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Archivio per il mese di giugno 2008


lunedì 30 giugno 2008, 17:05

Panorama in città

Dev’essere venuta l’estate, visto che è la prima volta quest’anno che dopo pranzo, a fronte di una giornata caldissima e persa in piccola contabilità di fine anno e altre faccende, cado con la faccia sul letto a metà pomeriggio e non mi sveglio se non dopo un’ora.

Sicuramente i miei orari lavorativi tenderanno a spostarsi verso la sera; nel frattempo, oggi ho fatto le mie commissioni in bici all’ora di pranzo. Mi è un po’ spiaciuto lasciare Parigi, perché è stata una bella settimana, ma ho fatto pranzo in un angolo di Torino bellissimo, che nemmeno i torinesi conoscono.

Si tratta del nuovo parco archeologico delle Porte Palatine; in pratica, subito dopo la porta romana c’è un piccolo cancello dal quale ci si inerpica su per una salita, sopra quella che sembra una collinetta ma in realtà è un ricovero artificiale costruito per ospitare i carretti di Porta Palazzo (ah, come siamo ingegnosi noi torinesi). In cima alla salita, ci si gira verso il centro e lo spettacolo è eccezionale: un grande prato verde corre fino alla porta e al residuo di mura romane, dietro il quale, come in un paesaggio di secoli fa, si vedono spuntare il Duomo, il Palazzo Reale, le case seicentesche di via della Basilica, e sulla destra invece le case di ringhiera sette-ottocentesche che circondano il mercato. Persino il palazzo comunale di piazza San Giovanni e la Torre Littoria – tra l’altro c’è su una grande bandiera italiana, e finalmente direi, visto che all’estero ci sono bandiere nazionali su qualsiasi torre o pennone e da noi mai nulla – hanno un loro senso in questa vista; tutto sembra, meno che di essere in mezzo a una città moderna. E anche la vista verso il fuori non è poi male, anche se oggi c’era una grande colonna di fumo nero che veniva da qualche edificio in fiamme (pensavo fosse finalmente bruciata l’autostazione di via Fiochetto, quello sì un pezzo di Bronx, e invece era qualcosa più in là, zona corso Regio Parco).

Tra l’altro ci sono delle panche di legno e delle sedie pesantissime, a libero servizio sotto gli alberelli finché qualcuno non se le fregherà. Vale la pena di andarci ogni tanto.

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domenica 29 giugno 2008, 15:14

Domenica

Al centro Pompidou c’è il wi-fi gratuito, e dunque eccomi qui collegato. Ho passato la mattinata a camminare per il Bois de Boulogne, che si è rivelato molto più trafficato del previsto; sarà anche che al fondo del parco si sta svolgendo il torneo di tennis intitolato a Rolando Garosci (se non sono aviatori o militari, in Francia non gli intitolano nulla); così, verso le due sono tornato indietro, attraversando una zona di case di iperlusso per sbucare sull’Avenue Mozart e prendere la metro.

Ho mangiato al KFC di Les Halles; ogni tanto ci vuole, anche se credo che la cosa che mi attrae di più dei fast food sia la vita che ci scorre dentro. Non credo però che riuscirò più a digerire; anche per questo mi sono afflosciato su una panca, nel bel mezzo di una esposizione dedicata alle notevoli illustrazioni di Jean Gourmelin.

Stasera torno indietro: ho soltanto più un paio d’ore, e penso che le trascorrerò girando senza meta per il centro città (avevo pensato di restare qui a scrivere un po’, ma sono troppo stimolato per raccogliermi in meditazione). Non vedrò la partita, ma direi che non è una gran perdita. Da domani, si torna a lavorare.

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sabato 28 giugno 2008, 23:54

Mangiare a Parigi

Apparentemente, mangiare a Parigi è facilissimo: ovunque, ci sono solo ristoranti e brasserie.

