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Archivio per il mese di giugno 2010


mercoledì 30 giugno 2010, 13:19

Gli aumenti della tangenziale

Salvo miracoli dell’ultimo momento, da domani mattina scatterà inesorabile l’aumento dei pedaggi della tangenziale: 20 centesimi di aumento (su tariffe precedenti di 1 o 1,10 euro) a Bruere, a Falchera e a Settimo (il casello di ingresso sulla Torino-Aosta, il cui pedaggio per chi entra/esce a Torino ingloba appunto la quota per la tangenziale).

E’ abbastanza incredibile il meccanismo che sta dietro a questi aumenti. Intanto, non sono aumenti che vanno in tasca all’Ativa (la concessionaria della tangenziale) ossia a quei buoni amici degli amici del gruppo Gavio, che già hanno abbondantemente incassato a gennaio. Vengono riscossi da loro, ma vanno in tasca all’Anas, ovvero allo Stato.

Già, perché questo è l’effetto della manovra finanziaria “che non mette le mani in tasca agli italiani”, e in particolare l’introduzione del pedaggio su ventidue superstrade realizzate dall’Anas e finora gratuite, tra cui, nel nostro caso, il raccordo per l’aeroporto di Caselle.

A questo punto voi direte: ma cosa c’entra? Cioè, perché per far pagare la superstrada per Caselle bisogna aumentare il pedaggio a chi va da Rivoli a corso Regina Margherita o da Volpiano a Orbassano? Il problema è che per incassare il pedaggio sulla superstrada bisognerebbe costruire perlomeno un casello, ad esempio tra la tangenziale e Borgaro, similmente a quello di Beinasco sulla Torino-Pinerolo (ah, tra l’altro aumenterà di 10 cent anche quello, non per questa vicenda ma per via di un generale aumento e di conseguenti arrotondamenti). Ma costruire un casello costerebbe più di quello che si incasserebbe; e allora, per far prima, è più facile aumentare un po’ il pedaggio a tutti quelli che passano in zona – meglio se su caselli che portano molto traffico, fregandosene del fatto che la grande maggioranza di chi passa di lì non imboccherà mai il raccordo per l’aeroporto.

Al contrario, chi percorrerà l’intero raccordo da corso Grosseto a Caselle continuerà a non pagare una lira; ed è invece facile prevedere un aumento del traffico sulla viabilità ordinaria che permette di aggirare i caselli della tangenziale, come corso Grosseto, piazza Rebaudengo e corso Vercelli a Torino, o come corso Susa, corso Torino e corso Einaudi a Rivoli.

E’ giusto? Sicuramente no; sarebbe giusto che ognuno pagasse proporzionalmente all’effettivo uso delle strade, anche se far pagare i sistemi tangenziali di solito porta solo all’intasamento della viabilità ordinaria, per cui quasi ovunque si tende a mantenerli gratuiti e basta… considerando tra l’altro che le autostrade che partono da Torino sono già tra le più care d’Italia (11,9 cent/km per Bardonecchia, 9,8 cent/km per Aosta, 7,3 cent/km per Milano e per Piacenza… vedi tabella di Quattroruote).

Si poteva fare diversamente? Ecco, a prima vista forse no, o meglio, non nell’attuale Italia. Il fatto che lo Stato abbia bisogno di soldi per non fallire è evidente; ed è facile prevedere un aumento di tutto ciò a cui gli italiani non possono sfuggire, a partire dalle tariffe dei servizi in regime di monopolio. Alla fine, tassare il traffico privato è ancora il meno peggio da vari punti di vista.

Resta il fatto che, sì, le cose potrebbero essere diverse; potremmo avere uno Stato che va veramente a cercare i soldi dove ci sono, nell’evasione fiscale, nei privilegi, nei trattamenti ingiustificati, negli sprechi della pubblica amministrazione, nei redditi assurdi dei concessionari politicizzati dei servizi, nelle clientele dei partiti e infine, quando tutto il resto sarà stato ottimizzato, nelle tasche di chi guadagna di più. Un aumento di venti centesimi ha un impatto ben diverso per il pendolare con lo stipendio contato e per il vacanziero agiato con la macchina da 50.000 euro. Da tempo penso che pedaggi, parcheggi, permessi di circolazione e multe dovrebbero avere costi proporzionali al valore dell’auto e all’inquinamento che produce: tecnologicamente ormai è fattibile senza grandi problemi, basterebbe averne voglia.

