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Archivio per la categoria 'StillLife'


domenica 8 Settembre 2019, 18:54

Festival delle sagre 2019 – Giorno 2 – La recensione

Bene, dopo la recensione di ieri potevo lasciarvi senza i piatti di oggi? Ovviamente no. E vi confesso subito un’altra cosa: ho fatto ciò che non andrebbe fatto, e oggi sono andato in auto, perché dovevo poi fare altre commissioni in zona. E’ andata bene perché sono arrivato presto, prima delle 10, approfittandone per vedere la minima ma interessante mostra sull’usura medievale presso il Museo Diocesano; quindi ho evitato la tradizionale coda in uscita al casello di Asti Ovest, e sono riuscito a parcheggiare in centro – due cose che normalmente sarebbero impossibili. Ho però dovuto rinunciare quasi completamente al vino, e già questo è un buon motivo per venire in treno.

Senza ulteriore indugio, ecco i piatti di oggi; in buona parte sono dei classici, resi possibili anche dall’essere arrivati presto e aver fatto il giro alle varie casse a comprare quasi tutti i tagliandini entro le 11:20, prima che iniziasse la distribuzione. Volendo avrei persino potuto prendere le tagliatelle al tartufo, uno dei sacri graal delle sagre (scusate il paragone, ma camminando per il centro ho scoperto che la Grotta di Merlino si è espansa e ha aperto pure ad Asti). Ma mi sono limitato. Ah, e se vi sembra troppa roba, sappiate che oggi eravamo in due a dividercela.

1. Tajarin di mais ottofile con ragù di salsiccia (Antignano) – 8

Un superclassico che non delude mai; la differenza secondo me la fa il sugo, che ha quell’accento in più che li distingue dalle offerte concorrenti. Vista la lunga coda, va preso per primo ed è uno dei posti in cui mettersi a fare la coda al ritiro prima che aprano; la coda è già lunga ma quando iniziano a servire poi sono veloci.

2. Bollito misto (Moncalvo) – 9

Vedi la recensione di ieri; l’ho talmente decantato che Elena ha voluto mangiarselo, ma sapendo che lì anche al ritiro si sarebbe formata una lunga coda, l’abbiamo ritirato subito e usato da antipasto (come peraltro si fa spesso anche col fritto misto).

3. Involtini di peperone con tonno e acciughe (Motta di Costigliole) – 8,5

Anche questo deriva da ieri, e avendolo riprovato (perdipiù con zero coda) gli ho anche dato mezzo voto in più. Diventerà un mio piatto fisso.

4. Lasagnette della vigilia (Castello d’Annone) – 9

Ogni assiduo frequentatore delle sagre ha il suo piatto del cuore e per me è questo. In pratica, si tratta di una lasagnona di pasta all’uovo tagliata a pezzettoni, condita con una specie di bagna caoda molto acciugosa, piuttosto agliosa, e completata da un certo laghetto di olio (e burro?). Non delude mai, ed è pure comoda perché è l’unico stand in cui oltre ai tagliandini ti danno un numero progressivo, per cui se la compri all’inizio puoi presentarti dopo mezz’ora, quando davanti allo stand c’è già un grumo di gente e stanno disperatamente cercando il sessantasette, e agitarti da un lato dicendo “ehi, io avevo il diciannove!” e venire servito su due piedi.

5. Cotechino e purea di ceci (Cantarana) – 8,5

Questo è un piatto che nessuno conosce e che invece merita molto, almeno se vi piace il cotechino. La carne è di notevole qualità, e la purea di ceci, che ha il gusto della farinata ma la consistenza del puré di patate, ci si sposa benissimo. Avrete anche il pane per pulirla per bene…

6. Tomini elettrici (Cantarana) – 7

I tomini erano meglio della media del tomino da ristorante, del genere più cremoso che solido, e con sopra un ottimo bagnetto, elettrico (agliato e piccante) al punto giusto. Però alla fine, tra tante cose particolari, secondo me finiscono per perdersi un po’.

7. Tonno di coniglio (Serravalle) – 7,5

Il tonno di coniglio è un altro piatto piemontese piuttosto difficile da trovare, anche perché la sua preparazione richiede davvero tanta fatica – immagino poi fatto su scala delle sagre… Io lo apprezzo e lo mangio volentieri, e qui il suo guazzetto di olio e pepe, che poi è ciò che dà senso al piatto, era molto buono; però la carne era un po’ troppo sbriciolata e rimasta un po’ dura. Comunque complimenti a quelli di Serravalle per la voglia – è un’altra cosa che prendo regolarmente.

8. Gnocchi alla cunichese (Cunico) – 7,5

Un altro piatto che provoca sempre l’assalto; e son buoni, eh. Il sugo cunichese (non meglio specificato) è un pomodoro che probabilmente ha anche un po’ di carne dentro. Nel complesso, però, non mi hanno esaltato, forse anche perché ero già un po’ pienotto. La fila del ritiro era anche lunga ma molto veloce, insomma è un piatto fattibile come rinforzino a metà.

9. Panna cotta al miele d’acacia (Moncalvo) – 8,5

Anche questo un bis da ieri, di nuovo eccelso; e se fare la panna cotta è facile, fare un’ottima panna cotta non lo è affatto.

10. Bonet (Revignano) – 8

Tanto per cominciare, questo è un bonet. Non è un budino, non è una mousse di cioccolato, non è un crumble di amaretti, non è un creme caramel al cioccolato: è un bonet, e anche se ci si aspetterebbe che in Piemonte tutti capissero la differenza, il ristorante medio ti rifila regolarmente un budino. Il bonet di Revignano, poi, è collaudatissimo e impeccabile, e nonostante io sia dell’antitetica e incompatibile parrocchia della panna cotta, è comunque impossibile non apprezzarlo. E poi, c’era sempre quell’ottimo moscato in abbinamento…

Il conto di oggi, con due bicchieri di vino, e prendendo uno di tutto ma due tajarin e due lasagnette, è stato di 46,40 euro in due: direi più che onesto.

Ora avrei finito fino all’anno prossimo, ma per concludere, permettetemi una domanda: ma secondo voi, uno (e non uno solo) che arriva davanti a due cassonetti marchiati rispettivamente “PIATTI E POSATE USA E GETTA” e “CARTA” e getta i piatti sporchi nel cassonetto della carta, che problema mentale ha?

