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Archivio per la categoria 'Itaaaalia'


venerdì 30 Ottobre 2020, 08:56

Ho provato a comprare la fibra di Sky e Openfiber Рed ̬ stato un disastro

Non mi piace parlare troppo di problemi personali, ma quella che mi sta capitando è una vicenda emblematica di come l’Italia, alla fine, sia un Paese la cui digitalizzazione è senza speranza. Mi scuso se il racconto sarà lungo e dettagliato, ma non temete: è talmente assurdo che diventa tristemente divertente.

Tutto comincia tre settimane fa, quando decido di pensionare il mio vecchio ADSL di casa (nonché di lavoro, vista la situazione generale) e sostituirlo con la fibra FTTH di Openfiber, dal cui sito risulto coperto. L’occasione è il lancio di Sky Wifi, la nuova martellante e fantasmagorica offerta fibra di Sky; essendo da oltre un decennio cliente del satellite, mi offrono sei mesi gratis senza impegno. Perché no, mi dico. Quel che segue è un girone infernale di cui, dopo tre settimane, non si vede la fine – e nel frattempo presto resterò senza Internet.

Mer 7/10, ore 10:45
Ho deciso, compro la fibra! Vado sul sito Sky, leggo l’offerta, clicco “chiamami”.

Mer 7/10, ore 10:50
Prontamente ricevo una telefonata. E’ una gentile signorina che, con apprezzabile trasparenza, per 25 minuti mi legge tutte le clausole del contratto e registra il mio assenso. Alla fine bisogna fissare l’appuntamento per l’installazione della fibra, e chiedo se posso scegliere il giorno; lei mi dice che non si può, però posso indicare i giorni in cui non sono disponibile; escludo venerdì, lunedì e mercoledì. Chiedo anche se la disdetta del vecchio contratto è automatica; lei mi risponde che dovrebbe essere così, ma mi dice anche di mandare “per sicurezza” una mail al vecchio provider, perché molti ci provano e continuano a fatturare.

Mer 7/10, ore 15:40
Arriva una mail da Sky: siamo pronti a installarti la fibra, saremo da te sabato mattina! Io trasecolo: nessuno mi aveva parlato di sabato, quel giorno sarò fuori Torino.

Mer 7/10, ore 15:50
Chiamo il 170 (servizio clienti Sky). Chiedo di spostare l’appuntamento, la signorina mi propone martedì alle 8:30. Io dico: sì, potrebbe andare, nel frattempo apro il calendario, verifico, in realtà ho un problema, quindi rispondo: anzi no, facciamo giovedì. Nel frattempo però la signorina ha già cliccato e confermato martedì alle 8:30, allora deve rifare tutto un’altra volta, ma poi ce la facciamo: fissiamo giovedì 15/10 alle 8:30.

Mer 7/10, ore 16:40
Visto che l’appuntamento è fissato e confermato, come da istruzioni, mando la mail al vecchio provider (Isiline) annunciando il passaggio ad altro operatore. Mi rispondono che no, vogliono una raccomandata o una PEC. Mando anche la PEC.

Mer 7/10, ore 19:30
Trovo una chiamata persa dallo 02 4954 5385 (ero sotto la doccia). Chissà cos’è. Richiamando non succede niente.

Gio 8/10, ore 8:30
Arriva una nuova, entusiastica mail di Sky: ti confermiamo il tuo appuntamento per sabato mattina, mancano solo due giorni! Bestemmio.

Gio 8/10, ore 10:00
Richiamo il 170. Mi accoglie una voce registrata: “benvenuto Vittorio Bertola, ti ricordiamo il tuo appuntamento fissato per martedì mattina alle 8:30!” Rido nervosamente. Alla fine parlo con un operatore, che controlla e mi dice: no è tutto a posto, le confermo giovedì prossimo alle 8:30, ignori qualsiasi messaggio che dica altrimenti.

Gio 8/10, ore 15:00
Squilla il telefono, è una nuova chiamata da 02 4954 5385, ma non faccio in tempo a rispondere: ha squillato in tutto 11 secondi.

Ven 9/10, ore 8:30
Arriva la terza entusiastica mail di Sky: “Vittorio festeggia, il tuo Sky Wifi arriva domani mattina!!”. Bestemmio di nuovo, ma, come da istruzioni, ignoro.

Ven 9/10, ore 12:00
Terza chiamata da 02 4954 5385. Non so chi siano, ma sono in una videoconferenza di lavoro, non posso proprio rispondere.

Sab 10/10, ore 9:30
Quarta chiamata da 02 4954 5385, e finalmente riesco a rispondere. Mi dice che è per la fibra, e io già temo: sarà l’installatore lì davanti alla mia porta che non trova nessuno. Ma no, sono malfido: mi conferma l’appuntamento di giovedì, ma mi chiede di ripetere di nuovo tutti i miei dati: nome, cognome, indirizzo…  tutti dati che ho già fornito ampiamente. Se non fosse che conosceva l’ora precisa dell’appuntamento, avrei pensato a un attacco di social engineering per ottenere i miei dati personali, o a uno di quelli che cercano di venderti un contratto luce a tradimento.

