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Archivio per il mese di febbraio 2016


venerdì 19 febbraio 2016, 13:33

Viva lo sharing, ma senza economy

Forse non tutti sanno che quasi vent’anni fa, da studente del Politecnico, insieme ad altri appassionati di tutta Italia, misi in piedi il primo sito Web che conservava e distribuiva in forma digitale le sigle italiane dei cartoni animati degli anni ’70 e ’80: il progetto Prometeo. Il formato MP3 era appena stato inventato e sconosciuto ai più; alla rete si accedeva tramite modem e telefonate notturne; l’ondata di nostalgia per quegli anni era ancora di là da venire. Appassionati di tutta Italia, però, tirarono fuori dal cassetto quei 45 giri ormai introvabili, li digitalizzarono con le loro SoundBlaster e, a spese proprie, senza guadagnarci niente e per il semplice piacere di condividere il loro tesoro con gli altri, li caricarono sul sito.

Dopo poco tempo arrivarono gli avvocati: ebbi un lungo scambio di mail con un allora sconosciuto Enzo Mazza, che cercò con le buone e con le cattive di farmi sbaraccare tutto, al che io dissi che l’avrei sbaraccato davvero facendo il maggior casino possibile sui media, e la negoziazione si concluse con l’eliminazione delle sole canzoni di Cristina D’Avena, le uniche che avessero ancora un qualche interesse commerciale in quanto ampiamente sfruttate da Mediaset.

Un paio di anni dopo furono inventati Napster e il peer-to-peer, e la questione della condivisione dei contenuti divenne globale; nel frattempo i siti del progetto Prometeo divennero obsoleti e vennero chiusi. Tuttavia, la nostra iniziativa riaccese l’interesse del pubblico per quelle canzoni, e credo che se l’altra settimana Cristina D’Avena è andata a cantare a Sanremo – ossia, se quei pezzi che stavano per scomparire hanno riacquistato un grande valore anche economico – è anche grazie a quell’antico sforzo di condivisione.

Non voglio qui riaprire l’annosa questione sulla legittimità del condividere in rete contenuti culturali di cui non si possiede il copyright; lasciamola per un’altra volta. Voglio però sottolineare che, nei primi anni dell’Internet di massa, la condivisione è sempre stata concepita come una iniziativa dal basso fatta per il bene di tutti, in cui ogni utente attivo della rete sopporta una propria fetta di costi per creare un servizio di enorme valore liberamente disponibile a tutti. E con lo stesso spirito sono presto nati altri servizi pienamente legittimi, prima puramente online (Wikipedia, per esempio), e poi anche nel mondo reale (Couchsurfing, Blablacar), in cui ognuno condivideva gratuitamente qualcosa che possedeva già.

Certo, è subito emerso un problema di fondo: gli utenti possono anche donare il proprio pezzetto gratuitamente, ma chi paga i costi, potenzialmente enormi, della piattaforma di condivisione? Inizialmente le piattaforme si basavano anch’esse su donazioni volontarie e condivise di risorse tecniche e di tempo, ma il modello, Wikipedia a parte, faticava a reggere.

Questo è stato il momento in cui l’economia “classica”, quella dell’uomo utilitaristico che si muove solo per il profitto, quella che i pionieri della condivisione volevano sfidare e che per qualche anno sembrava poter essere clamorosamente buttata fuori dalla porta, è rientrata in gioco. Inizialmente lo ha fatto dalla finestra; servizi come Youtube, gestiti da società a scopo di lucro ma con ampie disponibilità ad attendere il lungo periodo, hanno iniziato a ripagarsi i costi con la pubblicità, come hanno poi fatto le aziende dello step successivo, cioè i social network; la condivisione per gli utenti resta gratuita, ma l’azienda incassa con uno sfruttamento economico non troppo invasivo dei contenuti degli utenti.

Dopo un po’, anzi, giustamente si è detto: ma se la piattaforma oltre a ripagarsi i costi comincia a guadagnarci, non sarebbe giusto che una parte di questi guadagni tornasse agli utenti che caricano i contenuti? Giusto, sì; ma così l’aspetto economico ha preso altro spazio, e sono nati i professionisti del video scemo e della stupidaggine virale, e poi i titoli acchiappaclick e le bufale acchiappagonzi. A quel punto anche la commercializzazione delle piattaforme si è fatta più invasiva, dato che sempre più utenti non condividevano per piacere o per altruismo, ma per profitto e per vantaggio personale: e quindi, liberi tutti di mandare in soffitta lo spirito di beneficenza.