Ok, sicuramente sono i più tamarri di tutti, quelli che arrivano dalle periferie gobbe di Torino e si riconoscono per due cose, ovvero 1) si mettono in coda per la friciola di Mombercelli e 2) la chiamano “friciùla”. Ma insomma, sapranno almeno leggere le scritte a caratteri cubitali sui cassonetti? Evidentemente no.

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sabato 7 Settembre 2019, 22:37

Festival delle sagre 2019 – Giorno 1 – La recensione

Normalmente, al festival delle sagre di Asti vado la domenica a pranzo: c’è un po’ meno gente e c’è tutto il pomeriggio per digerire. Stavolta, tuttavia, trovandomi solo a Torino il sabato sera, ho deciso di raddoppiare, avendo così modo di sperimentare un po’ di piatti che normalmente non prendo (i piatti interessanti sono molti di più di quelli che un umano possa mangiare in un pasto…). E così, a grande richiesta, ecco la recensione.

Prima, volendovi bene, i dettagli logistici. Ovviamente ad Asti si va in treno, per la precisione col treno delle 17:30, che ti scarica lì alle 18:05; sedendosi sulla seconda carrozza dalla cima, si scende proprio davanti al sottopassaggio e si batte la folla. Arrivando a quell’ora, si ha il tempo di acquistare gli scontrini per un po’ di piatti quando c’è ancora poca coda, prima che inizi la distribuzione alle 18:30 (facciamo alle 18:36, maledetta banda dei bersaglieri e la sua inutile esibizione extra-lunga quando tutti volevamo solo il via per mangiare); e questo fa risparmiare molto tempo dopo.

Certo, alle 18:15 la coda alla cassa del fritto misto era già così:

Ecco, ma fatevelo dire: non andate al festival delle sagre per prendere il fritto, o quelle altre due o tre robe che tutti vogliono, tipo gli agnolotti del plin o le tagliatelle al tartufo. C’è tanta altra roba ottima con molta meno coda, e quei piatti lì potete reperirli alle sagre dei singoli paesi, o dal vostro spacciatore monferrino di fiducia (che nel nostro caso, per il fritto, è il Nuovo Cicòt di Molinasso di Frinco – un posto stile Rubio definito “nuovo” perché la sala è stata rifatta negli anni ’70). Ma ogni volta vedo le maree di folla in coda per la friciola di Mombercelli, che poi sarebbe un maledetto gnocco fritto con salumi come alla festa dell’Unità di Bologna, e insomma, va bene a quelli di Mombercelli che ci fanno il 70% del PIL annuale di tutto il paese, ma davvero non vi capisco.

Veniamo dunque ai voti per i miei acquisti di questa volta, recensiti in ordine di ingurgitazione (considerate che alle 18:22 io già possedevo gli scontrini per tutto tranne i tajarin).

1. Crostone al lardo (San Marzanotto) – 6,5

Di tutto, è quello che mi ha convinto di meno: il pane non sa decidersi se essere morbido o croccante ma comunque è gnecchetto, e la pappa di lardo non è abbastanza sottile da sciogliersi e non è abbastanza spessa da soddisfare il morso. Non male eh, ma non lo riprenderei.

2. Crostone al bagnetto con acciuga (San Marzanotto) – 7,5

Questo era già meglio, il bagnetto era buono e le acciughe erano carnose, ma resta il problema del pane.

3. Involtini di peperone con tonno e acciughe (Motta di Costigliole) – 8

 

Alla Motta hanno iniziato male: pur con una manciata di persone in coda son riusciti a farmi aspettare dieci minuti per un piatto che doveva essere pronto, ma in realtà c’era una signora (una sola) che estraeva gli ingredienti da un cassone e li impiattava piano piano. E però, valeva la pena: era veramente buonissimo. Deve piacervi il povron… io domani però lo riprendo.

4. Tajarin al sugo di carne (Boglietto di Costigliole) – 7

Questa è stata una improvvisazione, perché nei miei pre-acquisti mancava un primo, e passando davanti allo stand non c’era grande coda. Erano buoni, ma niente di indimenticabile: se ne avete voglia e non volete fare la coda per altri primi più rinomati, come gli ottofile al coniglio, possono essere un buon filler, un po’ come quelle canzoni nate per fare il terzo brano del lato B del disco.

5. Salsiccia alla barbera (San Damiano) – 8

Questa è stata la sorpresa positiva della serata. L’ho presa come secondo secondo, per curiosità e perché non c’era tantissima gente, pensando: ok, è salsiccia, che vuoi che sia? E invece era notevole: era in un sughetto addensato che restituiva il fondo di vino e un ricco mix di verdure, e la salsiccia era solida e piacevole al morso. Veramente buono anche il nebbiolo che offrivano in accompagnamento.

6. Bollito misto (Moncalvo) – 9

Su un voto così alto ho riflettuto a lungo, perché della Pro Loco di Moncalvo sono un affezionato, e ogni volta (questa compresa) ci scappa pure la chiacchierata col sindaco, che è un sant’uomo che troverete tranquillamente alle sagre a buttare l’immondizia e servire i piatti, e insomma non vorrei esser di parte. Ma no, il bollito stavolta era veramente eccelso; la testina in particolare era grassa al punto giusto, piacevolmente appiccicosa; il cotechino sapeva di carne e di spezie, e non di trito per gatti; e il bagnetto era bagnetto, non pesto, non ketchup, non prezzemolo caramellato. E poi, una sleppa di ottima carne per dodicimila lire… Andate subitissimo a fare lo scontrino, che poi la coda per il ritiro è umana anche dopo; e godetevelo senz’altro. (L’unica osservazione è che io avevo una mano sola e loro mi han dato le posate in un sacchettino di plastica; senza un posto su cui appoggiarsi, aprire il sacchettino e tagliare la carne era una mission impossible.)

7. Panna cotta al miele d’acacia (Moncalvo) – 8,5

Sarà che me l’ha servita il sindaco, ma era ottima la panna cotta e ottimo il miele: un’altra cosa che domani riprenderò (tanto la panna cotta ha una cassa a parte).

8. Zabajone al moscato con savojardi (Revignano) – 7,5

Questo è un superclassico delle sagre, e ci sta giusto bene a riempire quel buchino che ti rimane quando è ora di avviarti al treno. Lo zabajone è inappuntabile come sempre, i savoiardi però non mi hanno detto granché, mi son sembrati anche un po’ secchetti. Notevolissimo invece il moscato offerto in abbinamento, per chiudere è perfetto.