Gio 15/10, ore 8:20
E’ il grande momento! Finalmente avrò la fibra in casa. Aspetto. E aspetto… e aspetto… e aspetto…

Gio 15/10, ore 10:10
Sono passate quasi due ore: chiamo il 170. La signorina Sky di questa volta (ogni volta parli con una persona diversa) mi dice: mah, a noi risulta tutto a posto, magari è solo in ritardo, provi ad aspettare ancora un po’. Non sanno chi debba venire e non hanno modo di contattarlo: ottima organizzazione.

Gio 15/10, ore 12:10
Quarta chiamata al 170. L’operatore Sky mi mette in attesa, fa lunghi silenzi: mi dice “oggi abbiamo il sistema lento”. Mi dice che per loro è tutto a posto, anzi, a loro non risulta che il tecnico non si sia presentato. Poi aggiunge: però vedo qui che non è la prima volta che non si presenta! Gli devo spiegare io che gli appuntamenti precedenti (sabato e martedì) non sono mai esistiti. Mi dice che lui per ora non può fare niente, che “apre una segnalazione al reparto tecnico” e che richiameranno loro, ma “per sicurezza” richiami anche lei domani mattina.

Ven 16/10, ore 8:15
Nessuno mi ha richiamato: quinta chiamata al 170. Questo operatore Sky controlla e mi dice: Openfiber (prima volta che viene menzionata apertamente, solo quando le cose cominciano ad andare male) ci ha mandato esito “ko” ma non ci ha spiegato perché; quindi “apro una segnalazione al reparto tecnico” (un’altra?). Mi dice di aspettare che mi richiamino loro, ma “per sicurezza” riprovi anche lei la prossima settimana. Chiedo quanto tempo ci vuole, visto che prima o poi resterò senza il vecchio ADSL, e mi dice: ma non doveva mandare la disdetta! Faccio notare che mi hanno detto loro di farla, mi suggerisce di cancellarla.

Ven 16/10, ore 20:00
Scrivo a Isiline chiedendo se si può posticipare la cessazione del contratto. Risposta: noi il 6/11 stacchiamo tutto, cordiali saluti.

Mar 20/10, ore 18:10
Nessuno si è più fatto sentire: sesta chiamata al 170. Questa signorina Sky mi spiega che la pratica è bloccata perché “devono” (non si sa chi) “ricontrollare i miei dati”. Io resto un po’ basito, lei allora, per dare un senso alle cose, mi chiede di nuovo il mio indirizzo (terza o quarta volta). Mi dice anche lei di aspettare (non si sa cosa, presumo l’apparizione di qualche santo con la fibra in mano), le spiego che mi staccheranno la linea, mi dice: va bene, “le fisso un call me back per domani alle 15-15:30”. “Call me back” dev’essere dialetto milanese per “appuntamento telefonico”.

Mer 21/10, ore 15:00
Ovviamente, per tutto il pomeriggio, non mi chiama nessuno.

Gio 22/10, ore 14:00
Settima chiamata al 170. Il tizio mi mette in attesa per un po’, poi mi dice che ha parlato con un supervisore e loro non possono fare nulla perché sono in attesa di Openfiber. Mi dice che magari potremmo cancellare questo ordine e ripartire da zero, magari con una nuova procedura sarei più fortunato! (La lotteria della fibra…) Però aggiunge che magari c’è un problema in centrale, e in realtà non è sicuro che io sia coperto, anzi magari non possono proprio darmi la fibra, o lo scopriranno dopo un mese, chissà. Mi dice anche lui che ho sbagliato a seguire la sua collega che mi aveva detto di mandare la disdetta, come se fosse colpa mia. Si scusa a profusione e mi dice di richiamare lunedì sera per valutare cosa fare.

Mar 27/10, ore 9:00
Non ho ancora richiamato, ma passo un attimo in un centro Sky vicino a casa, perché nel frattempo mi si è pure smagnetizzata la tessera del satellite (qualità totale). La signorina me la cambia, e poi mi dice: ma non le interesserebbe mica il nuovo Sky Wifi? Io sospiro, le spiego la situazione, lei fa un controllo a video e fa: mah, a me non fa fissare l’appuntamento, però mi pare tutto a posto, chiami pure il 170 per procedere.

Mar 27/10, ore 12:45
Ottava chiamata al 170. L’ennesimo operatore Sky gentilissimo ma totalmente inutile mi dice che “l’attivazione è stata sospesa da Openfiber senza indicare alcun codice di errore, non sappiamo cosa sia andato storto, non possiamo fare niente se non mandare solleciti, ne mando subito un altro” (il terzo, quarto, boh; dev’esserci qualcuno che li colleziona prima di cancellarli). Mi dice che non mi dovrebbero staccare la linea perché ho fatto la portabilità del numero, io gli chiedo quale numero (non ho il telefono fisso da decenni), e lui fa “ah allora ok, capisco”. Quindi devo aspettare, mi richiameranno loro, ma non richiami prima di novembre. “Ah a fine chiamata le faranno un questionario, se vuole mi dia un voto positivo, nove o dieci!”

