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Archivio per il mese di novembre 2009


lunedì 30 novembre 2009, 23:13

Sliding doors

Ieri mattina, in una delle tante riunioni politiche, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto. La politica per natura accalora, e varie volte mi sono arrabbiato, alle volte pure troppo. Nell’arrabbiatura, ho detto e scritto cose esagerate, talvolta ingiuste, per cui ho poi chiesto scusa quando ce n’è stata occasione. Una sola volta, giunti verso l’una di notte, me ne sono andato senza che la riunione fosse finita, un po’ per disperazione, un po’ per sopraggiunto limite psicofisico. Ma non mi era mai successo di prendere e andarmene sbattendo la porta dopo una sola ora di discussione.

Non posso ovviamente raccontare i dettagli di quel che è successo, ma in una domenica che per l’ennesima volta – otto domeniche in tre mesi, se non ho contato male – doveva essere totalmente dedicata a una riunione politica (capite che di fronte a questo anche un’ora e mezza spesa a chiacchierare “contestando” nel gelo davanti allo stadio abbia un discreto appeal), me ne sono invece andato a consegnare i volantini al banchetto del No Berlusconi Day, poi sono tornato a casa, ho mangiato, ho letto, ho dormito, mi sono preparato per andare a Milano. Proprio mentre dovevo assolutamente uscire per non perdere il treno delle 17, su cui mi aspettava Elena, è squillato il telefono.

Dall’altra parte, una persona mi ha detto: “Noi il documento l’abbiamo finito. Tu allora cosa fai, lo firmi o molli tutto?”.

Ho avuto una frazione di secondo per decidere. Che fare? Da una parte il motivo per cui me ne ero andato era serio: comportamenti che io reputo inaccettabili, il rischio che anche questo movimento perda la sua via, che si trasformi nell’ennesimo partitino sinistrorso centrato attorno al capetto di turno, che rinneghi tutte le sue promesse di una democrazia diversa; e la paura di prestare la mia faccia, la mia eventuale credibilità, per un progetto che si riveli poi l’ennesima fregatura. Dall’altra, la constatazione che il nemico comunque è quelli là, è la casta, è il Berlusconi di destra o di sinistra di turno, e che continuando a dividerci non arriveremo mai da nessuna parte.

Non era una scelta facile, ma in un attimo ho ingoiato il mio orgoglio, ho accettato di firmare un documento che non mi hanno nemmeno fatto leggere, scritto da una persona di cui non mi posso fidare, pur di non dar vita all’ennesima spaccatura, all’ennesima divisione.

Ho passato dieci minuti al telefono dettando i miei dati, e poi sono uscito, tardissimo. Ho corso a perdifiato fino alla metropolitana, ho aspettato il giusto, ho preso il treno, sono uscito a XVIII Dicembre sempre correndo. Avevo già il biglietto, dunque ho attraversato la vecchia stazione al volo, ho timbrato di striscio senza nemmeno fermarmi, e nonostante fossi ormai stanco, svuotato e a rischio crollo ho continuato a correre sotto la pioggia e mi sono infilato nel sotterraneo. Ho cominciato a scendere i gradini del binario 4 di corsa e giunto a metà scala ho sentito il fischio del capotreno che dava il via alla partenza del treno per Milano. Ho sentito le porte chiudersi mentre facevo i gradini a due a due, e mi sono affacciato sul binario giusto in tempo per vedermelo lì, davanti al mio naso, il capotreno nella sua divisa verde, mentre metteva il piede sul predellino per rientrare attraverso l’unica porta rimasta aperta del treno ormai in partenza.

Ho fatto un salto e ho mezzo travolto pure lui, infilandomi tra le porte scorrevoli un attimo prima che si chiudessero, su quel regionale strapieno di poveri pendolari pigiati in ogni angolo. Di treni al volo ne ho presi a decine, ma nessuno mai al volo come questo, proprio all’ultimo secondo utile.

Peccato che nessuno di noi abbia davvero di idea di dove, e per quanto ancora, ci porterà questo treno.

