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Archivio per il mese di marzo 2008


lunedì 31 marzo 2008, 16:58

Morire all’autogrill

Vorrei non dover parlare dell’ennesimo morto nel calcio; avendo però ben presente il qualunquismo imperante sui media quando si parla di ultrà, mi sento in dovere di fare un paio di considerazioni sul tragico incidente di ieri.

Nessuno ha ancora esattamente capito cosa sia successo all’autogrill di Felizzano. La versione degli juventini, mandata in onda da Controcampo con una intervista ripetuta a ciclo continuo, è che un pulmino di un club juventino (quindi tifosi normali, non ultras) sia stato aggredito da due pullman dei Boys, cioè gli ultras del Parma, con tanto di cinghie, catene e bottiglie; a quel punto l’autista avrebbe cercato di ripartire e scappare e senza accorgersene avrebbe investito l’ultrà parmense. Secondo il presidente del Parma, invece, i tifosi gialloblu presenti nell’autogrill erano soltanto dei pacifici cinquantenni in gita premio, e non vi sarebbe stato alcuno scontro.

E’ noto che tra le due tifoserie non corre buon sangue: tre anni fa addirittura si scontrarono in campo al Tardini, a fine partita, e pare che proprio per aver partecipato a quell’episodio il ragazzo morto fosse stato diffidato; questa era una delle sue prime domeniche di calcio dopo tre anni di assenza forzata. Bene hanno fatto quindi a sospendere la partita per evitare altri guai, nonostante i fischi corali degli juventini allo stadio, al momento dell’annuncio.

Ora, questi sono i commenti più ricorrenti nel mondo ultrà: il primo è che gli juventini se la sono andata a cercare, perché fermarsi con le sciarpe della propria squadra in un autogrill già occupato da tifosi della squadra opposta è una chiara provocazione allo scontro; il secondo è che l’autista ha perso la testa, perché la versione del lancio di bottiglie e cinghiate contro il pullman pare quantomeno esagerata – da quel che si è visto non c’erano cocci per terra e non c’erano ammaccature sul pullman – ed è probabile che al massimo stesse partendo qualche sfottò e qualche gestaccio. L’autista stesso pare aver dichiarato di non aver mai trasportato tifosi negli ultimi anni e di non essere stato assolutamente preparato a un episodio del genere. Gli juventini, comunque, si difendono sostenendo che il loro pullman non era di ultras e che quindi l’attacco dei Boys parmensi sarebbe stata un’infamata.

Possibile dunque che basti fermarsi nell’autogrill sbagliato per farci scappare il morto? Possibile sì, visto che è successo, ma perché? La base è quella cultura demenziale per cui se ci si incrocia con tifosi avversari all’autogrill, invece di offrirsi un caffé, ci si deve per forza menare; certo, la “mentalità” prevederebbe che ciò accada solo se entrambi i gruppi sono di ultrà, ma è ben difficile che su un pulmino di un club gobbo non ci fossero almeno un po’ di giovani maschi bardati da drugo, proprio come paiono mostrare le immagini riprese davanti alla questura di Asti.

A ben vedere, però, non sarebbe successo nulla se l’autista non fosse stato terrorizzato a morte da due manate sul vetro; esattamente come Gabriele Sandri non sarebbe morto se non fosse passato di lì un agente alle prime armi con l’idea di dover fare il Rambo. Perché? Perché è da dodici mesi, dopo la morte di Raciti, che è in corso una campagna isterica di criminalizzazione del tifo calcistico, al punto che chiunque veda un ultrà pensa di essere in pericolo di vita; e reagisce di conseguenza, sparando o accelerando a tavoletta, come se veramente fosse questione di vita e di morte propria o dell’altro.

Solo che a morire alla fine sono sempre gli ultrà; una categoria indecifrabile ma spesso ben diversa dagli stereotipi, se è vero che il ragazzo morto ieri era sì talmente “caldo” da minacciare di menare gli Offlaga Disco Pax – gruppo alternativo dell’odiata Reggio Emilia – se si fossero permessi di suonare a Parma, ma anche talmente normale da laurearsi in ingegneria, avere un lavoro fisso e nel tempo libero fare il volontario. Non un buzzurro insomma, non un analfabeta o un disadattato. E chissà quanto “caldo” veramente oltre alle parole: anni fa, dopo un Sampdoria-Torino, al questore di Genova venne la bella idea di diffidare tutti i tifosi granata che erano andati in trasferta, i cinquanta casinisti insieme ai mille delle famigliole e dei pensionati: gente di cinquant’anni con la Daspo… questo per dire come la diffida sia tutt’altro che un segno certo di attitudine a menar le mani.

Grazie all’isteria del dopo-Raciti, il calcio è molto più pericoloso oggi di prima, come dimostrano due tifosi morti in quattro mesi, cosa mai successa nella storia. L’abolizione delle trasferte organizzate e dei treni speciali ha trasformato ogni viaggio in una avventura in territorio nemico, dove sei solo con il tuo gruppetto e dietro ogni angolo può esserci uno che ti mena; e quindi, a molti viene anche la voglia di colpire per primi. Quelle frange disadattate che una volta, nel gruppo, venivano controllate dagli stessi capi ultrà ora sono libere di andare in giro a far danno per i fatti propri. E in più, basta vedere un tifoso di calcio perché la folla gridi all’uomo nero: e questo aumenta negli ultras la sensazione di essere una tribù di emarginati in lotta per sopravvivere.

