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Archivio per la categoria 'Piangioccioni'


venerdì 30 dicembre 2016, 08:44

Chavez al pomodoro

La Cassazione sancisce anche in Italia il modello anglosassone dei rapporti di lavoro – ovvero, l’azienda può licenziare semplicemente perché ritiene che tu non le serva più, e che quindi possa risparmiarsi il suo costo. E questo, che in una società dinamica come quella americana è spesso alla base della crescita e dello spirito di iniziativa, in una società vecchia e produttivamente obsoleta come la nostra è per molti l’inizio della fame.

Si potrebbe commentare a lungo parlando della crisi da troppo successo dell’economia capitalista, della fine del lavoro salariato e di altri fenomeni storici che stanno inesorabilmente portando al collasso il modello socialdemocratico alla base delle società europee.

Oppure si potrebbe commentare, come ho letto poco fa su una bacheca di Facebook, “E tutti d accordo PD sindacati massoni e falsi profeti!!La gente umile e onesta calpestata e sfruttata.Il popolo ha capito è sta capendo!!!”.

Il problema è proprio questo: che il “popolo” pensa di capire, perché le soluzioni semplici sono sempre affascinanti. E la soluzione semplice è che nessuno debba rimettersi in gioco tranne i politici, che se non trovo un lavoro è colpa del PD e non del fatto che non riesco a scrivere una frase in italiano compiuto, e che arriverà un nuovo regime che caccerà i corrotti e farà ricca “la gente umile e onesta” – che poi, non di rado, è quella che pensa di meritare duemila euro al mese senza fare niente e che si fa fare i lavori in nero appena può.

Capire davvero il nostro tempo è, temo, fuori dalla portata dell’italiano medio; e quindi, chiunque sia a sfruttare la situazione per arrivare al potere, rischiamo davvero un ventennio di chavismo al pomodoro, grida ai complotti plutomassonici e ghigliottine di Stato.

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mercoledì 2 novembre 2016, 19:54

Pensaci, ragazzo gobbo

Ok, ragazzo.

Hai trent’anni scarsi, sei gobbo e stasera guarderai la partita. L’ho capito perché ti presenti al supermercato sotto casa alle sette abbondanti di sera e metti sul nastro della cassa subito prima di me una cosa sola: un pacco di arachidi salate formato gigante.

E poi chiedi un sacchetto. Un sacchetto di plastica, non riutilizzabile, per portare una sola cosa.

E paghi con dieci euro interi, costringendo la cassiera a riempirti di monetine.

E poi appoggi le arachidi sul piano della cassa un millimetro dopo il lettore a barre, per cercare di aprire il sacchetto.

La cassiera ha già battuto tre dei dieci pezzi della mia spesa, e non ha spazio per metterli, e tu ancora non sei riuscito nemmeno a capire qual è il sopra e qual è il sotto. Lei sbuffa, e solo allora tu capisci che stai bloccando una lunga coda di persone, tiri una manata alle arachidi e ti sposti in là di quel mezzo metro che permette almeno a lei di passare i prodotti, e a me di aprire la borsa di tela e metterceli dentro.

Quando la cassiera batte l’ultimo pezzo, io ho già ordinatamente riempito la borsa di tela e ho pronti in mano i soldi per pagare, venti euro a cui aggiungo subito due centesimi perché il mio totale fa 9,52. Io prendo 10,50 di resto, tiro su la borsa e mi avvio all’uscita, mentre tu forse, finalmente, sei riuscito a separare i due bordi del sacchetto e puoi cominciare a pensare a come metterci dentro il tuo unico pacco di arachidi salate formato gigante.

E mi viene in mente che in un futuro non troppo remoto, quando gli esseri umani all’uscita dell’In’s saranno inseguiti da una razza di dinosauri mutanti che vogliono usarli come aperitivo prima di guardare la partita, io avrò qualche speranza di salvarmi, mentre tu no.

Tu sarai ripescato sul fondo dello stomaco di un tirannosauro, ancora col tuo sacchettino di plastica inquinante in mano, mentre cerchi disperatamente di separare i due bordi.

E quindi pensaci, stasera, mentre guardi la partita: già sei gobbo, almeno impara a fare la spesa.