Conto:
– Crostone al lardo 2,00€
– Crostone bagnetto e acciughe 2,50€
– 1 bicchiere di barbera 1,00€
– Involtini di peperone 3,00€
– Tajarin al sugo di carne 3,50€
– Salsiccia alla barbera 4,00€
– 1 bicchiere di nebbiolo 2,00€
– Bollito misto 6,20€
– 1 bicchiere di barbera 1,00€
– Panna cotta 2,00€
– Zabaione 2,00€
– 1 bicchiere di moscato 2,00€
Totale: 31,20€

Insomma, nonostante i nemici della contentezza abbiano imposto un inusitato rincaro del bicchier di vino da 0,50€ a addirittura due euro in certi casi, alla fine ci si abboffa di robe buone, ci si sversa a sufficienza e si osservano con scherno un sacco di clueless tamarroes per un prezzo più che accettabile (aggiungeteci 10,50€ per il regionale a/r). Con buona pratica e sinuoso scivolamento di code, io alle 19:54 ero sul treno del ritorno, e sono arrivato a casa prima delle nove.

Bene, per oggi ̬ tutto, e ci vediamo domani a pranzo Рe ricordate: dotatevi della mappa sul cellulare e pianificate le vostre mosse; se siete in due, parallelizzate le code (uno alla cassa e uno al ritiro); e osservate bene la situazione prima di piazzarvi, perch̩ quasi sempre le casette hanno una coda/un lato pieno di gente e un altro lato che fa lo stesso servizio ma con molta meno coda. E poi divertitevi!

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giovedì 5 Settembre 2019, 13:56

Bella gente al Regio

Ieri mi hanno portato al Teatro Regio a vedere un bel concerto di musica classica. Volevo raccontarlo, ma siccome non ho tempo, l’ho fatto fare a una intelligenza artificiale, appositamente allenata con tutti gli articoli di Bruno Gambarotta per Torinosette; ed ecco cosa ha prodotto.

“Ieri sera sono andato al Regio a vedere l’inaugurazione di Settembre Musica. Tanta bella gente, un teatro tanto bello neh! Offrivano persino caffé e cioccolatini all’ingresso. C’erano tutti: signori, signore, politici, imprenditori, ereditieri e ereditiere, belle madame vestite eleganti, gli ospiti dell’Opera Pia Lotteri al completo.

Entriamo, ci sediamo, certo che il nostro teatro è proprio una bomboniera! Dopo un po’ arriva l’orchestra, si siedono tutti, ma c’è un attimo di panico: ne manca uno, proprio lì davanti in prima fila! Com’è, come non è, alla fine tutto si risolve: arriva l’orchestrale mancante e tutti lo applaudono per ringraziarlo di essere venuto.

A quel punto inizia la musica… e invece no! Proprio come alla sagra della tinca di Valfenera, sale sul palchetto il presentatore, solo che invece di annunciare i Divina e DJ Robertino, si mette a spiegare che adesso suoneranno un concerto di Beethoven, che però sembra uno di Mozart, e le madame dietro di me si chiedono allora perché fare un concerto di Beethoven se volevano suonare Mozart, e nessuno lo sa, che la musica classica è una roba di finezza, da specialisti!

Insomma, presenta che ti presenta, passano dieci minuti e finalmente il presentatore dichiara aperte le danze e se ne va. A quel punto tutti trattengono il fiato, che devono arrivare i maestri, e infine è così, ma con la sorpresa neh! Infatti arriva un vecchiettino tutto impaludato, che si muove talmente piano che sembra pure lui un ospite dell’Opera Pia Lotteri, e gli orchestrali lo sorreggono: è il famoso direttore d’orchestra indiano, Ermal Meta. Ma dietro di lui, improvvisamente, una gattara!

Arriva insomma questa tizia sui settant’anni, tutta scarmigliata, coi capelli grigi lunghi e spettinati, una magliettina, e una gonnellona a fiori fin per terra di quelle che costano dodicimila lire al mercato di piazza Benefica, e sembra che abbia appena posato le crocchette della colonia felina di via Moretta e sia salita lì sul palchetto per ballare, in attesa di un cascamorto o di altri gatti da portare a casa. E invece si siede lì e niente, gli altri iniziano a suonare, la musica di Mozart di Beethoven si sviluppa sinuosa come le gobbe delle piste del Melezet, e lei lì, seduta sullo sgabello che pensa ai suoi gatti.

Passano così cinque minuti buoni senza che faccia niente, che ti chiedi se forse i gatti non sono dentro il pianoforte e lei è lì per cambiargli l’acqua, ci sarà una pausa, insomma succederà qualcosa. E invece a un certo punto inizia a suonare, e suona bene eh! Incredibile che una gattara suoni il piano così bene. Tutti sembrano stupiti, ma è il miracolo dell’arte, che anche le persone più umili se hanno il talento possono finire al Regio a suonare davanti agli assessori del Comune e della Regione.

E così la prima parte finisce in tripudio, tutti che applaudono che nemmeno al gol di Torrisi, e al gol di Torrisi venne giù il Comunale eh! Applaudono talmente che lei si ispira e improvvisamente suona una roba imprevista che nessuno sa cos’è. Le madame più fini dicono: sembra un tedesco dell’Ottocento, Schumann, Schubert, Schumacher, uno così! E poi ne suona anche un’altra, però ci dicessero cos’è che così cerchiamo il disco, che era proprio bella. Tutti applaudono ancora, uno le porta anche dei fiori, lei fa un gesto come a dire “grazie, ben gentili, ma scusate che domani c’ho i mici da accudire, buona notte!”, e se ne va.

Poi c’è la pausa, andiamo fuori e c’è l’intermezzo Lavazza, con cui anche noi possiamo suonare: ci danno una bacchetta e ci fan suonare le tazzine a ritmo di samba come gli indiani gentili del Mato Grosso, che bella pensata! Non so chi faccia le promozioni di Lavazza ma dev’essere un genio, ad apporre suoni di tazzine e bonghi dopo Mozart di Beethoven, ci stavano bene come il cacio sulle linguine all’astice.

Dopo un po’ manca per un attimo la luce: come nei migliori dormitori delle caserme, è il segnale di tornare dentro. Ci sediamo e c’è solo più Ermal Meta, che ci dà le spalle seduto su un seggiolone alto e vuoto, che sembra gli manchi solo il tupin sotto per fare la cacca senza alzarsi, che poveretto a quell’età ha sicuramente dei problemi, neh!