Di tutto questo, fatico ad attribuire la responsabilità soltanto a una manciata di gruppi organizzati, o agli stessi disadattati di cui sopra: certo è ora di abbandonare la violenza per sempre, ma se uno nasce e cresce in un certo ambiente e con una certa testa, è ben difficile che sia in grado di cambiare comportamento. Trovo invece molto peggiore il comportamento di chi avrebbe i mezzi culturali per contribuire a un clima migliore, e non lo fa.

E qui possiamo partire dai dirigenti irresponsabili, come ieri l’ineffabile Galliani, che con tutto quel che era successo, dopo l’ennesima prestazione inguardabile della sua squadra, non ha trovato di meglio che andare in televisione a piangere come un bambino lamentandosi dell’arbitro e di presunti complotti anti-Milan: e questo non agiterà forse gli animi dei più violenti tra i suoi tifosi, la prossima volta che gli si parerà innanzi un tifoso con sciarpa nerazzurra?

Soprattutto, è vergognoso il comportamento dei “giornalisti”, che paiono interessati solo a fare sensazione. Perché alla fine quello di ieri è stato veramente un incidente, pur se aiutato dal clima assurdo creato attorno al calcio: non certo un tifoso ammazzato da altri tifosi in uno scontro, ma un investimento involontario da parte di un poveraccio che era lì soltanto per lavorare e che ora rischia la galera. L’unica cosa ragionevole da fare era abbassare i toni, come hanno fatto le due società, come ha fatto il questore.

Eppure, per tutto il pomeriggio e tutta la serata Italia 1, quest’anno la TV ufficiale del calcio, ha soffiato sul fuoco, cercando assolutamente di dimostrare che c’erano stati scontri, che c’era della violenza, fino a presentare una testimonianza che non stava né in cielo né in terra. Sono proprio i Piccinini, i Mosca, gli Ordine, i Liguori ad essere vergognosi, a fomentare un clima di isteria e di violenza per fare audience, per vendere la loro pubblicità; quando non è contro gli ultras è contro gli arbitri, messi alla gogna per ogni minimo errore. Su questo, hanno assolutamente ragione i Boys nel loro comunicato.

Per evitare queste situazioni non serve certo militarizzare tutti gli autogrill d’Italia; basterebbe ricominciare con le trasferte organizzate e scortate, possibilmente facendo pagare il costo delle forze dell’ordine agli stessi tifosi o alle loro società. Io stesso pagherei volentieri venti o trenta euro in più, le rare volte in cui vado in trasferta, per non rischiare di venire pestato da qualche “tifoso” avversario. E poi, che tutti si facciano un esame di coscienza, e comincino a comportarsi da adulti: tutti, non solo gli ultrà.

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domenica 30 marzo 2008, 12:07

Giornalisti in Cina

Dopo aver visto la qualità dei giornalisti nostrani, non posso che segnalare con ancora più convinzione questa splendida intervista di Hardtalk, programma giornalistico della BBC, a Wu Jianmin, uno dei portavoce del governo di Pechino.

Si nota subito come, all’estero, i giornalisti non si facciano problemi a incalzare l’intervistato sulle domande più scomode, invece di disporsi a novanta gradi sin dalla prima battuta; tanto che già verso il quarto minuto il cinese comincia a sbattere furiosamente e incontrollabilmente le sopracciglia, una azione che nella cultura locale significa “se io non fossi così bene educato, ti avrei già strappato le palle a morsi per poi immergerle in una salsa piccante e mangiarle per cena”.

Soprattutto, questa intervista rende in modo drammatico lo scontro di culture politiche e sociali che è in atto in questo periodo storico. Il giornalista inglese e il diplomatico cinese proprio non si capiscono, parlano due lingue incompatibili; il primo chiede dei diritti umani, e il secondo risponde che c’è lo sviluppo economico, e non è forse la ricchezza il più importante diritto umano, quello che cambia la qualità della vita delle persone molto più della libertà di parola? Il giornalista chiede perché non si possa vedere la televisione straniera in casa, e il diplomatico risponde che la televisione straniera non interessa a nessuno, è in inglese, e che comunque gli occidentali continuano a valutare la Cina secondo i propri modelli culturali invece che secondo quelli dei cinesi. E poi si parla di dinamiche politiche interne, di pericoli di instabilità, e di altre questioni che i nostri media non ci hanno mai raccontato.

Comunque la pensiate sulla Cina, è un pezzo che vale la pena di vedere.

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domenica 30 marzo 2008, 11:52

L’ultima opportunità

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Per l’ortografia, invece, a Repubblica l’ultima “chanche” l’hanno persa da un pezzo.

