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Archivio per la categoria 'TorinoInBocca'


sabato 28 aprile 2018, 09:28

GTT, Torino non è Londra

Spero di sbagliarmi, ma temo che sia saltata fuori una ulteriore fregatura dell’aumento dei biglietti del tram, quello che già aveva scandalizzato tutti un paio di mesi fa.

Per gli utenti saltuari come me, abolito il comodo carnet da 15 corse a 1,17€ l’una, le nuove opzioni sono due:
– quando fai una sola corsa nel giorno, comprare il biglietto singolo a 1,70€;
– quando ne fai più di una, comprare il giornaliero a 3€ o il biglietto da 7 giornalieri “multi-daily” da 2,50€ l’uno.

Peccato che GTT abbia fatto ieri un comunicato in cui si dice che i nuovi giornalieri saranno acquistabili solo dai possessori della tessera elettronica BIP (bisogna farsi la tessera, un’altra barriera per l’uso saltuario, ma vabbe’; hanno già detto che persino per il biglietto singolo ci vorrà la tessera) ma soprattutto che:

“Chi è in possesso di una card Bip con un biglietto urbano dovrà utilizzarlo prima di poter caricare i biglietti Daily e Multi Daily 7: infatti la logica del sistema BIP è di far risparmiare il cliente e su tale logica sono impostati i parametri tecnici che regolano la vendita e la validazione di più titoli sulla stessa smartcard.”

Ora, non si capisce bene, ma da questa frase sembra che la tessera NON supporti la possibilità di caricarci sopra sia biglietti singoli che giornalieri e di scegliere ogni volta quale usare. Non solo: una volta che la carichi con il multi daily da 7 giornalieri, devi per forza esaurirli tutti prima di poterci caricare sopra un biglietto singolo. E anche se la tessera permettesse di caricare entrambi i biglietti, “i parametri tecnici” sono settati in modo da validarti sempre il giornaliero al primo accesso del giorno, anche se hai un biglietto singolo e lo vorresti usare! (e naturalmente hanno la faccia tosta di dirti che è “per far risparmiare il cliente”!!)

In pratica, questa è una manovra surrettizia per renderti difficile ottimizzare la spesa: dovresti avere non una tessera ma due, caricare su una i biglietti singoli e sull’altra i giornalieri, e distinguerle bene (visto che all’aspetto sono uguali) per timbrare ogni volta quella giusta (e dato che sono basate su RFID, basta avvicinarle al lettore, ad esempio perché pigiati su un bus, per validarle anche involontariamente).

Oppure… la cosa più semplice, e l’obiettivo palese di tutto questo, è usare solo il carnet di giornalieri e rassegnarsi a pagare 2,50€ la corsa singola (!) quando nel giorno ne fai una sola.

Ricordo come funziona a Londra e in altri posti che hanno le tessere dal secolo scorso: tu sulla tessera hai un credito, al primo accesso ti fa pagare il biglietto singolo, poi quando con gli accessi successivi arrivi al prezzo del giornaliero lo pareggia e non ti addebita più niente per il resto della giornata. Era tanto difficile fare lo stesso?

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sabato 13 gennaio 2018, 12:47

Il grande successo, il grande tradimento

Come potete immaginare, conosco Deborah Montalbano da molti anni, da quando, qualche tempo dopo l’inizio della nostra avventura in Comune, si avvicinò al gruppo M5S Torino Circoscrizione 5, all’epoca l’anima dura e pura del movimento di periferia. Si è fatta strada nel gruppo semplicemente dandosi da fare per il suo quartiere, le Vallette, e per le persone che lo abitavano; in mezzo a tanti aspiranti ospiti di Santoro (pardon, Paragone), che volevano soprattutto conquistarsi un riconoscimento sociale e magari economico, lei si è sempre occupata davvero di chi aveva bisogno.

Il rapporto tra noi non è mai stato facile; eravamo troppo diversi, lontani anni luce per estrazione sociale, per cultura, per visione del mondo. A lei, come a tanti altri attivisti, io sembravo (e venivo fatto sembrare alle mie spalle) troppo pacato, probabilmente un venduto, visto che non urlavo mai in aula contro “i piddini” come invece faceva Chiara. Ero anche, nell’ultimo periodo, stanco, mobbizzato e francamente stufo, usato da Chiara e dallo staff del Movimento come discarica delle questioni che portavano tante rogne e nessuna visibilità; tra esse, il supporto alle persone senza casa o senza lavoro che Deborah invariabilmente ci segnalava era probabilmente la prima. Io ci ho messo comunque tutte le energie che ancora avevo, ma a lei, immagino, sarà sembrato che delle Vallette mi importasse poco, anche per il distinguo, che io cercavo sempre di tenere a mente ma che pochi altri capivano, tra aiutare un cittadino a far valere i propri diritti e aiutare un conoscente ad avere qualcosa grazie alla politica.

Dopo le elezioni, in cui Deborah dalle Vallette ha portato e ricevuto un sacco di voti, l’ho vista apparire come presidente della commissione sanità e servizi sociali. Poteva sembrare logico, perché era il tema per cui ha sempre combattuto; eppure, sin dal principio ho pensato che la cosa non avrebbe funzionato, anzi, che sarebbe finita in uno scandalo.

Infatti, nominare Montalbano presidente della commissione sanità e servizi sociali è stato come nominare primario di chirurgia del maggiore ospedale cittadino uno che ha subito tredici operazioni a cuore aperto: un errore di logica sin dal principio. Eppure, questa era l’idea del Movimento nella sua antica fase nobile: portare la gente nelle istituzioni, perché a differenza dei “politicanti”, la gente ha esperienza diretta dei problemi che vive. Detta in questo secondo modo, non sembra ragionevole?

