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Archivio per il mese di agosto 2017


giovedì 31 agosto 2017, 13:30

Gli occidentali che odiano se stessi

Ne conosco molti, anche tra gli amici.

Di quelli che hanno passato anni a stracciarsi le vesti e ad accusare l’Italia e l’Europa, perché il Mediterraneo era pieno di barche di aspiranti immigrati e ogni tanto un barcone si rovesciava e i migranti morivano in massa, nell’indifferenza generale (cioè, ogni volta la notizia era il titolo di apertura di tutti i telegiornali, ma per loro era sempre “nell’indifferenza generale”).

Poi, finalmente è arrivato un ministro che ha preso il problema di petto come poteva, ha stroncato un po’ di traffici dubbi, si è messo d’accordo coi libici. E di colpo, il “fenomeno storico inarrestabile e inevitabile” si è quasi fermato, e con esso anche i morti in mare: quest’estate gli sbarchi sono calati del 70% rispetto all’estate scorsa, e di conseguenza altrettanto le vittime.

E invece di ringraziarlo e festeggiare, gli amanti dell’immigrazione gridano ancora più forte: non va bene nemmeno così, perché comunque in Libia i migranti vengono imprigionati e maltrattati.

Allora potremmo considerare alcune possibilità alternative: per esempio, stante che la Libia è in piena guerra civile, potremmo mandare le truppe internazionali dell’ONU e ripristinare noi la pace e i diritti umani nella regione. Ma no, dicono loro, non va bene nemmeno questo: sarebbe un’intrusione nella libertà degli africani, e anzi, è proprio perché noi ci intromettiamo che loro scappano.

Potremmo allora aprire attività industriali nei Paesi africani, aiutandoli a casa loro? Non sia mai! Aiutarli a casa loro è razzismo, è colonialismo, finisce per forza in sfruttamento e corruzione e mai per responsabilità dei popoli africani, che evidentemente loro stessi considerano dei minorati inadatti a scegliersi un governo, ma sempre per colpa nostra.

Alla fine, ancora non si capisce quale sia la proposta concreta, se non qualche vagheggiamento di ponti aerei gratuiti che portano a ciclo continuo africani in Europa, o qualche pensiero magico del tipo “diamo il permesso di soggiorno a chiunque lo voglia e automaticamente l’Italia si riempirà di lavoro, ricchezza e pensioni a 55 anni per tutti”; insomma, robe buttate lì senza alcun realismo e alcuna prova di sostenibilità pratica ed economica, tanto per dire qualcosa.

Per questo, alla fine, sembra che l’obiettivo di queste persone non sia tanto quello di risolvere un problema concreto e drammatico, quanto quello di cercare una scusa qualsiasi per dare contro all’Italia, all’Europa, all’Occidente, al proprio vicino di casa, facendo la morale a tutti gli altri sui social network per sentirsi migliori. E, in questo modo, alienandosi talmente dalla realtà da arrivare a negare una verità elementare, cioè che l’Occidente, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi, è la parte del mondo più avanzata, più democratica, più benestante, più evoluta; e che chiunque di noi, in un Paese arabo o africano, non durerebbe una settimana, a meno di rinunciare a buona parte delle libertà, delle sicurezze e delle comodità che la società occidentale ci garantisce, o di tornare in ginocchio a chiedere di vivere in un crudele Paese europeo governato da un Gentiloni qualsiasi.

In fondo è bello che la libertà dell’Occidente si concretizzi persino nell’allevare una parte della propria società che odia e disprezza se stessa; ma è anche un fatto inquietante, in un momento in cui i valori occidentali sono messi sotto attacco da diversi fronti, dagli italiani razzisti come dagli immigrati islamisti, e avremmo proprio bisogno di difenderli con forza.

