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Archivio per il mese di dicembre 2015


lunedì 28 dicembre 2015, 11:23

Volete sapere cosa penso dello smog?

Volete sapere cosa penso dello smog?

Penso che la situazione è preoccupante ma è altrettanto preoccupante che a preoccuparsene stabilmente tutto l’anno non siamo poi in tanti, mentre molti se ne preoccupano a targhe alterne a seconda di quanto la questione viene pompata dai media del giorno; sono gli stessi che adesso invocano blocchi di tutto ma poi tra due mesi, passata l’emergenza, si lamenteranno perché in strada ci sono troppi ciclisti rompicoglioni e perché si vogliono allargare le strisce blu.

Penso che però (dati alla mano) negli ultimi dieci anni messi assieme ho respirato meno schifezza di quella che respiravo da bambino in un solo inverno, eppure trent’anni fa nessuno si preoccupava più di tanto, mentre ora ne parlano tutti: entrambi questi cambiamenti sono già molto positivi.

Penso che qualcosa di più si sarebbe dovuto fare, qualche blocco totale del traffico, qualche obbligo di abbassare il riscaldamento.

Penso anche però che le targhe alterne o i blocchi diurni di un paio di giorni o i divieti per le auto più vecchie (ormai poche e spesso poco usate) non spostano significativamente la questione, per cui farli o non farli non fa grande differenza per i nostri polmoni; la politica prende o non prende questi provvedimenti per calcoli elettorali e di comunicazione, e non per ragionamenti sanitari.

Penso che per fare davvero la differenza e avere aria pulita anche d’inverno, in attesa di proseguire le politiche che già hanno permesso di ridurre clamorosamente l’inquinamento negli ultimi vent’anni, è necessario essere disposti a bloccare il traffico privato a dicembre in tutta la pianura padana per due o tre settimane di fila, senza eccezioni. Ma tutto: in città e sulle autostrade, auto e camion, per svago e per lavoro. Solo che poi avremmo i supermercati vuoti per mancanza di rifornimenti, i lavoratori dei trasporti in cassa integrazione, i benzinai che piangono miseria, i commercianti e gli agenti di commercio sul lastrico, e tutti gli altri in giro pigiati sugli stessi mezzi pubblici di oggi, perché bloccare il traffico non fa saltar fuori per magia entrate addizionali per migliorarli.

E’ veramente possibile questo? No, non è possibile. E quindi di cosa parliamo? O siamo disposti a cambiare di colpo e molto in profondità il nostro modo di vita e la struttura della nostra economia, o andiamo avanti piano piano con la costante riduzione dell’inquinamento dovuta ai miglioramenti tecnologici, e nel frattempo moriamo tutti un po’, come per tanti altri motivi collaterali alla nostra società del benessere che con la scienza ci allunga la vita, ma ogni tanto ce la accorcia anche.

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sabato 19 dicembre 2015, 17:16

La mia prima alla Scala

Ieri sono stato a Milano per un motivo ben preciso: nell’entusiasmo prenatalizio, in cui tutti dobbiamo essere più buoni, ho accettato uno scambio che da tempo dovevo fare con la mia consorte. Io sarei andato a sentire l’opera alla Scala, e in cambio lei sarebbe venuta a vedere il Toro all’Olimpico.

Che questo spirito di cooperazione fosse destinato al disastro dovevo capirlo subito, quando ieri mattina sono andato alla biglietteria dello stadio e ho scoperto che per Toro-Udinese la Maratona era già esaurita, facendo saltare la seconda parte dello scambio (si recupererà con l’Empoli dopo le feste).

Tuttavia, ogni promessa è debito e quindi ho onorato la mia parte, accettando di andare nel loggione della Scala – un investimento da ben quindici euro a testa – in occasione della rappresentazione della Giovanna d’Arco di Verdi (il compositore, non il centrocampista ex Milan).

Bene, è stata una scoperta: non pensavo che fosse possibile, ma a quarant’anni ho infine trovato qualcosa che fa abbioccare più dei Gran Premi di Formula 1.