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sabato 29 marzo 2008, 16:28

Conferenze d’Egitto (2)

Se la parte turistica del mio viaggio in Egitto è stata caotica, la parte di conferenza è stata davvero ottima, anche se sicuramente diversa da come sono abituato. Già vi ho detto di alcuni aspetti positivi e negativi: devo aggiungere il buffo incidente avvenuto quando uno dei relatori, con un gran sorrisone, ha rassicurato la platea che noi occidentali non eravamo venuti lì per imporre all’Egitto le nostre politiche e i nostri valori, ma semplicemente per spiegargli come funzionavano certi meccanismi in modo che potessero trovare in autonomia la propria strada. A noi relatori europei sembrava un discorso gentile, ma tra i notabili c’è stato un brusio, e tra le nostre facce un po’ sorprese il moderatore della sessione ha subito interrotto l’intervento; e, davanti alla first lady, ha preso la parola per precisare che l’Egitto non ha niente da imparare da nessuno, che è un paese leader mondiale delle nuove tecnologie e che lo scopo della conferenza era soltanto quello di condividere l’esperienza egiziana con il resto del mondo.

Bisogna anche dire che, guardandosi attorno, gli egiziani avevano i loro più che validi motivi d’orgoglio: la conferenza si teneva nel cosiddetto Smart Village, una ampia zona a parco – con tanto di palme, laghetti ed erba verde dappertutto, un abuso idraulico mai visto – situata nel bel mezzo del deserto, una ventina di chilometri fuori dal centro del Cairo. Sparsi in tutto il villaggio, vi sono palazzi bianchi e azzurri, tutti appena costruiti, che ospitano le sedi delle organizzazioni governative e delle principali aziende tecnologiche del paese: Vodafone, Mobinil, Ericsson, Microsoft… Con una battuta, il dirigente Microsoft locale ci ha detto che una sede così non l’avevano nemmeno a Redmond. Il centro conferenze, poi, era veramente grandioso, con una enorme hall piena di schermi, la vista su un laghetto con una piramide monumentale al centro, una sala da pranzo dove ci hanno cibato fino a farci scoppiare con gamberi, salmone e della carne buonissima, e poi una sala conferenze con maxischermi e traduzione simultanea.

Certo, è una di quelle operazioni che sono possibili solo in paesi autocratici, dove il governo ordina a tutti di spostarsi lì e loro si spostano, e dove può reperire a bacchetta i fondi per creare un’isola modernissima in mezzo a un mare di degrado e povertà. Ciò nonostante, è anche vero che per questi paesi l’ICT è una buona opportunità di sviluppo: a titolo d’esempio, nonostante fossimo stanchissimi, a fine conferenza ci hanno portato a vedere il fiore all’occhiello, cioè un call center che gestisce l’assistenza Microsoft per mezza Europa, compresa l’Italia. Se attivate Windows via telefono, o se avete bisogno di assistenza sull’X-Box, la vostra telefonata finisce esattamente lì: c’erano due piani pieni di ragazzi che prendevano telefonate.

Comunque, credo di avere anche capito varie cose del circo delle conferenze internazionali, vedendo alcuni relatori – tra l’altro persone molto famose in questi circoli – sdilinquirsi in lodi veramente sperticate alla first lady, e quanto era brava, e quanto era bella, e quanto sembrava giovane; e subito dopo cercare di vendere tra le righe una consulenza miliardaria al governo egiziano. Ho capito che io non ci sono proprio tagliato.

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venerdì 28 marzo 2008, 14:09

Il Cairo a piedi

Non so se sono contento di aver speso una paccata di soldi – quasi duecento euro, tra tutto – per concedermi una giornata extra al Cairo; comunque, i soldi spesi in visitare posti nuovi non sono mai sprecati, e quindi pubblicherò ancora qualche appunto preso sul posto.

La città, come ogni altro posto, è interessante; certo io l’ho presa di punta, e ho rischiato di esserne travolto. Difatti, invece di lasciarmi spaventare dalle storie di turisti rapinati o minacciati, mi sono lasciato convincere dall’allegro entusiasmo della mia Lonely Planet, e da buon ingegnere ho pianificato un giro a piedi che toccasse tutti i punti principali.

Peccato che abbia capito soltanto dopo che il motivo per cui la Lonely Planet insisteva sul prendere spesso il taxi non era soltanto la fatica; questa, oggi, non è una città turistica, e anzi in certi tratti ero totalmente perso nel magma di quartieri che potevano tranquillamente (anche in termini di distruzione e sporcizia) essere a Baghdad o a Kabul. Non credo di essere mai stato veramente in pericolo, ma in certi punti ero chiaramente l’unico occidentale nel raggio di un paio di chilometri, e il modo con cui sono stato guardato – pur avendo una faccia che da queste parti non dà troppo nell’occhio, e pur essendo abituato a scivolar via con lo sguardo basso, la macchina foto ben chiusa e ben stretta, e l’autocontrollo sufficiente per non reagire assolutamente a niente – mi è piaciuto poco.

Il mio giro è iniziato da Garden City, il quartiere coloniale dei grandi alberghi, seguendo la passeggiata sulle rive del Nilo. Il fiume è uno spettacolo, sa già di mare anche se siamo a duecento chilometri dalla foce, ed è coperto dal vento, tanto da esser pieno di barche a vela. La passeggiata quindi non è male, ci sono le panchine e le piante e le coppiette locali che si scambiano effusioni sconce in maniera disgustosa – voglio dire, due si tenevano addirittura per mano! Sembra molto Borghetto Santo Spirito, però a Borghetto non ci sono quattro corsie di traffico impazzito e strombazzante subito a fianco della fila di magnolie, perciò alla fine Borghetto S.S. 1 – Il Cairo 0.