Dunque la seconda parte è tutta di musica francese. Si capisce che è francese perché, vista anche l’ora tarda, dopo dieci minuti dormiamo tutti. Il compositore francese le prova tutte per vincere la noia, fa i pianissimi, i fortissimi, gli adagi, gli allegri, gli allegretti, tutto il campionario ma niente, una noia, signori miei! All’ultima parte si capisce che è indispettito che tutti dormano, allora fa suonare tutti insieme, gli archi, i fiati, i tamburi, persino le campane che ci siam chiesti se bruciasse di nuovo il Duomo, e invece no, c’era proprio una campana sul palco! Ma compositore caro, non si spaventa così la gente alle undici di sera, che già ho la pressione alta, e il dottore mi dice che devo evitare gli sforzi.

E insomma, è stata una bella serata, e lasciate perdere quei maicontent che dicono che Torino è una città morta: è viva, vivissima! Che siamo usciti fuori alle undici e un quarto ed era persino ancora aperta la metro. Altro che la città grigia degli anni settanta: e son sicuro che a Milano, un concerto così se lo sognano!”

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domenica 5 Maggio 2019, 11:14

Pagare le tasse è quasi bellissimo

Tra ieri mattina e stamattina mi sono dedicato alla mia dichiarazione dei redditi online. Bontà loro, il software diventa disponibile dal mese di maggio; anche se la versione online ha tuttora diversi errorini, ad esempio nel testo di accompagnamento di varie caselle e sezioni. Il modo migliore per accertarsene è confrontare col PDF del modello cartaceo, che invece è corretto; sicuramente si tratta di programmatori pigri/affrettati che facendo la nuova versione a partire da quella dell’anno scorso si sono persi alcuni aggiornamenti dei testi, in parte anche ovvi (se sto presentando la dichiarazione consuntiva dei redditi 2018, l’acconto sull’addizionale comunale sarà ben per l’anno 2019 anche se c’è scritto 2018).

Nonostante questo, e nonostante per qualche motivo i moduli online generino un carico di CPU da supercomputer ogni volta che li apri, il meccanismo ormai è piuttosto funzionale, e con lo SPID ci sono sempre più opzioni utili; per esempio ho scoperto quest’anno il portale della tessera sanitaria, che ti permette di vedere in dettaglio tutte le spese sanitarie già inserite nel precompilato, che io verifico una per una con le ricevute che ho in mano e con il foglio contabile in cui le registro durante l’anno.

Insomma: ci son voluti vent’anni (qualcuno ricorda le orride applicazioni Java per Windows di inizio secolo?), ma adesso su questa procedura sembriamo quasi un Paese civile. Quasi, perché comunque farsi la dichiarazione dei redditi in proprio è sempre istruttivo: scopri la marea di bizantinismi e piccoli regali che costano più di quello che valgono, come intere sezioni del modulo riservate solo a chi ha affittato casa ai terremotati ma solo per il terremoto del 2009, o il codice speciale per indicare che le case a Venezia possono pagare un po’ meno di tasse sull’affitto rispetto a tutto il resto d’Italia. Magari, razionalizzandoli un po’ si abbasserebbero le tasse per tutti…

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mercoledì 20 Giugno 2018, 12:12

Italia spaghetti pizza mandolino (2), ovvero se non ci fosse l’ACI bisognerebbe evitare di inventarlo

Volete sapere come finisce la storia che vi ho raccontato lunedì? Ecco qui.

Ieri mattina alle otto meno un quarto, con una giornata di lavoro da fare e un aereo da prendere alle sette di sera, mi sono presentato agli uffici di Equitalia in centro a Torino. C’erano già quattro persone, tutte in panico: un grosso cartello sulla porta avvertiva che il servizio quella mattina sarebbe stato ridotto o forse nemmeno aperto, causa “assemblea sindacale”. Tu hai cinque giorni per pagare, ma loro possono farne saltare uno perché sì, tanto tu non hai niente da fare, che ti costa tornare domani?

Per fortuna alle otto e un quarto hanno comunque aperto un discreto numero di sportelli, e dopo aver difeso coi gomiti la posizione acquisita nei confronti di un appena arrivato e ridente sessantenne lampadato con l’aria da manager, che in quanto tale voleva passare prima di tutti perché lui ha da fare non come noi sfaticati, spiego all’inserviente cosa devo fare e lui mi dà tre numerini per tre code diverse: una per ripagare per la seconda volta la mia cartella per 569 euro, una per chiedere il rimborso del pagamento precedente di 519 euro, e una per chiedere il documento per la rimozione del fermo amministrativo.

Ovviamente i primi due mi hanno chiamato insieme, ma devo dire che sono stati gentili, permettendomi di rimpallare da uno sportello all’altro e fare le due cose in parallelo, e quello del pagamento mi ha addirittura fatto lui anche il documento per il fermo.

Qui, però, si è ripresentato Kafka: la signora del rimborso mi ha chiesto se invece non volessi usare il pagamento non andato a buon fine in compensazione per il ripagamento della cartella. In pratica, dunque, tu non puoi pagare un debito INPS con un credito IRPEF, ma una volta che loro il credito IRPEF se lo sono comunque preso e tenuto mettendoti intanto il fermo a tua insaputa, esso diventa un credito Equitalia e quello è compensabile con il debito INPS: diabolico!

Peccato che scegliendo questa strada avrei dovuto aspettare un tempo imprecisato perché la compensazione fosse effettuata, rimanendo nel frattempo col fermo sulla macchina. Quindi l’unica soluzione per sbloccare subito l’auto era ripagare la cartella separatamente e chiedere il rimborso del primo pagamento. Ovviamente la cartella continua a maturare interessi (circa il 10% in due anni e mezzo) e va pagata subito, mentre il rimborso avverrà “mah, non si sa, se tra un paio d’anni non l’ha ancora ricevuto si faccia sentire”: mi sono messo un appunto su Google Calendar nel giugno 2020.

Ma il punto più assurdo deve ancora venire: pago, mi danno la quietanza e il nulla osta all’annullamento del fermo, con quello vado all’ACI in via Giolitti per far togliere il fermo al PRA e… non si può: manca un documento. Quale? Ma il certificato di proprietà dell’auto, quello che prova che io ne sono il proprietario e che mi è stato dato dodici anni fa quando l’ho comprata.

Ecco, dunque fateci caso: il PRA, che è il registro pubblico istituito per tenere traccia di chi è il proprietario di ogni auto, pretende da me la prova bollata cartacea che io sia il proprietario dell’auto, pena il rifiuto della pratica. Ma allora cosa esiste a fare?

