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Archivio per la categoria 'NewGlobal'


giovedì 7 settembre 2017, 13:51

Lettera agli amici antirazzisti (4)

(continua da ieri)

4. Conclusioni

Ci sono ancora una manciata di punti che vorrei brevemente affrontare, prima di lasciarvi andare.

Il primo è rassicurarvi sul fatto che anch’io penso che l’immigrazione non sia soltanto un problema di repressione e ordine pubblico; e che sia altrettanto importante costruire un cammino di integrazione e anche di cittadinanza per le persone che arrivano qui dall’estero legalmente, nell’ambito di una programmazione di flussi migratori, con la sola intenzione di costruirsi onestamente un futuro migliore; e anche per i loro figli. Queste persone devono venire tutelate dallo sfruttamento e dal razzismo (quello vero), e diventare una componente positiva del popolo italiano del futuro; e sono anche le prime vittime della xenofobia alimentata dall’incapacità di distinguere tra loro e chi invece immigra senza integrarsi o peggio delinquendo.

Il secondo è relativo ai rifugiati, che sono un caso particolare, innanzi tutto dal punto di vista del diritto internazionale. Io sono ben d’accordo nell’accogliere “fuori quota” e nel tutelare i rifugiati veri, che però, da dati ufficiali, sono meno del 20% di quelli che bussano alle nostre porte. Divento però meno disponibile quando voi utilizzate l’oggettiva difficoltà di distinguere tra rifugiati e immigrati economici per sostenere che dovremmo accogliere alle stesse condizioni anche questi ultimi. Questo, permettetemi, è un trucco per far passare l’idea delle frontiere aperte di cui abbiamo già discusso; e, dal mio punto di vista, è non solo intellettualmente scorretto ma concretamente pericoloso per la sostenibilità di tutto il fenomeno.

Il sistema della convenzione di Ginevra, pensato per l’accoglienza di un numero ridotto e ben definito di popolazioni private delle proprie case dagli sconvolgimenti geopolitici seguiti alla seconda guerra mondiale, non è stato certo concepito per gestire una migrazione di massa dai Paesi meno sviluppati a quelli più ricchi, resa possibile dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico ed economico di tutto il pianeta, e inimmaginabile quando la convenzione è stata scritta.

Se è vero che in una situazione del genere la distinzione tra rifugiati e immigrati economici si assottiglia e tende a sparire, secondo me l’unica conclusione logica è allora gettare nel cestino la convenzione di Ginevra e studiare un nuovo sistema di gestione planetaria dei flussi migratori, che magari, lo dico per voi, potrebbe persino essere l’anticamera di quella libera circolazione globale delle persone che voi tanto sognate, nel momento in cui essa, a fronte dell’assottigliarsi progressivo delle differenze globali, dovesse diventare sostenibile.

L’ultimo punto, più spinoso, è relativo alla vostra crescente voglia di risolvere il problema del razzismo dilagante semplicemente vietandolo: chiedendo a Facebook di cancellare post e account e invocando la galera per la prima sparata contro la Boldrini o l’africano di turno.

Io non credo che sia un metodo destinato a funzionare, perché in un clima di complottismo diffuso, in cui anche le persone più umili e ignoranti hanno a disposizione mezzi di comunicazione molto potenti per spargere qualsiasi idea, la repressione dall’alto genera soltanto maggiore convinzione e maggiore propaganda orizzontale dal basso. Ma soprattutto, sono preoccupato di come esso possa allargarsi diventando una forma di fascismo anch’esso, di censura progressista che obbliga al silenzio idee politiche diverse e pienamente legittime.

Nello specifico, un conto è il razzismo – considerare altri esseri umani come intrinsecamente inferiori – e un conto è, semplicemente, desiderare un modello di società diverso, più omogeneo e più vincolato ai valori delle società occidentali, che non sono affatto reazionari, ma sono anzi proprio quelli ottenuti con le conquiste del dopoguerra in termini di libertà personali. Io posso benissimo ritenere gli stranieri uguali o persino migliori di me, ma allo stesso tempo desiderare di vivere in una società con meno immigrazione e con meno culture diverse dalla mia, o trovarmi a maggior agio nella mia cultura di origine e per questo non voler scendere a compromessi con i punti di vista, spesso retrivi, di altre culture; e in questo non c’è niente di razzista e niente di illegittimo.

Posso, senza essere razzista, dire che i ragazzini sudamericani che si mettono all’una di notte con le radio a tutto volume sotto casa mia, o che il ragazzone di colore che mi insegue al supermercato con insistenza per farsi dare l’euro del carrello, non mi piacciono e non dovrebbero essere lì, senza che mi venga chiesto di dimostrare preventivamente che non ci sono italiani che si comportano allo stesso modo, senza che mi venga vietato di essere infastidito da questi comportamenti imponendomi di subirli in silenzio “per tolleranza”, senza che mi si tirino fuori statistiche per dimostrare che in realtà gli immigrati da noi sono pochi e in altri Paesi ce n’è percentualmente di più (anche qui, uno solo che si comporta male è già uno di troppo), e senza sentirmi dare del razzista e vedermi ostracizzare pubblicamente se dico una semplice ovvietà, ossia che preferisco una società in cui queste situazioni non ci sono.

Se voi volete che tutti i “razzisti” italiani, invece di diventare progressivamente razzisti senza virgolette, vengano incontro alle vostre visioni del mondo, anche voi dovete incominciare a riconoscere che i problemi di vivibilità e di sicurezza creati dall’immigrazione non sono bugie dei titolisti di Libero ma sono fatti reali, e che non vanno minimizzati e negati ma affrontati con decisione; non sono né un tabù, né una fisima, né una invenzione razzista.

In questo modo, si potrà ricostruire un dialogo e infine ritrovare una società coesa, comprendente anche una buona percentuale di immigrati. Altrimenti, davvero la prospettiva è di una mezza guerra civile, magari nemmeno mezza; ed è una prospettiva da cui abbiamo tutti soltanto da perdere.

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mercoledì 6 settembre 2017, 13:51

Lettera agli amici antirazzisti (3)

(continua da ieri)

3. Immigrati e legalità

Avendo premesso che lo Stato italiano ha tutto il diritto di scegliere chi far entrare e chi no, si può affrontare dunque il rapporto tra immigrati e legalità, e come dovrebbe approcciarsi l’Italia ai reati degli immigrati, nonché alle persone che entrano in Italia senza permesso.

Su questo tema si fanno grandi cagnare basate sul nulla, che in genere finiscono a colpi di dati presi chissà dove e strumentalizzati per dimostrare, alternativamente, che gli immigrati sono quasi tutti criminali o che gli italiani sono molto più criminali degli immigrati.

E’ nata una intera branca di statistica, che analizza le proporzioni tra italiani e stranieri nella popolazione e negli elenchi dei delinquenti per dimostrare che gli immigrati hanno tassi di delinquenza superiori a quelli degli italiani; cosa che per molti reati comuni è vera, ma è anche una normale conseguenza di condizioni sociali sfavorevoli, e non autorizza a criminalizzare gli immigrati a prescindere.