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domenica 29 novembre 2009, 18:44

Yatta!

Per fortuna che c’è Internet: e così, molto prima che ne venga fatto un adattamento italiano, è possibile vedere il film dal vivo di Yattaman, uscito nei cinema giapponesi nella primavera di quest’anno e in DVD da poche settimane. Grazie, file sharing! Grazie, fansubbing! Questa è la canzone del Trio Drombo (qui una delle esecuzioni originali) in tutto il suo splendore: soltanto dei giapponesi potevano riprodurre dal vivo gli ambienti, i costumi e le movenze di un cartone animato con tale maniacale precisione.

P.S. Uno si chiede quanto poco ne dovessero capire di giapponese i traduttori italiani della prima ondata di fine anni ’70 (generalmente adattati a partire da una precedente versione inglese) per italianizzare Doronjo in Dronio anziché “drongio” come effettivamente si legge. Del resto, con Lupin ci siamo tenuti per anni Fujiko pronunciato come se fosse un nome francese…

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sabato 28 novembre 2009, 23:53

Storia di una B sfatta

Quella di oggi pomeriggio non era una partita seria e lo dovevamo capire subito da tanti piccoli indizi: per esempio il fatto che il più che condivisibile striscione esposto in apertura dalla Maratona, “Società inesistente gestione improvvisata la nostra pazienza è terminata”, fosse scritto a spray su due righe più un pezzo aggiunto a destra perché l’ultima parola non ci stava. Oppure dal fatto che, all’annuncio delle formazioni, misteriosamente era sparito Sereni; in porta andava la riserva Alex Calderoni e in panchina non il solito terzo Gomis, ma tal Danilo Tunno di cui lo speaker non aveva nemmeno la foto da mostrare sul tabellone. E anche il Crotone non è una squadra seria, il principale striscione che campeggia nel settore ospiti dice “Nasty Boys Falchera”.

Infatti dopo venti minuti era già 0-2, due papere due gol: prima Zoboli che si butta pur di tenere in campo il pallone e smarcare così l’attaccante avversario in area, e poi un gollonzo storico, un rinvio di Calderoni che poteva essere tirato ovunque tranne che lì, sulla faccia del crotonese che gli correva intorno, con la palla che rimbalza e torna indietro rotolando beffardamente dentro la porta. E’ già chiaro come andrà a finire, tanto che ci affrettiamo a togliere gli striscioni dalla Primavera, anche se qualcuno ha legato la parte centrale con un nastro di recupero mal messo che non si vuol togliere e dunque io sono responsabile di uno degli ammainastriscione più lenti della storia, roba che se i tifosi avversari non fossero stati impegnati a festeggiare ci avrebbero gridato “oh issa! oh issa!”; si è risolto solo quando ho chiesto aiuto e fatto intervenire i muscoli bruti di Giovannino Capo Ultrà. E per tutto questo non ho nemmeno visto il gol di Bianchi – credo che sia la prima volta che mi perdo un gol del Toro allo stadio.

Il resto della partita può riassumersi nel risultato del mio tentativo di fare una foto al campo a inizio secondo tempo, disturbato dagli umori dei miei compagni di tifo:

tokr.jpg

Per fortuna che, scesi per protesta fino alla fossa del primo anello, non abbiamo visto più niente (la nota visibilità zero delle parti basse dell’Olimpico); comunque non ci sarebbe stato niente da vedere. Ci si salva con la voglia di ridere istericamente tipica dei disperati, mentre la Maratona a un certo punto intona a piena voce un “Forza ragazze” e un “Fuori le tette, tirate fuori le tette” che sono satira calcistica di altissimo livello. E così, alla fine cosa volete che si faccia? Usciamo, e decidiamo di andare a constestare.

Ma nemmeno questa contestazione è una cosa seria. Saremo un centinaio al massimo, molti vecchietti, un po’ di volti cruciali della Primavera, della Maratona boh. Ci sono una cinquantina tra poliziotti e carabinieri fermi in attesa davanti al cancello del garage, il posto dove di solito escono i giocatori. A un certo punto, dopo mezz’oretta, c’è un po’ di animazione: fanno disporre i tutori dell’ordine in fila, allargati a ventaglio, per separare la “folla” dal pezzo di strada dove devono uscire i veicoli.