Se però volete fare in fretta, perché siete in giro per visite e volete ridurre il costo e il tempo impiegato, diventa già un po’ più difficile. Nei quartieri d’affari, ci sono spesso dei supermercati con l’angolo “pranzo pronto”: e non parlo solo di tramezzini, ma di preparazioni di ogni genere già vendute con le posate dentro. Ho persino visto il bicchiere di vino monouso, un bicchierino di finto vetro con dentro una decina di centilitri di vino, chiusi da un tappo di alluminio tipo quello dello yogurt…

Dimenticatevi il fast food: a Parigi si usa pochissimo. Ci sono, è vero, parecchi McDonald’s e parecchi Quick, la locale catena concorrente; ma non sembrano granché invitanti. Il pranzo veloce nazionale è invece la baguette ripiena; qualsiasi bar ne ha una pila, e se vi limitate a quelle più semplici avete persino speranza di evitare le salsine e limitarvi al burro (per esempio burro e salame è ottimo). Esistono varie catene di panineria e bar, alcune delle quali, come Pomme de Pain, adottano il modello del fast food: vassoi e menu centrati sul panino, volendo anche caldo (io ne ho mangiato uno con cipolle, pomodori, bacon e raclette ed era decisamente buono).

Anche qui ho trovato poi una roba tutta francese, ossia il fast food della pasta: catene come Mezzo di Pasta, Nooi e Viagio (ce n’è un paio nelle vie attorno a Les Halles). In pratica, scegli una pasta, scegli un sugo, e per qualcosa come cinque o sei euro ti danno la bibita e un contenitore di carta, a tronco di piramide rovesciata, riempito della tua pasta fatta sul momento. I sughi sono adattati ai gusti francesi, quindi non hanno mai meno di cinque ingredienti mescolati con delle spezie, però il risultato è notevole, e la pasta è più che passabile, spesso buona.

Un’altra buona alternativa, che abbiamo usato ieri sera, è il Flunch di Les Halles, un self service / mensa dove mangi con meno di dieci euro. Non solo il cibo era migliore del Flunch italiano provato all’Ipercoop, ma il Flunch francese ha “legumes a volontè”: in pratica, dopo aver comprato un piatto, puoi rifornirti all’infinito di contorni, che comprendono non solo verdure varie, puré e patate fritte, ma anche riso in bianco e pasta al sugo. E lì, insomma, ci ho dato.

Esistono anche, a uso dei turisti, catene di livello un po’ più elevato, come Hippopotamus (hamburger di carne vera) e Leon de Bruxelles (moules et frites, anche se le recensioni dicono che il costo è relativamente alto e il livello è bassino). Se no, ci sono milioni di brasserie.

Siccome però oggi era l’ultima sera e volevo un vero ristorante, ho recuperato questo sito e ho provato a cercare un locale che sembrasse buono nella zona del Marais, che è un po’ l’equivalente parigino del nostro quadrilatero. Siamo così finiti al ristorante-vineria Le Rouge Gorge, sulla rue Saint-Paul; per gli standard parigini è un posto alla mano ed informale, il che significa che è elegantissimo ma del genere “finto sciupato”, con tavoli di legno da vecchia osteria però lucidi e tiratissimi, e un sacco di vecchi oggetti e bottiglie usate alle pareti, e un padrone gentile che si mette in jeans per fingere di essere tra amici.

Per 35 euro a testa – che per Parigi è una cifra medio-bassa, equivalente per i livelli torinesi a un 20-25 euro – abbiamo preso ognuno un antipasto, una portata principale e mezzo dolce; era tutto decisamente buono, e anche la quantità era generosa, almeno per le abitudini di qui (in termini di porzioni italiane la si sarebbe giudicata appena sufficiente). Io ho mangiato uno sformatino di paté solido di sardine che era davvero ottimo, per niente burroso, e un carrè di agnello al forno altrettanto buono; il dolce poi era un fondente al cioccolato con panna e salsa di lamponi, eccellente. In più, io ho aggiunto un’altra dozzina di euro per due bicchieri di vino, un bianco e un rosso; erano tutti e due eccezionali, insomma ne valeva la pena.

La sensazione quindi è che, potendo spendere, a Parigi ci sia spazio per esperienze culinarie di ottimo livello, almeno se si evitano i posti troppo turistici. Secondo me vale la pena di fare come noi, cioè sopravvivere con supermercati e fast food per i pasti normali, ma poi concedersi un buon ristorante almeno per una sera.

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venerdì 27 giugno 2008, 23:17

Pro e contro

A Parigi ci sono tante cose che non vanno proprio bene.

