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Archivio per il mese di ottobre 2009


sabato 31 ottobre 2009, 21:02

Discorsi sulla cultura libera

Il mio lavoro di oggi al Free Culture Forum è stato quello di rapporteur del sottogruppo numero 2 del gruppo di lavoro sulle “logiche organizzative e politiche della cultura libera”. Il gruppo di lavoro comprendeva oltre a me una quindicina di altri invitati di vario tipo e provenienza, come Jamie King, David Bollier, Hilary Wainwright, Marco Berlinguer e tanti altri; a un certo punto ci siamo divisi in sottogruppi e a me e Hilary è toccata la riflessione sulla seguente domanda: “ma esiste veramente un movimento per la cultura libera”? Ossia: c’è un insieme di forze sociali coordinate che promuove l’adozione del software libero, dei Creative Commons, di altre risorse libere e condivise a livello mondiale – oppure ci sono solo tante attività diverse e indipendenti?

Questo è il testo del rapporto che ho scritto, riassumendo la nostra discussione di un’ora: vediamo se vi interessa.

The second sub-working group was tasked with discussing the question: “is there really a Free Culture Movement?”.

First of all it was noted that the answer to this question also depends on what you mean by the term “movement”. To this purpose, the approach that we followed was to examine a number of specific cases and to try and find commonalities among them, to determine whether there could be any universal features that could be used to define a single “movement”.

In the end, it became pretty clear that while all participants to the supposed “movement” adopt similar practices in terms of ways to license and distribute content, not all of them do it with the same purpose and for the same reasons. Roughly, two big groups can be identified: people and environments that see the free culture distribution models as a tool, even for professional and business activities, and adopt them in a utilitarian manner – because they work better than others – without questioning the structure of society and without adopting a political agenda, and people and environments that see the free culture distribution models as an end in themselves, and as a way to promote a political agenda and foster a change in society and economy.

This difference can be also traced back to historical reasons, considering for example the cultural differences between the U.S. hacker culture where free software was born, and the European and Southern social centres where free software was embraced and promoted inside a set of broader political actions.

There was some discussion on whether free culture distribution models embody certain values in themselves, so that even the utilitarian adopters might be unwillingly helping to promote the political agenda of the ideological adopters, and on whether an economic co-existence of free culture models and traditional intellectual property-based models is sustainable in the long term, making the utilitarian approach sustainable in the long term as well. While there certainly are values embedded in the models, it is also likely that if the political agenda of the ideological adopters were to be pushed too far, the utilitarian adopters would disassociate themselves from the “movement” – this was evident in recollection of the distance existing between, for example, Creative Commons and the peer-to-peer file sharing movement.

In the end, we made an attempt to identify some commonalities among the several cases of adoption of free culture models that we examined, and among their adopters:

  • they see value in the act of sharing, though the type of value (political, social, economical or all of these) varies case by case;

  • they draw on the horizontal, networked, distributed organization typical of the Internet model, and on the lack of hierarchies and centralized validation and authorization processes;

  • they struggle for acceptance of the new distribution models in their own environments, though acceptance by whom and for which reasons varies case by case;

  • they tend to become self-aware as a reaction to the threats by established players who want to resist such acceptance, though again the type and motivations of these players varies case by case.

Rather than a “movement”, free culture looks like a big square which people are entering and leaving in different directions. The fact that we meet in the square and share a part of our path together may give the illusion that we all move in the same way, but it is not enough to define all of us as being part of a single “free culture movement”.

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venerdì 30 ottobre 2009, 23:51

Barcellona

Sono a Barcellona per il Free Culture Forum – mi hanno invitato per il workshop sulla politica della libera cultura, ossia un incontro di una dozzina di esperti da varie parti d’Europa: scambieremo le nostre esperienze e poi boh, credo cercheremo di cambiare il mondo stendendo un documento finale.

I contenuti del convegno – tre giorni fitti fitti di incontri dalle nove del mattino alle dieci di sera – sono molto interessanti, ma avrò bisogno di un po’ più di tempo per raccontarli. Nel frattempo vorrei invece dire che Barcellona è sempre un bellissimo posto, attiva e moderna come una capitale economica ma piacevole e romantica come una città d’arte, perdipiù con sole mare e spiagge incorporate. Ho l’impressione che rispetto all’ultima volta che c’ero stato – quasi otto anni fa – la magia della città si sia un po’ consumata, tra nuove ristrutturazioni di lusso e una densità di turisti che ormai, persino fuori stagione come ora, ha dell’impossibile e dunque anche del fastidioso; e anche i prezzi, una volta addirittura convenienti, ormai hanno raggiunto e superato i nostri (1,35 euro la metro, 10 euro l’ingresso alla Pedrera e 40 euro a testa la cena in un ristorantino ottimo e fine ma non certo di lusso).