Il problema è quando poi lasci la riva del fiume e ti addentri nelle case, cercando di risalire verso la collina della Cittadella. Non solo l’orientamento è complicato, visto che poche vie hanno il nome scritto anche in inglese e che comunque la cartina di quella zona sulla Lonely Planet è molto deficitaria; a un certo punto vai a sbattere contro un cavalcavia. Ora, io in tre giorni ho già acquisito abilità stupefacenti in questo continuo Frogger dal vivo che è attraversare la strada al Cairo; per dire, sono in grado di fermarmi sulla riga tratteggiata tra due file di traffico che sfrecciano a sessanta all’ora a non più di tre centimetri dal mio naso, o di sfruttare lo spazio triangolare dinamico generato temporaneamente da due veicoli che stanno lentamente divergendo, o di attraversare a pancia retrattile, cioè davanti a un veicolo in movimento e ritraendo la pancia sopra il cofano per superare gli ultimi venti centimetri con un salto proprio quando già esso pare avere le ruote sopra di me. In generale, comunque, mi metto a valle di un locale usandolo come scudo umano e stando però attento a calcolare bene il parallasse, che se no dove passa lui poi non ci passo più io.

Comunque, tutto questo va bene, ma a percorrere a piedi un cavalcavia largo come una macchina più una zanzara non ci penso proprio; e così ho dovuto tuffarmi nelle viscere del quartiere, trovare la stazione della metro, usarla come scavalco, attraversare il mercatino di carabattole (tutte made in China) che occupava la stazione degli autobus iniziata e mai finita che stava dall’altro lato, e poi trovare un vialone che risaliva verso nord, in un quartiere popolare, fino a una grande piazza occupata da una moschea dove si intravedevano torme di donne velate, e non son certo andato ad indagare. Ecco, questo pezzo qui è stato uno dei più inquietanti, anche perché ho dovuto interpretare la mappa sempre un po’ di soppiatto e senza fermarmi in mezzo alla strada con il libro bene in mano (il che equivale a “ehi, sono qui, sono straniero e mi sono perso, fate di me ciò che volete”).

La salita verso la Cittadella però è interessante, perché si svolge per una strada tranquilla piena di ruderi che si rivelano essere pezzi di chiese copte del nono secolo abbandonati lì e usati come discarica di letame, oppure come motoofficina o come stalla per gli asini che tirano i carretti, sempre abbondanti per queste vie. A metà salita, però, c’è la Moschea di ibn-Tulun ed ecco, questa è la cosa che valeva il viaggio: un gigantesco quadrato circondato da un porticato, il più antico edificio ad archi a sesto acuto che si conosca. Al centro del grande cortile, a rompere la luce del mezzogiorno, c’è una cupola che copre una fontana, o un altare, o chissà cosa.

Mi siedo lì sotto e mi godo il vento e la bellezza mozzafiato del luogo. Ignoro le mezze richieste di mancia dei custodi – che svolgono anche il lavoro di fornirti i copriscarpe di tela – e percorro il cortile esterno fino al minareto; salgo proprio in cima, e c’è una vista mozzafiato su tutta la città, con la Cittadella da un lato, e dall’altro una distesa di case tutte coperte di parabole satellitari; la più vicina ha anche un attico al quarto piano sul cui terrazzo c’è una capra che fa la cacca.

Il resto della giornata, invece, è snervante; alla Cittadella nemmeno entro, ho letto che non vale la pena, ma proprio lì davanti vengo abbordato. E’ normalissimo venire abbordati nei paesi arabi, di solito è qualcuno che in inglese ti chiede da dove vieni, e poi si offre di farti da guida, e alla fine ti porterà in un negozio di un amico da cui prende commissioni, oppure ti chiederà soldi lui, o entrambe le cose.

Qui hanno una tecnica più raffinata; basta un attimo di esitazione per offrirsi di aiutarti, e poi la seconda battuta è “oh lì dove vuoi andare è chiuso, ma vieni con me, ti porto in un altro bellissimo posto”. Io sapevo benissimo che la Cittadella era aperta, ma ciò è irrilevante: questi sono capaci di dirti “vedi quel bar lì dove c’è una folla che prende il gelato? quel bar lì è chiuso, ma vieni con me”. L’unica soluzione è sorridere, dire no grazie, e partire con decisione nella direzione opposta, non importa quale sia e dove porti (potete sempre fermarvi dietro il primo angolo).

Dalla Cittadella poi vi è una lunga discesa in un altro quartiere simil-Baghdad (ho incrociato una vecchia 131 che aveva ancora la targa di Milano, vecchio sistema arancio su nero, sopra cui avevano direttamente incollato quella egiziana…), dove l’asfalto finisce e si scende una via stretta piena di ogni cosa, auto, moto, bici, persone, animali, vecchiette sedute, cumuli di monnezza, scavi di non si sa bene cosa e altro ancora.

Ogni tanto sul lato si vede qualche edificio medievale davvero bello, alcuni restaurati, altri meno. La sporcizia è davvero pesante: qui è proprio pieno Terzo Mondo, c’è un livello di schifo elevato persino per l’Africa, sembra quasi Napoli. I bambinetti però sono simpatici, e dopo un po’ ti abitui a schivare con le orecchie le auto e i pick-up che scendono per la via a velocità folle. Qui vedo anche il mio primo incidente: da una via secondaria arriva a tutta velocità un ragazzino più piccolo su una bici, che viene centrato in pieno da un ragazzino più grande su una moto che percorreva la via principale. Il colpo è secco e il più piccolo vola per almeno un paio di metri sulla sabbia, ma i due mica litigano; semplicemente il più grande dà un bacio in fronte al più piccolo e poi ognuno riparte.