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martedì 29 agosto 2017, 08:57

Per fortuna c’è chi vigila

Nel 2004, due fisici russi trapiantati a Manchester hanno un’idea: dato che la grafite è formata da strati di carbonio sovrapposti (quelli che le matite depositano sui fogli di carta), non esisterà il modo di staccarne uno e costruire un materiale bidimensionale sottilissimo ma resistente? E trovano una soluzione geniale: attaccano alla grafite un pezzo di scotch e poi lo strappano via, ripetendo il procedimento fin che non gli resta attaccato un solo strato di carbonio: il grafene.

Nel 2010, i due fisici ricevono il premio Nobel per questa scoperta, mentre a Manchester gli dedicano un’ala del museo della scienza. In tutto il mondo nascono esperimenti e startup tecnologiche per lavorare alle applicazioni industriali, dall’elettronica all’ingegneria dei materiali.

Nel frattempo, come è giusto che sia, si indaga anche sulla tossicità del materiale: è intuitivo che, frammentando il grafene, si possano ottenere pezzetti sottilissimi che se respirati potrebbero fare male, esattamente come le altre microparticelle; anche se, essendo il grafene flessibile ma resistente come il diamante, frammentarlo non è proprio immediato.

A partire dal 2013 vengono pubblicati numerosi studi medici sulle più importanti riviste scientifiche, con risultati ancora non definitivi: alcuni sono più allarmisti, altri più tranquillizzanti. Si tratta comunque di un problema futuro, in quanto l’intero mercato mondiale del grafene è attualmente stimato in circa 150 milioni di euro: si tratta perlopiù di produzioni sperimentali o ultraspecialistiche, e ci vorranno ancora diversi anni prima che i prodotti basati sul grafene siano diffusi nelle nostre case e nelle nostre città.

Poi, nel 2017, è arrivato il Movimento 5 Stelle di Mandello del Lario.

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giovedì 10 agosto 2017, 14:47

Venezuela e populismo

Anche per il Venezuela, inevitabilmente, le interpretazioni che si sentono dare qui da lontano sono più legate agli schemi ideologici precostituiti di chi commenta che alla realtà delle cose. Ho trovato però molto interessante e plausibile la ricostruzione che ha fatto un venezuelano emigrato, in un thread che stavo leggendo. La riporto più sotto, ma prima aggiungo due commenti.

Il primo è che quando, come in Venezuela, si arriva alla guerra civile, si verifica anche una incomunicabilità totale tra le due parti; le due fazioni vivono in due realtà diverse e inconciliabili. Ma forse è anche vero l’opposto; si arriva alla guerra civile perché le due fazioni vivono in due realtà diverse e inconciliabili, e la responsabilità di chi sta fuori, come noi, sarebbe quella di promuovere il dialogo e non di schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Il secondo è che la parabola del chavismo, raccontata da chi l’ha vissuta, presenta delle somiglianze impressionanti con la parabola del populismo all’italiana. Un leader carismatico parte con buone intenzioni, polarizza lo scontro tra “esclusi” e “inclusi” mobilitando i primi, ma presto si circonda soltanto di fedelissimi. Arrivati al potere, si scopre che i fedelissimi sono lì anche o solo per i propri interessi personali, e che il risultato è una nuova classe dirigente mediocre o persino inetta. Fin che le casse pubbliche sono piene di soldi (per il Venezuela, grazie al prezzo del petrolio elevato) il sistema regge e ci sono anche dei benefici per i più poveri, poi però i soldi finiscono e non c’è più modo di tamponare i disastri dovuti a corruzione e incapacità, e il Paese tracolla.

Il Venezuela è alla fine della parabola, ma noi siamo circa a metà; e per questo la storia del chavismo deve metterci in allarme.