Peccato che per ora viviamo ancora nell’Italia che “se la cava”: cavando soldi da dove riesce.

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martedì 29 giugno 2010, 15:24

Dei costi della politica

Ieri sera si è tenuta la riunione dell’associazione ex Movimento 5 Stelle Piemonte, dove sono stati affrontati i due argomenti su cui avevo chiesto un parere a chi si era registrato sulla mia piattaforma.

L’associazione, svuotata di qualsiasi ruolo nel Movimento, si è ridotta a un gruppo di una manciata di amici, tanto che ieri sera alla riunione erano presenti fisicamente solo quattro soci, più altri tre per delega. Vi è un interesse ridotto a tenerla in vita, ma d’altra parte chiuderla subito non ha molto senso, specie ora che vi è l’ipotesi che si debba tornare alle urne. Vorremmo dunque perlomeno mantenere in vita il blog Piemonte5Stelle, dopo avergli cambiato nome e indirizzo in modo che non lo si possa confondere con il blog ufficiale dei consiglieri regionali, quello sul sito di Grillo. E poi, se vi sarà interesse, potremo presentare qualche progetto per ottenere dei finanziamenti dal fondo dei consiglieri regionali, quello costituito con i soldi avanzati dai loro stipendi.

Per quanto riguarda la questione delle quote di 300 euro versate all’inizio della campagna elettorale da quasi tutti i candidati, si è verificato che effettivamente l’accordo originale era di considerarle un prestito in attesa di raccogliere i fondi necessari mediante donazioni. Dato che dalla campagna elettorale sono avanzati circa 5.000 euro, si è deciso dunque di provvedere a rimborsare le quote proporzionalmente ai fondi disponibili, che coprono circa i due terzi di ogni quota.

Dopodiché si è discusso se accettare la disponibilità, già espressa dai consiglieri regionali, di aggiungere i circa duemila euro mancanti per permettere un rimborso completo, prelevandoli dal fondo di avanzo dei loro stipendi; la questione è stata più controversa, perché secondo alcuni questa costituirebbe una forma surrettizia di rimborso elettorale a spese delle casse pubbliche. La proposta è stata approvata a maggioranza, ma io ho votato contro, perché la maggior parte delle risposte ricevute durante la consultazione si erano espresse in tal senso; dunque intendo rinunciare a questa parte del rimborso.

A scanso di equivoci segnalo che chi si è candidato ha sopportato costi che non si limitano ai 300 euro di quota; a parte eventuali spese di propaganda personale (come i miei 155 euro di volantini), ci sono costi come benzina e telefono, e soprattutto c’è il costo del tempo sottratto alla propria vita personale e professionale (la differenza tra il mio reddito medio degli anni 2005-2008 e il mio reddito medio del 2009-2010 è nell’ordine di alcune decine di migliaia di euro l’anno).

Trovo giustissimo combattere duramente l’uso della politica per arricchirsi e l’appropriamento disinvolto di fondi pubblici per spese private, ma non sposo la linea secondo cui chi fa attivismo politico dovrebbe vivere in povertà; lo stipendio a chi ricopre cariche istituzionali fu introdotto proprio per permettere anche agli operai, e non solo ai ricchi, di impegnarsi nella gestione del bene comune. Credo dunque che utilizzare i residui delle donazioni per ridurre almeno un po’ il passivo di chi si è candidato sapendo sin dal principio che non sarebbe mai stato eletto, condividendo lo sforzo economico necessario tra tutte le persone che hanno messo cinque o dieci euro per aiutarci, sia una scelta giusta, anche se non mi sento invece autorizzato a prendere i soldi che derivano dallo stipendio dei consiglieri.

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lunedì 28 giugno 2010, 17:48

Cyberspazio e realtà

Oggi sono andato al Politecnico per assistere alla prima giornata della conferenza University and Cyberspace, organizzata dal progetto europeo Communia, in cui il centro Nexa del Poli ha un ruolo centrale. Questa è una delle poche vere eccellenze rimaste a Torino, su un tema cruciale come il rapporto ad ampio raggio tra Internet e società, con un particolare occhio per le tematiche relative ai contenuti; e anche la conferenza è di alto livello (qui il webcast).

In attesa che si palesi Joi Ito (se siete lettori da tempo di questo blog, ricorderete la foto ed il libro), stamattina c’è stato prima un interessante dialogo tra Juan Carlos De Martin e Charles Nesson del Berkman Center di Harvard, e poi il solito lucido discorso di Stefano Rodotà.

