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martedì 6 settembre 2016, 17:27

Caro Beppe, permetti un consiglio?

Caro Beppe,

come sai, nonostante le tue rassicurazioni e le tue pubbliche affermazioni di stima, io ho ormai un piede e mezzo fuori dal Movimento 5 Stelle, e non per scelta mia. Eppure, nonostante tutto, io al Movimento ci tengo ancora, e mi rattrista vederlo affondare nel caos e nel fango, perch√© √® tuttora l’unica speranza di cambiamento che √® rimasta agli italiani.

E allora, scusami se mi permetto: nulla √® perduto, ma c’√® bisogno di un cambiamento deciso di rotta per affrontare i problemi che sono emersi. Per questo, costruttivamente, mi permetto di darti un consiglio e un elenco di alcune cose da fare subito per salvare il Movimento.

1. Crea un contrappeso al potere dei leader politici. Le persone che fanno carriera politica nel Movimento, quelle che inevitabilmente acquisiscono visibilit√†, seguito personale e potere, non possono essere le stesse che ne decidono le regole, che giudicano sulle espulsioni, che scelgono cosa rendere trasparente e cosa nascondere al pubblico. Scegliti un tot di persone di tua fiducia, che abbiano la mentalit√† e l’integrit√† del Movimento delle origini e che non siano elette n√© candidate, e affida a loro il compito di discutere con te il modo di difendere i principi del Movimento, e di far rispettare le sue regole.

2. Rimetti al centro del Movimento la democrazia dal basso. La vera proposta rivoluzionaria del M5S era quella di attivare tutti i cittadini tramite la rete. E’ difficile, √® utopico? Forse, ma √® l’unico modo di cambiare davvero la politica. Negli ultimi anni le votazioni online sono diventate una farsa, annunciate e poi ritirate o modificate a met√†, oppure studiate per ratificare decisioni gi√† prese. Avvia un progetto serio su come usare la rete per dare veramente ai cittadini la possibilit√† di controllare i propri eletti, anche in Parlamento.

3. Rendi elettivi e temporanei i ruoli di leadership politica. Un direttorio sempre fisso dà per forza di cose luogo a correnti, a invidie, a lotte per il potere. Fai in modo che i suoi membri ruotino e che siano eletti ogni anno dalla base, e allo stesso modo obbliga a mettere ai voti sul portale le candidature principali, invece che farle decidere in una stanza chiusa da gruppetti di eletti e attivisti.

4. Imponi il rispetto rigido dei principi etici. Non vogliamo pi√Ļ sentire storie di parenti e fidanzati piazzati qua e l√†, e nemmeno vedere gente con vent’anni di dubbie frequentazioni riciclata in un attimo come assessore nel Movimento 5 Stelle (vedi Muraro). E non vogliamo pi√Ļ essere presi in giro raccontandoci balle, come √® appena successo a Roma.

5. Crea un meccanismo di selezione e formazione della classe dirigente. Se quando vinciamo le elezioni l’inesperienza √® un problema, la soluzione non √® affidarsi ai riciclati, ma mobilitare le competenze migliori e assicurarsi di metterle nei posti giusti, specialmente quando si parla di cariche non elettive ma nominate; possibilmente muovendosi per tempo e garantendo la totale trasparenza dei meccanismi di scelta.

6. Ripristina il taglio degli stipendi. Le ultime ondate di eletti a cinque stelle paiono essersi dimenticate dell’idea che si possa fare politica anche senza guadagnare centomila euro l’anno, e ci sono ormai molti casi di eletti dallo stipendio di giada che non si tagliano pi√Ļ un bel niente. Con buon senso, magari con differenze tra i ruoli tecnici e quelli politici, ma assicurati di togliere i soldi dalla politica a cinque stelle, ma sul serio per√≤.

7. Fissa una regola chiara e sensata sugli indagati. Siamo stati troppo giustizialisti in passato? Forse s√¨, ma ancora peggio, il vertice del M5S ha sfruttato gli avvisi di garanzia come una clava per colpire gli avversari interni ed esterni, per cui una indagine su Pizzarotti era “pi√Ļ indagine” di una indagine su un amico del direttorio. Questo deve finire: dimostriamo maturit√†, anche a costo di spiegare a qualche elettore esagitato che un avviso di garanzia non √® una condanna; purch√© questo principio valga per noi come per i nostri avversari.

8. Smetti di criminalizzare il dissenso. Spiega tu a tutti che anche le persone che esprimono critiche (purch√© motivate e costruttive) danno un contributo al Movimento, e che il ruolo degli attivisti non √® adulare gli eletti e farsi un selfie con loro, ma fargli fiato sul collo come e pi√Ļ che ai partiti. Smetti di cacciare (o far cacciare da mail semi-anonime) le persone che pensano e che osano sollevare le questioni di principio, e comincia a cacciare quelle che dicono sempre di s√¨ e poi appena ti giri si approfittano della propria posizione. Spiega che se sui giornali escono racconti di comportamenti poco edificanti da parte di alcuni nostri eletti, la colpa non √® dei giornalisti o di chi nel Movimento contesta questi comportamenti, ma di chi nel Movimento si √® comportato in modo poco edificante.

Secondo me, se vuoi provare a salvare il Movimento, questo √® ci√≤ che devi fare. Altrimenti, il Movimento vincer√† pure le prossime elezioni politiche, ma perder√† l’anima; e alla fine in Italia cambier√† poco o niente.

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venerdì 2 settembre 2016, 11:55

Caro Stato, fatti i cavoli tuoi

Si sa, ogni giorno in Italia sui social network parte un’ondata di indignazione e di scherno contro qualcosa; talvolta meritata, talvolta no. Quella di ieri, meritata, √® contro la ridicola campagna pubblicitaria del Ministero della Salute che vorrebbe convincere i giovani italiani a fare pi√Ļ figli; una campagna che √® innanzi tutto una prova di incapacit√† amministrativa, dato che evidentemente √® stata affidata a dei “professionisti” talmente scarsi da aver partorito slogan e immagini che hanno fatto ridere tutto il Paese.

Finito di ridere, però, è necessario comprendere il vero, grave problema che si ripete continuamente nella politica italiana: quello per cui chiunque abbia in mano il potere si sente in diritto di imporre agli italiani i propri valori e le proprie visioni della vita.

