Japan Rail East o in breve JR), tra cui Yamanote e Chuo, e due diverse reti di metropolitana (Toei e Tokyo Metro), più altre ferrovie indipendenti minori nelle periferie; allego la piantina del 2014, solo della zona centrale della megalopoli, giusto per capire quanto sia facile impazzirci (clicca per ingrandire; la Yamanote è la righetta tratteggiata bianco-grigia).

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Ciascuna rete di trasporti ha i propri biglietti separati, con un prezzo che cambia con la distanza (non esistono biglietti singoli a tempo), validi solo su di essa, anche se, se ben ricordo, le due metro permettono di comprare biglietti integrati tra loro, e lo stesso accade con qualche ferrovia minore; per esempio la ferrovia Keikyu, che collega Haneda ma non appartiene a nessuna delle tre reti principali, fa i biglietti integrati con la metro Toei linea Asakusa. Salvo sviluppi in questi due anni, non esistono giornalieri pratici (ci sono, ma sono cari e comunque sono solo per la metro, non per la JR, quindi hanno senso solo se pianificate di fare molti viaggi in un giorno e li concentrate su una sola rete), per cui quasi sempre si finisce per fare ogni volta il biglietto singolo, al massimo dotandosi di una tessera prepagata (Pasmo o Suica) se pensate di usare molto i mezzi.

Guardando la cartina avrete capito perché tutto sommato cavarsela con Yamanote/Chuo + piedi ha senso, ma noi comunque abbiamo preso la metro senza problemi quando è servita; tra i punti turistici non vicini alla Yamanote ci sono il tempio di Kannon a Asakusa, il Tokyo Skytree, Roppongi, l’isola di Odaiba e il mercato del pesce Tsukiji.

4) Prendere il treno. Le diverse linee metropolitane JR sono identificate da un colore diverso sui treni e sui cartelli, inoltre c’è scritto anche in inglese il nome della linea e la direzione; in generale le linee sono identificate da nomi e non da numeri, anche se poi le fermate della metro sono identificate con una lettera della linea e il numero progressivo. In pratica, per prendere il treno o la metro (se non avete una tessera prepagata) cercate le macchinette, inserite il nome della stazione di destinazione e fate il biglietto; poi nella metro seguite le classiche indicazioni, mentre nelle stazioni JR cercate il binario assegnato alla linea e direzione che volete, che è fisso e ben indicato; anche sulle ferrovie di superficie i treni passano continuamente. Se per caso non siete sicuri della tariffa, potete pagare per una distanza minima e poi pagare la differenza all’uscita, prima dei tornelli; ci sono apposite macchinette automatiche anche per questo, visto che spesso neppure i giapponesi ci azzeccano al primo tentativo.

Attenzione perché su certe linee (anche di metro, es. la Asakusa) non tutti i treni fanno tutte le fermate; in questo caso ci sono solitamente dei display elettronici o meccanici con l’elenco delle fermate successive, e un pallino acceso accanto a quelle che il prossimo treno farà. La Yamanote comunque le fa sempre tutte, mentre la Chuo ha la versione che fa tutte le fermate e va a Akihabara (gialla) e quella espressa che ne fa solo alcune e va alla stazione di Tokyo (arancione).

5) Mappe e indirizzi. La mappa di Tokyo è mostruosamente complicata; se avete una guida turistica avrà delle mappe delle varie aree, se no c’è Google Maps, dove però non tutto è reperibile inserendo il nome in caratteri occidentali anziché in giapponese. Adesso c’è anche Here Maps con le mappe scaricabili; non ho idea di quanto siano valide le sue mappe del Giappone, ma può essere una buona cosa installarselo, specie se non avrete la connessione dati.

In Giappone le vie non hanno un nome, a parte i corsi principali; negli indirizzi c’è il nome della municipalità, quello del quartiere, poi il numero dell’isolato o zona interna al quartiere (“chome”, ogni quartiere è diviso in un piccolo numero di chome che sono indicati sulle mappe, es. Asakusa 1, Asakusa 2 ecc.), poi il numero del palazzo nella zona, individuabile su una cartina affissa per strada all’ingresso del quartiere, e poi il numero dell’appartamento nel palazzo, es. “Asakusa 2-7-24”; in pratica gli indirizzi sono inutili e vi conviene avere una mappa e i punti di interesse marcati sopra già da prima.