Per fortuna io sono organizzato, per cui sono ritornato fino a casa, ho scartabellato in vari raccoglitori e alla fine ho trovato il certificato, l’ho portato in un’altra sede ACI accanto all’ufficio, e per 60 euro da oggi la mia auto è di nuovo autorizzata a circolare.

Ovviamente devo ancora pagare entro venerdì altri 540 euro di multa, perché il ricorso si può fare ma quando mai lo vincerai, e poi forse lo Stato mi lascerà in pace… almeno per un po’, a meno che nel frattempo io non sia definitivamente emigrato altrove.

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lunedì 18 Giugno 2018, 13:57

Italia spaghetti pizza mandolino, ovvero una storia di ordinario delirio fiscale

Ieri pomeriggio ho accolto due colleghi tedeschi del mio team; per fargli apprezzare l’Italia, li ho portati in giro per Torino, poi li ho caricati in macchina e siamo andati a mangiare in Monferrato. E’ stata un’ottima serata, fino a quando, nella rotonda all’uscita dell’autostrada di Milano, sono stato fermato dalla polizia stradale.

Porgo al poliziotto patente e libretto, lui mi chiede l’assicurazione, gli spiego che l’assicurazione non è più obbligatoria, mi dice “ah sì, allora guardo online”, poi se ne va in macchina per diversi minuti. Io spiego ai colleghi che è normale, che stanno guardando in un database, loro mi chiedono come mai ci vogliano diversi minuti. Il poliziotto torna, e mi fa: ho una brutta notizia, risulta un fermo amministrativo sulla sua macchina.

Ricorderete che anni fa avevo avuto una vicenda con Equitalia che pretendeva soldi; secondo me e secondo il mio commercialista non erano dovuti, ce ne avevano scorporato un pezzo, poi avevano minacciato il fermo amministrativo e quindi, a ottobre 2015, avevo pagato gli 800 euro che volevano e chiuso la faccenda… o almeno così pensavo. Spiego che ho pagato, e il poliziotto mi fa: deve provarmelo, se no le faccio la multa. Io sono organizzato, gli recupero la ricevuta digitale dal cloud, e lui risponde: no così non va bene, io ho bisogno di qualcosa su carta, con un timbro. Purtroppo io non giro con tutta la mia contabilità in auto, così alla fine lui torna in macchina e mi dice di aspettare.

Passano cinque, dieci, quindici minuti, coi miei colleghi tedeschi che ridacchiano e cominciano a fare l’unico commento possibile, cioè “Italia spaghetti, pizza mandolino!”. Alla fine mi chiamano e mi consegnano un foglio compilato in triplice copia a mano, un capolavoro certosino con decine di fittissime righe di dati, e 500 euro di multa. Mi dicono: ma se ha pagato non c’è problema, vada all’ACI entro cinque giorni e le annullano tutto.

Io spiego gentilmente che oggi e domani ho appunto il meeting del mio team, con gli ospiti tedeschi, e poi domani alle 19 ho un aereo per la Colombia e sarò via due settimane per lavoro; ma questo è indifferente, per lo Stato italiano nessuno ha niente da fare se non stare dietro alla sua burocrazia e a enti che scavano buchi per permettere poi ad altri enti di riempirli, giustificando nel frattempo un sacco di stipendi pubblici (ah, ma è colpa dell’euro). Ma non importa: o così, o la multa diventa di 1500 euro.

A questo punto arruolo Elena, che stamattina comincia una trafila per uffici pubblici. All’ACI la mandano via: il fermo amministrativo risulta, è stato messo a gennaio 2016, quindi noi non c’entriamo, parlatene con Equitalia. Allora va da Equitalia, fa una prima coda di due ore, allo sportello le dicono che il pagamento non era valido perché è stato fatto con una compensazione, e c’è una circolare ministeriale (nemmeno una legge) che dice che quella compensazione si può fare solo per certe tasse ma non per altre.

E’ vero, io a ottobre 2015 pagai compensando con un credito IRPEF; l’Agenzia delle Entrate si prese regolarmente gli 800 euro, scalandomeli dai miei crediti; nessuno mi disse niente, e da allora non mi è stato più notificato né alcun debito pendente, né il fermo amministrativo suddetto. Ma a quanto pare Equitalia ha deciso che il pagamento non era valido, ha messo il fermo senza avvertirmi, e se ne è stata ben zitta continuando a far maturare interessi.

Dopo un’altra ora di coda, Elena viene passata a un altro sportello Equitalia, a cui le dicono che è comunque colpa mia, perché io avrei dovuto sapere che anche se lo Stato si era preso i soldi il pagamento poteva non essere valido. Quindi l’unica soluzione è ripagare una seconda volta la cartella con soldi contanti allo sportello (solo bancomat o assegni circolari), poi fare domanda di annullamento del fermo amministrativo, ma nel frattempo pagare anche la multa perché il fermo amministrativo è legittimo anche se non è stato notificato, e poi fare domanda di restituzione del credito che l’Agenzia delle Entrate si è tenuta due anni e mezzo fa, che è “parcheggiato” (parole loro). Naturalmente sulla cartella che io ripago devo aggiungere due anni e mezzo di nuovi interessi, mentre sul credito “parcheggiato”, che sarebbe rimasto “parcheggiato” all’infinito senza essermi restituito, lo Stato non mi riconosce niente.

Io son qui che mi chiedo cose come “come facevo a sapere di non poter usare la macchina se nessuno me l’ha comunicato?”. Alla fine, però, l’unico commento possibile è davvero “Italia spaghetti pizza mandolino”: sperando che prima o poi la Germania ci invada.

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giovedì 1 Marzo 2018, 13:11

Cosa voterò alle elezioni

Non penso davvero che sia qualcosa che meriti una discussione pubblica, ma visto che da settimane me lo chiedono tutti e me l’ha chiesto persino un giornale locale, non ho problemi a dire chiaramente, alla fine, chi ho deciso di votare.

Naturalmente, visto lo scenario, è un voto al meno peggio. Sono andato per esclusione: l’astensione la capisco ma alla fine mi ripugna, non è nelle mie corde, è come gettare la spugna. Ho considerato seriamente anche il M5S: come ho scritto nell’analisi semiseria di un paio di settimane fa, ha tuttora diversi aspetti positivi; alla fine, secondo me, prenderà più del 30% e sarà il vincitore morale, anche se nessuno sa se riuscirà poi a costruire una maggioranza e andare a governare. Penso che si preparino invece a usare i voti ricevuti per andarsene tranquilli all’opposizione, naturalmente dopo una lunga sceneggiata napoletana – già anticipata in questi giorni – sulla democrazia violata e l’ingiustizia della repubblica parlamentare e del suo Presidente che non fa governare chi “vince” le elezioni, il che è un discorso profondamente eversivo, distruttivo verso la Costituzione che a parole dicono di tutelare, ed è già di per sé una ragione per non votarli.

