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Archivio per il mese di giugno 2018


mercoledì 27 giugno 2018, 17:40

Travaglio Fede

L’ho già detto altre volte, ma io alla famiglia Travaglio sono legato da un rapporto, ancorché non particolarmente stretto (non li sento da un paio d’anni), che va oltre la politica. Li ho conosciuti già nel secolo scorso, prima che Marco andasse da Luttazzi e diventasse Marco Travaglio; sono stato a casa loro, anzi nel 2010, per le regionali, andai personalmente a casa dei genitori a portare una pila di volantini. Lo stesso rapporto affettivo c’è con il Fatto Quotidiano in generale; andai a Milano da Peter Gomez a discutere di progetti Web ben prima di diventare un politico, e lo ricordo prendere la parola a mio favore durante una puntata della Zanzara.

Eppure, quando oggi ho letto l’editoriale di Travaglio intitolato “L’Olimpiade dei cretini”, non sapevo bene se mettermi pietosamente a ridere o se incazzarmi. Praticamente, dopo una lunga premessa, l’editoriale è dedicato a dire che sì, le Olimpiadi sono tradizionalmente un disastro economico per le città che le ospitano e la fonte di sprechi e corruzione (e di finanziamento alle mafie, aggiungo io, anche se Travaglio pare esserselo dimenticato), però se le fa il M5S è diverso.

Contrordine compagni, abbiamo sempre detto che le Olimpiadi erano uno spreco ma ora abbiamo scoperto che portano ricchezza! E le riolimpiadi a cinque stelle saranno diverse, perché magicamente gli impianti abbandonati, ormai in gran parte ridotti a ruderi irrecuperabili (lo diceva anche il buon Pagliassotti in questo servizio di quattro anni fa di un giornale che curiosamente si chiamava proprio come quello di Travaglio), saranno ricostruiti con la sola imposizione delle mani e senza alcuna spesa, e non ci saranno sprechi e corruzione, no no.

Pur di promuovere il grande affare, Travaglio arriva a prendersela con i consiglieri comunali del M5S che si sono permessi di fare il loro lavoro e chiedere di vedere e discutere la candidatura prima di inviarla, visto che il dossier di Torino 2026 è noto a Travaglio, ad Appendino, a Grillo, a Christillin, Chiamparino e compagnia bella, ma non al consiglio comunale e ai torinesi, che dovrebbero essere gli unici a decidere. Nella teorica democrazia diretta del M5S, i cittadini avrebbero dovuto decidere tramite un referendum; ma anche in quella rappresentativa attualmente in vigore, è il sindaco ad obbedire ai consiglieri comunali e non l’opposto. Ma Travaglio, fregandosene della democrazia, gli dà invece direttamente dei cretini.

Questa è la degna conclusione di una involuzione che dura ormai da qualche anno, in parallelo alla presa del potere da parte del M5S, con cui Travaglio si è trasformato da vittima dell’editto bulgaro a megafono del nuovo potere pentastellato, diventando per Di Maio ciò che Fede fu per Berlusconi. Il Travaglio di vent’anni fa se la prendeva coraggiosamente contro il potere, contro Berlusconi presidente del Consiglio, contro le mafie; il Travaglio di oggi fa killeraggio politico, prendendosela con una manciata di persone normali, sconosciute ai più, che hanno l’unico torto, dopo aver mandato giù tanti tradimenti del programma e delle promesse fatte ai cittadini, di aver concluso che quello sulle Olimpiadi è talmente clamoroso da non poter essere lasciato passare. Non c’è niente di coraggioso in quel che fa il Travaglio di oggi; anzi, è un attacco funzionale al potere e del tipo peggiore, quello fatto dai potenti non contro altri potenti, ma contro chi non ha i mezzi mediatici per potersi difendere.

Ma questo attacco scomposto a mezzo stampa è anche, secondo me, controproducente per lo stesso blocco di potere confindustrial-chiampa-grillino che vuole le Olimpiadi: perché più i consiglieri che si oppongono alle Olimpiadi vengono insultati e derisi, più perderanno la faccia se faranno marcia indietro, visto che ormai sarebbe come ammettere “sì, siamo dei cretini”. Già in molti dicono: vedrete che cederanno perché alla fine sono interessati alla poltrona, è gente senza arte né parte che ha bisogno dello stipendio da politico per vivere, pronta a obbedire a qualsiasi ordine. Se alla fine il dissenso rientrerà, questa sarà l’immagine che resterà attaccata ai consiglieri.