Mar 27/10, ore 14:00
A questo punto sono ovviamente furioso con Openfiber, che sta bloccando la mia pratica senza spiegazioni da due settimane. Quindi vado sul loro sito, trovo una form di contatto, la riempio di insulti, poi ci penso meglio e mando una gentile richiesta: spiego la situazione e chiedo se possono dirmi qual è il problema.

Mer 28/10, ore 12:30
Colpo di scena! Openfiber risponde alla mail e mi dice: guardi che la richiesta di attivazione della sua linea è stata annullata da Sky, devono fare loro una nuova richiesta. Mi cascano i cosiddetti.

Mer 28/10, ore 14:30
Nona chiamata al 170. Spiego tutto di nuovo cercando di restare calmo, la signorina di Sky mi mette in attesa, l’attesa dura molti minuti. Però alla fine mi ridice la stessa cosa: loro sono in attesa di Openfiber, è tutta responsabilità di Openfiber, loro non possono fare niente finché non si “aggiorna il sistema” (cosa vorrà dire? boh). Le faccio notare che Openfiber, come da risposta, non farà niente fin che non fanno qualcosa loro, lei mi dice: ma questa è competenza di un altro reparto (ah beh, sai che me ne frega a me). Mi dice che manderà l’ennesimo sollecito all’altro reparto e poi devo aspettare che mi richiamino, faccio notare che in dieci giorni non mi hanno mai richiamato una volta, lei non sa più cosa dire.

Mer 28/10, ore 15:00
Riscrivo anche a Openfiber, segnalando che per Sky sono loro a doversi muovere. Mi rispondono subito: “abbiamo girato la mail al reparto competente”.

A questo punto nessuno si è più fatto sentire da due giorni, tra una settimana mi staccano Internet a casa e non si vede il modo di uscirne. E’ chiaro che il call center di Sky è popolato di ragazzi gentilissimi messi in mezzo a una procedura fuori controllo, piena di bachi e di buchi. E’ anche chiaro che chiunque abbia pensato queste procedure – nonostante l’accesso a Internet sia un servizio essenziale – non ha alcun interesse a fornire un servizio centrato sul cliente, ma solo a parcellizzare tutto in un milione di sottosistemi e subcontratti che ovviamente poi non riescono a funzionare insieme, anche perché a ognuno importa solo di fare il proprio compitino. Sospetto dunque che l’Italia debba limitarsi a comunicare coi segnali di fumo, lasciando la modernità al resto del pianeta.

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martedì 27 Ottobre 2020, 18:35

Almeno il rispetto

Una delle tante cose tristi del dibattito di queste ore sulle attività che chiudono per decreto anti-pandemia è che è legato soltanto ai soldi. Gli argomenti, dall’una e dall’altra parte, sono soltanto economici: “non si può sopravvivere se non si guadagna”, “tanto quelli son tutti evasori fiscali”, “un sacrificio nel portafoglio in questo momento tocca a tutti”, “no ad altre categorie non tocca così tanto come a noi“.

E però nel lavoro autonomo, nelle attività commerciali, nel lavoro artistico c’è tutta un’altra componente che spesso al resto della società sfugge. E’ una componente di identità, di collocazione sociale: sono professioni in cui una persona è il proprio lavoro, e tutta la sua vita si identifica innanzi tutto con esso, dal punto di vista psicologico molto prima che economico.

Questa è una perdita che nessun “ristoro” governativo può compensare. Il governo potrebbe ridarti anche il 100% dei soldi che ci perdi (in realtà te ne ridà il 20%, peraltro) ma questo non compenserebbe lo shock della serranda chiusa e del locale vuoto, il non sapere più chi sei e chi sarai, il vedere il luogo che hai costruito in anni e anni di fatica, o magari che era di tuo padre e di tuo nonno prima di te, messo a rischio o cancellato per sempre d’improvviso.

Quando si decide cosa uccidere e cosa salvare, o perlomeno mentre lo si discute, spero che si possa tenere anche conto di questo fattore e del rispetto che merita.

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domenica 25 Ottobre 2020, 14:14

Il discorso di Conte

Guardate, il discorso di Conte ve lo riassumo io:

“Abbiamo imposto alle attività private un sacco di adempimenti a spese loro come condizione per la riapertura, con tanto di multe salate per qualsiasi sgarro, mentre noi nel pubblico ce ne siamo fregati, non abbiamo rinforzato gli ospedali, non abbiamo messo in piedi un sistema di tracciamento funzionante, non abbiamo fatto niente per evitare l’affollamento nei trasporti, e abbiamo riaperto le scuole con regole velleitarie che hanno mandato tutto il sistema in tilt in poche settimane.

Quindi adesso, dovendo chiudere per evitare il disastro, scarichiamo tutto sui privati per non disturbare noi e i nostri dipendenti: chiudiamo le palestre ma teniamo aperte quelle delle scuole, chiudiamo le attività culturali private ma teniamo aperti i musei pubblici, chiudiamo i ristoranti a cena ma lasciamo aperte quasi per intero le scuole e non mettiamo in giro un autobus in più.