Vediamo chi esce: è il pullman del Crotone. La contestazione erompe in un meritato applauso. Dal pullman salutano ed esultano neanche avessero vinto la Champions League, fanno cinquanta metri, poi, appena finita la fila di poliziotti, inchiodano e aprono la porta. Attimo di perplessità: scenderà qualcuno? Si sono incazzati? Sta per scattare una rissa? No, si riapre il cancello dello stadio e di corsa escono due ragazzi con la tuta sociale del Crotone. Tra gli applausi dei tifosi del Toro, corrono a gambe levate per salire sul pullman che li aspetta: si erano dimenticati due giocatori negli spogliatoi. Ma vi pare una cosa seria perdere contro questi qua? “Ah già, ma oggi c’era anche Pino, sai il cugino tuo che ogni tanto viene a fare il portiere… ehi ragazzi, qualcuno ha visto Pino?”

Dopodiché, l’attesa si fa lunga, e veniamo a sapere cosa è forse successo. Gira voce che Sereni si sia picchiato ancora una volta con il team manager Ienca, negli spogliatoi, poco prima di entrare in campo: ecco perché ha giocato Calderoni, e pare che il terzo portiere sia stato richiamato al volo via telefono (magari hanno cercato quello che abitava più vicino allo stadio…). Si ricorda che stando ai racconti degli ultrà Aimo Diana, oggi uno dei più molli, durante un confronto coi tifosi al casello di Mestre (di ritorno da Trieste qualche settimana fa) disse “Siete tifosi di merda, se vogliamo vi mandiamo in C”, e ci si chiede cosa volesse dire. Si ha notizia anche di un ridicolo comunicato stampa del Toro, che dice che l’allenatore Colantuono non interverrà in conferenza stampa “perché ha mal di testa”, provando definitivamente che la Cairese FC è una società di buffoni.

Aspettiamo il pullman del Toro, siamo sempre di meno: diciamo una trentina in tutto. La manganellataria quasi di fronte a me è una signora panzuta e ciociara, che ben presto si mette a scambiare lazzi con i due tifosi di fronte a lei, maneggiando il manganello per gioco; noi scherziamo e ridiamo, ci rendiamo conto da soli che non è una cosa seria. Sono le sette meno un quarto, la partita è finita da un’ora e mezza e vorremmo andare via, quando finalmente le cose si muovono: prima parte la polizia, poi noi all’inseguimento. Un minuto di corsa selvaggia per scoprire il pullman del Toro piantato lì come un toro in mezzo a via Filadelfia, le luci accese, pronto a caricare la folla.

La strada viene bloccata dal residuo gruppetto di tifosi, i più accesi si piazzano in mezzo alla via e cominciano a gridare qualche coro offensivo. Il digo Poncharello (pardon, il dirigente della Digos da sempre responsabile dei rapporti con la tifoseria granata) urla “Ragazzi, dobbiamo far passare il pullman, state attenti, il primo che tira una pietra me lo porto in ufficio, passa la notte alle Vallette!” Lì capiamo che è un diversivo. Infatti, il toro ingrana la retromarcia e si dimostra vacca, esce piano piano dall’altra parte. Buffoni senza palle, non vengono nemmeno a prendersi le doverose manate sulle portiere e i sapidi sputi che toccano per contratto ai giocatori in una situazione del genere. Sono pagati anche per questo!

Naturalmente, adesso il copione è già scritto: tutte le colpe saranno scaricate sull’allenatore che verrà probabilmente esonerato, in modo da permettere ai giocatori di continuare a fare quel che vogliono, per poi finire in discoteca e uscire da essa con la camicia spermata alla moda della bella Rosina. Cairo continuerà a gestire la Cairese come ha sempre fatto, spendendo il minimo possibile e come sempre con incompetenza, presunzione e improvvisazione. Prima o poi i nostri pedatori imbroccheranno tre partite di fila e ciò provocherà una ripresa di torinite, che purtroppo è una malattia incurabile, salvo poi doversi rimangiare il fegato all’ennesimo ritorno all’inconcludenza. E via così all’infinito, finché non ci libereremo di Cairo.

