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Archivio per la categoria 'Itaaaalia'


giovedì 7 settembre 2017, 13:51

Lettera agli amici antirazzisti (4)

(continua da ieri)

4. Conclusioni

Ci sono ancora una manciata di punti che vorrei brevemente affrontare, prima di lasciarvi andare.

Il primo è rassicurarvi sul fatto che anch’io penso che l’immigrazione non sia soltanto un problema di repressione e ordine pubblico; e che sia altrettanto importante costruire un cammino di integrazione e anche di cittadinanza per le persone che arrivano qui dall’estero legalmente, nell’ambito di una programmazione di flussi migratori, con la sola intenzione di costruirsi onestamente un futuro migliore; e anche per i loro figli. Queste persone devono venire tutelate dallo sfruttamento e dal razzismo (quello vero), e diventare una componente positiva del popolo italiano del futuro; e sono anche le prime vittime della xenofobia alimentata dall’incapacità di distinguere tra loro e chi invece immigra senza integrarsi o peggio delinquendo.

Il secondo è relativo ai rifugiati, che sono un caso particolare, innanzi tutto dal punto di vista del diritto internazionale. Io sono ben d’accordo nell’accogliere “fuori quota” e nel tutelare i rifugiati veri, che però, da dati ufficiali, sono meno del 20% di quelli che bussano alle nostre porte. Divento però meno disponibile quando voi utilizzate l’oggettiva difficoltà di distinguere tra rifugiati e immigrati economici per sostenere che dovremmo accogliere alle stesse condizioni anche questi ultimi. Questo, permettetemi, è un trucco per far passare l’idea delle frontiere aperte di cui abbiamo già discusso; e, dal mio punto di vista, è non solo intellettualmente scorretto ma concretamente pericoloso per la sostenibilità di tutto il fenomeno.

Il sistema della convenzione di Ginevra, pensato per l’accoglienza di un numero ridotto e ben definito di popolazioni private delle proprie case dagli sconvolgimenti geopolitici seguiti alla seconda guerra mondiale, non è stato certo concepito per gestire una migrazione di massa dai Paesi meno sviluppati a quelli più ricchi, resa possibile dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico ed economico di tutto il pianeta, e inimmaginabile quando la convenzione è stata scritta.

Se è vero che in una situazione del genere la distinzione tra rifugiati e immigrati economici si assottiglia e tende a sparire, secondo me l’unica conclusione logica è allora gettare nel cestino la convenzione di Ginevra e studiare un nuovo sistema di gestione planetaria dei flussi migratori, che magari, lo dico per voi, potrebbe persino essere l’anticamera di quella libera circolazione globale delle persone che voi tanto sognate, nel momento in cui essa, a fronte dell’assottigliarsi progressivo delle differenze globali, dovesse diventare sostenibile.

L’ultimo punto, più spinoso, è relativo alla vostra crescente voglia di risolvere il problema del razzismo dilagante semplicemente vietandolo: chiedendo a Facebook di cancellare post e account e invocando la galera per la prima sparata contro la Boldrini o l’africano di turno.

Io non credo che sia un metodo destinato a funzionare, perché in un clima di complottismo diffuso, in cui anche le persone più umili e ignoranti hanno a disposizione mezzi di comunicazione molto potenti per spargere qualsiasi idea, la repressione dall’alto genera soltanto maggiore convinzione e maggiore propaganda orizzontale dal basso. Ma soprattutto, sono preoccupato di come esso possa allargarsi diventando una forma di fascismo anch’esso, di censura progressista che obbliga al silenzio idee politiche diverse e pienamente legittime.

Nello specifico, un conto è il razzismo – considerare altri esseri umani come intrinsecamente inferiori – e un conto è, semplicemente, desiderare un modello di società diverso, più omogeneo e più vincolato ai valori delle società occidentali, che non sono affatto reazionari, ma sono anzi proprio quelli ottenuti con le conquiste del dopoguerra in termini di libertà personali. Io posso benissimo ritenere gli stranieri uguali o persino migliori di me, ma allo stesso tempo desiderare di vivere in una società con meno immigrazione e con meno culture diverse dalla mia, o trovarmi a maggior agio nella mia cultura di origine e per questo non voler scendere a compromessi con i punti di vista, spesso retrivi, di altre culture; e in questo non c’è niente di razzista e niente di illegittimo.

Posso, senza essere razzista, dire che i ragazzini sudamericani che si mettono all’una di notte con le radio a tutto volume sotto casa mia, o che il ragazzone di colore che mi insegue al supermercato con insistenza per farsi dare l’euro del carrello, non mi piacciono e non dovrebbero essere lì, senza che mi venga chiesto di dimostrare preventivamente che non ci sono italiani che si comportano allo stesso modo, senza che mi venga vietato di essere infastidito da questi comportamenti imponendomi di subirli in silenzio “per tolleranza”, senza che mi si tirino fuori statistiche per dimostrare che in realtà gli immigrati da noi sono pochi e in altri Paesi ce n’è percentualmente di più (anche qui, uno solo che si comporta male è già uno di troppo), e senza sentirmi dare del razzista e vedermi ostracizzare pubblicamente se dico una semplice ovvietà, ossia che preferisco una società in cui queste situazioni non ci sono.