Arrivo alla fine a Bab Zuweila, la porta con i due minareti, un altro edificio molto bello e suggestivo: dalla porta si entra nella città vecchia, lasciando fuori questo borgo di case affastellate e piene di bambini (un paio provano anche ad attaccar briga, ma io li ignoro decisamente). Dentro comincia il mercato, e mano a mano la via si riempie di bancarelle di jeans e borse cinesi; non c’è assolutamente niente di interessante se non vestiti e zainetti delle tre marche che vanno fortissimo tra i giovani egiziani, cioè Diesel, Diessil e Dolce (non ho capito che ne abbiano fatto di Gabbana). Non ho nemmeno capito se quelli che hanno scritto Diesel facciano i bulli con quelli che hanno scritto Diessil o viceversa. Lungo questo percorso però ci sono edifici ancora più belli, tra cui la grande fontana di Pasha che purtroppo non ho potuto fotografare a causa dei banchetti del mercato.

Giungo infine al famoso Cairo Islamico, pensando chissà che, visto quanto era islamico tutto il resto. Invece si rivela una mezza delusione; l’antica università è piena di gente che prega e batto in ritirata; oltre la piazza Hussein, superati i caffè pieni di turisti e di acchiappaturisti, comincia un altro quartiere piuttosto degradato; c’è qualche altro bell’edificio medievale, ma la zona del mercato (Khan Al-Khalili) è sostanzialmente una grossa carta moschicida per mosche da torpedone (e qui, dopo tre ore di cammino, vedo i primi occidentali, ad eccezione forse di un paio incontrati dentro ibn-Tulun).

Qui è dove scoppio: c’è semplicemente troppa gente, troppo rumore, troppe cose strane e troppa sensazione di essere un alieno in un mondo forse non proprio ostile, ma certamente non amichevole; raramente mi sono sentito così rigettato come qui.

Faccio per ritornare, e mi tocca percorrere una infinita via di mercato, dove nel mezzo metro libero dalle bancarelle turisti e locali si superano a varie andature. Il mercato è infinito, arriva fino in piazza dell’Opera, interrotto solo da corso Porto Said, che si supera con un sovrappasso pedonale perché lì nemmeno un locale ce la farebbe ad attraversare. Mi chiedo cosa vendessero queste bancarelle prima che arrivassero le importazioni cinesi.

Alla fine scopro ancora un’altra anima del Cairo, il cosiddetto Downtown: una zona di vie dritte e palazzoni all’europea, mal tenuti ma comunque imponenti, e parecchio estesi. Qui il traffico è ancora peggio, e compaiono pure alcuni semafori, anche se sono del tutto inutili perché non li guarda nessuno, e parecchie volte trovo le auto col verde diligentemente ferme in attesa che le altre auto col rosso rallentino, per potersi infilare. Trovo però anche parecchi giovani in giro per shopping con un gelato in mano, e una timida rivendita di panini e bevande dove con circa un euro e venti centesimi pranzo (alle quattro passate) con un paninone di shawarma e una Pepsi Light.

Devo ancora laurearmi in attraversamento, per riuscire a superare piazza Tahrir, e poi arrivo al mio albergo; l’ultimo attraversamento è proprio sulla curva di un vialone a tre corsie dove le auto sfrecciano, eppure lo faccio in souplesse, calcolando in automatico che le auto si sposteranno leggermente più all’interno o più all’esterno a seconda della posizione del pedone che attraversa tre metri più a monte di me, e quindi sfruttando i coni di spazio che egli crea. Arrivo in albergo dopo cinque ore di giro, e ovviamente l’idea di andare ancora al Museo Egizio è passata da parecchio; anzi crollo sul letto a guardare i cartoni animati, finché non arriva un bellissimo tramonto sul Nilo.

Credo di aver capito che pochi percorrono il Cairo a piedi, senza guida e senza un veicolo. Sono contento di averlo fatto, però che stanchezza!

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giovedì 27 marzo 2008, 23:36

Alitaglia ancora

Sono arrivato or ora a casa, e come sessione di rilassamento mi sono seduto in ufficio e ho deciso di parlare ancora una volta male di Alitaglia, che però se lo merita proprio.

L’unica nota positiva è il cibo – è migliorato ed era anzi buono, devono essersi conto che il panino di pane era troppo. Però… ecco, passi per il check-in del Cairo, disorganizzatissimo, dove fanno mettere tutti in coda per 30 minuti in una fila, e poi aprono quella a fianco, e poi ci mettono una tipa che pareva non aver mai visto un computer in vita sua. Passi per il fatto che gli aerei sono vecchi scassoni oltre il limite della decenza, e anzi l’aereo che mi ha riportato a Torino aveva la cornicetta di metallo del finestrino del pilota vistosamente piegata e penzolante nel vuoto. Passi che la sporcizia a bordo è allucinante, e se apri il tavolinetto ti volano addosso briciole e resti dei voli precedenti.

