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venerdì 23 gennaio 2015, 17:04

L’ipocrisia della politica pulita

Dal Partito Democratico ci arriva la proposta di far aderire la Città, tramite un voto del consiglio comunale, alla Carta di Avviso Pubblico – Codice etico per la buona politica.

Si tratta di un documento realizzato da una associazione di enti locali presieduta dal sindaco di Grugliasco, che contiene una lunga e dettagliata serie di impegni per il pubblico amministratore in termini di trasparenza, conflitti di interessi, nomine, pulizia della fedina penale eccetera; con la clausola che la carta sarebbe vincolante solo per i consiglieri che votano a favore, mentre chi non vuole prendersi l’impegno può uscire dall’aula o astenersi.

Io non ho problemi a sottoscrivere su due piedi l’intero documento, che mi sembra pieno di buoni precetti che il Movimento 5 Stelle in gran parte già attua da anni, ma l’idea di approvarlo in consiglio comunale mi sembra estremamente ipocrita, visto che solo nella maggioranza, tra PD e Moderati, ci sono:

  • un consigliere rinviato a giudizio (se ben ricordo per truffa) nell’ambito delle inchieste sui rimborsi allegri dei consiglieri regionali, e che quindi ai sensi dell’articolo 21 del documento dovrebbe dimettersi immediatamente;
  • un consigliere che ha patteggiato una condanna per finanziamento illecito ai partiti, e che quindi pure lui, per lo stesso articolo, dovrebbe dimettersi immediatamente;
  • un consigliere che cumula le due cariche di consigliere comunale e consigliere regionale, in violazione dell’articolo 6 del documento.

E questi sono solo i primi che mi sono venuti in mente, senza nemmeno considerare le minoranze.

Allora non capisco: se i consiglieri della maggioranza credono in questo documento, dovrebbero innanzi tutto chiedere ai propri colleghi che lo violano di dimettersi, come è obbligatorio fare in base all’articolo 22 per chiunque sottoscriva la Carta, e al proprio partito di adottare queste norme impedendone la ricandidatura.

Se no, quella del PD mi sembra una iniziativa estremamente ipocrita, tanto per fare bella figura sbandierando dei principi che vengono violati il giorno stesso dal loro stesso partito e dai loro stessi compagni, oltre che, sul piano umano, una cattiveria di una parte della maggioranza contro i propri stessi colleghi, i quali dovrebbero scegliere tra votare (ancora più ipocritamente) un documento che non rispettano, oppure essere additati pubblicamente come “politici sporchi”.

Poche cose mi fanno arrabbiare come l’ipocrisia della politica italiana; io credo quindi che i partiti dovrebbero farsi un esame di coscienza e decidere una volta per tutte da che parte stare. Se credono nella “pulizia della politica” così come emersa dal dibattito pubblico degli ultimi anni, allora invece di far finta di adottare questo genere di principi li applichino davvero al proprio interno, senza ritardi, senza sconti e senza tante cerimonie. Altrimenti, perlomeno abbiano la decenza di stare zitti.

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venerdì 16 gennaio 2015, 13:39

Il social housing e l’assistenza ai poveri

Il tema dell’accesso a una casa, necessità primaria per sopravvivere, è a Torino sempre più attuale, a fronte delle migliaia di sfratti ogni anno. Noi ce ne siamo occupati continuamente in questi anni, presentando in aula proposte concrete, che escano dagli schemi ideologici e possano dare delle soluzioni immediate; purtroppo non ci hanno dato molto ascolto.

A fronte della scarsità di risorse delle casse pubbliche, negli ultimi anni si sta affermando una nuova soluzione per l’assistenza immediata a chi perde la casa: quella del social housing. Esistono molte diverse interpretazioni di questo termine, ma generalmente si tratta di iniziative in cui un ente benefico privato contribuisce a mettere in piedi un edificio in cui sia possibile offrire spazi a prezzo convenzionato a chi non riesce più a pagare l’affitto, sia per breve che per medio termine, ma in cui abitino anche altre persone (spesso studenti o lavoratori fuori sede) che pagano il prezzo pieno.

In questo modo, le rette di chi può pagare il prezzo più alto sovvenzionano in parte anche le spese delle famiglie bisognose, e inoltre si crea un ambiente sociale misto in cui i diversi ospiti possono aiutarsi a vicenda, e questo può aiutare anche le famiglie bisognose a trovare vie d’uscita dalla condizione di bisogno; gli spazi comuni vengono condivisi, utilizzati per servizi (dal medico alla mensa alla sala studio) e spesso messi a disposizione anche del quartiere circostante.

Non di rado, comunque, è anche il Comune a finanziare e sfruttare queste iniziative, stipulando convenzioni con cui paga il costo di una parte delle camere e dei miniappartamenti che vengono poi destinate alle famiglie senza casa, tipicamente come “soluzione ponte” nel periodo tra lo sfratto e l’ottenimento di una casa popolare dall’ATC, ma anche per altre emergenze in cui in passato il Comune sistemava le persone in albergo, una soluzione generalmente più costosa e meno dignitosa; per esempio, gli sfollati di strada della Verna sono finiti in blocco nel social housing di via Ribordone.

A Torino le esperienze sono ormai parecchie. C’è Buena Vista, all’interno di una delle palazzine dell’ex MOI, realizzato da un raggruppamento di molte note associazioni e cooperative sociali torinesi; e c’è Luoghi Comuni, realizzato dalla Compagnia di San Paolo in piena Porta Palazzo. C’è DORHO, intitolato a don Orione e promosso dalla Caritas Diocesana in una struttura già esistente di corso Principe Oddone, e c’è Sharing, realizzato in un ex immobile delle Poste di via Ribordone poi passato alla Cassa Depositi e Prestiti e ristrutturato grazie a 14 milioni di euro della Fondazione CRT, e che nei prossimi anni raddoppierà con un progetto simile ristrutturando a tale scopo la Cascina Fossata.

Il Comune, di suo, non avrebbe mai avuto le decine di milioni di euro necessarie per mettere in piedi queste strutture; e anche se il modello in cui dal welfare pubblico si ritorna alla beneficenza privata sa di ritorno all’Ottocento, anche se indubbiamente queste iniziative sopravvivono anche grazie a buoni rapporti con la politica e/o i poteri forti della Città, bisogna comunque dire “meno male che ci sono”.

D’altra parte, qualcosa è cambiato anche nel rapporto tra le istituzioni e quella fetta di città che non ha niente e vive di assistenza. Fino a due o tre anni fa, per esempio, le case venivano anche date gratis; adesso, anche per chi ufficialmente ha reddito e patrimonio zero, l’ATC richiede un affitto minimo di 40 euro al mese.

Il Comune, per queste soluzioni temporanee, richiede lo stesso canone che chiederebbe l’ATC. Gli assistiti versano così al Comune circa 18.000 euro l’anno a fronte di una spesa di circa 400.000, ma quello che conta è il messaggio; nessuno può più vivere completamente di assistenza, sedersi lì e pensare che tutto gli sia dovuto.