Se voi volete che tutti i “razzisti” italiani, invece di diventare progressivamente razzisti senza virgolette, vengano incontro alle vostre visioni del mondo, anche voi dovete incominciare a riconoscere che i problemi di vivibilità e di sicurezza creati dall’immigrazione non sono bugie dei titolisti di Libero ma sono fatti reali, e che non vanno minimizzati e negati ma affrontati con decisione; non sono né un tabù, né una fisima, né una invenzione razzista.

In questo modo, si potrà ricostruire un dialogo e infine ritrovare una società coesa, comprendente anche una buona percentuale di immigrati. Altrimenti, davvero la prospettiva è di una mezza guerra civile, magari nemmeno mezza; ed è una prospettiva da cui abbiamo tutti soltanto da perdere.

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mercoledì 6 settembre 2017, 13:51

Lettera agli amici antirazzisti (3)

(continua da ieri)

3. Immigrati e legalità

Avendo premesso che lo Stato italiano ha tutto il diritto di scegliere chi far entrare e chi no, si può affrontare dunque il rapporto tra immigrati e legalità, e come dovrebbe approcciarsi l’Italia ai reati degli immigrati, nonché alle persone che entrano in Italia senza permesso.

Su questo tema si fanno grandi cagnare basate sul nulla, che in genere finiscono a colpi di dati presi chissà dove e strumentalizzati per dimostrare, alternativamente, che gli immigrati sono quasi tutti criminali o che gli italiani sono molto più criminali degli immigrati.

E’ nata una intera branca di statistica, che analizza le proporzioni tra italiani e stranieri nella popolazione e negli elenchi dei delinquenti per dimostrare che gli immigrati hanno tassi di delinquenza superiori a quelli degli italiani; cosa che per molti reati comuni è vera, ma è anche una normale conseguenza di condizioni sociali sfavorevoli, e non autorizza a criminalizzare gli immigrati a prescindere.

E’ nato anche un intero genere letterario a scopo antirazzista, consistente nel prendere citazioni storiche da rapporti di un secolo fa relativi all’immigrazione italiana in altri Paesi, rimuovere i riferimenti e mostrare che sono le stesse cose che oggi gli italiani dicono degli immigrati africani; cosa che è altrettanto vera, ma che è anch’essa semplicemente normale per lo stesso motivo sopra citato, visto che per le stesse dinamiche sociali è sicuro che gli immigrati italiani negli Stati Uniti di un secolo fa fossero mediamente più criminali di era arrivato prima e già vi si era integrato; e non è comunque una buona ragione per non perseguire gli immigrati che delinquono.

Alla fine, il dibattito si coagula sullo scontro tra chi si indigna perché l’immigrato di turno stupra, accoltella, rapina, spaccia, occupa, bivacca e disturba, e chi, dal fronte “antirazzista”, si indigna perché gli altri non si indignano allo stesso modo quando gli stessi comportamenti sono commessi da italiani; e dà dunque ai primi dei “razzisti”, peraltro finendo per strumentalizzare a questo scopo ogni genere di tremenda notizia di cronaca (un commento frequente a qualsiasi stupro commesso da italiani, invece di pensare alle vittime e a come evitare questo tipo di reati, è “visto, razzisti?”: e qui, sì, mi fate parecchia tristezza).

Comunque, da “razzista”, lasciatemi spiegare: io mi indigno anche quando i reati sono commessi da italiani, e lamento in generale il lassismo della giustizia italiana verso tutti i crimini e in particolare verso quella microcriminalità urbana, dallo spaccio ai furti, alle occupazioni e persino al semplice disturbo degli altri, che è quella che più crea paura e sensazione di degrado, perché è quella che più impatta direttamente la qualità della vita quotidiana dell’abitante medio delle nostre città. Eppure, sì, reagisco diversamente quando il reato è commesso da uno straniero. Ma non perché lo straniero sia più antipatico, o “inferiore”, rispetto all’italiano, ma perché l’italiano criminale ce lo dobbiamo tenere, mentre, conseguentemente al principio di sovranità di cui abbiamo già discusso, lo straniero è qui per nostra scelta, per nostra gentile concessione; e questa, che non è per forza un’aggravante in senso giuridico, è però certamente un’aggravante in senso politico.

Per questo, secondo me l’intera discussione sulla criminalità degli immigrati non è questione di rapporto quantitativo con la criminalità italiana, di percentuali o di numeri. E’ che un singolo reato commesso da uno straniero è già un reato di troppo, perché quello straniero avrebbe perlomeno potuto, se non dovuto, non essere lì; e questo vale ancora di più se lo straniero è irregolare e/o recidivo.

Per questo, inoltre, credo che la risposta ai comportamenti antisociali degli immigrati, anche non particolarmente gravi, debba essere l’espulsione, almeno nell’ambito di una valutazione della loro condizione generale. Mentre trovo sbagliato cacciare una persona che ha lavorato per anni onestamente, magari ha anche messo su o portato la famiglia, poi ha perso il lavoro e con esso il permesso di soggiorno, trovo invece che un ragazzo africano che è qui da solo, non ha un lavoro, vive di espedienti precari, e poi magari aggredisce un controllore che gli chiede il biglietto sul pullman, vada espulso immediatamente e in maniera efficace, rimettendolo fisicamente sul primo aereo: perché non ha comunque prospettive credibili di integrazione positiva, e anzi, con il suo comportamento, contribuisce a creare la paura dell’immigrazione e in ultima analisi il razzismo vero di molti italiani.

