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I soldi di Babbo Natale
Numero 57 - 31 Dicembre 2003 (Mercoledì), 18:39

Vecchio Commonwealth Oggi su fotoblòg

Vecchio Commonwealth

Molto inglese.

Sì, è vero: stamattina Gramellini mi ha rubato l'idea e ha incentrato il suo Buongiorno sul fenomeno con cui volevo concludere le mie riflessioni natalizie. Oddio, in realtà lui ne ha già parlato anche nelle scorse settimane, e non è l'unico ad averlo fatto. Penso che di questo fenomeno se ne siano accorti già moltissimi, se non tutti; probabilmente è proprio per questo che i telegiornali non ne parlano.

Ma andiamo con ordine... Stavamo dicendo che il futuro si annuncia grigio, perchè l'economia è in crisi, non ci sono più soldi, e si preannunciano lotte all'ultimo sangue tra i vari gruppi sociali per accaparrarsi i pochi che restano.

Ad esempio oggi, come notiziola laterale nelle ultime pagine della cronaca locale, La Stampa riportava che la International Rectifier, multinazionale americana dell'elettronica, sta chiudendo la sede di Venaria, licenziando o cassintegrando non solo gli operai, ma anche gli impiegati, gli ingegneri e persino i dirigenti.

Il motivo non è che l'azienda va male - l'azienda va benissimo, e la produzione di Venaria si vende senza problemi. Però, facendo due conti, la casa madre si è resa conto che chiudendo la fabbrica e spostando tutto in Lituania e in India ci guadagna di più. L'ha persino dichiarato alle autorità borsistiche americane (hint: cercate Venaria nel documento).

Insomma, va male per tutti: e questo sarebbe dimostrato - come appunto ripetuto più e più volte da tutti i telegiornali nel periodo prenatalizio - dai vari sondaggi che lanciano grida d'allarme: nessuno ha più soldi da spendere a Natale!

I sondaggi citati erano prevalentemente questo e questo (cercate Natale), e venivano riassunti così: "le spese per Natale crollano, tanto che circa un terzo degli italiani dichiara che spenderà meno dell'anno passato".

E' vero: risulta che, a seconda del sondaggio, dal 30 al 40 per cento degli italiani ha meno soldi da spendere dell'anno scorso. Peccato però che, leggendo fino in fondo, si osservi anche un'altra cosa: che dal 25 al 30 per cento dichiara di averne di più.

E' quindi chiaro cosa sta accadendo: la crisi, proprio come lo spumante, è per molti, ma non per tutti. Il cosiddetto ceto medio - la parte forse più consistente della nostra società - tende a sparire e a ritornare a livelli vicini o inferiori alla soglia di sussistenza; allo stesso tempo, un'altra fetta tutt'altro che piccola della società, quella che già prima era in cima alla classifica dei redditi, guadagna sempre di più.

Insomma, il Natale è stato magro per chi vive di stipendi fissi, per chi non ha potere contrattuale, per chi non ha il coltello dalla parte del manico; è stato grasso per chi può alzare i prezzi di ciò che vende, per chi porta a casa gli utili aziendali, per chi non può essere sostituito da un omologo in Lituania.

L'elemento nuovo, però, è che questo fenomeno che sin dagli anni '80 ha interessato le fasce più basse e meno qualificate - gli operai di Mirafiori, per intenderci - ora ha attaccato direttamente il cuore della nostra società: la piccola borghesia.

Impiegati, insegnanti, ingegneri, dottori, liberi professionisti, piccoli negozianti sono sempre state categorie che hanno avuto la possibilità di guadagnare abbastanza o molto bene in modo sicuro, e quindi di spingere i consumi. Adesso, il loro potere d'acquisto si è eroso pesantemente, stretto fra prezzi in crescita e stipendi fermi, o fra spese crescenti e concorrenza dei grandi gruppi.

Per discutere cause ed effetti di questo cambiamento epocale ci vorrebbe probabilmente un libro, e sarebbe anche noioso; io mi limito a due considerazioni.

La prima è che, se dovessi dare un consiglio a qualcuno, gli direi di cominciare sin da subito a lavorare in proprio, o perlomeno a cercare una carriera esclusivamente dirigenziale. Per vivere bene, dovrete essere voi quelli che danno lavoro in Lituania e tengono in Italia gli utili.