E’ vero, difatti, che la societ√† nel suo complesso ha sotto molti punti di vista un interesse effettivo a promuovere un tasso di natalit√† pi√Ļ elevato, che vuol dire, banalmente, pi√Ļ contribuenti in futuro e pi√Ļ energie fresche per sviluppare il Paese; anche se il sospetto √® che le considerazioni politiche dietro la campagna non siano tanto queste, quanto il desiderio degli alleati centristi di Renzi di appagare il Vaticano e quell’elettorato cattolico integralista che ormai √® ridotto a un manipolo di ultr√† adinolfici, ma che nella testa dei politici √® ancora dilagante.

Ma anche lasciando perdere la questione se la soluzione migliore al calo della natalit√† sia una pubblicit√† su Facebook, il problema √® che in una societ√† libera l’individuo ha innanzi tutto il diritto di fare scelte che non perseguano l’interesse e il benessere collettivo, ma il suo individuale; e lo Stato pu√≤ limitare o contrastare questo diritto solo l√† dove lede direttamente l’uguale diritto degli altri, ma non, invece, per imporre all’individuo di allinearsi a un modello di vita che non condivide.

Se non si parte da un principio libertario come questo, si va verso societ√† totalitarie in cui l’interesse collettivo giustifica qualsiasi prevaricazione; non solo, come una volta, il matrimonio obbligato e pianificato in funzione dell’accrescimento della numerosit√† e del patrimonio familiare, ma pure l’eugenetica (perch√© √® interesse sociale non avere individui deboli al proprio interno), l’omofobia (perch√© non funzionale alla riproduzione) e cos√¨ via.

In questo tipo di societ√†, chi √® al potere segue una ideologia che descrive il modo “corretto” di vivere, e la impone a tutti i cittadini. Purtroppo, questa mentalit√† √® molto diffusa in tutta la politica italiana, vecchia e nuova, perch√© non c’√® differenza concettuale tra promuovere la fertilit√† per rafforzare numericamente la popolazione e promuovere il veganesimo per ridurre l’impatto ambientale dell’alimentazione; o impedire alle famiglie di dar da mangiare ai bambini a scuola quello che vogliono, montando una serie di scuse organizzative e pseudo-sanitarie per nascondere il fastidio di non poter obbligare i figli degli altri a essere tutti uguali e allineati al modello che si vuole imporre.

Il messaggio post-ideologico del Movimento 5 Stelle, in origine, era anche questo: l’ideologia di Stato e di partito limita la libert√† degli individui di essere felici e vivere come meglio credono, per cui perseguiamo una societ√† senza ideologie. In questo senso, il M5S delle origini era una speranza per i laici e libertari, e spiace vedere che il M5S di oggi, come gi√† tutti gli altri partiti, abbia completamente abbandonato questa idea.

Il problema politico, dunque, ritorna a essere generale: quello dell’italiano che deve difendersi dallo Stato e dai politici non solo sul piano dell’incompetenza e della disonest√†, ma anche su quello del vedersi consigliare o direttamente imporre grandi e piccole scelte di vita. Chiss√† se e quando gli italiani riusciranno ad avere la meglio.

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martedì 16 agosto 2016, 13:56

Un disastro certificato

Qualche giorno fa, mi √® arrivato l’avviso di scadenza della mia casella di posta elettronica certificata, che avevo aperto tre anni fa presso le Poste.

Ora, la webmail PEC di Postecert √® una cosa orripilante, con una interfaccia che pare ferma al 1999 e all’era dei CGI, con font piccolissimi e illeggibili, pulsanti indistinguibili, nessun tipo di responsivit√†… un disastro di interfaccia utente. Per√≤ funziona, e per le tre volte l’anno che mi serve va bene, per cui mi loggo, entro e… nell’account non c’√® il pulsante di rinnovo e nemmeno alcun avviso di scadenza.

Allora rileggo la mail, e scopro che per rinnovare la casella PEC bisogna andare su un altro sito, loggarsi con un altro account con diverso username e password, ed effettuare la procedura. Digito l’indirizzo, e il browser resta appeso, dando infine errore; solo dopo un paio di tentativi capisco che il sito √® solo HTTPS e non c’√® la banale redirezione automatica dall’HTTP, ma bisogna inserire “https” a mano.

Mi viene allora fuori una pagina in Times New Roman, priva di CSS, nella quale (dopo aver recuperato da vecchie mail i dati) effettuo il login e avvio il rinnovo, ma senza che mi venga detto quanto costa. Mi viene presentato un form (altro che 1999, siamo a met√† anni ’90) nel quale ci sono tutti i miei dati e, con un elegante dropdown, posso scegliere la durata del rinnovo. Soltanto nell’ultima schermata di conferma compare la cifra, peraltro inserita in mezzo al form tra tutti gli altri dati, e per sapere quanto costano le varie opzioni disponibili devo tornare indietro e reinviare la form scegliendo ogni volta una durata diversa…

Alla fine rinnovo, pago (su un altro sito ancora) con carta di credito, non mi arriva nemmeno una mail di conferma ma penso sia andato tutto a buon fine. Per√≤ mi chiedo: ma se i maggiori servizi digitali del Paese sono messi cos√¨, dove pensiamo di andare? E dire che di persone in grado di progettare un servizio web almeno decentemente usabile ormai ce ne sono molte, e ne conosco qualcuna che pure gi√† lavora con le Poste, ma allora come √® possibile che in questo settore l’approssimazione continui a dilagare?

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mercoledì 3 agosto 2016, 09:54

Sul MOI facciamo chiarezza

Oggi torna sui giornali l’argomento dell’ex MOI, occupato da pi√Ļ di tre anni da centinaia di immigrati, e di come liberarlo dall’occupazione, che – al di l√† degli alti e bassi, dei reati pi√Ļ o meno gravi che l√¨ si sono compiuti e delle esperienze di comunit√† che vi si sono costruite – non pu√≤ certo durare in eterno, anche perch√© la propriet√† ha ottenuto da tempo dalla magistratura un ordine di sgombero la cui esecuzione, finora sospesa per motivi di ordine pubblico, non pu√≤ essere rinviata all’infinito.

