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Archivio per il mese di aprile 2010


venerdì 30 aprile 2010, 19:46

Mezz’ora di normale ingorgo

Oggi, proprio all’ora di uscire dagli uffici, nel cielo su Torino si è scatenato un temporale. E il risultato dei temporali è noto: appena finiscono scatta l’ingorgo, in parte per le strade allagate, in parte perché tutti sono rimasti al chiuso fin che non ha smesso e poi si sono riversati sulle strade nello stesso momento.

Però, venti minuti da piazza Sabotino a piazza Rivoli – pur conoscendo tutte le stradine e infilandomi in tutti i passaggi segreti – non ce li avevo mai messi. Era completamente intasato corso Racconigi, a causa dello smontaggio del mercato, con tutte le vie circostanti; ma l’intasamento era tale da bloccare da un lato corso Vittorio e dall’altro corso Peschiera, dove la coda nel viale centrale iniziava quasi in piazza Sabotino. E poi, il normale grumo di piazza Rivoli nell’ora di punta, moltiplicato dalla geniale idea di fare lavori in mezzo a corso Lecce in piena primavera (non potevano farli ad agosto?), aveva riempito di auto corso Vittorio fino quasi in via Cesana.

Il problema di fondo è dato dalla schizofrenica incapacità di cooperazione tra pubblico e privato, che tirano ognuno in direzione perfettamente opposta. Da una parte c’è una amministrazione pubblica che – in modo esasperato grazie all’assessora rifondarol-chic, Maria Grazia Sestero – considera il traffico privato come un male a prescindere, ma non si preoccupa di fornire alcuna vera alternativa; la sola strategia del Comune per limitare l’uso dell’auto è asfissiare la città in un unico gigantesco ingorgo.

Si è cominciato anni fa trasformando l’asse di corso Svizzera-Racconigi in uno stretto budello a servizio del mercato; poi l’asse di corso Ferrucci-Tassoni è stato azzoppato dall’abbattimento della sopraelevata di corso Mortara, con tanto di cartelli gialli che da lustri invitano a “percorso alternativo in corso Lecce-Potenza-Grosseto”; poi si è prima stretto e poi chiuso corso Principe Oddone per i lavori del passante ferroviario. Avendo eliminato con successo tutti gli assi di scorrimento nord-sud tranne uno, tutto il traffico si è riversato in corso Lecce-Potenza, dove persino la signora Sestero è stata costretta ad approvare l’onda verde dei semafori, che normalmente a Torino è esplicitamente vietata perché secondo loro incentiva all’uso dell’auto. E però, già che c’erano, ci hanno messo in mezzo degli altri lavori; e poi c’è sempre il piano folle di abbattere entro un paio d’anni anche la sopraelevata tra corso Potenza e corso Grosseto, così tanto per aumentare ancora un po’ traffico e inquinamento.

Dall’altra parte c’è il privato: una cittadinanza che in gran parte non riesce a rinunciare all’auto nemmeno per andare dal panettiere. Che sia il mercato, che sia la scuola, che sia un ufficio pubblico, qualsiasi polo di attrazione ormai è punteggiato di macchine in doppia fila o direttamente in mezzo alla strada, senza nemmeno più provare a cercare un parcheggio. E nonostante la crisi, in giro è pieno di macchine nuove; toglietemi tutto, ma non il mio SUV. D’altra parte, come può il pubblico arginare questa tendenza se basta accendere la televisione o prendere un giornale per trovare pubblicità di auto, recensioni di auto, racconti di gare automobilistiche, insomma un assalto di feticismo automobilistico a cui nessuno potrebbe resistere?

E’ chiaro che così non si risolve niente; per ridurre il traffico c’è un metodo solo, quello di convincere i torinesi che le alternative al mezzo privato costano meno e funzionano meglio. Con i divieti e gli ingorghi scientifici si va poco lontano, sia perché esistono comunque dei casi in cui l’auto è oggettivamente insostituibile, sia perché i divieti fomentano la “resistenza a quei comunisti che vogliono toglierci la macchina”. La battaglia va combattuta da un lato organizzando meglio la città e le altre forme di trasporto, e dall’altra cambiando la cultura delle persone con il dialogo e con meccanismi di incentivo economico: già solo trasferendo su chi usa l’auto i relativi costi sociali ed ambientali le dinamiche cambierebbero radicalmente, senza per questo impedirne l’uso quando serve davvero.

Dopodiché, io sarei comunque favorevole a fare di Torino la prima città “SUV-free”, dando un congruo numero di anni di preavviso in modo che chi deve cambiare auto ne sia conscio…

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giovedì 29 aprile 2010, 18:31

Bersani, parole chiare

Anni fa, uno dei numeri di satira più divertenti era quello di scrivere finti comunicati politici parodiando quelli veri. Ma i tempi cambiano, e siamo di fronte a una triste verità: non c’è nemmeno più bisogno di scriverne di finti, perché quelli veri sono già delle piccole gemme per conto loro.