Per esempio, la pulizia: rispetto a Parigi, Torino è una città svizzera. Qui ci sono mucchi di monnezza in ogni angolo, i cestini strabordano, i prati delle aiuole sono coperti di rimasugli anche in pieno centro, e in molte costruzioni è impossibile distinguere la polvere dalla vernice. Ho effettuato qualche misurazione, e il livello di sporcizia risulta essere attorno a 0,67-0,68 Nap (il Nap è l’unità di misura internazionale della sporcizia urbana; la scala va da 0 a 1 Nap = il livello di sporcizia di Napoli). Onestamente non me lo sarei mai aspettato.

Oppure, il traffico: noi ci lamentiamo dei nostri guidatori, ma anche qui le strisce è come se non esistessero, o ti butti oppure puoi aspettare a bordo strada delle ore e le auto continueranno tranquillamente a passare; in qualche caso ci sono persino auto che sfrecciano anche se tu hai il verde al semaforo pedonale.

Anche la metro è elegante ma poco funzionale; molto francese, un po’ come dicevamo giorni fa di CDG. A Londra, la metro è totalmente razionale: c’è una linea circolare che racchiude il centro, e poi ci sono linee che lo attraversano formando delle rette. Qui è tutto l’opposto: sembra che abbiano tracciato la rete buttando a caso un piatto di spaghetti sulla mappa di Parigi, e poi cercando di annodarli il più possibile, in modo che per andare da A a B il percorso sia almeno del 50% più lungo rispetto alla linea retta e comunque preveda almeno quattro curve a gomito in cui verrai scaraventato contro le pareti del vagone.

In più, le interconnessioni sono demenziali: sembra che, costruendo la rete, non si siano minimamente preoccupati di chi deve scendere da una linea e prenderne un’altra alla stessa fermata. In media, una coincidenza richiede almeno tre minuti buoni di cammino sotterraneo; quasi sempre vi sono scale a tradimento (le scale mobili sono una rarità assoluta e comunque per la metà sono fuori servizio), o meglio una curva, quattro gradini che ti costringono a prendere in braccio valigie e passeggini, venti metri di piano, altri quattro gradini, poi una curva e una scalinata nel verso opposto, e poi un varco di venti centimetri per uscire, che se hai una valigia devi buttarla in avanti e poi passare tu prima che i tornelli metallici si richiudano. In alcuni casi, la “stessa fermata” sta geograficamente ad almeno mezzo chilometro di distanza…

C’è però una cosa ottima: vicino al mio nuovo albergo, che sta in banlieue, c’è un supermercato automatizzato. In pratica, c’è una vetrina con qualche decina di prodotti; tu selezioni il numero, infili le monete, e un velocissimo ripiano robotizzato si sposta in verticale e in orizzontale fino a raggiungere il tuo oggetto, caricandolo poi come su un vassoio e portandotelo fuori senza minimamente scuoterlo. Abbiamo persino il filmatino da caricare su Youtube!

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giovedì 26 giugno 2008, 14:07

Nòva oggi

Essendo a Parigi non ho modo di controllare; comunque, se tutto è andato come doveva, il numero di oggi de Il Sole 24 Ore dovrebbe contenere il suo solito supplemento telematico del giovedì, Nòva, dedicato questa settimana alla Carta dei Diritti della Rete. Ci dovrebbe persino essere un mio articolo, naturalmente pregno di significati e di grandi auspici, oltre che di informazioni interessanti. Se a qualcuno interessa, basta passare in edicola prima di stasera.

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giovedì 26 giugno 2008, 09:15

Squifectsuoles

Ieri sera l’organizzazione locale ci ha offerto un ricevimento nel magnifico salone d’onore dell’Hotel de Ville, in pieno centro (non c’erano i trasporti dal convegno, ma ti offrivano pure il biglietto della metro). Il salone è ovviamente bellissimo, ricchissimo, ricoperto di stucchi e di affreschi che raffigurano ciascuno una diversa parte della Francia: la Piccardia, il Lionese, la Gascogna, l’Algeria… I maleducati americani hanno cominciato a rumoreggiare quando ancora il sindaco di Parigi e gli altri dignitari stavano tenendo i loro discorsi: è dovuto intervenire il padrone di casa a cazziarli brutalmente.