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mercoledì 16 settembre 2009, 19:49

[[Arctic Monkeys – Crying Lightning]]

Questa sera vi lascio con una canzone che da qualche giorno non mi esce più dalla testa, e precisamente il singolo di apertura del nuovo disco degli Arctic Monkeys. I ragazzini inglesi che stupirono il mondo e la Pellerina qualche anno fa sono cresciuti, e rispetto ai precedenti il disco (prodotto dallo stesso dei Queens of the Stone Age) ha effettivamente acquistato in profondità, e suona un po’ meno indie britannico e un po’ più indie americano. Il singolo è martellante e resta appiccicato; il video è bruttarello ma la musica vale.

Una nota particolare la merita il testo, un bell’affresco di timidezze giovanili urbane nelle periferie britanniche. A differenza del testo di canzone medio, questo è deliziosamente scritto in inglese, intendendo con inglese la lingua insegnata e parlata nell’Inghilterra (possibilmente fuori da quel misto meticcio-internazionale che è Londra; i quattro sono di Sheffield, città grigia e operaia quanto basta) e non un insieme delle stesse venti parole di americano globale ripetute all’infinito. L’effetto di trovare in un brano musicale parole come pastime, indignity, toothache e aggravate è culturalmente rinfrescante; e ha l’ulteriore pregio di rendere il testo di difficile lettura ai tamarri del pianeta.

Dev’essere per questo che Yahoo Answers! si è prontamente riempito di richieste di traduzione – ma la cosa deprimente non è questa, mica tutti devono sapere bene l’inglese per forza. La cosa deprimente sono le numerose risposte una dietro l’altra, tutte realizzate col traduttore automatico di Google, e tutte palesemente sballate, anzi totalmente incomprensibili. E’ deprimente che, invece di studiare l’inglese o di chiedere aiuto a qualche madrelingua o di usare Google nel modo giusto – per cercare i pezzetti che mancano uno a uno – l’unica soluzione per tradurre qualcosa sia il traduttore automatico di Google; è altrettanto deprimente che, dopo aver provato ad usarlo e aver ottenuto un risultato insensato, le persone lo postino lo stesso come se fosse buono, magari pensando pure che “ma sì, tutto sommato va bene”.

E dire che per capire cos’è un “pick and mix”, se proprio uno non è mai stato in Inghilterra, basterebbe usare Google Images.

Comunque, sono in dubbio: devo donare alla rete una traduzione completa oppure no? Per ora è bene segnalare che cracker, lace e gobstopper sono tipi di caramelle (cracker in realtà è un pacchetto di carta che ne contiene parecchie e si usa nelle feste) e che crying lightning è una espressione con la stessa forma di crying wolf (gridare al lupo).

Outside the cafe by the cracker factory
You were practicing a magic trick
And my thoughts got rude as you talked and chewed
On the last of your pick and mix

Said you’re mistaken if you’re thinking that I haven’t been caught cold before
As you bit into your strawberry lace
And then a flip in your attention in the form of a gobstopper
Is all you have left and it was going to waste

Your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I love that little game you had called
Crying lightning
And how you like to aggravate the ice-cream man on rainy afternoons

The next time that I caught my own reflection
It was on its way to meet you
Thinking of excuses to postpone
You never look like yourself from the side
But your profile did not hide
The fact you knew I was approaching your throne

With folded arms you occupy the bench like toothache
Stow them, puff your chest out like you never lost a war
And though I try so not to suffer the indignity of reaction
There was no cracks to grasp or gaps to claw

And your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I hate that little game you had called
Crying lightning
And how you like to aggravate the icky man on rainy afternoons
Uninviting
But not half as impossible as everyone assumes, you are
Crying lightning

Your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I hate that little game you had called
Crying lightning
Crying lightning
Crying lightning
Crying lightning
Your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I hate that little game you had called
Crying

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lunedì 27 luglio 2009, 13:06

Un aiuto ai viaggiatori

Sì, sono in montagna. Collegato col cellulare, che prende e non prende. Fermamente intenzionato a non essere troppo coinvolto dal gorgo del flusso informativo globale. Posterò, ma quando capita.

Però sono sempre disponibile ad aiutare gli altri, e così quando ho visto nella mail l’avviso di un messaggio privato su Tripadvisor ho dedicato ancora un po’ di connessione a 13 kbps per andarlo a leggere. Tripadvisor è il mio strumento preferito per trovare alberghi, ristoranti, attrazioni e altre indicazioni quando viaggio all’estero: mi sono sempre trovato bene, e per questo motivo cerco di contribuire pubblicando le recensioni degli alberghi in cui sto.