Naturalmente vi promettiamo anche un fantastilione di miliardi di compensazioni, che però non ci sono ancora, anzi non abbiamo nemmeno ancora pagato quelli della primavera, ma credeteci eh! Ah e a dicembre arriverà il vaccino, contateci, sì è vero che non siamo nemmeno riusciti a darvi quello contro l’influenza ma a dicembre arriverà il vaccino contro il covid, l’abbiamo scritto nero su bianco.”

Io mi chiedo davvero come mai non ci siano già milioni di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori in piazza…

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lunedì 7 Settembre 2020, 18:01

La profonda provincia romana

Comunque, dirlo adesso è facile, ma io una volta nella vita a Colleferro ci sono stato: esattamente due settimane fa. Arrivavo dall’Abruzzo, andavo a Roma, volevo fare una pausa turistico-prandiale, quindi ovviamente Ariccia; e il navigatore mi ha fatto uscire dall’autostrada a Colleferro, e poi girare per Artena.

Ora, andando in giro capita di attraversare posti qualsiasi che entrano e scorrono via senza lasciare traccia, ma quello non è stato un posto qualsiasi, tanto che avevo in testa un post per il blog che poi purtroppo non ho avuto tempo di scrivere. Intanto, già uscire dall’autostrada ti lascia in un groviglio di rotonda ex incrocio in cui l’unica indicazione che sembra interessare a tutti, ma davvero l’unica, è quella per un qualche outlet di vestiti firmati. Poi giri, e vai verso Artena per una stradina su e giù che credo sarebbe una statale, e ti ritrovi improvvisamente a Beirut.

Voglio dire, io arrivavo dai monti dell’Abruzzo e vi garantisco che di strade piene di buche e abbandonate da decenni lì ne ho viste parecchie, ma la viabilità di Artena le ha battute tutte. In pratica, per aggirare Artena e andare verso i castelli si passava per una serie di strade periferiche spesso circondate da villini partiti dal pratino e andati fino in cielo, ma con sull’asfalto delle voragini di metri; e le voragini erano generalmente risolte con il classico cartello “strada dissestata, limite 20 orari”, quello che secondo i sindaci fa magicamente sparire le buche e le loro responsabilità civili e penali sugli incidenti.

Ma lì, le buche erano talmente aggressive e proterve che davvero ho avuto la sensazione di essere finito in una terra di nessuno e di ognuno per sé, dove lo Stato non esiste; e dire che i romani da millenni sanno che lo Stato è anche e innanzi tutto le strade.

C’entra? Non so, però ho avuto la sensazione che come esiste la profonda provincia padana, quella dell’imprenditore che va a puttane in Serbia e poi torna a infettare tutti, esista anche la profonda provincia romana, altrettanto lontana dalla civiltà ma in modi diversi, e probabilmente anche più pericolosa.

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giovedì 14 Maggio 2020, 19:52

La torta di riso abbonda

Ho conosciuto Alice Salvatore da Genova nel 2014. C’erano le elezioni europee insieme alle regionali piemontesi, e organizzammo un grande comizio del M5S in piazza Castello per presentare i candidati. Lei venne su apposta fino a Torino e si presentò da noi scortata da un personal assistant (non ricordo chi fosse, spero un amico volontario, però le correva dietro come un consulente d’immagine), e piantò una scenata unica perché secondo lei, visto che alle europee Piemonte e Liguria sono insieme, dovevamo darle il microfono in mano e farle fare mezz’ora di comizio alla folla per garantire una “competizione equa” per le preferenze. Mi scuso per aver privato i torinesi di quell’esperienza; sicuramente avrebbe conquistato migliaia di voti. In compenso, credo di essermi conquistato io un nemico interno (non che scarseggiassero).

Negli anni successivi io ero già ai margini e piuttosto deluso, ma seguii a distanza tramite amici le sue performance liguri. Lascerò ad altri, se vorranno, il racconto dei dettagli, ma la Salvatore si distinse da subito per la sua totale fedeltà ai vertici e per la grande aggressività nell’attaccare le persone che esprimevano una qualunque idea pensante e non allineata, a partire dallo storico consigliere genovese Paolo Putti.

Ottenuta candidatura ed elezione in Regione, il suo capolavoro furono le elezioni comunali genovesi del 2017, in cui “spintaneamente” prima Putti e poi Cassimatis furono fatti da parte per assegnare la candidatura a sindaco alla terza scelta Pirondini, da lei molto caldeggiato. Fu sempre più flop, e alla fine il M5S, pur veleggiando oltre il 30% alle politiche, non è andato mai nemmeno vicino a conquistare né il sindaco né la Regione.

Arriviamo così alle prossime elezioni regionali di quest’anno, dove evidentemente lei dava per scontato di essere di nuovo candidata a presidente, con la rielezione e lo stipendio assicurato per altri cinque anni; e aveva anche vinto la votazione tra gli attivisti su Russò (non una sorpresa, visto che quelli a cui lei non piaceva sono fuori dal Movimento da un pezzo).

Lo scenario politico però è cambiato, e poco dopo Russò ha anche deciso che bisognava allearsi col PD, logicamente con un altro candidato presidente, che non fosse di nessuno dei due partiti. Dopo due mesi di congelamento da lockdown è arrivata la sua risposta: da volto-selfie del M5S ligure senza mai una critica e pronta alla competizione elettorale, una improvvisa e profonda epifania l’ha portata in coscienza al dissidio totale verso il M5S di oggi, in cui non si riconosce più.