Un fondo di ragione c’è: perché “la gente” sono anche i comitati, le associazioni, i gruppi che approfondiscono le questioni spesso molto più di quei politici e funzionari che cercano solo di raggiungere un risultato col minimo sforzo e non pestare i piedi a nessuno; sono molti di quella metà abbondante di italiani che non va più a votare, spesso per qualunquismo, ma spesso invece perché il livello della politica (tutta) è troppo basso rispetto ai loro valori e alle loro capacità. L’obiettivo di “far entrare i cittadini nelle istituzioni”, dunque, era sensato; purché fosse accompagnato da una selezione fatta nel modo giusto, per capacità e per merito.

E’ solo più tardi, durante la metamorfosi movimentista dell’assalto al Parlamento, che questo obiettivo è stato reinterpretato nel modo che portava più consenso, quello della cuoca di Lenin; quello per cui chiunque può amministrare un Paese, e a maggior ragione tu, sì tu che sei un precario o un disoccupato e che, detto col massimo rispetto, non sai fare granché, non hai avuto l’educazione e le opportunità e non capisci i problemi complessi della nostra società, ma come una Eliza Doolittle o un Billy Ray Valentine della politica puoi venire rapidamente trasformato in uno statista di primo piano dall’alto, per volere di qualcuno nell’élite.

Paradossalmente, riuscire a mettere una come Montalbano in quella posizione è stato un grande successo del M5S; la dimostrazione che pigmalionare la politica è tecnicamente possibile. E però, è anche la dimostrazione che fatta così, con un giacobinismo dei poveri invece che con un percorso strutturato di crescita e di trasformazione personale, alla fine non può funzionare.

E non funziona anche per un motivo molto più serio di questi che sono usciti sui giornali, dell’auto blu presa una volta per emergenza o dei duecento euro di taxi; perché il cittadino che ha subito tredici operazioni a cuore aperto, costruendosi per forza di cose nel frattempo una rete di amici che ne hanno subite cinque o sette o trenta, messo a governare la sala operatoria finisce per dimenticare le questioni di sistema e ragionare soprattutto sulle operazioni proprie e dei propri amici, senza una visione terza; inevitabilmente, confonderà il portare una voce con il doverla ascoltare e mediare con tutte le altre e con l’interesse collettivo. Avere una presidente di commissione servizi sociali utente degli stessi, che vive in una casa popolare di cui fa fatica a pagare l’affitto, che ha amici e conoscenti continuamente in attesa di una casa o di un sostegno, costituisce un conflitto di interessi mostruoso messo in mano a una persona che difficilmente, e non per colpa sua, avrà i mezzi culturali per gestirlo.

Dunque, era chiaro sin dal principio che Deborah non doveva essere lì e che messa lì avrebbe combinato disastri. Eppure, trovo troppo facile quello che ora Chiara Appendino e il M5S torinese (per non parlare di Di Maio, al quale interessa solo l’immagine pubblica) stanno facendo nei suoi confronti.

Deborah, la sua attività, il suo quartiere, sono stati il cuore della campagna elettorale di Chiara Appendino; lo strumento scelto astutamente per spezzare nell’immagine la distanza siderale che oggettivamente esiste tra Chiara, ragazza bene della Torino benissimo, e la cosiddetta “gente comune”. Le cose che ha fatto Deborah sono probabilmente indifendibili sul piano legale e certamente lo sono su quello politico e su quello sostanziale, le sue dimissioni sono inevitabili, ma io non riesco a prendermela più di tanto con lei, che è solo un pesce piccolissimo e inconsapevole in un gioco molto più grande.

Me la prenderei di più, invece, con chi ha usato la gente come lei per ottenere il supporto delle periferie, promettendo di cambiare tutto, e poi non solo non ha mantenuto la promessa, ma, dopo un po’, scopre che quelli delle periferie sono gente problematica, impresentabile ai salotti buoni, e tutto sommato non servono più (mentre, per dire, quel Ceresa prima dirigente di Fassino e ora di Appendino, che si interessava alle multe degli amici, e soprattutto che ha guidato GTT nel percorso verso l’attuale quasi bancarotta, è ancora lì).

E allora, la vicenda della popolana esibita, lasciata a se stessa e poi scaricata rappresenta il vero, grande tradimento di questa storia: quello che il Movimento 5 Stelle, ormai arrivato al potere, ha compiuto nei confronti della gente semplice che ci ha creduto e che ce lo ha portato, e delle sue richieste di un cambiamento che al massimo riguarderà gli eleganti problemi di noi ciclisti borghesi (e per ora nemmeno quelli), ma che non scalfirà minimamente le gerarchie sociali della città di Torino.

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giovedì 26 ottobre 2017, 13:50

Una piccola spiegazione per l’amministrazione comunale

Stamattina, la metropolitana si è bloccata per un’ora, pare per un treno rotto alla stazione Marche, e la mia compagna ha perso il treno per Milano. In più, mentre ero in giro in bicicletta, ho potuto osservare corso Francia completamente bloccato per chilometri da un gigantesco ingorgo, causato dalle persone che abitando in zona ovest o arrivando in auto dalla provincia a Fermi, e scoprendo la metropolitana ferma a tempo indeterminato, si sono rimesse in macchina per andare a lavorare con quella, sperando di non arrivare troppo in ritardo. Così, ho fatto una foto e l’ho messa su Facebook.