E’ nato anche un intero genere letterario a scopo antirazzista, consistente nel prendere citazioni storiche da rapporti di un secolo fa relativi all’immigrazione italiana in altri Paesi, rimuovere i riferimenti e mostrare che sono le stesse cose che oggi gli italiani dicono degli immigrati africani; cosa che è altrettanto vera, ma che è anch’essa semplicemente normale per lo stesso motivo sopra citato, visto che per le stesse dinamiche sociali è sicuro che gli immigrati italiani negli Stati Uniti di un secolo fa fossero mediamente più criminali di era arrivato prima e già vi si era integrato; e non è comunque una buona ragione per non perseguire gli immigrati che delinquono.

Alla fine, il dibattito si coagula sullo scontro tra chi si indigna perché l’immigrato di turno stupra, accoltella, rapina, spaccia, occupa, bivacca e disturba, e chi, dal fronte “antirazzista”, si indigna perché gli altri non si indignano allo stesso modo quando gli stessi comportamenti sono commessi da italiani; e dà dunque ai primi dei “razzisti”, peraltro finendo per strumentalizzare a questo scopo ogni genere di tremenda notizia di cronaca (un commento frequente a qualsiasi stupro commesso da italiani, invece di pensare alle vittime e a come evitare questo tipo di reati, è “visto, razzisti?”: e qui, sì, mi fate parecchia tristezza).

Comunque, da “razzista”, lasciatemi spiegare: io mi indigno anche quando i reati sono commessi da italiani, e lamento in generale il lassismo della giustizia italiana verso tutti i crimini e in particolare verso quella microcriminalità urbana, dallo spaccio ai furti, alle occupazioni e persino al semplice disturbo degli altri, che è quella che più crea paura e sensazione di degrado, perché è quella che più impatta direttamente la qualità della vita quotidiana dell’abitante medio delle nostre città. Eppure, sì, reagisco diversamente quando il reato è commesso da uno straniero. Ma non perché lo straniero sia più antipatico, o “inferiore”, rispetto all’italiano, ma perché l’italiano criminale ce lo dobbiamo tenere, mentre, conseguentemente al principio di sovranità di cui abbiamo già discusso, lo straniero è qui per nostra scelta, per nostra gentile concessione; e questa, che non è per forza un’aggravante in senso giuridico, è però certamente un’aggravante in senso politico.

Per questo, secondo me l’intera discussione sulla criminalità degli immigrati non è questione di rapporto quantitativo con la criminalità italiana, di percentuali o di numeri. E’ che un singolo reato commesso da uno straniero è già un reato di troppo, perché quello straniero avrebbe perlomeno potuto, se non dovuto, non essere lì; e questo vale ancora di più se lo straniero è irregolare e/o recidivo.

Per questo, inoltre, credo che la risposta ai comportamenti antisociali degli immigrati, anche non particolarmente gravi, debba essere l’espulsione, almeno nell’ambito di una valutazione della loro condizione generale. Mentre trovo sbagliato cacciare una persona che ha lavorato per anni onestamente, magari ha anche messo su o portato la famiglia, poi ha perso il lavoro e con esso il permesso di soggiorno, trovo invece che un ragazzo africano che è qui da solo, non ha un lavoro, vive di espedienti precari, e poi magari aggredisce un controllore che gli chiede il biglietto sul pullman, vada espulso immediatamente e in maniera efficace, rimettendolo fisicamente sul primo aereo: perché non ha comunque prospettive credibili di integrazione positiva, e anzi, con il suo comportamento, contribuisce a creare la paura dell’immigrazione e in ultima analisi il razzismo vero di molti italiani.

Una maggiore selezione di chi immigra in Italia – già prima dell’arrivo per quanto possibile, in funzione delle necessità collettive e delle capacità socioeconomiche di assorbire e integrare nuovi arrivi, e senz’altro dopo l’arrivo in base ai comportamenti – è non solo legittima e tutt’altro che razzista, ma opportuna; ed è semplicemente quello che fanno tutti i Paesi del pianeta.

Per questo mi dà molto fastidio sentirmi dare del razzista quando mi indigno per un reato commesso da un immigrato, e più ancora per la giustizia italiana che prontamente lo rimette in libertà, spesso dando luogo a immediate ripetizioni del reato. Non solo tutto questo non è necessario, ma è tutt’altro che “antirazzismo”: è la via migliore per creare talmente tanto odio per gli immigrati da dare via libera sul serio a un nuovo fascismo.

(continua domani)

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martedì 5 settembre 2017, 14:25

Lettera agli amici antirazzisti (2)

(continua da ieri)

2. Sovranità e frontiere

Il secondo tema su cui spesso mi trovo a discutere con gli “antirazzisti” e le persone di sinistra è quello del rapporto tra immigrati e legalità; quello per cui io auspico l’espulsione immediata di uno straniero che viola la legge e mi sento dare del razzista, con contorno di “anche gli italiani delinquono”. Eppure, analizzandolo bene, questo tema deriva da una divergenza di fondo che bisogna mettere in chiaro, quella sul senso stesso di termini come sovranità e cittadinanza.

Per dirla in breve, secondo me uno straniero (inteso come persona che non abbia cittadinanza italiana o europea, a prescindere dall’origine etnica) è un ospite, che sta sul territorio italiano per una gentile concessione del popolo italiano che può essere data e tolta secondo regole che l’Italia può fissare sostanzialmente a proprio piacimento; e lo scopo dello Stato italiano è la prosperità degli italiani, che ovviamente tiene anche conto del destino dell’intero pianeta e si rapporta agli altri Stati in modo pacifico e costruttivo e non in modo aggressivo e discriminatorio, ma che, nel momento in cui un contrasto diventa inevitabile, mette gli interessi degli italiani davanti a quelli di tutti gli altri.

Dall’altra parte, io vi sento invece riproporre la classica visione internazionalista e terzomondista secondo cui tutti gli esseri umani sono fratelli e la Terra non dovrebbe più avere frontiere, permettendo a chiunque di andare e stabilirsi ovunque desideri senza vincoli, ma anche obbligando tutti gli Stati a farsi carico dei problemi di tutti gli altri, per cui se in Libia i migranti economici sono maltrattati o se in Sudan c’è una carestia allora è dovere e obbligo diretto anche dello Stato italiano fare qualcosa, perlomeno accogliendo qui chi si presenta a chiedercelo, indipendentemente dalla sua effettiva condizione.

La vostra è una visione nobile, non lo nego, e forse anche un buon obiettivo per il pianeta nel lungo termine; ma è anche una visione semplicistica, che non fornisce alcuno strumento concreto per trattare i problemi pratici di integrazione in Occidente e di sviluppo nel Terzo Mondo, dato che nella vostra visione essi non esistono e se esistono sono semplicemente colpe dei singoli “razzisti” e non problemi collettivi del sistema.