E così, riguardo al The Pod di New York (buffo ma moderno albergo in piena Midtown che raccomando se avete un budget limitato e non ve ne frega troppo della dimensione della stanza e del letto, altrimenti lasciate stare) mi è arrivata la seguente richiesta:

“Ciao vbertola,,perdonami del disturbo,,ma devo prenotare l’hotel x new yorke sn disperato
Ho visto che 6 stata al POD..vorrei prenotare anch’io, ma ancora riesco a capire se la DOUBLE POD ROOM(quella che voglio prenotare io x due adulti,cioè io + la mia donna)è con bagno privato.Sai non vorrei il bagno comune.
Un ultima domanda, tu da dove l’hai prenotato l’hotel POD?on-line dal sito dell’hotel?expedia,?agenzia, si può fare anche con la postepay?Grazie inifinite e scusa del disurbo ma sono disperato ed ho paura di sbagliare.
Buona serata”

Ora io son ben contento di dare due dritte a uno skonsct ke e disperato e ha la barra spaziatrice rotta, e posso anche sorvolare sul fatto che basterebbe leggere le descrizioni e le pagine dei vari siti (poi mica è obbligatorio sapere l’inglese per andare a New York). Ma il fatto che mi considerino una tipa sl perkè il mio nick finisce x “a”, questo proprio no!

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lunedì 6 luglio 2009, 15:10

Non-Lidl

Oggi abbiamo deciso di fare il pesto, e così, mentre ero in giro in bici all’ora di pranzo, mi sono dedicato a procurare l’ingrediente mancante (i pinoli). Avrei potuto andare al mio Lidl di fiducia, ma non ero sicuro che li avessero – anche se mi immagino le antiche pinolaie della Baviera, dove donne poppute colgono il saporito frutto dagli alberi tedeschi per poi inviarlo al discount nazionale.

Sulla mia strada c’era invece il Simply (ex Sma) di piazza Sabotino; e così sono andato lì, e (oltre a pagare tre euro un sacchettino di pinoli) ho avuto per la prima volta dopo tanto tempo la possibilità di incrociare nella spesa un gruppo di massaie italiane. Al Lidl, infatti, gli italiani sono in aumento, ma sono perlopiù o giovani sui trent’anni con bimbi piccoli, o coppie piuttosto anziane. La massaia italiana tipica, quella che fa la spesa per tutta la famiglia mentre il marito è al lavoro, è una specie molto rara; e invece lo Sma ne era pieno… e sono rimasto piuttosto perplesso.

In coda alla cassa ero infatti piazzato tra due signore sui 45 anni. Quella davanti a me non ha comprato del cibo; ha comprato quasi solamente barattoli e scatole di roba pronta, tra cui un “carpaccio con scaglie di formaggio” (il formaggio aveva l’aria di essere scarto di cartone pressato) il cui prezzo è probabilmente il triplo rispetto al comprare la carne tagliata, comprare il formaggio, tagliarne delle scaglie e disporle manualmente sulla carne – una operazione evidentemente lunga e complicata tanto da richiedere che il supermercato la faccia per te.

Quella dietro di me, invece, ha esordito con una lamentela: ha chiesto come mai non ci fosse più acqua San Bernardo lievemente frizzante. La cassiera si è doverosamente scusata, ma la signora ha proseguito spiegando che i suoi figli bevono soltanto acqua di marca San Bernardo e soltanto lievemente frizzante – quella naturale non va bene e quella frizzante nemmeno, per non parlare di altre marche d’acqua.

Tutto questo avviene non in un elegante quartiere collinare, ma nel (fu) operaio Borgo San Paolo, una zona di classe media dove la crisi, in teoria, dovrebbe colpire duro. Eppure mi sembra che di superfluo in giro ce ne sia ancora parecchio.

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lunedì 9 febbraio 2009, 17:47

Drogati di audience

È difficile giudicare le persone da lontano, senza conoscerle. Ciò nonostante, la signora Daniela Martani, hostess dell’Alitalia ed ex concorrente del Grande Fratello, è diventata un personaggio degno di commento anche per chi, come me, piuttosto che guardare il Grande Fratello si rivedrebbe persino le infami partite del Toro di quest’annata storta.

Compare oggi infatti un lancio stampa che presenta la sua ultima intervista, rilasciata all’amico Giletti (ok, avere amici di Trivero (BI) è un punto a favore, ma non è sufficiente ad assolverla); esso viene prontamente ripreso da tutti i giornali, visto che di questi giorni non hanno nulla di importante da scrivere.