Il post, ripetuto anche sul gruppo Torino Sostenibile, ha fatto un po’ discutere; e mi son beccato risposte incazzate o canzonatorie da tutti i fan del M5S, compresi diversi attivisti e persino il presidente della commissione ambiente:

“C’è navetta sostituiva come sempre. E cmq bloccata solo fino a Bernini.
Cmq la.metro l’ha voluta e costruita il M5S!!!11!!1!1!!”

“Alle 8.25 la metro è tornata regolare.
Ciò significa che per mera “comodità” le persone si sono riversate in strada, creando un traffico enorme che non solo crea inquinamento ma non permette ai mezzi pubblici di circolare liberamente. Chi in coda in questo momento ci metterà più tempo di quanto sarebbe servito prendendo la navetta e attendendo il ripristino del servizio. Probabilmente molti staranno urlando in auto a causa del traffico senza capire che sono “loro” il traffico.”

Raramente ho visto un politico che, a fronte di un disagio causato da un servizio pubblico, invece di scusarsi e minimizzare, se la prende con i cittadini che si lamentano.

Ora, la metro si può rompere, succede.

Allo stesso tempo, è anche normale che chi viene colpito direttamente dai disagi, come la mia compagna, non sia accondiscente e comprensivo, ma si incazzi e pretenda un servizio che si rompa di meno (la metro sarà anche all’avanguardia, ma la manutenzione è carente e ridotta all’osso e questi sono i risultati). E credo abbia tutto il diritto di incazzarsi.

Ma il post non era tanto sulla metro che non funziona.

La cosa infatti che fa incazzare veramente, da cittadino e non da politico, è avere una amministrazione che passa il tempo a farti la morale su quanto sei stronzo.

Ti dice che sei stronzo perché, anche se usi la bici quattro giorni su cinque, il quinto pretenderesti di poter fare la spesa percorrendo sei chilometri col tuo vecchio diesel, senza aspettare le 19, e non accetti in silenzio che te lo vietino.

Ti dice che sei stronzo perché si rompe la metro e tu, “per mera comodità” come ha scritto sopra il presidente della commissione ambiente, prendi la macchina e alimenti gli ingorghi invece che aspettare al freddo un’ora senza certezze sperando che il servizio riprenda, o pigiarti su un bus sostitutivo strapieno, e addirittura ti permetti di lamentarti.

Ti dice che sei stronzo perché non capisci che è tutta colpa del PD (anzi, non te ne frega niente di chi sia la colpa), ma invece pretendi che chi guadagna 9000 euro al mese pubblici per fare il sindaco (o 1500 euro al mese pubblici per fare il consigliere comunale) risolva i problemi di mobilità nel concreto almeno un po’, invece di passare il tempo a farsi i selfie finti con bebè e bici senza sellino e poi a dire che è tutta colpa di Fassino; che sia difficile lo si sapeva da prima di candidarsi, ma da qui a essere totalmente inutili e ininfluenti, e dichiararlo pure con orgoglio come faceva l’altro giorno il presidente della commissione trasporti a proposito dei vigili, ce ne passa.

E allora mi pare normale che quando i nodi vengono al pettine, e i problemi collettivi sono causati da errori e carenze dell’ente pubblico invece che dai comportamenti dei cittadini, i cittadini rispondano per le rime e non siano comprensivi, esattamente come l’attuale amministrazione non è comprensiva col cittadino che ha l’euro 4 (o che paga l’abbonamento strisce blu quadruplicato, o che vuole dare ai figli un panino invece che usare la mensa scolastica, o tante altre istanze di cittadini qualunque che l’attuale giunta ha non solo respinto, ma insultato, umiliato e sbeffeggiato).

Perché io non so cosa farei io al loro posto (peraltro non possono nemmeno dire che non mi sono offerto e che preferisco stare fuori a criticare), ma non è una questione che mi riguarda, visto che non sono io la persona pagata dai cittadini torinesi per amministrare, ma loro; e sono convinto che se l’amministrazione comunale passasse più tempo a lavorare, e meno tempo a lamentarsi e a incolpare il PD e i suoi cittadini in generale, almeno qualche problema potrebbe essere risolto.

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giovedì 14 settembre 2017, 13:29

La vera vita del ciclista torinese

Stamattina, prima di andare in ufficio, dovevo andare a un appuntamento in centro, vicino a piazza San Carlo. Ho così deciso di seguire le indicazioni dell’amministrazione e di tutti gli ecologisti-moralisti della città, e di andarci in bici. Volete sapere com’è l’esperienza nel mondo reale? Seguitemi.

Piazza Rivoli: Non esiste un attraversamento ciclabile, bisogna buttarsi nella rotonda facendo a gomitate col traffico e sperando di non essere investiti.

Piazza Rivoli angolo corso Vittorio: La pista ciclabile inizia solo dopo i primi cinquanta metri, che vanno percorsi nella carreggiata centrale evitando le auto che si fermano alle strisce e quelle che ti tagliano la strada per immettersi a destra sul controviale. Per imboccare la pista ciclabile, l’unico modo è infilarsi sull’attraversamento passando sui piedi dei pedoni, che giustamente ti mandano a cagare.

