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Archivio per il mese di aprile 2007


lunedì 30 aprile 2007, 12:15

Hiatus

Sì, sono sparito: in questi giorni sono a Monaco di Baviera, da cui vi sto scrivendo. Certo che ridursi a guardare la CNN sperando di vedere i risultati delle partite di ieri… eppure sì, alla fine li hanno pure mandati. Era meglio se non li vedevo.

Comunque, almeno in questi giorni, Monaco è una truffa: sono sceso dalla stazione e attorno a me c’erano solo italiani. Anche alla stazione della metro c’erano frotte di italiani. E anche in piazza, alla birreria (Franziskaner l’originale), davanti ai negozi, nei caffè… persino nei locali istituti di ricerca scientifica. I tedeschi? Saranno tutti a fare il ponte in Italia…

Per il resto, sto raccogliendo fatti interessanti da postare al mio ritorno mercoledì sera. Nel frattempo, siete liberi di utilizzare questo post per forumizzare, tanto per due giorni e mezzo non avrò la minima idea di cosa stia succedendo sul mio sito…

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sabato 28 aprile 2007, 20:52

Impotenza

Attenzione, contiene volgarità; ma questo commento che ho letto sul forum dei tifosi (che è ora ForzaToro.net, dopo che tutti hanno abbandonato Toronews) è perfetto per descrivere le ultime partite di questo povero Toro e dei suoi scarsissimi e riottosi giocatori: “E’ come vedere uno senza cazzo cercare di trombarsi la Schiffer: uno spettacolo che ti fa provare imbarazzo per loro.”

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venerdì 27 aprile 2007, 13:58

Pericolo

Mi capita ogni tanto di vedere La Grande Notte, lo show di Gene Gnocchi in onda il lunedì in seconda serata e poi in replica varia su Raisat Extra, condotto insieme ad Afef, che Gnocchi si diverte a sbertucciare in ogni modo anche per via del marito (questa settimana ha aperto la puntata con “Afef è in ritardo, perché oggi pomeriggio era a Genova a rigare la macchina di Beppe Grillo”).

Questa settimana tra gli ospiti c’era Alex Zanardi, l’ex pilota di Formula Uno diventato famoso per aver perso entrambe le gambe in un terribile incidente di gara, e poi per aver ricominciato non solo a vivere, ma persino a correre.

Le auto hanno segnato pesantemente la vita di questa persona. Prima dell’incidente più famoso, ce n’erano stati altri quasi altrettanto terribili; e, da bambino, perse la sorella in un incidente stradale. Ma se vi sembra sfiga (e probabilmente lo è), ci sono anche i casi in cui i millimetri del destino hanno giocato a suo favore: come quando, collaudatore della Lotus, guida la macchina per tre giorni e per un migliaio di chilometri, dopodichè la passa al pilota titolare, Pedro Lamy; dopo due giri, l’alettone si stacca di colpo e Lamy si schianta sbriciolandosi le gambe.

Probabilmente vivere questo genere di situazioni, nel bene e nel male, ti insegna ad accettare la vita per quello che è, cioè una joint venture tra te e il destino in cui tu hai se va bene il cinquantuno per cento, ma non di più. Fa quindi sempre piacere ascoltare Zanardi, per via della serenità che trasmette e dell’ironia leggera con cui racconta episodi che potrebbero essere altrimenti drammatici o urtanti, come quello della signora che lo incontra e gli dice “Ah, quando ho visto in TV il suo incidente, così tremendo, speravo proprio per lei che morisse…”, e lui che quasi cade dalle sue protesi per toccarsi laggiù.

Bene, in tutto questo, ho trovato illuminante, oltre che molto condivisibile, quello che Zanardi ha detto quando si è cominciato a parlare di velocità in auto. Prima ha fatto notare l’ipocrisia semplicistica con cui molti, media inclusi (e non poteva mancare il succitato Grillo), se la prendono con la velocità, criminalizzando per prime le auto che vanno più veloce dei limiti anche in condizioni piuttosto sicure, come su un’autostrada diritta e senza traffico, quando è molto più pericolosa per sè e per gli altri la ragazza sull’utilitaria che in città scrive SMS mentre guida, o il padre di famiglia che non cambia le gomme da dieci anni e poi magari sovraccarica pure la macchina di bagagli.

