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Archivio per la categoria 'NewGlobal'


giovedì 12 gennaio 2017, 09:28

Addio articolo 18, parliamo del futuro

Vedo in giro molte persone tristi o arrabbiate perché la Consulta ha bocciato la proposta di referendum sull’articolo 18, abrogativa nella forma ma di fatto propositiva, visto che mirava apertamente a reintrodurlo. Negli anni, “articolo 18” è diventata infatti una espressione di uso comune per dire una cosa ben precisa: divieto di licenziare per le aziende.

Eppure, al di là del fatto che le motivazioni della Consulta siano giuridiche e non politiche, io spero proprio che dell’articolo 18 non si parli mai più. Il problema che esso vorrebbe affrontare è importante, e, per essere chiari, non è il caso relativamente raro del dipendente mobbizzato e discriminato, che si può benissimo affrontare con la giustizia ordinaria; è invece la quantità enorme di italiani che perdono il lavoro senza grandi speranze di trovarne uno nuovo, se non, al massimo, una occupazione ultraprecaria e sottopagata; e in questo modo perdono tenore di vita o addirittura vedono messa a rischio la propria sopravvivenza.

Tuttavia, se questo accade, è per via di dinamiche economiche, in parte globali e in parte specificamente nazionali, che l’Italia non ha ancora saputo affrontare e risolvere appieno. Dunque l’idea che, in uno scenario in cui le nostre aziende chiudono per via di fenomeni epocali, il problema dell’occupazione si possa risolvere vietando alle aziende di licenziare è semplicemente folle.

E’ un’idea folle perché se le aziende non riescono a incassare più di quanto spendono prima o poi chiudono comunque, lasciando sul tappeto un numero di posti di lavoro probabilmente molto superiore a quello che si sarebbe perso se il problema fosse stato affrontato per tempo, e magari avendo bruciato nel frattempo montagne di denaro pubblico in ammortizzatori e sovvenzioni.

Ed è un’idea folle perché incentiva la mentalità per cui il posto di lavoro può esistere a prescindere da tutto, a prescindere dalla sanità del business in cui si lavora, a prescindere dall’efficienza aziendale, a prescindere dalle capacità e dalla produttività del singolo; il lavoro come prerogativa acquisita per diritto divino, sancita dagli articoli 1 e 4 della Costituzione.

E’ un peccato che l’economia se ne freghi della Costituzione e delle leggi degli uomini, quando esse la prendono dal lato sbagliato, cioè da quello degli effetti. L’economia è in effetti una invenzione umana, e dunque è assolutamente possibile modificarne per legge il funzionamento; purché, però, lo si faccia in maniera organica, costruendo un sistema in cui tutti gli ingranaggi funzionano insieme, e non prendendo un sistema basato su ruote dentate e ordinando per legge che l’ultima a sinistra diventi quadrata senza modificare le altre.

La vera questione che dovrebbe essere al centro del dibattito, infatti, è la fine del legame diretto tra lavoro e reddito, che ha caratterizzato la vita di tutti gli esseri umani più o meno da quando sono finiti il feudalesimo e la schiavitù.

Il capitalismo, specie quello più consumista degli ultimi cento anni, ha sfruttato al massimo questo legame, traendo la forza per crescere proprio dalla distribuzione di lavoro e quindi di reddito da spendere per alimentare l’economia, in un circolo virtuoso. Ma è ormai da qualche decennio che l’aumento di produttività e l’aumento demografico non vanno più di pari passo con l’aumento di posti di lavoro; e nonostante noi abbiamo rapinato il pianeta di tutte le risorse possibili, abbiamo concepito mille modi di farci anticipare i soldi dalle generazioni future, e ci siamo inventati ogni genere di nuova merce esistente e inesistente, alla fine la crescita della produzione non tiene più il passo della crescita della produttività e del numero di persone in cerca di lavoro, e non c’è più lavoro per tutti; e, stando a tutte le previsioni, non ce ne sarà mai più abbastanza per tutti, a causa del progresso tecnologico.

Non è certo una fine inattesa; per certi versi, da Marx in poi, molti la aspettavano da tempo. La soluzione più semplice, quella di ricevere da ognuno secondo le sue capacità e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, è tanto bella in teoria ma non pare funzionare nella pratica, perché perde di vista un parametro fondamentale: l’uomo è un animale utilitaristico e così come questo è bello quando lo motiva a darsi da fare, e con ciò a generare progresso per tutti, questo è meno bello quando si tratta di fargli venir voglia di lavorare anche per quelli che hanno poco o niente da dare alla società.

D’altra parte, io non credo che l’idea di riqualificare le persone, di trasformare tutti in geni della scienza o esperti massimi di qualche mestiere, sia una soluzione valida: può funzionare per un po’, ma non possiamo pensare che tutta l’umanità svolga lavori superqualificati, anche quando di lavori non qualificati non ci sarà più alcun bisogno. E nemmeno è pensabile che tutti guadagnino coltivando le proprie passioni e che la nostra società sia fatta al 50% da cantanti e pittori, almeno nel medio termine (magari nel lungo periodo, se tutto sarà completamente automatizzato).

E quindi? E quindi bisogna inventare qualcosa di nuovo; un sistema che garantisca reddito e sopravvivenza a chi non troverà più lavoro, mantenendo però una differenza di reddito e tenore di vita, rispetto a chi lavora, tale da motivare le persone a darsi da fare comunque.

Invece di attaccarci come un feticcio al mondo industriale del ventesimo secolo, di cui l’articolo 18 è un simbolo, bisogna allora parlare del futuro: del reddito di cittadinanza, ma più in generale dei tempi di lavoro, della percentuale di vita destinata ad esso, di come e quanto redistribuire la ricchezza sia in generale, nella società, sia all’interno delle singole aziende, in cui i lavoratori rimasti assumono un ruolo sempre più partecipe e imprenditoriale; bisogna parlare dello scopo per cui le aziende esistono, che non può più essere solo quello di creare valore di breve periodo per gli azionisti o peggio per i megamanager, ma deve comunque assumere una motivazione sociale; bisogna parlare persino dello scopo della vita umana, visto che da secoli l’uomo è definito e gratificato in buona misura dal suo lavoro.