L’argomento √® delicato e divide trasversalmente le idee e le coscienze; divide anche il Movimento 5 Stelle, tanto che in consiglio comunale io e Chiara ci esprimemmo diversamente, e che nel programma elettorale si √® stati ben attenti a non essere troppo chiari su ci√≤ che si vuole fare, usando gli stessi giri di parole che ritrovo negli articoli di oggi.

Difatti, sul fatto che l’occupazione vada superata siamo tutti d’accordo, ma ci si divide sul come: dando una casa o una sistemazione agli occupanti, al di l√† del fatto che ne abbiano o meno diritto, pur di scongiurarne le proteste; oppure agendo se necessario con la forza per allontanarli, ma senza concedere loro un trattamento diverso da quello di chiunque altro?

Il problema di fondo, infatti, è che gli occupanti appartengono sostanzialmente a queste quattro categorie:
1) profughi che hanno completato il ciclo di accoglienza, sono gi√† stati mantenuti dallo Stato per un paio d’anni e poi sono rimasti in Italia regolarmente ma senza lavoro e sostegno, lasciati in mezzo a una strada (parecchi dei primi occupanti del MOI erano ex occupanti di via Asti e prima della Clinica San Paolo);
2) finti profughi, ovvero richiedenti asilo la cui domanda è stata bocciata e ora sono in Italia come clandestini;
3) clandestini “semplici”, ossia persone entrate in Italia irregolarmente o il cui permesso di soggiorno √® scaduto, e che non sono mai state richiedenti asilo;
4) immigrati regolari rimasti senza lavoro e senza mezzi di sussistenza (che, presumibilmente, diventeranno clandestini alla prossima scadenza del permesso di soggiorno).

Nessuna di queste quattro categorie avrebbe diritto ad alcun sostegno da parte dello Stato o del Comune, a parte forse qualcuno delle ultime due se si scoprisse che ha i requisiti per essere un profugo senza aver mai richiesto tale status (ma è un caso raro, perché chi può fa subito la domanda).

C’√®, per√≤, un primo “ma”. La maggioranza uscente decise, nel dicembre 2013, di concedere anche agli occupanti abusivi la residenza a Torino, istituendo l’indirizzo fittizio di “via della Casa Comunale 3”. Quella fu una delle occasioni in cui io e Chiara ci dividemmo; lei era favorevole, io astenuto (potete leggere qui i riassunti dei nostri interventi in aula e anche il mio post dell’epoca).

La conseguenza pi√Ļ importante di questa decisione √® che nel prossimo inverno centinaia di occupanti del MOI (un anno fa risultavano essere per l’anagrafe oltre 700) matureranno tre anni di residenza a Torino, e come tali avranno il diritto di ottenere una casa popolare, probabilmente passando in cima a tutte le graduatorie visto il loro stato di nullatenenti assoluti (tra l’altro, la legge regionale esclude dalle case popolari chi occupa abusivamente una casa popolare, ma non chi occupa abusivamente altri tipi di alloggi). E dato che a Torino sono disponibili 400-500 alloggi ATC l’anno, se le cose rimarranno cos√¨, √® probabile che per un anno non ci siano case per nessuno se non per gli ex occupanti del MOI.

All’epoca si disse anche che le regole regionali sarebbero state riviste per “diluire” questo flusso, evitando una paralisi del sistema che avrebbe facilmente portato tensioni sociali; non so se sia stato fatto o se intendano farlo ora, viste anche le recenti dichiarazioni di Fassino sulla doppia graduatoria. Questo, per√≤, rende ancora pi√Ļ urgente mettere mano alla situazione del MOI.

Soluzioni facili non ce ne sono; gli articoli parlano di un modello simile a quello usato per Lungo Stura Lazio. L√¨, per√≤, la situazione era diversa; non si parlava di occupanti abusivi organizzati di edifici altrui, ma di persone che si erano accampate dove e come potevano; i clandestini erano pochissimi, e molti invece erano cittadini italiani o europei, anche con un lavoro per quanto misero e precario, con diritti gi√† maturati e con pieno diritto a rimanere in Italia; inoltre, c’erano cinque milioni di euro messi a disposizione dallo Stato centrale. Qui, se non arriva uno stanziamento specifico da parte del governo, soldi non ce ne saranno, a meno che il Comune non li reperisca di suo, dal proprio bilancio, togliendoli a qualcos’altro.

Si capisce che il pericolo di uno sgombero senza paracadute sia grave: cosa farebbero centinaia di persone senza nulla da perdere, una volta allontanate da l√¨, perdipi√Ļ assistite da centri sociali e organizzazioni pro migranti? Occuperebbero qualcos’altro, manifesterebbero in blocco per il centro? Da qualche parte dovranno pur andare.

D’altra parte, anche stabilire il principio che chi occupa in blocco prima o poi sar√† sistemato, al di l√† dei propri diritti, √® molto pericoloso. A quel punto cosa impedirebbe a una parte delle centinaia di migliaia di clandestini o di profughi che vivono in Italia di occupare in blocco edifici fatiscenti per farsi sistemare dal Comune di Torino? Chi convincerebbe i profughi che hanno terminato il ciclo di accoglienza, di solito senza conquistarsi alcuna sistemazione o autonomia economica, ad uscire pacificamente e arrangiarsi? E a cosa servirebbe sgomberare il MOI con tanta fatica, col rischio che un mese dopo ci siano altre 800 persone accampate l√¨ in attesa di farsi sistemare?

Qualunque scelta si faccia i problemi sono grandi, e questo √® innegabile. D’altra parte, √® anche bene che le scelte siano chiare; e per ora non lo sono. Non si √® capito, infatti, quale delle due strade voglia percorrere l’amministrazione; se vuole fare un censimento per aiutare solo quelli che ne hanno diritto in quanto profughi non ancora accolti, gi√† sappiamo che saranno una sparuta minoranza e che rester√† il problema di tutti gli altri; se invece vuole sistemare tutti gli occupanti, o anche solo inserire nelle case popolari quella grande maggioranza degli occupanti che ha avuto la residenza, perch√© “siamo tutti esseri umani, la casa √® un diritto di tutti e sogniamo un mondo senza frontiere”, come sentivo ripetermi dagli esponenti del M5S che ora si occupano della materia, allora vorrei capire come potr√† spiegare la cosa alle migliaia di famiglie italiane e straniere che vengono sfrattate ogni anno e che finiscono in mezzo a una strada o si arrangiano come possono, aspettando per anni una casa senza occupare alcunch√©.