Per esempio, in questi giorni il PD presenta una roba pomposamente chiamata Progetto Italia 2011, che dovrebbe servire secondo loro a far presente ai cittadini che non solo il PD esiste ancora, ma ne ha anche in serbo di fortissime per il futuro del nostro Paese. Io sono andato a leggermi le dichiarazioni di Bersani, dal sito ufficiale del partito, e ora ve le voglio riportare esattamente come sono: finalmente parole chiare, convincenti, trascinanti.

Si comincia subito con una dichiarazione pesante, densa di contenuto:

“Un lavoro complessivo che non potrà, per forza di cose, essere breve in quanto non può ridursi in un colpo solo”

Che concetto profondo: Monsieur de Lapalisse non avrebbe saputo dirlo meglio. E poi, più in basso:

“L’assenza di decisioni e l’inefficacia delle azioni intraprese hanno poi determinato un allentamento della coesione civile e dell’idea del sentimento di unità. E tutto si regge su una gran chicchiera!”

Chiaro no? Più chiaro di così… tutti noi poniamo “l’idea del sentimento di unità” al centro delle nostre preoccupazioni quotidiane. Quanto alla “gran chicchiera”, è stata convocata un’assemblea plenaria del Partito per determinare se Bersani non intendesse piuttosto dire “chiacchiera” (bisogna decidere democraticamente, consultando tutte le anime del partito, fedeli all’idea del sentimento di unità).

Ma si prosegue:

“Il 2011 – ha continuato Bersani – rappresenta un appuntamento chiave per la sintesi delle idee dell’unione d’Italia e per il posizionamento della nazione in Europa e nel mondo nell’ottica delle sfide sull’assetto sociale.”

Finalmente si capisce cos’era “l’idea del sentimento di unità”: indicava “la sintesi delle idee dell’unione d’Italia”. Qualche dubbio viene su come il 2011 (una intera annata) possa rappresentare “un appuntamento” (ovviamente “chiave”, aggettivo che l’ufficio marketing del PD ha scelto sfogliando le pubblicità sull’ultimo numero di GQ), soprattutto con lo scopo di definire “il posizionamento della nazione in Europa e nel mondo”. Per aiutare Bersani, gli ho preparato questa immagine, da cui il posizionamento mi sembra chiaro:

posizionamento_italia.png

Immancabili ovviamente le “sfide sull’assetto sociale”, tipo vedere chi ha l’auto blu più veloce o scoprire se durante il mese finisce prima la pensione di un anziano o lo stipendio di un operaio.

“Il Progetto Italia 2011 vuole rappresentare un primo modello per coniugare politica e programmi, un’esercitazione da mettere in rete al fine di ottenere la massima partecipazione civile.”

E meno male che sono al “primo modello”, a una “esercitazione”: avanti così con convinzione, per il 2040 forse saranno pronti a presentare un programma di governo. Nel frattempo apprezzo la lodevole ammissione sul fatto che finora non hanno mai pensato di “coniugare politica e programmi”, ossia non si sono mai preoccupati di realizzare ciò che avevano promesso prima delle elezioni.

Finalmente però si giunge al cuore del messaggio: il PD, una volta tanto, identifica quattro temi forti per la propria azione.

“Per Bersani quattro saranno i temi principali che dovranno accompagnare il progetto:

* l’innovazione, plurale e concreta. Innovazione che si determina con una scelta finale senza alcun eccesso di mediazione;
* la rassicurazione, ovvero sulla consapevolezza che creare lavoro significa ridare prospettive ed orizzonti ai giovani;
* il rispetto della Costituzione, nel cui cuore dinamico, innovazione e rassicurazione trovano la giusta collocazione;
* federalismo come chiave della nuova unità della nazione.”

Vi prego, leggete bene queste frasi. Leggetele due o tre volte con attenzione, parola per parola, e poi chiedetevi: ma che cazzo vogliono dire? Non solo sembrano scritte da un pubblicitario (a me “cuore dinamico” fa venire in mente il ripieno dei sofficini) a cui hanno detto “inventa delle frasi in cui compaiano almeno una volta le parole Costituzione, dinamico, nazione, federalismo, giovani, lavoro e innovazione”, ma sono astutamente studiate per non prendere assolutamente posizione. Su niente.

Che cosa vuol dire che l’innovazione deve essere “plurale”? E che diavolo è una “scelta finale senza alcun eccesso di mediazione”? Vorrà dire che la mediazione va bene se non è eccessiva, ma quand’è che la mediazione è eccessiva? E “la consapevolezza che creare lavoro significa ridare prospettive ed orizzonti ai giovani” ce l’abbiamo già tutti da circa vent’anni, il punto su cui ci attenderemmo qualche risposta dal PD è come crearlo! E sarà anche vero che “innovazione e rassicurazione trovano la giusta collocazione”, ma qual è secondo loro la “giusta collocazione”: che cosa bisogna cambiare, che cosa bisogna tenere? L’ultima frase poi è splendida: un “ma anche” di veltroniana memoria, per cui “vogliamo il federalismo, ma anche l’unità della nazione”. Ah già, e non dimenticate la parola “chiave”, che fa tanto decisionismo.

“Ma per far tutto questo – ha concluso Bersani – sarà necessario il coraggio di riprendersi i concetti di libertà e uguaglianza. Valori tipici della nostra tradizione e della nostra cultura”.