In politica, alla fine, i compromessi impossibili sono all’ordine del giorno; eppure sarebbe bello, un sussulto del Movimento che fu, vedere davvero uno scontro finale su un tema così importante e così simbolico. Al di là degli slogan e delle rivendicazioni di circostanza, e molto al di là delle questioni personali, questi sono stati due anni sempre più tristi per tutti i sostenitori di un tempo, per chi credeva in un sogno di cambiamento che, ormai è chiaro, non si è realizzato e non si realizzerà. Se anche i consiglieri staccassero la spina a questa tristezza, non sarebbe certo un male.

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mercoledì 20 giugno 2018, 12:12

Italia spaghetti pizza mandolino (2), ovvero se non ci fosse l’ACI bisognerebbe evitare di inventarlo

Volete sapere come finisce la storia che vi ho raccontato lunedì? Ecco qui.

Ieri mattina alle otto meno un quarto, con una giornata di lavoro da fare e un aereo da prendere alle sette di sera, mi sono presentato agli uffici di Equitalia in centro a Torino. C’erano già quattro persone, tutte in panico: un grosso cartello sulla porta avvertiva che il servizio quella mattina sarebbe stato ridotto o forse nemmeno aperto, causa “assemblea sindacale”. Tu hai cinque giorni per pagare, ma loro possono farne saltare uno perché sì, tanto tu non hai niente da fare, che ti costa tornare domani?

Per fortuna alle otto e un quarto hanno comunque aperto un discreto numero di sportelli, e dopo aver difeso coi gomiti la posizione acquisita nei confronti di un appena arrivato e ridente sessantenne lampadato con l’aria da manager, che in quanto tale voleva passare prima di tutti perché lui ha da fare non come noi sfaticati, spiego all’inserviente cosa devo fare e lui mi dà tre numerini per tre code diverse: una per ripagare per la seconda volta la mia cartella per 569 euro, una per chiedere il rimborso del pagamento precedente di 519 euro, e una per chiedere il documento per la rimozione del fermo amministrativo.

Ovviamente i primi due mi hanno chiamato insieme, ma devo dire che sono stati gentili, permettendomi di rimpallare da uno sportello all’altro e fare le due cose in parallelo, e quello del pagamento mi ha addirittura fatto lui anche il documento per il fermo.

Qui, però, si è ripresentato Kafka: la signora del rimborso mi ha chiesto se invece non volessi usare il pagamento non andato a buon fine in compensazione per il ripagamento della cartella. In pratica, dunque, tu non puoi pagare un debito INPS con un credito IRPEF, ma una volta che loro il credito IRPEF se lo sono comunque preso e tenuto mettendoti intanto il fermo a tua insaputa, esso diventa un credito Equitalia e quello è compensabile con il debito INPS: diabolico!

Peccato che scegliendo questa strada avrei dovuto aspettare un tempo imprecisato perché la compensazione fosse effettuata, rimanendo nel frattempo col fermo sulla macchina. Quindi l’unica soluzione per sbloccare subito l’auto era ripagare la cartella separatamente e chiedere il rimborso del primo pagamento. Ovviamente la cartella continua a maturare interessi (circa il 10% in due anni e mezzo) e va pagata subito, mentre il rimborso avverrà “mah, non si sa, se tra un paio d’anni non l’ha ancora ricevuto si faccia sentire”: mi sono messo un appunto su Google Calendar nel giugno 2020.

Ma il punto più assurdo deve ancora venire: pago, mi danno la quietanza e il nulla osta all’annullamento del fermo, con quello vado all’ACI in via Giolitti per far togliere il fermo al PRA e… non si può: manca un documento. Quale? Ma il certificato di proprietà dell’auto, quello che prova che io ne sono il proprietario e che mi è stato dato dodici anni fa quando l’ho comprata.

Ecco, dunque fateci caso: il PRA, che è il registro pubblico istituito per tenere traccia di chi è il proprietario di ogni auto, pretende da me la prova bollata cartacea che io sia il proprietario dell’auto, pena il rifiuto della pratica. Ma allora cosa esiste a fare?

Per fortuna io sono organizzato, per cui sono ritornato fino a casa, ho scartabellato in vari raccoglitori e alla fine ho trovato il certificato, l’ho portato in un’altra sede ACI accanto all’ufficio, e per 60 euro da oggi la mia auto è di nuovo autorizzata a circolare.

Ovviamente devo ancora pagare entro venerdì altri 540 euro di multa, perché il ricorso si può fare ma quando mai lo vincerai, e poi forse lo Stato mi lascerà in pace… almeno per un po’, a meno che nel frattempo io non sia definitivamente emigrato altrove.