6) Parole utili per orientarsi leggendo i nomi dei luoghi. Eki = stazione, dori = corso, hashi/bashi = ponte, ji = tempio, koen = parco, kawa/gawa = fiume, ko = lago, yama/san = monte, jima = isola, minato = porto; shin = nuovo (indica anche l’alta velocità per i treni); ku = municipalità, cho = quartiere, chome = zona numerata del quartiere; kita = nord, higashi = est, minami = sud, nishi = ovest, chuo = centro, mae = davanti; ichi = 1 (itchome = zona 1), ni = 2, san = 3, shi = 4, go = 5. Quindi la fermata della metro “Nishi-Shinjuku-Gochome” è per la zona 5 del quartiere di Shinjuku Ovest. Facile no?

7) Cose da vedere divise per stazione della Yamanote in senso antiorario. Stazione di Tokyo -> palazzo imperiale e giardini; Yurakucho -> Ginza, centro di uffici e negozi (es. showroom della Sony); Shimbashi -> per il mercato del pesce; Shibuya -> vita notturna e Love Hill; Harajuku -> shopping trendy per giovani da un lato, tempio Meiji dall’altro; Shinjuku -> negozi e grattacieli; Ueno -> parco e musei, più zona di ristorantini a sud della stazione; Akihabara -> centro dell’elettronica e degli appassionati di anime/manga. Più i posti non sulla Yamanote detti prima. Se avete una mezza giornata, si può fare da Shinjuku a Shibuya via tempio Meiji a piedi.

8) Cose da prenotare dall’Italia. Quando siamo andati noi, il Tokyo Skytree aveva appena aperto e per salire in cima bisognava prenotare con molto anticipo, anche se online serviva una carta di credito giapponese e abbiamo rinunciato. Poi c’è il museo Ghibli, che anche se concepito per i bambini è comunque una esperienza indimenticabile per gli amanti di Miyazaki: conviene comprare i biglietti prima di partire, perché è più facile trovarne disponibili; li potete comprare dal JTB di Milano, ve li mandano a casa col corriere, ogni primo del mese vendono quelli per i quattro mesi successivi, quindi bisogna muoversi al momento buono. Se andate al Ghibli, scendete a Mitaka e prendete il pullman apposito davanti alla stazione (oppure venti minuti a piedi), ma il consiglio è, al ritorno, di non prendere il pullman ma attraversare a piedi il magnifico parco Inokashira e riprendere il treno a Kichijoji.

9) Gite fuori porta da Tokyo. A parte il classico giro alla quinta stazione del monte Fuji – che peraltro è un piazzalone a mezza costa con dei ristoranti attorno, alla fine il Fuji è meglio da lontano a meno che non vogliate fare tutta l’ascesa a piedi fino in cima – e a Hakone e relativo lago, dal lato sudovest c’è Kamakura che vale la pena di vedere, tra templi zen, grande buddha e tempietti magnifici nel bosco sulla collina, più la spiaggia se volete; ci arrivano due linee JR, dalla stazione di Tokyo o da Shinjuku entrambe via Yokohama; per i templi conviene scendere a Kita-Kamakura, che come ormai saprete vuol dire “Kamakura Nord”. L’altra possibilità è Nikko, altro centro di bei templi antichi; è un po’ più lontano (la gita richiede praticamente un giorno intero) ma c’è un treno diretto da Shinjuku, oppure con JR treno veloce fino a Utsunomiya e poi linea locale. Nel caso, raccomando l’ottimo Hyperdia, che permette di cercare orari e prezzi dei treni in inglese inserendo i nomi delle stazioni in caratteri occidentali.

10) Onsen. A meno che non siate allergici all’acqua, provateli. I punti base sono: uomini e donne separati (salvo eccezioni specifiche e piuttosto rare), vietati i tatuaggi, ci si lava accuratamente prima di entrare stando seduti sugli appositi sgabelli, si entra completamente nudi senza alcun asciugamano o pudore, non si nuota e non si schizza ma si sta fermi e zitti dentro. Se poi vi portassero in un bel centro termale in zona Fuji con le pozze all’aperto… fantastico.