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venerdì 27 novembre 2009, 19:20

Sicurezza di altissimo livello

Oggi vorrei esprimere pubblicamente la mia condivisione per il manifesto per il wi-fi libero pubblicato sul blog di Gilioli e firmato inizialmente da un centinaio di persone. Alcuni sono amici che vedo spesso, altri sono persone che non conosco personalmente ma che stimo, altri ancora sono politici in cerca di visibilità o bloggherz-vip con l’obiettivo di tirarsela un po’ per fare i fighi, ma la causa è buona e gli perdoniamo pure questa, anzi toh, ringrazio pure la Bresso per aver firmato, anche se posso immaginare chi è stato che ha firmato per lei.

Il motivo per cui da noi ci si inventa qualsiasi cosa pur di fermare la diffusione di Internet è ovvio e già lo sapete: il nostro regime è basato sul controllo dell’informazione e Internet è l’unico media difficile, se non impossibile, da controllare. Anni fa la scusa era combattere il file sharing e con esso l’avanzata del comunismo, poi ci furono le annate in cui andava alla grande la lotta al terrorismo, quindi diventò la repressione dei pericolosi pedofili nerd internettari che violentavano i bimbi a forza di ondate di bit, e più recentemente è diventato il dramma di quella ragazza che ha messo una volta la sua foto su Facebook e da allora è piena di uomini che la baccagliano (nessuno ha capito bene il dramma, ma basta mettere una musichetta inquietante sotto il servizio e il messaggio è passato).

Come residuo degli anni in cui andava di moda la lotta al terrorismo, siamo l’unico paese occidentale in cui è necessario mostrare un documento di identità per collegarsi ad un wi-fi. A meno che, naturalmente, non abbiate presso il vostro vicino casa un router wi-fi di Alice di Telecom Italia, in cui la rete wi-fi viene preconfigurata con una password non modificabile, generata con un algoritmo che da mesi varie persone sostengono di avere craccato. Ecco, lì potrete collegarvi e fare tutto ciò che volete scaricando poi le colpe sul vostro vicino; oppure potete contare sul fatto che, secondo una voce che gira da tempo, la maggior parte delle reti wi-fi degli autogrill italiani dispone di un account di amministrazione dalla password ovvia, così come le reti wireless di istituti, università, centri di ricerca (i lettori affezionati ricorderanno l’unico mio post che abbia mai cancellato in vita mia).

Del resto, le falle di sicurezza sono generalmente di tipo umano, non tecnologico; e sono sicuro che presentandomi in un Internet café fingendo di non parlare italiano, di essere un turista e di non avere con me un documento avrei ottime chance di ottenere tranquillamente un PC, scrivendo dei dati personali a caso su un foglio di carta o non dandoli proprio.

Al di là di queste piccole pecche pratiche, resta comunque la considerazione di fondo: riempire di burocrazia ciò che dovrebbe essere facile e immediato – collegarsi a Internet ovunque e comunque – ha solo l’effetto di mantenere l’Italia in uno stato arretrato.

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giovedì 26 novembre 2009, 17:17

Il resto del pianeta

I bambini di oggi, almeno nelle città, spesso nascono e crescono in maniera iperprotetta. Passano il tempo tra un impegno e l’altro, scarrozzati in auto di qua e di là, tra una scuola, una palestra e un corso di qualche cos’altro. Quando non sono in giro, sono chiusi in casa davanti a un computer o a una console. E se sono in giro, sono sempre sotto controllo tramite il telefonino, tranne quando lo usano per scaricare suonerie o per giocare. Sono, insomma, sempre chiusi e isolati dall’ambiente circostante, che viene considerato come una fonte di pericolo, piena di rischi, di malintenzionati e di brutte avventure.