Certamente a ciò ha contribuito il fatto che l’unica cosa che potessi vedere dal posto a me assegnato fosse il lampadario appeso al soffitto del teatro; però va detto che se mi alzavo e mi sporgevo sopra quelli della fila davanti riuscivo a vedere l’angolo sinistro della scena, purtroppo sempre vuoto perché il regista dev’essere un borghese reazionario e ha concentrato sempre tutto sul lato destro.

Comunque, a uso della vostra cultura, vi riassumerò brevemente l’opera in questione.

In pratica, l’intera opera di due ore e mezza ha solo tre personaggi: Carlo re di Francia, Giovanna d’Arco e suo padre. La prima parte è centrata sul fatto che Carlo ci prova con Giovanna, la quale è donzella purissima e affidata alla Vergine (ci sono un sacco di invocazioni di Cristi e Vergini in quest’opera, e dopo un po’ comincerete a invocarli anche voi sperando che facciano finire presto il tutto).

Per questo motivo Giovanna non gliela vuole dare, però a un certo punto pensa che sì, insomma, magari, una trombatina col re non ci starebbe male. Bene, solo per averlo pensato parte una mezz’ora di reprimende da parte del Verdi e del suo librettista Temistocle Solera, con tanto di esibizioni di diavoli e dannati e di disperazione del padre di lei, devastato dal dolore di aver messo al mondo una tale puttana, una che pensa prima o poi pure di fare del sesso, la svergognata. O almeno così credo, visto che Temistocle è uno a cui piace usare tutte le parole difficili del vocabolario e anche alcune inventate apposta per non farsi capire, prendendo di peso parole dal latino e italianizzandole come capita.

Comunque, a questo punto dormivo già da mezz’oretta e mi sono svegliato con le luci dell’intervallo, durante il quale sono spariti metà degli spettatori, a partire dal tizio russo seduto accanto a me che dopo un quarto d’ora dall’avvio dello spettacolo aveva già estratto il cellulare e stava chattando su whatsapp per scambiare foto di stangone russe seminude.

La seconda parte è a dire il vero più interessante, anche musicalmente, tanto è vero che non mi sono più addormentato del tutto.

Comincia col padre che, in ossequio alle nostre tradizioni cristiane, cerca di far ammazzare la figlia per punirla di aver pensato di poter prima o poi perdere la verginità (qui si dimostra come le nostre tradizioni cristiane siano in realtà indistinguibili dalle tradizioni pakistane del burqa). Lei peraltro è d’accordo, e autosvergognandosi desidera solo bere un calice di amaro Averno.

In qualche modo Giovanna finisce sul meritato rogo, ma lì, straziata dal senso di colpa e anche un po’ dall’incipiente profumo di arrosto, si prostra in penitenza nel tormento e giura al padre che mai più concepirà di utilizzare la sua vagina, anzi, piuttosto se la sigilla col Bostik.

A questo punto, ripristinata la moralità cristiana, parte una radiocronaca cantata (costava meno che mettere in scena una battaglia) che ci spiega che Giovanna viene liberata, sbaraglia gli inglesi e poi muore, perché comunque lei ci aveva pensato, al sesso, e quindi va bene redimersi ma neanche il Bostik può rimettere insieme la moralità di una donna. Però la Francia è salva e quindi chi se ne frega di Giovanna, son tutti contenti e l’opera finisce.

Ora, come può reagire una persona normale che al giorno d’oggi si trovi di fronte a questa overdose di Dio, Patria e Famiglia, e a un’opera che, secondo Wikipedia, lo storico critico verdiano Carlo Gatti definì pacatamente “un cumulo d’incongruenze e un’offesa continua al buon gusto artistico e alla verità storica”?

Beh, uno può dormire, oppure può sperare che le continue invocazioni “Oh Franchi!” presenti nel libretto preludano all’ingresso in scena perlomeno di Franco Franchi o di Pippo Franco o di qualche altro Franco che salvi un po’ la serata, oppure può chiedersi se, invece di investire una montagna di soldi in questo evento, non potessero semplicemente mettere regista e direttore di fronte a una replica di 16 anni e incinta su MTV, che sostanzialmente è la stessa cosa ma in cinque minuti anziché due ore e mezza, e senza tanti gorgheggi e marcette di ottoni in stile Oktoberfest.