A me, comunque, quel che preme è altro: la vostra visione non mi darebbe fastidio se non fosse accompagnata dalla negazione della legittimità stessa di tutte le altre visioni, a partire dalla mia, in quanto “razziste” o perlomeno “discriminatorie”. Eppure, se così è, non solo tutti gli altri italiani ma anche tutto il resto del pianeta è razzista, visto che trattare diversamente le persone a seconda che abbiano un passaporto nazionale o meno è il principio di funzionamento normale di tutti gli Stati del pianeta, compresi gli stessi Stati africani, in diversi dei quali vigono addirittura discriminazioni su base etnica o religiosa; e non conosco una sola nazione al mondo che applichi davvero l’idea di un mondo senza passaporti.

Razzismo è trattare diversamente i cittadini di uno stesso Paese a seconda della loro origine etnica, della loro religione o di qualsiasi cosa che non siano le loro azioni e la loro situazione personale; chi dice “prima gli italiani” per sostenere che un cittadino italiano di origine straniera non ha gli stessi diritti di un italiano da sette generazioni è razzista e va fermato. Ma che ogni Stato si occupi innanzi tutto dei propri cittadini, applicando agli stranieri regole diverse almeno per quanto riguarda la loro permanenza e la loro partecipazione al contratto sociale nazionale (tasse, servizi, rispetto della legge…), è semplicemente la normalità delle cose.

Anzi, io trovo se mai sottilmente razzista la vostra visione, oltre che contraddittoria: perché tipicamente, quando si parla di intervenire per “esportare la democrazia” in Paesi autoritari o di investire con capitali europei nel loro sviluppo, voi vi stracciate le vesti e gridate al colonialismo e alla violazione della loro indipendenza e sovranità. Allo stesso tempo però, se questi Paesi liberamente si scelgono un governo che spreca le risorse economiche e nega i diritti umani, la cosa diventa subito un problema nostro, come se non consideraste questi Paesi davvero capaci di autogovernarsi; e quindi, invece di sostenere dall’esterno quella parte più avanzata delle società locali che potrebbe darsi un governo decente (non sia mai, è intromissione, è colonialismo!), la vostra umana e antirazzista soluzione è la deportazione programmata (pardon, “accoglienza”) della popolazione locale in Europa, dove potrà poi adattarsi a raccogliere pomodori per i nostri industrialotti senza scrupoli, o a bivaccare per strada in attesa di un lavoro che non esiste.

Comunque, non pretendo di convincervi di alcunché, se non di una cosa: chi parla di sovranità e di frontiere non è per questo un razzista, e non è corretto, né utile a nessuno, definirlo come tale. Se riusciremo ad accordarci su questo concetto, avremo già messo una base comune per una discussione più civile.

(continua domani)

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lunedì 4 settembre 2017, 13:57

Lettera agli amici antirazzisti (1)

Cari amici antirazzisti,

avrei voglia di parlare anche d’altro, e non solo di immigrazione e Islam, ma per mettere un punto fermo al discorso ho bisogno di chiarire per bene alcune cose, per evitare che le differenze di opinione possano infine trasformarsi in inimicizia. Per questo ho scritto una lettera che è via via diventata così lunga da meritare una pubblicazione a puntate, oggi e nei prossimi giorni, analizzando nel dettaglio diversi aspetti del problema.

Negli ultimi tempi sempre più spesso, anche da persone che stimo, mi sono sentito accusare di fascismo e di razzismo per i miei commenti alle continue notizie di cronaca riguardanti l’immigrazione, o, al contrario, fare complimenti da persone notoriamente di destra (persino da un noto esponente di Casapound). Io sono certo di non essere né fascista né razzista, ma certo, (non) ci ho dormito su, e l’esame di coscienza me lo sono fatto.

Ed è un esame di coscienza inevitabile anche a fronte dell’aumento del livello dello scontro proprio da parte degli “antirazzisti”, le cui bacheche ultimamente sono piene di allarmi sul nuovo fascismo e di promesse di lotta dura senza paura, tra richiami ai nonni partigiani e “dopo Christian Raimo in TV niente sarà più come prima” (c’è un post di Marco Giacosa che sarebbe un bell’esempio, ma è privato). E io, presumo, dovrei finire dall’altro lato della barricata: da quello dei fascisti.

Io, però, da quel lato della barricata non mi ci ritrovo; ho delle idee che non sono le vostre, ma non sono nemmeno quelle becere del razzismo di pancia che sta conquistando mezza Italia. Vorrei, dunque, che anche alle mie idee fosse riconosciuto diritto di cittadinanza, senza sentirmi insultare ogni cinque minuti (sì, perché per quanto mi riguarda “fascista” e “razzista” sono insulti e anche gravi).

Vorrei anche suggerirvi una riflessione: che più si restringe ciò che secondo voi è accettabile come idea non razzista, più automaticamente andate a ingrossare le fila dei “razzisti”; e alla fine, anche chi fascista non è potrebbe davvero sostenere o perlomeno non opporsi a una svolta politica in quella direzione, a forza di sentirsi dire da voi che il fascismo è quello che rappresenta meglio le sue idee e la sua visione; esattamente come successe cento anni fa.

Al centro di questa discussione ci sono alcuni grossi capitoli, e ne tratterò uno al giorno; comincerò dall’approccio che una società laica e occidentale deve avere verso l’Islam, e poi allargherò il discorso al tema della sovranità nazionale e delle frontiere, e al rapporto tra legalità e immigrazione.

1. Islam e laicità dello Stato

Sono sicuro che voi antirazzisti – quelli che ho tra i miei contatti, visto che poi c’è tutto un altro filone di “antirazzismo cattolico” che dell’influenza clericale dell’Islam è solo contento – siete e vi sentite laici, e sono certo che avete passato anni a criticare le intromissioni della Chiesa Cattolica su temi come l’aborto, la procreazione assistita, il fine vita. Eppure, quando si parla di Islam magicamente il principio di laicità dello Stato, la tutela dei diritti dei singoli rispetto a prescrizioni religiose arcaiche e disumane, passa in secondo piano, dando il via libera a comportamenti che, se fossero adottati dai cattolici in nome della loro cultura praticante, avrebbero suscitato interi editoriali indignati.

Sarebbe bello se il principio di tolleranza religiosa delle società occidentali potesse essere applicato senza limiti, ma a un certo punto tra tolleranza religiosa e garanzia dei diritti scatta il contrasto, e allora è necessario fare una scelta. Cominciamo da una questione minore ma attuale, quello della macellazione rituale, legata all’appena svolta Festa del Sacrificio, in cui autorità pubbliche di ogni colore sono sfilate in corteo generalmente senza dire una parola sul fatto che in Italia uccidere un animale senza prima stordirlo è illegale, anche se una legge del 2013 (art. 4) dice che ciò non può essere sanzionato se viene “prescritto da riti religiosi” (non solo islamici, anche ebraici ovviamente) e svolto in strutture autorizzate.

In questo modo si è reintrodotto ufficialmente il principio che le leggi religiose emesse da una chiesa prevalgono su quelle umane, stabilite democraticamente da tutta la collettività. Questo è il principio che è in gioco quando si parla di accoglienza e di Islam, e su questo, voi che vi definite laici e progressisti cosa scegliete?