Comunque, quando meno te lo aspetti la città ti regala ancora qualche momento hors categorie, come trovarsi in piena notte tra la Cattedrale e lo splendido chiostro in stile arabo dell’Archivio cittadino con due tenori evidentemente capaci che per qualche strano motivo si mettono a cantare Santa Lucia tra il buio e le stelle. Provate a trovare una cosa così a Roma o Parigi

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giovedì 29 ottobre 2009, 10:36

La casta write-only

È già da qualche giorno che si fa insistente la promozione di Open Mind, l’ultima invenzione di Chiamparino & c. (ogni tot inventano un maxievento finanziato con i soldi dei contribuenti, in primavera c’era la Biennale Democrazia e quest’anno c’è questo qui): ieri per esempio c’era una bella marchetta su La Stampa.

In teoria, l’evento è finanziato dal fondo europeo per l’integrazione degli stranieri e dovrebbe dunque essere mirato a far incontrare ai torinesi i loro concittadini provenienti da altre parti del mondo; in realtà, infilati un po’ di extracomunitari negli angoli del programma, i fondi sono stati sfruttati per una bella sfilata della “Torino che conta”. Per mettere insieme tal popo’ di ospiti ci saranno volute almeno due o tre serate in qualche salotto del centro!

La lista è davvero impressionante: qualsiasi centro di potere cittadino, grande o piccolo, è stato contattato per piazzare qualcuno. Ci sono i giornalisti (Calabresi e Candito per La Stampa, Bianco e Boccadoro per il TGR), gli imprenditori ben noti in città (Boglione, Gobino, Grom, il De Giuli della De.Ga, e ovviamente Elkann), i mecenati di buona famiglia (Nasi, Sandretto), le squadre di calcio in quota paritaria (Elkann e Cairo per le società, Cereser, Fossati e Trezeguet per i giocatori – ovviamente per il Toro hanno invitato gli ex…), i sindacalisti (Airaudo, Canta), i baroni universitari (Bagnasco, Gallino, Zagrebelsky), gli hiroshimi e assimilabili (Culicchia, Gargarone, Mao), e ci sono quasi tutti quelli che ricoprono una qualsiasi carica di sottobosco politico (Amelio, Barbera, Bellini, Bellino, Bianucci, Christillin… la lista non finisce più), molti dei quali sono anche capaci nella loro professione, ma che sono stati apparentemente selezionati in quanto facenti parte dell’amministrazione cittadina.

E ci sono i politici, abbondanti e calcolati col bilancino: parlano gli immancabili Chiamparino Saitta e Bresso, ma siccome siamo quasi sotto elezioni se parla la Bresso bisogna far parlare anche Cota e Ghigo – altrimenti sai che polemiche – e per Saitta, data la totale nullità del centrodestra in provincia di Torino, hanno addirittura riesumato la commercialista Porchietto. Per i cattolici c’è Mauro Battuello in versione volontariato (forse Vietti non poteva), e infine ricompaiono pure Castellani, Fassino e Violante, centrosinistri nostrani in cerca di identità.

Io naturalmente non voglio esprimere giudizi sulle singole persone; alcune, come Zagrebelsky, sono al di là di ogni dubbio, e in generale penso che la maggior parte di questi verrà a partecipare con la sincera voglia di confrontarsi con il pubblico. Voglio però esprimere un giudizio sulla lista in sé: in generale, sono nomi assolutamente ovvi. Tutti sono estremamente famosi e pompati a vicenda in città, ma, con poche eccezioni, già a Trofarello nessuno sa più chi diavolo siano.

Lo scopo dichiarato della manifestazione è quello di far parlare i maggiorenti cittadini con “la gente”, magari sperando di renderceli un po’ più simpatici, ma partendo dall’idea, come scrive La Stampa, di “insegnare ai giovani come sfondare nel lavoro”. Ora, francamente è meglio non indagare su come molte di queste persone siano arrivate ad essere lì, se l’abbiano fatto per merito o per diritto di nascita, per raccomandazione, per favori di vario genere prestati a persone potenti. Mi spiace non essere a Torino in questi giorni, perché sarei andato a fare qualche domanda scomoda ad alcuni di loro, con il sospetto che mi avrebbero buttato fuori, perché, si sa, queste manifestazioni sono “write-only”: si parla di “dialogo” ma ciò che molti di loro in realtà intendono – specialmente i politici – è avere un palco per farsi promozione personale; e sospetto davvero che lo scopo non dichiarato della manifestazione sia quello di fare un po’ di pubblicità, coi nostri soldi, alla classe dirigente mediocre e provinciale di una città in declino.