In questi anni, infatti, ho imparato che l’assistenza ai poveri va fatta con la testa. E’ molto facile, difatti, farsi trascinare dall’emozione e dalla pietà per persone che perdono la casa o il lavoro, ma non sempre dare a tutti ciò che chiedono è la soluzione giusta. Per ogni persona povera che occupa una casa ATC o vi si barrica dentro per non esserne cacciata avendo perso i requisiti, ce n’è una ancora più povera che aspetta in silenzio il suo turno per avere la casa a cui ha diritto; e a fronte di un inquilino che non può più permettersi di pagare l’affitto e cerca di bloccare lo sfratto con la forza, può esserci non un cattivo proprietario speculatore immobiliare coi miliardi in banca, ma un comune cittadino della ex classe media che ha investito in una seconda casa da affittare i risparmi di una vita e che se non riceve regolarmente l’affitto non sa come pagare le spese e i mille euro di IMU che gli chiede il Comune.

Gli stessi dirigenti comunali ci raccontavano che ogni giorno arriva qualcuno negli uffici a battere i pugni sul tavolo, convinto che gridando più forte o facendo una sceneggiata potrà scavalcare le graduatorie o ottenere ciò a cui non ha diritto, e che non di rado sono costretti a chiamare la forza pubblica per difendersi. Aggiungo io che questi sono i risultati di decenni di assistenzialismo a fondo perduto e di collusioni con la politica, in quanto spesso l’assistenza è stata concessa essenzialmente per “intercessione” del politico di turno in cambio di voti, al di là delle effettive necessità; e quindi, molti si sono abituati a chiedere con insistenza per avere (ci provano anche con noi).

Per questo, anche se cacciare da una casa popolare qualcuno che non ha 40 euro al mese può sembrare a prima vista una cattiveria, alla fine promuovere la responsabilità e l’iniziativa di chi è in difficoltà, mettendolo piuttosto in ambienti sociali che gli diano l’opportunità di crescere e di tirarsene fuori, è più opportuno che scaricare tutto all’infinito sulle casse pubbliche, magari in quartieri-ghetto senza prospettive. Almeno, questa è la mia opinione e mi piacerebbe sentire la vostra.

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mercoledì 24 dicembre 2014, 12:10

Ciao, sono B. il capo politico

Ciao, sono Silvio Berlusconi, il capo politico del nostro movimento orizzontale senza leader.

So che ultimamente molti attivisti ed elettori sono delusi dalla mancanza di coinvolgimento della base, dalla confusione dovuta alle non-regole del movimento, dalle continue espulsioni e abbandoni e da alcune decisioni autoritarie, per cui ho deciso d’autorità di sostituire il vecchio “non Statuto” con un nuovo “regolamento”, con una mossa che sicuramente farà contenti tutti (se qualcuno scrive il contrario è un giornalaio venduto al regime), ma intanto io la annuncio alle sei di sera dell’antivigilia di Natale, per garantire maggiore partecipazione e informazione.

Il principale cambiamento è questo: mentre prima per cacciare un parlamentare dovevo ottenere prima l’approvazione dell’assemblea dei parlamentari e poi quella della rete, adesso potrò cacciarlo di mia volontà senza preavviso, e l’espulsione avrà effetto immediato dal momento in cui lo decido io. Se però il parlamentare non si rassegnasse a essere cacciato, potrà andare sul mio sito Web e usare il modulo “Contattaci”, che notoriamente non legge mai nessuno, per inviare una formale protesta.

In tal caso, la sua situazione sarà riesaminata da un “comitato di appello” di tre persone, di cui una nominata dal comitato direttivo del nostro movimento orizzontale senza leader, di cui fino a ieri ignoravate l’esistenza e che comunque è stato creato solo per via delle vergognose leggi imposte contro di noi da quei comunisti che ci governano; comunque, i membri del comitato direttivo, da me decisi, sono: Silvio Berlusconi, Marina Berlusconi, Niccolò Ghedini.

Gli altri due membri del “comitato di appello” saranno votati da voi, sì da voi, i cittadini di cui noi siamo solo umili e insignificanti portavoce. Per favorire la partecipazione, il voto si terrà la vigilia di Natale, dalle 10 alle 19, come preavvisato la sera prima. Però non potete scegliere proprio chiunque, eh! I nomi tra cui potete scegliere sono: Sandro Bondi, Renato Brunetta, Daniele Capezzone, Gianni Letta, Elio Vito. Scegliete chi volete, è una grande prova di democrazia in rete!

Ah, dimenticavo: se i nomi usciti dalla votazione di cui sopra non vi piacciono, potete girare per l’Italia cercando casa per casa uno per uno gli iscritti alla piattaforma, il cui elenco è ignoto e certo non ve lo do, per raccogliere centinaia di firme che potete inviare alla mia casella postale, per fare una votazione in cui potete sostituire uno dei tre, basta che lo votino almeno un quinto degli iscritti; certo, nelle ultime votazioni l’intero totale dei votanti è stato più o meno pari a un quinto degli iscritti, quindi è sostanzialmente impossibile farcela; ma anche se ce la faceste, comunque gli altri due membri sono quelli indicati da me, quindi avrò sempre la maggioranza.

Comunque, se il comitato di appello concorderà sul fatto che quel parlamentare che mi sta sui coglioni è uno stronzo da cacciare subito, non ci sarà più nessun voto in rete: basta che io e i miei fedelissimi del comitato d’appello siamo d’accordo e possiamo cacciare chiunque su due piedi.

Se queste regole non vi piacciono, tuttavia, potete modificarle: basta girare l’Italia casa per casa ecc. ecc., e poi ottenere il voto favorevole di due terzi degli iscritti; certo, non vi è mai stata nessuna votazione online in cui anche solo il numero dei votanti fosse pari a due terzi degli iscritti, ma è un dettaglio insignificante. Del resto, noi siamo per la democrazia partecipativa e i referendum senza quorum, perché il quorum è uno strumento usato dai politici bastardi per togliere potere agli onesti cittadini! E’ per questo che per modificare le nostre regole serve un quorum altissimo.

Avete chiesto delle regole? Tié, beccatevi queste. Ora però non perdiamo altro tempo! C’è da salvare un Paese, e di fronte a questo le questioni di democrazia sono quisquilie e chi le pone è un traditore che ostacola la nostra corsa verso il potere. Sostituiremo il vecchio regime autoritario e corrotto con un nuovo regime autoritario, ma per la corruzione non preoccupatevi: se abbiamo imparato ad essere autoritari e intolleranti come i partiti, nulla ci impedisce più di imparare anche il resto.

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venerdì 21 novembre 2014, 13:56

Speriamo nel buon senso

In rete, la vicenda della settimana è quella della pizzeria Mamita (ex Bagni Doria) di Loano, il cui titolare due settimane fa, rivedendo il menu, ha avuto l’idea di chiamare una pizza Speriamo nel Vesuvio. Un cliente ha messo la foto su Facebook e la cosa è giunta sul noto paginone neoborbonico Briganti, che ha scatenato sul locale la classica tempesta di merda: razzisti, leghisti, assassini, dando per scontato che, come in tutti gli stadi lombardo-veneti in cui all’arrivo dei napoletani gli ultrà gridano “Forza Vesuvio”, si trattasse di una speranza di eruzione.