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sabato 30 luglio 2016, 19:04

La pace è fuori dalle chiese

Fa piacere che, con spirito di pace, molte comunità musulmane in Italia e in Europa (anche se, ho letto, non quella torinese) domani mandino dei rappresentanti ad ascoltare la messa nelle chiese cattoliche.

Eppure, al di l√† dello spirito di pace, a me l’aspetto simbolico dell’iniziativa convince poco; per prima cosa, perch√© l’integrazione avviene alla pari e non costringendo gli uni a partecipare al rito religioso degli altri. Questo per√≤ si pu√≤ risolvere: basta che la settimana prossima siano i cattolici ad entrare nelle moschee.

Ma pi√Ļ ancora sono perplesso perch√© l’integrazione non riguarda solo i fedeli delle due religioni, ma tutta la societ√†; riguarda anche i fedeli delle altre religioni meno praticate, e riguarda chi non si riconosce in alcuna religione; pezzi di societ√† che dalla strombazzata iniziativa di domani sono apertamente esclusi.

Il luogo giusto per l’integrazione, simbolica e pratica, non √® un luogo di culto, ma √® la sede laica dell’istituzione pubblica; √® la scuola, √® il posto di lavoro, √® la politica, √® il teatro e lo stadio. Quelle sono le sedi dove tutta la societ√† si deve unire al di l√† delle differenze, non una chiesa, che per definizione, in una societ√† laica e multireligiosa, accoglie solo una parte della cittadinanza.

Perch√© altrimenti il rischio √® che il tema di importanza storica dell’integrazione degli islamici in Europa venga sfruttato da una parte del mondo religioso cristiano, quello che non a caso spesso promuove e organizza l’immigrazione senza se e senza ma, per un proprio obiettivo politico di parte: reintrodurre la religione nel cuore dello Stato, rimetterla al centro di una vita pubblica e politica da cui, per uguaglianza e rispetto di tutti i cittadini, dovrebbe essere stata allontanata ormai da molto tempo. Cos√¨, almeno, deve essere se l’obiettivo √® una societ√† laica, tollerante e libertaria, anzich√© una societ√† vincolata da precetti pi√Ļ o meno rigidamente interpretati di libri religiosi di epoche antiche.

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martedì 19 luglio 2016, 16:13

Quando portavamo gli scarponi

Oggi, dopo il primo consiglio comunale del nuovo mandato, a tenere banco √® la polemica tra il M5S torinese e i No Tav, legata a un’improvvida solidariet√† alle forze dell’ordine, senza se e senza ma, espressa dal neo presidente del consiglio comunale Versaci. Io ne parlo ormai da ex, e inevitabilmente mi √® venuta in mente questa foto.

salarossascarponi.jpg

Risale al 30 maggio 2011, il mio primo giorno di cinque anni fa nel palazzo comunale, il giorno in cui mi presentai con giacca, cravatta e gli scarponi sporchi del fango di Chiomonte. Perch√© uno – persino uno come me, che certo non pu√≤ essere accusato di simpatie per i centri sociali e per chi attacca le forze dell’ordine per linea “politica” – pu√≤ entrare nel palazzo senza per forza rinnegare chi √® e da dove viene, senza nascondere la verit√† delle cose, la ragione e il torto che raramente stanno da una parte sola; e quando gli chiedono di parlare, senza venire meno al doveroso rispetto per le istituzioni e per chi le serve, ma senza nemmeno tacere i loro errori e le loro contraddizioni, pu√≤ anche dire cose come quelle che dissi io nella prima seduta dello scorso consiglio, il 27 giugno 2011, e che riporto qui per futura memoria.

“Vorrei parlare anche di quanto √® accaduto questa mattina, perch√© noi eravamo presenti (non solo noi, c’era anche il Consigliere Curto ed altri amministratori della Val di Susa). Il consistente drappello di amministratori locali non era l√¨ per fare confusione, ma come forza di interposizione, cio√® ci siamo messi tra i manifestanti, dietro, e la polizia che doveva arrivare dal davanti di queste barricate, cercando di far ragionare la gente per provare, perlomeno, a creare all’ultimo momento un minimo di dialogo ed evitare il peggio, che, poi, si √® verificato puntualmente. Devo sottolineare che si √® verificato puntualmente perch√© non vi √® stata possibilit√† di dialogo da parte delle Forze dell’Ordine, nel senso che avevano l’ordine di entrare a qualunque costo e sgomberare tutto. Di conseguenza, non c’√® stato modo di evitare quanto √® accaduto, che non √® stato soltanto lo scambio di “piacevolezze” di oggetti lanciati (sicuramente da entrambe le parti, tutto quello che volete), ma ho testimoniato personalmente il fatto di essermi trovato in un piazzale con circa 2.000 persone letteralmente bombardate di decine e decine di lacrimogeni e costrette a correre verso l’unico lato che gli era stato lasciato a disposizione, cio√® quello dei monti, arrampicandosi in mezzo alle rocce e ai boschi; tra l’altro, il flusso di lacrimogeni √® continuato anche dopo che il piazzale – che era l’obiettivo della liberazione, come √® stata chiamata – era gi√† stato liberato.

Quindi, a missione compiuta, le Forze dell’Ordine hanno ritenuto di dover continuare a spingere la gente contro le rocce e, ovviamente, ho visto persone farsi male, svenire, vomitare per i lacrimogeni e ragazzi con la testa spaccata; questi fatti sui giornali non sono stati pubblicati e non verranno pubblicati, per questo motivo le voglio dire in questa sede, e, ovviamente, ci saranno i video che circoleranno sulla rete e, anche in questo caso, ognuno vedr√† quello che vuole vedere.