In più, ovviamente nei ragionamenti entrano anche i candidati del collegio; fossi stato nel collegio di Alberto Sasso – uno che è vicino al Movimento fin dai tempi eroici, e che nel 2010 rifiutò persino la candidatura a presidente del Piemonte, lasciando la via libera a Bono – alla fine sarei stato molto tentato di votarlo. Ma a me hanno rifilato il professore universitario esperto di finanza islamica: anche no, grazie. Peggio ancora al Senato, dove c’è Elisa Pirro, un quadro di partito e una delle persone più arriviste e arroganti che abbia incontrato nel M5S (opinione personale, s’intende).

Del resto, tutti questi bei candidati dell’uninominale, dati alla mano, non hanno praticamente alcuna speranza di vincere il collegio, per cui i voti a loro sono in realtà voti per Laura Castelli e la stessa Pirro, e per tutti i fedelissimi piazzati nelle liste del proporzionale dopo aver superato il vaglio pro-indagati e anti-dissenso di Di Maio. L’unico candidato uninominale che può vincere è il nuotatore novarese a Torino nord, anche se io, se fossi l’abitante di una periferia disagiata, mi chiederei che razza di considerazione hanno di me per paracadutarmi uno sportivo da fuori, giusto per dargli il collegio sicuro.

Di base, per cultura, io sono un elettore irrequieto del centrosinistra; a seconda delle volte ho sempre votato qualcosa tra DS/PD, Verdi, le varie incarnazioni della sinistra e le varie incarnazioni dei Radicali. Certo, crescendo si diventa conservatori e non escludo più a priori il centrodestra (tra l’altro, ho conosciuto Marco Francia, il loro candidato a Torino centro, e mi ha fatto una buona impressione), ma alla fine chi voti: Berlusconi? i razzisti? i fascisti? Non è fattibile; quando ci sarà un serio partito laico e liberale in Italia, potrei votarlo senza problemi; per ora però niente.

Ora, volendo votare il centrosinistra ma non volendo assolutamente avere nulla a che fare con Matteo Renzi (anzi: sperando con forza che il PD vada ben sotto il 20% e lui sparisca per sempre), l’unica scelta possibile è +Europa: non ce ne sono altre. E a me sta più che bene; del resto, l’ultima cosa che ho votato (nel 2008) prima di entrare nel Movimento fu il PD proprio perché aveva Emma Bonino come capolista. Come ho scritto nell’analisi, non sono completamente d’accordo con tutto quel che dice; va bene l’austerità, ma senza esagerare; e vorrei molto meno entusiasmo per le frontiere aperte. Tuttavia, sono più preoccupato dalle sparate populiste, dallo scarso rispetto per le istituzioni e dalle promesse di spesa a debito che caratterizzano tutti gli altri.

Alla fine, in questo momento storico, l’Italia è davanti alla scelta se guardare alla Germania o al Venezuela; e io scelgo la Germania. So che è una scelta controcorrente, che molte persone (molti amici di sinistra, molti ex sostenitori del M5S) mi guarderanno come un traditore amico dei banchieri e del Blidrebregg; ma è meglio essere ultimi in Europa che primi nel Terzo Mondo.

C’è, comunque, ancora un però. Votare +Europa vuol dire votare all’uninominale i candidati del centrosinistra; e se alla Camera non ho alcun problema a votare Paola Bragantini – persona che conosce bene il territorio e con cui, quando ho avuto occasione, ci sono sempre state chiacchierate tranquille e piacevoli – al Senato dovrei votare Stefano Esposito. A Esposito posso riconoscere una qualità, quella di non aver paura di dire le cose come stanno; per il resto, però, ci sono troppe cose che ci dividono, dal Tav alla buona educazione.

Pensavo di risolvere il problema votando invece la persona: Enzo Pellegrin, un santo avvocato che, pur non essendo del Movimento, negli anni in cui ero consigliere si è fatto carico dei problemi legali di tanta povera gente che gli abbiamo presentato; ed è sicuramente, come spirito, molto più movimentista lui della Pirro. Peccato che la sua lista – il Partito Comunista di Rizzo – sia stata esclusa all’ultimo dai collegi piemontesi. E quindi, penso che annullerò la scheda.

Nel complesso, penso che queste elezioni sconvolgeranno lo scenario politico più di quanto non si creda; i sondaggi saranno in buona parte smentiti, come già successe nel 2014, ma stavolta in senso opposto. Se ci sarà un governo M5S, spero che ne emerga la parte costruttiva e riformista e non quella complottista, venezuelana o peggio che vuol semplicemente sistemarsi e poi fare le stesse cose degli altri (vedi Torino). Se ci sarà una grande coalizione, penso che il M5S vincerà alle elezioni successive, a meno che qualcuno non riesca davvero a costruire nel frattempo qualcosa di nuovo, serio e in linea col mondo sviluppato – e in quest’ottica, +Europa è l’unico potenziale seme. In ogni caso, speriamo che l’Italia se la cavi.

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giovedì 26 Ottobre 2017, 13:50

Una piccola spiegazione per l’amministrazione comunale

Stamattina, la metropolitana si è bloccata per un’ora, pare per un treno rotto alla stazione Marche, e la mia compagna ha perso il treno per Milano. In più, mentre ero in giro in bicicletta, ho potuto osservare corso Francia completamente bloccato per chilometri da un gigantesco ingorgo, causato dalle persone che abitando in zona ovest o arrivando in auto dalla provincia a Fermi, e scoprendo la metropolitana ferma a tempo indeterminato, si sono rimesse in macchina per andare a lavorare con quella, sperando di non arrivare troppo in ritardo. Così, ho fatto una foto e l’ho messa su Facebook.

Il post, ripetuto anche sul gruppo Torino Sostenibile, ha fatto un po’ discutere; e mi son beccato risposte incazzate o canzonatorie da tutti i fan del M5S, compresi diversi attivisti e persino il presidente della commissione ambiente:

“C’è navetta sostituiva come sempre. E cmq bloccata solo fino a Bernini.
Cmq la.metro l’ha voluta e costruita il M5S!!!11!!1!1!!”