Nel caso dell’Islam, questa scelta è particolarmente importante, perché non riguarda certo solo gli animali, ma impatta direttamente sulle libertà fondamentali delle persone. Le altre religioni monoteiste sono state responsabili nei secoli di barbarie e violenze non diverse da quelle dell’Islam, ma, almeno in Occidente, sono state depotenziate negli ultimi tre secoli grazie all’illuminismo, a Porta Pia, al socialismo, alle lotte per la laicità e per i diritti. Per quanto l’influenza del cattolicesimo sulla vita della società italiana sia ancora (troppo) forte, le donne, gli omosessuali, i cittadini in genere godono oggi in Italia di tutti quei diritti che una lettura letterale della Bibbia o un governo clericale gli negherebbe. Con l’Islam non è così, e non perché gli islamici siano meno umani o meno intelligenti dei cristiani, ma perché l’evoluzione delle loro società e delle loro chiese non è passata dalle nostre stesse vicende storiche e culturali.

Questo, ovviamente, non va applicato solo all’Islam, ma a qualsiasi religione e cultura d’origine; anche varie culture africane non islamiche, comprese alcune cristiane, prevedono tuttora comunemente pratiche orribili e inaccettabili, come l’infibulazione delle donne. Nel caso di molti immigrati, quindi, il conflitto tra le pratiche religiose e culturali a cui sono abituati e le leggi occidentali è ampio e profondo. Non riguarda solo gli animali o le abitudini alimentari, ma attacca in profondità i diritti umani che sono alla base delle società occidentali.

Insomma, se l’Islam in sé non è un problema, e l’Occidente è già pieno di islamici che ci vivono tranquillamente, tuttavia una società islamica osservante così come concepita e realizzata oggi in gran parte dei Paesi musulmani, dalla repressione dell’omosessualità alla poligamia, dal maschilismo nell’ordinamento familiare alle pene corporali, fino all’idea stessa di uno Stato non laico, è incompatibile con l’Occidente e con la nostra Costituzione; e voi dovreste essere i primi a ripeterlo.

E’ su questo che contesto la tolleranza che predicate: voi avete cominciato a citare Popper e a dire che per difendere la tolleranza è necessario essere intolleranti con gli intolleranti, applicando questa idea a chiunque per voi sia tacciabile di razzismo, ma stranamente non siete disposti ad applicare lo stesso principio all’immigrato che disprezza sua moglie e sua figlia al punto di lasciarle rischiare di morire, a quello che stupra le donne anziane nel parco o al supermercato e nemmeno a quello che accoltella un carabiniere gridando “voglio morire per Allah”, spesso invocando in quei casi livelli estremi di perdono giudiziale e di tolleranza, o negando direttamente la realtà di queste situazioni e l’opportunità di discuterne (bufale ce ne sono, ma certo non tutte le notizie come queste lo sono), con questo umiliando e abbandonando innanzi tutto le vittime.

Lo Stato italiano dovrebbe semplicemente consegnare a ogni immigrato un foglietto nella sua lingua che dice: qualsiasi religione è benvenuta in Italia, ma sappi che i comportamenti qui di seguito elencati, anche se fossero richiesti da un testo sacro o da un esponente religioso o dalle tradizioni della tua famiglia, sono proibiti dalla nostra legge; non applicarli, oppure sarai perseguito ed espulso. Su questo principio molto semplice, però, nel fronte antirazzista partono subito i distinguo: e questo a me dà sinceramente fastidio.

(continua domani)

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martedì 29 agosto 2017, 08:57

Per fortuna c’è chi vigila

Nel 2004, due fisici russi trapiantati a Manchester hanno un’idea: dato che la grafite è formata da strati di carbonio sovrapposti (quelli che le matite depositano sui fogli di carta), non esisterà il modo di staccarne uno e costruire un materiale bidimensionale sottilissimo ma resistente? E trovano una soluzione geniale: attaccano alla grafite un pezzo di scotch e poi lo strappano via, ripetendo il procedimento fin che non gli resta attaccato un solo strato di carbonio: il grafene.

Nel 2010, i due fisici ricevono il premio Nobel per questa scoperta, mentre a Manchester gli dedicano un’ala del museo della scienza. In tutto il mondo nascono esperimenti e startup tecnologiche per lavorare alle applicazioni industriali, dall’elettronica all’ingegneria dei materiali.

Nel frattempo, come è giusto che sia, si indaga anche sulla tossicità del materiale: è intuitivo che, frammentando il grafene, si possano ottenere pezzetti sottilissimi che se respirati potrebbero fare male, esattamente come le altre microparticelle; anche se, essendo il grafene flessibile ma resistente come il diamante, frammentarlo non è proprio immediato.

A partire dal 2013 vengono pubblicati numerosi studi medici sulle più importanti riviste scientifiche, con risultati ancora non definitivi: alcuni sono più allarmisti, altri più tranquillizzanti. Si tratta comunque di un problema futuro, in quanto l’intero mercato mondiale del grafene è attualmente stimato in circa 150 milioni di euro: si tratta perlopiù di produzioni sperimentali o ultraspecialistiche, e ci vorranno ancora diversi anni prima che i prodotti basati sul grafene siano diffusi nelle nostre case e nelle nostre città.

Poi, nel 2017, è arrivato il Movimento 5 Stelle di Mandello del Lario.

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giovedì 10 agosto 2017, 14:47

Venezuela e populismo

Anche per il Venezuela, inevitabilmente, le interpretazioni che si sentono dare qui da lontano sono più legate agli schemi ideologici precostituiti di chi commenta che alla realtà delle cose. Ho trovato però molto interessante e plausibile la ricostruzione che ha fatto un venezuelano emigrato, in un thread che stavo leggendo. La riporto più sotto, ma prima aggiungo due commenti.

Il primo è che quando, come in Venezuela, si arriva alla guerra civile, si verifica anche una incomunicabilità totale tra le due parti; le due fazioni vivono in due realtà diverse e inconciliabili. Ma forse è anche vero l’opposto; si arriva alla guerra civile perché le due fazioni vivono in due realtà diverse e inconciliabili, e la responsabilità di chi sta fuori, come noi, sarebbe quella di promuovere il dialogo e non di schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Il secondo è che la parabola del chavismo, raccontata da chi l’ha vissuta, presenta delle somiglianze impressionanti con la parabola del populismo all’italiana. Un leader carismatico parte con buone intenzioni, polarizza lo scontro tra “esclusi” e “inclusi” mobilitando i primi, ma presto si circonda soltanto di fedelissimi. Arrivati al potere, si scopre che i fedelissimi sono lì anche o solo per i propri interessi personali, e che il risultato è una nuova classe dirigente mediocre o persino inetta. Fin che le casse pubbliche sono piene di soldi (per il Venezuela, grazie al prezzo del petrolio elevato) il sistema regge e ci sono anche dei benefici per i più poveri, poi però i soldi finiscono e non c’è più modo di tamponare i disastri dovuti a corruzione e incapacità, e il Paese tracolla.

Il Venezuela è alla fine della parabola, ma noi siamo circa a metà; e per questo la storia del chavismo deve metterci in allarme.