E così, ha deciso di candidarsi lo stesso a presidente, ma con un suo nuovo movimento politico, ripercorrendo ironicamente gli stessi passi degli esecrati Putti e Cassimatis, al tempo ampiamente accusati di tradimento.

Il movimento si chiama “IL BUONSENSO”, e come vedete nella foto la scritta e il tipo di caratteri nel simbolo sono circa gli stessi de “IL BUON RISO”, ha solo cambiato un paio di lettere. In linea con la sua nota modestia, il simbolo contiene anche il suo nome a caratteri cubitali e persino un disegno del suo volto. Cosa pensare? Come si usa dire in questi casi, il suo probabile destino è il prefisso telefonico (zerodieci per cento).

Ma non riesco nemmeno più a incazzarmi: detto tra noi, chi se ne frega. Son solo qui a chiedermi come sia nata la maledizione di noi italiani, costretti invariabilmente, nonostante i tentativi, a subire un mondo politico che non ci disgusta nemmeno più, ma ci fa solo ridere amaro, sapendo che il buon riso è ormai l’unica cosa che la nostra classe politica è ancora in grado di darci.

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lunedì 27 Aprile 2020, 21:21

La cena dei cretini, con mascherina

Una ennesima prova del fatto che siamo governati da una banda di inetti è la vicenda delle mascherine, che vale davvero la pena di riassumere per bene.

Intanto, all’inizio hanno detto che le mascherine erano inutili, non servivano a niente, e voi stupidi cittadini smettetela con la psicosi da mascherine, per poi dopo due mesi ammettere che erano utili e anzi devono metterle tutti, però non lo potevano dire, e ancora non le rendono obbligatorie (a differenza di mezzo mondo fuori dall’Italia dove sono già obbligatorie e facilmente disponibili), perché non sanno come assicurarle a tutti.

Le mascherine non ci sono perché due mesi fa hanno fatto la prima genialata: hanno imposto per legge che le Dogane potessero sequestrare tutte le mascherine in corso di importazione e darle alla Protezione Civile, in cambio di un indennizzo minimo che sarà pagato forse tra mesi.

Il risultato è che tutte le ditte italiane specializzate nel settore, che stavano per immetterne milioni sul mercato, hanno bloccato gli ordini: che senso ha pagare un fornitore cinese e pure il trasporto se poi, appena le mascherine arrivano in Italia, lo Stato se le prende gratis? Sarebbe solo buttar via i propri soldi.

Nel frattempo, la Protezione Civile, che avrebbe dovuto mettere in piedi l’importazione per tutti, era in difficoltà: hanno provato a scrivere su Google “acquisto mascherine”, non è uscito niente, allora hanno scritto “buy mascherins”, ma dopo vari tentativi sono arrivati solo su siti in cinese, e nessuno ci capiva niente.

Risultato, dopo un lungo periodo di blocco in cui la gente moriva, hanno permesso a chi sapeva farlo di ricominciare a importarle, passando al meccanismo degli appalti pubblici urgenti. Questo ha permesso almeno alle farmacie e agli ospedali di riuscire pian piano a procurarsele, anche se a prezzi elevati.

Intanto, gli appalti pubblici sono “casualmente” finiti in buona parte a scatole vuote dai proprietari misteriosi, che nell’oggetto sociale avevano tutt’altro, ma magicamente si son viste arrivare soldi pubblici per decine di milioni di euro, per poi dire “eh purtroppo le mascherine non arrivano, sono bloccate in Cina, ci spiace” – e nel frattempo tenersi i soldi.

Tra questi “imprenditori” c’è l’ex presidente della Camera Irene Pivetti, che ha preso un appalto per 30 milioni di euro, ma non contenta però, invece di consegnare le mascherine alla Protezione Civile, ne ha fatte finire diverse nelle farmacie liguri a prezzi da strozzinaggio; ed erano pure prive della certificazione.

Dopo due mesi, mentre gli italiani si sono arrangiati come potevano, arriva la nuova genialata: diciamo che tutti sono obbligati a mettere le mascherine, ma per evitare le proteste, fissiamo noi il prezzo per legge: 90 centesimi, anzi no, 50 centesimi, perché siamo il governo del popolo! Risultato: stamattina le mascherine sono immediatamente sparite dai negozi, perché chi le ha pagate al fornitore due euro l’una come può venderle a cinquanta centesimi?

Al che oggi il governo ha precisato: no, scusate, pagheremo noi la differenza ai negozianti. Ma naturalmente a babbo morto! Non credo che vedremo riapparire le mascherine tanto presto, se non sottobanco; sono talmente inetti che son riusciti a riportare in Italia il mercato nero, una roba che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale.

