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La guerra sulla pelle
Numero 89 - 18 Agosto 2005 (Giovedì), 9:24

Vecchio Commonwealth Oggi su fotoblòg

Vecchio Commonwealth

Molto inglese.

L'altra mattina, mentre tornavo dalla montagna, ho acceso la radio. Su Radio Uno, era in corso un programma di approfondimento che si occupava dello sgombero delle colonie israeliane nella striscia di Gaza.

La discussione era imperniata su uno scambio tra Angelo Pezzana - il libraio della libreria Luxemburg di piazza Carignano, che anni fa un legaiolo puntualmente descrisse come "frocio, ebreo e amico di Pannella", rendendo chiaro come tutti e tre fossero insulti, ma l'ultimo fosse il peggiore dei tre - e un non meglio precisato rappresentante della comunità palestinese in Italia.

I due discutevano sulla credibilità di questo sgombero deciso unilateralmente da Israele, il che, secondo il palestinese, significherebbe che Sharon - incidentalmente, la stessa persona che trent'anni fa ha fatto costruire questi insediamenti - avrebbe deciso di fare un po' di scena rinunciando a quattro villaggi comunque indifendibili, per migliorare un po' la propria immagine internazionale e avere più speranze di non dover effettuare il vero sgombero, quello dei 250'000 coloni della Cisgiordania, inclusi quelli dei territori che stando all'ONU sono palestinesi, ma che Israele ha deciso di includere all'interno del famoso "muro".

Pezzana ribatteva che non si tratta di un "muro", ma di una "barriera contro i terroristi" che aveva salvato vite umane, e che comunque ora toccava ai palestinesi farla finita con il terrorismo; mentre il palestinese ribadiva che un ritiro unilaterale non vale niente, e che Israele dovrebbe invece iniziare a seguire la famosa "roadmap" concordata a livello internazionale, e sgomberare tutti i territori occupati.

In mezzo a questo simpatico quadretto, il programma si è collegato in diretta con un colono dagli insediamenti in via di sgombero, che, in un italiano più che dignitoso, ha detto alcune cose che fanno riflettere. Ragion per cui, ho pensato di riportarvele; e poi ognuno ne trarrà le conclusioni che desidera.

Per prima cosa, il conduttore ha chiesto al colono se non si sente in difetto nell'occupare un territorio che non è suo, e che appartiene a un altro popolo. Il colono ha risposto chiedendo cosa intendesse dire con "territorio non suo", e chiedendo in risposta: ma voi italiani non vi sentite in difetto nell'occupare l'Alto Adige, che storicamente è territorio austriaco? Il conduttore è sobbalzato, e ha cominciato a rispondere scandalizzato: "per la Palestina ci sono risoluzioni ONU, mentre tutti sanno che l'Alto Adige è territorio italiano, tutto il mondo è d'accordo...". Al che, il colono ha fatto notare che gli austriaci sono talmente d'accordo che ancora lo chiamano Sud Tirolo, e che fino a vent'anni fa gli abitanti della zona, per il 90% di lingua tedesca, piazzavano bombe sui tralicci per contestare l'occupazione italiana.

A quel punto, il conduttore ha cambiato discorso e ha chiesto al colono di raccontare meglio la sua vita; e la storia di questa persona era più o meno la seguente:

"Ho sessant'anni, sono nato in Israele in una famiglia di agricoltori; lavoravo nei campi, ma a poco più di vent'anni sono stato arruolato e ho seguito il generale Sharon nella guerra dei sei giorni, fino al canale di Suez, dove ho perso un piede in battaglia. Dopo la guerra, senza un piede, non potevo più fare l'agricoltore, allora ho studiato varie materie, anche a Roma, e poi ho accettato l'offerta del governo per stabilirmi in questa colonia, e ho messo in piedi una coltivazione di fiori.

Con il mio lavoro ho trasformato questi terreni abbandonati in una azienda agricola moderna che esporta in tutto il mondo. Fino a cinque anni fa l'azienda impiegava una quarantina di lavoratori palestinesi, ma cinque anni fa uno di loro ha messo una bomba sotto il sedile della mia macchina, cercando di uccidermi. Allora ho dovuto cacciarli tutti, non perchè tutti i palestinesi volessero uccidermi, ma perchè non potevo correre il rischio di un altro attentato; da allora impiego immigrati thailandesi.

Adesso mi costringono ad andarmene, mi pagherebbero anche i danni, ma non è questione di soldi: io per conquistare queste terre ho dato un piede e per renderle produttive ho dato tutta la vita, come potrei accettare di andarmene? So che il fondo internazionale compra le case e le aziende per poi darle a prezzo politico ai palestinesi quando ce ne saremo andati, ma io ho deciso di non accettare: non posso lasciare il frutto del mio lavoro a quelli che hanno cercato di uccidermi, preferisco distruggere tutto."

Probabilmente, comunque la pensiate, questo racconto non cambierà le vostre opinioni sulla questione mediorientale. Probabilmente, l'unica cosa che si può fare in questa situazione è capire che le cose sono molto diverse quando sono vissute in prima persona, e ringraziare di non essersi trovati con una guerra sulla propria pelle.


--vb.

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<Commenti>

Attenzione: quanto segue potrebbe non essere vero.
bruno
18 Agosto
11:36
Certo che se anni fa la risposta italiana alle bombe sudtirolesi fosse stata l'invio nella zona di una divisione di alpini, magari con il compito di scacciare i sudtirolesi in Austria per installare al loro posto dei coloni siciliani, probabilmente un problema sudtirolese noi lo avremmo ancora. Sono comunque d'accordo che si tratta di considerazioni oziose: immagino la reazione di mio nonno se lo avessero scacciato da Cavezzo, o la nonna di Ancarpan dalla sua cascina.
 
Piero
24 Agosto
0:29
Se tu ti dovessi trovare la tua casa occupata dal tuo vicino perch├Ę lui la notte prima ha fatto un sogno dove Dio gli assegnava la tua casa, tu cosa faresti?
 
Nick
24 Agosto
1:46
Rispondo a Piero: di preciso non lo so, ma di certo non cercherei di uccidere lui, n├Ę tanto meno i suoi figli o i suoi parenti, pi├╣ chiunque altro si trovi a passare vicino a una bomba. Tu si?
 
Piero
26 Agosto
0:54
A Nick. No, per├▓ mi chiederei dove andare a dormire.
 
bruno
30 Agosto
8:43
Immagino una cosa tipo "Ehm, Signor Pautasso, per ora si metta sul divano, domani mattina vediamo di ragionare sulla cosa, ok?"
 


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