“Il gran merito di Chávez è quello di essersi rivolto a settori emarginati della società. In quel senso, magari possiamo dire che li ha dato una dignità che non sentivano di avere (parlo di “loro” perché come avrai capito, io sono figlio della classe media borghese). Il discorso di Chavez, però, a mio avviso, è stato sempre molto aggressivo e polarizzato, “ricchi contro poveri”. Diciamo che Chavez utilizzo il risentimento sociale delle classi più disagiate è il rifiuto intrinseco nei confronti dei poveri delle classi invece più privilegiate. È un discorso che ai “ricchi” non è piaciuto, per ovvi motivi, e hai “poveri” invece si. Praticamente, butto benzina sul fuoco, ma si questo siamo responsabili tutti, appunto, per aver ignorato sistematicamente i settori più poveri durante tanti anni.
Quindi, Chavez è al
Massimo della popolarità e con le tasche piene , grazie al prezzo del petrolio (massimo storico) investi in programmi sociali , la sua base elettorale molto contenta, ovviamente. E fa bene. Bisogna dare di più a chi ne ha più bisogno. Il problema è stato che Chavez si è circondato da una cricca di delinquenti , che non vedevano l’ora di istallarsi nel potere per “repartirse la torta”, come diciamo noi. Chavez ha permesso questa situazione perché aveva bisogna di persone leali al “processo”, anche se quella lealtà fosse a pagamento. Il risultato è che i programmi sociali, dicono, in realtà ha beneficiato soltanto a un 10% della popolazione, e oggi, dopo tanti anni, sono praticamente falliti tali programmi. Chavez non sfruttò la bonanza petrolifera per promuovere lo sviluppo economico del venezuela, che ad oggi dipende più che mai , del petrolio. Quei soldi sono stati usati per comprare alleanze internazionali, è una enorme fetta è in tasca di tanti membri del governo.
Il prezzo del petrolio cala, Venezuela non ha più soldi. I programmi sociali e tutti quei benefici , spariscono. La dignità diventa solo retorica, perché di dignità non si vive, e se devi cercare nella spazzatura per poter nutrirti, ecco…
il discorso, come al solito, i ricchi c compresi quelli nuovi, figlio della oscena corruzione che piaga il Venezuela, rimangono ricchi e se la cavano alla grande. La classe media sparisce lentamente, mangiata dall’inflazione galopante, e quelli che staranno sempre peggio sono i poveri. Durante Chavez c’è stato un picco di… stare meglio, per poi sprofondare nella merda più totale, grazie alla mediocrità del governo di Chavez e Maduro. Ecco perché Maduro non conta con il supporto della popolazione. Sta sempre più solo.”

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venerdì 7 aprile 2017, 13:29

Risolvi anche tu la guerra in Siria

Anche tu esperto di geopolitica? Bene, proponi pure la tua soluzione pacifica per la guerra in Siria, tenendo conto delle seguenti condizioni:

1) Per accontentare Assad, bisogna che il nuovo presidente sia Assad.

2) Per accontentare l’ISIS, tutti gli altri devono morire (o, se donne, farsi stuprare e poi morire).

3) Per accontentare i ribelli dell’opposizione laica e democratica, bisogna stabilire in Siria un regime laico e democratico in cui i Fratelli Musulmani possano prendere il 51% alle prime elezioni e poi abolire la laicità e la democrazia.

4) Per accontentare i curdi, bisogna che il Rojava diventi indipendente.

5) Per accontentare la Turchia, bisogna che in Siria governi chiunque purché reprima i curdi, o in alternativa il Rojava deve passare alla Turchia.

6) Per accontentare il Libano… vabbe’, dai, il Libano come il Molise non esiste.

7) Per accontentare l’Iran, la Siria deve restare sotto il potere degli sciiti.

8) Per accontentare l’Arabia Saudita, la Siria deve passare sotto il potere dei sunniti.

9) Per accontentare Israele, bisogna che nessuno degli altri si avvicini troppo (stanno in cima al Golan apposta per questo).

10) Per accontentare la Russia, la costa siriana deve restare in mano a un alleato, specialmente il porto di Tartus.

11) Per accontentare gli Stati Uniti, bisogna che la Siria costruisca a sue spese un muro alto alto che impedisca ai sirianesi di venire a rubare i posti di lavoro dei veri americani, ma in alternativa anche sparacchiare qualche bomba qua e là può andare, se serve per fare i titoli del telegiornale.

12) Per accontentare l’Europa, bisogna che i siriani stiano lì a morire in silenzio senza rompere le balle con la convenzione di Ginevra.

Facile no?

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domenica 26 marzo 2017, 14:34

Un futuro alternativo al populismo

Ultimamente provo un grande senso di frustrazione e di impotenza per come vanno le cose in Italia e nel mondo. I miei critici personali lo attribuiscono al mio divorzio con il M5S, ma questo c’entra solo in modo molto indiretto.

Infatti, ciò che mi arrovella, ciò che mi rende spesso negativo, è che vedo il nostro mondo andare verso il disastro; e se fin che facevo politica attiva mi sembrava di far qualcosa per evitarlo, ora che non posso più fare niente mi sento frustrato. Anzi, visto che il M5S invece di evitare questa fine ha cominciato a lavorare attivamente per arrivarci, mi sento anche un po’ responsabile, pur avendo fatto tutto il possibile per combattere questa deriva dall’interno e dall’esterno, e avendo dunque la coscienza a posto.

Voglio dunque farvi un discorso lungo e importante, partendo da alcuni fatti, per dimostrare che il populismo che cresce in tutto l’Occidente ha le radici, come sempre accade nella storia, in un meccanismo di egemonia culturale che modifica la percezione delle cose, e in particolare della globalizzazione.

Ciò che è veramente accaduto grazie alla globalizzazione è ben esemplificato da un grafico che ripropongo a ogni occasione: l’aumento reale di ricchezza della popolazione terrestre tra il 1988 e il 2008, in funzione della fascia di ricchezza a cui ognuno di noi appartiene su scala globale.

Quando si dice che la globalizzazione ha beneficiato solo “l’1% più ricco” o “una piccola minoranza”, si dice una grande bugia. In realtà, dalla globalizzazione hanno guadagnato quasi tutti: hanno guadagnato le classi medio-alte dei paesi occidentali, che stanno all’estremo destro del grafico, e hanno guadagnato tutti, sia poveri che ricchi, nei paesi in via di sviluppo e persino in quelli più poveri del pianeta. Gli unici che non hanno guadagnato sono quelli tra il 75 e il 90 per cento, ovvero le classi medio-basse dei paesi ricchi.

Su scala planetaria, insomma, la globalizzazione ha portato crescita e ricchezza alla grande maggioranza degli esseri umani; negli ultimi trent’anni, miliardi di persone sono uscite dalla povertà.

Ma persino se prendiamo soltanto le nostre singole nazioni, questa idea che la disuguaglianza sia cresciuta, che “l’1% si è arricchito alle spalle del 99%”, è vera solo in parte. Questo grafico mostra l’andamento del coefficiente di Gini, la grandezza che misura la disuguaglianza economica all’interno della società, in Italia, Germania e Stati Uniti.