E così, da Napoli sono partite richieste di scuse e genuflessioni, telefonate minatorie al locale, inviti al boicottaggio di Loano e dell’intera Liguria, cori di speranza nel Bisagno e in ulteriori alluvioni, ondate di recensioni negative al locale su tutti i siti di settore e anche minacce di visita di persona per rispondere a mazzate (ovviamente sempre a mezzo tastiera), e in breve la questione è diventata un caso nazionale.

Premetto che in questa vicenda sono di parte, se non altro perché in quel locale di Loano, anche se con la precedente gestione, ho festeggiato poco più di un anno fa il matrimonio di mio cugino, e a Loano ho un sacco di parenti e i miei più bei ricordi dell’infanzia. Premetto che sono di parte anche dall’altra parte, come mi tocca sempre rimarcare ogni volta che si parla di terroni & polentoni, perché, nonostante il cognome tipicamente torinese e ascendenze piemontesi da settantasette generazioni, un quarto del mio sangue deriva direttamente da una famiglia di antica nobiltà napoletana, e ne vado molto orgoglioso.

Non so se siano vere le giustificazioni del gestore, che sostiene che l’intento del nome fosse esattamente l’opposto, ossia benaugurale per i vesuviani. Pur essendovi affezionato, riconosco che il lungomare di Loano quanto a livello culturale non è Oxford e che quell’augurio cretino con retroterra di razzismo è una delle classiche scemenze che vengono dette a cuor leggero un po’ per tutto il Nord, pensando di fare una battuta simpatica che, vista da chi sul Vesuvio ci vive davvero, giustamente non risulta affatto simpatica.

Da qui, però, a pensare che uno che chiama una pizza così stia seriamente sperando nella morte di migliaia di persone, e quindi meriti di avere la vita rovinata e la propria attività lavorativa messa a rischio, ce ne passa. Così come ce ne passerebbe, almeno se esistesse ancora un giornalismo serio, tra il raccontare il caso e il fare articoli con nome, cognome, indirizzo e numero di telefono invitando di fatto al linciaggio (basta leggere i commenti agli articoli o al post originale su Facebook).

Anche gli admin della pagina Briganti, più che di Napoli, sembrano di San Damiano, a forza di tirare la pietra e nasconder la mano, per esempio ripostando la questione una volta al giorno ma poi dicendo che “naturalmente noi non auguriamo invece ai genovesi di essere alluvionati” (forse bisognerebbe fargli un ripassino di geografia, visto che tra Loano e Genova ci sono quasi cento chilometri e che Loano non è mai stata alluvionata).

La cosa che più mi spiace è il diffondersi al Sud di una mentalità uguale e contraria a quella della Lega, per cui i problemi del Sud sono solo colpa degli abitanti del Nord, e qualsiasi stronzata più o meno razzista partorita da un singolo polentone diventa un modo per rinforzare il vittimismo, prontamente strumentalizzato a fini politici (tra un post e l’altro, quelli di Briganti promuovono un nuovo partito civico campano). E questo spiace, perché il meridione è pieno di luoghi meravigliosi e di potenzialità inespresse, e alle volte sembra che dovrebbe soltanto credere un po’ di più in se stesso invece di recriminare.

Mi piacerebbe comunque sapere cosa ne pensano i miei amici del Sud e del Nord. Nel frattempo, già prima di questa storia, avevo invitato a cena per stasera una coppia di amici napoletani: io ci metto la bagna caoda e loro il dolce. Tra una cosa e l’altra, magari intingendo la pastiera nelle acciughe, sono curioso di discutere la questione.

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venerdì 7 novembre 2014, 12:17

La misteriosa tassa sul gas

Negli scorsi mesi, i torinesi che acquistano il gas da Eni, circa il 60% del totale, aprendo la bolletta hanno avuto una sgradita sorpresa, questa:

Al normale importo della bolletta sono stati aggiunti senza preavviso circa 30 euro (24,03 + IVA, perché in Italia si paga l’IVA al 22% anche sulle tasse) a titolo di “canone comunale 2012-2013″. Non sono una cifra enorme, ma non sono nemmeno pochi per chi fatica ad arrivare a fine mese, e perdipiù vanno a colpire un bene fondamentale come il gas, che permette di cucinare e di scaldarsi.

A fronte delle numerose segnalazioni, dopo la pausa estiva ho presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni: chi ha deciso di introdurre questa tassa e di farla pagare tutta in una volta? Come vedete nel video, la risposta dell’assessore in aula, circa un mese fa, è piena di dubbi; capito che questa tassa esiste dal 2011 e che è stata Eni a dimenticarsi di farla pagare per poi chiederla tutta insieme in un colpo solo, nemmeno la giunta sembrava sapere bene come funzionasse.

Ho quindi chiesto un approfondimento, che è avvenuto qualche giorno fa con l’audizione dell’amministratore delegato di AES Torino, Rocco Luigi Didio (anche lui lucano come mezzo PD torinese). AES Torino è la società nata nel 2001 come joint venture a metà tra la municipalizzata AEM (oggi Iren) e Italgas (cioé la stessa Eni), per gestire le reti cittadine del gas e del teleriscaldamento; qualche mese fa, peraltro, il matrimonio si è sciolto e Iren si è presa tutto il teleriscaldamento, mentre Eni si è tenuta la società e la rete del gas.

Anche questo è un tassello della storia; perché la tassa comunale sul gas nasce quando, alla fine dello scorso decennio, il governo decide di “portare il mercato nei servizi pubblici locali”. Come già per l’acqua, per i rifiuti e per i trasporti, gli esegeti del mercato a tutti i costi vogliono trasformare le vecchie società pubbliche e parapubbliche che avevano in gestione servizi di monopolio naturale, come sono i tubi del gas, in aziende che si contendono il servizio tramite gara, in modo da “fare efficienza per i cittadini”.

L’efficienza per i cittadini di questa scelta è talmente elevata che, per compensare i Comuni dalla futura perdita del controllo diretto della distribuzione del gas e dei relativi utili, viene introdotta subito la possibilità che essi istituiscano una tassa sul gas, il cui importo massimo è fissato da un algoritmo nazionale a un teorico “giusto utile” del servizio, pari al 10% di un “giusto ricavo” detto VRT; per Torino, questo massimo è pari a 5,7 milioni di euro.

Siamo a fine 2010, e il sindaco è ancora Chiamparino: può forse farsi sfuggire un’occasione per imporre nuove tasse? No, e dunque introduce la tassa e la fissa al massimo possibile. I giornalisti cittadini, secondo voi, denunceranno questo ennesimo prelievo dalle tasche dei torinesi? No, il massimo che esce è questo articolo che racconta le cose in modo un po’ diverso: si tratterebbe di un aumento di tasse di soli 200.000 euro che servirebbe a finanziare il welfare.