Ma in tutto questo tempo non hanno fatto l’unica cosa che andava fatta, cioé – due mesi fa, non adesso – convocare le associazioni di categoria e dire a tutte le industrie del tessile che chi poteva si riconvertisse a fare mascherine, e che lo Stato avrebbe pagato i costi di riconversione e garantito volumi di acquisto adeguati. Questo avrebbe reso l’Italia autonoma e avrebbe permesso di mettere sul mercato mascherine a prezzo naturalmente basso, creando anche posti di lavoro in Italia. Ma no, quello era comunismo!

Non si possono indirizzare le imprese, salvo poi trovarsi dopo due mesi con l’epidemia che non passa anche per mancanza dei dispositivi di protezione individuale, e tentare di fare una manovra che è molto più “comunista” di quella, ma che fallisce subito.

Che banda di incapaci…

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domenica 26 Aprile 2020, 10:16

Covid-19 e PM10, è ufficiale: i giornali italiani sparano titoli a caso

Ho letto con interesse le notizie per cui “è ufficiale, il PM10 trasmette il coronavirus”, come da ineffabile titolo dell’Agenzia AGI (ma tutti i giornali sono della stessa forza), che cita un “annuncio” della Società Italiana di Medicina Ambientale che direbbe che “il coronavirus è stato ritrovato sul particolato”.

Ma essendo abituato a verificare le notizie, sono andato sul sito della società stessa per leggere nel dettaglio. Bene, l’annuncio non c’è: in home page c’è il link a un corso per pubblici amministratori (“patrocinato dalle Regioni ospitanti”, chissà se sganciando soldi pubblici), in cui si spiega cos’è il PM10 ma di covid-19 non si parla; e la sezione “Pubblicazioni COVID-19”, che nel menu è proprio a fianco della pagina per le donazioni, la vedete qui sotto nello screenshot.

C’è, è vero, un “position paper” di un mese fa. Come dice il nome, non è uno studio scientifico soggetto a verifica e revisione di altri scienziati, ma rappresenta semplicemente l’opinione dell’associazione. In pratica, l’opinione è che esista un legame tra PM10 e coronavirus perché hanno ritrovato una correlazione statistica tra le aree con più morti e le aree con più inquinamento.

Ma chiunque mastichi un po’ di pensiero razionale ormai sa che una correlazione statistica non prova affatto una relazione di causalità, come si vede anche dalle mappe che imperversano su Facebook e “dimostrano” la correlazione tra coronavirus e antenne cellulari, o tra coronavirus e supermercati, o tra coronavirus e piccole-medie imprese (“il virus è stato inventato per far chiudere i negozi della gente e arricchire i ricchi!”).

Il livello di prova scientifica è quello; il resto del paper è dedicato a dire che siccome in Cina hanno trovato dei batteri nel PM10, o l’inquinamento peggiora il morbillo, allora il PM10 deve per forza anche spargere il covid-19 – ma senza nessuna prova sperimentale o clinica.

Insomma, lo studio che proverebbe il ritrovamento dell’RNA del virus sul PM10, possibilmente con peer review di scienziati terzi qualificati, io non l’ho trovato. L’unica cosa che è apparsa su una rivista scientifica (il BMJ) è una versione riassuntiva in inglese del position paper, pubblicata non come articolo ma come commento a un altro articolo, e solo con un bel punto interrogativo al fondo dell’affermazione: “Is there a Plausible Role for Particulate Matter in the spreading of COVID-19 in Northern Italy?” (chissà).

Probabilmente l’articolo scientifico vero e proprio, quello con la scoperta del fatto che il virus infetta le persone viaggiando sul PM10, è ancora in corso di pubblicazione, ma fin che non esce e non lo si può leggere, non si capisce da cosa siano giustificati i titoli dei giornali, e a maggior ragione cosa sia “ufficiale” (un bel niente).

Dopodiché, è del tutto possibile che l’inquinamento dell’aria – che di sicuro non fa bene e va combattuto – giochi un ruolo anche in questa epidemia, anche solo come fattore di rischio che peggiora statisticamente l’esito della malattia. Solo, prima di sparare notizie terroristiche e spaventare la gente facendo credere che si possa morire semplicemente respirando il PM10, sarebbe bene avere qualche prova in più.

Del resto, se anche ci fossero davvero tracce di coronavirus sul PM10 (cosa non sorprendente, visto che le hanno trovate anche nelle fogne e più o meno ovunque), mi pare molto probabile che siano tracce deboli e non infettive; altrimenti, semplicemente, nella Pianura Padana ce lo saremmo già preso tutti.

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mercoledì 22 Aprile 2020, 09:41

Gomme invernali e democrazia

Un altro bell’esempio dell’approssimazione con cui è gestito il lockdown, in contrasto a principi di base della democrazia, è quello delle gomme invernali.

Sì, perché il 15 aprile è scaduto il periodo, e l’obbligo di rimettere le gomme estive entro il 15 maggio non è stato né abolito né rinviato. Oddio, obbligo: in realtà pare sia un obbligo solo per certe categorie di gomme invernali e non tutte, per le altre è solo un consiglio. Anche se alcuni però sostengono che girare con le gomme invernali d’estate sia insicuro comunque, e quindi passibile di multa in ogni caso: non si sa, dipende dal poliziotto che ti ferma.