L’importante è solo non farsi trascinare invece dall’entusiasmo, perché se vi piace questa roba finirete per auspicare il ritorno dello Stato Pontificio e pure quello dei Savoia, e non solo a Ballando sotto le stelle.

Però ok, i cantanti erano bravi!

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sabato 5 dicembre 2015, 11:46

Sul Tirreno il M5S cambia pelle

Non so se mi sia ancora permesso commentare quanto accade a Livorno – la sospensione dei consiglieri M5S che sulla questione dei rifiuti si sono dissociati da Nogarin e hanno votato difformemente dalle indicazioni del Movimento – senza che ciò venga visto come un attacco al M5S, ma ci provo lo stesso, perché la situazione tra i consiglieri di Livorno mette in luce uno degli elementi chiave del cambiamento di pelle del Movimento di cui parlavo anche ieri.

Rassicuro comunque coloro che vedono le analisi politiche come un danno a prescindere: questo genere di dibattito interessa agli attivisti e a una piccola quantità di elettori attenti alle forme della politica, ma non sono certo i principi di funzionamento interno dei partiti che decidono il loro risultato elettorale. Se è vero che originariamente il M5S si è presentato come il “movimento dell’onestà e della partecipazione”, ora si è riposizionato come il “partito dell’unica seria alternativa a Renzi”, e come tale si proporrà, secondo me con esito positivo, come successore di Renzi quando gli italiani che lui avrà deluso cercheranno qualcos’altro, anche solo per cambiare.

Questo mutamento, calato anche nella filosofia organizzativa, permette una maggiore efficienza nell’azione politica e nella comunicazione, e riduce le contraddizioni che gli avversari usano per attaccare e il tempo speso nelle discussioni interne, che agli inizi erano fin troppo articolate (come disse una volta Grillo sarcasticamente, “votavamo per decidere se votare”). Esso, secondo me, ha aiutato anche la crescita di consenso dell’ultimo anno, invece di ostacolarla; ed è funzionale a una visione, anche di moltissimi elettori, in cui “l’imperativo è vincere”, una visione che li porta a percepire questo passaggio positivamente, come una prova di maturità e di forza.

Comunque, nel progetto originario, e tuttora nel non-Statuto, è scritto che l’organismo decisionale sovrano del Movimento 5 Stelle, l’unico che può dare direttive vincolanti agli eletti, è “la totalità degli utenti della rete”, ovvero l’assemblea permanente online dei cittadini.

Oggi però dentro il Movimento ci si aspetta che gli eletti si adeguino alle decisioni non della rete, ma delle riunioni chiuse di partito, che siano tra gli eletti o tra gli attivisti (autodefinitisi tali, perché non esiste una regola ufficiale che stabilisce chi tra gli iscritti al portale sia anche attivista, e ogni gruppo si autoseleziona). Addirittura, se leggete la lettera di sospensione inviata ai consiglieri dallo staff nazionale del M5S e riportata nell’articolo, questo viene indicato come uno dei “principi fondamentali di comportamento degli eletti del MoVimento 5 Stelle”, nonché come uno degli “obblighi assunti all’atto di accettazione della candidatura” (anche se mi sfugge dove e come essi siano stati assunti, ma magari a Livorno hanno firmato un documento specifico).

Lo stesso Nogarin, venuto a Torino qualche settimana fa, espose in sostanza la seguente teoria: “ci dobbiamo riunire tra noi a porte chiuse e magari scannarci, ma poi si vota e si decide una linea a maggioranza, e tutti devono sostenere quella in pubblico e si devono adeguare per conservare l’unità”. Teoria che agli attivisti solitamente piace molto e che sembra loro una grande novità rispetto agli ordini dall’alto della “casta dei partiti”, ma che non è altro che il centralismo democratico di scuola PCI, codificato da Lenin in persona.