La realtà è invece che i 5,7 milioni vengono ripartiti in due come da regole nazionali: 2,1 milioni li paga AES Torino, che prima ne pagava 1,9 (di qui l’ “aumento di 200.000 euro”), e che comunque ribalterà il costo ai suoi clienti, che sono le decine di società che vendono il gas ai torinesi, che a loro volta aumenteranno le tariffe ai clienti finali per coprire l’aumento; ma gli altri 3,6 sono un nuovo prelievo che viene caricato agli utenti direttamente in bolletta, per poi girare le cifre incassate ad AES Torino e da AES al Comune.

Considerando che a Torino ci sono un po’ più di 450.000 utenze del gas, la tassa in bolletta diventa quindi di 8 euro l’anno, uguale per tutti indipendentemente da reddito e consumi. Siccome però siamo in Italia, l’Agenzia per l’Energia Elettrica e il Gas ci mette un anno a ratificare la nuova tassa torinese, che quindi entra in vigore il primo gennaio 2012, però con la clausola che per il 2012 la tassa sarà raddoppiata per recuperare il 2011. Di qui, quindi, le cifre apparse nella bolletta Eni; gli altri operatori, invece, hanno semplicemente spalmato questi importi nelle bollette già dal 2012.

Nel frattempo, a ritmi italici, l’avvento del mercato sui tubi del gas va avanti: e dunque dovrebbe partire tra un po’ la gara pubblica per la gestione della rete del gas a Torino e nei comuni limitrofi, che dovrebbe concludersi a fine 2015 (io scommetto che la vincerà una società chiamata AES Torino). Comunque, a quel punto la tassa sarà eliminata e sostituita dalla cifra che il miglior offerente si sarà impegnato a pagare ai Comuni in cambio della gestione del servizio, cifra peraltro che potete indovinare chi pagherà alla fine.

Per il 2014 e per il 2015, tuttavia, ci troveremo ancora altri 8 Euro + IVA in bolletta; già, perché in teoria la Città, che ha già incassato 5,7 milioni l’anno per tre anni, potrebbe decidere di ridurre l’importo o prevedere facilitazioni per i meno abbienti (peraltro complesse da realizzare in pratica, visto il giro che fanno questi soldi), ma quando ho anche solo ipotizzato la cosa si sono messi tutti a ridere.

Ah, e il welfare? Ovviamente era una bufala: quando ho chiesto dove sono finiti questi soldi, ho saputo che sono finiti nel calderone generale delle entrate del Comune, a tappare i buchi di bilancio; “però sul welfare mettiamo comunque già tanti soldi, dunque fa lo stesso”.

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venerdì 31 ottobre 2014, 13:58

I fatti sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo è negli ultimi tempi uno degli argomenti preferiti della politica. E’, difatti, una attività fortemente impopolare tra gli italiani, che la abbracciano in abbondanza ma che vedono gli effetti devastanti che gli eccessi videoludici hanno sulle persone; secondo i Sert, nei casi più gravi (diverse decine l’anno solo a Torino) si parla di perdite complessive che partono da 200.000 euro e arrivano ben oltre il milione di euro, bruciando in breve tempo interi patrimoni propri e familiari. Ma ci sono migliaia di persone, specialmente tra le meno abbienti, che si giocano ogni mese parti consistenti del proprio stipendio e della propria pensione, secondo una dipendenza che generalmente inizia nel momento di una buona vincita senza realizzare che tale vincita è statisticamente irripetibile se non giocando quantità di denaro molto superiori ad essa.

Soltanto in provincia di Torino nel solo anno 2013, il totale delle giocate legali è stato di circa tre miliardi di euro (per confronto, le entrate fiscali del Comune di Torino mettendo insieme tutte le varie IMU, TASI, TARI ecc., spesso indicate come la causa dell’impoverimento generale, non arrivano al miliardo di euro). Di queste, per quanto riguarda le slot machine il 70-75% dovrebbe essere restituito in vincite (ma solo se il gioco non viene taroccato), mentre il 13% va allo Stato. A seconda del gioco, però, ci sono percentuali di vincita più basse (es. in lotto e lotterie) o più alte (es. nelle scommesse sportive e nei giochi online)… ma solo se il gioco non viene taroccato.

Ovviamente, più bassa è la percentuale di vincita e più alto è l’incasso per i vari soggetti che si dividono il resto: lo Stato, i concessionari nazionali, i loro distributori locali e, per le macchinette, l’esercente del pubblico locale che le ospita, che porta a casa al massimo qualche punto percentuale sul giocato e che peraltro è spesso legato da contratti capestro che gli rendono praticamente impossibile eliminare le macchinette dopo averle installate.

Dei tre miliardi di cui dicevamo sopra, oltre il 30% viene speso nelle classiche slot da bar, e il 25% nelle “videolottery” tipiche delle sale giochi; queste ultime sono solo terminali di un sistema di lotteria in rete gestito da un concessionario, mentre le prime sono macchine autonome che gestiscono il gioco in proprio, comunicando via rete a un server centrale dei monopoli quello che avviene. Poi un altro 20% va in lotto e lotterie, un po’ meno in giochi di abilità tipo braccio meccanico, e solo il 5% nelle scommesse sportive.

Su queste, però, c’è un problema: si sono diffuse sale scommesse e siti online che non operano con licenza italiana, ma con licenza di altri Paesi UE, es. Malta, dove le tasse sono più basse e quindi loro riescono a offrire ai clienti percentuali di vincita superiori e quote migliori. Secondo le leggi europee e diverse sentenze ciò è possibile, ma secondo i monopoli e la Guardia di Finanza no; sta di fatto che un bel giro d’affari, non ben misurabile, si è spostato su questi operatori.

In tutto, a Torino e provincia ci sono circa quattromila operatori di scommesse, di cui tre quarti sono bar e tabaccai con macchinetta (mediamente un paio a testa). Per evitare taroccamenti è necessario controllare spesso; eppure ogni anno i controlli raggiungono se va bene un cinquantesimo degli operatori, riscontrando peraltro che circa metà di essi non sono in regola (anche se possono essere irregolarità veniali).

Dal punto di vista sociale, non vi è solo il problema dei giocatori incalliti, ma quello della ricaduta sul tessuto urbano: nuove sale giochi aprono ovunque, spesso vicino a luoghi sensibili o in punti dove creano rumore, disturbo e brutte frequentazioni. Finora l’unico modo concreto per cercare di bloccare l’apertura di una sala giochi è che il regolamento di condominio vieti tale uso, ammesso di avere un regolamento contrattualmente vincolante.

Per quanto riguarda il Comune, difatti, esso ha le mani legate, per via di come è fatta la legge nazionale. Difatti, la legge prevede due modi diversi di ottenere una autorizzazione per svolgere gioco d’azzardo, a seconda del tipo di attività. Le macchinette sono normalmente installate secondo le modalità dell’articolo 86 del TULPS (il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, originariamente risalente al 1931), e quindi sono soggette all’autorizzazione comunale; il Comune può quindi, come confermato anche da alcune recenti sentenze relative a Comuni piemontesi, introdurre vincoli di orario, di collocazione (es. lontano dalle scuole) e così via, per quanto necessario a tutelare la salute pubblica.