E’ da lì che si arriva a quest’ultima epoca, quella della “sharing economy”: Uber, AirBnB e compagnia bella. Essa abbatte definitivamente il tabù che scricchiolava da un pezzo ma che ufficialmente non si poteva toccare, quello di condividere qualcosa non per altruismo o per divertimento, ma per il desiderio, o peggio la necessità, di guadagnare dei soldi. Che sia un tabù è evidente proprio dai pietosi tentativi iniziali dell’ufficio stampa di Uber di sostenere che i loro autisti non lo fanno per i soldi, ma per il piacere di caricare uno sconosciuto e portarlo da un punto A a un punto B, punti in cui loro altrimenti non sarebbero mai andati. Ma ormai hanno smesso anche loro: la prima cosa che sta scritta oggi sul loro sito è “GUADAGNA SOLDI GUIDANDO LA TUA AUTO”.

Nella “sharing economy”, le piattaforme non servono a trovare altre persone con cui condividere una passione o un’amicizia, ma a trovare i clienti per un’attività a scopo di lucro che vuoi fare con la tua auto, la tua cucina o la tua camera da letto, probabilmente perché ti hanno già tanto precarizzato – magari grazie a un’altra forma di “sharing economy” globale e delocalizzata che ha preso piede nella tua professione – che oltre a lavorare otto ore di giorno devi anche passare l’ex tempo libero a venderti un po’ della tua auto, della tua cucina o della tua camera da letto per far quadrare i conti a fine mese.

Intendiamoci, non c’è niente di male nel creare nuovi modelli di business con cui fare utili, trovando i clienti a chi ha un prodotto o un servizio da vendere e agendo da garanti della transazione, in cambio di una percentuale. Dai sensali e dai magnaccia fino ai commerciali e ai pubblicitari, è il secondo mestiere più antico del mondo. Certo, se poi il servizio viene venduto in nero e in barba a tutte le normative sulla sicurezza, sull’igiene, sui diritti del lavoro, magari sostenendo pure che non rispettarle è una grande innovazione perché fa scendere i prezzi, la cosa assomiglia un po’ tanto alla versione digitale del caporalato o delle fabbriche cinesi (non mi dilungo, vi rimando al post dell’anno scorso). Ma è ben possibile, e anche giusto, mettere a posto tutti questi aspetti e permettere a queste aziende di offrire il proprio servizio sul mercato, alle stesse condizioni di chi già esercità attività simili, e magari facendo attenzione a non creare nuovi monopoli di fatto, nuove ondate di disoccupati e precari, nuova povertà.

Solo, non spacciate questa per innovazione, e soprattutto non spacciatela per condivisione.

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venerdì 12 febbraio 2016, 15:55

Un commento a caldo sul bando assessori

E’ stato pubblicato poco fa sul sito di Chiara Appendino il bando pubblico con cui lei invita i cittadini ad offrirsi come potenziali assessori.

Ho letto ora per la prima volta il bando, e non sono stato coinvolto nella sua stesura; è però una scelta che condivido per almeno due motivi. Il primo è che è una scelta di trasparenza, mettendo in condizione gli elettori di conoscere e valutare sin da subito chi sono le persone che amministreranno la città in caso di vittoria del M5S, ed eliminando le tradizionali negoziazioni post-voto legate non alla competenza delle persone, ma alla necessità di spartire le poltrone in funzione di quanti voti ha preso ogni singolo candidato, corrente e partito. Il secondo è che è una scelta di apertura, invitando l’intera società civile della città a partecipare con noi e a mettersi a disposizione, e cercando di allargare il sostegno alla nostra campagna mettendo al servizio di Torino professionalità di alto livello.