Per tutto questo serve un pensiero innovativo, serve una leadership sociale, politica, morale, culturale che all’orizzonte non si vede da nessuna parte. Eppure, se non affrontiamo questi problemi, pensando di risolvere tutto imponendo per decreto il ritorno al ventesimo secolo, non ci aspetta altro che il disastro.

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sabato 31 dicembre 2016, 08:59

La fine dell’anno è una bufala

Una discussione seria e approfondita sulle bufale che sempre più spesso popolano la comunicazione di massa è urgente e importante, ma sfortunatamente non è quella che si è sviluppata in questi giorni tra Grillo e il garante antitrust, che è solo l’ennesima battaglia di propaganda, quindi una bufala anch’essa.

La nostra società del consumo si basa da sempre sul marketing, che è l’arte di dire mezze bugie senza mai arrivare a una bugia intera, anche se poi spesso la bugia intera si dice lo stesso. La “post-verità” nell’informazione ne è solo la naturale evoluzione, e peraltro, già molto tempo fa, da Goebbels a Orwell, in molti ci hanno avuto a che fare.

Comunque, ho passato gli ultimi vent’anni a usare la rete per fare controinformazione rispetto alle manipolazioni dei giornali, per cui non dovete spiegare a me che siamo in fondo alle classifiche della libertà di stampa. Tuttavia, il fenomeno visto sulla rete italiana in questo ultimo paio d’anni è qualcosa di nuovo, incomparabile rispetto alle “linee editoriali” e agli articoli scandalistici della carta stampata (compresa persino la colonnina destra di Repubblica). E’ nuovo per sfacciataggine, è nuovo per sistematicità, è nuovo per diffusione, è nuovo per la completa anonimità dei suoi responsabili.

Io non ho mai visto alcun giornale pubblicare una bufala tipo quella che ho segnalato qualche giorno fa, quella della foto di un ponte crollato a Piacenza anni fa spacciata per un ponte della Salerno-Reggio Calabria crollato subito dopo l’inaugurazione di Renzi. Non si possono paragonare le interviste sdraiate dei telegiornali a una cosa del genere.

E dato che la moneta cattiva scaccia quella buona, se queste pratiche vengono ammesse come legittima forma di comunicazione, allora anche i giornali e la televisione, prima di scomparire del tutto per la naturale evoluzione tecnologica, ci si adegueranno completamente; e vivremo davvero dentro il libro di Orwell.

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martedì 8 novembre 2016, 13:58

Se votare servisse a qualcosa

Oggi trecento milioni di americani vanno al voto per scegliere se farsi governare da un cretino sessista o dalle banche. Comunque vada, il risultato vero è ben riassunto da questo grafico, che mostra come i nati negli anni ’70 e ’80 comincino a pensare che tutto sommato una dittatura non sarebbe poi così male.

sondaggio-fiducia-democrazia

Il sondaggio viene da uno di quei paper fatti per stupire, visto che per essere classificati come amanti della dittatura bastava dare soltanto nove punti su dieci in risposta alla domanda “quanto è importante per te vivere in un paese democratico”. Ma l’articolo che lo presenta riassume bene il problema: la sensazione crescente nelle nuove generazioni è che chi cambia il mondo lo faccia tramite la propria professione o il proprio attivismo sociale, nonostante e non grazie alla politica e allo Stato, mentre la democrazia sia diventata semplicemente un costosissimo e infinito generatore di buffoni, ladri ed idioti.

Del resto, le poche campagne che in giro per il mondo hanno riavvicinato i giovani alla politica, da Sanders a Podemos, si basano spesso sulla contestazione della democrazia tradizionale, sostituita da forme innovative di partecipazione e di deliberazione diretta. Invece, ogni volta che le persone, grazie ai meccanismi della democrazia rappresentativa, si trovano semplicemente a scegliere tra i due faccioni sopravvissuti alle lotte di potere nei rispettivi partiti, tipicamente promossi con dosi da cavallo di marketing e di populismo, la fiducia nella democrazia scende un po’.

D’altra parte, il vero problema è che la democrazia moderna oggettivamente ha sempre meno armi per essere qualcosa di più di un reality show. La globalizzazione e il liberismo hanno sottratto agli Stati nazionali la parte più importante della propria sovranità, quella economica, che non è stata attribuita ad alcun altro meccanismo su cui i cittadini abbiano effettivamente possibilità di incidere. Al giorno d’oggi, l’idea di “prendere il potere per cambiare le cose” è estremamente naif; è uno slogan molto usato da quelli che entrano in politica presentandosi come “i nuovi”, ma soltanto l’ingenuità e l’entusiasmo possono portare a crederci veramente.

Si creano così due fenomeni contrapposti. Da una parte, c’è un pezzo di società che, trovandosi all’incrocio tra l’analfabetismo crescente e la progressiva fine del lavoro salariato, è sempre più impossibilitato a trovare un lavoro decente, e ha come unica speranza quella che la politica gli faccia avere dall’alto i soldi per vivere; e sono quelli che abbracciano la politica con grande entusiasmo, limitandosi però a ripetere slogan in modo superficiale e ad urlare più forte di quelli che, uguali a loro, sostengono però un altro partito. Dall’altra, c’è un altro pezzo di società, quello con competenze e mezzi culturali, che sarebbe anche interessato a una discussione politica seria e approfondita, ma che se ne ritrae disgustato per l’impossibilità di svolgerla in mezzo alle grida dei primi e agli slogan dei leader politici che se li coltivano; e purtroppo sempre più spesso conclude che la democrazia è roba inutile per ignoranti, da cui bisogna solo difendersi.