Tuttavia, le attività più lucrose – sale giochi e scommesse sportive – sono invece esercitate secondo le modalità dell’articolo 88 del TULPS, con una autorizzazione rilasciata dal Questore a fronte di una concessione nazionale; e la Questura non effettua alcuna valutazione dell’impatto sociale e urbano della nuova apertura. In questo modo si possono aprire sale slot ovunque, anche di fronte a una scuola elementare o a un centro per anziani, senza particolari limitazioni di orari.

Questa è una tipica questione all’italiana: a livello locale tutta la politica è contro il gioco d’azzardo e inscena grandi litigi e discussioni pubbliche, votando durissimi atti contro queste attività; a livello nazionale poi gli stessi partiti fanno in modo di tutelare chi ha pagato lucrose concessioni e porta tante belle entrate fiscali allo Stato (anche se poi lo Stato spende ben di più per supportare chi con l’azzardo ha perso tutto ed è ora povero in canna).

Io mi sono agganciato a una di queste belle discussioni e ho inserito al volo, nell’ennesima dichiarazione di principi che la Sala Rossa si apprestava a votare, un emendamento preciso: una richiesta alla Regione Piemonte di emanare una legge sul modello di quella ligure, permettendo ai Comuni di limitare l’orario, la collocazione e le nuove aperture anche delle attività autorizzate dalla Questura, obbligandole ad avere anche l’autorizzazione comunale. Difatti, la Regione ha costituzionalmente competenza sulla tutela della salute, e dunque se vuole può introdurre ulteriori vincoli sul commercio a questo scopo; questa strategia ha già retto agli inevitabili stuoli di avvocati che gli operatori del gioco d’azzardo scatenano contro chi prova a limitarne il business.

L’emendamento è stato approvato, e con esso l’atto, e dunque adesso il consiglio comunale ha sposato la nostra proposta, che peraltro altri consiglieri M5S stanno presentando in altre città piemontesi. Non resta dunque che sperare che Chiamparino non si faccia irretire dalle sirene dell’alea, e provveda a emanare quanto prima questa legge.

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venerdì 17 ottobre 2014, 10:48

Dai cittadini alle banche

Anche quest’anno, come già i precedenti, si è verificata l’assurda situazione in cui il Comune approva il bilancio di previsione per l’anno in corso nell’autunno dell’anno stesso, perché deve a sua volta attendere la fine del gioco delle tre carte che ogni anno fa il governo, cambiando nome e formula alle tasse locali in modo da sostenere di averle ridotte quando in realtà sono aumentate. Il risultato è che per tre quarti dell’anno si naviga a vista, spendendo il minimo, e poi a fine anno si corre cercando di fare qualcosa.

La situazione del bilancio comunale è sempre preoccupante, tanto che quest’anno si è ricominciato a fare debiti per 25 milioni di euro, per sostenere “investimenti straordinari” che poi sarebbero la manutenzione delle strade, dei giardini e delle scuole, che diventa “straordinaria” (e quindi legalmente sostenibile a debito) perché non si è più fatta quella ordinaria.

Basta la prima slide dei dati di sintesi del bilancio 2014 per rendersi conto dei problemi strutturali del bilancio di Torino: sono calate significativamente le spese per beni e servizi e quelle per trasferimenti, il che può voler dire sì qualche taglio di sprechi, ma vuol dire anche tagli ai servizi e ai sussidi dati direttamente alla cittadinanza; le spese del personale sono diminuite ma di poco, perché tagli secchi e improvvisi al personale, come quelli ormai frequenti nel privato, nel pubblico sono ancora da venire; l’unica cosa che è aumentata, a parte i fondi di riserva, è la spesa per ripagare i debiti alle banche: 250 milioni di euro su un miliardo e 300 milioni di bilancio.

Progressivamente, quindi, la ricchezza comunale dei torinesi, rifinanziata ogni anno dalle nostre tasse, viene spesa sempre meno per dare lavoro e fornire servizi e sempre più per arricchire le banche, a partire da quella della fondazione fino a poco tempo fa presieduta dall’ex sindaco e attuale presidente della Regione Chiamparino. Per ogni cinque euro di entrate, per ogni quattro euro pagati in tasse dai torinesi, più di uno non va in spesa produttiva, ma va alle banche.

Di questa situazione non si vede la fine; è vero che l’indebitamento in questi anni è stato un po’ ridotto (non perdetevi la fantastica ultima slide dei dati di sintesi, in cui modificando la scala e facendola partire non da zero ma da quasi tre miliardi fanno sembrare che vi sia un crollo dei debiti che in realtà non c’è), ma questo è stato ottenuto al prezzo di vendere le partecipate, gli immobili e pezzi di città agli speculatori; finito di vendere tutto, non si sa che succederà.

In questo bel quadretto, noi abbiamo deciso di fare un gesto concreto, l’unico che potevamo fare dall’opposizione: abbiamo presentato un emendamento al bilancio che tagliava i nostri fondi di funzionamento del gruppo consiliare per destinarli al welfare. Come sapete, alla fine di ogni anno noi restituiamo quasi il 90% del fondo di funzionamento, perché spendiamo il minimo necessario per tenere aperto l’ufficio (telefoni, cancelleria ecc.; qui trovate i rendiconti). Quest’anno, sui circa 9000 euro ricevuti, ne abbiamo spesi un migliaio e, con tre mesi ancora da pagare, abbiamo dunque pensato di poterne restituire subito 7000; non saranno una cifra folle, ma è meglio di niente.

Purtroppo, non solo gli altri gruppi consiliari non hanno voluto fare lo stesso, ma la maggioranza di Fassino ha bocciato il nostro emendamento al grido di “populisti”; non ci hanno permesso nemmeno di tagliarci da soli i nostri fondi. Però sono andati avanti a fare grandi discorsi e promesse che presto recupereranno nuovi soldi per ripristinare lo stanziamento per il welfare, che anche quest’anno è stato tagliato; ma a parlare e parlare son capaci tutti.

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venerdì 10 ottobre 2014, 09:44

Emergenza duecento euro

Quando in Italia si parla dello smaltimento dei rifiuti, come di tante altre cose, è difficile intavolare una discussione razionale: si finisce subito a litigare sulle pizze alla diossina. Intanto, le mafie e la politica se ne approfittano: il business dei rifiuti è una delle vere miniere d’oro di questi anni. Soltanto Torino città paga ad Amiat oltre 150 milioni di euro l’anno per raccogliere e smaltire circa 400.000 tonnellate di immondizia; noi cittadini paghiamo i rifiuti circa 40 centesimi di euro al chilo, come i pomodori all’ingrosso.

Tra questi business, uno ottimo è quello degli inceneritori: si raccoglie tutta la schifezza possibile e la si brucia tutta insieme per produrre energia; si incassano tra i 100 e i 150 euro a tonnellata, derivanti dalla tassa rifiuti dei cittadini, più altri 100 euro di fondi pubblici come “sovvenzione ecologica”, perché secondo il governo produrre elettricità dalla schifezza è ecologico, più i soldi che si possono fare rivendendo l’energia prodotta.