Come prendere questa situazione? Abbiamo cercato in tutti i modi di mettere un elemento di ragione in questa discussione, di razionalit√† di dati e di analisi, ma purtroppo non ci siamo riusciti. Siamo arrivati al punto in cui adesso in Val di Susa ci sono decine di migliaia di persone (non so se siano la maggioranza o la minoranza, ma comunque √® sicuramente una parte molto consistente degli abitanti della Val di Susa) che non si sentono pi√Ļ cittadini italiani e che hanno vissuto l’arrivo dell’Esercito e della Polizia come un esercito straniero, accogliendoli cantando l’Inno nazionale e “Bella ciao”. Quindi, indipendentemente dal fatto che uno possa concordare o meno con questa visione, abbiamo una parte della popolazione del Piemonte che non si sente pi√Ļ parte di questo Stato e che reagir√† di conseguenza, perch√© quello che vedete qui davanti √® soltanto l’antipasto; non capisco come si possa continuare a pensare di costruire quest’opera con vent’anni di Intifada in Val di Susa, perch√© succeder√† esattamente questo. Questo √® il bel risultato della politica piemontese degli ultimi vent’anni.

C’erano comunque numerosi amministratori ed esponenti politici in questa manifestazione e anche l’altra sera sono intervenuti esponenti di tre diversi movimenti politici, compreso il Segretario nazionale di Rifondazione Comunista, per cui non si pu√≤ neanche dire che fosse una manifestazione di quattro gatti estremisti, anarchici od insurrezionalisti; √® stata una manifestazione politica di un raggio discretamente ampio di forze, con idee anche diverse tra loro, che, alle quattro del mattino, √® stata accolta con la violenza ed √® stata dispersa con la violenza.

√ą questa la democrazia? Onestamente, oggi siamo venuti qui con l’idea di non partecipare a questo Consiglio Comunale, perch√© se questo √® il modello di democrazia che vige, allora non ci sentiamo parte di questa democrazia. Dopodich√© abbiamo fatto un ragionamento e, per senso di responsabilit√† verso le Istituzioni, siamo presenti e abbiamo fatto il nostro discorso. Siamo molto dispiaciuti dell’evoluzione che hanno preso le cose, ci dichiariamo indisponibili a gestire questa situazione, che non √® pi√Ļ gestibile dal nostro punto di vista. Di conseguenza, non ci assumiamo la responsabilit√† delle conseguenze dell’azione che √® stata fatta questa mattina, se ne assumer√† le conseguenze il Sindaco e tutti gli altri politici che hanno scelto di percorrere questa via.”

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lunedì 4 luglio 2016, 13:59

Vodafone Smart Passport: le mani nelle mie tasche

Se siete italiani, ci sono ottime probabilità che siate o siate stati nella vita dei clienti Vodafone. Io ci ho persino lavorato, nel 1999, quando si chiamava ancora Omnitel; ci sono dunque affezionato. Nonostante questo, ultimamente stanno riuscendo a comportarsi veramente male.

Gi√† l’anno scorso ero rimasto vittima di Vodafone Exclusive, il servizio aggiuntivo da 1,90 Euro al mese che veniva attivato mediante silenzio assenso, generalmente a persone come me che mai l’avrebbero voluto. Adesso la storia si ripete, grazie alla vicenda del roaming europeo.

Ricorderete infatti che in primavera ci eravamo beccati i comunicati trionfalistici dell’Unione Europea sui grandi vantaggi per i cittadini che essa sempre ci dona: in questo caso, l’abolizione dei costi di roaming spropositati che si pagavano per usare il telefono all’estero. In effetti, il Parlamento Europeo ha approvato un Regolamento che prevede un tetto massimo piuttosto ridotto ai costi di roaming, e la loro completa abolizione a partire dal giugno 2017.

Il 29 aprile, infatti, Vodafone mi ha mandato il seguente messaggio:

vodasmartpassport-1

Il messaggio √® ambiguo, e fa sembrare che il regolamento europeo imponga a tutti i clienti di adottare “dal 12/6” l’offerta Smart Passport, ovvero un acquisto in blocco di 60 minuti, 60 SMS e 200 MB al giorno per tre euro “solo in caso di utilizzo”. Solo leggendo fino in fondo si scopre che “se disattivi Smart Passport, dal 30/4 paghi secondo le nuove tariffe europee”, e infine che puoi recedere dal contratto senza penali, il che deve sempre trarvi in allarme perch√© i fornitori di servizi, e solo perch√© obbligati, vi concedono di recedere dal contratto senza penali solo quando modificano unilateralmente le condizioni di contratto in maniera sfavorevole per voi: quindi “puoi recedere dal contratto” = “fregatura in arrivo”.

In questo caso, se ci pensate un attimo, il danno per l’utente medio √® evidente: se veramente fate in un giorno 60 minuti di telefonate dall’estero va bene, ma se, come l’utente medio, all’estero disabilitate i dati, usate il telefono pochissimo e magari rispondete velocemente e dopo venti secondi mettete gi√Ļ, non spenderete mai 3 euro. E infatti, la settimana prima ero stato in Francia e queste erano le mie tariffe: per ricevere telefonate pagavo 6 cent al minuto, per mandare un SMS 7 cent (notate che in Italia, trattandosi di una SIM secondaria su cui non ho alcun piano attivo, pago un SMS 20 centesimi: questo per dirvi quanto ci marciano gli operatori). Io non ho minuti inclusi, ma se li avete potete semplicemente usarli e pagare ancora meno, solo 1,4 cent al minuto in ricezione o 2,4 cent per SMS (qui trovate le tariffe sul sito Vodafone).

Quindi, per rispondere velocemente e poi metter gi√Ļ avrei pagato qualche centesimo in tutto; ma con Smart Passport attiva, al primo secondo ricevuto o al primo SMS mandato scatta l’offerta e pago 3 euro. E questo ogni giorno, per cui se sto via una settimana e ogni giorno ricevo una chiamata per trenta secondi, alla fine avr√≤ speso 21 euro invece che 40 centesimi. Lo scrivono anche loro, in un angolino del loro sito (oltretutto, altra chicca, il “giorno” √® calcolato sempre sull’ora italiana, per cui se sei in California tu credi di avere l’offerta attiva per tutto il giorno l√†, ma in realt√† a met√† giornata scatta la mezzanotte italiana e la paghi due volte).

vodasmartpassport-3

Il danno per le mie tasche e il vantaggio per quelle di Vodafone – casualmente, proprio all’inizio della stagione estiva, quella in cui si viaggia di pi√Ļ all’estero – sono evidenti, per cui mi son detto: guarda sti maledetti, devo disattivare subito l’offerta. Ma subito (il 29 aprile) non si poteva, perch√© non era ancora attiva; e li ringrazio per il preavviso, ma un preavviso di un mese e mezzo onestamente sembra fatto apposta perch√© il cliente si dimentichi della cosa e non disattivi l’offerta quando viene il momento. Per cui, mi sono segnato sul calendario di Google “12 giugno: disattivare Smart Passport”.