Rodotà è il miglior italiano che conosca e mi piacerebbe molto riuscire a concludere nella vita un centesimo di quello che ha fatto lui; nel frattempo cerco di trarne esempio. Abbiamo chiacchierato per buona parte del pranzo (gli ho portato i ringraziamenti per il suo impegno diretto sui referendum dell’acqua) e se da una parte mi ha fatto piacere constatare che la pensiamo allo stesso modo, dall’altra ne è uscita una visione della situazione italiana tutt’altro che rosea. Lui non si risparmia e gira l’Italia per le sue battaglie con energia invidiabile; io mi chiedo come recuperare un simile ottimismo, capito che il problema non è di sostituire un partito per un altro ma di cambiare la mentalità degli italiani, e che questa è una impresa davvero proibitiva.

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sabato 26 giugno 2010, 15:50

L’economia delle TLC spiegata per voi

Stefano Quintarelli ha preparato un bellissimo video che, in poco più di un quarto d’ora, spiega chiaramente e in modo comprensibile a tutti l’attuale situazione di stallo nelle telecomunicazioni italiane, quella per cui, in assenza di scelte politiche forti, siamo destinati a rimanere indietro nell’infrastruttura più cruciale per il nostro sviluppo.

Per sostenere l’economia, la cultura, l’informazione e tutti gli altri settori avanzati da Internet è necessario contemporaneamente dotarsi di una infrastruttura costosa (ma non così tanto) e necessariamente unica per tutti, una rete capillare in fibra ottica, e aprire tale infrastruttura a una vera concorrenza e dunque all’innovazione competitiva continua, anziché vivacchiare in un mercato dominato da Telecom Italia.

Sarebbe un investimento remunerativo (secondo i conti di Quintarelli, la ricaduta per ogni euro investito sarebbe venti volte superiore a quella della TAV Torino-Milano, per esempio) e a cui non vi sono alternative (il wi-max non lo è) ma che l’industria privata non ha né le possibilità né l’interesse di finanziare. Ci vorrebbe un governo lungimirante, come quelli che cinquant’anni fa costruirono le autostrade, cent’anni fa costruirono la rete telefonica e centocinquant’anni fa costruirono la rete ferroviaria – tutte infrastrutture che all’inizio sembravano quasi un lusso, ma senza le quali oggi saremmo ancora nelle capanne di fango. Il problema è che, oggi, un tale governo non si vede all’orizzonte.

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venerdì 25 giugno 2010, 20:11

La solitudine del numero dieci

Quando io ero bambino, il calcio era un’altra cosa. Il calcio era una festa, perché si giocava di domenica pomeriggio, allo stadio in piedi sotto il sole, o attaccati alla radiolina di casa, o passeggiando al Valentino, fermando tutti i passanti ogni minuto per chiedere se per caso il Toro avesse già segnato. Il calcio era una festa perché era uno spettacolo, perché c’erano decine di migliaia di persone che sospiravano all’unisono, e magari non avevano la coca cola in braccio e il posto preassegnato col seggiolino ottimizzato a forma di culo, e nemmeno lo schermo piatto per rivedere a casa ogni scaracchio in super-slow-motion, ma avevano il sole, il cielo e la speranza di un gol e di qualcuno che costruisse per loro un mondo migliore.

E avevano il numero dieci: tutte le squadre che valessero qualcosa avevano un numero dieci, o se non era un dieci era un sette o un sei o un undici, ma era un giocatore diverso dagli altri. Uno che con la palla faceva le magie, uno che con la palla faceva sognare; uno che da solo valeva il prezzo del biglietto. Uno che faceva cose che nessun altro giocatore in campo, anzi nessuna altra persona al mondo era capace di fare, come, che so, ribaltare in un attimo il risultato di una guerra – una guerra vera, con morti e feriti – con un semplice pugno alzato verso il cielo nel secondo preciso del destino.

Il numero dieci era un artista e spesso giocava da solo; nei casi più estremi, i compagni si limitavano a passargli la palla e ad aspettare che facesse lui. Era un privilegiato, spesso antipatico come pochi; fuori dal campo, non di rado tagliava gli allenamenti, si faceva di coca e sparava ai giornalisti. Anche quando era più morigerato, era comunque un diverso; oggetto di ammirazione ma anche di invidia (dei compagni) e di odio (degli avversari). Del resto l’approccio italiano per marcare i numeri dieci era quello di spaccargli le gambe ad ogni occasione sin dal primo minuto: Gentile e Bergomi conquistarono la fama picchiando Maradona. E se un giocatore qualsiasi può sempre vivacchiare e passare la palla, il numero dieci era maledetto a fare miracoli per contratto: o stupiva o falliva.