C’è, però, un momento in cui il bambino esce dal ciclo casa-scuola-playstation: il momento del viaggio. Un viaggio di una certa lunghezza, fuori città, costringe bambini e ragazzi ad accorgersi dell’esterno. In auto, infatti, non c’è molto da fare; e sono ben poche le famiglie in cui un viaggio diventa una occasione per una lunga conversazione. Mentre il papà guida e la mamma ascolta la radio, privi dell’elettronica e dell’abbondanza di ammennicoli che caratterizza molte camerette, sul sedile posteriore i bambini non possono fare altro che guardarsi attorno e scoprire il mondo; vedere la campagna, la montagna, gli animali, il paesaggio, il cielo.

Ma forse è meglio dire “c’era”. Non solo perché cellulare e playstation portatile già da anni colpiscono anche in auto, ma perché in questi giorni ho visto partire le campagne pubblicitarie dell’ultimo ritrovato da ammiraglia familiare: lo schermino sul retro dei sedili anteriori, che permette ai giovani virgulti di rincoglionirsi davanti a un DVD o a un giochino anche durante l’ora di viaggio verso le piste da sci o la casa al mare.

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Suppongo che sia un passo avanti necessario, per crescere generazioni di persone con il terrore di qualsiasi contatto con la terra, la paura delle malattie più fantasiose e l’intima convinzione che la verdura cresca nei sotterranei del supermercato, direttamente in cassetta; certi che l’habitat naturale di un cane sia un appartamento al terzo piano. Persone per cui la parte di pianeta non urbanizzato sia soltanto un fastidioso elemento di ritardo tra Milano, Milano Marittima e Courmayeur, o altri posti che, pur trovandosi fuori dalle metropoli, dispongano di condomini di almeno cinque piani e di una strada principale rigorosamente intasata di auto; un “resto del pianeta” da attraversare sempre più velocemente e sempre più indifferentemente, avendo come massimo momento di interesse l’acquisto di una rustichella all’autogrill.

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martedì 24 novembre 2009, 18:20

Acqua pubblica o acqua privata

Quella per l’acqua pubblica è una battaglia che Grillo porta avanti da anni, e prima di lui già molti altri; dunque in questi giorni sono stato bersagliato da messaggi di indignazione per l’approvazione in Parlamento della legge che permette la privatizzazione del servizio idrico. Al di là dell’ovvia considerazione che l’acqua è un bene vitale e dunque è vitale anche che esso sia gestito nel pubblico interesse anziché come una merce qualsiasi, là dove la privatizzazione è stata fatta le bollette sono andate alle stelle.

Del resto, non vi sfuggirà che al momento quella dell’acqua è l’unica bolletta di cui la maggior parte di noi nemmeno si accorge, al punto che viene emessa al condominio e divisa in maniera presunta, in base agli abitanti degli alloggi, perché le cifre in ballo sono talmente piccole che non vale la pena di installare contatori individuali. Qualcuno deve essersi chiesto: tanto la gente non smetterà comunque di comprare l’acqua, dunque perché non ne facciamo salire il prezzo per intascarci la differenza?

La vicenda è interessante anche perché tocca una questione fondamentale, quella della divisione di ruoli tra pubblico e privato. Molti di coloro che difendono l’acqua pubblica intendono tale difesa nel senso più rigido possibile: secondo loro, l’intero servizio idrico deve essere gestito da una società al 100% pubblica. Io, in linea di massima, non sono d’accordo; specialmente in Italia, è evidente a tutti come molti dei servizi affidati a società pubbliche siano gestiti al minimo indispensabile, se non lasciati allo sfascio, e i casi virtuosi rappresentino una eccezione. E’ utopistico pensare che questo possa cambiare facilmente, per via della mentalità italica per cui ciò che è di tutti non è di nessuno o al massimo è in uso privato alla persona o al partito che lo amministra.