Bene, ecco cosa dice (o più probabilmente le fa dire il suo ufficio stampa) la signora Martani, con modestia e senso del ridicolo: per prima cosa specifica che “sono nata cantante e attrice”, nonostante, ricordiamolo, fino a tre mesi fa passasse le giornate a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Alitaglia. Alla luce di questo, essendo ormai unanimemente considerato un diritto di tutti vivere senza fare un cazzfacendo il bufl’artista televisivo, ella denuncia a gran voce su tutti i giornali il sopruso operato dalla sua azienda nel chiederle, a fronte dello stipendio che percepisce, di fare anche il relativo lavoro; e, in generale, di non permetterle di regalare alla popolazione italiana ulteriori prove del suo sfavillante talento.

Sempre nel pieno rispetto delle proprie capacità, la signora prosegue criticando il capo dell’azienda per cui lavora, per poi aggiungere però che, se lui la invitasse a cena, lei si degnerebbe di accettare.

Infine, in tre righe, il capolavoro: la Martani afferma che Berlusconi, in questi giorni, ha avuto grande paura di lei. Sissignore: altro che Vaticano, Eluana o decreto sicurezza, Silvio ha passato le giornate a sperare che la signora lo risparmiasse, perché sarebbe bastata una sola parola critica della Daniela a far sì che le masse berlusconizzate si risvegliassero e smettessero di votare per lui (magari…). Sistemato Silvio, ne ha anche per l’altra parte: dice che Veltroni è un debole (e qui persino lei ci arriva) e lo esautora, indicando al PD di fare segretario tal Concita Di Gregorio (non ho idea di chi sia, dunque deduco che siamo giunti alla fase dell’“anche mio cugino sarebbe meglio di Veltroni”).

Naturalmente si può almeno sperare che queste sparate siano calcolate, e siano l’estremo tentativo della signora per non ritornare a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Caìcaì. Ma temo davvero che invece non lo siano, e che ci sia nell’italiano medio qualcosa di profondamente malato: qualcosa che gli fa credere, una volta comparso per più di dieci minuti davanti a una telecamera, di essere ormai per questo diventato dio.

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martedì 13 gennaio 2009, 18:59

Una città bloccata

Ieri sera, incuriosito da una segnalazione, sono andato alla Fondazione Sandretto ad assistere a un dibattito organizzato dall’Associazione NewTo, insieme alla redazione locale di Repubblica, sul tema “L’Italia da sbloccare: e Torino?”.

Il tema, ovviamente, è importante; l’esito è stato un po’ così. Questa associazione, di cui non avevo mai sentito parlare, è stata fondata da alcuni “giovani” (cioè 30-40enni) torinesi con posizioni di responsabilità: c’è chi lavora o lavorava al Toroc, chi a Torino Internazionale, chi dirigeva il Salone della Musica, chi ha incarichi in Confindustria. Un ex collega ritrovato in sala, che era già stato ad incontri precedenti, l’ha definita una associazione di “raccomandati buoni”: certamente nella Torino di oggi non si arriva in quegli ambienti senza qualche bella sponsorizzazione, però l’impressione che mi hanno dato, chi più chi meno, è stata di persone che sanno il fatto proprio, con particolare nota di merito per l’imprenditore Dal Poz.

La cosa negativa, però, è stata la puzza di vecchio di tutto l’evento, a cominciare dalla presenza sul palco di un mostro sacro come Luciano Gallino, che ha esordito spiegando che “l’industria ICT non è solo software, perché ci sono anche quelli che montano e vendono i PC”: e davanti a siffatta comprensione delle cose, che vogliamo obiettare? Infatti, ha proseguito dicendo più o meno che l’ICT è economicamente irrilevante perché è fatta solo di microaziende da dieci persone o meno, e così il convegno è surrealmente proseguito orientandosi sulla centralità per lo sviluppo torinese, indovinate un po’, dell’industria dell’auto, su cui dobbiamo puntare per il nostro futuro.

Gallino ha pure detto che il rinnovamento anagrafico della classe dirigente non è poi così necessario, perché non è necessariamente detto che un giovane sia anche capace, e anzi l’unica industria che era basata sui giovani era quella finanziaria, e sono stati proprio tutti questi ventottenni rampanti e assetati di denaro a portare il mondo al disastro, quindi è tempo di riportare il potere nelle mani dei sessantenni che l’hanno gestito così bene: infatti, ha concluso Gallino trionfante, a Torino si sono perse decine di migliaia di posti di lavoro nell’indotto auto ma grazie ai nostri sessantenni dirigenti la città è tuttora ricchissima e viviamo tutti senza problemi.