Una maggiore selezione di chi immigra in Italia – già prima dell’arrivo per quanto possibile, in funzione delle necessità collettive e delle capacità socioeconomiche di assorbire e integrare nuovi arrivi, e senz’altro dopo l’arrivo in base ai comportamenti – è non solo legittima e tutt’altro che razzista, ma opportuna; ed è semplicemente quello che fanno tutti i Paesi del pianeta.

Per questo mi dà molto fastidio sentirmi dare del razzista quando mi indigno per un reato commesso da un immigrato, e più ancora per la giustizia italiana che prontamente lo rimette in libertà, spesso dando luogo a immediate ripetizioni del reato. Non solo tutto questo non è necessario, ma è tutt’altro che “antirazzismo”: è la via migliore per creare talmente tanto odio per gli immigrati da dare via libera sul serio a un nuovo fascismo.

(continua domani)

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martedì 5 settembre 2017, 14:25

Lettera agli amici antirazzisti (2)

(continua da ieri)

2. Sovranità e frontiere

Il secondo tema su cui spesso mi trovo a discutere con gli “antirazzisti” e le persone di sinistra è quello del rapporto tra immigrati e legalità; quello per cui io auspico l’espulsione immediata di uno straniero che viola la legge e mi sento dare del razzista, con contorno di “anche gli italiani delinquono”. Eppure, analizzandolo bene, questo tema deriva da una divergenza di fondo che bisogna mettere in chiaro, quella sul senso stesso di termini come sovranità e cittadinanza.

Per dirla in breve, secondo me uno straniero (inteso come persona che non abbia cittadinanza italiana o europea, a prescindere dall’origine etnica) è un ospite, che sta sul territorio italiano per una gentile concessione del popolo italiano che può essere data e tolta secondo regole che l’Italia può fissare sostanzialmente a proprio piacimento; e lo scopo dello Stato italiano è la prosperità degli italiani, che ovviamente tiene anche conto del destino dell’intero pianeta e si rapporta agli altri Stati in modo pacifico e costruttivo e non in modo aggressivo e discriminatorio, ma che, nel momento in cui un contrasto diventa inevitabile, mette gli interessi degli italiani davanti a quelli di tutti gli altri.

Dall’altra parte, io vi sento invece riproporre la classica visione internazionalista e terzomondista secondo cui tutti gli esseri umani sono fratelli e la Terra non dovrebbe più avere frontiere, permettendo a chiunque di andare e stabilirsi ovunque desideri senza vincoli, ma anche obbligando tutti gli Stati a farsi carico dei problemi di tutti gli altri, per cui se in Libia i migranti economici sono maltrattati o se in Sudan c’è una carestia allora è dovere e obbligo diretto anche dello Stato italiano fare qualcosa, perlomeno accogliendo qui chi si presenta a chiedercelo, indipendentemente dalla sua effettiva condizione.

La vostra è una visione nobile, non lo nego, e forse anche un buon obiettivo per il pianeta nel lungo termine; ma è anche una visione semplicistica, che non fornisce alcuno strumento concreto per trattare i problemi pratici di integrazione in Occidente e di sviluppo nel Terzo Mondo, dato che nella vostra visione essi non esistono e se esistono sono semplicemente colpe dei singoli “razzisti” e non problemi collettivi del sistema.

A me, comunque, quel che preme è altro: la vostra visione non mi darebbe fastidio se non fosse accompagnata dalla negazione della legittimità stessa di tutte le altre visioni, a partire dalla mia, in quanto “razziste” o perlomeno “discriminatorie”. Eppure, se così è, non solo tutti gli altri italiani ma anche tutto il resto del pianeta è razzista, visto che trattare diversamente le persone a seconda che abbiano un passaporto nazionale o meno è il principio di funzionamento normale di tutti gli Stati del pianeta, compresi gli stessi Stati africani, in diversi dei quali vigono addirittura discriminazioni su base etnica o religiosa; e non conosco una sola nazione al mondo che applichi davvero l’idea di un mondo senza passaporti.

Razzismo è trattare diversamente i cittadini di uno stesso Paese a seconda della loro origine etnica, della loro religione o di qualsiasi cosa che non siano le loro azioni e la loro situazione personale; chi dice “prima gli italiani” per sostenere che un cittadino italiano di origine straniera non ha gli stessi diritti di un italiano da sette generazioni è razzista e va fermato. Ma che ogni Stato si occupi innanzi tutto dei propri cittadini, applicando agli stranieri regole diverse almeno per quanto riguarda la loro permanenza e la loro partecipazione al contratto sociale nazionale (tasse, servizi, rispetto della legge…), è semplicemente la normalità delle cose.