11) Telefono. I nostri cellulari funzionano senza problemi, ma se volete la connessione dati senza spendere un patrimonio consiglio un servizio come BMobile, che permette di prenotare una SIM dati giapponese e farsela consegnare in albergo il primo giorno. Altrimenti, noi siamo andati avanti tranquillamente senza connessione dati, usando solo il wi-fi dell’albergo la sera, ma ci eravamo preparati in anticipo con le mappe stampate e le informazioni necessarie.

12) Acquisti. Akihabara è il regno per anime e manga, dove troverete interi palazzi dedicati a vendere fumetti, DVD, accessori e persino costumi per cosplay, con tanto di gigantografia di ragazzine anime in vesti succinte affissa sull’intera facciata del palazzo alta otto piani; e sì, ci sono i maid café con le ragazze in strada che ti invitano.

Per l’elettronica e la fotografia, Akihabara è il centro principale ma anche Shinjuku si difende bene. In particolare ci sono tre grandi catene (Yodobashi, BIC Camera e LABI/Yamada Denki) e tutte hanno sedi enormi in entrambi i posti. Alla fine io in Giappone ho comprato un obiettivo Tamron per la mia mirrorless, risparmiando circa il 30% sul prezzo italiano (col passaporto ti scontano anche le tasse); il prezzo migliore era allo Yodobashi di Shinjuku (sedi diverse della stessa catena possono avere prezzi diversi). Peraltro lo Yodobashi di Shinjuku è talmente grande che occupa due palazzi diversi, in uno ci sono le compattine e nell’altro la roba seria…

Attenzione però che i negozi giapponesi si rifiutano di vendere agli stranieri le macchine fotografiche compatte, per combattere le importazioni parallele; i grandi negozi hanno un angolino triste riservato ai turisti, in cui a te turista vendono le stesse macchine al 30% in più; non so se valga anche per i corpi macchina di fascia alta.

13) Soldi. Sorprendentemente, i giapponesi usano pochissimo le carte e molto i contanti, anche nei distributori automatici, e in più diffidano delle carte occidentali: dovete girare coi soldi. Due anni fa, l’unico posto dove si riusciva a prelevare da un automatico con le carte italiane col chip erano gli uffici postali, e solo con la carta di credito; c’erano problemi di circuito che spero nel frattempo siano stati risolti. Le carte di credito occidentali sono accettate solo nei grandi magazzini, negli alberghi e nei ristoranti di medio-alto livello.

14) Comunicare e interagire. L’inglese è abbastanza inutile, a parte qualche struttura turistica non lo parla quasi nessuno, anche se molti lo capiscono, ma non si osano rispondere in inglese. Sorridete molto, ringraziate con l’inchino e usate i gesti, i giapponesi sono comunque estremamente cortesi e a maggior ragione lo sono quando vi devono servire in un ristorante o in un negozio; il livello di servizio è per noi strabiliante.

Tuttavia, i giapponesi hanno la fobia del contatto fisico e l’ossessione per l’igiene, per cui evitate di stringere mani o di abbracciare chicchessia, non soffiatevi il naso in pubblico e non entrate nei negozi con l’ombrello bagnato o con le scarpe sporche; peraltro, negozi uffici e locali pubblici a parte, le scarpe vanno tolte sulla soglia di ingresso (non andate in giro con le calze bucate).

Vi salveranno comunque le macchinette automatiche in uso per tutto – per esempio, nei ristorantini da pasto veloce invece di ordinare il pasto sceglierete e pagherete a una macchinetta automatica all’ingresso, che vi dà un tagliandino per andare al bancone a ritirare il cibo – e l’usanza di corredare i menu di fotografie. Ovviamente, alle macchinette automatiche, salvo casi eccezionali, si paga coi soldi in contanti; normalmente danno il resto.