Il problema è che una assemblea a porte chiuse di quadri o militanti di partito, oltre ad essere facilmente indirizzabile dai leader del partito stesso e a mancare di quella trasparenza totale che una volta era il marchio di fabbrica del M5S, non rappresenta sempre l’interesse dei cittadini; più facilmente, in caso di contrasto tra i due, rappresenta l’interesse del partito. Per cui, questo metodo, se non si vuole essere un partito ma una struttura di “portavoce dei cittadini”, può andare bene per le decisioni organizzative interne, ma non per le scelte politiche.

Sarebbero altri gli strumenti necessari per ridare veramente il potere ai cittadini, a partire dal recall, ovvero la possibilità per i cittadini di far dimettere un eletto prima del termine del mandato. Ma fin che non c’è, io trovo ragionevole che l’unica cosa vincolante per gli eletti del M5S sia la votazione sul portale, oltre a quanto pattuito nel programma elettorale, e non la decisione di una riunione di partito. E quindi, trovo giusto che i consiglieri che non sono convinti di una posizione, in mancanza di una direttiva della rete, possano distaccarsene e seguire la propria opinione anche votando diversamente dal gruppo, senza per questo essere cacciati dal M5S; e questo è il principio secondo cui io mi sono comportato in questi anni, a costo anche di una crescente impopolarità verso i miei stessi attivisti.

Certamente i consiglieri dissenzienti si assumono poi la responsabilità politica delle loro scelte, per cui, se agiscono male, la rete non li ricandiderà (in un certo senso è quel che è successo a me, solo che nel mio caso, invece di decidere la rete, ha deciso la riunione di partito). Certamente bisogna anche appurarne le motivazioni, perché è diverso dissociarsi in piena coscienza da dissociarsi per propri scopi personali; comunque eventuali motivazioni poco nobili vanno chiarite e provate, e non possono essere date per scontate a priori, con quell’abitudine ormai diffusa nel M5S per cui chi non è d’accordo viene assalito in massa al grido di “chi ti paga?”.

Del resto, la lettera dello staff parla di “danno di immagine”, ma se il Movimento fosse veramente orizzontale la responsabilità di una spaccatura e del relativo danno sarebbe di entrambe le parti, e non solo di una delle due; in questo modo si sottintende che delle due parti ce n’è una che comanda (quella in linea con la direzione nazionale, ovvero quella che nei partiti si chiama la “maggioranza interna”) e una che deve soltanto adeguarsi e sempre obbedire (quella non in linea con la direzione nazionale, ovvero la “minoranza interna”).

Ma la retorica del leader o del partito che dà ordini agli amministratori pubblici “in nome del popolo”, sostituendosi al popolo stesso con la scusa della difficoltà di consultarlo o della sua incapacità di governarsi da solo, non mi piace per niente. Non è nemmeno una grande novità; di tutte le dittature novecentesche, non ce n’è una che non sostenesse di comandare “in nome del popolo”; e “in nome del popolo” governano tutte le istituzioni della democrazia rappresentativa che tanto abbiamo criticato. La democrazia vera, però, è un’altra cosa.

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giovedì 3 dicembre 2015, 15:40

Un mese a guardare le stelle

Premetto che questo post non ha un valore politico, tantomeno a nome del Movimento 5 Stelle, e non vuole nemmeno essere polemico; la politica sarà il mio lavoro ancora per qualche mese, ma il mio blog tornerà progressivamente ad essere, come è stato sin dal 2003, un semplice diario personale e la mia finestra sul mondo; e mi spiaceva lasciarlo ancora incustodito.

Le elezioni, comunque, si mettono bene per il M5S; gli ultimi sondaggi danno la coalizione PD+Moderati attorno al 40 per cento, il che vuol dire che al ballottaggio, dove tutti gli altri più o meno convintamente convergeranno su di lei, Appendino parte con venti punti di vantaggio; ne perderà una parte per astensionismo e altro, ma con venti punti hai voglia… Sono in tanti, giornalisti e osservatori, a dirci “avete già vinto, basta che non facciate stupidaggini”.