Potenzialmente – ma dal bando non è chiaro, perché non è scritto esplicitamente che chi verrà designato come assessore dovrà rinunciare alla candidatura a consigliere, ma solo che, come già obbligatorio per legge, dovrà scegliere tra le due cariche dopo il voto – questo metodo stabilisce una distinzione prima del voto tra i candidati al consiglio comunale, scelti tra gli attivisti del M5S in base alla fedeltà e alla partecipazione politica, e i candidati alla giunta, scelti anche e soprattutto all’esterno del M5S, in base innanzi tutto alle competenze e alla condivisione del programma amministrativo, al di là della militanza politica. Se questa separazione fosse veramente attuata, permetterebbe di proporre alla città una giunta competente, credibile e adatta a smentire la millantata prospettiva (che spaventa la gente e che sarà sicuramente cavalcata da Fassino) di una città affidata a militanti politici onesti ma ingenui, sconosciuti e scarsamente capaci, o peggio ancora settari e furiosi.

La scelta di emettere un bando è per me particolarmente interessante perché rappresenta anche una inversione di rotta rispetto alla discussione che mi ha coinvolto a novembre, in cui, proprio per aver chiesto di cominciare a discutere subito anche della futura giunta, mi presi del “poltronista” e poi pure del bugiardo da una serie di militanti che sostenevano che discutere di cariche prima delle elezioni fosse contrario allo spirito del Movimento. Evidentemente in questi tre mesi ci si è resi conto che Appendino non può vincere le elezioni e governare da sola, e che l’idea di costruire una squadra da subito è positiva.

E’ chiaro che una chiamata pubblica rischia però di essere interpretata anche come il segnale di non sapere che pesci pigliare, di aver bisogno di arruolare il primo che passa per la strada. Io credo che la bontà dell’iniziativa sarà misurata essenzialmente dai suoi risultati e dalla qualità delle persone che saranno scelte. Se le persone saranno valide e convincenti, l’iniziativa sarà un successo e metterà in seria difficoltà Fassino, che dovrà attendere le elezioni per poi portarsi in giunta i funzionari di partito in carriera che le dinamiche interne al PD gli imporranno.

Se invece verranno fuori persone di scarso peso, l’iniziativa rischia di essere un boomerang, dimostrando che il M5S non è in grado di sostenere coi fatti la propria ambizione di governare la città; peggio ancora se poi la selezione si svolgesse in maniera non meritocratica, cioè scegliendo non le persone più valide tra quelle disponibili, ma amici e fedelissimi di dubbia competenza dal cerchio più interno del M5S torinese (a quel punto risulterebbe anche un po’ una presa in giro alla città). In quest’ottica mi spiace che si sia scelto di non pubblicare l’elenco completo delle candidature ricevute, o almeno di chi acconsentisse alla pubblicazione, che avrebbe permesso una vera trasparenza e pubblica valutazione delle scelte che saranno effettuate.

Comunque, al di là di alcuni altri dettagli che avrei fatto diversamente (avrei anticipato la scadenza, avrei escluso dal principio dalla candidatura ad assessore chi intende candidarsi anche al consiglio comunale e avrei messo clausole più stringenti contro gli ex dei partiti che sicuramente proveranno a riciclarsi da noi), sulla carta mi sembra un buon bando, anche se il vero giudizio lo si potrà dare alla fine, vedendo come sarà applicato in pratica.

Credo che la responsabilità di presentare una squadra convincente non possa in ogni caso essere scaricata sulla collettività, nascondendosi dietro a “abbiamo seguito la procedura, i partecipanti al bando erano questi”, e che quindi tutto il M5S debba impegnarsi per convincere attivamente persone valide a partecipare. Per questo motivo invito tutte le persone che hanno competenze da offrire a farsi avanti: più scelta c’è, e migliore sarà il risultato.

P.S. Lo so, la domanda di molti (già diversi giornalisti me l’hanno posta in queste ore) è se io intenda partecipare alla selezione come assessore o se invece confermi la scelta di chiamarmi fuori. Se da una parte, come ho appena scritto, trovo il bando positivo, e se sono molte le persone che mi stimano e che vorrebbero vedere il mio nome all’interno di una possibile amministrazione a cinque stelle, dall’altra i dubbi e le critiche che ho esposto in questi mesi rimangono validi e se mai sono pure cresciuti, e vengono prima di qualunque carica. Fatemi dunque riflettere nel fine settimana, e poi, con la solita trasparenza, vi dirò; stante comunque che il mio coinvolgimento dipende da me solo per una parte minoritaria, perché il potere decisionale ultimo è tutto in mano ad Appendino.