Passi che il personale è sempre più scortese – oggi la hostess ha cazziato violentemente il tizio accanto a me, che si era osato unificare il proprio vassoio con quello della figlia seienne per permetterle di riprendere a giocare, dicendo qualcosa come “ma vede che cazino m’ha combinato, mo’ nuncentrappiù ner cazzetto”, e costringendo il tizio a riseparare i rifiuti in due vassoi separati.

Passi anche per le figure di m… che ci fanno fare con gli stranieri, non solo con le leggendarie fascette da bagaglio per le coincidenze a Fiumicino – sui bagagli che vanno in Italia c’è scritto “in Italy”, su quelli che vanno all’estero c’è scritto “out Italy”: nunzedicecossì? – ma con un fantastico documentario sulla storia bio-geologica del Mediterraneo, fatto evidentemente dal cugino di un amico, le cui didascalie in inglese cominciavano testualmente così: “15 miliards years ago…”.

La cosa che proprio non passa è che due giorni prima del mio ritorno hanno contattato l’agenzia egiziana, che ha contattato me, per dirmi che il mio volo per Torino era cancellato e che mi riprogrammavano su quello dopo. Io ho passato un’ora e mezza in più a grattarmi a Fiumicino, e alla fine ci avrei messo meno tempo a passare da Francoforte o da Parigi; ma non è solo questo, è proprio che, essendo stata fatta con due giorni di anticipo, è una chiara manovra per tagliare i costi a spese del servizio, dopo aver già venduto il suddetto. Nessuna linea aerea cancella un volo già ad orario, indipendentemente da quanto è pieno; è questione di rispetto verso i clienti, e lo vidi fare solo a Swissair sul fu Zurigo-Torino due mesi prima di fallire. Se si riducono a tagliar voli per risparmiare, anche a costo di rendere il volo successivo una stalla e di lasciare a terra qualcuno (come certamente è successo), vuol dire che sono veramente ben oltre la frutta.

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martedì 25 marzo 2008, 11:13

Conferenze d’Egitto

Non ho ancora deciso cosa pensare di questa conferenza: per certi versi e’ molto interessante, per altri e’ piena di banalita’ (si parla di rischi di Internet per i minori, e non vi dico il profluvio di filmatini con bambole abbandonate nel fango – questo presentato da poliziotto inglese – o con personaggini carini carini che spiegano ai bambini di prendere a calci nelle palle qualsiasi estraneo gli si avvicini).

Comunque, e’ la prima conferenza internettiana a cui vado in cui e’ strettamente vietato entrare con un portatile, e non solo, anche con una macchina fotografica, e non solo, anche con un cellulare. Oggi la sicurezza in realta’ e’ lasca, ma ieri c’era la regina e quindi il controllo era ferreo. Il momento piu’ kitsch e’ stato quando, concludendo il proprio discorso, il ministro delle Comunicazioni, a nome del Movimento Internazionale Femminile per la Pace “Suzanne Mubarak”, ha insistito nel conferire un dono a Suzanne Mubarak per premiarla del suo impegno nell’organizzare l’evento. Ed e’ buffo quando nel bel mezzo della conferenza un cameriere in giacca e cravatta attraversa tutta la sala per portare alla signora Mubarak, sul tavolino di marmo personale che le hanno messo davanti, un nuovo bicchiere d’acqua fresca, rigorosamente in cristallo lavorato a mano.

Ci sono pero’ allo stesso tempo anche elementi di modernita’ che in Italia sarebbero incredibili: ve la vedete una nostra first lady organizzare una conferenza su Internet e i minori invitando trenta esperti internazionali di sicurezza e di Internet – mica preti e presentatori TV – e facendogli fare le domande direttamente da un gruppo di ventenni? E la sala sara’ anche piena di madri di famiglia a testa coperta, pero’ parlano tutte inglese meglio della media dei nostri ministri e dirigenti d’azienda, tanto e’ vero che a parte i discorsi ufficiali la conferenza e’ tutta soltanto in inglese, senza alcun tipo di traduzione in arabo.

Io parlero’ oggi pomeriggio, e avendo dimenticato la chiavetta con le slide finiro’ per parlare a braccio, seguendo la traccia. C’e’ ovviamente un webcast qui. Sono curioso di vedere che ne verra’ fuori!

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lunedì 24 marzo 2008, 09:08

Cairo (la città, non la persona)

Tutte le mie idee precedenti su questo posto sono state spazzate via prima ancora di atterrare, mentre lo scassone Alitaglia (ma fatela fallire, dai, è triste vederla soffrire così) si avvitava come un cavaturaccioli cercando di infilare la pista dell’aeroporto. Ho capito che c’era un vento della forca, visto che la manica a vento accanto alla pista non solo stava permanentemente orizzontale, ma aveva l’aria del naufrago che cerca con tutte le sue forze di restare aggrappato ad un pezzo di legno per non venire trascinato via dalla corrente. Eppure, Cairo si riassume con una sola parola: caldo. Voglio dire, è il 23 marzo, a Roma piove, e qui ci sono 37 gradi: quando il pilota l’ha annunciato ho pensato a uno scherzo.