Certamente, girare con le gomme invernali d’estate non è il massimo né dell’efficienza energetica né della sicurezza; del resto, fino all’estate scorsa ci facevano una testa tanta che era assolutamente necessario fare tutti il cambio tempestivamente, nonostante il costo. Oggi, improvvisamente non è più un problema, o forse sì, boh.

I gommisti, peraltro, sono aperti, ma solo per i veicoli usati per uno stato di necessità previsto dall’autocertificazione: in quel caso, si è anche autorizzati ad andare dal gommista a cambiare le gomme. Quindi, le ambulanze o le macchine della polizia possono andare. Ok, ma se io devo usare tutti i giorni la macchina per andare a lavorare? Anche quella è una necessità, direi. Va bene, ma se la uso per fare la spesa? Comunque la uso, se l’auto non è sicura è un pericolo anche per pochi chilometri. Ma se vado dal gommista dicendo che la uso per quello, e mi fermano, probabilmente mi fanno la multa per uscita non necessaria. Ma qual è un’uscita sufficientemente necessaria da giustificare il cambio gomme? Boh.

Riassumendo: l’obbligo di cambiare le gomme è in vigore senza cambiamenti, anche se non si sa quanto sia un obbligo. I gommisti sono aperti, ma se ci vai potrebbero multarti, a discrezione di quanto è rigido il poliziotto del momento. Quindi converrebbe fregarsene, salvo che rischi dopo il 15 maggio di prenderti una multa non appena tocchi la macchina, sempre a discrezione del poliziotto.

Quando si parla di lockdown all’italiana incompatibile con la democrazia, secondo me non è tanto per le limitazioni, ma per come ci rende totalmente sottomessi all’arbitrio del potere, che può punirti a piacimento sfruttando la vaghezza e l’incoerenza delle regole che lui stesso ha scritto: tutto l’opposto della “rule of law” che vincola anche il re, cosa che sin dal medioevo è la base della democrazia.

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domenica 19 Aprile 2020, 11:51

Un nuovo patto per un lockdown più intelligente

Una delle capacità fondamentali di un buon governante è capire quando i sacrifici che chiede ai cittadini sono sostenibili e quando non lo sono.

Quasi due mesi fa, lo Stato ha fatto un patto con gli italiani: i cittadini dovevano stare a casa per qualche settimana, mentre il governo avrebbe contenuto e ridotto l’epidemia per riportare la situazione quasi alla normalità. I cittadini hanno sostanzialmente rispettato la loro parte del patto; lo Stato no, per suoi errori e disorganizzazione. Magari era impossibile fare di meglio (mah), ed è chiaro che riaprire troppe attività, ora o a breve, sarebbe irresponsabile, ma il rischio adesso è quello di una generale perdita di fiducia nello Stato e di una rivolta silenziosa, già visibile nel percepibile aumento della gente per strada, con successiva nuova epidemia e caos.

Per questo è necessario rivedere le restrizioni in maniera intelligente, mantenendo i divieti che servono ma evitando i divieti stupidi, quelli che frustrano inutilmente la gente senza contribuire significativamente a contenere l’epidemia. Basterebbe passare a principi semplici, ma ben definiti:

1. Qualsiasi attività che non provochi un contatto diretto con persone che non siano un convivente o un familiare (nel seguito “terzi”) è permessa.

2. Le attività che richiedono un contatto diretto con terzi sono permesse se ricadono tra questi casi:

  • attività lavorative che non possono essere svolte in telelavoro;
  • esami, interventi e visite mediche prescritti da un medico o da altre autorità sanitarie;
  • acquisti e ritiri di beni o servizi presso qualsiasi negozio o attività aperta al pubblico;
  • accesso a uffici pubblici e privati per pratiche che non possono essere svolte a distanza né rinviate senza creare danno a nessuno;
  • spostamenti e attività necessarie ad evitare un grave rischio per la salute o la sicurezza di qualcuno;
  • altri casi di necessità preventivamente autorizzati dalla Polizia Municipale del Comune in cui ci si trova.

Quanto sopra è permesso indipendentemente dalle distanze da percorrere, ma solo se le attività per cui si lavora o presso cui ci si reca sono legittimamente autorizzate a restare aperte. Tali attività devono comunque adottare accorgimenti per ridurre il più possibile i contatti diretti.

3. Al di fuori delle attività permesse, ognuno è tenuto a rimanere all’interno del proprio domicilio.

4. E’ permesso scegliere il proprio domicilio presso qualsiasi abitazione in cui si evitino contatti diretti con terzi. Se si dispone di più di un domicilio adatto, è permesso spostarsi tra essi secondo le condizioni del punto 5.

5. Gli spostamenti a piedi o su un veicolo, se da soli o insieme soltanto a conviventi o familiari, sono permessi se funzionali allo svolgimento di una attività permessa e solo evitando contatti diretti con terzi. Gli altri spostamenti sono permessi solo se funzionali alle attività permesse di cui al punto 2 e solo indossando i dispositivi di protezione individuale. Limiti geografici agli spostamenti possono essere imposti separatamente se vi è la necessità di contenere il contagio all’interno di determinate aree.