In mezzo, anzi sopra alle due, c’è l’1%, l’élite economica e sociale che ha in mano le vere leve del potere e che le usa come vuole, talvolta per proprio vantaggio personale, talvolta per perseguire l’ideale di un mondo globalizzato e tecnologico, anche bello in teoria, di cui però non è lei a sopportare le conseguenze negative.

Da un Paese all’altro, a ben vedere, lo schema delle elezioni di questi anni è sempre lo stesso: il candidato dei poveri e populisti – che sia Trump, Tsipras o Di Maio cambia poco – contro il candidato delle élite, il quale in teoria dovrebbe vincere facilmente, essendo sostenuto più o meno da tutti i media e tutti i poteri forti, e invece non di rado perde, e quando non perde vince per il rotto della cuffia, come probabilmente farà stanotte Hillary Clinton.

E comunque, anche quando vince il candidato populista, poi quasi niente cambia; ci sarà magari un po’ di distribuzione di denaro pubblico a pioggia, ma poco, perché tanto gli Stati hanno sempre meno soldi da spendere; e poi comunque le cose andranno avanti come prima, e il candidato populista abbasserà la cresta molto rapidamente e farà quello che le banche gli dicono, anche perché, se non lo fa e si chiude nel suo mondo ideologico di giustizia sociale fabbricata dall’alto, facilmente finisce come in Venezuela. In Italia, poi, essendo anticipatori di tutto, sostanzialmente non esistono più candidati non populisti; la scelta è tra il populismo di governo e quello di opposizione, pronti a scambiarsi i ruoli senza cambiare il risultato.

Insomma, come non diceva Mark Twain, “se votare servisse a qualcosa non ce lo farebbero fare”; un po’ ovunque, questa è la percezione proprio della parte della società che, per ruolo sociale e per cultura, avrebbe meno interessi personali da perseguire e più capacità da mettere a disposizione; quella che tradizionalmente ha sempre avuto nella democrazia occidentale la massima fiducia e ne è stata la spina dorsale.

E così, il rischio è che la fine della classe media comporti anche la fine della democrazia; e che invece di inventare nuove forme di autogoverno, sfruttando le possibilità di partecipazione attiva introdotte dalla tecnologia, la società si indirizzi senza troppi rimpianti, almeno al principio, verso una nuova età delle dittature.

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mercoledì 28 settembre 2016, 15:11

Due parole contro la Bolkestein

Oggi in tutta Italia i mercatali manifestano contro la direttiva Bolkestein, che richiederebbe di mettere all’asta nel prossimo futuro tutti gli spazi attualmente assegnati nei mercati. E siccome ho già visto girare commenti con la puzza sotto il naso che accusano di “mafia” e “lobby populista” chi si oppone a questo ennesimo sprazzo di neo-liberismo, vorrei spiegare alcune cose.

Il problema della Bolkestein nei mercati è oggettivo: l’intero settore è in ginocchio da un pezzo per la crisi, e se liberalizzi e metti all’asta le licenze avrai migliaia di microimprese familiari che, non avendo i capitali per rilanciare e anzi avendo anni di debiti con Equitalia, chiuderanno e lasceranno il posto, mentre i mercati si trasformeranno in una appendice in bancarella delle varie catene di supermercati o perlomeno nel territorio esclusivo di pochi grandi operatori che al posto degli operatori indipendenti di oggi impiegheranno precari sottopagati e immigrati in nero.

Questo è talmente evidente che nei Comuni non si trova alcun partito che si dichiari a favore della Bolkestein, e persino l’assessore al commercio PD della scorsa consigliatura ha passato gli ultimi due anni a dire che Fassino sarebbe andato a Roma a discutere con Renzi come fermare l’applicazione della direttiva.

Dopodiché senz’altro esistono situazioni in cui l’assegnazione e la gestione delle licenze sul suolo pubblico è in mano a mafie e mafiette con la complicità di politici e funzionari conniventi o intimiditi, e il problema dei Tredicine a Roma (citato nei post critici) è reale, ma questo non cancella comunque il problema originario, che riguarda decine di migliaia di piccoli operatori in tutta Italia, e che andrebbe affrontato seriamente senza trasformarlo nella solita occasione per accuse strumentali tra partiti.

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venerdì 2 settembre 2016, 11:55

Caro Stato, fatti i cavoli tuoi

Si sa, ogni giorno in Italia sui social network parte un’ondata di indignazione e di scherno contro qualcosa; talvolta meritata, talvolta no. Quella di ieri, meritata, è contro la ridicola campagna pubblicitaria del Ministero della Salute che vorrebbe convincere i giovani italiani a fare più figli; una campagna che è innanzi tutto una prova di incapacità amministrativa, dato che evidentemente è stata affidata a dei “professionisti” talmente scarsi da aver partorito slogan e immagini che hanno fatto ridere tutto il Paese.

Finito di ridere, però, è necessario comprendere il vero, grave problema che si ripete continuamente nella politica italiana: quello per cui chiunque abbia in mano il potere si sente in diritto di imporre agli italiani i propri valori e le proprie visioni della vita.

E’ vero, difatti, che la società nel suo complesso ha sotto molti punti di vista un interesse effettivo a promuovere un tasso di natalità più elevato, che vuol dire, banalmente, più contribuenti in futuro e più energie fresche per sviluppare il Paese; anche se il sospetto è che le considerazioni politiche dietro la campagna non siano tanto queste, quanto il desiderio degli alleati centristi di Renzi di appagare il Vaticano e quell’elettorato cattolico integralista che ormai è ridotto a un manipolo di ultrà adinolfici, ma che nella testa dei politici è ancora dilagante.

Ma anche lasciando perdere la questione se la soluzione migliore al calo della natalità sia una pubblicità su Facebook, il problema è che in una società libera l’individuo ha innanzi tutto il diritto di fare scelte che non perseguano l’interesse e il benessere collettivo, ma il suo individuale; e lo Stato può limitare o contrastare questo diritto solo là dove lede direttamente l’uguale diritto degli altri, ma non, invece, per imporre all’individuo di allinearsi a un modello di vita che non condivide.