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giovedì 11 febbraio 2016, 14:01

Caro sindaco tedoforo

Caro sindaco,

ti ringrazio per la tua cortese lettera con cui mi inviti a portare la fiaccola olimpica in giro per la città i prossimi 27 e 28 febbraio, nell’ambito delle celebrazioni per il decennale delle Olimpiadi.

Mi dispiace non poter nemmeno prendere in considerazione il tuo invito, in quanto per quel fine settimana ho già un impegno familiare fuori città, ma avrei comunque rifiutato la proposta. E non per una sterile opposizione di principio, e nemmeno per disprezzo verso l’evento olimpico; io sono orgoglioso che la mia città abbia potuto ospitare le Olimpiadi, e ricordo ancora con emozione la folla internazionale che riempì la città, i concerti in piazza Castello e la cerimonia di chiusura, che vidi (pagandomi il biglietto) dagli spalti dello stadio.

Se però dobbiamo veramente fare un bilancio del lascito olimpico a dieci anni, dobbiamo farlo per intero. Le Olimpiadi non ci hanno lasciato soltanto emozioni e turisti, ma anche debiti, inchieste giudiziarie, sprechi e degrado. Sarebbe allora opportuno non pensare soltanto a quanto sia stato bello essere al centro dell’attenzione del mondo, ma chiedersi come sia stato possibile che molte costruzioni olimpiche siano state subappaltate alla ndrangheta; che gli appalti per le strade olimpiche siano risultati truccati direttamente dai dirigenti pubblici che li gestivano; che gli impianti sportivi delle nostre montagne, costati centinaia di milioni di euro, siano stati completamente abbandonati allo sfacelo; che gli edifici di Spina 3, trasformati poi in case popolari, soffrano di problemi tecnici a non finire; che l’ex villaggio del MOI, già cadente e pieno di crepe, sia stato abbandonato e trasformato in un centro di illegalità fuori controllo; e che i debiti siano stati tali che tuttora, pur avendo in questi anni venduto tutto il vendibile, ogni torinese nasce già con migliaia di euro di debiti e oltre un euro su quattro delle tasse comunali va alle banche. Non è necessario parlare soltanto di questi aspetti negativi, ma non si può nemmeno fingere che non esistano.

Altre critiche sono già state fatte: la scelta di investire centinaia di migliaia di euro in una celebrazione postolimpica, facendosela finanziare da sponsor “privati” come Iren (che poi tanto ricaricheranno i costi sulle bollette dei torinesi), sembra veramente un disperato tentativo di ravvivare la tua campagna elettorale a colpi di circenses, di Piovani per i salotti buoni e diggeiset per i giovani, peraltro nemmeno per celebrare un risultato della tua personale amministrazione.

Ma non è nemmeno questa la cosa che più mi lascia perplesso. No, la cosa che veramente mi colpisce è che quella di sottolineare con tanta evidenza la celebrazione del decennale olimpico non è una scelta che guarda al futuro, ma al passato; dimostra anzi l’incapacità di guardare al futuro, e l’aggrapparsi a un passato magari luminoso, ma che non tornerà più. Se le Olimpiadi ci hanno portato il turismo, bene, ma ormai quello è, e da solo chiaramente non basta; bisogna pensare ad altro.

Questa città ha un bisogno urgente: deve smettere di raccontarsi che tutto va bene e ammettere che la crisi avanza; e per rilanciarsi deve liberare le energie che sono bloccate dalle rendite di posizione, da una classe dirigente che ormai ha detto tutto ciò che aveva da dire. Deve immaginare un futuro e trovare le persone che lo possano portare avanti almeno per i prossimi dieci anni.

Colpisce, sinceramente, che l’unica cosa che il PD riesca a fare – a parte una serie impressionante di annunci sui giornali di mirabolanti progetti ogni giorno diversi che poi finiscono in nulla – sia riproporre il passato, ragionare secondo modelli di sviluppo – grandi eventi e grandi opere – che in passato possono avere avuto un senso, ma che oggi non funzionano più e sono in crisi in tutto il mondo. Forse, però, è solo un’altra manifestazione di un principio che chi si occupa di innovazione conosce bene: quello per cui l’organizzazione leader in una generazione raramente riesce a sopravvivere in quella successiva, perchè la sua stessa dimensione le impedisce di cambiare in tempo.

E io, da cittadino prima ancora che da politico, spero semplicemente che l’obsolescenza della nostra attuale classe dirigente non finisca per travolgere anche l’intera città.