Corso Vittorio, tra piazza Rivoli e corso Racconigi: La pista ciclabile sta tra la carreggiata centrale, gli alberi e il muso delle auto parcheggiate, che regolarmente sporgono costringendoti a slalom sulla terra. L’asfalto è bombardato e pieno di buche enormi, già a 10 km/h ti fai male; in più è coperto di foglie e di rami. Sono dietro a un’altra bici, un anziano che va molto piano, e l’unico modo per superarlo è passare sulla terra e sulle foglie, perché la corsia è troppo stretta. A metà percorso, un tizio che attraversa a piedi la carreggiata centrale parlando al cellulare sbuca sulla pista ciclabile, io suono, lui si accorge solo allora di essere su una pista ciclabile, fa un salto e si spaventa. Nel frattempo due ciclisti mi superano percorrendo la carreggiata del controviale: teoricamente è vietato, essendoci la pista, ma non so dargli torto.

Corso Vittorio, incrocio corso Racconigi: La pista ciclabile finisce contro un’auto ferma, col rosso, in coda per immettersi in corso Racconigi, che in quel punto presenta un geniale imbuto che provoca il costante blocco dell’incrocio da parte delle auto in fila. Devo fermarmi e fare lo slalom tra auto che improvvisamente si spostano per reagire ai clacson delle altre auto che cercano di proseguire su corso Vittorio. Dall’altro lato, devo poi aggirare un’edicola (per fortuna è chiusa) per proseguire.

Corso Vittorio, tra corso Racconigi e piazza Adriano: Qui hanno rifatto l’asfalto ma gli altri problemi restano. Rischio anche di essere travolto da un cane di cinquanta chili che sta trascinando una signora di mezza età che, cercando di portarlo a pisciare sulla pista ciclabile, gli urla contro senza riuscire a controllarlo.

Piazza Adriano: Seguo le indicazioni ciclabili e finisco in mezzo ai giardinetti, seguendo un ameno percorso pieno di curve e svolte avanti e indietro che riesce a raddoppiare il tempo necessario per attraversare la piazza, facendomi arrivare all’incrocio con corso Ferrucci esattamente al momento giusto perché il semaforo mi venga rosso in faccia, facendomi perdere due minuti.

Piazza Adriano angolo corso Ferrucci: L’unico modo per riprendere la pista ciclabile, che è sul marciapiede, è infilarsi su uno scivolo pedonale con un gradino di tre o quattro centimetri che mi scuote tutto.

Corso Vittorio, tra corso Ferrucci e via Borsellino: Provo la pista ciclabile sul marciapiede, ma essa è in realtà la zona di attesa dei passeggeri dei bus a lunga percorrenza, ed è occupata da abbondanti masserizie, passeggini, bauli in attesa di caricamento, bambini che corrono e si inseguono giocando per ingannare l’attesa. Nessuno dei passeggeri ha la minima idea di essere su una pista ciclabile, anzi uno mi manda anche a cagare dicendo che non si va in bici sul marciapiede. Appena possibile abbandono la pista e torno sul controviale, evitando i bus in manovra.

Corso Vittorio, tra via Borsellino e corso Castelfidardo: La pista ciclabile è ancora sul marciapiede, ma è ancora più stretta e piena di pedoni di prima; però la percorro lo stesso, perché il controviale è pieno zeppo di auto ferme in coda.

Corso Vittorio, tra corso Castelfidardo e Porta Nuova: In questo tratto non ci sono piste ciclabili ed è quello in cui si va meglio: il controviale è largo e abbastanza poco trafficato. All’incrocio di corso Re Umberto vengo superato da un altro ciclista che mi saluta come “il sindaco che avremmo voluto”. Io ringrazio, ma immagino di essere diventato viola.

Porta Nuova: Qui è un mistero: dove devo passare? Non c’è altro che la carreggiata centrale, a meno di non volersi infilare sotto i portici pedonali della stazione. Ma possibile che in una strada rifatta pochi anni fa abbiano fatto otto corsie per le auto e non uno straccio di passaggio ciclabile? Alla fine opto per la corsia degli autobus, sperando che non ne arrivi dietro uno che comincia a suonarmi (in passato mi è successo). Per girare a sinistra devo accostare a destra sul fondo di via Nizza, non vedo altri modi sicuri.

Via Lagrange: Imboccando la via sotto gli archi di corso Vittorio, rischio il frontale con una signora in bici che imbocca l’arco contromano. Per il resto, la via diventa subito pedonale e facendo un po’ di attenzione ai pedoni si pedala bene; la cosa più difficile è infilarsi tra le gigantesche fioriere messe per bloccare l’accesso alle auto (ma per fortuna che ci sono).

Morale: arrivo al mio appuntamento, dico che sono venuto in bici e mi ricordano che la ditta offre ai clienti due ore di parcheggio pagato sotto via Roma: cosa avranno voluto dire? Io sono comunque contento di essere venuto in bici, ma ci vuole determinazione; davvero non si capisce con che faccia si possa criticare chi preferisce l’auto. Comunque ho una proposta concreta che andrebbe realizzata subito: chiudete tutte le piste ciclabili di corso Vittorio e lasciateci pedalare sul controviale, che è molto meglio; fare piste ciclabili del genere è solo buttar via i soldi.

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mercoledì 15 febbraio 2017, 18:45

Dati alla mano, perché bloccare i diesel è sbagliato

A me, e alle migliaia di torinesi a cui i blocchi del traffico di Appendino non piacciono, non va di passare per inquinatore pigro col sedere sempre sull’auto. Per questo, permettetemi di contestare questo provvedimento coi dati; sono tutti presi dal sito del Comune di Torino, sezione Informambiente, ossia sono gli stessi che hanno sul tavolo sindaca e consiglieri comunali.