Se non si parte da un principio libertario come questo, si va verso società totalitarie in cui l’interesse collettivo giustifica qualsiasi prevaricazione; non solo, come una volta, il matrimonio obbligato e pianificato in funzione dell’accrescimento della numerosità e del patrimonio familiare, ma pure l’eugenetica (perché è interesse sociale non avere individui deboli al proprio interno), l’omofobia (perché non funzionale alla riproduzione) e così via.

In questo tipo di società, chi è al potere segue una ideologia che descrive il modo “corretto” di vivere, e la impone a tutti i cittadini. Purtroppo, questa mentalità è molto diffusa in tutta la politica italiana, vecchia e nuova, perché non c’è differenza concettuale tra promuovere la fertilità per rafforzare numericamente la popolazione e promuovere il veganesimo per ridurre l’impatto ambientale dell’alimentazione; o impedire alle famiglie di dar da mangiare ai bambini a scuola quello che vogliono, montando una serie di scuse organizzative e pseudo-sanitarie per nascondere il fastidio di non poter obbligare i figli degli altri a essere tutti uguali e allineati al modello che si vuole imporre.

Il messaggio post-ideologico del Movimento 5 Stelle, in origine, era anche questo: l’ideologia di Stato e di partito limita la libertà degli individui di essere felici e vivere come meglio credono, per cui perseguiamo una società senza ideologie. In questo senso, il M5S delle origini era una speranza per i laici e libertari, e spiace vedere che il M5S di oggi, come già tutti gli altri partiti, abbia completamente abbandonato questa idea.

Il problema politico, dunque, ritorna a essere generale: quello dell’italiano che deve difendersi dallo Stato e dai politici non solo sul piano dell’incompetenza e della disonestà, ma anche su quello del vedersi consigliare o direttamente imporre grandi e piccole scelte di vita. Chissà se e quando gli italiani riusciranno ad avere la meglio.

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mercoledì 3 agosto 2016, 09:54

Sul MOI facciamo chiarezza

Oggi torna sui giornali l’argomento dell’ex MOI, occupato da più di tre anni da centinaia di immigrati, e di come liberarlo dall’occupazione, che – al di là degli alti e bassi, dei reati più o meno gravi che lì si sono compiuti e delle esperienze di comunità che vi si sono costruite – non può certo durare in eterno, anche perché la proprietà ha ottenuto da tempo dalla magistratura un ordine di sgombero la cui esecuzione, finora sospesa per motivi di ordine pubblico, non può essere rinviata all’infinito.

L’argomento è delicato e divide trasversalmente le idee e le coscienze; divide anche il Movimento 5 Stelle, tanto che in consiglio comunale io e Chiara ci esprimemmo diversamente, e che nel programma elettorale si è stati ben attenti a non essere troppo chiari su ciò che si vuole fare, usando gli stessi giri di parole che ritrovo negli articoli di oggi.

Difatti, sul fatto che l’occupazione vada superata siamo tutti d’accordo, ma ci si divide sul come: dando una casa o una sistemazione agli occupanti, al di là del fatto che ne abbiano o meno diritto, pur di scongiurarne le proteste; oppure agendo se necessario con la forza per allontanarli, ma senza concedere loro un trattamento diverso da quello di chiunque altro?

Il problema di fondo, infatti, è che gli occupanti appartengono sostanzialmente a queste quattro categorie:
1) profughi che hanno completato il ciclo di accoglienza, sono già stati mantenuti dallo Stato per un paio d’anni e poi sono rimasti in Italia regolarmente ma senza lavoro e sostegno, lasciati in mezzo a una strada (parecchi dei primi occupanti del MOI erano ex occupanti di via Asti e prima della Clinica San Paolo);
2) finti profughi, ovvero richiedenti asilo la cui domanda è stata bocciata e ora sono in Italia come clandestini;
3) clandestini “semplici”, ossia persone entrate in Italia irregolarmente o il cui permesso di soggiorno è scaduto, e che non sono mai state richiedenti asilo;
4) immigrati regolari rimasti senza lavoro e senza mezzi di sussistenza (che, presumibilmente, diventeranno clandestini alla prossima scadenza del permesso di soggiorno).

Nessuna di queste quattro categorie avrebbe diritto ad alcun sostegno da parte dello Stato o del Comune, a parte forse qualcuno delle ultime due se si scoprisse che ha i requisiti per essere un profugo senza aver mai richiesto tale status (ma è un caso raro, perché chi può fa subito la domanda).

C’è, però, un primo “ma”. La maggioranza uscente decise, nel dicembre 2013, di concedere anche agli occupanti abusivi la residenza a Torino, istituendo l’indirizzo fittizio di “via della Casa Comunale 3”. Quella fu una delle occasioni in cui io e Chiara ci dividemmo; lei era favorevole, io astenuto (potete leggere qui i riassunti dei nostri interventi in aula e anche il mio post dell’epoca).

La conseguenza più importante di questa decisione è che nel prossimo inverno centinaia di occupanti del MOI (un anno fa risultavano essere per l’anagrafe oltre 700) matureranno tre anni di residenza a Torino, e come tali avranno il diritto di ottenere una casa popolare, probabilmente passando in cima a tutte le graduatorie visto il loro stato di nullatenenti assoluti (tra l’altro, la legge regionale esclude dalle case popolari chi occupa abusivamente una casa popolare, ma non chi occupa abusivamente altri tipi di alloggi). E dato che a Torino sono disponibili 400-500 alloggi ATC l’anno, se le cose rimarranno così, è probabile che per un anno non ci siano case per nessuno se non per gli ex occupanti del MOI.

All’epoca si disse anche che le regole regionali sarebbero state riviste per “diluire” questo flusso, evitando una paralisi del sistema che avrebbe facilmente portato tensioni sociali; non so se sia stato fatto o se intendano farlo ora, viste anche le recenti dichiarazioni di Fassino sulla doppia graduatoria. Questo, però, rende ancora più urgente mettere mano alla situazione del MOI.