E qui, sull’immagine di un Bersani che impasta le tagliatelle secondo la ricetta della nonna – dopo essersi lasciato sfuggire che l’attuale PD non ha la minima idea né di cosa sia la libertà, né di cosa sia l’uguaglianza – è meglio stendere un velo pietoso.

Ma se qualcuno di voi riesce a capire meglio di me le proposte del PD per il futuro dell’Italia, sono qui per ascoltare!

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mercoledì 28 aprile 2010, 18:14

Tragedia greca

Penso che abbiate tutti capito perché i tedeschi sono così riluttanti ad assumersi la loro quota del piano di salvataggio del debito pubblico greco, nonostante l’energia con cui vari paesi, noi in testa, facciamo pressione su di loro. Il problema infatti non è la Grecia, ma la consapevolezza che, se questa è la via, poi ai tedeschi toccherà pagare anche il debito pubblico del Portogallo, dell’Italia e forse di qualche altro paese.

Visti con distacco, gli economisti maghi del PIL sembrano prigionieri in un labirinto senza uscita. I debiti pubblici dei paesi mediterranei non possono non essere ripagati, perché altrimenti l’euro si affossa, o in alternativa l’Europa si spezza, o magari entrambe le cose insieme; ma per ripagarli bisogna tirare fuori i soldi da economie già asfittiche e “premiare gli spreconi coi soldi di chi ha risparmiato”. Eppure il dogma è che l’economia deve crescere; per crescere, ogni volta che l’economia ristagna, bisogna indebitare lo Stato; ma se l’economia non è efficiente e non cresce rapidamente, questi debiti non si ripagheranno mai, e continueranno ad aumentare di generazione in generazione fino a divenire sostanzialmente privi di significato.

Già, ma una economia più efficiente significa maggiore produttività, quindi aumento della produzione, quindi un maggior consumo delle risorse naturali; e di risorse naturali ce n’è più poche. In alternativa, maggiore produttività significa produrre le stesse cose con meno lavoro, ossia un aumento della disoccupazione, o con lavoro meno costoso, chiudendo direttamente le fabbriche qua per riaprirle là.

Insomma, dovunque ci si giri si sbatte la testa; la soluzione a tutti i mali, la crescita del PIL che compensa l’aumento di produttività con nuovo lavoro e nuovi consumi, nei paesi sviluppati non pare più possibile; e a dire il vero, a ben guardare, negli ultimi decenni essa si è spesso rivelata possibile soltanto grazie all’aumento del debito pubblico, ossia prendendo a prestito ricchezza dai nostri nipoti per usarla qui, ora, egoisticamente per noi; per continuare a negare la realtà, ovvero che c’è un limite a quanto possiamo sognare di diventare ricchi.

Verrebbe da dirsi che la soluzione è continuare a far finta di niente: la Grecia è indebitata al 120% del PIL? E lasciamola arrivare al 240%, al 360%: che ce frega? Sono numeri privi di significato. Nello specifico rappresentano debiti concreti in cui qualche imbianchino tedesco o qualche compagnia uzbeka o qualche banca brasiliana rischia di perdere i propri risparmi, ma nell’aggregato che cosa sono? Sono un debito che sale per definizione sin da quando è stata inventata la finanza moderna, che non scenderà mai, e che ogni tanto bisogna far finta di voler ripagare, sapendo benissimo che ne abbiamo lasciato accumulare talmente tanto che ciò non è più realisticamente possibile. I soldi depositati dalla compagnia uzbeka nella banca brasiliana non ci sono più, ma tanto mica tutte le compagnie uzbeke li vogliono prelevare; finché non li chiedono indietro, non succede niente.

D’altra parte, è dagli accordi di Bretton Woods che la nostra moneta non corrisponde più alla realtà; è soltanto carta con valore infuso per fiducia, è una forma di religione collettiva. Il valore teorico di tutta la carta che c’è in giro è decine di volte superiore alla ricchezza materiale esistente, il che significa che se veramente provassimo a spenderla tutta insieme, in un momento di emergenza, scopriremmo che i nostri risparmi non valgono niente. Il vero significato del debito pubblico non è economico, ma politico: è il modo con cui chi gestisce la finanza internazionale può ricattare i governi e controllarli. E da quando noi non possiamo nemmeno più stamparci moneta da soli, questa è una forma di ricatto a cui non possiamo sfuggire.

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lunedì 26 aprile 2010, 23:06

Chitarre, più o meno

Sappiamo che – come usava dire Elio – la storia del chitarrismo mondiale si esaurisce col più grande virtuoso italiano vivente della materia, Ghigo Renzulli (qui in uno dei punti più alti della sua carriera, quando al concerto del Primo Maggio 1993, purtroppo non inquadrato, riesce a sbagliare più di una volta il difficilissimo assolo finale di El Diablo).

Se però proprio vi piacciono i dischi dei chitarristi (il che vuol dire che siete malati, in quanto di solito più i chitarristi sono virtuosi e più le loro composizioni sono più o meno equivalenti al fischio di un modem a 28.800 baud, ossia una serie di rumori striduli e fastidiosi troppo veloci per significare alcunché) per stasera vi potreste accontentare dei due shamisen degli Yoshida Brothers.