15) Il quiz obbligatorio per tutti gli occidentali che vanno a Tokyo. Quando andate al tempio di Kannon, non mancate di ammirare questo doppio palazzo dorato sito proprio dall’altro lato del ponte Azuma sul fiume Sumida. Secondo voi, che palazzo è e cosa rappresenta la decorazione dorata sul tetto?

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giovedì 24 marzo 2016, 12:31

Un progetto per il voto telematico

Uno dei risultati importanti di questa consigliatura è l’introduzione a Torino di nuovi strumenti di democrazia diretta e di partecipazione dei cittadini; era uno dei nostri obiettivi e circa un mese fa, con l’approvazione della delibera che istituisce il referendum propositivo vincolante col quorum al 25% e dimezza i numeri di firme necessari per convocarlo, l’abbiamo portato a casa.

Ci siamo riusciti anche grazie a una strategia politica intelligente, evitando di farne una questione di bandiera e scegliendo invece lo strumento della delibera di iniziativa popolare, promossa da un gruppo che oltre al Movimento 5 Stelle includeva i radicali dell’Associazione Aglietta e diversi importanti comitati di cittadini, dal Coogen al Forum dell’acqua, sulla quale abbiamo raccolto oltre 6500 firme (per la verità quasi interamente raccolte da una manciata di attivisti del Movimento 5 Stelle); e dato che in aula siamo arrivati sotto elezioni, è diventato molto difficile per il PD – che negli anni passati ha sempre mostrato scarso sostegno per questi temi, per esempio bocciando tutte le proposte di referendum comunale presentate – dire di no.

Alla delibera, oltre a tutto il lavoro di supporto tecnico e politico durante l’iter e all’opera di convincimento su diversi colleghi, io ho contribuito una riga di testo che mi sta particolarmente a cuore: è il nuovo articolo 8 comma 4 dello Statuto di Torino, che recita testualmente “La Città di Torino permette l’esercizio dei diritti di partecipazione anche in forma telematica, previa verifica dell’identità tramite opportune credenziali di accesso.”.

Questa riga è (volutamente) passata piuttosto sotto silenzio nella discussione generale, che si è concentrata soprattutto sul tema del quorum, ma è secondo me altrettanto dirompente: stabilisce che i cittadini torinesi possono firmare le petizioni al sindaco, le proposte di delibera di iniziativa popolare e le richieste di referendum anche online, facilitando notevolmente la raccolta delle firme; e che potranno votare i referendum comunali per via telematica, principio peraltro che ero già riuscito a far passare, con la scusa del risparmio, in una mozione un paio di anni fa, e che semplifica molto il raggiungimento del quorum.

Per ora, però, questa è soltanto una dichiarazione di principio; serve che la Città adegui la sua piattaforma telematica di interazione con l’amministrazione, Torinofacile (vero che siete iscritti?), implementando queste nuove funzionalità. Per poterlo fare, però, serve prima un altro passaggio normativo; serve (e serve anche per poter attuare il referendum propositivo) che il consiglio comunale riveda il regolamento comunale n. 297, che contiene le norme attuative. Questa revisione, visto che tra un mese l’attività del consiglio si conclude, è rinviata al prossimo mandato, dopo le elezioni; ma è importante che venga fatta subito.

Nella delibera approvata, si attribuisce agli uffici e alla presidenza del consiglio il compito di predisporre una delibera attuativa di revisione del regolamento; tuttavia, se l’attuazione di punti come la riduzione del numero di firme richiesto per i referendum è ovvia e automatica, attuare il principio generale della partecipazione telematica non lo è, e da come e quanto lo si attuerà dipenderà moltissimo la sua efficacia. Il voto telematico via Internet, difatti, è un concetto ampiamente dibattuto da vent’anni; tra chi (come me) si interessa al tema sin dai primordi dell’Internet di massa, c’è chi lo ama e chi lo odia, perché indubbiamente facilita la partecipazione, ma, se fatto male, espone la consultazione a rischi gravissimi di brogli e manipolazioni.