Ha fatto poi notare come la situazione potrebbe migliorare se ci fosse molta più abitudine ad andare a correre con le auto in pista, sia come sfogo, sia come ambiente controllato dove imparare a guidare meglio in condizioni di emergenza; e invece, proprio per questa ipocrita allergia alla velocità, in Italia gli autodromi non si usano, vengono fatti chiudere a furor di popolo o vengono visti come un luogo di perdizione.

Infine, ha avuto il coraggio di dire che Fast and Furious e film del genere sono schifezze e che chi li produce e li distribuisce è un incosciente, proprio perchè incitano non tanto alla velocità, ma alla guida pericolosa per il puro gusto del pericolo. E lì, lo hanno (scherzosamente ma non tanto) zittito per paura di querele.

Insomma, fa sempre piacere quando qualcuno con cognizione di causa non ha paura di dire le cose come stanno; è un’abitudine che in questo Paese dovremmo avere tutti.

P.S. Non c’entra nulla, ma non posso esimermi dal menzionare la battuta conclusiva di Gnocchi al transessuale Eva Robbins: “Eva ha preso così tanti ormoni che tra un anno gioca nella Juve”. Ormai le pratiche “mediche” dei gobbi sono considerate un dato universalmente acquisito…

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giovedì 26 aprile 2007, 12:16

Crucchi

Dublino, aeroporto, volo per Francoforte. In attesa di partire, in una sala piena di tedeschi impazienti, uno spicca in particolare. E’ un crucco, penso, uno di quei tedeschi tarri come solo i tedeschi possono esserlo. Nonostante la mezza età che par quasi tre quarti, sotto un paio di baffoni biondi sfoggia un completino di pelle nera da biker, con cappello, gilè e pantaloni aderenti, ricoperti di chincaglieria metallica di vario genere; in mezzo, una t-shirt grigia inneggiante ai Die Toten Hosen.

Pensando a quanto sono crucchi certe volte i crucchi, mi metto in coda per l’imbarco e, per combinazione, il signore capita subito davanti a me. Pertanto, riesco a sbirciare la carta d’imbarco, e qui scatta il colpo di scena: scopro infatti che il soggetto risponde al nome di Rudolf Locascio.

Mio Dio, quanto danno abbiamo fatto all’Europa.

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mercoledì 25 aprile 2007, 18:50

Stanchezza

Ma sono solo io, o è una sensazione generalizzata, quella che questi siano giorni di grande stanchezza? Credo che sia stato l’impatto col caldo; d’improvviso, tornando da Dublino, mi son ritrovato quindici gradi in più e cinque giorni di questioni arretrate da affrontare. Oggi ho fatto fatica ad alzarmi dal letto… per domani l’agenda prevede tre conference call in inglese, rispettivamente alle 5:00, alle 18:00 e alle 21:00; un incontro da un cliente alle 10:30, in cui in teoria dovrei essere sufficientemente sveglio da parlare di soldi; una serie di incombenze pratiche da smazzare; una lista di favori chiesti da una lista di persone; e una pila di codice da scrivere per concludere il mio unico lavoro pagato. Considerato che da domenica prossima al 15 maggio sarò a Torino per cinque giorni su diciassette, comincio ad essere un po’ angosciato.