E se anche non sapete chi sono gli Yoshida Brothers, il loro pezzo Tabidachi potrebbe suonarvi familiare, almeno se, come me, siete fan del Maestro Battiato

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domenica 25 aprile 2010, 18:28

Liberi liberi

Quando mi interrogo su cosa sia la Liberazione per gli italiani della mia generazione, ricordo spesso una discussione al liceo – era la fine degli anni ’80 – in cui, alla richiesta della professoressa di esprimere un pensiero in materia, uno dei miei compagni rispose profondo “liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa, chissà cos’è?” (il disco, all’epoca, era effettivamente appena uscito e in qualche cantina, lo ammetto, ne possiedo ancora il vinile).

Non sottovalutate la risposta; Vasco è il maestro di pensiero perfetto per gli italiani – medio come l’italiano medio – e dunque anche allora ci aveva preso: perché tutti gli italiani al giorno d’oggi si sentono schiavi, ma non è chiaro che cosa li opprima. Una buona metà è convinta che il problema sia Berlusconi e il rischio sia un ritorno strisciante del fascismo, preoccupazione peraltro non campata per aria dato che il fascismo è uno dei modi mentali normali dell’italiano medio. Prova ne è che l’unico modo che questa metà trova per opporsi a questo rischio è fascista, ovvero organizzarsi qua e là per mandar via dal palco a fischi un qualsiasi esponente della parte politica avversa, da Milano a Torino a Roma.

Effettivamente la situazione è confusa a prima vista: non so infatti come interpretare il fatto che RaiTre, la televisione di sinistra, nel giorno della Liberazione festeggi con una intervista-comizio dell’ex leader del fu partito neofascista italiano. Lo faccio notare per chiunque possa pensare che la dirigenza dell’attuale centrosinistra sia antifascista; la verità è che l’attuale centrosinistra persegue le stesse politiche del centrodestra e si trova assolutamente a proprio agio con quelli che teoricamente etichetta come post-fascisti (non che a me piacciano le etichette, del resto mi accodo all’osservazione per cui ha fatto più opposizione Fini in quindici minuti che il PD in quindici anni).

Ma allora da cosa dovremmo liberarci? Beh, le immagini della Digos che porta via a forza il megafono a Piero Ricca, davanti alla sfilata dei potenti di ogni colore (Napolitano in testa) alla Scala di Milano, penso che siano già molto indicative (qui il racconto completo). Non è più questione di tifare destra o tifare sinistra, ma è questione di organizzazione sociale: la piramide o la rete, la gerarchia o l’uguaglianza.

La nuova liberazione dunque, se avverrà, non sarà certo la sostituzione di Berlusconi con un Bersani o analogo personaggio, che magari sarebbe cosmeticamente più rispettoso di noi ma che, nella sostanza, preserverebbe la stessa concezione illiberale e piramidale della società. La nostra liberazione sarà soltanto quando potremo davvero decidere da soli del nostro futuro, uno per uno, senza bisogno di un capo.

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sabato 24 aprile 2010, 23:50

Gli investimenti della Regione Piemonte

Affittare come spazio pubblicitario l’intero porticato della Stazione Centrale di Milano non costa due lire. Già sarebbe da capire dunque se la scelta della Regione Piemonte ha un ritorno commisurato al costo; comunque sia, una volta che si hanno gli spazi a propria disposizione, che a fine aprile li si usi ancora per pubblicizzare la stagione sciistica grida abbastanza vendetta.

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venerdì 23 aprile 2010, 16:22

Fossi figo

Fossi figo – storica interpretazione di Elio & Le Storie Tese & Gian Luigi Morandi detto Gianni – è un inno di noi giovani vecchi: perché arriva per tutti il momento in cui la foto del documento non ci rassomiglia più. Di solito, questo evento segnala che è giunto il momento di rifare i documenti: e infatti, la mia carta d’identità è scaduta due mesi fa (il giorno dopo averla usata per depositare le liste del Movimento in Tribunale) mentre il mio passaporto scade tra un mesetto, ma va rinnovato subito in vista dell’estate.

Oddio, alla fine è anche una liberazione, perché a tutt’oggi non mi capacito come io abbia potuto girare per dieci anni negli aeroporti di mezzo mondo presentando al controllo di frontiera un passaporto con questa foto qui:

fototessera-passaporto-2000.png

Non so esattamente a cosa stessi pensando quando è stato fatto questo scatto – era il maggio del 2000 – ma l’aria da terrorista libico è inequivocabile, con tanto di esibizione del rigoglioso pelazzo. E dunque, stavolta ero determinato a migliorare un po’ la situazione; e questa mattina era dedicata alla doppia richiesta di documenti.

Richiedere la carta d’identità è facile; basta presentarsi all’anagrafe con le foto. Richiedere il passaporto è un altro paio di maniche; servono, oltre alle foto, un versamento di 45 euro in posta e una marca da bollo da 40 euro, più una fotocopia della carta d’identità – che io, non avendola, ho sostituito con la patente. (Le istruzioni sul sito della Polizia dicono di “allegare un documento di riconoscimento valido” alla domanda, ma ho intuito da solo che parlavano di una fotocopia…).

