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Archivio per il mese di settembre 2013


venerdì 27 settembre 2013, 09:42

I fatti dello scandalo Csea

Dunque, la relazione su Csea non è ancora pubblica e lo sarà solo tra una decina di giorni, con eventuali omissis che il segretario generale del Comune vorrà applicare. Tuttavia, il regolamento del consiglio comunale (scritto peraltro in modo confuso) stabilisce all’art. 74 che il segreto d’ufficio sui lavori della commissione decade al termine dell’indagine, e all’art. 75 che il segreto su quanto appreso decade dopo la discussione in consiglio comunale, che si è svolta martedì. Per questo vorrei iniziare a farvi il quadro di ciò che è successo in Csea, partendo dall’inizio.

Nel 1994, l’amministrazione del neosindaco Castellani comincia a dire che bisogna dare in gestione a un privato i centri di formazione professionale del Comune; già allora partono i peana su “privato è bello”, ben riassunti dalla dichiarazione di una consigliera comunale dell’epoca, una certa Elsa Fornero, che su La Stampa del 22 maggio 1996 dichiara “Il Comune non [ha] gli strumenti per gestire la formazione professionale. E’ giusto che l’affidi a chi sa farla” (si vedrà dopo come la sa fare).

Per questo motivo il Comune affida armi e bagagli i centri di formazione e il relativo professionale al consorzio Csea, fondato nel 1979 e già recuperato da un fallimento nei primi anni ’80, con l’ingresso del Comune; soci di Csea, oltre alla Provincia, sono una serie di aziende private del territorio, che dovrebbero fornire il famoso “legame tra scuola e impresa”. Si crea così una società privata, teoricamente senza scopo di lucro, in cui l’unico cliente è il pubblico, in particolare la Regione e poi dal 2002 la Provincia, che mediante bandi affida la gestione dei corsi di formazione professionale.

La formazione viene inizialmente affidata a Csea così, senza gara; poi il Coreco boccia la delibera, si fa un bando e Csea lo vince. Dato che la gestione comunale perdeva otto miliardi l’anno – un dirigente del Comune ci ha detto che sapete com’è, insomma, è normale che in un ente pubblico si assuma un po’ più del necessario, per “pressione politica” – a Csea vengono dati anche trenta miliardi di lire a fondo perduto in cinque anni (tra l’altro, la convenzione parte dal 1 maggio 1997 ma la quota del 1997 viene concessa a Csea per intero); in più, vengono dati locali (diversi edifici) e attrezzature al prezzo simbolico di centomila lire l’anno.

Nonostante tutti questi aiutini, Csea continua a piangere miseria; e allora il Comune decide di riprendersi indietro alcuni dei locali datigli gratis, pagando a Csea un paio di miliardi per il disturbo, che però vengono compensati con una cifra quasi uguale di debiti pregressi di Csea verso il Comune per utenze mai pagate. La vicenda delle utenze continuerà, e si arriverà al fallimento con circa un milione di euro di utenze Csea mai riscosse dalla Città, alcune risalenti a moltissimi anni prima; anche se dal 1997 Csea avrebbe dovuto intestarsi direttamente i contratti, la Città ha sempre lasciato perdere. In più occasioni la Città chiuderà entrambi gli occhi; per esempio, a un certo punto Csea si mette a subaffittare al Museo del Cinema un locale comunale avuto gratuitamente dal Comune per farci formazione; l’ex vicesindaco Dealessandri ci dirà che sì, lo sapevano e l’assessore al Patrimonio dell’epoca si era anche arrabbiato, ma poi non avevano fatto nulla.