Poi, vent’anni fa, nel calcio arrivarono Sacchi e Berlusconi, e condannarono i numeri dieci all’estinzione. Il genio divenne un optional, sostituito dagli steroidi, dagli schemi scientifici, dagli allenatori col portatile. Decenni di frustrazione del resto del mondo vennero alla luce: ma perché privilegiare uno più degli altri, ma perché dipendere da una persona sola. Dipendere dall’individuo è sbagliato, noi vogliamo il sistema, il calcio industriale, l’investimento a ritorno garantito; il giocatore dal rendimento mediocre ma costante, il gioco pianificato a tavolino e proprio per questo prevedibile ma certo. Il tifoso schedato e ridotto a numero, con la sua maglietta rigorosamente ufficiale e coperta da copyright, uguale a tutte le altre, che canta l’inno previsto dall’azienda di marketing, in vendita su CD al supermercato e pronto ad essere sostituito da una canzone nuova l’anno dopo, ché l’economia deve sempre girare.

Nel calcio e nella vita, i numeri dieci sono una specie ormai estinta. Non è che non ne nascano più, ma il genio gli viene sradicato a bastonate proprio come una volta si costringevano i mancini a usare la destra. A seconda degli investimenti nella pianificazione industriaale del giocatore e della forza aziendale di chi li possiede, o diventano dei bovini gonfiati come Del Piero, o diventano dei falliti come Pinga e Rosina. Se provano un dribbling, tutti si incazzano: “e passa quella palla!”.

C’è oggi, nel calcio e nella vita, la retorica della squadra. Il gioco di squadra, il collettivo, l’organizzazione, l’egualitarismo. Una volta erano valori che associavamo ai freddi paesi del Nord o ai formicai dell’Oriente, restando orgogliosi dell’inventiva e della creatività italiana, su cui si basavano le nostre fortune e le nostre glorie sin dai tempi di Dante e di Leonardo. Ma anche da noi, ora, l’individuo più dotato o più fortunato della media è visto con intrinseco fastidio.

La squadra è importante, da soli non si può fare tutto; ma neanche tutti possono fare tutto. Un italiano medio, preso a caso per strada, non può scrivere la Divina Commedia; è già tanto se sa scrivere un SMS. Nemmeno dieci italiani possono scrivere la Divina Commedia. E’ molto, molto improbabile che anche un milione di italiani, persino se ben organizzati in una struttura pianificata, possano scrivere la Divina Commedia. Dante, lui sì, poteva scrivere la Divina Commedia. Probabilmente come centravanti faceva cagare, e magari come persona era uno stronzo di prima categoria; ma nel suo briciolo di genialità poteva fare qualcosa che pochi altri, forse nessuno, avrebbero potuto fare, e con questo segnare il futuro della sua nazione a vantaggio di tutti.

In Italia, la retorica della squadra dà il peggio di sé; è diventata una esaltazione della mediocrità. I nostri numeri dieci, per salvarsi, sono tutti all’estero; a scoprire la cura del cancro in una Università americana o ad aprire gelaterie in Cina. L’Italia, un paese socialista intrappolato alla periferia del Vaticano, ha imparato velocemente a disfarsi del talento: perché conviene a molti. Conviene ai mediocri, ai raccomandati, ai piacioni e ai maneggioni, ai numeri due e cinque e quattordici e ventisette, che altrimenti sarebbero condannati ai margini dei riflettori. E’ molto più popolare promettere gloria per tutti e sostenere che anche Pepe e Marchisio possono giocare un mondiale da protagonisti; salvo poi tornare a casa al primo turno, umiliati dalla Slovacchia e dalla Nuova Zelanda.

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martedì 22 giugno 2010, 10:21

Cose che succedono qua e là

Ci sarebbe molto da raccontare (ad esempio il carnaio dell’aeroporto di Bergamo il lunedì mattina) ma sono piuttosto di corsa (anche grazie ai portoghesi di cui ho postato ieri il video, a cui in serata si sono uniti cileni e spagnoli) e ho tempo solo per una breve nota.