Trovandomi in zona centrale con la mia bici, il giro inizia da Porta Nuova: ci sarà ben una macchinetta che fa le foto, no? Sì, ce ne sono due: la prima è fuori servizio mentre la seconda è accesa, ma non accetta le monete. Riflettendo sul clima di sbaraccamento che regna in Italia, mi tocca girare il centro di Torino. E girare il centro di Torino in questi giorni non è un bel vedere: più ti avvicini a piazza Castello e più incontri torme di gente brada che, agitando oggettistica kitsch di vario genere, si appresta a omaggiare un lenzuolo. Io rispetto comunque la fede religiosa, rispetto di meno i bus in divieto di sosta o al pascolo nella ZTL e i pedoni che camminano in mezzo alla strada; comunque, come direbbero a Genova, son palanche e di questi tempi non è poca cosa.

Tuttavia, non incontro macchinette da alcuna parte; vado fino a Palazzo Nuovo, ma niente. Torno su da corso San Maurizio, trovo un ufficio postale, faccio la mia solita mezz’ora di coda – credo sia prevista dalle condizioni di servizio di Poste Italiane – per pagare il bollettino, che ovviamente compilo io perché “quelli prestampati non li abbiamo”. Da un tabacchino all’angolo dei Giardini Reali, mentre un bus di pellegrini svolta a sinistra col rosso pieno dove è vietato, compro la marca da bollo; ma di macchine fotografiche ancora nemmeno l’ombra.

L’ufficio passaporti è nel commissariato proprio accanto alle Porte Palatine (il muro romano ci passa proprio in mezzo). Si riconosce perché sulla porta ci sono due grandi cartelli, “E’ NECESSARIO ALLEGARE ALLA DOMANDA LA FOTOCOPIA DELLA CARTA D’IDENTITA'” e “L’UFFICIO NON E’ TENUTO A FARE FOTOCOPIE”. Ok, è certamente qui! Ma ovviamente non c’è l’ombra di una cabina fotografica (a cosa potrebbe servire, di fronte all’ufficio che emette i passaporti per Torino e provincia?). Continuo il giro, concludendo con un ottimo tempo una manche di slalom tra i pellegrini davanti al Duomo, e infine sto per rassegnarmi, anche perché comincia a cadere qualche goccia di pioggia. Decido di fare un ultimo tentativo: ci sarà ben la macchinetta all’anagrafe centrale di via della Consolata, no?

Secondo voi? Ma no, a cosa potrebbe servire, di fronte all’anagrafe centrale di Torino? Però la signorina alle informazioni è gentilissima e mi dice che c’è una cabina dall’altro lato, in corso Valdocco angolo via Giulio. Sono duecento metri, ma adesso piove davvero. Arrivo, la cabina c’è, funziona; ma vorrai mica restare per dieci anni con i documenti con la foto di te mezzo bagnato?

Sì, vorrai. Mica ci si arrende per così poco! Fatte le foto, torno all’anagrafe, e devo dire che sono stati efficientissimi: la signorina in cinque minuti mi dota di una carta d’identità nuova fiammante. Solo è rimasta perplessa di fronte all’indicazione “capelli: neri”, squadrandomi per dieci secondi per controllare: cosa avrà voluto dire?

Tutto contento intasco la mia carta d’identità nuova fiammante; peccato che fuori ormai diluvi. Ma cosa importa, le foto ormai sono fatte; bagnato per bagnato, finiamola qui. Torno dunque fino alle Porte Palatine, dove ci sono otto persone in coda per avere il modulo, e a fianco due sportelli vuoti dove le impiegate attendono che arrivi qualcuno. Questo sì che è un vero ufficio pubblico, mica quel bel corridoio pulito e pieno di computer dell’anagrafe, dove allo sportello ci sono persino i pulsanti per esprimere la soddisfazione sul servizio (grazie Brunetta, comunque la prima volta che li ho visti ero all’aeroporto di Pechino).

La poliziotta però è gentile, alla fine mi accetta persino due foto di dimensione diversa tra loro (le macchinette ti fanno un foglio con una ventina di foto, di cui solo 4 a dimensione utile per i documenti). La patente però non le piace, io le spiego che ho una carta d’identità valida solo da un quarto d’ora, e mi fa addirittura la fotocopia (ma non sarà peculato?). Prende il tutto, mi restituisce il vecchio passaporto dopo aver tagliato la copertina, e poi mi dice che posso passare per vedere se è pronto quello nuovo… tra 40 giorni.

Vorrei dirle che in Mozambico ci avrebbero messo meno, e magari sarebbero riusciti pure a inserire nel sistema un mio indirizzo di e-mail a cui avvertirmi della conclusione della pratica, ma sarei stato ingeneroso. Speriamo solo che siano puntuali, perché poi potrei dover ancora fare un visto.