Anzi, io trovo se mai sottilmente razzista la vostra visione, oltre che contraddittoria: perché tipicamente, quando si parla di intervenire per “esportare la democrazia” in Paesi autoritari o di investire con capitali europei nel loro sviluppo, voi vi stracciate le vesti e gridate al colonialismo e alla violazione della loro indipendenza e sovranità. Allo stesso tempo però, se questi Paesi liberamente si scelgono un governo che spreca le risorse economiche e nega i diritti umani, la cosa diventa subito un problema nostro, come se non consideraste questi Paesi davvero capaci di autogovernarsi; e quindi, invece di sostenere dall’esterno quella parte più avanzata delle società locali che potrebbe darsi un governo decente (non sia mai, è intromissione, è colonialismo!), la vostra umana e antirazzista soluzione è la deportazione programmata (pardon, “accoglienza”) della popolazione locale in Europa, dove potrà poi adattarsi a raccogliere pomodori per i nostri industrialotti senza scrupoli, o a bivaccare per strada in attesa di un lavoro che non esiste.

Comunque, non pretendo di convincervi di alcunché, se non di una cosa: chi parla di sovranità e di frontiere non è per questo un razzista, e non è corretto, né utile a nessuno, definirlo come tale. Se riusciremo ad accordarci su questo concetto, avremo già messo una base comune per una discussione più civile.

(continua domani)

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lunedì 4 settembre 2017, 13:57

Lettera agli amici antirazzisti (1)

Cari amici antirazzisti,

avrei voglia di parlare anche d’altro, e non solo di immigrazione e Islam, ma per mettere un punto fermo al discorso ho bisogno di chiarire per bene alcune cose, per evitare che le differenze di opinione possano infine trasformarsi in inimicizia. Per questo ho scritto una lettera che è via via diventata così lunga da meritare una pubblicazione a puntate, oggi e nei prossimi giorni, analizzando nel dettaglio diversi aspetti del problema.

Negli ultimi tempi sempre più spesso, anche da persone che stimo, mi sono sentito accusare di fascismo e di razzismo per i miei commenti alle continue notizie di cronaca riguardanti l’immigrazione, o, al contrario, fare complimenti da persone notoriamente di destra (persino da un noto esponente di Casapound). Io sono certo di non essere né fascista né razzista, ma certo, (non) ci ho dormito su, e l’esame di coscienza me lo sono fatto.

Ed è un esame di coscienza inevitabile anche a fronte dell’aumento del livello dello scontro proprio da parte degli “antirazzisti”, le cui bacheche ultimamente sono piene di allarmi sul nuovo fascismo e di promesse di lotta dura senza paura, tra richiami ai nonni partigiani e “dopo Christian Raimo in TV niente sarà più come prima” (c’è un post di Marco Giacosa che sarebbe un bell’esempio, ma è privato). E io, presumo, dovrei finire dall’altro lato della barricata: da quello dei fascisti.

Io, però, da quel lato della barricata non mi ci ritrovo; ho delle idee che non sono le vostre, ma non sono nemmeno quelle becere del razzismo di pancia che sta conquistando mezza Italia. Vorrei, dunque, che anche alle mie idee fosse riconosciuto diritto di cittadinanza, senza sentirmi insultare ogni cinque minuti (sì, perché per quanto mi riguarda “fascista” e “razzista” sono insulti e anche gravi).

Vorrei anche suggerirvi una riflessione: che più si restringe ciò che secondo voi è accettabile come idea non razzista, più automaticamente andate a ingrossare le fila dei “razzisti”; e alla fine, anche chi fascista non è potrebbe davvero sostenere o perlomeno non opporsi a una svolta politica in quella direzione, a forza di sentirsi dire da voi che il fascismo è quello che rappresenta meglio le sue idee e la sua visione; esattamente come successe cento anni fa.

Al centro di questa discussione ci sono alcuni grossi capitoli, e ne tratterò uno al giorno; comincerò dall’approccio che una società laica e occidentale deve avere verso l’Islam, e poi allargherò il discorso al tema della sovranità nazionale e delle frontiere, e al rapporto tra legalità e immigrazione.

1. Islam e laicità dello Stato

Sono sicuro che voi antirazzisti – quelli che ho tra i miei contatti, visto che poi c’è tutto un altro filone di “antirazzismo cattolico” che dell’influenza clericale dell’Islam è solo contento – siete e vi sentite laici, e sono certo che avete passato anni a criticare le intromissioni della Chiesa Cattolica su temi come l’aborto, la procreazione assistita, il fine vita. Eppure, quando si parla di Islam magicamente il principio di laicità dello Stato, la tutela dei diritti dei singoli rispetto a prescrizioni religiose arcaiche e disumane, passa in secondo piano, dando il via libera a comportamenti che, se fossero adottati dai cattolici in nome della loro cultura praticante, avrebbero suscitato interi editoriali indignati.

Sarebbe bello se il principio di tolleranza religiosa delle società occidentali potesse essere applicato senza limiti, ma a un certo punto tra tolleranza religiosa e garanzia dei diritti scatta il contrasto, e allora è necessario fare una scelta. Cominciamo da una questione minore ma attuale, quello della macellazione rituale, legata all’appena svolta Festa del Sacrificio, in cui autorità pubbliche di ogni colore sono sfilate in corteo generalmente senza dire una parola sul fatto che in Italia uccidere un animale senza prima stordirlo è illegale, anche se una legge del 2013 (art. 4) dice che ciò non può essere sanzionato se viene “prescritto da riti religiosi” (non solo islamici, anche ebraici ovviamente) e svolto in strutture autorizzate.