Saluti,

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giovedì 4 febbraio 2016, 21:22

Una giornata in Grecia

Gli economisti discutono senza frutto da decenni su quali siano i parametri giusti per misurare il livello di sviluppo delle nazioni del mondo. Eppure, quando si arriva per la prima volta in un nuovo Paese, bastano poche ore, talvolta pochi minuti, per capire al volo in che tipo di progresso si è capitati; basta uscire dall’aeroporto e guardare le auto che circolano, la pulizia delle strade, i materiali utilizzati, e si ha subito una sensazione a pelle.

Se poi, come è successo a me oggi per la Grecia (a dire il vero è la seconda volta che ci vengo, ero già stato dieci anni fa ad Atene, ma dopo tutto questo tempo la sensazione si resetta), ci si capita anche in una giornata grigia di inizio febbraio, nonché di sciopero generale, si conclude immediatamente di essere finiti in un posto non lontano da noi, anzi piuttosto simile per geni e per cultura; ma inevitabilmente indietro nel tempo.

E così stamattina, osservando le persone sull’autobus che mi portava in centro a Salonicco, e poi osservando i palazzi, le insegne, le strade, ho riprovato la stessa sensazione che già mi era capitata al primo impatto con l’America Latina, nel 2001 a Montevideo: quella di essere più o meno in Italia, ma nell’Italia di quarant’anni fa.

“Benvenuto nel 1976”, mi diceva il cervello, osservando come su un pullman carico di gente fossi l’unico che picchiettava su uno smartphone, in mezzo ad anziani vestiti con giacche di velluto e a studenti universitari diversi dei quali, in compenso, portavano sottobraccio un giornale di carta (un giornale di carta!!).

Peggio ancora è andata quando nel mio giro ho cominciato a incrociare le manifestazioni. All’inizio son partito dai musei; quello bizantino, piuttosto carino, era aperto e illuminato e pieno di dipendenti, che però, regolarmente seduti al bancone d’ingresso, non facevano entrare nessuno: aperghìa. Quello archeologico, che contiene meraviglie ma è contenuto in un orripilante fabbricato anni ’50, era proprio sbarrato: aperghìa persino le serrande.

Poi sono arrivato all’Arco di Galerio, che ho scoperto essere il ritrovo degli universitari: ecco, lì gli anni ’70 strabordavano. In mezzo a palazzoni in stile Bucarest, sotto questo impressionante arco romano di mattoni ancora in parte coperti da fregi e bassorilievi di marmo, stavano un duecento studenti, tutti coi cappottoni e con cartelli di protesta rigorosamente scritti a mano (gli striscioni stampati qui sono ancora una tecnologia di punta).

Avevano delle casse che emettevano canti di protesta di quelli che possono stare solo su un vinile, che già la cassetta è troppo modernamente capitalista; quei canti strazianti di quando esistevano ancora le fabbriche, gli operai, i padroni (quelli con una faccia ed un nome, non quelli con un ISIN e un ticker), quelle robe pesanti come un loden che parlavano dei compagni dai campi e dalle officine che giravano con falci e martelli d’ordinanza. Quelle robe che c’è una chitarra acustica che suona, e poi se non parte il flauto (ok, Inti Illimani) parte comunque una tizia che cerca di imitare Joan Baez (chi avesse meno di quarant’anni per favore prenda Wikipedia per sapere di chi sto parlando).

Insomma, nel campionato della ricchezza delle nazioni la Grecia certamente non sta in serie A con Germania e Inghilterra, e non sta nemmeno in serie B con Italia e Spagna; si gioca una onorevole Lega Pro con la Turchia e il Nord Africa, e pure lì rischia di retrocedere, perché comunque il dinamismo che ho visto a Istanbul non l’ho visto da queste parti, pur considerando l’enorme diversità di dimensione; là in questi dieci anni hanno fatto diverse linee di metro e il tunnel sotto il Bosforo, qui hanno la prima linea di metropolitana in costruzione dal pleistocene, coi cantieri aperti da tempo immemore sul corso principale.