Il 12 giugno controllo: l’offerta non √® attiva. Ricontrollo nei giorni seguenti: niente. Vuoi vedere che sono rinsaviti, e/o che finalmente qualcuno gli ha fatto il mazzo, e sono ritornati sui loro passi?

E invece no: la settimana scorsa riparto per Slovenia e Austria. In Slovenia non guardo nemmeno gli SMS di avviso – chi viaggia spesso non li guarda pi√Ļ da anni – ma entrando in Austria per caso li apro e leggo: “Benvenuto in Austria, la tua offerta √® Smart Passport”. Maledizione!

Cos√¨, giunto in albergo, mi attacco al wi-fi e apro l’app My Vodafone; controllo le mie offerte ed eccola l√¨:

vodasmartpassport-4

Attivata (da loro) il 28 giugno! Cio√®, oltre ad attivarmi unilateralmente un ‚Äúservizio‚ÄĚ a pagamento che non voglio e che non ho mai richiesto, mi hanno mentito sulla data di attivazione, rimandandola di un paio di settimane, facendomi credere che non sarebbe stata pi√Ļ attivata e impedendomi cos√¨ di disattivarla a priori…

Per fortuna nei giorni precedenti non avevo utilizzato quel numero, altrimenti avrei gi√† avuto addebiti non voluti per parecchi euro. Comunque, perlomeno disattiviamola, no? Premo su “gestisci” e mi dice che si pu√≤ disattivare solo dal sito. Apro il browser, vado sul sito Vodafone per smartphone, e… posso comprare tutto quel che voglio, ma non c’√® alcuna voce di menu per gestire le offerte attive e disattivarle. Mi tocca aprire il PC, loggarmi sul sito da l√¨, andare sulla gestione offerte e… il servizio non √® attualmente disponibile! Per√≤, come dicono nello screenshot pi√Ļ sopra, potrei disattivarla chiamando dall’estero il +393482002070… e se lo chiamo che succede? Ovviamente scatta l’offerta: l’unica offerta attivata senza il tuo consenso che devi comprare almeno una volta per poterla disattivare.

Morale? Alla fine il sito si √® riavuto e l’ho disattivata da l√¨, ma √® evidente che questo comportamento – √® il secondo per Vodafone, dopo la vicenda analoga di Vodafone Exclusive – meriterebbe di cambiare operatore, se non fosse che tanto, pi√Ļ o meno, tutti si comportano cos√¨; tra l’altro, non ho idea di quante siano le utenze su cui negli scorsi giorni √® stata attivata Smart Passport “a tradimento”.

Alla fine, in un oligopolio come quello delle telecomunicazioni, il mercato da solo non √® assolutamente in grado di tutelare i consumatori: dovrebbero farlo i nostri ministri nazionali e commissari europei che insistono continuamente con i benefici del mercato globale e dell’Europa. Ma in Italia questi comportamenti vanno avanti da anni, da parte di qualsiasi grande operatore di qualsiasi servizio, senza che nessuno intervenga. E allora perch√© stupirsi se poi la gente al mercato e all’Europa non crede pi√Ļ?

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martedì 21 giugno 2016, 15:04

Don’t cry for me, Cit Turin

Domenica mattina, su un pullman, nella periferia nordovest di Torino, l’autista e un passeggero parlano delle elezioni. Concludono entrambi che voteranno Appendino: l’autista perch√© “Fassino ci vuole vendere ai privati, Appendino difende il servizio pubblico”; il passeggero perch√© “Fassino ha riempito Torino di zingari, gli d√† pure da mangiare, mentre a noi italiani non danno niente”.

Questa scenetta, a cui ho assistito personalmente, dimostra davvero che destra e sinistra come categorie e fasce sociali contrapposte non esistono pi√Ļ; sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di sinistra per il mantenimento in mani pubbliche delle societ√† partecipate, sia che tu abbia a cuore una battaglia molto di destra contro la presenza crescente degli stranieri e dei rom, comunque voterai Movimento 5 Stelle.

Ha votato Appendino il vecchietto ultra-80enne che ha salito con estrema fatica le scale del seggio di corso Svizzera in cui ero rappresentante, si √® riposato dieci minuti buoni per riprendere fiato, ha votato e poi ha detto ad alta voce “e speriamo che adesso muoia, sto sindaco comunista!”; e ha votato Appendino la coppia di giovani che ho visto a festeggiare in piazza sotto il Municipio e che, rivolti verso i bei palazzi del centro, gridavano “andate a lavorare, radical chic di merda!”.

I commentatori si sono concentrati sulle contraddizioni insite in tutto questo; ed √® vero, √® vero che chiunque avesse qualcosa da ridire non solo sull’amministrazione Fassino o sul governo Renzi ma sull’economia, sulla geopolitica, sull’ordine sociale, persino sul tempo e sul risultato degli Europei di calcio, ha concretizzato la propria rabbia votando Appendino; √® vero che le aspettative sulla nuova giunta sono non solo impossibilmente elevate, ma anche troppo contraddittorie per poter essere esaudite tutte.

Ma i commentatori che si concentrano sulle contraddizioni sbagliano, perch√© vivono ancora nel mondo della destra e della sinistra; sbagliano perch√© non capiscono che c’√® un filo conduttore tra tutti quelli che hanno votato Appendino, un filo conduttore molto pi√Ļ forte delle contraddizioni interne. Un filo conduttore che esisteva gi√† prima, ma che Chiara ha abilmente solleticato e rafforzato, con la sua campagna in stile primarie americane, innovativa per l’Italia e giustamente premiata, basata innanzi tutto sull’immagine, sull’emozione e sull’identificazione del “noi” con il popolo e del popolo con Chiara, pi√Ļ che sui temi di sostanza; una campagna inconsapevolmente peronista che io non avrei mai fatto e comunque non sarei mai stato in grado di fare, ma che era l’unica che potesse vincere e conquistare i cuori del popolo torinese (e quindi tanti complimenti a Xavier Bellanca, l’attivista-stratega oggi meritatamente intervistato dalla Stampa).