Si dice che il blocco dei diesel è necessario perché siamo in una emergenza ambientale che fa “centinaia di morti l’anno”, dovuta a livelli intollerabili di PM10. A parte che il concetto di “morte da inquinamento” è valido ma difficilissimo da quantificare oggettivamente, dato che diventa una concausa di una presunta anticipazione della morte naturale, se prendiamo i dati storici nelle tabelle qui sotto vediamo che da otto anni ormai Torino è entro i limiti di legge (50 microgrammi al metro cubo) in termini di media.


Siamo ancora fuori legge in termini di numero di giorni di sforamento; ma è evidente, pur nella forte oscillazione di questi dati dovuta alla variabilità del tempo nei vari anni, un trend in discesa legato al cambiamento strutturale di veicoli e abitudini. E’ giusto incentivarlo, anche accelerarlo, ma allora quello che si deve fare è promuovere il passaggio dall’auto privata a forme di mobilità più sostenibile, invece che l’acquisto di un’auto privata più nuova; e comunque, non c’è nessuna emergenza, altrimenti dieci o vent’anni fa, quando l’inquinamento era doppio o triplo, Torino sarebbe stata sterminata.

Bene, voi direte: ma anche un provvedimento come questo, che invece di incentivare a lasciare l’auto privata spinge a comprarne una nuova passando da diesel a benzina, è utile a questo trend, perché il PM10 è responsabilità dei diesel. Peccato che la realtà sia ben diversa: la prossima tabella mostra le emissioni medie di PM10 dei veicoli diesel e benzina, secondo la categoria “Euro X”. Notate qualcosa?

Certo, i vecchi diesel Euro 0 o precedenti producevano quantità abnormi di PM10, ma a partire dall’Euro 5, le emissioni di PM10 dei diesel sono uguali a quelle dei benzina. Uguali! E allora che senso ha bloccare anche i diesel Euro 5-6 ma non i benzina, come prevede la delibera dell’amministrazione torinese in caso di sforamenti elevati?

Anche per gli Euro 3-4, le emissioni medie sono circa doppie dei corrispondenti benzina; più alte, certo, ma non così tanto da attribuire solo a queste macchine la responsabilità del PM10, che invece è ormai distribuita su tutto il parco circolante, benzina o diesel che sia, e dipende molto di più dalle abitudini di spostamento, ossia da quanto ognuno usa la propria macchina. Per esempio, un veicolo a benzina Euro 6 che percorre 30 km al giorno emette il 50% in più di PM10 di un diesel Euro 3 che ne percorre 10.

L’ultima figura, qui sopra, è quella che usa il Comune per giustificare l’accanimento contro il traffico, invece che contro le caldaie o i roghi della plastica. Ci sta, probabilmente è vero che il traffico è tuttora il principale responsabile del PM10, però guardate la data in fondo: sono cifre del 2010. Vista la continua discesa del numero e delle emissioni dei veicoli circolanti, viene naturale pensare che sette anni dopo le proporzioni potrebbero essere cambiate significativamente; per esempio, questo studio, dati alla mano, sostiene che il grosso del particolato nell’aria della pianura padana derivi dall’uso di legna e pellet come combustibile.

Morale? Secondo me questo blocco non ha nulla a che fare con la salute e con motivazioni scientifiche; se così fosse, guardando queste tabelle, la scelta sarebbe stata di concentrarsi sull’incentivazione della mobilità alternativa, proseguendo il trend degli anni scorsi senza tanti allarmismi; ma anche volendo invece fare qualcosa, si sarebbe allora provveduto a bloccare uniformemente tutte le auto, a rotazione, vecchie e nuove, benzina e diesel, colpendo allo stesso modo tutti, per mandare il messaggio che bisogna usare di meno l’auto privata e di più gli altri sistemi di mobilità, invece che quello di cambiare l’auto (chi ha i soldi per farlo) da diesel a benzina, per poi poter sgasare liberamente persino con un SUV da sei chilometri al litro.

E allora perché questo provvedimento? Secondo me la risposta è una sola: propaganda. Ben studiata, perché fermare tutti fa arrabbiare tutti, mentre fermare solo i diesel fa arrabbiare solo chi possiede un diesel, che però viene additato come sporco inquinatore, mentre tutti gli altri possono dire: vedi, questa sindaca ci tiene alla salute, non come quello prima! Peccato che l’effetto sulla salute di questo provvedimento, per come è studiato, sarà circa nullo, e comunque indimostrabile. Ma per far finta di fare qualcosa, va bene.

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martedì 7 febbraio 2017, 10:50

Cari consiglieri, una proposta da Malpensa

Cara giunta e consiglieri comunali che vi occupate di trasporti, invece di inventarvi solo nuovi modi di complicare la vita alla gente come i blocchi del traffico e il bip a gomitate sui pullman strapieni del mattino, volete fare qualcosa che la semplifichi? Leggete qui.

Stamattina sono tornato dalla Germania con un volo su Malpensa, perché il mio giro prevedeva un biglietto sola andata a prezzi ragionevoli e questo su Caselle è impossibile. Ora, se viaggiate, saprete che l’unico collegamento diretto tra Malpensa e Torino è un pullman della Sadem, la ditta che gestisce in monopolio tutti i collegamenti via bus tra Torino e gli aeroporti. Saprete anche che costa 22 euro, che vuol dire un migliaio di euro di incasso a viaggio, non certo poco; che c’è circa ogni due ore, per cui perderlo vuol dire perdere un sacco di tempo; e soprattutto, che da qualche anno la Sadem ha istituito la prenotazione obbligatoria, per cui è necessario comprare il biglietto in anticipo, stamparlo su carta, e sapere esattamente quale corsa si prenderà.