Sebbene Csea non paghi la Città da anni per le utenze, la Città in compenso paga regolarmente Csea: difatti, personale Csea – inizialmente gratis, poi dal 2001 a pagamento – viene distaccato a lavorare negli uffici comunali. Alcuni dipendenti Csea passano direttamente al Comune e ne diventano dirigenti, cominciando poi a firmare le determine che chiedono a Csea personale a pagamento. Curiosamente, tutti i dirigenti che abbiamo sentito dichiarano di non aver saputo nulla della situazione economica e della cattiva gestione di Csea; quelli delle Partecipate dicono che dovevano controllare quelli del Lavoro, e quelli del Lavoro dicono che dovevano controllare quelli delle Partecipate (peraltro entrambi settori dipendenti da Dealessandri, rispettivamente dal 2006 e dal 2001). La cosa è resa ancora più strana dal fatto che almeno due dirigenti videro i propri figli assunti in Csea nei primi anni 2000 (sicuramente persone competenti e assunte per merito); probabilmente non parlavano di lavoro in famiglia.

Comunque, negli anni più recenti si verificano ripetuti episodi per cui una determinata persona viene assunta da Csea e immediatamente messa a lavorare in Comune, in diversi assessorati, previo pagamento del suo stipendio dal Comune a Csea, aggirando di fatto le procedure pubbliche con cui il Comune avrebbe dovuto selezionare eventuale personale. Tra l’altro, alcune di queste persone grazie a questo trattamento si assicurano i titoli con i quali potranno poi partecipare e vincere un concorso per un posto stabile in Comune. La cosa è piuttosto strana, perché negli stessi anni Csea era già in profonda crisi e faticava a pagare gli stipendi, essendo piena di personale che non sapeva più come utilizzare; addirittura, alcune di queste assunzioni avvengono durante la cassa integrazione, in cui ovviamente non si potrebbe assumere. Peraltro, un dirigente e anche un politico dicono tranquillamente che questo meccanismo era fatto anche per alleggerire il peso economico di Csea, facendole entrare dei soldi: un altro aiutino.

Nel frattempo, l’azienda si impoverisce in ogni modo, arrivando negli ultimi anni a non pagare regolarmente gli stipendi. Non si sa bene che fine abbiano fatto le attrezzature della Città, anche se a un certo punto la Città ne dona a Csea una parte perché le usi nel terzo mondo (ci si chiede se ci siano veramente arrivate). I lavoratori raccontano di progressive sparizioni e spoliazioni. A un certo punto Csea smette persino di pagare le borse di studio agli studenti, pur avendo regolarmente e anticipatamente incassato i relativi fondi pubblici dalla Provincia; e parliamo di ragazzi, spesso stranieri, per cui quei soldi servivano a sopravvivere.

In azienda il clima è pessimo; i lavoratori sono divisi tra i fedelissimi, per i quali si dice ci fossero anche consistenti premi economici dati senza tante formalità, e gli altri, che raccontano invece di mobbing e punizioni, di gente fatta andare via; ci sono sin dai primi anni 2000 segnalazioni, su cui indagherà la magistratura, di ristrutturazioni di ville e lavori alle barche dei dirigenti, messi a carico di Csea. I lavoratori raccontano anche di come i capi di Csea si sentissero intoccabili, protetti dalla politica, e non ne facessero mistero. Del resto, un lavoratore Csea racconta di come sia andato a segnalare ai dirigenti della Provincia il problema delle borse di studio non pagate, suggerendo come migliorare i controlli; non solo la Provincia non fece apparentemente nulla, ma lui fu convocato dall’amministratore delegato di Csea che gli intimò di farsi gli affari suoi. I lavoratori raccontano anche di una abitudine a falsificare i registri delle presenze, in modo da poter ottenere più fondi del dovuto (la Provincia paga in funzione del numero di allievi); e di come i controlli della Provincia fossero mediamente piuttosto benevoli, anzi in un caso si racconta proprio di un ispettore che stracciò un report degli allievi perché troppo sfavorevole a Csea.