Intanto segnalo che, se qualcuno passa qui da Bruxelles, stasera presso il meeting di ICANN c’è la festa per il venticinquesimo anniversario del .org. Per noi che abbiamo iniziato in tempi abbastanza pionieristici (e dico “abbastanza” perché c’è comunque chi ha iniziato dieci o vent’anni prima di noi) fa un po’ specie pensare che certi elementi base di Internet come la conosciamo abbiano ormai vari decenni di vita.

Anche al meeting di ICANN, a cui ho fatto un salto ieri per le due riunioni di mia competenza, comincia a fare effetto pensare che dieci anni fa eravamo lì a discutere più o meno le stesse cose… ieri, alla fine dell’incontro internazionale dei chapter di ISOC, hanno fatto un quiz, regalando una scatola di cioccolatini a chi avesse saputo dire quali erano gli ultimi tre chapter attivati (la risposta era: Uruguay, Libano e Bangalore). L’ha saputo Norbert Klein, il signor ISOC Cambogia, e ciò ha fatto partire una sessione di ricordi su un simile quiz organizzato da ISOC nel 1996, e anch’esso vinto da lui. Alla fine però ci siamo sentiti vecchi… alla faccia delle nuove tecnologie.

Ora, invece, due comunicazioni di servizio per le faccende grilline di casa nostra.

La prima è un ringraziamento a Sonia Alfano per avere firmato la dichiarazione del Parlamento Europeo contro ACTA. Sonia è sempre vicina ai nostri ideali e credo che la lettera aperta a Beppe Grillo che ha scritto ieri meriti una risposta adeguata, sperando che possa esserci un riavvicinamento costruttivo.

Invece, per chi sta a Torino, la riunione di stasera per le elezioni comunali grilline di cui avevo parlato, aperta a tutto il popolo torinese, è stata spostata in via Luserna 8. Partecipate numerosi.

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domenica 20 giugno 2010, 16:58

All world is country

La pagina della wikipedia inglese relativa a Koman Coulibaly, misconosciuto arbitro maliano, dopo circa tre anni di tranquilla vita elettronica è stata presa d’assalto negli ultimi due giorni: alcune decine di revisori hanno cercato di inserire in varie declinazioni il concetto che l’arbitro, avendo misteriosamente annullato all’ultimo minuto il gol valido che avrebbe dato agli USA la vittoria sulla Slovenia, è indubbiamente un cornuto.

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giovedì 17 giugno 2010, 10:12

Bancarotte urbanistiche

Anche a Milano, ogni tanto, capitano esperienze paranormali.

L’ultima mi è successa sabato scorso: nel pomeriggio, ero stato invitato a parlare al convegno dell’associazione Rientrodolce, ovvero la versione del movimento per la decrescita felice vicina al Partito Radicale. Oltre ad avere risalutato Marco Cappato – l’ultima volta che ci eravamo incontrati eravamo davanti al Circolo della Stampa durante la nostra clamorosa protesta, e io avevo una scopa in mano – ho potuto così constatare come anche loro si dicano le stesse cose sui limiti della crescita che ci diciamo noi; e che uno scambio di idee e di progetti comuni sarebbe senz’altro proficuo.

La riunione era nella sede dell’associazione Enzo Tortora, tra l’altro piena di bei manifesti politici degli anni ’70 e ’80, tra cui uno occupato da un fustino di detersivo, con cui i radicali promettevano di essere più puliti degli altri; e io ho ripensato al mio manifesto della scopa e ho sorriso ai corsi e ricorsi storici. La sede si trova vicino alla fermata della metro De Angeli; e così mi sono studiato la cartina e ho capito che il percorso più veloce passava attraverso le case a sud della piazza.

Quando sono arrivato lì, ho visto le indicazioni per via Frua e via dei Martinitt (solo a Milano possono avere un nome così), ho svoltato l’angolo e… mi sono trovato di fronte a questo:

frua1.jpg
frua2.jpg

Deserto, completamente, e silenzioso. Un lungo corridoio sotterraneo emerso direttamente dalle scene di Blade Runner; popolato da vetrine e negozi fantasma, ovunque ricoperti non da uno, ma da decine e decine di strati di graffiti di ogni genere.

Dalle scritte, dai serramenti di metallo, da tanti particolari si capisce che il tutto risale a oltre quarant’anni fa, cioè direttamente all’epoca in cui fu aperta la fermata della metro (metà anni ’60), e da allora non è mai stato toccato. Uscendo – e anche in pieno giorno vi verrà voglia di uscire piuttosto in fretta – ci si trova infatti davanti a un grosso e pretenzioso quartiere di palazzi ultrasignorili, circondati da alberi, giardinetti, cancellate e telecamere, anch’essi chiaramente risalenti a quel periodo: il Quartiere G. Frua, appunto, che – come ho poi scoperto – in quegli anni prese il posto della storica fabbrica tessile De Angeli – Frua che occupava la zona.