Per quanto mi riguarda, invece, sono state settimane di isolamento. Da quella domenica in cui Appendino si presentò e io feci il mio annuncio, non ho più sentito nessuno dei dirigenti del M5S; né Bono, né i parlamentari, né Casaleggio. Diciamo anzi che, dal candidato sindaco e dal suo entourage in su, nessuno mi ha neanche vagamente invitato a ripensarci o espresso qualche rammarico, o anche solo un grazie per il lavoro fatto; non mi aspettavo peraltro nulla di diverso, perché in politica, quando se ne va una persona conosciuta, i suoi colleghi di partito vedono essenzialmente lo spazio che si libera per loro. Piuttosto, lo staff della campagna mi ha chiesto di nominare nuovi editor sulla pagina Facebook e di consegnare i dati e il software del sito, e hanno cambiato le password del banking online (l’ho scoperto da una mail automatica della banca, anche se poi, a domanda diretta, la nuova password mi è stata data).

Mi è stato però chiesto di metterci la faccia, assistendo Appendino in alcuni eventi elettorali su temi che ho seguito io, e qualche gruppo di lavoro ha insistito chiedendomi di continuare a partecipare. Agli incontri pubblici ho detto di no, perché mettere la mia faccia su una futura amministrazione di cui non farò parte mi sembra pubblicità ingannevole, ma ho ricominciato, dopo un paio di settimane di pausa, ad andare a una riunione interna, anche se alla fine era solo un incontro di formazione in cui alcuni esperti spiegavano a Chiara le questioni trasportistiche aperte, nel caso in cui qualcuno gliele chiedesse; e visto che erano cose che sapevo a memoria e che c’erano già gli altri a spiegarle, mi sono sentito inutile e dopo un’oretta sono andato via. Andrò comunque ogni tanto alle riunioni in futuro, da attivista, ma preferisco concentrarmi sul mio mandato di consigliere, fin che resterò in carica.

Invece, tra i miei contatti e i simpatizzanti del Movimento, tanta gente mi ha invitato a tenere duro; c’è chi mi prega di fare marcia indietro e di rimettermi in scia, chi vuole che resti nel M5S però a fare opposizione alla direzione che ha preso, chi vorrebbe che andassi avanti con le mie idee in un altro partito o addirittura che fondassi il mio. Ora, a me la politica piace molto, è un onore e una gratificazione, le ho dedicato otto anni della mia vita e potete immaginare come mi sento, tagliato fuori a un metro dal traguardo da un progetto politico di cui sono uno dei fondatori, in cui ho creduto sin dall’inizio e a cui ho contribuito credo ben più di tanta gente che ora si accinge a governare la città e l’Italia. Provare ad amministrare Torino mi piacerebbe, ma non dipende più da me: non si può fare politica nelle istituzioni senza il sostegno di un partito, e non si può fare politica tanto per starci dentro, indipendentemente dai contenuti.

Avrei infatti diverse critiche da fare su queste prime settimane di campagna elettorale del M5S a Torino; sul libro-manifesto, sul posizionamento politico, sullo stile di comunicazione, sul metodo di formazione della lista. Anche in giro per l’Italia vedo diverse cose che non mi convincono molto, dalla querelle di Bologna alla battaglia dei rifiuti di Livorno. Ma a quanto pare sono l’unico a non essere d’accordo, e, come avevo promesso, non voglio fare il vecchio ingombrante e brontolone; quindi, mi taccio, confermo la mia decisione e me ne sto per i fatti miei, limitandomi a qualche commento sulla mia bacheca.

Perché la politica, oggi, è questo. Non è discussione sul bene comune e mediazione tra interessi diversi; è guerra di propaganda, per cui tu devi scegliere una fazione e dire che ha sempre ragione, devi diffondere a macchinetta il materiale pensato da un professionista del marketing, devi allinearti al manovratore, a sua volta allineato a un manovratore più forte, e non contraddirlo mai. Tutto questo non è nel mio modo di essere, e non era questa la politica che volevo costruire.

So che in questo modo, alla faccia delle accuse di “poltronismo” che ho ricevuto in abbondanza da dentro il M5S, perderò delle occasioni personali; del resto, se dal 2006 il sottotitolo del mio blog è “come rovinarsi una brillante carriera in Italia” un motivo c’è. Ma se talvolta mi sento stupido o preoccupato per il futuro, alla fine credo che essere fedeli a se stessi sia l’unico modo di vivere con dignità.

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