Per quanto riguarda in particolare i favori, esistono una serie di conclusioni a cui sono giunto:

  • Esiste una intera categoria di persone per cui il miglior modo di fare il proprio lavoro è cercare velocemente qualcuno a cui scaricarlo;
  • In questo caso, il motivo per cui lo devi fare tu e non loro è “perchè è urgente” (non c’è consecutio, ma è così);
  • Meno la persona ha diritto di chiederti un favore, e più lo chiede con arroganza;
  • Alcune delle persone più arroganti utilizzano la tecnica avanzata di cercare di colpevolizzarti per non aver pensato da solo che loro potessero aver bisogno di quel favore, e anzi, non aver già provveduto a farlo senza che te lo dovessero chiedere;
  • Le stesse persone utilizzano la tecnica avanzata per cui, se gli fai il favore in fretta per toglierteli di torno, te ne chiedono subito un altro;
  • Se il favore occupa una significativa quantità di tempo ed è in realtà parte della tua normale attività professionale, guai anche solo ad accennare en passant al fatto che, di solito, in questa cosa ci sarebbe di mezzo una compensazione in denaro; passerai per venale, scortese e maleducato, nonchè irrispettoso del prestigio del tuo corrispondente.

Ah, dimenticavo: non si capisce bene perchè debbano esistere in Italia decine e decine di università ognuna con un tesista, dottorando o ricercatore affascinato dalla tua materia, e che ha assolutamente bisogno di chiederti di rispondere ad alcune brevi domande; domande che, nei casi peggiori, iniziano con “Come si può definire Internet?”. Ma non potremmo avere una sola università con un solo tesista?

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martedì 24 aprile 2007, 01:04

Flux

Già sapevo mentre ci offrivano la cena, che sarebbe finita così; eravamo in un locale fighettissimo della parte più altolocata di Dublino, l’infilata di case vittoriane prospiciente St. Stephen’s Green, dove una cameriera francese anoressica dal peso massimo di venticinque chili ci serviva dinieghi a strati di sdegno successivo; e non solo non si può avere un calice di champagne sfuso, ma se ti chiedo la bistecca senza sauce Béarnaise e tu mi dici di sì e poi me la porti grondante albume imburrato, ecco, allora sei proprio conica come sembri; perchè, come disse il grande filosofo Jean-Paul Sartre, “Tu es encore plus con que tu n’en as l’air” – Sartre, La Mort dans l’âme, 1949, p. 170, per quanto nel caso si dovrebbe usare il femminile conne*.

Ciò detto, la fighettaggine del locale imponeva che non appena il tuo bicchiere di vino da trenta euro a bottiglia scendesse sotto la vaga metà, esso venisse riempito fino all’orlo; e ciò spiega il mio desiderio di compiere – in una piena, fresca notte – una mezz’oretta di passeggiata di ritorno, invece che prendere un taxi con tutti gli altri; gli altri essendo un simpatico indiano di Chennai, un simpatico cinese di Hong Kong, e un gruppo di simpatici americani di mezz’età, compreso un consigliere d’amministrazione di Afilias – che, in una vita precedente, ha fatto l’accordatore di racchette di Jimmy Connors e Pete Sampras – e un Vice President di GoDaddy.

E così, non volendo spaventare gli altri prendendo dritti per il lato remoto di St. Stephens Green – che poi magari si preoccupano che tu non sappia dove stai andando – ci si ritrova giù per Dawson Street e poi per Nassau, gridando tra sè e sé “I am FAIIRRRRRLLLY drunk”, pur non essendolo, visto che il resto della via è popolato di villici in giacca e cravatta più formali della tua, e alticci altrettanto o probabilmente di più.

E’ solo che dopo un po’ di passeggiata ci si ritrova davanti all’angolo d’un altro giardino e ci si dice, “Ma questa non sarà mica Merrion Square, che ho camminato dieci minuti e sono ancora qui?”, e in effetti lo era, e non finisce qui: per fortuna che pur in mezzo all’allegria dopo dieci metri mi son chiesto se non fosse già quello l’angolo giusto, e son tornato indietro, visto che effettivamente, nascosto dietro una casa assassina, c’era l’imbocco dell’unico passaggio verso Pearse Street e la relativa stazione della DART (che sarebbe il Dublin Area Rapid Transit ovvero la ferrovia suburbana; gli irrici, che hanno il senso della misura, l’hanno ufficialmente chiamata “freccetta” in onore dei suoi picchi di velocità attorno ai trentacinque orari). Se no, mi ripescavate domani a Dun Laoghaire.