“Alle 8.25 la metro è tornata regolare.
Ciò significa che per mera “comodità” le persone si sono riversate in strada, creando un traffico enorme che non solo crea inquinamento ma non permette ai mezzi pubblici di circolare liberamente. Chi in coda in questo momento ci metterà più tempo di quanto sarebbe servito prendendo la navetta e attendendo il ripristino del servizio. Probabilmente molti staranno urlando in auto a causa del traffico senza capire che sono “loro” il traffico.”

Raramente ho visto un politico che, a fronte di un disagio causato da un servizio pubblico, invece di scusarsi e minimizzare, se la prende con i cittadini che si lamentano.

Ora, la metro si può rompere, succede.

Allo stesso tempo, è anche normale che chi viene colpito direttamente dai disagi, come la mia compagna, non sia accondiscente e comprensivo, ma si incazzi e pretenda un servizio che si rompa di meno (la metro sarà anche all’avanguardia, ma la manutenzione è carente e ridotta all’osso e questi sono i risultati). E credo abbia tutto il diritto di incazzarsi.

Ma il post non era tanto sulla metro che non funziona.

La cosa infatti che fa incazzare veramente, da cittadino e non da politico, è avere una amministrazione che passa il tempo a farti la morale su quanto sei stronzo.

Ti dice che sei stronzo perché, anche se usi la bici quattro giorni su cinque, il quinto pretenderesti di poter fare la spesa percorrendo sei chilometri col tuo vecchio diesel, senza aspettare le 19, e non accetti in silenzio che te lo vietino.

Ti dice che sei stronzo perché si rompe la metro e tu, “per mera comodità” come ha scritto sopra il presidente della commissione ambiente, prendi la macchina e alimenti gli ingorghi invece che aspettare al freddo un’ora senza certezze sperando che il servizio riprenda, o pigiarti su un bus sostitutivo strapieno, e addirittura ti permetti di lamentarti.

Ti dice che sei stronzo perché non capisci che è tutta colpa del PD (anzi, non te ne frega niente di chi sia la colpa), ma invece pretendi che chi guadagna 9000 euro al mese pubblici per fare il sindaco (o 1500 euro al mese pubblici per fare il consigliere comunale) risolva i problemi di mobilità nel concreto almeno un po’, invece di passare il tempo a farsi i selfie finti con bebè e bici senza sellino e poi a dire che è tutta colpa di Fassino; che sia difficile lo si sapeva da prima di candidarsi, ma da qui a essere totalmente inutili e ininfluenti, e dichiararlo pure con orgoglio come faceva l’altro giorno il presidente della commissione trasporti a proposito dei vigili, ce ne passa.

E allora mi pare normale che quando i nodi vengono al pettine, e i problemi collettivi sono causati da errori e carenze dell’ente pubblico invece che dai comportamenti dei cittadini, i cittadini rispondano per le rime e non siano comprensivi, esattamente come l’attuale amministrazione non è comprensiva col cittadino che ha l’euro 4 (o che paga l’abbonamento strisce blu quadruplicato, o che vuole dare ai figli un panino invece che usare la mensa scolastica, o tante altre istanze di cittadini qualunque che l’attuale giunta ha non solo respinto, ma insultato, umiliato e sbeffeggiato).

Perché io non so cosa farei io al loro posto (peraltro non possono nemmeno dire che non mi sono offerto e che preferisco stare fuori a criticare), ma non è una questione che mi riguarda, visto che non sono io la persona pagata dai cittadini torinesi per amministrare, ma loro; e sono convinto che se l’amministrazione comunale passasse più tempo a lavorare, e meno tempo a lamentarsi e a incolpare il PD e i suoi cittadini in generale, almeno qualche problema potrebbe essere risolto.

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giovedì 14 Settembre 2017, 13:29

La vera vita del ciclista torinese

Stamattina, prima di andare in ufficio, dovevo andare a un appuntamento in centro, vicino a piazza San Carlo. Ho così deciso di seguire le indicazioni dell’amministrazione e di tutti gli ecologisti-moralisti della città, e di andarci in bici. Volete sapere com’è l’esperienza nel mondo reale? Seguitemi.

Piazza Rivoli: Non esiste un attraversamento ciclabile, bisogna buttarsi nella rotonda facendo a gomitate col traffico e sperando di non essere investiti.

Piazza Rivoli angolo corso Vittorio: La pista ciclabile inizia solo dopo i primi cinquanta metri, che vanno percorsi nella carreggiata centrale evitando le auto che si fermano alle strisce e quelle che ti tagliano la strada per immettersi a destra sul controviale. Per imboccare la pista ciclabile, l’unico modo è infilarsi sull’attraversamento passando sui piedi dei pedoni, che giustamente ti mandano a cagare.

Corso Vittorio, tra piazza Rivoli e corso Racconigi: La pista ciclabile sta tra la carreggiata centrale, gli alberi e il muso delle auto parcheggiate, che regolarmente sporgono costringendoti a slalom sulla terra. L’asfalto è bombardato e pieno di buche enormi, già a 10 km/h ti fai male; in più è coperto di foglie e di rami. Sono dietro a un’altra bici, un anziano che va molto piano, e l’unico modo per superarlo è passare sulla terra e sulle foglie, perché la corsia è troppo stretta. A metà percorso, un tizio che attraversa a piedi la carreggiata centrale parlando al cellulare sbuca sulla pista ciclabile, io suono, lui si accorge solo allora di essere su una pista ciclabile, fa un salto e si spaventa. Nel frattempo due ciclisti mi superano percorrendo la carreggiata del controviale: teoricamente è vietato, essendoci la pista, ma non so dargli torto.

Corso Vittorio, incrocio corso Racconigi: La pista ciclabile finisce contro un’auto ferma, col rosso, in coda per immettersi in corso Racconigi, che in quel punto presenta un geniale imbuto che provoca il costante blocco dell’incrocio da parte delle auto in fila. Devo fermarmi e fare lo slalom tra auto che improvvisamente si spostano per reagire ai clacson delle altre auto che cercano di proseguire su corso Vittorio. Dall’altro lato, devo poi aggirare un’edicola (per fortuna è chiusa) per proseguire.

Corso Vittorio, tra corso Racconigi e piazza Adriano: Qui hanno rifatto l’asfalto ma gli altri problemi restano. Rischio anche di essere travolto da un cane di cinquanta chili che sta trascinando una signora di mezza età che, cercando di portarlo a pisciare sulla pista ciclabile, gli urla contro senza riuscire a controllarlo.