Poi ha cominciato ad arrivare il cibo; ed ecco, qui s’è rivelata tutta l’anima francese, nel senso che il cibo offerto era sicuramente ottimo e abbondante, ma di quello stile che a me proprio non piace: infiniti vassoi di microscopiche tartine basate su un pezzettino di pane messo sotto una goccia di cremina bianca in cui è infilata una rosellina di carota sopra la quale sta un pezzettino di carne su cui è spalmata un’oncia di formaggio fresco. Anche ammesso che ti piacciano tutti gli ingredienti, sgomiti un’ora per arrivare al vassoio e poi devi assaporare la portata con un microscopio; il sapore risulta pertanto comunque indefinibile… In più, il servizio dev’essere perfetto; il che vuol dire che anche se si è formata una coda di decine di persone affamate, se mancano le roselline di carota il servizio si ferma, e non ricomincia finché tutto non è raffinatamente al suo posto; questo almeno fino a che la gente non rompe gli argini e non comincia a rubare i piatti a metà preparazione.

Per fortuna dopo un po’ è iniziata la partita, e i tedeschi si sono tolti di mezzo; così io mi sono dedicato a del pesce crudo in olio d’oliva che era davvero buonissimo. Peraltro, dopo anni di buffet, ho imparato tutti i trucchi; il trucco del vecchio amico in coda; il trucco del contromano distratto; il trucco delle mani in levare; il trucco della coppia chiacchierona; il trucco del retrotavolo; e così via. Ma c’erano pur sempre centinaia di persone, e dopo un po’ mi sono stufato e ho ripreso la metro per tornare in albergo.

Posso così segnalarvi che la stazione metro 4 di Monparnaso-Benvenuta è formata da un reticolo di corridoi assurdo: per uscire dal lato della stazione dei treni, si fa un percorso di lunghezza comparabile al famigerato tunnel camaleontico dell’aeroporto di Francoforte, con parecchi saliscendi senza ombra di scale mobili, e con un tappeto rotolante rotto. Non è, insomma, una metro per pigraccioni.

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mercoledì 25 giugno 2008, 08:53

Reminiscenze ancora, di Parigi

Succede ogni tanto nella vita: una serata inattesa che ricorderai a lungo, per la strana combinazione di fattori. In questo caso, è successo che dovessi una serata fuori a Izumi; pensavamo di andare insieme al party del punto Bretagna (.bzh per la precisione), ma poi avremmo incontrato i nostri colleghi dell’At Large e il cibo mi sarebbe andato di traverso.

Per questo lui ha estratto la sua guida giapponese Рcome ogni giapponese, in qualsiasi parte del mondo ha una guida del posto in giapponese, che gli dice cosa ̬ sano fare per un giapponese Рe ha scodellato il ristorante giapponese Yen, a San Germano ai Prati, che poi ̬ within walking distance da dove siamo noi, a Monparnaso.

La passeggiata d’andata è stata molto professionale, un circondare il grosso birillone della torre nera che sovrasta la stazione, e poi una lunga discesa per negozi sulla via di Renne. Arrivati davanti alla chiesa di san Germano, abbiamo subito individuato il nostro posto, in una via laterale; temevamo non ci fosse posto, e invece era deserto. Peccato che ci fosse un piccolo problema: nell’intero quartiere mancava la luce!

Ci siamo così assisi lo stesso, dopo una lunga discussione relativa ai dettagli della conferenza di ICANN e alla mia incombente visita in Giappone. Non c’erano però chance di avere del cibo, e così, mediante una contrattazione trilingue – lui in giapponese, io in francese, e tra noi in inglese – ci siamo accontentati di una bottiglia di bianco.

Dopo un’ora di chiacchiericcio, eravamo già quasi parenti; complice il bianco secco secco e molto buono. Stavamo, è vero, chiedendoci che fare, giacché di elettrico non v’era nulla, e di conseguenza non c’era cibo in vista. Dopo oltre un’ora, alle otto e un quarto, il boato: l’intero quartiere in piedi ad applaudire l’azienda elettrica, che improvvisamente ristora l’energia in tutte le locande.