“Il gran merito di Chávez è quello di essersi rivolto a settori emarginati della società. In quel senso, magari possiamo dire che li ha dato una dignità che non sentivano di avere (parlo di “loro” perché come avrai capito, io sono figlio della classe media borghese). Il discorso di Chavez, però, a mio avviso, è stato sempre molto aggressivo e polarizzato, “ricchi contro poveri”. Diciamo che Chavez utilizzo il risentimento sociale delle classi più disagiate è il rifiuto intrinseco nei confronti dei poveri delle classi invece più privilegiate. È un discorso che ai “ricchi” non è piaciuto, per ovvi motivi, e hai “poveri” invece si. Praticamente, butto benzina sul fuoco, ma si questo siamo responsabili tutti, appunto, per aver ignorato sistematicamente i settori più poveri durante tanti anni.
Quindi, Chavez è al
Massimo della popolarità e con le tasche piene , grazie al prezzo del petrolio (massimo storico) investi in programmi sociali , la sua base elettorale molto contenta, ovviamente. E fa bene. Bisogna dare di più a chi ne ha più bisogno. Il problema è stato che Chavez si è circondato da una cricca di delinquenti , che non vedevano l’ora di istallarsi nel potere per “repartirse la torta”, come diciamo noi. Chavez ha permesso questa situazione perché aveva bisogna di persone leali al “processo”, anche se quella lealtà fosse a pagamento. Il risultato è che i programmi sociali, dicono, in realtà ha beneficiato soltanto a un 10% della popolazione, e oggi, dopo tanti anni, sono praticamente falliti tali programmi. Chavez non sfruttò la bonanza petrolifera per promuovere lo sviluppo economico del venezuela, che ad oggi dipende più che mai , del petrolio. Quei soldi sono stati usati per comprare alleanze internazionali, è una enorme fetta è in tasca di tanti membri del governo.
Il prezzo del petrolio cala, Venezuela non ha più soldi. I programmi sociali e tutti quei benefici , spariscono. La dignità diventa solo retorica, perché di dignità non si vive, e se devi cercare nella spazzatura per poter nutrirti, ecco…
il discorso, come al solito, i ricchi c compresi quelli nuovi, figlio della oscena corruzione che piaga il Venezuela, rimangono ricchi e se la cavano alla grande. La classe media sparisce lentamente, mangiata dall’inflazione galopante, e quelli che staranno sempre peggio sono i poveri. Durante Chavez c’è stato un picco di… stare meglio, per poi sprofondare nella merda più totale, grazie alla mediocrità del governo di Chavez e Maduro. Ecco perché Maduro non conta con il supporto della popolazione. Sta sempre più solo.”

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giovedì 3 agosto 2017, 14:06

Palestina (8) – Nella moschea dei patriarchi

Mohamed è un ragazzone ben vestito, dalla maglietta viola. Avrà venticinque anni e parla un inglese perfetto; potrebbe essere un qualsiasi studente arabo di una università di Londra, e invece è qui a Hebron, nella sua città, a fare (anche) la guida ai turisti. Dà subito l’impressione di uno che ne ha viste molte, e che comunque è perfettamente in controllo della situazione; del resto, di turisti a Hebron non ce ne sono molti, e gli unici due gruppi che vedremo durante la mattinata saranno il nostro e un gruppetto di altri tre turisti affidato al suo amico del cuore, anch’egli di nome Mohamed; ed entrambi i gruppetti saranno osservati con interesse durante tutto il giro.

Mohamed appare nella veranda di un negozietto di souvenir sulla piazza della Tomba dei Patriarchi, l’unico aperto. Dall’altra parte c’è una specie di stazione dei pullman israeliana, con cibo self service e libri in ebraico; da questa c’è il negozietto degli arabi. Non c’è nessuna protezione, nessuna separazione; eppure per qualche motivo il confine tra la luce abbacinante che allaga la piazza deserta e l’ombra scura della veranda del negozio segna il salto da un mondo all’altro. La nostra guida israeliana non entra nella veranda, ci lascia a mezzo metro da lì; e da lì, varcando la soglia, siamo nelle mani dei palestinesi.

Mohamed ci tiene a mettere subito le cose in chiaro, e per prima cosa tira fuori la stampa A3 di una cartina, in inglese, impaginata in modo professionale e perfettamente plastificata. La cartina mostra il centro storico di Hebron, ed evidenzia tutte le restrizioni a cui sono sottoposti i palestinesi.