Ovviamente io non ci ho più visto; dopo qualche intervento – tra cui quello del sottosegretario Giachino, che ha rimarcato come lo sviluppo del Piemonte in crisi passi dalla logistica e in particolare dall’incrocio della TAV Lisbona-Kiev con la TAV Genova-Rotterdam; se ho capito bene, il piano del governo è che torme di giovani piemontesi si trasferiscano a Novara per scaricare scatolette di sgombro provenienti da Lisbona e caricarle in direzione Rotterdam – ho afferrato il microfono e ho messo in chiaro alcune cosette.

Per esempio, ho fatto notare che ci sono altre industrie messe in piedi da ventenni e trentenni, tipo, che so, Google, Youtube, boite del genere; e che a Torino ci vivrà riccamente lui, ma la realtà è quella di una città provinciale dove le opportunità di lavoro, qualificato e non, scarseggiano sempre più; e che forse se i trentenni non riescono ad emergere è perché c’è un intero sistema sociale che concentra potere e denaro nelle mani delle persone da 60 anni in su, evitando accuratamente di stimolare i giovani a innovare come dovrebbero, visto che non permette loro nemmeno di andare a vivere da soli.

Mi ha confortato che in sala ci fossero altri giovani che hanno suffragato le mie tesi, facendo notare come l’ICT non sia un settore industriale ma piuttosto un modo di pensare, un servizio trasversale che modifica e ottimizza l’intera produzione e anche gli altri aspetti della vita; ma soprattutto che, senza contarsi balle, Torino è una città bloccata; che è il caso di ammettere che o appartieni ai salotti buoni della Crocetta e della collina o nessuno ti affiderà mai un posto di responsabilità a trenta o a quarant’anni, perché non sapranno nemmeno che esisti, perché i meccanismi di selezione sono rigorosamente nascosti, centrati sulle conoscenze e sulle padrinerie di vario genere. Alla fine l’hanno ammesso a mezza bocca anche i “giovani di successo” che stavano sul palco.

Eppure, la sensazione di essere fuor d’acqua non se ne è andata via; ha fatto un po’ strano sentire queste voci prese a panino tra il già citato intervento del sottosegretario e quello di Federico De Giuli: sì proprio lui, la metà della famigerata De-Ga, e adesso almeno l’ho visto in faccia. E non mi ha nemmeno fatto cattiva impressione, anzi: perché la cosa triste è che le caste non sono mica delle malvagie associazioni di gente che si trova apposta per dire “sì, dai, facciamo la casta, chiudiamo fuori tutti gli altri”. E’ semplicemente che questi personaggi li disegnano così; nascono in un ambiente diverso dal nostro, ed è puramente naturale che ci restino senza nemmeno rendersi conto che ne esistono altri.

E’ quindi lodevole che si tengano in città incontri di questo tipo; ho solo qualche dubbio sul fatto che la classe dirigente cittadina riesca a rinnovare se stessa – a parte la cooptazione di qualche figlio e nipote – partendo dalla sicumera con cui pensa di essere la migliore possibile.

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lunedì 29 settembre 2008, 15:13

Chi ha paura del mercato

In parecchi, in questi giorni, hanno stappato lo champagne per festeggiare la fine del libero mercato, dopo che il Presidente degli Stati Uniti ha contravvenuto a un secolo di liberismo chiedendo un pesante intervento statale per nazionalizzare le banche e le assicurazioni in crisi.

E’ indubbiamente vero che, a livello globale, il mercato sia fuori controllo: ad aziende e cupole finanziarie globali si contrappone un potere politico ancora diviso per nazioni, quindi incapace di imporre alcunché su scala mondiale. Le Nazioni Unite sono un timido dinosauro a cui le nazioni più importanti evitano accuratamente di dare alcun potere, specie in materie economiche; il WTO (che non fa nemmeno formalmente parte delle Nazioni Unite) è uno strumento dei paesi occidentali per imporre al resto del mondo le proprie condizioni commerciali, e nelle rare occasioni in cui decide contro un paese sviluppato le sue decisioni sono semplicemente ignorate.

