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Numero 33 - 3 Settembre 2003 (Mercoledì), 21:59

Vecchio Commonwealth Oggi su fotoblòg

Vecchio Commonwealth

Molto inglese.

Non è che io ci goda nel parlare spropositatamente di economia, però i commenti al post precedente mi hanno fatto venir voglia di continuare ancora per una volta il discorso (poi se volete che smetta smetto, eh).

Allora, si dice spesso che il problema per cui i prezzi sono alti e le nostre industrie vanno male è quello dell'efficienza; che se le nostre industrie si fossero adattate meglio alla competizione internazionale, avremmo conservato più posti di lavoro e saremmo rimasti meno indietro rispetto ad altri paesi; e inoltre che la maggior efficienza e la maggior competizione farebbero scendere i prezzi. Questo è sicuramente vero in buona misura, ma c'è un'altra considerazione che mi viene da fare.

Nell'inefficienza che mantiene il prezzo di un prodotto più alto del necessario ci sono almeno due componenti: una deriva dal fatto che l'azienda, essendo male organizzata e poco abituata a competere, non operi nel modo più efficiente possibile e quindi abbia costi di produzione superiori a quelli che potrebbe avere; l'altra deriva dal puro potere contrattuale, ossia dal fatto che le aziende di un certo settore, in presenza di competizione ridotta o addirittura nulla, possano tenere i prezzi più alti del necessario.

La seconda componente serve solo ad arricchire pochi a danno della collettività; e in Italia è probabilmente più forte che in altri paesi per via della nostra cultura piuttosto consociativa. Su questo, si dovrebbe forse pretendere un intervento più deciso della politica, con una spinta alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni nei mercati dei servizi - anche se poi, alla prova dei fatti, questo spesso vuol dire sostituire un monopolio pubblico con un oligopolio di pochi grandi gruppi privati, spesso stranieri, non necessariamente con un vantaggio per la collettività (vedi la telefonia mobile o le assicurazioni).

Parlando però a livello generale e specialmente a livello di industria di produzione e distribuzione di beni materiali, credo però che sia più rilevante la prima componente. Ecco, è proprio su questa che vorrei fare una osservazione.

La fonte maggiore di risparmio nell'ottimizzazione dei processi aziendali è quasi sempre la riduzione del personale, e in primo luogo questo vuol dire eliminare un po' di persone e sfruttare al massimo quelle che restano: chiedere o imporre straordinari, aumentare le cose da fare a parità di tempo, insomma rendere la vita delle persone sempre più focalizzata sul lavoro. Nel frattempo, si creano nuovi disoccupati; e se è vero che prima l'inefficienza poteva forse provocare prezzi più alti e quindi costi per la collettività (anche se, in prima misura, provocava soprattutto margini più ridotti per i proprietari dell'azienda), è altrettanto vero che i disoccupati sono sicuramente a carico della collettività.

Ne deriva che, un po' paradossalmente, i posti di lavoro inefficienti (ma spesso occupati da persone capaci e volenterose), e se volete persino le raccomandazioni o le assunzioni clientelari o semplicemente inutili, possono essere viste come un modo per trovare un lavoro a persone che altrimenti non lo troverebbero, restando a totale carico della spesa sociale.

Quindi, non solo in uno scenario perfettamente efficiente e competitivo una parte significativa degli italiani sarebbe in mezzo alla strada, ma tutta questa pressione per l'efficienza, in assenza di una visione complessiva di come recuperare i posti di lavoro (specialmente quelli poco qualificati) persi durante il processo, mi sembra più che altro un tentativo di sostituire inefficienza del primo tipo con inefficienza del secondo, mantenendo i prezzi ugualmente alti, ma aumentando i profitti per gli azionisti; cioè peggiorando la qualità della vita lavorativa media di chi lavora, e nel contempo sottraendo la ricchezza corrispondente al costo dei posti di lavoro eliminati a molte persone normali per darla a pochi ricchi.

E anche se questa non è certo una buona ragione per tornare all'epoca della raccomandazione o del posto di lavoro intoccabile anche per i fannulloni, o per rifiutare i cambiamenti nel modo di lavorare, non posso fare a meno di pensare che forse la caccia continua all'ottimizzazione finale andrebbe presa con meno entusiasmo, più preoccupazione e più cautela.


--vb.

<< Pessimismo strutturaleIsteria mobile >>

<Commenti>

Attenzione: quanto segue potrebbe non essere vero.
Piero
4 Settembre
0:27
Il problema grosso ├Ę che in Italia c'├Ę troppa burocrazia, troppe leggi, leggine, Provincia, Regione, Comuni, Stato, ognuno vuole la sua parte. Poi per il resto vale la legge della domanda e dell'offerta.
 