Doveva chiaramente essere un progetto ultramoderno di città nella città come si usava in quegli anni, cioè con il verde sopra e i servizi sottoterra, compresi i negozi. Ma i negozi, per classici problemi all’italiana, non arrivarono mai. Rimane, dunque, soltanto l’utopia spezzata: che possa servire di lezione agli architetti con la puzza sotto il naso che, ben pagati, progettano trasformazioni urbane in cui non dovranno mai vivere.

Chissà perché, qualcosa mi dice che, tra quarant’anni, anche la nuova parte di Torino che vorrebbero costruire sulla metro 2 e sull’ex Scalo Vanchiglia – la cosiddetta Variante 200 – avrà buone chance di essere finita così.

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mercoledì 16 giugno 2010, 12:55

5 stelle, Torino e la buonanima di Mao

Che sia già tempo di grandi manovre per le prossime elezioni comunali torinesi è evidente a tutti: basta aprire i giornali e leggere dei piatti che volano in casa PD, dove si stanno già scornando due progetti diversi. Da una parte quello dei quadri di partito, che, divisi nelle varie correnti, stanno spingendo come aspirante candidato sindaco ognuno il proprio capetto, Fassino, Placido, Gariglio, Tricarico e tanti altri; dall’altra Chiamparino che vorrebbe aprire alla “società civile” – nome con cui lui indica il gruppo di potere economico che controlla Torino da decenni – costruendo una “lista civica” che peschi sia nel centrosinistra che nel centrodestra e che sia produttiva per Fiat, Sanpaolo e compagnia bella, con candidati sindaco Evelina Christillin, il rettore del Poli Profumo o addirittura il volto cattivo della Tav, Mario Virano.

Potevano allora non partire le piccole manovre anche in casa 5 stelle? No, non potevano; e difatti già da un minuto dopo le elezioni regionali varie persone hanno cominciato a lavorare per essere in pole position quando si sceglieranno i candidati. Non c’è peraltro nulla di scandaloso: per cominciare, la politica è una passione spesso basata sull’ego dei singoli; ma soprattutto, al di là delle aspirazioni personali, il Movimento 5 Stelle ha una identità politica ancora incompleta.

Se sugli argomenti della Carta di Firenze siamo tutti d’accordo, quando si parla di lavoro, di società, di economia la situazione è meno chiara; la linea volutamente non ideologica di Grillo e l’origine protestataria del movimento fanno sì che al suo interno si ritrovino posizioni molto diverse. L’esempio che faccio sempre è quello dell’immigrazione – soltanto il secondo tema più importante delle prossime comunali dopo il lavoro… -, su cui io ho una posizione basata sull’integrazione aperta degli onesti e la repressione dura di chi delinque, mentre una parte del movimento cittadino sostiene le classiche posizioni della sinistra estrema, a partire dalla chiusura dei CIE e dalla libertà di movimento e di ingresso in Italia. Insomma, non si tratta soltanto di scegliere gli eventuali futuri consiglieri tra tante persone che ambiscono al ruolo, ma di scegliere quale sarà l’anima del movimento che prevarrà e la sua linea sulle materie più politiche.

E così, dopo la confusa fase di smantellamento istituzionale di cui vi ho già raccontato, e altre cose che non vi ho raccontato per carità di patria, il gruppo consiliare regionale – cercando di fare da arbitro – ha organizzato un incontro pubblico per il 22 giugno, alle 21 in corso Ferrucci 65/A, invitando i cittadini a partecipare per discutere un programma: io sarò all’estero (vedrò di lasciare un video o un documento scritto), ma voi siete incoraggiati ad esserci.

Qualche giorno fa, comunque, ho ricevuto una convocazione per una riunione privata, tenutasi lunedì sera, a cui sono stati invitati una quindicina di attivisti noti. L’argomento doveva essere l’organizzazione pratica dell’incontro del 22, e invece, giunto lì, mi sono trovato davanti senza preavviso all’atto costitutivo di un “non Comitato Promotore”. Insomma, l’idea è: siccome Grillo ha fatto un “non Statuto” per vietare qualsiasi organizzazione strutturata di partito, noi facciamo un “non Comitato Promotore” e così lo freghiamo e la facciamo lo stesso.