Soluzioni facili non ce ne sono; gli articoli parlano di un modello simile a quello usato per Lungo Stura Lazio. Lì, però, la situazione era diversa; non si parlava di occupanti abusivi organizzati di edifici altrui, ma di persone che si erano accampate dove e come potevano; i clandestini erano pochissimi, e molti invece erano cittadini italiani o europei, anche con un lavoro per quanto misero e precario, con diritti già maturati e con pieno diritto a rimanere in Italia; inoltre, c’erano cinque milioni di euro messi a disposizione dallo Stato centrale. Qui, se non arriva uno stanziamento specifico da parte del governo, soldi non ce ne saranno, a meno che il Comune non li reperisca di suo, dal proprio bilancio, togliendoli a qualcos’altro.

Si capisce che il pericolo di uno sgombero senza paracadute sia grave: cosa farebbero centinaia di persone senza nulla da perdere, una volta allontanate da lì, perdipiù assistite da centri sociali e organizzazioni pro migranti? Occuperebbero qualcos’altro, manifesterebbero in blocco per il centro? Da qualche parte dovranno pur andare.

D’altra parte, anche stabilire il principio che chi occupa in blocco prima o poi sarà sistemato, al di là dei propri diritti, è molto pericoloso. A quel punto cosa impedirebbe a una parte delle centinaia di migliaia di clandestini o di profughi che vivono in Italia di occupare in blocco edifici fatiscenti per farsi sistemare dal Comune di Torino? Chi convincerebbe i profughi che hanno terminato il ciclo di accoglienza, di solito senza conquistarsi alcuna sistemazione o autonomia economica, ad uscire pacificamente e arrangiarsi? E a cosa servirebbe sgomberare il MOI con tanta fatica, col rischio che un mese dopo ci siano altre 800 persone accampate lì in attesa di farsi sistemare?

Qualunque scelta si faccia i problemi sono grandi, e questo è innegabile. D’altra parte, è anche bene che le scelte siano chiare; e per ora non lo sono. Non si è capito, infatti, quale delle due strade voglia percorrere l’amministrazione; se vuole fare un censimento per aiutare solo quelli che ne hanno diritto in quanto profughi non ancora accolti, già sappiamo che saranno una sparuta minoranza e che resterà il problema di tutti gli altri; se invece vuole sistemare tutti gli occupanti, o anche solo inserire nelle case popolari quella grande maggioranza degli occupanti che ha avuto la residenza, perché “siamo tutti esseri umani, la casa è un diritto di tutti e sogniamo un mondo senza frontiere”, come sentivo ripetermi dagli esponenti del M5S che ora si occupano della materia, allora vorrei capire come potrà spiegare la cosa alle migliaia di famiglie italiane e straniere che vengono sfrattate ogni anno e che finiscono in mezzo a una strada o si arrangiano come possono, aspettando per anni una casa senza occupare alcunché.

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sabato 30 luglio 2016, 19:04

La pace è fuori dalle chiese

Fa piacere che, con spirito di pace, molte comunità musulmane in Italia e in Europa (anche se, ho letto, non quella torinese) domani mandino dei rappresentanti ad ascoltare la messa nelle chiese cattoliche.

Eppure, al di là dello spirito di pace, a me l’aspetto simbolico dell’iniziativa convince poco; per prima cosa, perché l’integrazione avviene alla pari e non costringendo gli uni a partecipare al rito religioso degli altri. Questo però si può risolvere: basta che la settimana prossima siano i cattolici ad entrare nelle moschee.

Ma più ancora sono perplesso perché l’integrazione non riguarda solo i fedeli delle due religioni, ma tutta la società; riguarda anche i fedeli delle altre religioni meno praticate, e riguarda chi non si riconosce in alcuna religione; pezzi di società che dalla strombazzata iniziativa di domani sono apertamente esclusi.

Il luogo giusto per l’integrazione, simbolica e pratica, non è un luogo di culto, ma è la sede laica dell’istituzione pubblica; è la scuola, è il posto di lavoro, è la politica, è il teatro e lo stadio. Quelle sono le sedi dove tutta la società si deve unire al di là delle differenze, non una chiesa, che per definizione, in una società laica e multireligiosa, accoglie solo una parte della cittadinanza.

Perché altrimenti il rischio è che il tema di importanza storica dell’integrazione degli islamici in Europa venga sfruttato da una parte del mondo religioso cristiano, quello che non a caso spesso promuove e organizza l’immigrazione senza se e senza ma, per un proprio obiettivo politico di parte: reintrodurre la religione nel cuore dello Stato, rimetterla al centro di una vita pubblica e politica da cui, per uguaglianza e rispetto di tutti i cittadini, dovrebbe essere stata allontanata ormai da molto tempo. Così, almeno, deve essere se l’obiettivo è una società laica, tollerante e libertaria, anziché una società vincolata da precetti più o meno rigidamente interpretati di libri religiosi di epoche antiche.

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venerdì 27 maggio 2016, 13:37

Perché non disprezzo Mihajlovic

In curva Maratona da molti decenni vige una regola d’oro, quella di lasciare la politica fuori dalla curva; figlia di un periodo in cui per la politica ci si ammazzava a vicenda, è però una regola che, pur permettendo alla Maratona di essere una delle curve con la maggiore coscienza sociale e con molte persone che affiancano all’attivismo sportivo quello politico, ha tuttora un senso per evitare divisioni.

Per questo, io avrei preferito commentare l’arrivo di Sinisa Mihajlovic come allenatore del Toro in senso strettamente sportivo, come quello di un ex ottimo calciatore che ora, da allenatore, è considerato una delle migliori promesse della generazione dei quarantenni. Tuttavia, proprio per la coscienza sociale di cui parlavamo, è inevitabile che l’arrivo di Mihajlovic abbia fatto storcere il naso a molti commentatori granata, come ben riassunto in questo articolo che sta facendo discutere.