Scrivo quando sono in Egitto da circa tre ore; per la precisione, sono sul terrazzo della mia stanza d’albergo, e sto resistendo alla voglia di farmi un bagno in piscina, non tanto perché ieri avevo ancora 38 di febbre, quanto perché sto indossando i miei pantaloni da bagno e devo purtroppo dire che ci entro dentro soltanto in modo nominale, e che se provassi veramente a usarli per dimenarmi nell’acqua esploderebbero come uno pneumatico troppo gonfio. Quindi mi son messo qui, per godermi il vento e il profumo d’acqua e di erba, naturalmente entrambe artificiali, visto che siamo in mezzo al deserto; e anzi mi chiedo come facciano gli inappuntabili camerieri di questo posto ad aggirarsi a bordo vasca in gilè, pantaloni e camicia a maniche lunghe.

Prima di rientrare al fresco dell’aria condizionata, però, ho già da raccontare il mio primo impatto con l’Egitto, maturato durante un’ora di guida tranquillamente allucinata per le tangenziali del Cairo. Già, perchè dall’aeroporto a qui devono esserci una cinquantina di chilometri, tutti attraverso le infinite propaggini di questa città che ha probabilmente tra i dieci e i venti milioni di abitanti. Le tangenziali sono larghe e autostradali, ma il paragone con le altre città del genere finisce qui; in questo posto, le tangenziali e le strade in genere sono teatro di un continuo videogioco che mi ha lasciato ammirato.

Solo qui, per dire, ho visto una superstrada a quattro corsie per senso di marcia in cui viaggiano in parallelo a ottanta all’ora sette auto, quattro sulle corsie e tre sulle righe tratteggiate tra le corsie, in un miracolo di gomito a gomito che non lascia mai più di cinque centimetri a fianco o davanti o dietro a ciascuna auto, costantemente bordeggiando e beccheggiando e superando e controsuperando e oscillando verso destra e verso sinistra. Le macchine non scorrono, si incastrano dinamicamente; proprio come in Out Run, arrivano i momenti complicati in cui hai un camion lento a sinistra, un furgone carico di ceste di vimini sulla destra che lentamente si sta spostando in mezzo, due macchine che si sorpassano subito più avanti, e tu calcoli che l’unica traiettoria possibile per non schiantarti è sorpassare a destra il camion, accelerando per passare davanti al rientro del furgone, ma poi scartando ancora a destra per usare la banchina sterrata e schizzare davanti a tutti; e poi, come se tutti telepaticamente si fossero parlati e senza la necessità nemmeno di un colpetto di clacson, questo è esattamente ciò che accade. In confronto, i zig-zag che faccio io su corso Peschiera quando sono di fretta sono delle innocenti evasioni; credo che guidare qui mi darebbe tutto un altro sprint.

Tutto questo avviene su strade pari a quelle televiste in Iraq: vero, ci sono i segnali e le corsie tracciate, ma sono più che altro di bellezza. Per esempio, qui ho scoperto l’esistenza della mezza corsia: la corsia di sinistra che però a un certo punto, causa restringimento della strada, si riduce a 80 o 50 centimetri, epperò continua ad essere tracciata con la sua brava riga bianca tratteggiata, e ovviamente viene occupata sbordando a portellate in quella a fianco. E poi, ogni tanto c’è l’ostacolo traditore: improvvisamente in mezzo alla strada compaiono un carretto a cavalli, un camion in panne, una voragine, persino un blocco di cemento (mille punti). Nel frattempo, siccome la superficie è irregolare e gli ammortizzatori sono cadaveri di Tiramolla, dopo cinque minuti di viaggio hai già il mal di mare.

Così ho attraversato per quasi un’ora un infinito mare di casupole dallo scheletro di cemento e dai mattoni rossi, tutte col tetto piatto (o più facilmente un altro piano non finito in cima), tutte impolverate dalla sabbia e dal vento, tutte inframmezzate da stretti vicoli e da qualche via sterrata, tutte abitate da un mare di umanità poverissima, con torme di bambini scalzi che giocano a calcio con qualcosa che visto bene non è certamente un pallone, e sembrava più un grosso melone o un globo di creta, non so. E’ una skyline infinita di lineette orizzontali ad altezze irregolari ma più o meno costanti, una specie di segnale discreto che mura l’orizzonte, stipando il terreno di case comunque alte e comunque densissime, perché qui la terra buona è solo a raggio d’innaffio dal fiume, e gli egizi moderni sono troppi.

La cosa però strana da intuire è che la terra qui sarebbe verde e ridente di suo, coperta d’erba che cresce nel limo rigoglioso del fiume; infatti il ponte sul Nilo è uno spettacolo magnifico, una lenta e infinita quantità d’acqua che scivola piano in mezzo a una selva verdissima di piante che sprizzano dure verso il cielo, e sembrano palme più piccole. E’ invece l’uomo che desertifica il limo, costruendoci sopra case su case, strade sterrate e spiazzi da mercato di carabattole e verdure, e premendoci sopra in maniera insopportabile. Ho subito associato questa città a Pechino, ma come suo totale opposto: tanto fredda, ordinata e fiorente quella, quanto caotica, calda e decadente questa. Forse così è come finirebbe Pechino se vi sostituissimo la cultura cinese con quella arabo-cristiana…

Qui, però, a un certo punto succede l’incredibile: qualcosa che non si spiega. Perchè dopo un’ora di auto, in mezzo all’ennesimo ingorgo, all’improvviso dietro la solita riga piatta e irregolare di casupole si stagliano due punte: le piramidi di Giza. E’ indescrivibile l’effetto che fanno: anche a venti chilometri di distanza, si capisce che non c’entrano niente con questo pianeta. Eppure non si riesce a staccare lo sguardo: in fondo, sono solo due triangolini appena visibili in fondo alla foschia, eppure non si riesce a staccare lo sguardo. Non so che cosa diavolo abbiano di speciale, sarà che sono gli unici due triangoli in un mare di lineette orizzontali, sarà che punte a triangolo di cento metri d’altezza non ce n’è molte al mondo, so solo che davvero, veramente non si riesce a staccare lo sguardo. L’autista del taxi deve esserci abituato, non fa nemmeno caso a me che come un idiota passo dieci minuti buoni con lo sguardo fisso su di un solo punto dell’orizzonte.