E’ altrettanto indubbio che gli eccessi di questi vent’anni di capitalismo non più frenato dalla paura del comunismo abbiano dimostrato l’importanza di rimettere gli “animal spirits” un po’ sotto controllo, ed avere la possibilità di imporre regole al mercato per assicurarsi che tale strumento svolga la sua funzione – quella di ottimizzare gli scambi e quindi produrre ricchezza per tutti – e non venga invece manipolato al servizio di pochi.

Permettetemi però di esprimere qualche perplessità di fronte ai molti che stanno tentando di applicare questo ragionamento, valido per i paesi sviluppati, anche all’Italia. In Italia, infatti, il libero mercato non c’è e non c’è mai stato: abbiamo sempre avuto una economia pesantemente condizionata dalla politica e da poteri di vario genere, dalla Chiesa alle maggiori aziende, fino alle logge massoniche.

Per cinquant’anni, l’economia italiana è stata in gran parte in mano allo Stato, e per il resto nelle mani di un capitalismo familiare, dagli Agnelli in giù, che ha fatto molto per lo sviluppo del Paese, ma anche creato l’abitudine a scaricare sullo Stato le perdite e tenersi i profitti. Bene o male, comunque, era un sistema che stava in piedi; dopo il crollo del comunismo, però, siamo passati a una economia di mercato per finta, dove in realtà il potere politico è direttamente occupato dagli interessi finanziari, e dove i politici di tutti gli schieramenti si preoccupano soprattutto di passare pezzi di economia agli amici. E’ successo con Telecom, è successo con le banche, è successo con le autostrade, sta succedendo ora con Alitalia.

In Italia, insomma, il mercato non c’è mai stato; e prima di preoccuparci di rimetterlo sotto il controllo dello Stato, dovremmo preoccuparci di arrivare ad averne uno vero.

Purtroppo, la vedo dura: culturalmente, gli italiani sembrano del tutto impreparati a concetti come concorrenza, meritocrazia, rischio in proprio, o all’idea che a ogni spesa debba corrispondere un’entrata, e che un diritto di qualsiasi genere può esistere soltanto quando esistono in cassa i soldi per implementarlo. Questa impreparazione è peraltro una delle cause fondamentali della nostra crisi economica, che la rende strutturale e difficilmente reversibile.

Questo vale a tutti i livelli; per esempio, tempo fa ho discusso con un insigne professore universitario torinese sul fatto che l’Università, pur contando su ampi contributi pubblici, dovesse arrivare al pareggio di bilancio, se necessario con entrate da vendita di servizi, senza convincerlo; la sua idea era che “l’Università è importante, quindi lo Stato deve far saltare fuori i soldi in qualche modo”.

Più nel piccolo, bastano le solite lettere a Specchio dei Tempi: oggi c’è una che si lamenta che in un bar in orario serale ha pagato sette euro un chinotto anche se non ha consumato l’aperitivo, e il tavolo era sporco, e il cameriere era sgarbato. Ma non basterebbe cambiare locale? Perché si deve invocare che lo Stato-mamma vada a sorvegliare tutti i camerieri del Paese o stabilisca per decreto (come chiede un altro nei commenti) che è obbligatorio che i bar ti vendano il chinotto separatamente dal buffet anche in orario di apericena? Non ci si poteva lamentare direttamente col proprietario del locale, invece di stare zitti e poi scrivere a Specchio dei Tempi?

Purtroppo, pare che il mercato sia troppo difficile da sopportare per buona parte degli italiani: il mercato, infatti, è basato sulla responsabilità individuale di tutti coloro che vi partecipano, mentre ciò che sognano questi italiani è l’uomo forte che prende le redini della cosa pubblica e sistema tutto senza che loro debbano preoccuparsi di se stessi, del proprio futuro, della propria ricchezza. Così, poi, sapranno con chi prendersela quando piove.

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domenica 24 agosto 2008, 17:39

Bilancio olimpico

Le Olimpiadi sono finite, e dopo i commenti ai telecronisti, agli sport minori e su Cina e Tibet volevo chiudere con qualche commento sugli italiani (di cui già segnalammo l’olimpicità); e scegliere le mie immagini olimpiche.