In questo modo si è reintrodotto ufficialmente il principio che le leggi religiose emesse da una chiesa prevalgono su quelle umane, stabilite democraticamente da tutta la collettività. Questo è il principio che è in gioco quando si parla di accoglienza e di Islam, e su questo, voi che vi definite laici e progressisti cosa scegliete?

Nel caso dell’Islam, questa scelta è particolarmente importante, perché non riguarda certo solo gli animali, ma impatta direttamente sulle libertà fondamentali delle persone. Le altre religioni monoteiste sono state responsabili nei secoli di barbarie e violenze non diverse da quelle dell’Islam, ma, almeno in Occidente, sono state depotenziate negli ultimi tre secoli grazie all’illuminismo, a Porta Pia, al socialismo, alle lotte per la laicità e per i diritti. Per quanto l’influenza del cattolicesimo sulla vita della società italiana sia ancora (troppo) forte, le donne, gli omosessuali, i cittadini in genere godono oggi in Italia di tutti quei diritti che una lettura letterale della Bibbia o un governo clericale gli negherebbe. Con l’Islam non è così, e non perché gli islamici siano meno umani o meno intelligenti dei cristiani, ma perché l’evoluzione delle loro società e delle loro chiese non è passata dalle nostre stesse vicende storiche e culturali.

Questo, ovviamente, non va applicato solo all’Islam, ma a qualsiasi religione e cultura d’origine; anche varie culture africane non islamiche, comprese alcune cristiane, prevedono tuttora comunemente pratiche orribili e inaccettabili, come l’infibulazione delle donne. Nel caso di molti immigrati, quindi, il conflitto tra le pratiche religiose e culturali a cui sono abituati e le leggi occidentali è ampio e profondo. Non riguarda solo gli animali o le abitudini alimentari, ma attacca in profondità i diritti umani che sono alla base delle società occidentali.

Insomma, se l’Islam in sé non è un problema, e l’Occidente è già pieno di islamici che ci vivono tranquillamente, tuttavia una società islamica osservante così come concepita e realizzata oggi in gran parte dei Paesi musulmani, dalla repressione dell’omosessualità alla poligamia, dal maschilismo nell’ordinamento familiare alle pene corporali, fino all’idea stessa di uno Stato non laico, è incompatibile con l’Occidente e con la nostra Costituzione; e voi dovreste essere i primi a ripeterlo.

E’ su questo che contesto la tolleranza che predicate: voi avete cominciato a citare Popper e a dire che per difendere la tolleranza è necessario essere intolleranti con gli intolleranti, applicando questa idea a chiunque per voi sia tacciabile di razzismo, ma stranamente non siete disposti ad applicare lo stesso principio all’immigrato che disprezza sua moglie e sua figlia al punto di lasciarle rischiare di morire, a quello che stupra le donne anziane nel parco o al supermercato e nemmeno a quello che accoltella un carabiniere gridando “voglio morire per Allah”, spesso invocando in quei casi livelli estremi di perdono giudiziale e di tolleranza, o negando direttamente la realtà di queste situazioni e l’opportunità di discuterne (bufale ce ne sono, ma certo non tutte le notizie come queste lo sono), con questo umiliando e abbandonando innanzi tutto le vittime.

Lo Stato italiano dovrebbe semplicemente consegnare a ogni immigrato un foglietto nella sua lingua che dice: qualsiasi religione è benvenuta in Italia, ma sappi che i comportamenti qui di seguito elencati, anche se fossero richiesti da un testo sacro o da un esponente religioso o dalle tradizioni della tua famiglia, sono proibiti dalla nostra legge; non applicarli, oppure sarai perseguito ed espulso. Su questo principio molto semplice, però, nel fronte antirazzista partono subito i distinguo: e questo a me dà sinceramente fastidio.

(continua domani)

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giovedì 31 agosto 2017, 13:30

Gli occidentali che odiano se stessi

Ne conosco molti, anche tra gli amici.

Di quelli che hanno passato anni a stracciarsi le vesti e ad accusare l’Italia e l’Europa, perché il Mediterraneo era pieno di barche di aspiranti immigrati e ogni tanto un barcone si rovesciava e i migranti morivano in massa, nell’indifferenza generale (cioè, ogni volta la notizia era il titolo di apertura di tutti i telegiornali, ma per loro era sempre “nell’indifferenza generale”).

Poi, finalmente è arrivato un ministro che ha preso il problema di petto come poteva, ha stroncato un po’ di traffici dubbi, si è messo d’accordo coi libici. E di colpo, il “fenomeno storico inarrestabile e inevitabile” si è quasi fermato, e con esso anche i morti in mare: quest’estate gli sbarchi sono calati del 70% rispetto all’estate scorsa, e di conseguenza altrettanto le vittime.