E il sindacato? Beh, direi che si può riassumere così: nel 2004, il responsabile regionale della Cgil per la formazione professionale negozia con Csea (il più grosso e importante ente di formazione del Piemonte) e gli altri centri di formazione il contratto di lavoro, e poi, appena chiuso il contratto, viene assunto da Csea come capo del personale. Tutto chiaro, no?

Del resto, Csea viene fin dal principio definito da più parti il centro di formazione “di area” per la Cgil e il PDS; la Cisl aveva lo IAL (altro ente tracollato di recente), i cattolici ne hanno molti, Csea dunque era il “polo laico” della formazione. E mica solo del PDS, ma di tutta la sinistra; l’appena citato ex dirigente Cgil poi capo del personale racconta (quanto sia attendibile non si sa) che Csea diede, per motivi imprecisati, 70 milioni di lire a un parlamentare torinese comunista e anticapitalista. Ma per capire meglio i giochi politici bisogna parlare del processo del 2004, e quello meriterà un racconto a parte.

E’ però chiaro che Csea viveva in simbiosi con la politica locale; cercava di fare favori ai politici sperando poi di ricevere nuovi aiutini. E’ sintomatico il racconto fatto da un lavoratore di come, l’ultimo giorno di campagna elettorale per le elezioni regionali del 2010, i dirigenti Csea abbiano radunato tutti gli allievi di una sede di Ivrea in presenza dell’assessore uscente Pentenero, che fece il suo comizio, e abbiano distribuito pure i suoi santini (la stessa Pentenero viene descritta come imbarazzata da tanta promozione).

Ci sono tanti altri motivi per cui negli ultimi dieci anni Csea comincia ad accumulare perdite; per esempio, l’insostenibile rapporto tra i dipendenti amministrativi (troppi, e alle volte assunti tra parenti e amici di persone influenti) e i formatori (pochi e talvolta nemmeno utilizzati, preferendo dare comunque commesse all’esterno, che talvolta vengono descritte come modi per far lavorare specifici fornitori esterni); per esempio, una politica di espansione scriteriata che anch’essa necessiterebbe di spazio per essere raccontata.

Sta di fatto che, quando a dicembre 2011 finalmente arrivano persone indipendenti a guardare i bilanci, si capisce subito che non stanno in piedi e non sono credibili; ad aprile 2012 Csea fallisce, ma la magistratura dirà che era di fatto già fallita nel 2007. In apparenza, secondo i bilanci approvati anno dopo anno, la situazione di Csea non era così drammatica, anche se inspiegabilmente continuavano ad aumentare gli oneri finanziari; ma non è un caso che dal 2007 in poi i bilanci di Csea non siano più stati certificati (senza che il socio Comune peraltro lo ritenesse un problema). Per questo l’indagine ha portato la magistratura ad accusare soprattutto due persone, l’amministratore delegato Renato Perone e il consigliere e commercialista della società Piero Ruspini; tra l’altro, dei tre revisori dei conti che dovevano verificare i bilanci, due erano colleghi di studio di quest’ultimo…

Al di là della cattiva gestione dei dirigenti di Csea, capite che il punto politico allora è: perché questo andazzo è andato avanti per quindici anni – e per tutta l’epoca Chiamparino-Dealessandri – senza che nessuno intervenisse, continuando ad aggravare il buco fino a decine di milioni di euro? I dirigenti e i politici che si occupavano di Csea non si sono mai accorti di niente, e come mai? Potevano, dovevano accorgersene prima? Cosa sapevano e cosa non sapevano del modo in cui era gestita Csea? I continui “aiutini” a Csea (questi sono solo una parte) volevano salvare i corsi e i posti di lavoro, oppure volevano salvare gli amministratori, la gestione aziendale e i favori reciproci tra politica e Csea?

Quanto vi ho riassunto qui è solo l’inizio; ci sono ancora molti tasselli da inserire nel quadro. Con calma, procederemo.