Per questo io ho lavorato una settimana per scrivere e lasciare agli atti una proposta di delibera attuativa, controfirmata dal consigliere Viale per i radicali; questa delibera prevede l’introduzione di un sistema di voto telematico basato sul voto disgiunto congiuntamente ricostruibile, ovvero su un voto digitale che viene memorizzato e pubblicato in forma anonima ma associato a un codice univoco, in possesso soltanto dell’elettore tramite una ricevuta firmata e controfirmata digitalmente sia da lui che dal sistema di voto, che permette di testimoniare con certezza quale è stato il voto espresso da quella persona e di dimostrare eventuali errori o manipolazioni.

Alla fine, il voto telematico senza rischi non esiste, così come non esiste un sistema di voto tradizionale privo di opportunità di manipolazione; è giusto secondo me provare la nuova tecnologia di voto, già peraltro adottata da anni in Estonia e in Svizzera, e prevista dalle regioni Lombardia e Friuli-Venezia Giulia per alcuni propri referendum. Per questo, essendo queste le mie ultime settimane da consigliere comunale, ci ho tenuto a lasciare ancora un contributo concreto, sperando che possa far avanzare ulteriormente il progresso su questo tema; e se qualcuno vuol divertirsi a leggere, questo è il testo della delibera, con allegato il nuovo testo proposto per il regolamento.

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mercoledì 23 marzo 2016, 19:32

Alla faccia del populismo

Di commissioni surreali ne ho viste tante, ma quella che ho presieduto stamattina resterà nella leggenda.

La commissione era convocata alle ore 9 per discutere una mozione del consigliere Marrone, che chiede di permettere agli utenti del Palanuoto di via Filadelfia di parcheggiare nello spiazzo antistante, riservandolo a loro. Solo che Marrone non si trova, e ci manda a dire che è impegnato in contemporanea nella commissione emergenza abitativa, dove si discute se assegnare una casa popolare a due casi di suo interesse. Dunque restiamo tutti lì per quarantacinque minuti a girarci i pollici e guardare il soffitto, fin che infine Marrone verso le 9:45 arriva, si scusa, introduce la mozione e chiede di dare la parola all’esperto di Fratelli d’Italia seduto vicino a lui.

Da regolamento, gli esperti di partito in commissione possono parlare solo in assenza del loro consigliere, ma per cortesia chiedo se qualcuno ha qualcosa in contrario, nessuno obietta, e do la parola all’esperto.

A quel punto l’esperto, che si scopre essere in realtà la persona che vuole parcheggiare lì sopra, invece di spiegare la questione attacca con una inarrestabile arringa che, “da cittadino”, accusa i consiglieri in sala di essere troppo pochi e troppo poco interessati a un tema così importante.

Restiamo tutti basiti: ma come, presentate una mozione al consiglio comunale per avere un parcheggio privato per la vostra macchina, ci avete fatto aspettare i comodi vostri per tre quarti d’ora, poi prendete la parola e ci accusate di maleducazione e disattenzione per il pubblico interesse? Alla faccia del populismo…

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venerdì 18 marzo 2016, 15:53

Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli e inventarle

Dopo l’importante mozione di due giorni fa sulle quote rosa nella toponomastica cittadina, nella conferenza dei capigruppo e delle capegruppe arriva un’altra importante proposta di delibera dei consiglieri e delle consigliere femministi e femministe del Partito Democratico. La delibera provvede a risolvere uno dei problemi urgenti e fondamentali di Torino, il fatto che nello Statuto della Città ci sia scritto solo “Sindaco” e non anche “Sindaca”, introducendo un testo modificato che prevede nuove denominazioni di facile uso come “petizione al Sindaco o alla Sindaca e alla Giunta Comunale”, espressioni di immediata lettura come “Il o la Presidente del Consiglio Comunale” e nuovi ruoli femminili come “la Segretaria Generale del Comune” e “la Difensora Civica Regionale”.

Ma attenzione, se ci si limitasse a questo, i consiglieri e le consigliere come il sottoscritto o la sottoscritta potrebbero essere ampiamente d’accordo. La delibera, tuttavia, è estremamente attenta ed attento a eliminare tutte le forme o i formi di maschilismo sessista o sessisto del testo dello Statuto o della Statuta della Città o del Cittò di Torino, al punto da attaccare uno dei pilastri e una delle pilastre del sessismo linguistico, il volgare e maschilista articolo “i”, sostituendo la vergognosa espressione sessista “per i residenti” con la splendida e corretta “per residenti”.