E’ vero che il trend generale dagli anni ’80 è in ascesa, e indubbiamente la competizione globale ha premiato di più chi era più in grado di approfittarne, in primis chi aveva i capitali per investire. Eppure, specialmente prendendo le curve più basse, cioè quelle dopo la redistribuzione di ricchezza operata dallo Stato tramite la tassazione, si scopre che il coefficiente di Gini non è salito poi di così tanto; in Italia, anzi, dopo un forte aumento nei primi anni ’90, dal 1998 non ha fatto che calare, e anche dopo il 2010 pare essere rimasto sostanzialmente stabile, nonostante persino Il Sole 24 Ore faccia un titolo che dice l’opposto.

Del resto, il “top 5%” su scala globale che stando al primo grafico si è arricchito non corrisponde a soltanto il 5% dell’Occidente, proprio perché esso è concentrato al suo interno; esso corrisponde almeno al 20-40% delle società occidentali. Per questo la disuguaglianza in Occidente è salita, ma non così tanto, perché l’arricchimento materiale dovuto alla globalizzazione, anche da noi, è stato molto più diffuso di quel che comunemente si dice; molti ne hanno beneficiato, ma non se ne rendono conto.

Più che aumentare le disuguaglianze, quindi, è l’intera società italiana che è cresciuta meno delle altre. Potremmo dire anzi che nel complesso, dal 2008 in poi, si è abbastanza uniformemente impoverita, in senso assoluto ma soprattutto in senso relativo, rispetto ai nostri vicini europei; perché restiamo comunque tra i più ricchi Paesi del pianeta, l’ottava economia del mondo e circa la trentesima (su duecento) in termini di PIL pro capite.

Qual è allora il problema? Il problema è che l’essere umano non è altruista, ma utilitaristico; pensa essenzialmente solo a se stesso. E quindi, alle classi medio-basse dell’Italia e di molti paesi occidentali importa poco se la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita degli asiatici e in buona misura anche degli africani, dei russi, dei brasiliani; importa il fatto di aver dovuto fare rinunce, o addirittura di fare fatica ad arrivare a fine mese.

Questo, peraltro, è sacrosanto; non si può dismettere la crescente antipatia occidentale di massa per la globalizzazione come frutto di ignoranza, di ingordigia o di xenofobia, come fanno da troppo tempo le élite dominanti; non si può trascurare la quantità crescente di persone che fanno fatica a tirare avanti, e che la globalizzazione ha oggettivamente danneggiato.

Del resto, ognuno ha il diritto di inseguire il proprio benessere materiale, e, da essere umano medio, lo farà anche a discapito degli altri. I discorsi sulla decrescita felice e sull’amorevole terzomondismo, pur avendo il proprio senso, sono gingilli per gente con la pancia piena e tempo da occupare; e mentre le élite si gingillano con questi sogni, le masse dei paesi occidentali si organizzano per provare a riprendersi la ricchezza che si è trasferita verso il resto del mondo.

Di qui nasce il populismo dilagante; l’abbondanza di politici che, talvolta credendoci sinceramente, talvolta sfruttando cinicamente la situazione, promettono alle masse ricchezza e benessere, andandolo a prendere a questo mitico 1% di privilegiati che però, come abbiamo visto, esiste, ed è probabilmente alla radice di molte scelte politiche a favore della globalizzazione, ma non è affatto il suo effetto primario o il problema principale dell’attuale momento storico.

Già, perché io ho fatto un calcolo molto semplice: sono andato sul sito della Banca Mondiale, ho scaricato la tabella con il PIL dei vari paesi nel 2015 e ho fatto la somma; fa 73 mila miliardi di dollari. Dividetela ora per i sette miliardi di abitanti del pianeta, quanto fa? Fa diecimila dollari a testa.

Il PIL italiano è attualmente di circa 36.000 dollari a testa, quindi, cari ragazzi, se anche riuscissimo a prendere tutti i ricchi nelle loro isole felici e ci mettessimo a redistribuire le loro immense ricchezze a tutto il pianeta, introducendo un bel reddito di cittadinanza globale, le frontiere aperte per tutti e la massima e totale uguaglianza tanto agognata dalle sinistre mondiali, tutti noi italiani dovremmo ancora rinunciare in media a tre quarti della nostra ricchezza.

Perché, vedete, alla fine i ricchi siamo noi, ma non solo gli Agnelli e i Berlusconi; siamo tutti noi, esclusi al massimo i rom che vivono nelle baracche e gli immigrati che raccolgono pomodori a tre euro l’ora; ma nemmeno loro sono i veri poveri del mondo, e infatti rischiano la vita pur di venire qui a raccogliere pomodori a tre euro l’ora, perché per loro è comunque un miglioramento economico.

Ma questo vuol anche dire un’altra cosa: che o siamo in grado di realizzare prodotti che valgano più della media mondiale, posizionandoci all’avanguardia della tecnologia e dell’innovazione di prodotto e di mercato, oppure, se continueremo a competere con tutto il pianeta su produzioni poco qualificate che si possono fare ovunque, siamo destinati a ristagnare fin quando il nostro reddito non sarà più o meno allineato con la media mondiale, cioè tra un paio di generazioni (persino se noi restassimo totalmente fermi e il mondo meno sviluppato crescesse regolarmente del 5% l’anno, ci vorrebbero ancora quasi trent’anni).

Allora, dove pensate che i populisti possano prendere la ricchezza per ridare soldi in tasca alle nostre classi medio-basse? Un po’, per carità, si potrà ancora provare ad aumentare la tassazione ai nostri ricchi, ma siamo già a livelli molto alti, e dato che ci stiamo relativamente impoverendo tutti, questo darà qualche soldo in più ad alcuni a scapito di altri, ma non fermerà certo l’impoverimento collettivo dell’Italia; del resto, tutti i tentativi di mettere più soldi in tasca ai poveri sostenendo che questo avrebbe rilanciato i consumi e la crescita sono finora essenzialmente falliti.

Per il resto, però, l’unica possibilità per ottenere ricchezza dall’alto e senza faticare, cioè senza riqualificarci, darci da fare e metterci a offrire prodotti e servizi unici che non possano essere imitati a un terzo del prezzo da un lavoratore asiatico o africano, è interrompere la globalizzazione con la forza, economica o militare, tirare su i muri e reimpoverire qualcun altro per riarricchirci noi; dove il qualcun altro, a scelta, può essere un altro paese europeo che è stato più bravo di noi a sfruttare la situazione, oppure può essere il resto del mondo.

Solo che, vedete, nel frattempo la Cina ha costruito le portaerei. No, ve lo dico, perché magari pensate ancora che noi europei siamo i padroni del mondo, e non è più così. Forse lo sono gli americani… forse. E del resto, è più facile che sia Trump a impoverire a forza l’Europa, che l’Europa a impoverire a forza gli Stati Uniti, specie se l’Europa si spezza e diventa una miriade di Paesi poco o per nulla rilevanti. Quanto a noi italiani, manco siamo autosufficienti energeticamente: abbiamo fatto progressi, ma basta che Putin si incazzi e stiamo al freddo.