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mercoledì 25 settembre 2013, 13:48

Csea, la politica affonda

Non è facile raccontare la vicenda Csea in poche righe, perché è una storia lunga e complessa; probabilmente ci vorranno diversi post per diverso tempo. Io ci ho dedicato sei mesi, sei mesi di lavori segreti che progressivamente si sono espansi fino ad occupare ogni minuto del tempo disponibile, comprese le notti e i fine settimana; e ancora adesso non penso di avere capito tutto, scoperto tutto, collegato tutto. Ma se c’è una cosa che ho capito è che Csea – un crac che ha bruciato decine di milioni di euro pubblici in quindici anni, mentre in molti se ne approfittavano – è il paradigma di come è stata gestita Torino, di come è stata gestita la cosa pubblica in questi quindici anni di apparente trionfo, realizzato in gran parte a colpi di debiti e di amicizie interessate.

Se dovessi riassumere in cinque parole la vicenda Csea, non potrei che dire “è tutto un magna magna”. Detta così, però, sembra la solita affermazione qualunquista; è per questo che è importante approfondire, leggersi i racconti dettagliati, impressionanti, di cosa succedeva, per capire che veramente non si tratta di una esagerazione. Nella vicenda Csea tutto si mischia: politici di primo livello, dirigenti comunali, sindacalisti, imprenditori, massoni; sorgono degli interrogativi persino sulle forze dell’ordine e sulla magistratura torinese, che nel 2004 indagò su un gruppo di esterni che volevano entrare in Csea senza interessarsi di ciò che vi accadeva dentro.

Non solo; colpisce il fatto che il malcostume fosse noto da quindici anni e segnalato in tutte le sedi, comprese quelle istituzionali, senza che nessuno prendesse provvedimenti. Vi sono prove evidenti di un muro di gomma, in primis in sede politica, che proteggeva la dirigenza aziendale veramente oltre ogni logica e ogni ragionevolezza, ignorando gli allarmi e anche concedendo a Csea trattamenti di favore, in Comune (dove tutto era nelle mani dell’ex vicesindaco Dealessandri) ma anche in Provincia, ma anche presso l’Inps, per dire. E vi sono i racconti dell’arroganza dei dirigenti Csea, che dicevano apertamente, in faccia ai lavoratori, di essere protetti dalla politica.

E’ preoccupante, anche, l’epilogo di questi giorni. Fino alla sua scadenza, a mezzanotte di lunedì scorso, la commissione d’indagine ha lavorato bene, compresi i membri del PD, dandomi la speranza che la politica potesse tutto sommato riuscire a indagare su se stessa e a voltare pagina. Quel che è successo dopo ha dimostrato che avevo torto; qualcuno ha passato la relazione a La Stampa, che ne ha fatte uscire solo certe parti, gravi ma tutto sommato non così devastanti come altre. Non si sa chi sia stato; il centrodestra accusa il centrosinistra e il centrosinistra accusa il centrodestra; nel frattempo poi qualcuno ha dato a Repubblica pezzi dell’altra relazione riservata sugli affidamenti diretti, perché Repubblica aveva “bucato” Csea e voleva una rivincita; i “professionisti della politica” si sono rivelati bambini in cerca di applausi, incapaci di tenere un segreto.

Poi, dando come giustificazione la fuga di notizie, ieri mattina la maggioranza (la voce è che sia stato direttamente il sindaco, del resto il presidente del consiglio comunale è arrivato un’ora in ritardo dopo essere rimasto a lungo nel suo ufficio) ha preteso che la seduta fosse segreta, e che in sostanza non si potesse raccontare ai cittadini quello che avevamo scoperto, e trarne le conclusioni in una pubblica discussione. A questo punto noi, come molte altre opposizioni (tranne il PDL, che ha poi pure detto che non si potevano chiedere le dimissioni di Dealessandri perché se no si sarebbe dovuto dimettere anche Berlusconi: alla faccia dell’opposizione e del pubblico interesse), abbiamo lasciato l’aula, perché la discussione doveva essere pubblica. E loro si sono resi di nuovo ridicoli: la seduta “segreta”, con dentro solo il centrosinistra e il PDL, è stata raccontata in diretta da Lo Spiffero, che ha pubblicato in tempo reale ampi riassunti di tutti gli interventi, evidentemente passatigli da qualcuno all’interno.