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lunedì 18 giugno 2018, 13:57

Italia spaghetti pizza mandolino, ovvero una storia di ordinario delirio fiscale

Ieri pomeriggio ho accolto due colleghi tedeschi del mio team; per fargli apprezzare l’Italia, li ho portati in giro per Torino, poi li ho caricati in macchina e siamo andati a mangiare in Monferrato. E’ stata un’ottima serata, fino a quando, nella rotonda all’uscita dell’autostrada di Milano, sono stato fermato dalla polizia stradale.

Porgo al poliziotto patente e libretto, lui mi chiede l’assicurazione, gli spiego che l’assicurazione non è più obbligatoria, mi dice “ah sì, allora guardo online”, poi se ne va in macchina per diversi minuti. Io spiego ai colleghi che è normale, che stanno guardando in un database, loro mi chiedono come mai ci vogliano diversi minuti. Il poliziotto torna, e mi fa: ho una brutta notizia, risulta un fermo amministrativo sulla sua macchina.

Ricorderete che anni fa avevo avuto una vicenda con Equitalia che pretendeva soldi; secondo me e secondo il mio commercialista non erano dovuti, ce ne avevano scorporato un pezzo, poi avevano minacciato il fermo amministrativo e quindi, a ottobre 2015, avevo pagato gli 800 euro che volevano e chiuso la faccenda… o almeno così pensavo. Spiego che ho pagato, e il poliziotto mi fa: deve provarmelo, se no le faccio la multa. Io sono organizzato, gli recupero la ricevuta digitale dal cloud, e lui risponde: no così non va bene, io ho bisogno di qualcosa su carta, con un timbro. Purtroppo io non giro con tutta la mia contabilità in auto, così alla fine lui torna in macchina e mi dice di aspettare.

Passano cinque, dieci, quindici minuti, coi miei colleghi tedeschi che ridacchiano e cominciano a fare l’unico commento possibile, cioè “Italia spaghetti, pizza mandolino!”. Alla fine mi chiamano e mi consegnano un foglio compilato in triplice copia a mano, un capolavoro certosino con decine di fittissime righe di dati, e 500 euro di multa. Mi dicono: ma se ha pagato non c’è problema, vada all’ACI entro cinque giorni e le annullano tutto.

Io spiego gentilmente che oggi e domani ho appunto il meeting del mio team, con gli ospiti tedeschi, e poi domani alle 19 ho un aereo per la Colombia e sarò via due settimane per lavoro; ma questo è indifferente, per lo Stato italiano nessuno ha niente da fare se non stare dietro alla sua burocrazia e a enti che scavano buchi per permettere poi ad altri enti di riempirli, giustificando nel frattempo un sacco di stipendi pubblici (ah, ma è colpa dell’euro). Ma non importa: o così, o la multa diventa di 1500 euro.

A questo punto arruolo Elena, che stamattina comincia una trafila per uffici pubblici. All’ACI la mandano via: il fermo amministrativo risulta, è stato messo a gennaio 2016, quindi noi non c’entriamo, parlatene con Equitalia. Allora va da Equitalia, fa una prima coda di due ore, allo sportello le dicono che il pagamento non era valido perché è stato fatto con una compensazione, e c’è una circolare ministeriale (nemmeno una legge) che dice che quella compensazione si può fare solo per certe tasse ma non per altre.

E’ vero, io a ottobre 2015 pagai compensando con un credito IRPEF; l’Agenzia delle Entrate si prese regolarmente gli 800 euro, scalandomeli dai miei crediti; nessuno mi disse niente, e da allora non mi è stato più notificato né alcun debito pendente, né il fermo amministrativo suddetto. Ma a quanto pare Equitalia ha deciso che il pagamento non era valido, ha messo il fermo senza avvertirmi, e se ne è stata ben zitta continuando a far maturare interessi.

Dopo un’altra ora di coda, Elena viene passata a un altro sportello Equitalia, a cui le dicono che è comunque colpa mia, perché io avrei dovuto sapere che anche se lo Stato si era preso i soldi il pagamento poteva non essere valido. Quindi l’unica soluzione è ripagare una seconda volta la cartella con soldi contanti allo sportello (solo bancomat o assegni circolari), poi fare domanda di annullamento del fermo amministrativo, ma nel frattempo pagare anche la multa perché il fermo amministrativo è legittimo anche se non è stato notificato, e poi fare domanda di restituzione del credito che l’Agenzia delle Entrate si è tenuta due anni e mezzo fa, che è “parcheggiato” (parole loro). Naturalmente sulla cartella che io ripago devo aggiungere due anni e mezzo di nuovi interessi, mentre sul credito “parcheggiato”, che sarebbe rimasto “parcheggiato” all’infinito senza essermi restituito, lo Stato non mi riconosce niente.