Quindi, prendo giù per East Lombard, attraversando un quartiere di case popolarissime con tarri alle finestre, punteggiato da pub piantonati all’esterno da culi improponibili di bellezze locali rese lievissimamente sovrappeso da qualche ettolitro di Guinness per day. Alla fine, si sbuca sul fiume proprio di fronte all’ultimo ponte, quello pedonale, su cui improvvise, marcando la fine della terra di nessuno, si protrudono coppiette a ripetizione. Di lì, cinque minuti a fianco di una strana coda di auto sul lungofiume, e poi si arriva all’albergo giusto in tempo per incrociare nella hall un pullman targato GinoBramieri, con le relative bruttezze moleste ambosessi, ubriache nell’ascensore.

Certo che, a veder le inglesi, s’ipervaluta l’Irlanda.

* Nel caso proprio non aveste capito e voleste tutta l’etimologia spiattellata, il termine deriva dal latino cunnus, che nel lessico internazionale moderno è rimasto in uso al genitivo nell’ambito di una locuzione prevalentemente utilizzata per – ok, vado a dormire.

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lunedì 23 aprile 2007, 15:51

Brevi dall’Irlanda

Oggi a Dublino è una giornata grigia, e piove. Sono in una palazzina sulla riva della Liffa, al settimo piano: si vede da una parte il porto, e dall’altra tutta la città. C’è talmente tanto vento che un quarto d’ora fa una delle pesanti sedie di alluminio che stanno sul balcone è stata spostata di mezzo metro: per fortuna che c’era la ringhiera…

Ieri, in compenso, è stata una bellissima giornata, con un sole che quasi non ci si credeva; mi hanno riportato a Powerscourt, dove il giardino non è niente di clamoroso ma è comunque piacevole. Ma il vero piacere è stata la passeggiata di Howth Summit (fatta per la quarta volta, ma per la prima volta ho preso il sentiero basso sulla scogliera); ho tirato su un 170 foto con cui mi piacerebbe fare una guida del turista. Ma, visto l’affollarsi di impegni, forse sarà in un’altra vita…

P.S. Perché, affinché, acciocché, imperciocché (questo è un riferimento per iniziati).

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sabato 21 aprile 2007, 14:59

Uncorrect

Credevate di cavarvela con Celentano? No, perchè se vi siete fatti due risate o avete scosso la testa per l’Adrianone nazionale, ora vi toccherà sbigottire: il Corriere riportava difatti anche la pubblicità del nuovo libro di uno dei nuovi leader della nuova sinistra italiana, tutto centrato sulle nuove e meravigliose sorti del Partito Democratico.

Il libro, edito dall’intellettuale Feltrinelli e che certamente sarà accolto da sperticate lodi ed infiniti applausi su tutta la stampa del regime centrosinistrodestro d’Italia, è di Luciano Violante e si intitola Uncorrect. Che, nelle intenzioni dell’autore, vorrebbe dire che lui si erge a paladino dei deboli, rifiutandosi di rimanere vincolato al “politicamente corretto”.

Bene, allora, parliamo di correttezza: ma cosa vuol dire in inglese “uncorrect”? Guardiamo sul Merriam-Webster: ecco, qui… ehi, ma non esiste! Sul Cambridge? Nemmeno… Su Encarta? Nulla di nulla… Già, perchè in inglese, come sa chiunque parli vagamente la lingua, “scorretto” si dice “incorrect”, con la i. Del resto, la prova Google riporta circa 76.700.000 risultati per incorrect, e 123.000 per uncorrect… quasi tutti su siti in italiano.

Il resto del rant, sull’approssimazione e la presunzione dei politici italiani, sulla loro inadeguatezza all’era globale, e su come nemmeno in una delle maggiori case editrici “serie” del Paese ci sia qualcuno che si accorga di – o più probabilmente, abbia il coraggio di far notare – un marchiano errore di ortografia nella più usata lingua straniera, potete scrivervelo da soli; che io mi sono anche rotto le scatole.

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sabato 21 aprile 2007, 14:32

Editorialisti

Nella lounge di cui parlavo prima, Lufthansa mi ha gentilmente offerto una copia del Corriere della Sera, anche se di ieri.