Siamo poi rientrati al momento di votare la nostra mozione, che sfiduciava Dealessandri e attribuiva le giuste responsabilità anche a Chiamparino, nonché a tutti gli altri personaggi di questa vicenda; e su quella la maggioranza ha rischiato di tracollare, dato che la mozione è stata respinta a voto segreto per un solo voto, nonostante in teoria ci fosse uno scarto di almeno dieci voti; una vera ondata di franchi tiratori.

Poi si doveva di nuovo votare su due mozioni di sfiducia a Dealessandri presentate da SEL, che da settimane chiedeva a gran voce la testa dell’ex vicesindaco; peccato che al momento buono, cinque minuti prima del voto, le abbiano direttamente ritirate; loro dicono perché sarebbero state bocciate, io mi limito a notare che contano i fatti e che quando si viene al dunque SEL fa spesso marcia indietro e si allinea buona buona al PD. Del resto, volevano talmente la sua testa che stamattina la commissione ambiente, presieduta da SEL, ha ospitato Dealessandri a fianco di Profumo per parlare di Iren, ovvero il lavoro da cui a parole volevano cacciarlo!

Infine, gran finale, si doveva votare su una mozione all’acqua di rose presentata dalla maggioranza, che in sostanza non individua nessun responsabile del disastro di Csea e si limita a dare una serie di generiche indicazioni in stile “dai, controllate un po’ meglio” e una timida richiesta di “valutare azioni sanzionatorie” non si sa verso chi; tarallucci e vino, insomma. Ma nemmeno questa sono riusciti ad approvare: visto che noi abbiamo deciso di non votare, loro erano soltanto in venti ed è caduto il numero legale.

In breve, ieri la maggioranza (mettiamoci dentro pure il PDL, tanto…) ha secretato d’autorità la seduta del consiglio comunale per impedire una discussione pubblica, poi ha raccontato sottobanco a Lo Spiffero tutta la seduta segreta, poi ha rischiato di disfarsi di fronte alla mozione da me scritta che traeva semplicemente le conclusioni logiche da tutto quanto appurato, poi si è sciolta e non è riuscita nemmeno ad approvare un singolo atto, concludendo la seduta ufficiale dedicata all’indagine Csea con il consiglio comunale che non prende nessuna posizione e non dice niente: complimenti.

Il tentativo di nascondere le cose è peraltro puerile; io mi ritengo libero e anzi in dovere di raccontare, con misura e obiettività, quello che abbiamo scoperto; ne riparliamo presto.

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venerdì 20 settembre 2013, 11:39

Il treno nucleare vien di notte

Se l’Italia fosse un Paese pienamente democratico, di nucleare non dovrebbe più esserci bisogno di parlare; gli italiani per ben due volte, nel 1987 e nel 2011, hanno chiarito che non intendono avvalersi di questa tecnologia. Eppure, ci siamo ancora dentro fino al collo e questo è dimostrato anche dalla vicenda, purtroppo poco conosciuta, dei treni nucleari che attraversano Torino di notte.

Nel video c’è anche il riassunto della questione: come ho raccontato al consiglio comunale – al quale peraltro non fregava niente della questione, come potete sentire dall’evidente rumore di fondo del chiacchiericcio generalizzato – le scorie nucleari italiane sono immagazzinate a Saluggia, in un luogo peraltro pericoloso e soggetto al rischio di alluvione, in attesa che il governo si decida a individuare un sito nazionale sicuro dove metterle, cosa che doveva fare già dieci anni fa ma che poi non si è mai fatta perché nessuno le vuole.