Ce ne sono tante che meritano un ricordo, cominciando dalla bella e sfortunata (ma comunque argentea) gara di Davide Rebellin nella prova di ciclismo il primo giorno, nello scenario mozzafiato delle montagne attorno alla Grande Muraglia. E poi, l’oro sofferto fino allo spareggio finale di Chiara Cainero; il bronzo in grande rimonta nel K2-1000; l’argento miracoloso nel taekwondo; la commovente medaglia di Josefa Idem alla settima olimpiade – un non-oro solo per quattro millesimi – davanti ai suoi bimbi già cresciuti, con tanto di intervista in cui lei a metà interrompe la frase di botto per girarsi e dire ai figli di stare bravi e che è arrivata zweiten. Ma due sono le immagini italiane che più mi sono rimaste impresse.

La prima non è una medaglia: è la semifinale dei 1500 metri uomini in cui correva il nostro Christian Obrist, subito definito “senza speranza” perché passavano in cinque e c’erano almeno dieci atleti più forti di lui. Lui si è messo dietro agli africani, è rimasto per quasi tutta la gara aggrappato coi denti in fondo al gruppo e quasi staccato, poi nell’ultima curva ha visto la luce e se li è rimangiati tutti, uno dietro l’altro, arrivando quarto e qualificato in volata. Alla fine nemmeno lui sapeva cosa aveva fatto e come l’aveva fatto, è rimasto cinque minuti a piangere in pista cercando di capirlo: uno di quei miracoli dello sport in cui nella tua testa scatta qualcosa che ti permette all’improvviso di superare i tuoi limiti, e di lasciar muovere il corpo da solo in modo impossibile, come il calabrone che non potrebbe volare ma non lo sa e lo fa lo stesso. In finale è arrivato ultimo, ma non importava più.

Il simbolo sportivo italiano di queste olimpiadi, però, sono indubbiamente loro: Francesco Damiani e i suoi ragazzi. Il pugilato, in Italia, era sport dimenticato, e in più guardato regolarmente con la puzza sotto il naso, come un residuo di tempi andati in cui nella vita era ancora richiesto di menarsi per strada ogni tanto, e in cui la violenza, anche controllata, attraeva gli spettatori invece di respingerli. E invece, dopo una settimana e mezzo di atleti fighettissimi ed atlete imbellettate, che si presentavano sui campi come fosse una sfilata, già pronti a rilasciare l’intervista della medaglia prima ancora di vincerla (spesso poi fallendo miseramente), e interessati più a discettare di tasse e di politica che alla loro prova, vedere questi ragazzoni ruspanti, un po’ tamarri e un po’ terroni, ha fatto bene al cuore.

Intanto, s’è riscoperto questo sport, che sport è sul serio: perché non c’è mica solo da menarsi (anzi, le risse e gli abbrancamenti si son visti molto di più nel taekwondo o nel judo) ma c’è velocità, tattica, tecnica, intelligenza, resistenza, spettacolo, e tanto, tantissimo cuore. E’ stato incredibile vedere i nostri pugili contro bestioni grossi il doppio di loro (e va detto che i nostri non sono piccoli, anzi) girargli attorno come zanzare fino a tirargli un cazzottone dritto sul mento. E’ stato ancora più bello sentire Damiani fargli da secondo papà, e in quei venti secondi tra un round e l’altro incoraggiarli se erano giù, cazziarli se erano mosci, applaudirli se erano stati bravi, sempre urlando senza respiro come fosse il mitico Roberto Da Crema. Un oro, un argento e un bronzo, su sei atleti presenti, è un risultato da incorniciare: e dato che la boxe è anche lo sport che toglie i ragazzi dalle strade di Cinisello Balsamo (come Cammarelle) o dell’immenso degrado campano (come Russo e Picardi), è anche un segno di riscatto sociale; alla fine, rende di più l’Italia ignorante ma vera, che quella evoluta e montata.

Comunque, sono davvero tanti gli italiani che hanno deluso. La scherma e il canottaggio hanno reso decisamente meno del solito; la ginnastica ha subito un tracollo totale; l’atletica è ormai inesistente; degli sport di squadra meglio non parlare, uno peggio dell’altro e zero medaglie, nonostante in svariati casi partissimo da favoriti per l’oro: centinaia di biglietti aerei che ci potevamo risparmiare. Alla fine è andata peggio di Atene, ma nel medagliere siamo comunque noni e davanti a Francia e Spagna: tanto male non è, ma non tutti possono cantar vittoria.