Ora, anche un bambino capisce che questo approccio a una navetta aeroportuale è una follia, perché è facile che i voli siano in ritardo, che la valigia non si trovi, che insomma ci sia un contrattempo che rende impossibile sapere in anticipo, prima del volo di andata, a che ora si riuscirà a prendere il bus al ritorno. Certo, la prenotazione obbligatoria permette di dire prima alla gente che non c’è posto, ed evita il problema del gruppone che arriva senza preavviso; ma questo problema sarebbe affrontabile semplicemente aumentando un po’ il numero delle corse e quindi la disponibilità di posti. Certo, però, questo vorrebbe dire aumentare un po’ i costi per il gestore, e ridurre i suoi utili, che però, a 22 euro a corsa, presumo siano davvero molto elevati; evidentemente il servizio è gestito nell’ottica di fare più soldi possibile, a costo di peggiorare la qualità del servizio per i torinesi.

Nel mio caso, l’atterraggio era previsto alle 8:20, e il bus era alle 8:35; era veramente difficile capire in anticipo se ce l’avrei fatta o no, per cui è normale che io abbia deciso di comprare il biglietto sul posto, solo nel caso in cui fosse andato tutto liscio. Peccato che, uscito alle 8:25 davanti alla porta 4 (quella da cui partono i bus), io sia andato al banco vendita e l’abbia trovato vuoto; al che ho percorso mezzo aeroporto, fino alla porta 6, per cercare un punto vendita aperto; non ce n’erano, al che ho pensato di comprare il biglietto dall’autista, come ho fatto già più volte arrivando la sera tardi.

Mi reco quindi alla palina sulla strada, dove una folla di varia umanità (prevalentemente cinesi) aspetta il bus; bisogna sapere che ferma lì, perché sulla palina c’è scritto solo “navetta Holiday Inn” (evidentemente un collegamento più importante di quello per Torino). Arriva il bus, l’autista scende e dice: avete tutti i biglietti? Io mi svelo e lui mi risponde che vendermi il biglietto non è un suo problema, e devo andarlo a comprare “nell’ufficio là in fondo”; gli spiego che l’ho già cercato, mi fa “in fondo in fondo, vicino alla porta 7”. Faccio qualche centinaio di metri di corsa con la valigia e trovo finalmente l’ufficio Sadem; spiego la situazione, e l’impiegata mi risponde “io non faccio biglietti per Torino, deve farli per forza dalla collega alla porta 4”. Segnalo che non c’era nessuno, mi dice “no vada vada, adesso c’è sicuramente qualcuno”; non si capisce perché non possa vendermi lei il biglietto, ma evidentemente anche per lei non è un suo problema.

Rifaccio di corsa mezzo aeroporto, arrivo lì, effettivamente c’è una signorina, le passo i 22 euro, lei non mi dà un biglietto, no: comincia a prendere un computer e a collegarsi a un applicativo Windows, o forse un sito Web, cliccando e ricliccando come se dovesse comprare un biglietto aereo per Tokyo. Infine, dopo due minuti di clic, fa partire una stampante che produce un foglio di carta. Lo prendo, corro fuori… e ovviamente vedo l’autista che mi parte in faccia senza aspettarmi.

Torno dentro, stanco e furioso, gridando mi faccio ridare i soldi (dovevo essere talmente incazzato che me li ha ridati senza battere ciglio) e vado a prendere il treno; il primo treno per Milano Centrale viene soppresso, una massa di stranieri perplessi (o sghignazzanti il solito “ah, Italien”) si sposta all’altro binario, dove per soli 13 euro posso prendere un regionale per Milano, e da lì un treno per Torino, mettendoci tre ore.

Ora, voi probabilmente potreste anche anche pensare che sia un problema da poco, ma io adesso ho dovuto spiegare al mio capo come mai ci sto mettendo più tempo da Malpensa a Torino che da Colonia a Malpensa, e dopo due o tre volte l’azienda potrebbe anche dirmi: senti, ma perché non ti trasferisci in Germania o perlomeno a Milano, così risparmiamo un sacco di soldi in trasporti e in tempo lavorativo buttato? E’ anche così che i posti di lavoro vanno via da Torino.

Per cui, amministrazione comunale: non fatevi infinocchiare quando vi promettono un treno alta velocità per Malpensa che costerebbe miliardi; sarebbe comunque pronto tra vent’anni, e nel frattempo a Torino saranno rimasti solo studenti e pensionati. Quindi datevi da fare; basterebbe un secondo operatore che non faccia cartello per far magicamente scendere i prezzi e migliorare le condizioni; o basterebbe andare a battere i pugni sul tavolo e imporre l’eliminazione della prenotazione obbligatoria, o almeno la vendita a bordo dei biglietti per i posti liberi, o una macchinetta automatica con la carta di credito, o tutte quelle cose che sono ormai scontate, nei Paesi sviluppati.

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lunedì 23 gennaio 2017, 14:36

Meno torte, più ascolto

Sabato, in una affollata assemblea, tantissime facce a me note – persone che si impegnano per Torino da anni come cittadini attivi, persone con cui ho lavorato a stretto contatto nel mio mandato da consigliere, persone che hanno attivamente sostenuto il M5S nella campagna elettorale – si sono riunite per condividere la delusione per i molti impegni pre-elettorali non mantenuti dalla giunta Appendino o addirittura completamente rovesciati, facendo l’opposto di quanto promesso. Io non c’ero e non ho voluto esserci, ma ciò nonostante da due giorni ricevo resoconti e richieste di commento, sia da cittadini che da attivisti M5S.