Nel frattempo però, non contenti, questi prendono ogni tanto un po’ di scorie e le caricano su un treno che facendo un giro assurdo – presumibilmente per minimizzare il tratto in galleria – arriva a Torino a notte fonda da Alessandria, attraversa la stazione Lingotto, percorre il primo pezzo in galleria del passante, passa sotto largo Orbassano e riemerge verso il parco Ruffini per andare poi in Francia.

Il senso di questo trasporto, tuttavia, non è quello di portare le scorie in un deposito definitivo, ma è quello di trasferirle provvisoriamente a La Hague, in Francia, dove gli amici d’oltralpe svolgono una attività chiamata riprocessamento, che serve ad estrarre dal combustibile nucleare esausto nuovo materiale nucleare, principalmente plutonio-239, che può essere rivenduto a caro prezzo perché, pensate un po’, è la principale materia prima per la costruzione delle bombe atomiche. Dopodiché, finito questo trattamento, le scorie dovranno tornare a casa nostra con un altro treno, perché ovviamente i francesi mica se le vogliono tenere.

Ora, questi trasporti sono piuttosto pericolosi, perché se il treno mai si fermasse per qualsiasi motivo – anche un semplice guasto meccanico – ben presto la quantità di radiazioni emessa verso eventuali persone che si trovino nelle immediate vicinanze sarebbe potenzialmente dannosa per la salute. Per questo motivo attraversare una città di un milione di abitanti, perdipiù con un tratto in galleria, non è certo raccomandabile; ma non ci sono altri percorsi. In teoria, la legge prevede che le istituzioni informino in anticipo i cittadini del transito e predispongano piani di evacuazione di emergenza in caso di problemi, ma questo viene risolto – e solo dopo una lunga battaglia portata avanti dal Movimento sia in Comune che in Regione – con una riga sul sito della prefettura.

Per questo, noi abbiamo chiesto che la Città di Torino prendesse posizione e dicesse basta ai treni nucleari funzionali al riprocessamento delle scorie, che come detto non serve alla sicurezza di tutti ma solo a vantaggi economico-militari peraltro in mano ai francesi, e chiedesse invece al governo di spostare le scorie definitivamente in un sito sicuro, come previsto dalla legge.

Secondo voi, cosa ha deciso l’amministrazione comunale? Nel disinteresse generale – nel video c’è pure il presidente del Consiglio Comunale che fa una domanda che fa pensare che non abbia sentito praticamente niente di quello che ho detto – la nostra proposta è stata sbrigativamente bocciata; oltre a noi, hanno votato a favore solo SEL, un dissidente del PD e un paio del centrodestra. Speriamo solo che non si verifichi mai un incidente.

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venerdì 6 settembre 2013, 15:31

Porta Nuova e Porta Susa, un disastro annunciato

Le stazioni ferroviarie sono ovunque uno dei luoghi di riferimento della città; in termini topografici – interi quartieri sono definiti come “vicino alla stazione” -, in termini di servizio di trasporto e anche, sempre più spesso, in termini commerciali. Torino ultimamente ha fatto grandi investimenti, con la nuova stazione di Porta Susa e con una ristrutturazione profonda di Porta Nuova, che mira a diventare il centro commerciale più centrale della città. La situazione, però, è più problematica di prima.

Dal punto di vista dei trasporti, pare non esserci una scelta chiara: la stazione principale sarà Porta Nuova o Porta Susa? Si è sempre detto che sarebbe stata la seconda, che però, con solo sei binari, ha una capacità limitata. Inoltre, spostando la stazione da piazza XVIII Dicembre al nulla di corso Bolzano la si è scollegata da tutto; a parte la metropolitana, tutto il resto del trasporto pubblico di superficie è scomodo e lontano. C’era un vecchio progetto di mettere i binari del tram sul corso e deviarci sopra il 13 (che ci arriverebbe passando da piazza Bernini e dal tribunale, allungando di molto il percorso) e il 9 (che percorrerebbe invece via Cibrario e corso San Martino), ma non ci sono e non ci saranno i soldi.