E invece di ringraziarlo e festeggiare, gli amanti dell’immigrazione gridano ancora più forte: non va bene nemmeno così, perché comunque in Libia i migranti vengono imprigionati e maltrattati.

Allora potremmo considerare alcune possibilità alternative: per esempio, stante che la Libia è in piena guerra civile, potremmo mandare le truppe internazionali dell’ONU e ripristinare noi la pace e i diritti umani nella regione. Ma no, dicono loro, non va bene nemmeno questo: sarebbe un’intrusione nella libertà degli africani, e anzi, è proprio perché noi ci intromettiamo che loro scappano.

Potremmo allora aprire attività industriali nei Paesi africani, aiutandoli a casa loro? Non sia mai! Aiutarli a casa loro è razzismo, è colonialismo, finisce per forza in sfruttamento e corruzione e mai per responsabilità dei popoli africani, che evidentemente loro stessi considerano dei minorati inadatti a scegliersi un governo, ma sempre per colpa nostra.

Alla fine, ancora non si capisce quale sia la proposta concreta, se non qualche vagheggiamento di ponti aerei gratuiti che portano a ciclo continuo africani in Europa, o qualche pensiero magico del tipo “diamo il permesso di soggiorno a chiunque lo voglia e automaticamente l’Italia si riempirà di lavoro, ricchezza e pensioni a 55 anni per tutti”; insomma, robe buttate lì senza alcun realismo e alcuna prova di sostenibilità pratica ed economica, tanto per dire qualcosa.

Per questo, alla fine, sembra che l’obiettivo di queste persone non sia tanto quello di risolvere un problema concreto e drammatico, quanto quello di cercare una scusa qualsiasi per dare contro all’Italia, all’Europa, all’Occidente, al proprio vicino di casa, facendo la morale a tutti gli altri sui social network per sentirsi migliori. E, in questo modo, alienandosi talmente dalla realtà da arrivare a negare una verità elementare, cioè che l’Occidente, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi, è la parte del mondo più avanzata, più democratica, più benestante, più evoluta; e che chiunque di noi, in un Paese arabo o africano, non durerebbe una settimana, a meno di rinunciare a buona parte delle libertà, delle sicurezze e delle comodità che la società occidentale ci garantisce, o di tornare in ginocchio a chiedere di vivere in un crudele Paese europeo governato da un Gentiloni qualsiasi.

In fondo è bello che la libertà dell’Occidente si concretizzi persino nell’allevare una parte della propria società che odia e disprezza se stessa; ma è anche un fatto inquietante, in un momento in cui i valori occidentali sono messi sotto attacco da diversi fronti, dagli italiani razzisti come dagli immigrati islamisti, e avremmo proprio bisogno di difenderli con forza.

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martedì 29 agosto 2017, 08:57

Per fortuna c’è chi vigila

Nel 2004, due fisici russi trapiantati a Manchester hanno un’idea: dato che la grafite è formata da strati di carbonio sovrapposti (quelli che le matite depositano sui fogli di carta), non esisterà il modo di staccarne uno e costruire un materiale bidimensionale sottilissimo ma resistente? E trovano una soluzione geniale: attaccano alla grafite un pezzo di scotch e poi lo strappano via, ripetendo il procedimento fin che non gli resta attaccato un solo strato di carbonio: il grafene.

Nel 2010, i due fisici ricevono il premio Nobel per questa scoperta, mentre a Manchester gli dedicano un’ala del museo della scienza. In tutto il mondo nascono esperimenti e startup tecnologiche per lavorare alle applicazioni industriali, dall’elettronica all’ingegneria dei materiali.

Nel frattempo, come è giusto che sia, si indaga anche sulla tossicità del materiale: è intuitivo che, frammentando il grafene, si possano ottenere pezzetti sottilissimi che se respirati potrebbero fare male, esattamente come le altre microparticelle; anche se, essendo il grafene flessibile ma resistente come il diamante, frammentarlo non è proprio immediato.

A partire dal 2013 vengono pubblicati numerosi studi medici sulle più importanti riviste scientifiche, con risultati ancora non definitivi: alcuni sono più allarmisti, altri più tranquillizzanti. Si tratta comunque di un problema futuro, in quanto l’intero mercato mondiale del grafene è attualmente stimato in circa 150 milioni di euro: si tratta perlopiù di produzioni sperimentali o ultraspecialistiche, e ci vorranno ancora diversi anni prima che i prodotti basati sul grafene siano diffusi nelle nostre case e nelle nostre città.

Poi, nel 2017, è arrivato il Movimento 5 Stelle di Mandello del Lario.

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giovedì 10 agosto 2017, 14:47

Venezuela e populismo

Anche per il Venezuela, inevitabilmente, le interpretazioni che si sentono dare qui da lontano sono più legate agli schemi ideologici precostituiti di chi commenta che alla realtà delle cose. Ho trovato però molto interessante e plausibile la ricostruzione che ha fatto un venezuelano emigrato, in un thread che stavo leggendo. La riporto più sotto, ma prima aggiungo due commenti.