La questione dunque non è se privatizzare o nazionalizzare; la questione è che il pubblico ha un ruolo irrinunciabile rispetto alle risorse fondamentali, quello di indirizzo e controllo. Il fatto che l’azienda che offre il servizio sia pubblica o privata dovrebbe essere irrilevante, perché lo Stato dovrebbe porre regole a garanzia degli interessi della collettività e dovrebbe garantirne il rispetto. All’interno di quelle regole, è poi giusto che un privato cerchi di massimizzare l’efficienza economica e dunque creare benessere, posti di lavoro, buon uso delle risorse: e questo vale anche per l’acqua, dato che la principale fonte di sprechi sono i nostri acquedotti pieni di falle che nessuno ha interesse a tappare.

Come al solito, il vero problema dell’Italia è la svendita dello Stato; la trasformazione dei politici in servi degli interessi economici privati, e l’abolizione per mancanza di risorse del sistema giudiziario. In queste condizioni, tutto il discorso che abbiamo appena fatto va a farsi benedire: perché alle teoriche efficienze del privato si sostituiranno gli arbitrii, le speculazioni e lo sfruttamento per interesse privato di antichi investimenti collettivi, lasciati nelle mani dei soliti amici degli amici; come è già successo per Alitalia, per Telecom, per le autostrade. A questo punto, meglio il servizio pubblico, che poi in molte città, compresa Torino, non è affatto male.

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lunedì 23 novembre 2009, 14:19

Questione di articoli

E di articoli su Brenda ne sono stati scritti parecchi, in questi giorni; di belli e di brutti. Ma quasi tutti con l’articolo sbagliato: perché per la maggior parte dei nostri giornalisti, nonché degli italiani, Brenda è “un transessuale”. Eppure non dovrebbero esserci dubbi: una persona che si veste da donna, si comporta da donna e soprattutto si sente donna, che abbia subito interventi chirurgici o meno, che abbia cambiato sesso all’anagrafe o meno, ha una identità di genere femminile e come tale dovrebbe venire chiamata.

Per il Corriere della Sera, tuttavia, Brenda è “il transessuale”; lo è anche per La Stampa e molti altri giornali. Il Tempo si produce in un fantastico articolo in cui “le amiche” del titolo diventano “i transessuali amici” nel testo. Repubblica invece parte bene, ma poi si incaglia: se negli articoli Brenda è consistentemente “la transessuale”, la sua “amica China” diventa poi “il compagno della transex”. Probabilmente l’idea che due transessuali da maschio a femmina possano poi fare sesso tra loro fonde il cervello dell’italiano medio.

La Stampa, in uno stridio di arrampicata sugli specchi, sostiene che si può dire quel che si vuole, in quanto sul dizionario “transessuale risulta essere sia maschile che femminile”. Beh, certo, anche “cantante” sul dizionario può essere maschile o femminile, ma nessuno scriverebbe “il cantante Gianna Nannini” o “la cantante Vasco Rossi”.

Probabilmente, visto come viene trattata la transessualità in Italia, questo è davvero l’ultimo dei problemi; spesso sono le stesse persone in questione, comprendendo la difficoltà altrui, ad accettare senza problemi l’uso di entrambi i generi; e io non sono nemmeno particolarmente appassionato al tema della correttezza politica delle parole, dato che spesso aggiustare le parole mi sembra un pretesto per non voler affrontare la sostanza dei problemi e delle discriminazioni.

Credo però che, da parte di chi scrive per mestiere e parla agli italiani, ci vorrebbe più attenzione verso una persona che, comunque la si consideri, è stata di questo caso la vera vittima. Non oso pretendere che si arrivi, come all’estero, a parlare di queste persone per il loro lavoro o per le loro capacità, invece di anteporre sempre la loro condizione di genere a qualsiasi altra cosa; ma già cominciare a rispettare il loro animo sarebbe un bel passo avanti. Forse la morte di Brenda potrebbe servire a qualcosa, se in mezzo a tutto questo squallore spuntasse almeno un po’ più di coscienza, e un po’ più di rispetto, per la situazione socialmente complicata dei suoi pari.