Il filo conduttore è evidente nella fotografia della distribuzione territoriale dei risultati:

mappa-ballottaggio-2016

E’ evidente che ci√≤ che unisce i sostenitori di Appendino non √® n√© la destra n√© la sinistra, e nemmeno l’apprezzamento per Grillo (volutamente tenuto fuori dalla campagna) o per le istanze storiche del M5S. Semplicemente, ci√≤ che unisce i sostenitori di Appendino √® di essere o sentirsi poveri; e sottolineo “sentirsi”, che per vedere i poveri veri bisogna andare nelle baraccopoli della Stura o direttamente nel Terzo Mondo, ma Torino √® piena di ex classe media che pur vivendo ancora meglio di tre quarti del pianeta si sente a buon motivo pezzente.

Perch√©? Perch√© dall’altra parte c’√® un sistema di persone che hanno esibito per vent’anni il loro bel centro lucido, i loro grandi eventi pieni di VIP, le loro connessioni familiari e sociali che li fan cadere sempre in piedi, la loro arroganza nel pretendere sempre ragione e nel liquidare qualsiasi opinione diversa come “fascismo” o “ignoranza”, la loro cultura rivendicata come uno status symbol, fino a stare immensamente sulle scatole alla maggioranza della citt√†.

Davanti a un sistema organizzato che marca fisicamente e moralmente la distanza tra chi √® dentro e chi √® fuori, √® ovvio che anche chi fuori vive piuttosto bene, anche chi gode di una amministrazione non certo inetta, si senta comunque un pezzente con voglia di rivalsa; e persino chi √® dentro, ma riceve soltanto le briciole, si ribeller√† nel segreto dell’urna o anche apertamente, come i ragazzi pagati per dare i volantini di Fassino che ci dicevano “comunque io voto per voi”. Non √® solo una povert√† materiale; lo √® in molti casi, ma in molti altri √® soprattutto una povert√† di opportunit√†, di chance di crescita personale e di riconoscimento sociale, di libert√† di essere e di realizzarsi, che rimanda al vuoto di senso della societ√† moderna prima ancora che al vuoto nella pancia.

Fassino – una persona che purtroppo per lui ha il talento naturale per fare dichiarazioni autolesioniste: oggi si vantava di aver comprato le caprette ai rom di lungo Stura Lazio per rimandarli in Romania, provocando una serie infinita di “Piero, le caprette ti fanno ciao” – l’ha chiamata “invidia sociale”, sempre per farsi amare ancora un po’. Ma quando la differenza sociale non √® legata al merito ma alle condizioni di partenza, non si tratta di invidia quanto di sacrosanta rabbia.

Sbaglia, per√≤, chi pensa che l’identificazione dei “poveri” con il Movimento 5 Stelle sia soltanto occasionale, legata alla circostanza di essere ora all’opposizione e ancora sostanzialmente vergini dalle responsabilit√† di governo. Certamente la verginit√† politica massimizza il risultato, ma il M5S, nato come forza post-ideologica, sta costruendo da tempo con i propri elettori una identificazione ideologica di lungo periodo; e i commentatori pi√Ļ acuti, come Angelo D’Orsi, l’hanno colto benissimo. L’identificazione non avviene per√≤ sulla destra o sulla sinistra, ma sull’opposizione all’economia globalizzata di mercato, all’austerit√† tedesca, al dominio degli azionisti sui cittadini, degli utili di Borsa sugli stipendi delle famiglie, delle tasse e della ragion di Stato (indebitato) sulla libera iniziativa. Per questo, essa mette assieme gli operai con i padroncini, i piccoli imprenditori con gli impiegati, tutti uniti (ex sinistri ed ex destri) non contro il capitalismo, ma contro l’avidit√† dei capitalisti di oggi.

C’√®, per√≤, una questione pi√Ļ profonda. L’invidia e la rabbia sono sentimenti inevitabili, in una societ√† basata sul consumismo, quindi sulla generazione continua di bisogni indotti per spingere all’acquisto. Pi√Ļ la societ√† √® in crisi economica, pi√Ļ aumentano le disuguaglianze, e meno le persone comuni sono in grado di soddisfare il bombardamento di bisogni indotti, materiali e psicologici; e ogni desiderio frustrato genera rabbia. Nel breve periodo, la rabbia genera insoddisfazione per chi governa e vantaggi elettorali per chiunque si presenti come il nuovo; ma cosa succeder√† se, esaurita la fiducia in Renzi, si dovesse esaurire anche quella nel Movimento 5 Stelle, senza che la crisi economica si risolva?

Una societ√† con forti disuguaglianze sociali pu√≤ reggere solo in due modi: o riducendo concretamente le disuguaglianze, o con un regime che reprima con le buone o con le cattive la rabbia popolare… fin che ci riesce. La rivolta dei forconi, due anni e mezzo fa, a Torino assunse forme e dimensioni non viste altrove, e doveva essere un segnale di allarme per tutti. Eppure, io ero l’unico in piazza a cercare di capire e di ascoltare, e tuttora quella presenza mi viene spesso rinfacciata come una macchia invece che come una medaglia. Se le disuguaglianze in questa citt√† e in questo Paese, vere o percepite, non diminuiranno rapidamente, il rischio √® che la rivolta ritorni ancora pi√Ļ forte: ed √® questo rischio che tutti i politici, nuovi e vecchi, devono tenere ben presente.

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domenica 19 giugno 2016, 18:03

L’eterna lotta tra il bene e il male

A giudicare dai social, molti vivono la giornata di oggi come una tappa “vieni a fare la storia” dell’eterna lotta tra il bene e il male. E allora, √® il caso di ricordare che l’eterna lotta tra il bene e il male √® fatta cos√¨: √® eterna, ma intanto son passati manco vent’anni e Feiez non c’√® pi√Ļ, e non c’√® pi√Ļ nemmeno la piattaforma in cima alle torri gemelle, e la stessa canzone √® gi√† riapparsa un po’ diversa almeno un paio di volte, e tutto continua a rimescolarsi in tre lingue diverse e non se ne capisce mai bene il senso, se non che, mentre cerchiamo inutilmente di distinguere il bene dal male anche nella cucina italo-americana, le linee di basso di Faso valgono sempre la pena di essere ascoltate ancora una volta.