Infine, nel nome e nella noma della correttezza e del correttezzo, viene eliminata anche l’espressione “tutti coloro”, che finendo per “o” è indubbiamente maschilista, sostituendola con “tutte le persone”, che finendo per “e” è paritaria.

A questo punto però, stante che abbiamo concluso che per sancire la parità di genere è opportuno inventare i femminili dei termini maschili, ho deciso che è anche opportuno inventare i maschili dei termini femminili. Per questo proporrò un emendamento o una emendamenta affinché l’espressione “tutte le persone” venga sostituita con la più corretta “tutte le persone e tutti i personi”. Soltanto così potrò dare il mio contributo e la mia contributa a un vero raggiungimento della parità tra uomo e donna, ma anche del paritò tra uoma e donno, in attesa che il movimento LGBT, del quale fanno parte individui e individue che giustamente non si riconoscono in nessuno dei due generi, ci richieda di cancellare le “petizioni al Sindaco o alla Sindaca” per sostituirle con le “petizioni alla Sindaca o al Sindaco o al Sindac*”, per poi introdurre successivamente, allo scopo di favorire l’integrazione dei membri e delle membre della comunità islamica, le “petizioni alla Sindaca o al Sindaco o al Sindac* o al رئیس.

Certo, da elettore torinese e da elettrice torinesa, io a questi consiglieri femministi e consigliere femministe del Partito dei Democratici e delle Democratiche chiederei cosa hanno fatto in cinque anni per i poveri e le povere della Città, per gli e le autobus che non passano mai, per i disoccupati e le disoccupate che cercano un lavoro o una lavora, per le particelle e i particelli che inquinano l’aria che respiriamo. Ma il bello delle politiche e dei politici delle istituzioni italiane è questo: che basta agitare qualche bandiera e qualche bandiero a tre mesi dalle elezioni, finendo a sufficienza sulle giornale e sui giornali, e troverai senz’altro qualche centinaio di elettori e qualche centinaia di elettrici che ti daranno la preferenza e il preferenzo; abbastanza per garantirti altri cinque anni di importanti battagli e battaglie a spese nostri e nostre.

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martedì 15 marzo 2016, 07:57

Guerriglia da social

Vorrei condividere con voi una piccola storia di guerriglia-propaganda su Facebook, giusto per capire come va il mondo dei social.

Ieri sera sul mio profilo Facebook è apparsa una certa Ileana, che ha postato un articolo tratto da un blog di WordPress denominato Il Torinese che riprendeva il chiacchiericcio sul ritiro di Patrizia Bedori e poi aggiungeva che anche a Torino c’erano attivisti M5S che insultavano i dissidenti con appellativi omofobi; pertanto Ileana insultava me e il M5S dicendo che facevamo tutti schifo.

Ora, che nel M5S ci siano sostenitori tifosi che insultano qualsiasi persona esprima una qualsiasi critica è vero, ne sono stato vittima anch’io e l’ho detto io per primo da mesi, ma che nel M5S Torino sia tollerata l’omofobia direi proprio di no; io prendo sempre seriamente le segnalazioni che ricevo, per cui ho commentato chiedendo di dettagliare coi fatti chi, come, quando avrebbe usato questi insulti, altrimenti si trattava di una calunnia gratuita. Nel frattempo sono anche andato sul blog da cui era preso l’articolo, cercando un contatto, ma è stato inutile: non c’erano contatti e la registrazione del dominio era anonima.

Mentre facevo tutto ciò, la misteriosa Ileana ha cancellato il suo post, mettendone un altro in cui mi accusava di aver censurato il suo post precedente; contemporaneamente l’articolo su Il Torinese è stato modificato rimuovendo tutti gli attacchi al M5S di Torino.