Sul programma in sé, io trovo la delusione giustificata, anche perché non tutte le mancate promesse sono giustificabili con problemi economici imprevedibili, peraltro ancora da dimostrare nel concreto; ma trovo anche giusto vedere cosa la nuova amministrazione riuscirà a fare quest’anno, sperando di trovare quel cambiamento che finora non c’è stato.

C’è, però, una cosa che mi ha fatto veramente incazzare, nel modo in cui il M5S Torino ha reagito a quella che è stata una civile e ben motivata richiesta di confronto: cercando di metterci il cappello. A sentire le dichiarazioni prima e all’inizio della riunione, sembrava quasi che l’assemblea fosse stata organizzata dalla giunta, ansiosa di confrontarsi coi cittadini, quando in realtà era frutto di esasperazione auto-organizzata dal basso, di tante richieste di confronto finite in promesse mai mantenute o addirittura in ripetuti rinvii e dinieghi all’incontro. E poi, dopo una riunione in cui gli amministratori presenti se ne son sentite gridare dietro di ogni, il comunicato ufficiale del M5S Torino conclude dicendo che “la cittadinanza ha fiducia nella nuova politica di ascolto e confronto del Movimento”: ma con che faccia?

In più, in parallelo, magari per nascondere un po’ il problema, la sindaca invece di venire alla riunione si è data a un improvviso attivismo alimentare, passando dall’arrotolare grissini al fare la torta per la figlia, sempre ben in vista davanti alle macchine fotografiche. Ora, se avessimo voluto un sindaco che faceva le torte avremmo candidato un pasticciere; il sindaco, invece, dovrebbe innanzi tutto essere a disposizione dei cittadini, specie di quelli che si sono sbattuti per anni per la città e/o per farlo eleggere.

Permettetemi, questa non è nuova politica; questa è politica-fuffa all’americana, in cui l’importante non è risolvere i problemi, ma manipolare la comunicazione in modo da negarne l’esistenza. Funzionerà con le persone più semplici, ma chi ha un po’ di conoscenza delle cose percepisce una presa in giro insincera, calcolata freddamente con un solo obiettivo in testa, conservare il consenso. Nel frattempo già partono, verso chi non è contento, le accuse di ingenerosità, di essere pakato chissà da ki, di rosicare, di non essere costruttivo.

E allora, se posso dare un consiglio, cambiate marcia, ma non solo nei fatti: cambiate atteggiamento, ritrovate l’umiltà, chiedete scusa.

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sabato 26 novembre 2016, 15:37

Chi ha affondato Valentina

Ho cercato di evitare, ma, visto che continuo a leggere affermazioni a sproposito, vorrei darvi un parere tecnico sulle responsabilità del Comune nelle emergenze di protezione civile (aka “di chi è la colpa dei battelli andati alla deriva nel Po).

La legge, infatti, è molto chiara (D.L. 95/2012, art. 19): il responsabile massimo della protezione civile in un territorio è il sindaco, che deve occuparsi di approntare i piani di emergenza, di avvertire la popolazione in caso di pericolo, e di coordinare la gestione dell’emergenza e dove necessario i primi soccorsi.

In particolare, in caso di allerta meteo, la protezione civile nazionale invia l’allerta a tutti i sindaci; di lì in poi, è l’ufficio del sindaco che deve attivare tutto il resto della macchina comunale. Questo però avviene in maniera molto diversa a seconda delle dimensioni del Comune: se nel piccolo Comune il sindaco fa tutto lui, insieme giusto all’assessore e al vigile del paese, nel grande Comune il sindaco deve attuare una propria procedura di comunicazione, interna all’amministrazione comunale, affinché tutti si attivino per quanto di propria competenza.

Quindi, è impensabile che il sindaco di Torino si possa preoccupare personalmente di verificare se le finestre sono state chiuse in tutti gli edifici comunali o se, appunto, tutti i mezzi comunali sono stati ricoverati come opportuno in vista della tempesta in arrivo. Tuttavia, il sindaco e il suo staff non possono nemmeno starsene lì seduti e dire “ogni organo comunale penserà per sé”, ma devono attivarsi per sollecitare il resto dell’amministrazione a prepararsi e verificare che lo faccia.

Pertanto, per capire se le responsabilità sono del sindaco o della dirigenza GTT o dell’ultimo povero tapino di GTT che doveva materialmente assicurare le barche, bisogna capire dove si è interrotta la catena. La protezione civile ha avvisato il sindaco e/o l’assessore competente dell’allerta meteo? Il messaggio è stato ricevuto, e cosa ha fatto la giunta? Il sindaco o l’assessore hanno fatto un giro di telefonate a tutti i dirigenti comunali e a tutti i manager delle partecipate per dire “c’è una piena in arrivo, fate scattare i preparativi”? E i dirigenti a loro volta hanno attivato le strutture sotto di loro? Senza capire questo, è impossibile sapere se la responsabilità sia di Appendino, di Ceresa o di chissà chi altro.

La polemica politica in questi casi è normale: pensate a quante volte una pesante nevicata mal gestita dal Comune, con le strade non spazzate, ha provocato richieste di dimissioni di sindaco e/o assessore competente. L’importante è evitare di trovare scuse e di scaricare il barile, contando tra l’altro che il presidente di GTT Ceresa, fino a giugno fassiniano, ora è pienamente in sintonia con la nuova amministrazione e ne ha ricevuto la fiducia. Invece dunque di scontrarsi a colpi di slogan, bisogna capire cosa non ha funzionato nell’organizzazione, per evitare che succeda di nuovo.