Nonostante questo, qualcuno ha sentito parlare di sconfitte, delusioni, ammissioni di colpa o di semplice superiorità altrui? Io no. Se c’è una cosa triste in questa Olimpiade sono i tanti, troppi atleti italiani che hanno deluso e poi, invece di fare autocritica, hanno cercato di scaricare le responsabilità sulle giurie, sul clima, sulla sfortuna, sulla cabala e su qualsiasi cosa purché non su loro stessi, in questo purtroppo appoggiati dai commentatori Rai, per i quali ammmettere che un italiano ha perso meritatamente o che qualche nostra federazione sportiva sia in mano a raccomandati incompetenti (anzi, più di qualche) pare impossibile, e così giù di titoli e frasi come “argento che vale un oro” o addirittura “quarto posto che vale un oro” e in qualche caso “eccezionale quattordicesimo posto” (?!?).

Può essere che in qualche caso gli atleti di casa siano stati un po’ favoriti dalle giurie e dall’organizzazione rispetto ai nostri, ma questo fa parte del gioco e succede in qualsiasi Olimpiade: basta confrontare il numero di medaglie vinte dalla Grecia quattro anni fa ad Atene con quelle vinte qui o a Sydney 2000. Del resto, quando noi ospitammo i mondiali di atletica a Roma nel 1987, truccammo clamorosamente i risultati del salto in lungo per far vincere la medaglia al nostro Evangelisti

Però, da qui a dire che gli italiani erano fortissimi ma hanno perso perché c’è un complotto internazionale contro l’Italia ce ne corre. Vorrei infatti chiudere con quello che ha detto sbottando Simone Collio (centometrista) nell’intervista a caldo dopo la semifinale della nostra staffetta 4×100, squalificata facendo entrare in finale la Cina. I commentatori Rai (l’ineffabile Bragagna) per cinque minuti hanno montato il caso attaccando la Cina e le giurie. Alla fine, Collio è esploso e gli ha fatto notare che la squalifica ci stava perché noi avevamo fatto un cambio irregolare, e che la brutta prestazione, se mai, era dovuta all’incompetenza dei dirigenti dell’atletica italiana, che ogni anno cambiano allenatori e quartetti delle staffette in base alle amicizie e alle pressioni politiche, impedendo agli atleti di affiatarsi e di costruire una staffetta credibile.

Non so cosa succederà a Collio; essendo in Italia, credo che cacceranno lui invece che i capi dell’atletica.

P.S. Ci sarebbe anche da parlare dei non italiani; solo oggi, c’è stato un Usa-Spagna stellare come finale di basket, una partita incredibile con la Spagna ancora in gara a un minuto dalla fine, a forza di bombe e schiaccioni in faccia a Bryant e soci. E poi, entrambe le cerimonie, con alcuni momenti bellissimi: il conto alla rovescia in quella iniziale, e la torre con i fiori umani e i nastri volanti in quella finale. Intanto, i londinesi mi hanno già fatto godere, perché nel loro segmento della cerimonia di chiusura hanno pensato bene di esibire il paesano Jimmy Page, con tanto di chitarra dal vivo, in Whole Lotta Love. Pechino e Londra unite dai Led Zeppelin: yo, fratelli di rock.

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mercoledì 13 agosto 2008, 12:38

Italiani olimpici

Le Olimpiadi sono iniziate da qualche giorno e, come ogni volta, è iniziata anche la retorica olimpica: i giornali si sono riempiti di articoli strappalacrime che narrano le storie di questi atleti di sport ingiustamente considerati minori, che una volta ogni quattro anni arrivano all’onore delle telecamere per le loro medaglie, e poi vengono riconsegnati all’oblio per far vedere soltanto gli spocchiosi e infantili calciatori. Compaiono quindi articoli come questo (peraltro molto interessante, specie nei commenti) che distinguono tra la solita Italietta dei politici e dei calciatori, e l’Italia vera, seria, devota degli schermidori e dei tiratori.

E’ un peccato che gli schermidori e i tiratori si siano prontamente dedicati a demolire questo mito, dichiarando come primo e massimo desiderio dopo aver vinto la medaglia una sola cosa: poter non pagare le tasse. E giù di piagnucolii, e le tasse sono alte, e le paghiamo già tutto l’anno, e lo Stato si porta via metà del nostro premio, e noi abbiamo fatto tanta fatica, e già il premio è solo centoquarantamila euro, una bazzecola.

In effetti, a vedere certe prestazioni olimpiche, a sentire certe storie di lavoro e preparazione, ci eravamo stupiti: sembravano quasi gli atleti di un altro Paese. Per fortuna ci hanno subito pensato loro a rassicurarci: no no, sono proprio italiani.

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