Capirete dunque che, in queste condizioni, affidarsi al populismo è facile, ma è probabilmente un suicidio; perché un governo populista potrà inizialmente raschiare il fondo del barile per mantenere le proprie promesse di restituire ricchezza a pioggia, ma poi non ci riuscirà. Non volendo lasciare il potere (nessuno mai vuole lasciare il potere), in Italia e altrove vedremo le classiche fasi dei governi populisti:

1) Propaganda: il governo populista andrà avanti a dire che la situazione non cambia per colpa di quelli che c’erano prima, di quelli che stanno fuori dal Paese, dei cattivi europei/finanzieri/multinazionali/riccastri eccetera. Nel frattempo avrà il potere in mano, i nuovi politici si arricchiranno come e peggio di quelli vecchi, piazzeranno gli amici, e continueranno a prendere in giro i loro seguaci per farsi rivotare.

2) Paranoia: si comincerà a dire che la situazione non cambia perché ci sono dei traditori della nazione, innanzi tutto gli oppositori politici; poi, in base alle lotte di potere interno, improvvisamente anche qualcuno dei governanti verrà scaricato e additato alla folla come capro espiatorio. Questa è la fase in cui si rischia la violenza, perché se la gente ha fame e gli dici che è colpa di Tizio che abita tre isolati più in là, qualcuno che lo va a cercare salta fuori di sicuro; ed è anche la fase in cui chi sta al potere spesso coglie l’occasione per instaurare un regime autoritario o direttamente una dittatura (abbiamo già esempi ai bordi dell’Europa).

3) Guerra: alla fine, se il governo non crolla prima, l’unico modo di ottenere risorse sarà una guerra economica, diplomatica o persino militare con qualche Paese straniero vicino o lontano, cominciando a requisirne le proprietà o a non ripagargli i prestiti che ci ha fatto, senza sapere dove si andrà a finire.

Del resto, prima ancora di governare a livello nazionale, il M5S di oggi è già alla seconda fase; possiamo sperare che non arrivi mai alla terza, ma bisogna essere ciechi per non vedere i segnali tipici di questa deriva, già sperimentata da molti Paesi negli ultimi cento anni.

Eppure, il populismo vincerà le elezioni tra gli applausi della gente, e sapete perché? Non è soltanto perché la situazione è questa; è perché le misere leadership dell’Italia e dell’Europa di oggi, dopo aver per anni ignorato il problema, non hanno saputo dare una risposta alternativa né sul piano dei comportamenti, continuando a farsi i fatti propri e a ballare sul Titanic, né sul piano culturale.

Su questo piano, almeno in Italia, il populismo ha già vinto: perché non c’è alcun leader o progetto politico culturalmente alternativo. Berlusconi? Era populista prima di Grillo. Salvini? Un Grillo più xenofobo. Renzi? Renzi ha inseguito Grillo con slogan ad effetto, battute altrettanto arroganti e sparate altrettanto populiste, e se nel brevissimo periodo questo lo ha portato al 40%, nel medio periodo, non avendo ovviamente mantenuto alcunché, si è bruciato. E’ inutile che il PD candidi Renzi, il suo sorriso vacuo e i suoi slogan; è bruciato, e per quanto la gente possa essere poco convinta di Grillo, tra lui e Grillo a questo giro l’Italia sceglierà il secondo, proprio come l’America ha scelto Trump piuttosto che riavere i Clinton, e l’Inghilterra ha scelto la Brexit; con l’aggravante che mentre all’estero il populismo fa presa soprattutto sui vecchi, da noi la fa soprattutto sui giovani.

L’unico modo di battere il populismo è rovesciarne l’egemonia culturale, nel dibattito pubblico e nella mente degli italiani; avere il coraggio di dire chiaramente le verità scomode, di parlare di valori democratici non negoziabili e di progetti a lungo termine, di spiegare che la globalizzazione non ha impoverito “tutti tranne i super-ricchi” e che non c’è alcuna scorciatoia per il benessere collettivo rispetto al darsi da fare, di trattare gli ignoranti per gli ignoranti che sono, di promuovere l’idea che non è la politica che deve scendere al livello della marmaglia da social network, ma la marmaglia che deve educarsi se vuole avere un ruolo nel dibattito pubblico, da cui altrimenti deve essere estromessa non con la forza, ma con gli argomenti, con i fatti (quelli sì, difesi con forza dalle bugie), ed eventualmente con la ridicolizzazione che ben le sta.

Per come è ridotta la mentalità degli italiani oggi, temo che sia comunque troppo tardi; le verità scomode potranno essere riconosciute soltanto sulle ceneri di un disastro totale del populismo, spero non grave come quello del populismo di Mussolini, anche se persino la giustamente decantata Italia seria e operosa del dopoguerra è esistita soltanto dopo che la via facile del populismo era stata catastroficamente sperimentata fino in fondo.

Eppure, questa è l’urgenza della politica italiana ed europea oggi: produrre una alternativa politica e culturale globalista, moderna, seria, competente e non compromessa col passato, quindi altrettanto credibile del populismo come proposta per il futuro.

Questo, si badi, non vuol dire astenersi da qualsiasi critica o richiesta all’Unione Europea e a chi gestisce i fenomeni globali, a partire dal dibattito sulla sovranità monetaria, e nemmeno da qualsiasi limite alla circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, limite invece che è auspicabile proprio per rendere gestibile una situazione sociale che altrimenti rischia di esploderci in mano. Questo, però, vuol dire scegliere i valori prima che il consenso immediato, e decidere per principio di essere europei e cittadini del mondo, anche se questo dovesse costarci qualcosa nel breve termine, perché è l’unica via per la pace e la prosperità nel lungo termine.

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giovedì 12 gennaio 2017, 09:28

Addio articolo 18, parliamo del futuro

Vedo in giro molte persone tristi o arrabbiate perché la Consulta ha bocciato la proposta di referendum sull’articolo 18, abrogativa nella forma ma di fatto propositiva, visto che mirava apertamente a reintrodurlo. Negli anni, “articolo 18” è diventata infatti una espressione di uso comune per dire una cosa ben precisa: divieto di licenziare per le aziende.

Eppure, al di là del fatto che le motivazioni della Consulta siano giuridiche e non politiche, io spero proprio che dell’articolo 18 non si parli mai più. Il problema che esso vorrebbe affrontare è importante, e, per essere chiari, non è il caso relativamente raro del dipendente mobbizzato e discriminato, che si può benissimo affrontare con la giustizia ordinaria; è invece la quantità enorme di italiani che perdono il lavoro senza grandi speranze di trovarne uno nuovo, se non, al massimo, una occupazione ultraprecaria e sottopagata; e in questo modo perdono tenore di vita o addirittura vedono messa a rischio la propria sopravvivenza.

Tuttavia, se questo accade, è per via di dinamiche economiche, in parte globali e in parte specificamente nazionali, che l’Italia non ha ancora saputo affrontare e risolvere appieno. Dunque l’idea che, in uno scenario in cui le nostre aziende chiudono per via di fenomeni epocali, il problema dell’occupazione si possa risolvere vietando alle aziende di licenziare è semplicemente folle.