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mercoledì 28 ottobre 2009, 13:14

Città isteriche

Ieri sera dopo le undici sono arrivato a Milano, e mi è toccata la solita passeggiata da Dateo a casa. Ero su via Sismondi a non più di quattro o cinque macchine dall’incrocio con via Lomellina quando ho visto il semaforo dell’incrocio diventare verde. Ho pensato se accelerare il passo in modo da essere sicuro di attraversare col verde, ma stavo andando già di buon passo, trascinandomi la valigia, e ho pensato: comunque sono a una ventina di metri dall’incrocio, in pochi secondi sono lì e ce la farò comunque.

E invece, una manciata di secondi dopo, mentre ero ancora all’altezza dell’ultima auto parcheggiata, è venuto giallo, e poi, mentre arrivavo al bordo del marciapiede, rosso.

Mi sono fermato, ma subito ho notato che il rosso era accompagnato da una freccia per svoltare a sinistra per le auto che arrivavano dalla mia direzione; dato che la strada era deserta, ho pensato che sarei comunque riuscito ad attraversare la strada, che non è nemmeno particolarmente larga, durante quella fase. Così, dopo un paio di secondi di sosta, ho messo un piede sulla strada: e in quel momento la freccia verde per girare a sinistra si è spenta, senza nemmeno passare per il giallo, ed è venuto verde nell’altra direzione. Sarà durata quattro o cinque secondi in tutto!

Forse sono i tempi dei semafori di Torino ad essere lenti; da quando ci sono i semafori pedonali da noi hanno inventato il giallo eterno, ovvero il semaforo pedonale che fa un lampo verde e poi si mette sul giallo per quindici, venti, addirittura trenta secondi se la strada è larga, per permettere anche al vecchietto più lento di arrivare dall’altra parte in tempo; i gialli delle auto non sono così lunghi, ma di solito durano almeno una decina di secondi. A Milano, almeno su via Lomellina, anche i semafori sono isterici; i gialli durano tre-quattro secondi e quando sei in mezzo alla strada e li vedi apparire è bene che cominci a correre. Mi son chiesto se sia per dare multe, ma penso di no; credo che sia semplicemente una città che si è tarata su altri ritmi.

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martedì 27 ottobre 2009, 19:28

Sette falci per sette martelli

Il mondo politico trema: a sorpresa, è stata annunciata la nascita di un nuovo partito che rivoluzionerà lo scenario elettorale italiano. Il partito si chiama Comunisti – Sinistra Popolare, ed è frutto della felice intuizione di Marco Rizzo, che si è accorto che c’erano un po’ di partiti che nel nome usavano la parola “comunista” e un altro po’ che usavano la parola “sinistra”, ma nessuno che ce le avesse entrambe. E dunque, di fronte a siffatta esigenza politica, pronta è stata la risposta dei compagni rizziani: voilà la nuova formazione. Che naturalmente “non è l’ennesimo partito”, ma nasce per “costruire un grande movimento anticapitalista e comunista”, come peraltro tutti quelli che l’hanno preceduto.

Io ero rimasto sorpreso ma anche parecchio divertito, quando nello scorso maggio di mattina presto mi ero presentato in tribunale per consegnare le firme della nostra lista civica e avevo trovato già in fila quattro gruppi di persone che si guardavano in cagnesco. Avevo scoperto poi che la ragione era la seguente: per la legge italiana, nel caso un elettore firmi per sottoscrivere la presentazione di più di una lista, la sua firma vale solo per la lista che è stata presentata per prima in ordine di tempo. Il problema è che esistono tanti partiti con la falce e martello nel simbolo e i loro stessi elettori non riescono più a distinguerli l’uno dall’altro, dunque firmano un po’ per tutti: quindi per i partiti di sinistra – che già non godono di grandissimo seguito – la percentuale di firme doppie arriva a livelli mostruosi, addirittura un quarto o un terzo; dunque il partito comunista che arriva per ultimo, pur portando il massimo delle firme concesso dalla legge (nel nostro caso 1500), rischia seriamente di vedersene annullare abbastanza da scendere sotto il minimo (nel nostro caso 1000).