Piazza Adriano: Seguo le indicazioni ciclabili e finisco in mezzo ai giardinetti, seguendo un ameno percorso pieno di curve e svolte avanti e indietro che riesce a raddoppiare il tempo necessario per attraversare la piazza, facendomi arrivare all’incrocio con corso Ferrucci esattamente al momento giusto perché il semaforo mi venga rosso in faccia, facendomi perdere due minuti.

Piazza Adriano angolo corso Ferrucci: L’unico modo per riprendere la pista ciclabile, che è sul marciapiede, è infilarsi su uno scivolo pedonale con un gradino di tre o quattro centimetri che mi scuote tutto.

Corso Vittorio, tra corso Ferrucci e via Borsellino: Provo la pista ciclabile sul marciapiede, ma essa è in realtà la zona di attesa dei passeggeri dei bus a lunga percorrenza, ed è occupata da abbondanti masserizie, passeggini, bauli in attesa di caricamento, bambini che corrono e si inseguono giocando per ingannare l’attesa. Nessuno dei passeggeri ha la minima idea di essere su una pista ciclabile, anzi uno mi manda anche a cagare dicendo che non si va in bici sul marciapiede. Appena possibile abbandono la pista e torno sul controviale, evitando i bus in manovra.

Corso Vittorio, tra via Borsellino e corso Castelfidardo: La pista ciclabile è ancora sul marciapiede, ma è ancora più stretta e piena di pedoni di prima; però la percorro lo stesso, perché il controviale è pieno zeppo di auto ferme in coda.

Corso Vittorio, tra corso Castelfidardo e Porta Nuova: In questo tratto non ci sono piste ciclabili ed è quello in cui si va meglio: il controviale è largo e abbastanza poco trafficato. All’incrocio di corso Re Umberto vengo superato da un altro ciclista che mi saluta come “il sindaco che avremmo voluto”. Io ringrazio, ma immagino di essere diventato viola.

Porta Nuova: Qui è un mistero: dove devo passare? Non c’è altro che la carreggiata centrale, a meno di non volersi infilare sotto i portici pedonali della stazione. Ma possibile che in una strada rifatta pochi anni fa abbiano fatto otto corsie per le auto e non uno straccio di passaggio ciclabile? Alla fine opto per la corsia degli autobus, sperando che non ne arrivi dietro uno che comincia a suonarmi (in passato mi è successo). Per girare a sinistra devo accostare a destra sul fondo di via Nizza, non vedo altri modi sicuri.

Via Lagrange: Imboccando la via sotto gli archi di corso Vittorio, rischio il frontale con una signora in bici che imbocca l’arco contromano. Per il resto, la via diventa subito pedonale e facendo un po’ di attenzione ai pedoni si pedala bene; la cosa più difficile è infilarsi tra le gigantesche fioriere messe per bloccare l’accesso alle auto (ma per fortuna che ci sono).

Morale: arrivo al mio appuntamento, dico che sono venuto in bici e mi ricordano che la ditta offre ai clienti due ore di parcheggio pagato sotto via Roma: cosa avranno voluto dire? Io sono comunque contento di essere venuto in bici, ma ci vuole determinazione; davvero non si capisce con che faccia si possa criticare chi preferisce l’auto. Comunque ho una proposta concreta che andrebbe realizzata subito: chiudete tutte le piste ciclabili di corso Vittorio e lasciateci pedalare sul controviale, che è molto meglio; fare piste ciclabili del genere è solo buttar via i soldi.

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sabato 18 Marzo 2017, 10:34

Cellulare pazzo

Ho l’abitudine di controllare ogni tanto i consumi del cellulare, e continuo a farlo anche col numero aziendale TIM. Evidentemente serve, perché stamattina (sono ancora in Inghilterra) ho aperto l’app e ho notato il credito in discesa: nonostante l’azienda abbia ovviamente scelto una tariffa che include il roaming voce e dati in tutta Europa, da un paio di giorni hanno cominciato a farmi pagare i dati; ed è sparita dal mio profilo l’opzione “5 Eurogiga”.

Recupero da un collega il numero di telefono dell’assistenza clienti dall’estero, e chiamo: mi sorbisco quasi due minuti di messaggini registrati, poi risponde una signorina, comincio a spiegare il problema, e tac! “casualmente” cade la linea.

Seconda chiamata: rifaccio la trafila, arrivo all’operatrice, mi dice che quello che ho fatto è il numero per le ricaricabili consumer, mentre io ho una ricaricabile business, quindi non può aiutarmi, ma “anche dall’Inghilterra le basta fare il 191”.

Terza chiamata, faccio il 191: silenzio e poi una voce inglesissima mi dice “you have dialled an incorrect number”.

Allora apro il PC, cerco online, trovo il numero estero dell’assistenza TIM business: +39 33 44 191. Chiamo, e mi risponde una voce computerizzata, che mi chiede di spiegare il mio problema. Lo spiego, c’è un po’ di silenzio, e poi la voce computerizzata mi dice: scusi non ho capito, può ripetere il problema? Io ripeto, silenzio, e il computer mi dice: sto cercando di aiutarla, può ripetere il problema? Al terzo inutile tentativo, finalmente mi passano l’operatrice.

Stavolta è l’operatrice giusta, la conversazione inizia bene perché parto con “buongiorno” e lei risponde “buongiorno” quasi stupita, si vede che la gente di solito nemmeno saluta. Lei controlla, e mi dice: certo, lei ha finito i 5 GB. Ma come? Dato che li controllo regolarmente, so che tre giorni fa avevo ancora quattro giga e mezzo, e poi non ho fatto altro che controllare la posta e poco altro. Mi dice che si può ordinare una verifica, ma ci vogliono 48 ore, e nel frattempo non c’è niente da fare, o disabilito i dati o pago. E poi aggiunge: può provare a guardare anche lei sul web.

Io ordino la verifica, ringrazio, riprendo il PC, navigo tra interfacce incomprensibili, faccio una estrazione dati, e viene fuori quel che vedete nella foto: la mia tariffazione dati ha un buco di 24 ore esatte, l’ultimo giorno in Danimarca, e poi riemerge con la tariffa disattivata.

A questo punto il mistero si infittisce: cosa sarà successo? Aspetto la verifica; certo che mi chiedo come faccia TIM a sopravvivere funzionando così male.

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