Qualche forma organizzativa è necessaria, e, se l’obiettivo fosse organizzare il direttivo di un movimento, credo che condividerei la maggior parte del documento; il punto però è che non dovrebbe esserci nessun direttivo, o perlomeno che, se proprio un livello intermedio è necessario, esso dovrebbe essere eletto dai cittadini e dalla base del movimento, e composto di persone rappresentative, anziché da chi è abbastanza motivato da presentarsi in forze a una riunione serale.

Tanto per testare le intenzioni, io ho fatto subito una domanda chiarificatrice: ma questo “non comitato” organizza soltanto le consultazioni in cui i cittadini sceglieranno programma e candidati, oppure è un organo politico che prenderà decisioni a nome di tutto il movimento cittadino?

Ho ricevuto solo mezze risposte un po’ imbarazzate; alla fine però molti hanno ammesso chiaramente – del resto è scritto anche nella prima frase del documento – che, nelle loro intenzioni, questo sarà il gruppo che prenderà ogni decisione politica, sia perchè la piattaforma di Grillo non c’è ancora e nessuno sa come sarà fatta, sia perché “è necessario che il movimento sia gestito dagli attivisti”, riconoscendo insomma a chi si presenta alle riunioni – anche se magari non ha mai montato un gazebo o dato un volantino, anzi magari non ci ha nemmeno votato – un ruolo superiore a quello del semplice cittadino che partecipa soltanto via rete.

Non è una novità… alla fine, è emerso di nuovo il tentativo di realizzare una visione marxista classica, per cui le masse sono ignoranti e vanno educate (vedi in proposito l’ultima citazione di Mao in fondo qui), in quanto non capaci di autogovernarsi, e in cui l’autorità ultima e infallibile resta al Partito, il quale decide al proprio interno la linea a cui tutti i membri si devono attenere. E infatti, la prima bozza del documento presentata in riunione diceva che chi partecipava al gruppo si impegnava a non dissentire mai dal gruppo in pubblico; e parte della riunione è stata dedicata a come affrontare i casi di comportamenti “lesivi dell’immagine del movimento”, come (esempio fatto veramente, ammiccando al sottoscritto) raccontare sul proprio blog ciò che accade alle riunioni e magari fare delle critiche alla linea ufficiale o, Mao non voglia, sollecitare una discussione pubblica e peggio ancora proporre di far prendere le decisioni alle “masse”.

Io non sono d’accordo con questo modo di fare e con la visione politica che esso sottintende: la mia visione del mondo e della politica è diversa. La promessa che ho fatto e che ci è stata fatta durante la scorsa campagna elettorale è quella di piantarla con mozioni, verbali e direttivi e di intraprendere un esperimento di democrazia partecipativa in cui tutte le decisioni saranno prese in rete; ci sono già centinaia, forse alcune migliaia, di torinesi iscritti al Movimento sul sito di Grillo, e aspettano solo di poter dire la loro.

Ora, concordo sul fatto che sia necessario un gruppetto organizzativo di volontari (ma persone che rinuncino dal principio a candidarsi, non persone che ucciderebbero la nonna per fare il capolista) e che le decisioni pratiche possano tranquillamente venire prese da loro; ma all’idea che le scelte politiche vadano prese dai cittadini, in rete e magari ogni tanto anche tramite una grande consultazione popolare coi gazebo nelle piazze, non posso rinunciare.

Per cambiare questa città è necessaria una grande mobilitazione delle persone più capaci e moderne, non un piccolo orticello chiuso di quattro amici che aspirano a fare politica, con idee scongelate dagli anni ’70 e pittate di verde per renderle presentabili. E’ necessario coinvolgere altre fasce sociali, comitati, movimenti, individui di valore e critici con il sistema, e soprattutto migliaia di persone, a cui non possiamo soltanto chiedere il voto all’ultimo momento, ma che devono diventare nostri simpatizzanti regolari, con cui confrontarci giorno dopo giorno e da cui ricevere indicazioni; perché questo accada è necessario usare la rete, non si può procedere per riunioni fisiche due sere a settimana – una richiesta che pone una barriera significativa alla partecipazione per molti.

E qualcuno di questi simpatizzanti lo dobbiamo anche candidare, pescando meritocraticamente tra persone che abbiano dimostrato qualcosa nella vita, e lasciando perdere la sindrome da assedio, la paura di discutere in pubblico, le rivendicazioni del genere “quando io due anni fa prendevo freddo ai banchetti tu dov’eri”, e anche il desiderio inconfessabile di alcuni di non dover dividere il giocattolino con nessuno.