La cena è stata ottima, provando un po’ di tutto: melanzane fritte e insalsate, pezzetti di pollo in esplosione di pastella, ben tre pezzi in due di pesce arrostito in maniera egregia, e poi il piatto principale, la soba: che sarebbero spaghetti freddi da intinger nella soia, naturalmente dopo averla riempita di wasabi e di un’altra erbetta il cui nome già mi sfugge, ma che era molto buona. E non dimenticate che dopo averlo finito dovete farvi portare l’acqua della pasta, e mescolarla al fondo della soia: e trincare tutto ciò che ne deriva. Altro che ramen, che – come mi disse Izumi – è roba depravata da cinesi.

Ci siamo anche baccagliati un francese e un belga al tavolo a fianco, e insomma la serata è scorsa via memorabile, soprattutto per la sua improbabilità: quand’altro vi capita un tete a tete con un giapponese in un ristorante privo di elettricità, ma con una seconda bottiglia di bianco fruttato e inimitabile? Non capita, e quindi cosa importa dei dettagli, tipo il conto da centotré euro a testa, questi – ahimé – che già ho pagato io. Si vive una volta sola, e una volta sola nella vita si congiungono gli astri e ti regalano quella combinazione in particolare: non è forse meglio gioirne, e lasciar stare le questioni terrene di denaro?

Segue anche il ritorno pedestre da San Germano ai Prati, completamente e totalmente ubriachi, evitando le macchine sfreccianti per grazia divina, o perché illuminati dal buon bacio degli dèi. Ci scappa persino il taiwanese che ci offre il caffé, ma rifiutiamo: e che diavolo, mica ci ubriacammo per niente. C’è indubbiamente fraternità nell’alcool, o meglio nella velocità del rendersi ebbri, tra il sottoscritto e i giapponesi; anche se quello che a fine cena versava il vino nell’acqua e l’acqua sul tavolo era lui, badate bene! Ma a ben vedere sotto quell’acqua c’era un bicchiere immaginario: quello della fratellanza inusitata.

Saluti, mentre emetto un dolce e sublime odor di soia! Viva le serate a caso, preordinate.

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martedì 24 giugno 2008, 13:58

Facciamoci riconoscere

Immagino che anche voi sarete rimasti un po’ colpiti dall’ubiquo spot della Fiat, con Richard Gere che guida una macchina da Hollywood fino in Tibet come se nulla fosse. E ciò non solo perché è piuttosto incredibile che la macchina ci arrivi veramente e senza un graffio, vista l’età del testimonial; ma perché, ecco, siamo sicuri che sia il momento buono per tirar fuori la faccenda?

Se l’importante era che se ne parlasse, in Fiat ci sono riusciti: ieri la notizia delle loro parziali scuse alla Cina era addirittura in rotazione tra le sovraimpressioni della CNN durante il telegiornale (qui l’articolo). Ovviamente in Italia non se ne parla molto (mai parlar male della Fiat), ma all’estero abbiamo fatto ridere un po’ tutti: perché, al di là delle opinioni politiche, l’unico risultato dello spottone sarà quello di far arrabbiare i cinesi per il richiamo al Tibet e l’uso di un testimonial politicamente “carico” come Gere, e poi di fare arrabbiare gli occidentali per le scuse prontamente offerte alla Cina. Bel colpo!

Naturalmente, c’è una sola spiegazione per questa figuraccia: che in Fiat pensassero davvero che, trasmettendo lo spot solo in Europa, in Cina nessuno se ne sarebbe accorto. Quando gli hanno fatto notare che lo spot è immediatamente comparso su Youtube in varie versioni, subito riempite di commenti nazionalistici dai cinesi e anti-cinesi dagli occidentali, da Mirafiori hanno rilasciato la seguente dichiarazione: “Iutub? Ch’a l’è?”. Non c’è quindi da stupirsi del risultato: permettetemi solo di dubitare che faccia bene alle vendite.