Sotto il nuovo post, ho pazientemente spiegato che non avevo cancellato io il post precedente, e che ero a disposizione per spiegazioni; la risposta è stata che facciamo tutti schifo, stavolta perché abbiamo dato della “cicciona” alla Bedori. Io allora ho fatto notare che non mi stupirei che sostenitori del M5S insultassero esponenti di altri partiti, ma trovavo difficile che insultassero la nostra stessa candidata; tanto che lei ha accusato pubblicamente due fuoriusciti dal M5S, e non esponenti del M5S stesso.

Poi ieri sera mi sono messo a fare altro, e quando ho riaperto Facebook stamattina ho trovato quaranta commenti in cui Ileana insultava più o meno tutti i miei commentatori regolari che osavano ribattere ai suoi attacchi.

A questo punto, scusate se una volta tanto (lo faccio molto raramente) ho deciso di bannare questa signora; mi spiace solo che sia sparito anche il post, non pensavo che bannare una persona eliminasse anche i post che lei ha fatto sulla tua pagina, pensavo valesse solo per il futuro. Io accetto volentieri tutte le discussioni civili, anche con persone con pregiudizi negativi su di me e sul M5S, ma non tollero chi sparge falsità in rete (neanche se fossero a favore del M5S) e chi sa soltanto insultare.

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sabato 12 marzo 2016, 13:04

La città delle libertà

E’ iniziata così, senza un vero perché, l’ennesima discussione cittadina sulla movida e sul M5S che si ripete ciclica almeno dal 2012, quando raccolsi per la prima volta il grido di dolore degli abitanti delle zone centrali. All’epoca era facile per l’amministrazione cittadina far passare il problema come le lamentele di quattro anziani ricchi che disprezzavano la plebe e volevano spegnere il divertimento; eppure, al giorno d’oggi, con tutti gli episodi che sono successi e i video (questo lo linko spesso) che fanno capire di cosa si parla davvero, è difficile ignorare il problema.

Comunque, ribadiamolo ancora una volta: non si chiede né di chiudere ristoranti e locali notturni, né di deportare la movida per forza in zone periferiche, ma si chiede di intervenire in alcune zone specifiche in cui per quasi tutte le sere della settimana e ormai per quasi tutto l’anno si verificano assembramenti fuori controllo di centinaia di persone che urlano, pisciano, vomitano, si sfondano di alcool e si picchiano per strada fino alle quattro di mattina, nel totale disinteresse delle istituzioni, impedendo agli abitanti – che per la maggior parte sono lì da ben prima della movida, che magari sono malati, hanno figli piccoli, si alzano alle sei per andare a lavorare – di dormire, e costringendoli a scappare da casa propria.

Questi problemi non coinvolgono tutti quelli che escono la sera, che per la maggior parte sono persone civili che stanno insieme rispettando gli altri, ma una parte soltanto del fenomeno della movida, per il quale non si chiedono spiegamenti di eserciti e nuove regole draconiane, ma si chiede semplicemente di non girarsi dall’altra parte, di far rispettare le norme che già esistono, e magari di lavorare per evitare di avere quartieri con un impianto audio da mille watt ogni due vetrine e altri ridotti a un deserto dalle nove di sera in poi.

Onestamente, a me pare buon senso; eppure PD e SEL reagiscono ringhiando a qualsiasi tentativo di sollevare il problema. Perché? In primis perché l’idea di Torino come città del divertimento è alla base del loro modello di sviluppo e della loro propaganda; essendosi in questi anni lasciati sfuggire verso Milano o verso l’estero, piegati a novanta, testa e corpo di un po’ tutte le attività economiche vere della città, dalla Fiat al Sanpaolo, usano il turismo e la movida come foglia di fico per sostenere che a Torino tutto va bene e che i soldi girano ancora.

E poi, perché ci sono legami personali stretti tra alcuni esponenti della maggioranza e il mondo dei locali notturni; l’inchiesta sui Murazzi, pur depotenziata dallo scaricabarile tra politici e dirigenti, ha dimostrato i favori di cui questo mondo ha sempre goduto, anche a spese delle casse comunali e in barba alle leggi, e c’è solo da chiedersi in cambio di cosa; e bastava venire alle commissioni consiliari sul tema per vedere certi consiglieri darsi il cinque al grido di “ciao amico della notte” coi titolari di qualche locale.