Nel frattempo, vado a festeggiare; manco a dirlo, il mio pizza al taglio preferito è pieno di pellegrini che mostrano lo sprint di una Seicento in salita; parlano una roba che sembra russo, ma a un ascolto più attento è probabilmente una sottomarca del veneto. In tre, una famiglia, ci mettono cinque minuti a ordinare tre pezzi di pizza, mentre, intrappolato dietro in coda, il pubblico degli uffici sabaudi li vorrebbe accoppare. Quando la signora chiama per l’ennesima volta la figlia (si chiama Katia, visto il volume ora lo sanno fino in piazza Solferino) per chiederle se vuole proprio la pizza con le verdure o se non preferirebbe piuttosto la margherita, che prima era una al prosciutto ma aveva già cambiato idea quattro volte, Katia si ferma e guarda il vuoto. Non sappiamo se stia avendo una visione, ma dopo un tempo infinitamente lungo Katia conferma le verdure. E’ in quel momento che alla signora cade di mano il portafoglio, e tutte le monetine rotolano per terra. San Cottolengo, aiutali tu.

Ma io ho poco da parlare; son qui che rimiro tra le mie mani le mie nuove, bellissime foto del documento. Ho scelto lo scatto migliore; degli altri due, nel primo sembrava che avessi sniffato qualcosa di pesante, mentre nel secondo evidentemente stavo ancora pensando a Katia. E così, ecco la mia foto del 2010: a metà tra un Tanaus più pettinato e un serial killer romagnolo interpretato da Andrea Roncato. Spero che invecchi in fretta.

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giovedì 22 aprile 2010, 14:57

Casa pidiello

La trasmissione in diretta streaming, sul sito del Corriere, della direzione nazionale del PDL, quella in cui Berlusconi e Fini si dovevano chiarire, resterà un evento degno di nota per vari motivi (nonostante le scaramucce politiche dentro il governo abbiano anche lo scopo, più o meno pianificato, di distrarre gli italiani dal disastro della loro economia). Intanto, non mi era mai capitato di vedere trasmessa in diretta una riunione di partito di questo livello; per carità, può darsi che le trasmetta anche il PD, ma una riunione di direzione del PD dev’essere emozionante come la Corazzata Potemkin, dunque se le trasmettono siamo lieti di non doverle guardare.

Ma veniamo a oggi: prima Gianfranco ha esposto tutte le sue accuse a Silvio, dicendo quel che pensano quasi tutti gli italiani, a partire dalla distruzione sistematica della giustizia per parargli il sedere dai suoi processi; dopodiché Silvio ha preso la parola a sorpresa e attaccato Gianfranco, e per qualche secondo si è verificata in diretta una scena leggendaria, con Berlusconi sul palco che accusa e Fini che si alza, solo in mezzo alla platea, e da sotto il palco gli punta il dito contro, tutti e due palesemente fuori di sé e incazzati a livello personale.

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Ecco, lì si è capito che la lite va oltre; non è politica, non è mediatica, è semplicemente lo scazzo continuo tra due ex consorti che non si sopportano più. Silvio rimprovera Gianfranco in tono paternalistico, “Gianfranco, te l’ho spiegato cento volte che io non parlo col direttore del Giornale”, “facciamo le riunioni, ma tu alle riunioni non partecipi, non sei venuto nemmeno in piazza San Giovanni”, e Gianfranco in modo passivo-aggressivo che platealmente, davanti alle telecamere, fa gesti tipo “che cavolo dici”, “buona questa”, e persino “mavalaaaa”. Ci mancava poco che cominciassero a rinfacciarsi a vicenda di quando Gianfranco non stirava bene le camicie di Silvio e quando Silvio usciva la sera lasciando Gianfranco solo in casa davanti alla TV; e, se ci fossero stati lì i piatti del pranzo, indubbiamente qualcuno di essi sarebbe anche volato. Una lite matrimoniale in diretta!

(Fantastici anche quelli che da dietro riprendevano col cellulare – e sono deputati! – ma soprattutto uno: due poltrone più in là rispetto a Fini che urla, Lamberto Dini che, refrattario a tutto e tutti, se la dorme della grossa con la testa appoggiata su una mano.)

Fa persino bella figura Scajola (no dico, Scajola) che li invita a non mandare i figli a litigare tra loro in TV, quelli che vogliono più bene al papà contro quelli che vogliono più bene alla mamma, che poi a qualcuno viene il dubbio che anche nel PDL si litighi come dei bambini. Ma vedete, facendo anch’io politica ho capito una cosa: che l’elemento umano è importantissimo. Che tutti fanno appelli a spersonalizzare, a discutere di idee, a non formare gruppetti di amici e a non compilare liste di nemici, a non dividersi per gelosie e a non portarsi rancore, ma poi la verità dei fatti, dal Consiglio dei Ministri al consiglio di quartiere, è che la politica – se è fatta per passione, anziché per professione o per interesse – attrae anche e soprattutto chi ha un ego sviluppato.

E allora, a me la lite senza quartiere tra Gianfranco e Silvio fa sinceramente simpatia: non solo perché mi ricorda scazzi furibondi vissuti direttamente, ma perché evidenzia come puoi passare le giornate a nuotare nel tuo deposito pieno di dobloni e a passare in rassegna tutte le veline della TV italiana, ma essere comunque infelice e furioso perché un Gianfranco qualsiasi non ti ama più.