Persino il PD ha nel proprio statuto il principio delle primarie aperte a tutti i cittadini: possibile che proprio noi ci mettiamo sulla strada del gruppetto di attivisti che decide in una stanza? Se la piattaforma partecipativa di Grillo non sarà pronta possiamo farci la nostra, come io ho fatto la mia; non ci vuole molto, anzi sono sicuro che troveremo dei volontari per lavorarci. Se la direzione sarà questa, io confermo tutto il mio impegno. Ma se questo deve diventare l’ennesimo partitino della sinistra post-bertinottiana… no grazie, ho di meglio da fare nella vita.

P.S. A proposito della mia piattaforma, sto scrivendo il software per poter lanciare la prima consultazione. Ho già un paio di cose da chiedere, ma sono benvenuti suggerimenti sugli argomenti di discussione.

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lunedì 14 giugno 2010, 19:37

I maleducati

Oggi pomeriggio tornavo a casa col 2 – il bus che in teoria doveva costituire l’ossatura della rete dei trasporti di Torino, e che in pratica non passa mai.

Sono salito dalla porta davanti, occupando l’unico spazietto disponibile: infatti tutta la parte anteriore del bus, proprio dietro l’autista, era occupata da una giovane signora di colore con un passeggino, in cui stava un bambino altrettanto di colore. In pratica non era possibile procedere oltre, e dalla porta rimaneva giusto lo spazio per una persona (me). E ovviamente ho pensato che la signora poteva anche salire dalle porte centrali, dove c’è un apposito spazio per passeggini e carrozzine, invece di infrattarsi nello stretto passaggio anteriore.

Alla fermata successiva si presentano davanti alla porta due signore autoctone sui sessant’anni, ingioiellate, di quelle che non si capisce cosa ci facciano nell’estrema periferia di corso Trapani, così lontano dalla Crocetta. Io penso che, visto che lo spazio è occupato, cammineranno per tre metri per andare a salire dalla porta centrale. E invece no: le due signore piazzano un piede sul bus, si mettono dietro la signora di colore e cominciano a gridare “Permesso! Ma vada un po’ più avanti!”. Il passeggino viene spinto in avanti di venti centimetri, grazie a una ulteriore compressione delle persone dentro il pullman.

Le due signore salgono, il pullman parte, ma loro non sono contente. Continuano a ripetere a voce altissima “Ma non può andare un po’ più avanti?”. Alla quarta volta, neanche ci fossimo messi d’accordo, sia io che la signora sbottiamo dicendo all’unisono che il bus è pieno e non si capisce dove dovrebbe andare il passeggino. A quel punto, forse avendo capito di non essere due contro uno, si zittiscono. In compenso, una delle due si infila tra il passeggino e il gabbiotto dell’autista, mentre l’altra commenta testualmente: “Ah, i bei tempi che furono!”

Dura poco: perché arrivati in piazza Rivoli una delle due deve scendere. Peccato che, sistematasi dietro il passeggino, non riesca più a muoversi: a quel punto chiede alla signora di colore se scende. La signora col passeggino dice di no, e a quel punto l’anziana si arrabbia, perché siamo già alla fermata; praticamente tira un calcio al passeggino cercando di spingerlo fuori dal bus, per poter passare. Dopodiché in qualche modo passa, scende, si gira e fa “Certo che voi siete dei gran maleducati!”, stando bene attenta ad evidenziare il “voi”.

Ecco, sul punto dell’educazione forse avrei qualcosa da ridire… E’ sicuramente vero che i bambini africani non vengono educati a timbrare il biglietto, a salire da davanti per scendere in mezzo (regola peraltro già abolita da anni), e ad alzarsi per far sedere gli anziani; questo perché – forse vi sorprenderà saperlo – in buona parte dell’Africa non esistono i bus urbani come li intendiamo noi (il trasporto pubblico locale, dove motorizzato, è svolto solitamente da furgoncini sovraccarichi) e spesso non esistono nemmeno gli anziani (l’aspettativa di vita media in Nigeria è di 47 anni). In questo senso, gli africani sono certamente maleducati; d’altra parte starebbe a noi educarli quando arrivano qui, spiegandogli come funzionano meccanismi che noi diamo per scontati, ma che scontati non sono.

Quanto alla buona educazione intesa in termini di rapporti e di rispetto per gli altri, forse lì noi abbiamo poco da insegnare.

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