Alla fine la superstrada sale sopra ad alcune colline, per cui perdo di vista le piramidi ed entro in un altro mondo: questi devono essere i quartieri dei nuovi ricchi (ammesso che ce ne siano). Cioè, sono densi e sabbiosi come gli altri, ma si vede che sono per ricchi: per prima cosa perché lungo la strada compaiono le pubblicità, essenzialmente di università private oppure di negozi di moda. Poi perché appare un centro commerciale, con un trashissimo carrello di cartapesta alto circa dieci metri come insegna, con tanto di cartone del succo d’arancia formato gigante all’interno. E poi perché questi quartieri sono pretenziosi: immaginate, per dire, un palazzotto mediterraneo, tre piani, cinque o sei finestre per piano, ogni finestra con l’arco e una bifora dentro, però il tutto fatto di cemento prefabbricato, replicato all’infinito, in un quadrato di trenta palazzotti per lato, separati l’uno dall’altro al più da due metri di vuoto; e all’ingresso una specie di arco di trionfo greco-romano-egizio, ampiamente dorato, con scritto il nome del progetto immobiliare.

Sì, lo so, sono tamarri: per quanto la cultura araba possieda grandi sacche di raffinatezza, e per quanto gli arabi non siano certo paragonabili ai popoli che raggiungono le vette della tamarraggine (l’intero Sudamerica in testa), e per quanto noi italiani dovremmo stare zitti quando si parla di tarri (sul mio aereo c’era quella che pareva mezza classe quinta dell’ITIS Chanel Totti di Monterotondo), gli arabi ottengono comunque lo Shakirino d’Oro in alcuni settori ben definiti, come i gioielli, i vestiti e la pomposità architettonica. E però qui è tutto nuovo, tutto in costruzione: cavolo, più che Egitto sembra quasi la Turchia.

Ovviamente il mio albergo è proprio in mezzo a questi nuovi insediamenti, dietro l’angolo della sede della CAF (l’equivalente africano dell’UEFA): l’avrà scelto Cairo-la-persona? Comunque, all’elenco di tamarraggini ho dimenticato di aggiungere la musica: il mio albergo ha appena deciso di contribuire all’atmosfera piazzando quattro enormi casse a bordo vasca che ora sparano un remix techno-trance di What A Feeling. Ecco, ora segue la musica dello spot della TIM. Vabbe’, torno dentro e sbarro le imposte.

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lunedì 24 marzo 2008, 08:50

Dacci oggi il nostro Papa quotidiano

Questo era un post su Magdi Allam e il Papa. Conteneva una battuta che ridicolizzava contemporaneamente Magdi Allam, il Papa, il convertirsi al cristianesimo sui giornali e l’omosessualita’ della chiesa. La battuta era tanto offensiva quanto divertente, pero’ poi ho capito che nell’Italia di oggi, se per caso qualcuno l’avesse linkata, mi sarebbe costata una denuncia per diffamazione. E quindi ho deciso di cancellarla.

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domenica 23 marzo 2008, 09:01

Aerei

Se leggete questo post, è perché alla fine, nonostante la guarigione ancora decisamente incompleta (ieri mattina avevo ancora oltre 38), ho preso l’aereo che in una mattina qualsiasi (pur se pasquale) mi porterà in [posto qualsiasi del mondo].

In questo caso, il posto è Il Cairo, dove parteciperò a questa conferenza organizzata da questi ragazzi della Fondazione Suzanne Mubarak (la First Lady d’Egitto). Il tema del mio panel è “L’importante ruolo dei tutori dell’ordine nella repressione dei pericoli per i bambini in rete”, e se vi state chiedendo cosa c’entro io, per favore fornitemi la risposta; in realtà, l’idea è di presentare l’approccio alternativo dell’Internet Bill of Rights e, più in generale, il concetto che in rete spesso è molto più opportuno adottare un approccio di “soft enforcement” che di repressione e censura.

Il mio obiettivo è quindi quello di fare queste dichiarazioni senza offendere nessuno, e allo stesso tempo però di mettere in atto il mio diabolico piano: difatti, accanto a me nel panel ci sarà Howard Schmidt, l’ex consigliere per la sicurezza informatica di George W. Bush, una delle persone che hanno avuto per le mani idee come il famoso Total Information Awareness e tante altre. Bene, considerato che in questo momento io sono un ordigno batteriologico che ribolle di micidiali germi dell’influenza, avete idee su come io possa utilizzarmi a vantaggio dell’umanità?

P.S. Dear Department of Homeland Security: it’s a joke.

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