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mercoledì 21 aprile 2010, 18:58

Andava a Rogoredo

Supponete di trovarvi in mano un abbonamento giornaliero ai mezzi di Milano, con un appuntamento che è finito prima del previsto, una giornata tutto sommato scarica d’impegni, un bellissimo sole e un cielo blu da anticipo d’estate che impone di non chiudersi al buio. Che fare?

Se di Torino conosco ormai quasi ogni anfratto, di Milano ci sono ancora ampie zone totalmente ignote; e a questo si somma il fatto che Milano è urbanisticamente più interessante di Torino, essendo cresciuta, per usare un francesismo, alla cazzo di cane. Io e una bici, qui, faremmo il dottor Livingstone per anni; ma non divaghiamo. Dunque, ho imbracciato la mia libertà da tre euro e sono uscito dalla metro a Rogoredo.

Prima ho fatto un giro per la stazione, che già di suo è urbanisticamente interessante; la classica stazione strategicamente concepita all’incrocio tra la ferrovia e una grande via di comunicazione (la via Emilia) e finita in un budello quando (e qui avvenne addirittura negli anni ’20) il fu passaggio a livello venne trasformato per ovvie esigenze in un cavalcavia con lunghe rampe. Se a Torino il fenomeno provocò la trasformazione dell’attuale via Giachino in un angolo depresso, a Milano l’operazione tagliò fuori dal mondo sia la stazione che il quartiere; e davanti alla stazione giace un’antica casa cantoniera ormai fuori posto.

Ma il vero obiettivo era l’altro lato: la fu campagna. Già solo capire come uscire dalla stazione verso Rogoredo non è facile; soltanto uno dei due sottopassi lo permette. Lo scenario da quel lato, però, è fantastico; un mix di vecchio troppo abbandonato e nuovo che era meglio abbandonare.

Da un lato c’è una cascina bellissima, di quelle che cent’anni fa davano lavoro e senso a questi borghi periferici, ora completamente abbandonata, fatiscente e murata, tranne che per qualche pertugio da cui emergono tendine rosa e qualche zingaro; e la via dietro – una di quelle vie prive di significato che residuano dal massacro costruttorio del Novecento – si chiama suggestivamente via Orwell. Dall’altro lato c’è un mostro, un enorme e modernissimo cubo grigio pieno di parabole sul tetto, atterrato sulla campagna (già acciaieria, a dire il vero) con la grazia di un elefante americano; è la nuova sede di Sky, e la via dietro si chiama appropriatamente via Monte Penice, dal nome dell’altura su cui stazionano le antenne televisive che sin dai primordi gloriosamente servono mezzo Nord Italia.

Tra le due c’è la via di Rogoredo, e se appena le case nascondono il mostro grigio non sembra nemmeno male, una fila di palazzine e negozi da un lato (anche una bella villona liberty) e un parchetto dall’altro, con tanto di monumento ai caduti stranamente sacrificato in un angolo (ma perché proprio lì?).

Io però ero lì per vedere il resto: il famoso quartiere Santa Giulia, il vanto del Duemila milanese. Un progetto immobiliare senza precedenti, gigantesco, costituito da decine e decine di palazzi eleganti di dieci piani l’uno, a due passi dalla stazione e dalle autostrade.

Intanto, è tutto un cantiere; e io già un paio di volte nella mia vita mi sono trasferito in mezzo a quartieri-cantiere, e ci sono abituato, ma lo stesso non fa un bell’effetto. Camminando per via Monte Penice si scorge solo un unico resto dell’acciaieria che prima occupava l’area, un magnifico edificio rotondo abbandonato tra le erbacce.

E’ quando si arriva in fondo che si vede cos’è questo quartiere: ci si trova di fronte a un’infilata a perdita d’occhio di case color panna e grigio, di quell’architettura a sbalzo – pieni e vuoti, sporgenze e rientranze – che va tanto di moda in questi anni. Uno le vede e pensa che nessuno possa aver costruito un’orrendità del genere; sembrano case progettate da Mangoni per scherzo, per prendere per il culo l’architettura moderna, e invece no, le ha progettate Norman Foster (più probabilmente, Foster dall’alto dei suoi 75 anni ha tirato tre righe e messo la firma, e poi hanno passato il tutto a un geometra di Lissone).

Arrivo all’angolo della via e scopro che si chiama via del Futurismo: ecco, anche questo è un nome perfettamente azzeccato. E’ proprio il futuro come se lo aspettavano negli anni ’30, come lo dipingeva Fritz Lang in Metropolis; un’idea di modernità vecchia di 80 anni. Perché nel resto del mondo parlano di case ecologiche, di integrazione con l’ambiente, e noi no: la modernità sono dei cubi di cemento bianchi e grigi di 10 piani.