Le simpatie nazionaliste serbe di Mihajlovic sono note, così come è nota la sua amicizia personale con la Tigre Arkan, un criminale di guerra responsabile di molti dei massacri della guerra jugoslava, che era il capo degli ultrà quando lui giocava alla Stella Rossa. Rimase famoso l’episodio del 2000 in cui, dopo la morte di Arkan, i fascisti della curva della Lazio esposero uno striscione in suo onore:

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Si disse al tempo che fosse stato Mihajlovic a chiederlo, anche se lui ha smentito; sta di fatto che la Maratona diede allora la risposta perfetta, esponendo la domenica successiva un altro striscione che ha fatto la storia:

7-febbraio-2000-onore-al-gatto-silvestro-L-2_o4FV

Di quello striscione andiamo tutti fieri; ora però, quasi vent’anni dopo, in uno di quei cicli beffardi del calcio ci ritroviamo Mihajlovic in panchina. Io capisco quindi chi lo ritiene almeno moralmente complice di quello che successe nella ex Jugoslavia, e non lo gradisce; eppure, non credo che sia la conclusione giusta.

Per prima cosa, prima di liquidare qualcuno come nazista e genocida vorrei conoscerlo meglio e di persona; perché ho imparato che ciò che scrivono i giornali è solo una approssimazione della verità, e che l’immagine pubblica che ogni personaggio si porta appresso è spesso imprecisa e piuttosto diversa dal vero. Del resto, secondo i giornali io sarei uno che si augura che mezzo governo venga ammazzato a mitragliate (aprile 2013) e che desidera rimpatriare a calci nel sedere quelli che sbarcano dai barconi (agosto 2015) e vi assicuro che nella realtà non penso minimamente alcuna delle due cose.

Ma poi, se leggo i racconti della sua esperienza personale che lo stesso Mihajlovic ha dato nel tempo – per esempio questo, del 2009 – non posso che concludere che l’idea del nazista, razzista e amico degli squadroni della morte è come minimo molto semplificata; non solo per le altre idee che esprime (per esempio l’apprezzamento per Tito e per la sua Jugoslavia multietnica) ma perché i racconti che fa – e vi raccomando di dedicare tre minuti a guardare questo video, che risale solo a un paio di mesi fa – mostrano che nessuno di noi può davvero capire, e figuriamoci giudicare, l’esperienza di un ragazzo di vent’anni, nato e cresciuto proprio sul confine tra Serbia e Croazia, che improvvisamente si trova al centro di una guerra sporchissima, una guerra in cui suo zio croato voleva ammazzare suo padre serbo, poi Arkan cattura lo zio e gli telefona per chiedere se vuole che lo ammazzino o solo che glielo portino.

Anche a me viene naturale giudicare le persone a prima vista, ma poi realizzo che, se distinguere tra il bene e il male è un obbligo morale per chiunque in qualunque situazione, giudicare la scelta degli altri è uno sport per gente con la pancia piena e le pantofole davanti al caminetto. Credo che nessuno di noi abbia vissuto quell’esperienza, e tantomeno quella successiva di vedere il proprio Paese bombardato per mesi dalla NATO, cioé anche da noi. E se questo non mi rende le vere o presunte idee di Mihajlovic più simpatiche, mi porta però a pensare di non avere il diritto di giudicarlo.

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domenica 22 maggio 2016, 11:09

Una visita al museo Lombroso

Ieri sera ho approfittato della Notte dei Musei per partecipare alla visita guidata del Museo Lombroso. Il museo è piccolo, molto inquietante e molto interessante, purché visitato con un po’ di cervello; aiuta a porsi una serie di domande scomode sul rapporto tra scienza, etica e umanità.

Lombroso non era uno scienziato pazzo né deviato, era semplicemente uno scienziato che ha applicato il metodo scientifico e la conoscenza teorica e tecnologica della sua epoca a ipotesi soltanto parzialmente errate. Sia l’idea che esistano parametri misurabili del nostro corpo correlabili con i nostri schemi individuali di comportamento, che l’idea che tali parametri siano ereditati dai nostri antenati, sono corrette; soltanto, i parametri non sono le dimensioni e la forma del cranio ma le nostre sequenze di DNA, e la correlazione non è assoluta e deterministica, poiché contano anche le influenze dell’ambiente, della cultura e dell’educazione; tale correlazione non riguarda la “delinquenza”, che non è una patologia, ma piuttosto alcune di quelle che oggi sono considerate forme di disabilità e di disturbi nella socialità dell’individuo.

L’applicazione del pensiero scientifico di Lombroso sulla criminalità innata, partendo dalle sue ipotesi, era logica: se c’è un parametro corporeo che mi permette di dire con certezza che una persona avrà comportamenti criminali, da una parte è inutile punirla perché non c’è alcuna volontà nel suo destino, e dall’altra è insensato tenerla libera nella società perché certamente non potrà che danneggiare gli altri. E’ chiaro che una ulteriore conseguenza logica e scientifica di questo pensiero, tratta da altri nei decenni immediatamente successivi, è che a questo punto tanto vale impedire la nascita di questi individui oppure rinchiuderli o addirittura ucciderli una volta individuati: di lì la “soluzione finale”.

Per questo il museo Lombroso è importante e va visto, perché se ne esce con diverse questioni filosofiche fondamentali che travalicano i confini della scienza, a partire da quella sull’esistenza del libero arbitrio: esiste veramente un libero e insondabile arbitrio degli esseri umani, oppure il nostro comportamento è pienamente determinato da leggi fisiche e reazioni chimiche che semplicemente noi ancora non conosciamo sufficientemente? E comunque, nel momento in cui scopriamo una correlazione certa tra il modo in cui è fatto un essere umano e il modo in cui si comporterà e si inserirà nella vita sociale, qual è il comportamento giusto da tenere?