La situazione peraltro è resa ancora più paradossale dal fatto che qui la sinistra-sinistra ha davvero preso il potere, da sola, senza compromessi con il centro; e ora è lei il bersaglio di tutte queste proteste, avendo dimostrato di non potere o non volere fare niente di diverso. A forza di paradossi, la Grecia dimostra la futilità della resistenza all’eurocapitalismo; tutti protestano, ma non si sa nemmeno bene contro chi, perché il popolo ha già rovesciato i cattivi e corrotti governanti di prima mettendo al loro posto chi li aveva combattuti in nome della gente, e non è cambiato proprio niente, anzi le cose sono ancora peggiorate; perché chi comanda davvero non sta nemmeno più in Grecia, non sono nemmeno più i ricchi greci, che pure certamente ancora esistono, e non si sa nemmeno più chi sia.

Ma scendere in piazza quando l’economia è già tutta in mano straniera, quando il governo prende ordini dall’estero altrimenti il Paese resta senza soldi e senza mezzi di sussistenza, è totalmente inutile; è troppo tardi, serve solo a sfogare la rabbia, e solo per un momento; è un beccarsi tra capponi che, già castrati da un pezzo, restano tutti saldamente nelle mani di chi li sta portando al definitivo massacro. Però non so che ve lo dico a fare, tanto in Italia nessuno si sta più preoccupando di non finire come la Grecia, dato che il problema fondamentale e definitivo per il futuro del Paese, quello su cui tutte le forze politiche si concentrano e lottano duramente in un senso o nell’altro, è se un omosessuale possa o meno adottare il figlio biologico del proprio compagno.

Comunque, non vorrei che il mio racconto risultasse troppo drammatico. Per essere un giorno di sciopero generale, è stato molto ordinato; nonostante le mie paure di rimanere a piedi, sono riuscito lo stesso a prendere il pullman per visitare la città (il datore di lavoro della mia compagna, organizzatore del viaggio, ci ha comodamente sistemati in un ameno sobborgo collinare a dieci chilometri dal centro); a differenza che da noi, quando c’è sciopero tutto il giorno viene garantita dall’alba alla sera una corsa all’ora su ogni linea, per cui basta presentarsi alla fermata al momento giusto; c’è addirittura l’app che ti mostra in tempo reale la posizione dei mezzi sulla linea.

Lo sciopero ha avuto un’adesione generale; qui non è che ogni categoria vada per i fatti propri, ma chiude tutto insieme; dipendenti pubblici e privati, negozi, benzinai, musei, tutto o quasi tutto chiuso. Tuttavia, in centro c’era anche parecchia gente che faceva come nulla fosse, affollando i caffé rimasti aperti; ci sono tuttora ampi strati sociali che non sono affatto alla fame, che vivono più che bene, in un Paese comunque ospitale e più organizzato di quel che si potrebbe pensare. Girando per i quartieri alti di Salonicco si trovano catapecchie, ruderi, capanne che sembrano quasi di fango; ma si trovano anche, proprio a fianco, tante casette appena ristrutturate e ridipinte, spesso con un Mercedes parcheggiato davanti.

Ieri siamo stati in un ristorante piuttosto raffinato vicino all’albergo, dove per 25 euro a testa abbiamo ottimamente cenato con pesce; oggi in città ho mangiato souvlaki (spiedo), non il gyros (il gyros sarebbe il kebab ma non ditelo ai greci, sono convinti che il gyros sia un fantastico piatto greco mentre il kebab sia una schifezza di quei porci dei turchi(*) ) ma uno spiedino di maiale vero e proprio, marinato in origano e peperoncino e accompagnato da cipolla cruda che reagendo con la marinatura mi ha regalato un bruciore muriatico nella gola e anche nel naso, però veramente ottimo.

Resta, però, l’impressione di una società che farà molta fatica a rimanere agganciata a quelle più avanzate, evolvendo se mai verso il Sudamerica, verso società non totalmente povere ma molto più diseguali di quelle europee; una società che in gran parte un po’ si incazza e agita i pugni nell’aria e poi però si rassegna, si affloscia a guardare il vuoto su uno spartitraffico come i tanti cani randagi senza più un padrone che affollano questa città. E’ solo l’impressione di un giorno, ma forse è vivida perché anche noi italiani ci possiamo ritrovare in essa; con la sgradevole sensazione che probabilmente saremo noi i prossimi.

(*) Su un muro di una casa stava scritto “PAOK 4 – Tourkòi bastardòi”, ma purtroppo non parlo il greco, non ho idea di cosa voglia dire…

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