Il primo è che quando, come in Venezuela, si arriva alla guerra civile, si verifica anche una incomunicabilità totale tra le due parti; le due fazioni vivono in due realtà diverse e inconciliabili. Ma forse è anche vero l’opposto; si arriva alla guerra civile perché le due fazioni vivono in due realtà diverse e inconciliabili, e la responsabilità di chi sta fuori, come noi, sarebbe quella di promuovere il dialogo e non di schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Il secondo è che la parabola del chavismo, raccontata da chi l’ha vissuta, presenta delle somiglianze impressionanti con la parabola del populismo all’italiana. Un leader carismatico parte con buone intenzioni, polarizza lo scontro tra “esclusi” e “inclusi” mobilitando i primi, ma presto si circonda soltanto di fedelissimi. Arrivati al potere, si scopre che i fedelissimi sono lì anche o solo per i propri interessi personali, e che il risultato è una nuova classe dirigente mediocre o persino inetta. Fin che le casse pubbliche sono piene di soldi (per il Venezuela, grazie al prezzo del petrolio elevato) il sistema regge e ci sono anche dei benefici per i più poveri, poi però i soldi finiscono e non c’è più modo di tamponare i disastri dovuti a corruzione e incapacità, e il Paese tracolla.

Il Venezuela è alla fine della parabola, ma noi siamo circa a metà; e per questo la storia del chavismo deve metterci in allarme.

“Il gran merito di Chávez è quello di essersi rivolto a settori emarginati della società. In quel senso, magari possiamo dire che li ha dato una dignità che non sentivano di avere (parlo di “loro” perché come avrai capito, io sono figlio della classe media borghese). Il discorso di Chavez, però, a mio avviso, è stato sempre molto aggressivo e polarizzato, “ricchi contro poveri”. Diciamo che Chavez utilizzo il risentimento sociale delle classi più disagiate è il rifiuto intrinseco nei confronti dei poveri delle classi invece più privilegiate. È un discorso che ai “ricchi” non è piaciuto, per ovvi motivi, e hai “poveri” invece si. Praticamente, butto benzina sul fuoco, ma si questo siamo responsabili tutti, appunto, per aver ignorato sistematicamente i settori più poveri durante tanti anni.
Quindi, Chavez è al
Massimo della popolarità e con le tasche piene , grazie al prezzo del petrolio (massimo storico) investi in programmi sociali , la sua base elettorale molto contenta, ovviamente. E fa bene. Bisogna dare di più a chi ne ha più bisogno. Il problema è stato che Chavez si è circondato da una cricca di delinquenti , che non vedevano l’ora di istallarsi nel potere per “repartirse la torta”, come diciamo noi. Chavez ha permesso questa situazione perché aveva bisogna di persone leali al “processo”, anche se quella lealtà fosse a pagamento. Il risultato è che i programmi sociali, dicono, in realtà ha beneficiato soltanto a un 10% della popolazione, e oggi, dopo tanti anni, sono praticamente falliti tali programmi. Chavez non sfruttò la bonanza petrolifera per promuovere lo sviluppo economico del venezuela, che ad oggi dipende più che mai , del petrolio. Quei soldi sono stati usati per comprare alleanze internazionali, è una enorme fetta è in tasca di tanti membri del governo.
Il prezzo del petrolio cala, Venezuela non ha più soldi. I programmi sociali e tutti quei benefici , spariscono. La dignità diventa solo retorica, perché di dignità non si vive, e se devi cercare nella spazzatura per poter nutrirti, ecco…
il discorso, come al solito, i ricchi c compresi quelli nuovi, figlio della oscena corruzione che piaga il Venezuela, rimangono ricchi e se la cavano alla grande. La classe media sparisce lentamente, mangiata dall’inflazione galopante, e quelli che staranno sempre peggio sono i poveri. Durante Chavez c’è stato un picco di… stare meglio, per poi sprofondare nella merda più totale, grazie alla mediocrità del governo di Chavez e Maduro. Ecco perché Maduro non conta con il supporto della popolazione. Sta sempre più solo.”

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venerdì 9 giugno 2017, 09:09

La rivolta della seggiola

In politica, nelle aule elettive, ci si parla continuamente; nei corridoi, tra i banchi, persino coi cellulari, gli esponenti di tutti i partiti si scambiano battute, punzecchiature, idee e anticipazioni. Per questo motivo, ieri in Parlamento, era sicuramente chiaro da prima cosa stava per succedere. E’ uno scenario normalissimo; si è fatto un accordo tra maggioranza e opposizione, ma siccome molti da entrambi i lati lo vogliono far saltare, l’opposizione presenta un emendamento e si dice “costretta a votarlo per principio”, e sfruttando il voto segreto lo votano anche molti della maggioranza, così l’emendamento passa e l’accordo salta.

Quella che abbiamo visto ieri è insomma una maggioranza trasversale di parlamentari che volevano far saltare le elezioni anticipate, con varie motivazioni di cui la più elementare è il voler restare incollati alla poltrona fino alla scadenza naturale, o in alternativa la paura di perdere le proprie chance di rielezione con il nuovo sistema elettorale.

E se è vero che molti di loro erano del PD, è anche vero che molti di più erano i parlamentari del M5S (e se qualcuno del M5S ha davvero votato quell’emendamento senza capire cosa stava succedendo, non è in grado di sedere in Parlamento). Ciò che si è visto è una rivolta dei parlamentari a cinque stelle contro Grillo, Casaleggio e Di Maio, la cui leadership è continuamente sotto attacco, in modo da prolungare la legislatura.