E’ un’idea folle perché se le aziende non riescono a incassare più di quanto spendono prima o poi chiudono comunque, lasciando sul tappeto un numero di posti di lavoro probabilmente molto superiore a quello che si sarebbe perso se il problema fosse stato affrontato per tempo, e magari avendo bruciato nel frattempo montagne di denaro pubblico in ammortizzatori e sovvenzioni.

Ed è un’idea folle perché incentiva la mentalità per cui il posto di lavoro può esistere a prescindere da tutto, a prescindere dalla sanità del business in cui si lavora, a prescindere dall’efficienza aziendale, a prescindere dalle capacità e dalla produttività del singolo; il lavoro come prerogativa acquisita per diritto divino, sancita dagli articoli 1 e 4 della Costituzione.

E’ un peccato che l’economia se ne freghi della Costituzione e delle leggi degli uomini, quando esse la prendono dal lato sbagliato, cioè da quello degli effetti. L’economia è in effetti una invenzione umana, e dunque è assolutamente possibile modificarne per legge il funzionamento; purché, però, lo si faccia in maniera organica, costruendo un sistema in cui tutti gli ingranaggi funzionano insieme, e non prendendo un sistema basato su ruote dentate e ordinando per legge che l’ultima a sinistra diventi quadrata senza modificare le altre.

La vera questione che dovrebbe essere al centro del dibattito, infatti, è la fine del legame diretto tra lavoro e reddito, che ha caratterizzato la vita di tutti gli esseri umani più o meno da quando sono finiti il feudalesimo e la schiavitù.

Il capitalismo, specie quello più consumista degli ultimi cento anni, ha sfruttato al massimo questo legame, traendo la forza per crescere proprio dalla distribuzione di lavoro e quindi di reddito da spendere per alimentare l’economia, in un circolo virtuoso. Ma è ormai da qualche decennio che l’aumento di produttività e l’aumento demografico non vanno più di pari passo con l’aumento di posti di lavoro; e nonostante noi abbiamo rapinato il pianeta di tutte le risorse possibili, abbiamo concepito mille modi di farci anticipare i soldi dalle generazioni future, e ci siamo inventati ogni genere di nuova merce esistente e inesistente, alla fine la crescita della produzione non tiene più il passo della crescita della produttività e del numero di persone in cerca di lavoro, e non c’è più lavoro per tutti; e, stando a tutte le previsioni, non ce ne sarà mai più abbastanza per tutti, a causa del progresso tecnologico.

Non è certo una fine inattesa; per certi versi, da Marx in poi, molti la aspettavano da tempo. La soluzione più semplice, quella di ricevere da ognuno secondo le sue capacità e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, è tanto bella in teoria ma non pare funzionare nella pratica, perché perde di vista un parametro fondamentale: l’uomo è un animale utilitaristico e così come questo è bello quando lo motiva a darsi da fare, e con ciò a generare progresso per tutti, questo è meno bello quando si tratta di fargli venir voglia di lavorare anche per quelli che hanno poco o niente da dare alla società.

D’altra parte, io non credo che l’idea di riqualificare le persone, di trasformare tutti in geni della scienza o esperti massimi di qualche mestiere, sia una soluzione valida: può funzionare per un po’, ma non possiamo pensare che tutta l’umanità svolga lavori superqualificati, anche quando di lavori non qualificati non ci sarà più alcun bisogno. E nemmeno è pensabile che tutti guadagnino coltivando le proprie passioni e che la nostra società sia fatta al 50% da cantanti e pittori, almeno nel medio termine (magari nel lungo periodo, se tutto sarà completamente automatizzato).

E quindi? E quindi bisogna inventare qualcosa di nuovo; un sistema che garantisca reddito e sopravvivenza a chi non troverà più lavoro, mantenendo però una differenza di reddito e tenore di vita, rispetto a chi lavora, tale da motivare le persone a darsi da fare comunque.

Invece di attaccarci come un feticcio al mondo industriale del ventesimo secolo, di cui l’articolo 18 è un simbolo, bisogna allora parlare del futuro: del reddito di cittadinanza, ma più in generale dei tempi di lavoro, della percentuale di vita destinata ad esso, di come e quanto redistribuire la ricchezza sia in generale, nella società, sia all’interno delle singole aziende, in cui i lavoratori rimasti assumono un ruolo sempre più partecipe e imprenditoriale; bisogna parlare dello scopo per cui le aziende esistono, che non può più essere solo quello di creare valore di breve periodo per gli azionisti o peggio per i megamanager, ma deve comunque assumere una motivazione sociale; bisogna parlare persino dello scopo della vita umana, visto che da secoli l’uomo è definito e gratificato in buona misura dal suo lavoro.

Per tutto questo serve un pensiero innovativo, serve una leadership sociale, politica, morale, culturale che all’orizzonte non si vede da nessuna parte. Eppure, se non affrontiamo questi problemi, pensando di risolvere tutto imponendo per decreto il ritorno al ventesimo secolo, non ci aspetta altro che il disastro.

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sabato 31 dicembre 2016, 08:59

La fine dell’anno è una bufala

Una discussione seria e approfondita sulle bufale che sempre più spesso popolano la comunicazione di massa è urgente e importante, ma sfortunatamente non è quella che si è sviluppata in questi giorni tra Grillo e il garante antitrust, che è solo l’ennesima battaglia di propaganda, quindi una bufala anch’essa.

La nostra società del consumo si basa da sempre sul marketing, che è l’arte di dire mezze bugie senza mai arrivare a una bugia intera, anche se poi spesso la bugia intera si dice lo stesso. La “post-verità” nell’informazione ne è solo la naturale evoluzione, e peraltro, già molto tempo fa, da Goebbels a Orwell, in molti ci hanno avuto a che fare.

Comunque, ho passato gli ultimi vent’anni a usare la rete per fare controinformazione rispetto alle manipolazioni dei giornali, per cui non dovete spiegare a me che siamo in fondo alle classifiche della libertà di stampa. Tuttavia, il fenomeno visto sulla rete italiana in questo ultimo paio d’anni è qualcosa di nuovo, incomparabile rispetto alle “linee editoriali” e agli articoli scandalistici della carta stampata (compresa persino la colonnina destra di Repubblica). E’ nuovo per sfacciataggine, è nuovo per sistematicità, è nuovo per diffusione, è nuovo per la completa anonimità dei suoi responsabili.

Io non ho mai visto alcun giornale pubblicare una bufala tipo quella che ho segnalato qualche giorno fa, quella della foto di un ponte crollato a Piacenza anni fa spacciata per un ponte della Salerno-Reggio Calabria crollato subito dopo l’inaugurazione di Renzi. Non si possono paragonare le interviste sdraiate dei telegiornali a una cosa del genere.

E dato che la moneta cattiva scaccia quella buona, se queste pratiche vengono ammesse come legittima forma di comunicazione, allora anche i giornali e la televisione, prima di scomparire del tutto per la naturale evoluzione tecnologica, ci si adegueranno completamente; e vivremo davvero dentro il libro di Orwell.

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