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sabato 5 novembre 2016, 15:39

Capire la politica con la logica

Partiamo dai seguenti fatti avvenuti stamattina:

1. Il giornale cittadino pubblica una entusiastica guida alla “notte dell’arte contemporanea” che si svolge stasera a Torino.

2. L’account ufficiale del M5S, partito che amministra Torino, la rilancia dicendo che è un grande evento, che “Torino è viva” e che chiunque abbia una opinione diversa è “roso dall’invidia”.

3. Il capogruppo del PD, ex assessore ora capo dell’opposizione, la rilancia dicendo che è un grande evento, che è tutto merito della vecchia giunta PD e che il M5S si vanta di ciò che ha trovato “senza fare nulla”.

4. A un commento di un elettore avverso che accusa il M5S di prendersi meriti non propri, la risposta del M5S, con tono stizzito, è negare di aver mai detto che la manifestazione sia merito proprio, confermando quindi le parole del capogruppo del PD.

Ora, mettendo insieme le quattro affermazioni con logica aristotelica, si conclude per forza che:

A. Circa il 70% di Torino è roso dall’invidia.

B. Il M5S pensa che la politica culturale della precedente giunta PD sia ottima.

C. Chi ha votato M5S desiderando una discontinuità nella politica culturale rispetto al PD è un rosicone.

D. A causa della grande vita culturale di Torino, i torinesi che non votano né PD né M5S invidiano se stessi.

E. L’account ufficiale del M5S è impegnato a decantare i grandi risultati della precedente amministrazione PD, rispondendo pure male ai commentatori che li negano.

F. Il PD e il M5S sono d’accordo sull’importanza della cultura, però passano il tempo ad accusarsi l’un l’altro di non capirla.

G. Il PD cambia giudizio su Torino a giorni alterni: un giorno va tutto bene perché ci sono stati loro, e il giorno dopo va tutto male perché non ci sono più loro.

H. Nonostante i dubbi dei più, sia il PD che il M5S pensano che Torino sia tuttora una capitale culturale di altissimo livello, e insomma torinesi basta lamentarsi, gli stipendi di tutti i politici cittadini sono più che meritati.

I. Stasera ricchi premi e cotillon per tutti. Che fortunati che siamo!

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sabato 29 ottobre 2016, 10:37

Sull’acqua bisogna cambiare rotta

Vorrei dare ancora un consiglio al M5S torinese, che sembra infilarsi sempre di più in un vicolo cieco senza nemmeno rendersene conto.

Dal punto di vista politico, l’operazione su Smat è stata un disastro totale: il M5S ha rotto con i comitati e con i sostenitori dell’acqua pubblica, scegliendo di usare le bollette dell’acqua come riserva di soldi (“come bancomat”, dicono i comitati) per coprire le spese generali del Comune, cosa che nemmeno il PD aveva fatto; e poi la cosa non è nemmeno andata a buon fine.

In termini di tecnica politica, è un caso di dilettantismo evidente, perché non porti in votazione una decisione divisiva se non ti sei assicurato di avere i voti per farla approvare. Inoltre, il massiccio voto contrario dei piccoli Comuni è motivato anche dalla mancanza di rispetto mostrata dalla sindaca nei loro confronti: forse non sapendo che oltre alle quote serviva anche una percentuale sul numero di Comuni, si è limitata ad accordarsi con quelli più grossi, senza nemmeno consultare quelli piccoli; ed è solo normale che questi rispondano votando contro.

Ma la cosa peggiore è la reazione, che trovate nel comunicato ufficiale: un vaneggiamento che cerca di salvare la faccia scaricando le colpe su chi ha votato contro, accusato di essere un crudele quadro di partito che vuole affamare i poveri e ride alle loro spalle, dipingendo una scena da Oliver Twist che può essere credibile solo a chi non conosce l’argomento.

E’ indubbio che il PD abbia colto al volo l’occasione per mettere in difficoltà la giunta: si chiama “fare opposizione”, lo facevamo noi gli anni scorsi. Ma il M5S deve riflettere sul fatto che a votare contro non sono stati solo “i piddini”, ma anche Comuni amici e simpatizzanti, retti da liste civiche che hanno a cuore il bene comune.

Questi hanno votato contro non per affamare i poveri, ma perché oggettivamente l’operazione tentata da Appendino è contro tutti i principi dell’acqua pubblica. Trattarli da criminali nei comunicati è arrogante, è maleducato, è intellettualmente disonesto e soprattutto peggiora le cose, perché certo non aiuterà la giunta torinese la prossima volta che avrà di nuovo bisogno del loro consenso, e non faciliterà la gestione pentastellata della Città Metropolitana.

Del resto, vedere i maggiori esponenti dell’acqua pubblica cittadina – tra cui addirittura un fondatore del meetup torinese – rallegrarsi per il successo dell’opposizione PD nel difendere l’acqua pubblica, dopo aver passato anni ad attaccarlo e a sostenere il M5S, è un capolavoro di autogol politico; dovrebbe far riflettere, far prendere una pausa, chiedere scusa e cambiare registro, invece che reagire pubblicamente a male parole, negando le proprie responsabilità e limitandosi a gestire la comunicazione di massa, come se un post su Facebook potesse sempre risolvere ogni problema.

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