Sono state deviate lì un paio di linee di superficie alla bell’e meglio, in particolare il 57, che però passa davanti all’ingresso meridionale della stazione, nonché a quello della metro, senza fermare, andando poi a fermare a metà del corso davanti a un ingresso permanentemente sbarrato. Con una interpellanza abbiamo chiesto: ma che senso ha? Possibile che per trent’anni si costruisce da zero una nuova stazione, poi apre e nessuno ha pensato dove far fermare gli autobus, e poi gli autobus vengono messi in un posto scomodo perché è l’unico che si trova?

D’altra parte, Porta Nuova è tagliata fuori dal passante ferroviario e dunque dal servizio ferroviario metropolitano, salvo deviarci la linea che arriva da Orbassano, che così facendo però, stante che non ci sono i soldi per finire la stazione Zappata (che aspetta di essere finita da vent’anni), non fa coincidenza con niente. Abbiamo speso un sacco di soldi per ristrutturarla per poi vederla sempre meno usata, dato che anche il grosso del traffico di medio-lungo raggio va verso Milano e dunque è più comodo salire a Porta Susa.

Peraltro, anche i lavori di Porta Nuova sono ancora a metà; a causa del fallimento delle imprese, il parcheggio sotterraneo dal lato di via Sacchi – per il quale, come segnalammo già due anni fa, fu sacrificata a tradimento l’alberata storica – non è ancora finito e non lo sarà almeno fino alla fine del 2014, così come i lavori di risistemazione della facciata e anche del tetto. Segnalo una perla: siccome hanno avuto la brillante idea di ristrutturare prima l’interno e poi il tetto, il vecchio tetto ha fatto piovere sui nuovi interni che hanno già iniziato a deteriorarsi… E comunque, anche senza aver finito questi, ora vogliono dare il via ad altri lavori per un altro parcheggio sotterraneo dal lato di via Nizza: auguri.

Ma è dal punto di vista commerciale che la situazione è più preoccupante. Porta Nuova, a causa anche del ridursi del passaggio, è sempre più desolata; i negozi sono sempre vuoti e ovviamente chiudono. Avevo presentato già in primavera una interpellanza sulla situazione, che vedete nel video; dopo di essa, la crisi del supermercato si è conclusa con la chiusura. Anche il self service del piano superiore ha chiuso da un giorno all’altro, sfrattato per morosità. Il rischio è di avere una stazione senza negozi, scomoda e pericolosa per chi la usa e inquietante per chi arriva da fuori, per cui la stazione è il primo impatto con la città.

Porta Susa, però, non è meglio. Ci hanno detto che a breve dovrebbero aprire nuovi negozi, ma di fatto ci sono tre punti vendita dello stesso bar, un’edicola e nient’altro: la stazione è un enorme contenitore di cemento triste e vuoto, in cui è facile perdersi e sentirsi spaesati. Oltretutto, se nell’unico bar un panino costa quattro euro e mezzo, contando sul fatto che fuori c’è il nulla e che per trovare alternative bisogna fare cinque minuti a piedi, è facile prevedere che non ci sarà molto affollamento.

Nell’interpellanza noi abbiamo chiesto: ma scusate, visto che da trent’anni Città e ferrovie (Porta Nuova e Porta Susa sono gestite rispettivamente da Grandi Stazioni e da Centostazioni, società del gruppo Ferrovie dello Stato) si parlano e si accordano per il passante, possibile che nell’accordo non ci fosse un impegno per le ferrovie di garantire almeno un minimo di servizi commerciali ai viaggiatori e al pubblico? Non c’è, ma l’assessore sembrava trovarla una buona idea. Chissà se prima o poi ci arriveremo.

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