In effetti, facendo i conti, il giornalista che nell’articolo linkato parla di sesto partito comunista italiano si è sbagliato, perché quello di Rizzo in realtà è il settimo; gli altri sono Rifondazione Comunista (Ferrero), Comunisti Italiani (Diliberto), Partito Comunista dei Lavoratori (Ferrando), Sinistra e Libertà (Vendola), Sinistra Democratica (Mussi), e (dimenticato dall’articolista) Sinistra Critica (Turigliatto). Cioè no, in realtà ci sono poi anche i leninisti e i lottacomunisti e altri gruppetti, ma questi sette sono quelli che sono riusciti almeno a presentarsi a qualche elezione, prendendo poi per la gran parte percentuali da prefisso telefonico. Però orgogliosamente, coerentemente e in linea con le aspettative delle masse operaie. Che ormai votano compatte Lega Nord.

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lunedì 26 ottobre 2009, 16:27

Vietato fumare nel passante

Sabato mattina, nella nuova e splendente Porta Susa Sotterranea inaugurata appena una settimana fa, doccia gratis per tutti:

Il motivo? Beh, all’ennesimo passaggio nel chilometrico tunnel di una delle locomotive diesel dirette ad Aosta (linea non elettrificata), il fumo stagnante degli scarichi ha fatto scattare l’allarme antincendio… E dato che nella nuova stazione non c’è niente, nemmeno un ferroviere a presidio, la cosa è andata avanti finché l’acqua non è finita, costringendo chi doveva prendere il treno per Milano alla discesa obbligata sotto la doccia.

Il problema è assolutamente noto; nei trent’anni di progettazione e costruzione del passante si sono dimenticati un piccolo particolare: la ventilazione. I treni a gasolio della linea di Aosta pertanto rendono il tunnel puzzolente e infrequentabile se mai qualcuno ci si fermasse dentro (e per gli operai dei cantieri). Da settimane sul forum di Ferrovie.it si discute di possibili soluzioni, ad esempio con un cambio di locomotiva a Chivasso, in modo da far transitare tutti i treni nel passante con la trazione elettrica; peccato che un cambio voglia dire un allungamento non breve della sosta e la necessità di due macchine per treno.

Domenica 8 ci doveva passare pure il treno storico a vapore diretto a Montechiaro per la Fiera del Tartufo: dopo questo episodio, chissà…

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lunedì 26 ottobre 2009, 11:29

Il segretario del PD? Lo decide la ndrangheta (2)

Osservando i risultati delle primarie del PD, si scopre che regione per regione Bersani ha ottenuto un risultato quasi costante, che varia di poco attorno al 50 per cento; insomma, avrebbe rischiato di non farcela a ottenere la maggioranza assoluta e chiudere i giochi subito, se non fosse per due regioni. Che ovviamente sono la Campania, dove Bersani prende il 65%, e – manco a dirlo – la Calabria, dove Bersani svetta con un risultato bulgaro: il 75%.

D’altra parte, se Bersani non fosse riuscito ad arrivare al 50% sarebbe stata essenzialmente colpa della Sicilia, l’unica regione dove vince Franceschini (47% contro 45%). Parlare di mafia contro ndrangheta è sicuramente ingeneroso per i militanti onesti del PD di quelle regioni, però più ci penso e più i miei timori della vigilia mi paiono confermati dai numeri.

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domenica 25 ottobre 2009, 10:30

Musei un po’ così

Ieri siamo andati a vedere il nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna, approfittando del fatto che, come lancio, l’ingresso è gratuito per tutto il weekend.

La collezione è quella che è: qualcosa di interessante c’è anche (tra cui l’ottimo Warhol dei cinque morti undici volte in arancione, un bel po’ di Fontanesi, le pecore ideologiche di Pellizza da Volpedo), ma per buona parte del giro si sonnecchia; le cose migliori sono probabilmente quelle di arte più contemporanea, da Pistoletto a Gilbert & George fino ad alcune installazioni interessanti appena realizzate.

Tuttavia, vi invito a non mancare una parte speciale della mostra, il sotterraneo. Esso è dedicato a opere d’arte ultracontemporanea che vengono presentate senza nemmeno il titolo. In pratica, si gira per una cantina bianca, luminosa e apparentemente vuota, poi in un angolino si trova, che so, un sacchetto di cellophane rotto e buttato in terra: dopo un po’ (ma solo andando per esclusione, in quanto non c’è nient’altro lì attorno) capirete che quella è l’opera d’arte. Questo fa ovviamente sorgere dei dubbi: infatti anche la sedia di plastica trasparente del guardiano è un’opera d’arte, o è solo la sedia di plastica trasparente del guardiano? Io non lo so, però ho pensato che forse in quella cantina potevano metterci i profughi della Clinica San Paolo: sarebbe stato uno scopo decisamente più degno.