Più tonnellate di schifezza arrivano e più si guadagna; le scorie – già, perchè anche bruciando i rifiuti mica essi svaniscono, ne rimane circa un terzo in cenere, in parte pericolosa – vengono mandate in discarica o usate nelle costruzioni, e il resto viene polverizzato e scaricato nell’aria che respiriamo, ufficialmente entro i limiti di legge, anche se in effetti l’inceneritore del Gerbido ha già avuto parecchi incidenti e ripetuti sforamenti dei limiti (la legge prevede persino che si possano sforare i limiti per un certo numero di volte…).

Gli inceneritori sono generalmente in mano alla politica o a suoi amici; come il nostro, che attualmente è al 20% del Comune di Torino e all’80% di Iren, la megasocietà a dirigenza nominata dal PD che è privata (del PD) quando c’è da gestire l’enorme flusso di denaro che vi transita, ma pubblica quando c’è da ripagare il suo gigantesco buco da miliardi di euro. E quindi, anche l’amico Renzi ha pensato bene di dare una mano al business degli inceneritori.

Come? Beh, nel famoso decreto Sblocca Italia, attualmente in fase di conversione in legge, ha inserito all’articolo 35 una misura che dice che il governo può scegliere un numero qualsiasi di inceneritori da definire “di interesse strategico nazionale”, i quali saranno automaticamente – fuori dalle normali procedure e dalla volontà degli enti locali, che avrebbero competenza su queste cose – portati al massimo della capacità possibile e utilizzati per bruciare i rifiuti delle regioni d’Italia che non si sono attrezzate per trattarli.

Il Gerbido, per esempio, è stato autorizzato per 421.000 tonnellate l’anno, una capacità considerata congrua per smaltire tutta quella parte dei rifiuti di Torino e provincia che non viene differenziata dai cittadini. E’ sempre stato detto dagli amministratori locali che questa capacità non sarebbe stata aumentata, e che era quella per cui l’impianto era stato progettato per poter funzionare bene e senza intoppi.

Bene, adesso il governo Renzi vorrebbe d’autorità alzare questa capacità di altre 100.000 tonnellate, il che vorrebbe dire far funzionare l’impianto all’estremo delle sue forze, ben oltre quello che fino a ieri era indicato come il regime di funzionamento sicuro. Ma essendo il Gerbido un impianto già pieno di problemi, cosa succederà pompandolo al massimo?

Noi abbiamo presentato in consiglio comunale una mozione d’urgenza per chiedere che la Città si schierasse contro questo aumento, chiedendo al governo di ritirare la misura durante l’attuale discussione in Parlamento. Questo non per campanilismo, ma nell’interesse di tutta Italia, perché è antiecologico e antieconomico far viaggiare i rifiuti nei camion su e giù per lo stivale, invece di smaltirli in loco; cosa peraltro che è persino obbligata dalle direttive europee, che obbligano a privilegiare riduzione, riuso e riciclo e solo dopo a considerare l’incenerimento.

La risposta del PD è stata che in alcune parti d’Italia c’è “l’emergenza rifiuti” e dunque bisogna rendersi disponibili ad accogliere l’immondizia altrui per evitare che debba essere mandata all’estero. Eppure “l’emergenza rifiuti” non è un disastro naturale imprevedibile, come un’eruzione o un terremoto. E’ il risultato delle scelte coscienti di chi ci governa, e delle cattive abitudini di intere popolazioni mai educate dai loro politici. Dare una via d’uscita semplice permettendogli di scaricare a forza i propri rifiuti altrove è diseducativo e contribuisce a perpetuare questa situazione invece di risolverla.

Per questo noi insistiamo giorno dopo giorno con la differenziata porta a porta, facendo fiato sul collo all’amministrazione (a breve sarà discussa una mia interpellanza sui ritardi e disagi nell’adozione del porta a porta alla Crocetta) e costringendoli ad assumersi le loro responsabilità, dimostrando che la vera “emergenza” che si vuole risolvere con questo provvedimento è il debito folle di Iren, fatto per logiche poco industriali e da ripagare bruciando rifiuti a duecento euro a tonnellata. La maggioranza di Fassino ha bocciato la nostra mozione, ma noi sullo stesso punto diamo battaglia in Parlamento; e andiamo avanti.

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lunedì 6 ottobre 2014, 12:32

Nove punti per correggere la rotta

Sono passati cinque anni dalla nascita del Movimento 5 Stelle; comunque vada a finire, saranno anni che resteranno nella storia d’Italia. E’ chiaro però che il Movimento, dopo il picco delle elezioni del 2013, sta attraversando da un anno e mezzo una fase di assestamento di cui ancora non si vede la fine. Io ho continuato in questo periodo a dare ogni tanto il mio personale e opinabile contributo su come il Movimento potrebbe migliorare la propria organizzazione e la propria strategia; i miei post sono stati molto apprezzati in rete, ma non hanno sortito alcun effetto visibile.

Va comunque sottolineato che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto diversi risultati positivi, da una parte costruendo l’unica vera alternativa al vecchio sistema di potere, e dall’altra costringendolo comunque a un rivolgimento interno. Anche se le elezioni europee non sono andate bene, il Movimento è però vivo e vegeto; e non ci sono nella storia tante forze politiche che, dopo un improvviso successo dovuto al voto di protesta, sono riuscite la volta dopo a consolidarsi comunque su un consenso così elevato. In giro per l’Italia il lavoro continua, e arrivano un po’ ovunque risultati grandi e piccoli.

Ci sono però dei rischi e dei problemi, che non vanno nascosti; vanno affrontati costruttivamente per migliorare ancora. Ecco, dunque, nove cose che secondo me il Movimento dovrebbe fare.

1. Scegliersi le battaglie. E’ giusto, in un Movimento e in un gruppo parlamentare così grande, che si lavori su tutti i temi, ma la gente ci ha votato per fare una cosa sola: rovesciare il sistema e dare risposta al pezzo di Paese più massacrato dalla crisi. Noi dobbiamo scegliere poche battaglie coerenti con questa richiesta, a partire da quella per il reddito di cittadinanza, e battere continuamente su quelle. Tutto il resto può andare avanti, ma deve essere solo un piacevole contorno. In particolare, le questioni fortemente connotate sul piano ideologico (a partire dalle battaglie della sinistra radicale, che purtroppo diversi eletti ripropongono usando il M5S) non possono essere il nostro focus primario, o otterremo l’esito di farci connotare ideologicamente, il che sarebbe la nostra fine.

2. Tornare nelle piazze. La forza del Movimento sta nella mobilitazione popolare e questa via via si sta perdendo; in parte ciò è inevitabile, per via dei cicli naturali dell’impegno delle persone, ma in parte questo è dovuto alla scelta sbagliata di concentrare l’attenzione solo sul Parlamento, cancellando i territori e le battaglie dal basso. Tornare nelle piazze non è solo questione materiale, di piantare gazebo e bandiere, ma è questione di coinvolgimento, mobilitando i cittadini per raggiungere i pochi obiettivi prioritari di cui al punto precedente, che non otterremo mai solo con l’azione parlamentare, ma che con manifestazioni, referendum, iniziative popolari diffuse sarà molto più difficile per i partiti ignorare.