C’è però veramente a Torino, al di là delle questioni spicciole, un problema culturale profondo di cui il dibattito sulla movida è solo una delle espressioni; è il problema della mancanza di legalità, del mancato rispetto delle regole di convivenza civile, di un atteggiamento ormai diffuso in tanti torinesi per cui qualsiasi comportamento incivile va bene, e chi si lamenta è razzista, leghista, giustizialista. E intanto chiunque può se ne approfitta, mentre i cittadini onesti, i tanti che ancora esistono, restano basiti e increduli, attaccati al telefono per chiamare vigili che non rispondono e politici che rispondono, ma facendo promesse mai mantenute o direttamente disprezzando le loro istanze.

Vi prego, ascoltate questi pochi minuti di registrazione di una signora (peraltro ex sindacalista CGIL, certo non leghista) che vive a Barriera di Milano e racconta i problemi e i desideri della cittadinanza, gli stessi che Fassino e i suoi derubricano regolarmente come razzismo ed esagerazione, lasciandoli irrisolti da anni. Mettetevi nei suoi panni, ma a voi sembra giusto dover vivere in una situazione del genere?

Questa è ormai la città dell’anarchia, ma nel senso deteriore del termine. Questa è la città in cui con arroganza si occupano i beni comuni per il proprio comodo – che sia asfalto in doppia fila o un edificio comunale poco cambia – sostenendo che lo si fa per renderli più pubblici; magari a parole ce ne si appropria nel nome dell’anarchia di Michail Bakunin, quella che esprime il nobile ideale politico di liberare i cittadini dall’oppressione del potere, ma nei fatti li si usa nel nome dell’anarchia di Corrado Guzzanti, quella della casa delle libertà in cui “facciamo un po’ come cazzo ci pare”; in linea peraltro con l’invidia del pene di Berlusconi che ha colto la fu sinistra italiana in questi ultimi tempi.

E così, in ogni angolo Torino si riempie di gente di ogni provenienza e classe sociale che fa un po’ come cazzo le pare, dagli zingari che taglieggiano alla luce del sole gli anziani che parcheggiano alle Molinette per andare a trovare i parenti malati, agli anarchici di canale Carpanini che minacciano e vandalizzano chi cerca di aprire attività commerciali regolari a Borgo Dora, fino alle famiglie della Torino bene (tra cui persino qualche dirigente PD) che entrano in macchina nell’isola pedonale della Crocetta perché sia mai che i loro figli debbano fare trenta metri a piedi; con la copertura di istituzioni pubbliche locali che come minimo se ne fregano, e come massimo coprono attivamente le crescenti zone grigie perché loro o i loro amici stretti ne traggono un vantaggio diretto.

Questa è una scelta di campo che chi si propone di governare la città deve fare: la legalità è un principio fondamentale oppure no? Certo, senza esagerazioni, senza pensare che il vigile o il poliziotto siano la risposta a tutto o possano essere dappertutto, senza nasconderci che siamo un Paese in cui chiunque, a partire dai moralizzatori, ha prima o poi lasciato la macchina in doppia fila; ma partendo dal principio che le regole vanno rispettate, che se le si viola si può e si deve essere sanzionati senza poter accampare scuse, che la cultura dell’inciviltà non è cultura; e applicando lo stesso metro a tutti, dato che non si può contestare ogni minimo vizietto dei politici e poi chiudere entrambi gli occhi sul degrado di interi quartieri, che sia per la movida, per lo spaccio, per l’occupazione del MOI o più banalmente per la doppia fila perenne.

Questa è una scelta su cui credo che il Movimento 5 Stelle debba ai cittadini una posizione chiara, in massima trasparenza, e diversa da quella del PD e del Sistema Torino; perché francamente, se mi metto nei panni di un elettore torinese, per ritrovarmi ancora con il solito “modello di sviluppo” basato sul vomito notturno per le strade, sullo spaccio a cielo aperto, sulla tolleranza a prescindere e su Torino come discarica sociale di tutte le illegalità, tanto vale votare il PD che almeno di questo modello è un esperto.

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