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sabato 21 novembre 2009, 17:06

Giornalismo, retorica, corruzione e Africa

Louis Farrakhan è un personaggio, per usare un eufemismo, molto controverso: è uno dei leader storici della Nation of Islam, il movimento religioso più estremista dei neri d’America, che predica idee come la separazione dei neri dai bianchi in uno stato indipendente, e che racconta che il suo profeta fondatore, incarnazione di Allah, nel 1934 è assurto su un UFO che da allora gira invisibilmente attorno alla Terra. E’ anche considerato il mandante morale dell’omicidio di Malcolm X, considerato troppo moderato.

Tuttavia, anche se un po’ datata, la sua risposta all’intervistatore di 60 Minutes che gli chiede della corruzione in Nigeria e nei paesi africani è uno dei momenti tipicamente alti del giornalismo americano: da una parte un giornalista che non si fa problemi a fare domande dirette e imbarazzanti e ad insistere senza farsi impressionare dalla retorica, e dall’altra una risposta carismatica che, pur arrivando pericolosamente vicina alla legge di Godwin, grida “pwned” da tutte le parti.

Naturalmente, su Facebook il video è pieno di commenti esultanti ed orgogliosi da parte di nigeriani…

Wallace: You go to Nigeria, which is, if not the most corrupt nation in Africa, and it is, it could be the most corrupt nation in the world, Minister Farrakhan…

Farrakhan: Oh, now, Mister Wallace!

Wallace: …it is the most corrupt nation that I have ever covered, I’ve been there 25 years ago and I’ve been there as recently as last year.

Farrakhan: Fine! So what? 35 years old! That’s what that nation is. Now here’s America, 226 years old, you love democracy, but there in Africa, you’re trying to force these people into a system of government that you just have accepted – 30 years ago, black folk got the right to vote. You’re not in any moral position to tell anybody how corrupt they are. You should be quiet, and let those of us who know our people go there and help them to get out of that condition, but America should keep her mouth shut wherever there is a corrupt regime, as much hell as America has raised on the Earth. No, I will not allow America, or you Mr. Wallace, to condemn them as the most corrupt nation on Earth, when you have spilled the blood of human beings. Has Nigeria dropped an atomic bomb, and killed people in Hiroshima and Nagasaki? Have they killed off millions of native Americans? How dare you put yourself in that position as a moral judge? I think you should keep quiet, because with that much blood on America’s hands you have no right to speak. I will speak, because I don’t have that blood on my hands. Yes there is corruption there, yes there is mismanagement of resources, yes there is abuse, there’s abuse in every nation on Earth including this one! So let’s not play holy or moralize on them, let’s help them.

Wallace: I’m not moralizing, I’m asking a question, and I’ve got an answer.

Farrakhan: Why would you put it as the most corrupt regime in the world? That doesn’t make sense.

Wallace: Can you think of one more corrupt?

Farrakhan: Yeah, I’m living in one. I’m living in one, yes! You’ve done a hell of a thing on this Earth, so you should not be the one to talk. You should be quiet, when it comes to moral condemnation.

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venerdì 20 novembre 2009, 08:47

Mi sono rotto i coglioni di Berlusconi

Anch’io, come già trecentomila italiani, mi sono rotto i coglioni di Berlusconi e voglio gridarlo forte.

Mi sono rotto i coglioni di essere preso per il culo tutte le volte che metto il naso all’estero, da qualche tedesco o francese che ricorda l’ultima buffonata o l’ultima sparata del nostro Presidente “più alto che educato”.

Mi sono rotto i coglioni di un Paese che va alla deriva perché tutta l’energia del nostro governo è concentrata sul fermare in qualsiasi modo i processi del suo premier, a costo di lasciare in libertà anche tutti gli altri criminali.

Mi sono rotto i coglioni di un sistema politico funzionale a una sola persona, in cui la maggioranza prende ordini da lui e l’opposizione lo usa come sponda nei propri giochi di potere interni, guardandosi bene dall’attaccarlo seriamente.

Mi sono rotto i coglioni dell’Italia degli ultimi vent’anni e credo che dirlo una volta di più non sia mai troppo.