In tutto questo, due sono le cose particolarmente deprimenti: la prima è il tentativo di dire che la posizione M5S sulla legge elettorale è decisa online dagli iscritti, quando la posizione cambia continuamente (ogni volta imboccando gli iscritti con una votazione online diversa) e poi la scelta di far saltare l’accordo non viene votata da nessuno.

La seconda è il titolo pietoso del Fatto Quotidiano, che dice “il PD fa saltare l’accordo, il M5S: al voto subito” – il che è palesemente propaganda ben lontana dal vero. Quand’è che il Fatto ha smesso di essere giornalismo e si è ridotto a essere un giornale di partito come l’Unità renziana, però pro M5S?

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sabato 4 marzo 2017, 09:32

Cercasi meccanico

Anche voi, come me, avete una vecchia macchina che da circa un decennio va sempre peggio, non accelera, si blocca, sta cadendo a pezzi.

Fino a sei anni fa la portavamo da un meccanico che faceva sempre lo splendido, girava con la Ferrari, aveva l’officina piena di belle ragazze, sui calendari e di persona. Per un po’, nonostante il conto salato, aveva dato l’impressione di poter trasformare anche la nostra macchina in un macchinone, fin che una volta non siamo rimasti completamente a piedi in autostrada, e si è scoperto che aveva raccontato parecchie balle, e gli hanno praticamente chiuso a forza l’officina, anche se è da allora che cerca in ogni modo di riaprirla.

Per un paio d’anni ci hanno imposto l’officina ufficiale della casa produttrice, ma con quelli non sai mai se veramente facciano l’interesse tuo o del produttore. Allora, appena abbiamo di nuovo potuto scegliere, siamo andati dall’altra officina storica del quartiere; all’inizio c’era il vecchio, un signore un po’ anziano che si era quasi stupito che gli avessimo affidato la macchina, tanto che in pochi mesi fu fatto fuori dal figlio, più giovane e con più energia per gestire il rinnovato successo della ditta. Solo che anche il figlio ha fatto tante promesse, e per un paio d’anni la macchina sembrava andare abbastanza bene, ma poi alla fine sono riapparsi i vecchi problemi, e la macchina ha cominciato a rompersi di nuovo, dandoci il dubbio che pure lui si approfittasse di noi gonfiando le parcelle. Lui ha scommesso che l’avrebbe riparata definitivamente come sapeva lui, ma la scommessa non ha funzionato e ultimamente ha persino dovuto lasciare l’officina a un prestanome.

Da qualche anno però nel quartiere c’è un meccanico giovane, simpatico, che promette mari e monti e ha riempito le vie di pubblicità, cercando di convincere tutti a passare da lui; a diversa gente piace, anche se l’impressione è che le spari grosse e che molto faccia il fatto che è decisamente più bravo degli altri nel marketing. Saremmo piuttosto tentati di cambiare officina, anche solo per provare come va; però, a ben vedere, quelli che l’hanno già fatto sono piuttosto perplessi, perché alla fine la macchina va più o meno come prima, anzi in qualche caso il nuovo meccanico, anche solo per inesperienza, ha combinato dei bei disastri. E in fondo, abbiamo tutti il dubbio che non appena avrà conquistato il mercato comincerà anche lui ad approfittarsi di noi.

Insomma, è un vero dilemma: da che meccanico portare la macchina? E’ proprio vero che in Italia trovare un buon meccanico è molto difficile: viene davvero voglia di scendere e andare a piedi.

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giovedì 2 marzo 2017, 13:59

Italo, perché?

Avendo ricevuto un invito per un incontro a Roma martedì prossimo, mi sono messo a prenotare i treni. Con così scarso preavviso i prezzi sono alti, ma ho trovato una buona opzione su Italo e mi sono messo a prenotarla, se non che… andando avanti, arrivavo al pagamento senza che mi facesse scegliere il posto. Mi sono insospettito, ho cercato, e ho scoperto che da un certo tempo, almeno sui biglietti più economici, Italo non ti fa più scegliere il posto: te lo da lui.

Ora, quando viaggio io voglio assolutamente il finestrino, perché sono uno di quelli che passa il viaggio a pensare guardando fuori. Per cui, per me questo è un problema sufficiente da passare a Trenitalia e pagare anche qualche euro in più; invece, non si capisce quale sia il risparmio di Italo nel non farmi scegliere il posto. Ma quale luminoso manager dallo stipendio di giada avrà mai concepito una stronzata autolesionista del genere?

Comunque, alla fine ho preso Italo lo stesso: infatti ho osservato che non puoi scegliere il posto, ma alla fine c’è un pulsante per tornare alla selezione del treno e ripetere la procedura; e ogni volta l’algoritmo ti assegna un posto diverso. Calcolando che i posti sono quattro per fila numerati in ordine, mi è bastato ripetere la cosa un paio di volte per farmi dare un posto con un numero che diviso per 4 dà resto zero o uno, e che quindi dovrebbe essere un posto finestrino. Martedì vi saprò dire se funziona…

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