Proprio perché la scienza, col suo continuo progresso, ci permette sempre più facilmente una selezione eugenetica dei futuri esseri umani prima ancora che nascano, è importante essere coscienti di questa domanda; sapendo che il rifiuto di questa selezione è una scelta fieramente antiscientifica, ma non per questo sbagliata, anzi è l’affermazione del principio che esistono ambiti dell’esistenza umana situati su piani diversi e inconciliabili con quello della scienza.

D’altra parte, però, anche questa affermazione è potenzialmente altrettanto pericolosa del positivismo; e anche su questo il museo Lombroso, suo malgrado, pone delle domande urgenti. E’ innegabile che in Occidente gli ultimi anni vedano una recrudescenza dell’oscurantismo, delle credenze mitologiche in qualsiasi bufala, della ribellione all’autorità della scienza, per sua natura sempre meno intuitivamente comprensibile man mano che avanza e diventa più complessa, ma per questo equiparata a una manipolazione di poteri forti contro il popolo. Così come i momenti di sviluppo e di fiducia nel futuro promuovono il positivismo, i momenti di crisi economica e di paura promuovono il negativismo.

Al povero Lombroso tocca ora un destino beffardamente opposto rispetto a quello di Galileo e di tanti altri scienziati. Galileo, scienziato di valore, fu bruciato (metaforicamente) in vita per essere riconosciuto da morto; Lombroso, riempito di onori mentre era in vita, è ora metaforicamente bruciato da morto. Egli è, in effetti, il bersaglio perfetto per il negativismo; essendosi occupato di studiare scientificamente il corpo umano nell’unico modo che la tecnologia dell’epoca gli permetteva, ovvero sotto forma di collezionista di spoglie (che continuo a pensare andrebbero sepolte e sostituite da riproduzioni, ma non è questo il punto), può facilmente essere fatto passare per un Mengele ante litteram, un crudele e freddo massacratore di esseri umani. Ovviamente era l’opposto; attivamente socialista, i suoi studi miravano al benessere dell’umanità, compresi i più poveri, e l’uso di cadaveri era proprio il modo per farli senza danneggiare nessuno. Ma chi meglio di lui può essere sfruttato come simbolo aggregatore per qualsiasi ribellione antiscientifica e complottista, dal revanscismo neoborbonico al rifiuto della medicina “ufficiale”?

Per questo il museo Lombroso deve rimanere aperto e venire difeso (qui la petizione); e bisogna che esso sia libero di mandare il suo messaggio, senza gli imbarazzi della nostra guida di ieri che ogni due minuti era costretta a ripetere che le teorie di Lombroso erano screditate. Certo, il problema è che spesso chi lo critica non è in grado di capirlo; e allora, l’ultimo messaggio importante che Lombroso ci manda è che nessuna società umana complessa come la nostra può sopravvivere senza la fiducia, anche se non illimitata, nella scienza e nel suo metodo; e che questa fiducia non è mai scontata, ma va costruita dalla società tramite l’educazione.

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venerdì 15 aprile 2016, 10:49

Una giornata uuggiosa

È un po’ complicato spiegare come mai ho speso questi tre giorni in Polonia, un Paese la cui maggiore attrazione turistica è un campo di concentramento: certo non il massimo per attirare visitatori.

Comunque, avevo già preso il treno mercoledì, per andare a Lublino a vedere un altro lager famoso, quello di Majdanek; e chiedere allo sportello un biglietto per Lublin è facile. Il treno era nuovo nuovo, finanziato ovviamente dall’Unione Europea, pulitissimo, con tanto di wi-fi, prese di corrente e annunci bilingui; certo, dopo un’oretta si è piantato nel bel mezzo di una stazione nel nulla, in una Santhià polacca qualsiasi, e abbiamo dovuto attendere che trafelati ferrovieri di mezz’età dai baffoni stalinisti lo riavviassero due o tre volte: mezz’ora di ritardo. Il viaggio però è stato piacevole, verde sotto e grigio sopra, che il sole qui s’è visto solo in figura sulla livrea di treni locali di mezzo secolo fa, arrugginiti ma ripittati a nuovo per attirare i clienti come una coguara.

Diverso è, invece, recarsi allo sportello di Varsavia Centrale e riuscire a farsi dare un biglietto per Uugg-Vizzèff. Ho deciso di scriverlo come si pronuncia perché lo spettacolo d’arte varia di uno straniero che cerca di pronunciare Łódź-Widzew dev’essere uno dei primari divertimenti delle attempate impiegate della biglietteria, anche se loro se ne fregano e preferiscono concentrarsi nell’attesa delle loro antiche stampanti ad aghi. Comunque, io ci sono riuscito al primo tentativo, senza dover usare materiale scritto, e ne vado molto fiero.

Ora, se voi siete italiani conoscerete senz’altro Uugg-Vizzèff per un solo motivo: Vizzèff, difatti, è il quartiere di Uugg dove ha sede la principale squadra di calcio cittadina, protagonista di memorabili sfide europee con la Juve quando eravamo bambini. In realtà è piuttosto in periferia, tanto che fuori dalla stazione vi sembrerà di essere atterrati alla Falchera Nuova (in realtà l’intera Polonia, centri città compresi, sembra la Falchera Nuova: potere dell’urbanistica comunista). La stazione in centro città, che si chiama Uugg Fabbrica e già questo vi fa capire molte cose, è chiusa per rifacimento generale, per cui bisogna scendere qui e farsi un quarto d’ora di tram, comprando i biglietti a gesti dalla giornalaia.

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Avrete dunque capito perché sono venuto qui: Uugg fino a metà Ottocento era un piccolo villaggio agricolo, poi arrivarono le fabbriche e le ferrovie e diventò l’archetipo del capitalismo delle filande. Non c’è niente da vedere a Uugg, se non fabbriche ottocentesche parte in rovina e parte ristrutturate, e una lunga strada di begli edifici art nouveau decimati dai russi e dai tedeschi, nel senso che i bombardamenti ne hanno tirati giù nove su dieci e ora ti vedi uno di questi palazzi in mezzo a “rimpiazzi” comunisti nel suddetto stile da periferia popolare, dei casermoni nati dalla collaborazione ideale tra Le Corbusier e Stalin che potranno essere portati come prova al loro processo per crimini contro l’umanità.