3. Attivare i cittadini. Il Movimento ha sempre detto che per cambiare l’Italia nel lungo periodo non basta cambiare i politici, ma serve cambiare il modo in cui gli italiani si approcciano alla cosa pubblica, trasformandoli il più possibile in cittadini informati ed attivi. Tuttavia, questo principio è stato velocemente dimenticato una volta entrati in Parlamento: al posto del coinvolgimento è iniziata la promozione delle facce e degli slogan dei nuovi politici del Movimento, e al posto della partecipazione sono arrivati i post sui social network “incredibile! clicca qui”.

Bravi o meno che siano, i parlamentari del M5S spesso non si comportano come portavoce ma come qualsiasi politico prima di loro, portando avanti proposte mai discusse in rete e condividendole al massimo con un gruppetto di altri eletti e attivisti amici; le votazioni online hanno riguardato solo pochi argomenti, e la stessa piattaforma Lex, pur positiva, per ora è più uno sfogatoio su proposte minori che altro. Sul territorio, i cittadini attivi si sono progressivamente dispersi in mezzo a gruppi di tifosi, adulatori a prescindere e collaboratori pagati; e l’idea di rispondere direttamente alla cittadinanza è stata rimpiazzata da gruppetti organizzati di attivisti che sempre più spesso diventano piccoli direttivi di partito, con tanto di correnti. Sia nella comunicazione che nell’azione che nell’organizzazione interna, bisogna riprendere a parlare ai cittadini attivi e intelligenti e mettere in mano a loro il Movimento, a partire dall’uso sistematico della piattaforma di votazione online.

4. Fare rete e premiare le persone. L’assunto che le persone in politica siano intercambiabili è una stupidaggine: le idee camminano sulle gambe delle persone e la qualità delle persone fa la differenza tra riuscire e fallire. I meccanismi scelti dal Movimento fanno sì che le persone valide non siano concentrate nelle posizioni di responsabilità, ma siano sparse in rete a tutti i livelli; ci sono attivisti mai eletti che hanno capacità, competenze e/o carisma comunicativo superiori a quelli di molti parlamentari.

Eppure, il Movimento non fa più rete; fuori dal livello centrale, l’unico ruolo concreto indicato ad eletti e attivisti è venire al Circo Massimo ad applaudire sette ore di comizi oppure condividere in rete i contenuti prodotti a Roma o a Milano. La collaborazione tra i diversi livelli istituzionali è scarsa se non nulla, anzi si dice che chi è eletto di qua non può nemmeno esprimere un’opinione su ciò che fanno quelli eletti di là. Il Movimento deve mettere in rete tra loro gli eletti di tutti i livelli e le persone che hanno specifiche competenze da offrire, assicurandosi che le questioni vengano trattate non gerarchicamente, ma là dove c’è la miglior capacità per farlo, e che le scelte fondamentali siano discusse e condivise nell’intero Movimento e non solo tra Grillo, Casaleggio e una manciata di parlamentari.

5. Valorizzare il dissenso. Non esiste una forza politica del 20%, ma nemmeno del 2%, in cui tutti la pensino allo stesso modo su tutto (e se esistesse sarebbe inquietante). Eppure, negli ultimi due anni si è sviluppata nel Movimento una cultura autoritaria e conformista per cui non appena si esprime una opinione diversa non solo da quella di Grillo, ma persino da quella del capetto locale, saltano su cinque persone urlanti a rispondere con attacchi personali: ti stai vendendo, sei invidioso, vattene nel PD.

Tuttavia, il dissenso è la base della democrazia ed è anche l’unico modo che permette alle organizzazioni umane di evolvere e di crescere per inclusione, anziché di isolarsi ed esaurirsi. Nel Movimento ci sono attualmente diverse aree di dissenso: chi non è contento delle posizioni “di destra” (alleanza con Farage) o “di sinistra” (reato di immigrazione, diritti LGBT, politica estera); chi vorrebbe dagli eletti un approccio più istituzionale e dialogante; chi, ed è l’area maggiore, è deluso dalla deriva antipartecipativa e accentratrice, dalle carenze e dalle piccole furberie degli eletti, dalla mancanza di una prospettiva politica chiara. Queste aree di pensiero vanno recuperate prima che abbandonino il Movimento, dando loro la legittimità di esprimersi e un modo per proporre cambiamenti di rotta da far valutare online ai cittadini.

6. Stroncare le furberie degli eletti. Il punto più dolente del Movimento oggi è la crescente deriva “all’italiana” quando si parla di candidature e di comportamento delle persone che mandiamo nelle istituzioni. Per un movimento che vuole moralizzare la politica, non è accettabile che vengano eletti parenti di altri eletti, o assunti negli staff, e nemmeno che gli eletti assumano i propri amici negli staff, senza alcun tipo di selezione meritocratica, per farli conoscere e poi candidarli e farli eleggere altrove, creando nei fatti delle cordate e dei clan che si promuovono a vicenda. Non è accettabile che manchino parecchi rendiconti sulle spese e sui conti gestiti dagli eletti, anche per cifre importanti, e che di fatto, a partire dalle elezioni europee, l’idea di autoridursi gli stipendi a cifre umane sia stata cancellata in silenzio. Non è accettabile che talvolta i parlamentari e i consiglieri regionali si comportino come dirigenti di partito, imponendo o boicottando candidature sul territorio, riconoscendo o disconoscendo gruppi locali, e facendo tutto quello che nei partiti abbiamo sempre criticato.

Nel Movimento si sta creando una struttura intermedia da partito tesa a garantirsi il controllo del movimento e anche qualche vantaggio personale, e la cosa peggiore è che chi denuncia questi comportamenti viene aggredito, deriso, isolato ed emarginato (io lo vivo sulla mia pelle). O Grillo e Casaleggio si svegliano e stroncano queste derive, oppure il Movimento subirà la stessa degenerazione partitica dei Verdi e della Lega.

7. Darsi regole chiare per uscire dal caos. Il Movimento è sempre stato caratterizzato da un elevato tasso di litigiosità. Oltre alle spaccature dovute a problemi veri come quelli del punto precedente, ci sono anche quelle dovute alla difficoltà di tollerare reciprocamente le diverse visioni, per mancanza di una cultura del dissenso. In questo momento, alcune cose nel Movimento sono normate in maniera estremamente rigida, ma su altre non c’è alcuna regola, lasciando spazio a litigi ed abusi. In più, le poche regole che ci sono sembrano cambiare di volta in volta a seconda delle convenienze e applicarsi diversamente a seconda della persona e della bontà dei suoi rapporti con lo staff (vedi il caso Defranceschi).

E’ giunto il momento di darsi delle regole chiare e delle modalità chiare per definirle dal basso, senza disconoscere il ruolo di garante di Grillo e Casaleggio ma permettendo alla rete di esprimersi anche sul funzionamento del Movimento, eliminando così alla radice le polemiche e i comportamenti inaccettabili; ed è comunque meglio avere delle procedure trasparenti e definite che la situazione attuale, in cui nei fatti si formano strutture e gerarchie non sottoposte ad alcun limite e ad alcun controllo.