La seconda è che l'esistenza della borghesia, sin dai tempi della Rivoluzione Francese, è alla base del nostro sistema politico, che richiede appunto una classe sufficientemente ampia di persone istruite e sicure della propria sussistenza, in grado di scegliersi i governanti con tranquillità e cognizione di causa. Se l'istruzione e la sussistenza di massa vengono a mancare, anche per il buon funzionamento della democrazia elettiva saranno tempi duri.

Come? Già lo sono? Ma dai...


--vb.

<< Il Natale e le auto (part II)Il senso della vite >>

<Commenti>

Attenzione: quanto segue potrebbe non essere vero.
name gianca
31 Dicembre
23:34
QUITE AGREE! e grazie per i links che inserisci davvero a proposito (tra i difetti miei, sono un po' pigro). Buon anno.
 
sciasbat
1 Gennaio
14:57
Mah, siamo sicuri che si tratti solo di una redistribuzione meno equa? Io rimango per l'impoverimento di fondo, perché se sposti la produzione, e quindi i soldi, dove ti conviene maggiormente, chi compra qui i tuoi prodotti? Molti ricchi possono tenere in vita Cortina e Portofino, non una nazione.
 
vb
1 Gennaio
15:08
No, anzi, sono abbastanza sicuro che vi sar√† poi una ulteriore fase successiva di ampliamento della crisi, perch√® se non c'√® pi√Ļ un ceto medio che pu√≤ consumare, anche i capitani d'industria a chi vendono? Considera per√≤ che il trucco √® proprio quello di mantenere noi la propriet√†, ma produrre in Cina e vendere in America, cio√® costruire un sistema che sfrutta il basso costo del lavoro globale e porta capitali dall'estero all'Italia.

Ma questo meriterà, prima o poi, ancora un altro post... :-)
 
opsss
5 Gennaio
14:35
come si dice di solito
chi e' povero diventa sempre piu' povero
chi e' ricco diventa sempre piu' ricco
peccato che il povero era chi una volta era in mezzo...........
 
Veleno
9 Gennaio
15:33
Lo spostare ricchezza non apporta alcun vantaggio se non a coloro che la spostano, poiche' con la stessa ricchezza producono di piu' nel luogo in cui l'hanno spostata, riducendo di conseguenza il potere d'acuisto dell'area da cui hanno attinto per spostarla.
In questo modo si crea forzatamente un sistema "chiuso", il cui funzionamento (buono o meno) dipende solo dalla bonta'/convenienza dell'ambiente/contesto in cui "trasforma" la sua ricchezza.
Vi segnalo inoltre un articolo in inglese, non ho ancora stabilito se "illuminante" o "paranoico":
http://cyberjournal.org/cj/rkm/Whole_Earth_Re view/Escaping_the_Matrix.shtml
 
Veleno
9 Gennaio
15:38
AAAGH! Ho scritto aCuisto!
Vergonga, vergonga! Tremenda Vergonga!
 
toky
9 Gennaio
22:38
Beh, si direbbe la rivincita dei paesi meno industrializzati, che quantomeno potrebbero aumentare la percentuale di occupati e quindi dare pi√Ļ possibilit√† alla nascita di una societ√† "equa" nel loro paese, filerebbe tutto liscio se non fosse che di mezzo ci sono multinazionali e quindi, bench√® possa sembrare ovvio l'epilogo, non possiamo dire come sar√† il mondo fra 20 anni. Su una cosa non sono d'accordo...... l'obiettivo di un paese democratico non √® quello di far scegliere al ceto medio, che si suppone meglio istruito, i propri governanti, bens√¨ di realizzare con ogni mezzo quello che molti credono un'utopia: fare in modo che ogni singolo cittadino, di quella democrazia, abbia: la conoscenza, la coscienza, lo spirito di appartenenza; tale da potersi scegliere il proprio governante...... su questo Don Milani era ed √® un secolo avanti.
 
vb
10 Gennaio
10:43
E' solo un punto di vista diverso: il principio base è che serve istruzione e attenzione per scegliere bene i governanti, poi c'è chi dice che di conseguenza bisogna portare istruzione e attenzione a tutti, e chi dice che di conseguenza chi non ce l'ha di suo deve essere escluso dai diritti democratici.

Occhio che la prevalenza della prima corrente di opinione, nelle democrazie moderne, in molti casi è solo di facciata...
 
alessio
12 Gennaio
16:31
Il rischio è che anche i paesi dell'Europa Occidentale finiscano in una deriva sudamericana, con classi ben definite e che vivono separate. Il problema è che a qualcuno piacerebbe...
 


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