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venerdì 17 giugno 2016, 13:54

Perché dovete venire a votare Appendino

Lo so, la campagna elettorale ha stancato tutti, si √® riempita di rumore, di battibecchi, di attacchi puerili da tutte le parti. Eppure io ho riflettuto e vorrei, in due minuti, darvi quattro semplici motivi per andare a votare Chiara Appendino al ballottaggio, al di l√† delle perplessit√† che potete avere sul Movimento 5 Stelle (notoriamente, pur essendo uno dei suoi fondatori cittadini, ne ho diverse anch’io). Perch√© alla fine le differenze ci sono, e vale la pena di soppesarle bene.

Onest√†. La campagna elettorale di Appendino √® costata poco pi√Ļ di quarantamila euro, dettagliati sul sito; quella di Fassino non si sa, ma sui giornali √® uscito il caso di un singolo candidato dei Moderati che da solo ha speso trecentomila euro, non li ha pagati e poi ha pure dichiarato di aver pagato diecimila euro in nero per ottenere la candidatura, salvo smentirsi il giorno dopo. Chiara ha rinunciato a centomila euro di gettoni di presenza che poteva anche intascarsi, e hanno ancora avuto il coraggio di attaccarla per i permessi di lavoro rimborsati alla sua azienda, che vanno a tutti i consiglieri lavoratori dipendenti, compresi quelli dei partiti, che per√≤ si tengono anche i gettoni. N√© io n√© lei ci arricchiamo con la politica, potevamo guadagnare sicuramente di pi√Ļ dedicandoci al nostro lavoro e non pestando i piedi al potere cittadino; dall’altra parte c’√® un intero mondo che vive di soldi pubblici da vent’anni e che spesso li gestisce come fossero propri, o li spreca (cinque milioni di euro per l’Arena Rock, sedici milioni di euro per il progetto di una biblioteca dei sogni) svuotando le casse pubbliche.

Pulizia. La legalit√† √® un tema difficile e il M5S spesso l’ha affrontato con troppa superficialit√†. Tuttavia, secondo voi davvero tra PD e M5S non c’√® differenza in termini di pulizia e di legalit√†? Fassino oggi dichiara “mai una macchia in 23 anni di centrosinistra”, eppure in questi anni i giornali si sono riempiti di inchieste giudiziarie e di scandali di ogni genere, dai gettoni di presenza rubati in Circoscrizione 5 alle firme false sulle liste del PD, dalla vicenda di Raphael Rossi all’Amiat alle telefonate a personaggi equivoci per chiedere voti per Fassino, fino alle ripetute infiltrazioni della ndrangheta nelle grandi opere pubbliche. Solo oggi hanno indagato ex sindaco ed esponenti PD di Borgaro! Il primo modo di combattere corruzione, mafie, favoritismi √® far ruotare regolarmente le persone che si occupano della cosa pubblica, perch√© non facciano in tempo a farsi tentare o ad approfittarsene. Vogliamo cambiare aria o no?

Innovazione. Torino ha un drammatico bisogno di rilanciarsi per creare ricchezza e lavoro per tutti. Qualunque sia il giudizio sugli ultimi vent’anni, anche visto ci√≤ che di positivo √® stato fatto, √® per√≤ chiaro che ormai quel ciclo √® finito, ha esaurito la sua capacit√† di portare sviluppo. C’√® bisogno di liberare energie, di attaccare rendite di posizione, di puntare su settori e tecnologie che un politico d’altri tempi come Fassino, uno che l’inglese lo parla cos√¨, pur con tutta la buona volont√† fatica anche solo a comprendere. Nessuno contesta l’importanza del turismo, ma una citt√† come la nostra non pu√≤ vivere solo di turismo. Nessuno vuole bloccare la citt√†, ma l’idea di Fassino di uno sviluppo urbano basato su cemento-palazzi-supermercati non sta pi√Ļ in piedi, anche solo perch√© a Torino ci sono gi√† decine di migliaia di appartamenti vuoti e il mercato √® crollato. Cambiare spaventa, ma oggi cambiare non √® una scelta, √® una necessit√†; se rivincer√† Fassino, semplicemente perderemo altri cinque anni prima di poter ripartire.

Meritocrazia. A Torino “lavorano sempre gli amici degli amici”, lo disse l’ex sindaco Castellani come se fosse normale. La citt√† √® divisa tra chi fa parte di un sistema, da cui trae beneficio anche al di l√† dei propri meriti, e chi non ne fa parte, ed √® spesso costretto alla disoccupazione o all’emigrazione. La citt√† √® divisa tra i quartieri centrali in cui vivono gli amici, sempre belli e tirati a lucido, e tutto il resto, in genere abbandonato alle buche e all’erba alta un metro. Ma un ambiente senza meritocrazia muore, perde opportunit√†, spreca risorse. Chiara ha scelto i suoi assessori con un bando pubblico, li ha annunciati quasi tutti, i CV sono online, ovviamente le scelte sono sempre opinabili, persino per me, ma tutti hanno competenza da vendere. Fassino ancora non ha annunciato un assessore che sia uno, ma in questi anni ha affidato i trasporti a un bancario, l’istruzione a un avvocato e l’innovazione a un consulente del lavoro, scelti in base a quanti voti hanno portato; e i risultati si vedono. Questo √® il momento di spezzare un sistema di scelte non meritocratiche, di aprire le porte dei salotti e di dare le opportunit√† a tutti i torinesi, non solo a pochi. Non a caso chi sta nel sistema √® terrorizzato, usa tutti i mezzi mediatici e persuasivi per convincervi a ritornare all’ovile e a votare quelli che avete sempre votato, minacciando cataclismi se Fassino perder√†. Ma se Fassino perder√†, l’unica cosa che succeder√† √® che un po’ di privilegiati dovranno cercarsi un lavoro, e un po’ di gente valida prender√† il loro posto.

 

Questi, secondo me, sono i motivi decisivi per votare Appendino; tutto il resto, la polemica su questo o quel progetto, su questo o quell’appoggio, √® rumore che distrae soltanto. Fateli pure leggere ai vostri amici indecisi; e mi auguro di vedervi in tanti ai seggi domenica, per provare a costruire un futuro migliore per la nostra citt√†.

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