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Comunque, per chi si interroga di politica ed economia vedere un po’ di luoghi del capitalismo otto e novecentesco è imprescindibile; si parte da New Lanark, dove nacque il capitalismo paternalista, e si finisce con Gary nell’Indiana, città natale di Michael Jackson e di due diversi premi Nobel per l’economia, ora ridotta a un raccapricciante deserto di rovine che ti fa pensare che se due diversi premi Nobel per l’economia non riescono nemmeno a salvare dalla distruzione la propria città natale allora vuol proprio dire che l’accademia economista moderna ha grossi problemi.

Anche la visita a Uugg è impressionante; in particolare io mi sono concentrato su Xsiesjuimuìn (ripeto, scrivo come si pronuncia e concludo che la pronuncia del polacco potrebbe essere considerata una tortura ai sensi della convenzione di Ginevra) che sarebbe una specie di grosso Villaggio Leumann in via di ristrutturazione; c’è un quartiere operaio fatto di case a due piani di mattoni rossi in cui gli operai potevano avere vasti appartamenti da 30 o 40 metri quadri per loro e i loro otto figli, inframmezzato da negozi aziendali in cui comprare il cibo; dall’altra parte c’è la fabbrica, un gigantesco monolite degli stessi mattoni rossi, immenso, enorme, sovrastato dall’orologio, il re indiscusso delle vite di migliaia di contadini inurbati a fare gli operai; e infine, su un lato, l’elegante palazzo neoclassico, bianco e pieno di statue, dove abitava il padrone.

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Questa è la parte recuperata; le case sono diventate appartamenti moderni, la fabbrica si è riempita di uffici, il palazzo è un museo che ospita la collezione di quadri che fu del padrone; ho cercato invano l’ipermercato autorizzato col decreto sviluppo ma qui non c’è, strano, bisogna dire a Lo Russo che qui non hanno capito niente di come si riqualificano le aree industriali.

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A fianco, comunque, ci sono ancora intere aree diroccate, in cui sopravvivono solo le facciate senza i tetti, e lì un paio di ipermercati li potrebbero ancora fare. Il contrasto, comunque, colpisce; il capitalismo crea e il capitalismo distrugge, e intere aree di Uugg sono discariche del capitalismo ottocentesco che il comunismo ha solo lasciato agonizzare (d’altra parte se qui ci fossero ancora i comunisti i polacchi oggi telefonerebbero ancora con il Sirio, e non credo che ne sarebbero contenti).

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Certo, però, questo è il posto giusto per riflettere sui cicli del capitale e del lavoro. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, la Polonia era la Thailandia del momento; gli investitori esteri, tedeschi e inglesi, insieme a qualche imprenditore locale, ebreo polacco, spostarono qui le fabbriche tessili che nei paesi europei più ricchi erano nate qualche decennio prima, delocalizzando per trovare un costo del lavoro più basso; e qui le poterono sistematizzare su scala enorme.

Qui, dunque, ogni mattone è sangue; perché le condizioni di lavoro nelle filande dell’Ottocento erano terribili, e tutti, compresi i bambini, lavoravano dall’alba al tramonto su macchinari primitivi e insicuri, con tassi di infortuni e di menomazioni altissimi. Oggi condizioni di lavoro del genere non si possono nemmeno più immaginare, grazie al movimento sindacale operaio socialista e comunista che si sviluppò nei decenni successivi; o meglio, non si possono nemmeno più immaginare in Europa, e quindi le abbiamo esportate in Asia.

Il recupero filologicamente corretto di queste antiche fabbriche, invece della loro demolizione e sostituzione con brutti fabbricati moderni, è anche un modo per onorare e ricordare questi sacrifici, e insieme l’eterna e sempre valida tenzone di punti di vista contrapposti sul progresso economico capitalista, per cui c’è chi ci vede più sfruttamento, più sacrificio ingiusto a vantaggio di pochi arricchiti, e chi invece ci vede più opportunità, più strumento che comunque dopo i sacrifici concede benessere e progresso un po’ a tutti (è su quell’ “un po’ a tutti” che si è attualmente incartata l’economia occidentale).

Dev’essere per questo che da noi si preferisce radere al suolo o al massimo convertire la fabbrica in ipermercato, e la produzione in consumo, come se ci potesse essere consumo senza produzione. Eppure anche noi abbiamo storie operaie terribili e dimenticate, per esempio quella delle fiammiferaie di Rocca Canavese; anche noi avremmo antichi luoghi di produzione da rendere nuovi.

Io mi rivedo spesso la scena di un consiglio d’amministrazione del Politecnico di metà anni ’90, in cui tutti i professori ingegneri da Zich in giù indicavano col dito gli antichi fabbricati delle officine ferroviarie da abbattere per costruirci il raddoppio, secondo un progetto di anonimi cubi mi pare di Gregotti, e fu uno strano asse tra me studente e Vera Comoli a premere per salvarne almeno una parte, quella dove oggi c’è l’Istituto Boella – e insomma, col senno di poi, avevamo proprio ragione. Ma quante robe industriali ottocentesche sono state tirate giù ancora in questi anni – stazione Dora, la più antica stazione ferroviaria di Torino, per dire – per lasciarne magari su un moncone, una beffarda ciminiera trasformata in reggi-insegna di supermercato?

La logica del soldo edilizio facile ha prevalso sulla memoria e sul suo significato, in un’orgia futurista di nuove economie sottili come una speculazione di Borsa. Eppure, più il mondo è globale e più chi non ha memoria e non ha identità è destinato a soccombere, a venire assimilato in un nulla di non-luoghi e di consumi da schiavo. Qui o altrove, vedere le fabbriche ci ricorda cos’è stata l’epopea dell’Europa industriale; e senza conoscerla, è difficile immaginare davvero un futuro.

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