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lunedì 23 giugno 2008, 11:30

L’astérix

La Francia è un paese civile, dove durante le partite dell’Europeo passa uno spot TV con due bei maschioni che si sbaciucchiano e si montano in ogni posizione (con inquadrature ovviamente non esplicite ma molto chiare) mettendo bene in evidenza la busta del preservativo, quindi alla fine agitano contenti un foglio e si abbracciano, e si chiude sullo slogan “Prima di smettere col preservativo fate il test dell’HIV”.

Però hanno la mania dell’asterisco.

Per esempio, passa lo spot del DVD di Io sono leggenda, con la scritta: “Comprate il blockbuster dell’anno!”. Però vicino a “blockbuster” c’è un asterisco, e sotto compare la scritta: “* Blockbuster = Film à succès”. Oppure presentano il “dream team” di commentatori degli Europei (ok, c’è dentro Didier Deshampoo, quindi il nome fa un po’ ridere) e anche lì spunta l’asterisco, e sotto compare la scrittina “* Dream team = Equipe de reve”. Persino all’aeroporto, dove ci sono le pubblicità internazionali delle grandi multinazionali, tutti i loro slogan globali in inglese sono asteriscati e ritradotti letteralmente.

Farebbe ridere, se noi nel frattempo, tra parole straniere e giornalisti che non sanno la grammatica, non avessimo completamente rinunciato a preservare la nostra lingua nazionale…

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domenica 22 giugno 2008, 14:41

Le rante

Cari 2-0 amici 2-0 francesi,

passi che mi accogliete all’aeroporto Carlo De Goglio con il trionfo della vostra francesità, ossia un posto bellissimo, mozzafiato, elegantissimo, che però ha il piccolo particolare di non funzionare: a parte il fatto che uno dei sei padiglioni è crollato prima ancora che divenisse usato, i bagagli ci mettono ore ad arrivare e poi sono tutti mescolati con quelli di altri voli, gli spazi sono sovraffollati, le indicazioni sono confusionarie e per arrivare a prendere il treno per Parigi bisogna compiere una mezza maratona;

passi che alla stazione del treno non c’è scritto dove vanno i treni, ma ci sono solo sigle di quattro lettere come KROL e PEPE e un sacco di pallini che dovrebbero dirmi in quale combinazione di stazioni dai nomi assurdi ferma quel particolare treno, e insomma, anche se vi ringrazio per aver finalmente messo un treno ogni tanto che non ferma in tutte quelle stazioni inutili tipo Villapinta, Olnago Sottobosco e Biancomesnile, sappiate che non si capisce niente, tanto che avete dovuto scrivere sulla piattaforma “Tutti treni vanno a Parigi”, che però, vi comunico, in italiano è sbagliato;

passi che per salire sui treni bisogna dotarsi di biglietto che (manco fossimo nell’Ottocento) va obliterato, però l’obliteratrice non è sui binari, ma a un altro piano, ed è indicata soltanto in francese, e io devo capire che “compostare” per voi significa fare un buchino su un lato;

passi che i treni che trasportano le persone dall’aeroporto in città non hanno lo spazio per le valigie, ma solo una ringhierina in alto dove ci sta forse il beauty case della nonna, non certo una valigia da volo internazionale, e così le carrozze sono piene di bagagli buttati ovunque;

passi che siccome siete monotoni mi chiedete di scendere dal treno che arriva dall’aeroporto Carlo De Goglio, e prendere la metro in direzione piazza Carlo De Goglio;

passi che la coincidenza richiede circa dieci minuti di scale sotterranee in su e in giù, senza l’ombra di una scala mobile (memo: mai più interscambio a Denfert-Rochereau);

passi che all’ingresso della metro più che i tornelli ci sono delle vergini di Norimberga, in cui passare con una valigia e una borsa richiede un contorsionismo degno di un corso di mimo;

passi che i vagoni della metro sono pieni di locali fermi davanti alle porte che se vedono un turista con le valigie si mettono il più in mezzo che possono;

passi che alla reception di un albergo a cinque stelle da 300 euro a notte (che ovviamente non pago io) ci mettete una signorina che a sentire una domanda in inglese ti guarda dall’alto in basso come un puzzone e comunque non la capisce;

ma che poi, giunto in camera, accenda la televisione e vi debba sentire per un intero gran premio parlare di tali Massà e Raikkonèn

(P.S. Comunque Parigi è un gran bel posto!)

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