Per tutte queste ragioni, vi invito a partecipare al No Berlusconi Day, il 5 dicembre: una manifestazione completamente apartitica, nata dalla rete e da Facebook. Chi può, salti su uno dei pullman e vada a Roma. Per chi non può, stiamo organizzando un raduno alternativo in piazza Castello in contemporanea con la manifestazione principale, con proiezioni di video, musica dal vivo, le immagini da Roma e tanti saluti a Silvio.

Per chi viene dal Piemonte, questo è il gruppo Facebook con tutte le informazioni; questa è la fan page nazionale a cui iscrivervi per segnalare il vostro supporto morale, e questo è l’evento torinese se pensate di venire in piazza Castello. Troverete gazebo informativi nel fine settimana sia in piazza Castello che in piazza San Carlo (io non sarò ai gazebo questo weekend, ci sarò il prossimo).

Concludo dicendo che l’altra sera sono andato per la prima volta alla riunione del gruppo organizzativo torinese, a titolo completamente personale in quanto la manifestazione è apartitica e stiamo tutti cercando di evitare che venga strumentalizzata in qualsaisi maniera (anche se sono piuttosto certo che il 5 dicembre, dopo che queste persone non avranno mai mosso un dito, spunteranno in piazza abbondanti bandiere dell’IDV e dei partiti di sinistra… vedremo come fare). Tranne un paio di noi grillini e un ragazzo di Sinistra e Libertà, tutti gli altri erano cittadini che non avevano mai fatto politica – esattamente come eravamo noi un paio di anni fa quando abbiamo cominciato a lavorare all’idea delle liste a cinque stelle. E’ stato davvero bello vedere che ci sono ancora tanti italiani che non mollano, e che sfruttano le potenzialità della rete per cercare di salvare il nostro Paese… e dunque vi lascio con la foto dell’altra sera.

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P.S. Ovviamente il PDmenoL non aderisce, preferendo un “approccio costruttivo” basato su “azioni concrete” (tipo D’Alema tentato ministro in Europa con il supporto di Silvio). E un bell’“esticazzi” non ce lo vogliamo mettere? Una risata li seppellirà.

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giovedì 19 novembre 2009, 14:54

Topo Gigio raddoppia

Poco fa, sulla Rai, ho visto passare una nuova pubblicità di Topo Gigio, di quelle pagate coi nostri soldi che parlano dell’influenza suina.

Nonostante tutti i tentativi dei media di montare un’ondata di panico, gli italiani non si sono lasciati infinocchiare più di tanto: hanno capito che la grande campagna di vaccinazione serviva più agli interessi delle case farmaceutiche che a quelli della salute pubblica. E’ giusto prendere le nuove pandemie con cautela e proteggere le fasce più a rischio della popolazione, ma qui stiamo parlando di una influenza che, almeno nei paesi sviluppati, ha un tasso di mortalità inferiore a quello della normale influenza invernale, e per combattere la quale si sta cercando di imporre a milioni di persone vaccini sperimentali, perdipiù in un momento in cui il picco dell’infezione pare già passato (anche se è difficile trovare fonti credibili in materia).

Comunque, attualmente noi cittadini stiamo continuando ad acquistare milioni di dosi di vaccino che, data la debole risposta alle numerose campagne di vaccinazione, rimarranno a giacere negli scatoloni – ma intanto le abbiamo pagate. E naturalmente non contribuisce alla fiducia pubblica nell’operazione il fatto che il ministro della Salute Sacconi sia il marito della signora Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria ossia l’associazione delle industrie farmaceutiche: un lievissimo conflitto d’interesse.

Dunque, qual è la reazione del governo al flop dei primi giorni di vaccinazione e del primo spot di Topo Gigio? Beh, il secondo spot di Topo Gigio, che dice che sì, l’influenza suina sta passando, ma già che ci siete vaccinatevi due volte, anche contro l’influenza stagionale! Per fortuna che la popolarità e la credibilità del Topo Gigio di pezza sono più o meno simili a quelle del Topo Gigio umano, Walter Veltroni: dunque anche questo spot sarà accolto con una risata.

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