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sabato 24 ottobre 2009, 10:23

Il segretario del PD? Lo decide la ndrangheta

Per completare il bel quadretto di cui parlavamo a livello locale l’altro giorno, non c’è niente di meglio che affiancarne uno nazionale: quello disegnato da Termometro Politico a proposito della distribuzione delle tessere del PDmenoL.

Siccome i dati tecnici possono non essere immediatamente comprensibili, ve li spiego io: quello che loro hanno fatto è di confrontare il numero di tessere del PD esistenti in una data provincia con i voti ottenuti dal PD alle ultime elezioni. Di norma, anche per un (ex) partito popolare come il PD, i tesserati sono più o meno un decimo dei voti; esagerando, possiamo pensare che in province dove il tesseramento è particolarmente efficace si arrivi a un quinto, ossia ad avere cinque voti per ogni tesserato – già un quinto è davvero tanto.

Un quinto vuol dire una percentuale tesserati/voti del 20%; eppure ci sono tutta una serie di province dove tale percentuale sale al 30 o addirittura al 40 per cento. Si può pensare che queste siano province dove, per via di dirigenti locali particolarmente amati o di questioni particolarmente pressanti, c’è stato un afflato collettivo di desiderio per iscriversi al PD; oppure si può pensare che siano province dove ci sono state manovre di tesseramento “a pecora”, di gente che magari nemmeno capisce di essere stata tesserata a un partito e che probabilmente non vota nemmeno il PD, per usare poi i blocchi di tessere per vincere la battaglia congressuale locale a vantaggio di Bersani o di Franceschini.

Ma quali sono queste province? In tutto il Nord la percentuale sta tra il cinque e l’otto per cento: perfettamente normale. In Emilia, Toscana e Umbria siamo decisamente più su, attorno al 10-15 per cento, e ci sono punte clamorose in alcune piccole zone geografiche, come Imola o Piombino; tuttavia sono regioni dove il tesseramento al partito è una tradizione, e sulle zone più piccole anche la statistica ha un valore relativo. Più si va verso sud, più le percentuali salgono, e i casi di province dove ci si avvicina o si supera il 20 per cento diventano la norma, segno di una certa abitudine al tesseramento di massa. Ma c’è una sola regione dove il fenomeno è totale:

In Calabria, tutte le province superano il 20 per cento, e a Vibo Valentia e Crotone si è attorno al 40 per cento: un tesserato ogni due-tre voti al PD.

Per chi votano queste province? In mezzo a tutto il bla bla dell’analisi quantitativa, Termometro Politico offre la seguente spiegazione: il voto congressuale per Franceschini è più o meno indipendente dalla percentuale; il voto per Marino cala nelle province con percentuale alta, dove invece aumenta quello per Bersani.

Quello che vi dico non è un segreto; in maniera più colorita, ne aveva parlato persino Repubblica pochi mesi fa. Del resto, ci sono altri dati strani: per esempio, se la media nazionale di iscritti in ogni sezione del PD è attorno alle cento persone, a Napoli ci sono 624 iscritti per sezione. Ma fa un certo effetto pensare che non sempre, quando si parla di “grande partecipazione dal basso”, ciò è un segnale positivo; e che in una parte consistente del Paese, che influenza pesantemente le decisioni nazionali, i partiti (certo non solo il PD) sono in mano a consorzi d’interesse di dubbia origine.

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venerdì 23 ottobre 2009, 15:30

Integrazione compiuta

Stamattina, al solito Lidl in cui faccio la spesa, si è verificato un evento epocale. Premetto che faccio la spesa nei discount ormai da cinque o sei anni, e in questo periodo ho potuto orecchiare tutte le lingue del mondo: romeno, pugliese, arabo, cinese, veneto, tamarro (nei dialetti “tamarro di via Artom”, “tamarro delle Vallette” e “tamarro di Cascine Vica”) e numerose lingue africane. Ma è la prima volta che in mezzo ai corridoi del Lidl trovo due clienti – lui sulla cinquantina, lei oltre i settanta, madre e figlio – che si parlano in piemontese stretto.

Certo, forse sarebbe stato meglio se l’integrazione fosse avvenuta attraverso un cambiamento al rialzo del livello economico degli immigrati, invece che attraverso un cambiamento al ribasso di quello della ex classe media autoctona. Tuttavia, mentre mettevo nel mio carrello la confezione scorta di prodotto per friggere e un tronchetto di marzapane e cioccolato crucco fino nell’anima, non ho potuto evitare di sorridere.

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