Io son qui che mi chiedo cose come “come facevo a sapere di non poter usare la macchina se nessuno me l’ha comunicato?”. Alla fine, però, l’unico commento possibile è davvero “Italia spaghetti pizza mandolino”: sperando che prima o poi la Germania ci invada.

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venerdì 1 giugno 2018, 09:24

Cambiare tutto per non cambiare niente

Non è facile essere un ex del M5S e commentare la politica in questo momento: i tuoi ex colleghi, schifati da tutti tranne che dai propri ultrà e dagli aspiranti riciclandi, si rifanno sfottendo te come cinquenni perché loro sono al potere e tu non sei più sul carro vincente, mentre i benestanti europeisti con lo stipendio di giada, quelli che oggi si allarmano e contestano ma che ignorando per vent’anni dalle loro posizioni di potere i problemi dell’immigrazione e dell’economia hanno creato le premesse sociali per questa situazione, ti considerano comunque un complice.

Tuttavia, tutto sommato questo mi permette di avere una visione abbastanza oggettiva dell’insieme del nuovo governo. E’ senza dubbio un insieme improbabile; è fatto di un po’ di establishment, ex presidenti di banca e direttori generali di Confindustria, ex ministri di Monti, di Letta, di Ciampi messi lì a garantire che nulla cambi veramente nelle cose importanti; un po’ di leghisti, gli unici che sembrano avere idee chiare su quello che vogliono, che però consiste in buona misura in un mondo medievale fatto di fucili, orgoglio patrio e omofobia; e un po’ di grillini, scelti per fedeltà a Di Maio e piazzati nei ministeri meno rilevanti, che danno l’impressione di essere lì da turisti che hanno vinto un viaggio premio, e di non avere molte idee concrete e grandi possibilità di concludere alcunché.

Da cittadino italiano, come a qualsiasi governo, anche a questo auguro di fare il meglio possibile, visto che ne va della mia vita quotidiana. Li giudicheremo sui fatti, anche se i fatti devono arrivare subito, e qualsiasi tentativo di dire “lasciateci lavorare” e “è colpa di quelli prima” va respinto da subito; la situazione generale è pessima ma era perfettamente nota a tutti già prima della campagna elettorale, quindi ciò che è stato promesso e scritto nel contratto può essere realizzato in fretta senza scuse.

Prevedo comunque che molte delle sparate difficilmente realizzabili saranno realizzate solo per finta, anche se la propaganda dirà il contrario; arriverà la flat tax, ma con un aumento di tasse su tutto il resto per compensare; la legge Fornero sarà abolita per introdurne un’altra quasi uguale; e ci sarà un reddito di cittadinanza, ma in realtà sarà un sussidio di disoccupazione poco più ampio di quello di Renzi.

Resta comunque la considerazione che mentre la Lega è rimasta se stessa, e a Salvini per conservare il consenso basterà prendere a fucilate un po’ di barconi, invece il M5S per andare al governo ha rinnegato tutto ciò che ha sempre detto, da cima a fondo: niente alleanze, niente compromessi, ministeri assegnati per competenza, e persino “né di destra né di sinistra”, visto che molti punti del contratto, specie in termini di visione sociale, sono esplicitamente di destra.

Qualcuno ha scritto che se i dirigenti grillini di oggi incontrassero i se stessi del 2009 riceverebbero uno sputo in faccia; non è completamente vero, perché i dirigenti grillini di oggi sono quelli che già allora erano disponibili a qualunque compromesso pur di arrivare al potere, altrimenti se ne sarebbero andati nel frattempo. Ma indubbiamente, se il Di Maio di oggi andasse a una riunione del meetup di Napoli del 2009 verrebbe fischiato e mandato via.

Alla fine, questo periodo storico dimostra platealmente l’immutabilità del potere, che si trasforma per rimanere se stesso, cooptando i rottamatori e i loro slogan per svuotarne la carica distruttiva. Era già successo con i leader del ’68, diventati boiardi e dirigenti dell’Italia di fine secolo, e succederà anche con questa nuova generazione; e comunque, se l’alternativa è un’avventura ventennale fascista o venezuelana, la conservazione non è nemmeno poi così male.

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