Guardandola casualmente, noto in fondo alla prima pagina un editoriale che parla dei cani che azzannano bambini. Leggo la prima frase: “La piccola Alessia di nove mesi è stata brutalmente uccisa dai due rottweiler dei genitori. Ammazzata e soffocata nel giardino di casa.”

E qui, già uno alza il sopracciglio, visto lo stile scarno – un po’ da terza elementare, ecco – e il dettaglio gory messo in bella evidenza, con gran mancanza di stile e bon ton. Mah, penso, sarà uno o una giornalista in carriera, di quelli che non sanno l’italiano ma ucciderebbero la nonna pur di finire in qualche modo in prima.

Poi proseguo, e leggo la seconda frase, che in realtà, nonostante il punto a capo, è una prosecuzione della prima: “La casa di cui è probabile che i genitori andassero fieri della protezione dei due assassini con tanto di cartello che avvertiva: ((Quest’area è difesa dai cani da guardia non avvicinatevi)).”

Rileggo. Trileggo. Comunque la giriate, la frase in italiano non sta grammaticalmente in piedi: i genitori erano fieri “di cui” o “della protezione”? o “della protezione di cui”? che però in italiano sarebbe “della cui protezione”. Stilisticamente ancora peggio, visto che anche in tal caso nessuno ci infilerebbe un altro “dei” subito dopo. Non parliamo della punteggiatura, visto che non c’è una virgola nemmeno implorando in ginocchio. Scritto così, “non avvicinatevi” è il nome o la qualifica dei cani da guardia; di conseguenza, non credo proprio che sul cartello davanti alla casa ci fossero esattamente quelle parole lì, ragion per cui un giornalista non dovrebbe metterci le virgolette.

Insomma, mi chiedo, ma chi è ‘sto tizio, e soprattutto, come ha fatto uno scritto del genere a finire in prima pagina sul Corriere?

Alzo lo sguardo di tre centimetri, e l’arcano è presto svelato: sotto il titolo è scritto, “di ADRIANO CELENTANO”. Ah, adesso si spiega tutto: non parlo più.

P.S. A scanso di equivoci, a me Celentano piace molto, per come ha sfregiato la musica italiana prima e le convenzioni politico-televisive poi. Certo, resta il sospetto che l’abbia fatto non per consapevole scelta, ma per involontario effetto di una totale insipienza!

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sabato 21 aprile 2007, 14:14

Business class

Ecco, dovevo tirarmela perchè finalmente, a forza di girare, mi hanno dato la carta argento Frequent Traveller della Lufthansa, che – oltre a una serie di vantaggi piccoli ma comunque comodi, come poter portare 40 kg di bagagli invece che 20, o poter usare i check-in della business class anche viaggiando in economy – dà l’accesso alle business lounge.

Per chi non è pratico di aeroporti, le business lounge sono quei saloni imbucati con giannizzeri all’ingresso, dentro i quali i clienti selezionati sorseggiano birre o caffè offerti dalla compagnia aerea, mangiando biscottini seduti su una comoda poltrona, e guardando la TV o utilizzando Internet per attendere piacevolmente il prossimo volo.

Peccato che questa sia la teoria; Lufthansa – a giudicare anche dallo sguardo di totale disprezzo con cui i giannizzeri hanno guardato me quando mi ci sono presentato – deve aver allargato un po’ troppo i criteri di selezione, perchè a Francoforte c’era gente in piedi per mezza sala, con un continuo assalto alle poltrone; e se bevande, biscottini e giornali erano effettivamente ottimi e abbondanti, la connessione a Internet costava otto euro l’ora! E in più, mi sono anche beccato il codone di venti minuti al controllo di sicurezza…

In compenso, qui a Dublino (ah, non vi avevo detto che sono a Dublino?) ci hanno prenotato un albergo un po’ fuori dal centro, anche se sul fiume, ma bello e soprattutto dotato di Internet gratis in camera: una cosa mai vista. Per fortuna che avevo dietro il cavo Ethernet retraibile.

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