Giro per il quartiere non capacitandomi di come qualcuno abbia potuto concepire una roba del genere; immensa, orrenda e desolatamente vuota. E’ talmente brutta che dopo un po’ stordisce, i sensi si intontiscono e si genera una specie di sindrome di Stoccolma architettonica per cui ti costringi a fartela piacere… Arrivo in via Cassinari, che parrebbe voler essere una passeggiata pedonale circondata da negozi – perlomeno, ricorda i disegni delle “new cities” con la gente che passeggia sopra, mamma e bambino mano nella mano, e le auto nascoste sotto, che si facevano nelle utopie degli anni ’60. Qui ci sono gli unici lavori in corso – pubblici, di operai che sistemano l’arredo del centro della via. Cantieri aperti e semiabbandonati ce n’è parecchi, privati che lavorano apparentemente nessuno.

La via, in sé, è una desolazione: è bianca e baciata dal sole, ma non c’è un negozio aperto. Anzi, non c’è un negozio, se si eccettua un piccolo bar a un angolo; la via è una infinita serie di spazi commerciali completamente vuoti, in alcuni casi già punteggiati di cartelli “vendesi” e “affittasi”, in altri coperti da cartelli pietosi quanto poco credibili, come “prossima apertura gelateria artigianale” – sbirci dentro e non hanno manco intonacato i locali, ci sono i mattoni nudi. I campanelli non mentono, così come le serrande ancora nuove di pacca e mai tirate su, e parlano di palazzi che viaggiano dal mezzo vuoto al completamente vuoto (spesso c’è un solo campanello con sopra un cognome in un intero palazzo di dieci piani, chissà come dev’essere vivere così: alienante o divertente?). Su un palazzo parlano di spazi in vendita “a partire da 3200 euro al metro quadro”, giusto due lirette, di questi tempi: chissà come mai non c’è l’assalto.

Il luogo non è completamente deserto, anzi le vie laterali sono piene di auto parcheggiate (o non hanno ancora consegnato i box, o la gente non aveva più i soldi per comprarli). Per strada incrocio comunque due o tre persone che paiono del posto; il bastardo che è in me vorrebbe schernirle, “signora, s’è fatta fregare dalla pubblicità dei palazzinari, mi condolgo”, ma mi avrebbe probabilmente risposto con un cazzotto nei denti, e comunque non avrei avuto veramente cuore di farlo; al massimo avrei porto una spalla su cui piangere.

In tutta questa meraviglia mi colpisce una cosa: non ho visto un giardinetto, una piazza, un centro pubblico, un campo di pallone, qualcosa che possa dare un’idea di umanità convivente e non solo di palazzi pretenziosi. Per carità, in Italia in genere i servizi arrivano dieci anni dopo le abitazioni, ma Santa Giulia sembra uno di quei posti dove, per giusto contrappasso, bisognerebbe mandare a vivere gli architetti che li hanno progettati, in modo che possano espiare. Forse migliorerà col tempo, ma per ora è un quartiere fantasma di quelli ammazzati dalla crisi immobiliare, e che rischiano di restare così per lustri (non ridete, anche a Torino ce n’è, per quanto non su questa scala). Nel frattempo, mi sono allontanato piano piano, cercando di non far rumore, andando all’indietro con gli occhi bene aperti come in un film dell’orrore.

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martedì 20 aprile 2010, 19:55

La sorpresa

Stasera la spesa discount mi è capitata a Milano, all’LD di via Negroli. E stavolta la spesa interessante era davanti a me: una signora sui quarant’anni, piccolina, dall’aria abbastanza milanese, che si è avvicinata e ha messo sul nastro una sola cosa: un pacco di polenta. E converrete con me che una donna che acquista solo un pacco di polenta, presumibilmente per sfamare i propri figli coi mezzi di una volta, è un buon equivalente di un uomo che acquista solo un pintone di vino.

La cassiera stava trattando il cliente davanti a lei, chiedendo “sacchètti?” con lo stesso accento con cui gli Elii vent’anni fa chiedevano “Facchètti?”. In quel momento la signora sguscia accanto a me (e ci vuole una certa abilità) e si fionda alla cassa a fianco, in disuso, dove non trova ciò che cerca. Si rifionda in coda, sgusciando di nuovo, e poi lo sguardo le si illumina: su un piccolo ripiano di ferro proprio accanto alla cassiera, vede i Kinder Sorpresa, incartonati in confezione sconto da tre.

Per qualche strano motivo, aspetta che la cassiera sia girata dall’altra parte: e poi furtivamente, come non volesse farsi vedere, ne prende uno e lo mette sul nastro. E poi un altro. E poi un altro ancora, e poi ancora, ancora. Ne mette sette, sette confezioni di cartone da tre ovetti, due euro e trentacinque centesimi l’una. Sul nastro, tutti colorati squadrati e paralleli, fanno l’effetto di un parcheggio di camion in miniatura, sull’asfalto nero di un autogrill.

La cassa giudica diciassètte euro netti, manco a farlo apposta. La signora paga, infila la scorta nella borsetta e se ne va. Era chiaramente lì per quello, era chiaramente in territorio nemico, ma lo sconto (immagino che altrove costino di più) valeva il viaggio: contando la lira, ma facendo la felicità di un bimbo collezionista di sorpresine.

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