.mau.
4 Settembre
9:38
i posti di lavoro inefficienti [...] possono essere viste come un modo per trovare un lavoro a persone che altrimenti non lo troverebbero

Le vecchine che nei piani quinquennali dell'URSS buonanima gestivano le code alle scale mobili, insomma.
 
AleRoots
4 Settembre
13:41
.mau. mi ha rubato il commento... sono stato recentemente a MOsca... nella metro ogni scala mobile ha il suo donnone di guardia (senza scopo reale), negozietti parastatali di dieci metri quadri hanno cinque commesse... l'occupazione sarà alta,ma siamo sicuri che sia la strada giusta?
 
vb
5 Settembre
11:17
nononono, non ho mica detto che sia la strada giusta, ho solo fatto notare che dopo che abbiamo entusiasticamente buttato in mezzo a una strada le vecchine, quattro commesse su cinque, e poi (visto che la spinta al risparmio di personale è strutturale) anche tutti gli operai e buona parte degli impiegati, abbiamo un sistema produttivo molto efficiente, ma anche un grosso problema sociale; e che questo problema sociale al momento viene bellamente ignorato, o al massimo affrontato al grido di "ma poi tornerà la crescita, torneranno i tempi d'oro e tutti saranno felici e pieni di pane e figa".

Io temo che non sarà così, e che i margini di efficienza produttiva saranno usati solo per rendere pochi ricchi sempre più ricchi, mentre progressivamente ci saranno sempre più persone disoccupate o condannate a lavori "flessibili" (aka precari e sottopagati).

Poi, credo anche che il futuro di questo sistema socioeconomico sia una società in cui il concetto di lavoro dipendente non esiste più e ognuno agisce per sè, ma questo è ancora un altro discorso...
 
NMF
5 Settembre
13:53
Il problema sociale, come lo hai definito, ├Ę uno di quei cosidetti momenti di shock dell'economia.

All'uni mi avevano fatto due palle cos├Č con la teoria degli shock, ma ho dimenticato tutto ... imho erano tutte stronzate poich├Ę si scendeva in studi sociologici/psicologici che non avevano nulla di scientifico.

Il progresso, cazzo.
 
Jasper
6 Settembre
10:56
Complimenti sig. Bertola, lei ├Ę l'unico a cui hanno intitolato una via da vivo..sono di passaggio a Torino e passeggiando per il centro mi sono imbattuto nella via Bertola..immagino sia per i suoi meriti nella GnukEconomy..
Un bacio ai pupi.
 
Daniele
10 Settembre
19:55
Ho letto con interesse il post di VB e devo dire che scrive davvero bene, lui se non altro se dovesse rimanere senza lavoro (cosa per altro impossibile!) potrebbe fare il giornalista il giorno dopo!
Per quanto riguarda l'argomento mi trovo concorde con te VB. Vivo anche io la stessa situazione e mi imbatto giornalmente in storie pari a quelle che hai citato. Effettivamente le aziende "di oggi" spingono fortemente l'ottimizzazione, ma tralasciano a parer mio tanti aspetti paralleli che in buona misura vanno poi a ritorcersi su quella che doveva essere una miglioria, ma in fin dei conti si rivela poi un danno.
Il tagliare il personale ad esempio crea lavoro in piu' per chi resta e di solito resta chi l'azienda reputa piu' produttivo, ma da che mondo e' mondo, il piu' produttivo spesso e' anche quello che faceva gia tutto il possibile e spesso anche qualcosa in piu' rispetto agli altri. Il risultato e' che il poveraccio di ritrova gravato di lavoro in piu' quando gia era al limite della possibilita' di gestione di quanto faceva fino al giorno prima...
Lo stress cresce ed il lavoro NON viene fatto meglio, ma peggio perche' non si ha il tempo necessario e non di curano i dettagli. "Tanto poi lo vediamo questo.." e poi ci si dimentica.... Alla fine della fiera il danno per l'azienda quindi e' doppio ed ecco come una ottimizzazione si trasforma in peggioramento.
Mamma mia che mal di testa fare tutti questi ragionamenti, scusate devo andare, devo riaccendere la scala della metro! :-)
 
Bruno
26 Settembre
10:22
Caio, ti conosco poco e sono arrivato sul tuo Blog da quello di Andrea Carpani.
Ho appena letto un bel libro sull'argomento, di Luciano Gallino: "La scomparsa dell'Italia Industriale".

http://www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can1/5 -546.jsp

parla anche di questa spinta da ottimizzare sottolineando come, se si vuole aumentare il fatturato, convenga investire in ricerca e far crescere le risorse, invece di tagliare rami mangari non immediatamente redditizi ma che producino sviluppo a lungo termine.

Vabbè, ciao
 


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