Noi ci troviamo vicino alla scritta “Bab al-Khan”, al checkpoint all’incrocio tra tre strade: quella rossa (riservata agli israeliani) che arriva da est, dove ci ha lasciati l’autobus; quella viola verso nord (dove il passaggio dei palestinesi è vietato salvo una autorizzazione specifica, come quella che ha Mohamed), che sale verso l’ingresso della moschea; e quella tratteggiata verso ovest, che porta agli insediamenti ebraici, e che è una terra di nessuno: una volta era piena di negozi, ma sono stati tutti chiusi per ordine dell’esercito israeliano, per motivi di sicurezza.

Il checkpoint in quel punto è in realtà semplicemente una transenna, dietro la quale stanno in piedi un paio di soldati; hanno solo chiesto conferma alla nostra guida israeliana che non ci fossero musulmani nel gruppo, visto che altrimenti avrebbero dovuto avere l’autorizzazione speciale. Più serio è il checkpoint in cima alla salita, a cui ci porta Mohamed, per passare dall’area H2 ebraica all’area H2 islamica: qui ci guardano dentro le borse, prima di farci passare verso l’ingresso della moschea.

Nel vicolo che porta alla moschea si vede un altro checkpoint, che praticamente è solo un tornello; oltre, una non meglio precisata opera di beneficenza islamica, legata al governo palestinese, sta distribuendo cibo alle famiglie arabe di Hebron. A giudicare dalla coda, una metà abbondante della popolazione di Hebron sono bambini…

Seguo Mohamed sulla scalinata che porta dentro la moschea; da vicino, sembra ancora più grosso. Ci confermerà poi che una delle sue varie attività è il pugilato, e che sono molti i giovani palestinesi che lo praticano, come forma di autodifesa verso i soldati israeliani.

Arriviamo all’ingresso della moschea dei patriarchi. Siamo tutti vestiti, come si dice in inglese arabo, “modestamente”; già il giorno prima ci avevano avvertiti di indossare pantaloni lunghi e, per le donne, coprire bene spalle e corpo. Nonostante questo, a Elena e alle altre donne del gruppo viene imposto una specie di cappuccio del Ku Klux Klan, per non offendere l’Islam e i fedeli presenti nella moschea.

La moschea è quasi completamente vuota, sia perché non è ora di preghiera, sia perché per arrivarci ci sono i checkpoint, ma è ben tenuta ed estremamente affascinante; davanti alle tombe dei patriarchi, protette da una inferriata, i fedeli lanciano monete e oggetti portafortuna.

Arriviamo proprio mentre un gruppo di persone si accinge a calare delle candele per illuminare la sottostante grotta di Macpela, quella in cui i resti dei patriarchi, secondo la leggenda biblica, sono effettivamente stati sepolti.

A un certo punto, un corridoio vicino alle tombe finisce contro una paratia di legno. Di là, ci spiegano, è la parte degli ebrei, la sinagoga. Le stanze di alcune tombe hanno una finestra che dà da un lato e un’altra che dà dall’altro, in modo da permettere a entrambi i gruppi di vederle. Ma per evitare che da una finestra possano tirare qualcosa contro i fedeli di diversa religione che stanno dietro l’altra, tra le due, in mezzo alla stanza chiusa, è stata collocata una protezione trasparente.

La moschea dei patriarchi è davvero un’oasi di pace, anche se fa specie sapere che anche lì dentro si sono sparati e massacrati; durante la visita, ci è stata ampiamente descritta più volte tutta la scena della strage di Hebron “palestinese”. Non dimenticare, non perdonare mai, punire tutti per le colpe di uno, sostenere sempre di avere un diritto in più e una vittima in più degli altri, è l’approccio tipico delle guerre etniche come questa. Questo lo abbiamo visto meglio subito dopo, quando Mohamed ci ha fatti uscire dalla moschea e portati nel cuore del conflitto: dentro l’antico mercato di Hebron.

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