8. Essere coerenti tra il dire e il fare. Parte della disaffezione di molti elettori e attivisti deriva dalla distanza tra ciò che il Movimento dice e ciò che fa, e non solo nei termini, inevitabili, di chi è deluso perché “parlano ma non concludono niente”. Oltre a tutte le incoerenze già sollevate più sopra, non è possibile predicare trasparenza e poi non pubblicare nemmeno i risultati di alcune votazioni online, né parlare di partecipazione e poi avere un sistema di votazione usato in modo non sistematico e in cui i cittadini spesso non riescono nemmeno a iscriversi e poi devono aspettare un anno per essere considerati, né parlare di software libero e poi continuare a usare piattaforme chiuse ed Excel ultimo modello per le comunicazioni interne. Bisogna sempre assicurare la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

9. Scegliere chi si vuole essere. Una forza politica esiste per rappresentare alcuni gruppi sociali e alcune visioni del mondo, comportandosi coerentemente ad essi; altrimenti finisce per scontentare tutti e sparire. Il Movimento 5 Stelle di oggi, tuttavia, non ha assolutamente chiaro chi vuole rappresentare. Vogliamo essere il partito forte degli incazzati, o vogliamo essere il partito dialogante della cittadinanza attiva? Vogliamo rappresentare i poveri, i giovani, i cervelli in fuga, i cinquantenni senza lavoro, i nazionalisti anti-immigrati, gli orfani della sinistra radicale, i pensionati, i dipendenti pubblici, i piccoli imprenditori…?

Come diceva Abramo Lincoln, puoi ingannare tutti per un po’ di tempo o puoi ingannare qualcuno per sempre, ma non puoi ingannare tutti per sempre: prima o poi, le persone scoprono che non sei ciò che avevi fatto intendere di essere. E’ possibile concepire un progetto politico che tenga insieme diverse di queste categorie (non tutte), ma va fatto con consapevolezza e coscienza; altrimenti, si affonda nella tattica, parlando ogni giorno del problema del giorno in maniera opposta a quella del giorno precedente, e si perisce per mancanza di strategia.

Queste, naturalmente, sono opinioni personali: e spero ancora, ricordando il Movimento delle origini, che ci sia modo di discuterne civilmente tutti insieme.

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venerdì 3 ottobre 2014, 12:28

Fassino e la vera storia di via Roma pedonale

Ha destato sicuramente una reazione positiva, in chi è favorevole a una mobilità più sostenibile, l’annuncio fatto dal sindaco Fassino alcuni giorni fa sui giornali: la domenica ecologica che si svolgerà dopodomani sarà, come scrive Repubblica, “la prova generale della proposta che il sindaco Piero Fassino ha rilanciato a inizio settembre, durante il seminario di giunta alla Pellerina: “Dobbiamo aprire via Roma ai pedoni, e lo faremo”.”.

Tuttavia, chi conosce un po’ la politica comunale avrà senz’altro avuto qualche sospetto: come mai Fassino, più noto alle cronache cittadine come un indefesso tifoso di Marchionne e dell’industria olandese dell’auto FCA, viene improvvisamente animato dallo spirito ecologista?

Difatti, siamo al quarto anno di amministrazione di Fassino e ancora la sua giunta non è riuscita a pedonalizzare un metro di strada che sia uno; l’unico avanzamento è stato chiudere al traffico cento metri di via Durandi, davanti alla cattolica Piazza dei Mestieri, per agevolare il parcheggio e le attività ricreative di quest’ultima, salvo poi rimangiarsi tutto quando un’altra corrente di cattolici del PD, non in buoni rapporti con quella della Piazza, ha inscenato un braccio di ferro sull’argomento.

Certamente ha fatto effetto la grande mobilitazione di massa del Bike Pride, ogni anno più splendido e affollato; anche i partiti hanno realizzato che tantissima gente è stufa di vivere in una città pensata solo per le auto, e pretende che la politica agevoli anche tutti gli altri modi di vivere il territorio urbano, che siano a piedi, in bici o coi mezzi pubblici. Ma il motivo per cui improvvisamente Fassino pensa a pedonalizzare via Roma, almeno nel weekend e nel tratto tra piazza San Carlo e piazza Castello, è che sei mesi fa, come vedete nel video, il consiglio comunale ha approvato una mozione del Movimento 5 Stelle che lo impegna a fare esattamente questo.

Non che, quando un anno fa ho scritto e presentato la mozione (che inizialmente aveva richieste anche più ambiziose, che poi ho dovuto negoziare con la maggioranza), io abbia avuto un’idea particolarmente originale: di pedonalizzare via Roma si parla da trent’anni, e vi fu addirittura un referendum comunale in merito, nei lontani anni ’80. Per un certo periodo fu già chiusa al traffico nei fine settimana, poi però fu riaperta: difatti, i commercianti della via si sono sempre opposti, ritenendo che per poter acquistare i clienti debbano poter arrivare davanti alla loro vetrina in auto.

Mi sembra tuttavia evidente che, anche per il commercio, questa è una strategia perdente. Mentre quasi tutte le strade pedonalizzate hanno visto una rinascita del commercio, via Roma è andata sempre più in crisi. Certamente il motivo principale è la congiuntura economica, però a me sembra evidente che se una persona parte e viene in centro per fare acquisti è per godersi una passeggiata in un contesto aulico, e non per comodità di parcheggio; se il criterio è la comodità di parcheggio, uno si dirige piuttosto in uno dei tanti ipermercati e centri commerciali che la Città ha lasciato costruire negli ultimi anni. Avere via Roma piena di auto costantemente ferme che sgasano e fanno le vasche, mentre i pedoni almeno nel fine settimana strabordano dai portici che non sono sufficienti a contenerli, ne riduce l’attrattività, non il contrario.

Personalmente, io non sono per pedonalizzare tutto a tutti i costi; l’auto è ancora un mezzo di trasporto irrinunciabile in diverse situazioni e bisogna valutare caso per caso quale soluzione produce la migliore qualità della vita per tutti, chiedendo in primo luogo a chi in quella strada ci vive e ci lavora, senza imposizioni dall’alto. In alcuni casi, come corso De Gasperi, sono gli stessi che ci vivono a non volere la chiusura, e allora è giusto che la strada resti aperta. E’ però evidente che in tante situazioni – penso anche al primo tratto di via San Donato, dove gli stessi commercianti chiedono da anni l’isola pedonale – una strada chiusa al traffico può migliorare la vita della città.

E allora, ben venga la chiusura al traffico, e ben venga che Fassino sia costretto dalla pressione pubblica e dall’azione concreta del M5S a cambiare atteggiamento.

Dopo quattro anni, però, stiamo ancora aspettando un fantomatico piano di pedonalizzazioni con cui la giunta dovrebbe dire alla città quali strade intende pedonalizzare e quando, in modo da poterle discutere con la cittadinanza e da preparare e tranquillizzare tutti, sia chi vuole le chiusure che chi non le vuole. Pertanto, spero di vedere in futuro anche in questa materia meno annunci sui giornali, meno azioni estemporanee, più pianificazione e più fatti concreti.

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