6. Un contatto diretto è definito come uno tra i casi seguenti:

  • parlare con un’altra persona a meno di due metri di distanza;
  • restare a meno di due metri di distanza da una o più persone per più di due minuti;
  • stare in uno stesso spazio chiuso con una o più persone per più di quindici minuti, se la superficie dello spazio chiuso è inferiore a 40 mq per persona.

7. Chiunque, durante lo svolgimento delle attività permesse, è tenuto a comportarsi in modo da ridurre numero e durata dei contatti diretti con terzi e, durante di essi, a usare i dispositivi di protezione individuale.

Quanto sopra (di cui naturalmente si possono discutere i dettagli) garantirebbe già una maggiore libertà, ma sarebbe una libertà limitata a situazioni che non creano rischio significativo, dando in modo intelligente una valvola di sfogo alla popolazione; ed eviterebbe multe totalmente prive di senso, come quella alla famiglia di Grosseto che portava la bimba a un controllo post trapianto, o alla famiglia scesa in tre a buttare l’immondizia (che rischio crea?), e anche soprusi da dittatura orwelliana, come la gente che, a seconda di come gira al poliziotto, viene multata perché c’era troppo vino nella spesa, o perché poteva andare in un’altra farmacia più lontana ma dentro il Comune, o perché ha usato un autolavaggio che pure era autorizzato ad aprire.

Sarebbe una buona base per proseguire un lockdown che pure è pesante per tutti, ma che altrimenti diventerà sempre più insopportabile di fronte al mix di fallimento sanitario e repressione inutile, con tanto di elicotteri mandati a pattugliare i parchi e le spiagge mentre la gente aspetta per settimane un tampone.

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sabato 4 Aprile 2020, 10:24

Una rapida analisi dei dati (3)

Vedo in molti di voi i primi segni di cedimento. Anzi, vedo molti che non ci hanno nemmeno provato, che cercano ogni scusa per uscire tutti i giorni a fare la corsetta, il giro col bambino, la spesa di tre euro al supermercato. Vedo anche quelli che postano le analisi costituzionali, “la mia libertà ingiustamente limitata”. Vedo quelli che si ritengono vittima di un complotto, che dicono che in realtà non muore poi tanta gente, che si poteva andare avanti normalmente. Vedo quelli che, comprensibilmente, dicono che va bene ancora un po’ ma poi basta, che entro maggio comunque si deve riaprire.

Allora, stamattina ho pensato di rispiegare per bene ancora una cosa, senza entrare troppo nella matematica (ben spiegata nel post da cui è tratta la figura sotto). Una epidemia si diffonde secondo un suo valore caratteristico chiamato R0, che dipende dalla sua contagiosità e da quanto le persone si incontrano tra loro. Se R0 > 1 ogni persona ne infetta più di un’altra e il numero dei malati aumenta, se R0 < 1 il numero dei malati diminuisce; col tempo, quando compare un grande numero di immuni (e siamo ancora molto lontani da esso, persino se ipotizziamo di avere moltissimi malati asintomatici) il fattore R effettivo diminuisce naturalmente perché non ci sono più persone da infettare. Con un tasso normale di contatti sociali, il covid-19 ha un R0 almeno pari a 2, e cresce velocemente.

Per questo, nel momento in cui “si riapre”, se in giro ci sono ancora dei casi, l’epidemia riparte esattamente come all’inizio, come se non ci fossimo mai fermati, vanificando tutti i sacrifici che abbiamo fatto. Basta guardare la figura qui sotto.

Questo vuol dire che si può “riaprire” solo nei seguenti casi:
1) è stato trovato un vaccino e quasi tutti sono stati vaccinati;
2) il numero di casi in Italia è sceso a zero, e siamo in grado di controllare anche le infezioni di ritorno, chiudendo per bene le frontiere;
3) il numero di casi è diventato basso, e la riapertura è molto parziale, facendo in modo che i contatti siano molto meno del normale e quindi mantenendo R0 inferiore o al massimo quasi uguale a 1, e preparandosi a tornare subito al blocco se si scopre che R0 è risalito sopra 1.

Inizialmente, confido che speravo nel caso 2: ci chiudiamo in casa, portiamo R0 molto sotto 1, ammazziamo l’epidemia in un paio di mesi, eradichiamo il virus e riapriamo tutto, come hanno fatto (dicono) in Cina. Ma poi siete arrivati voi: quelli che non ci provano nemmeno, quelli che cercano ogni scusa per uscire “tanto non incrocio nessuno, che male faccio?”. Ma ogni uscita ha comunque una probabilità di un incrocio e di un contagio; magari è molto bassa, ma se milioni di persone escono, una probabilità molto bassa moltiplicata per milioni di persone fa migliaia di contagi. E non è una buona giustificazione il fatto che siano permesse uscite anche più pericolose, come quelle per chi lavora nei servizi essenziali: quelle non si possono eliminare senza far morire tutti di fame, la vostra passeggiata invece sì.

Il risultato di tutto questo è che secondo un recentissimo paper dell’Imperial College il blocco italiano non è riuscito nemmeno a far scendere R0 chiaramente sotto 1; secondo loro, siamo probabilmente attorno a 1,1-1,2. Il che vuol dire che l’andamento oscillante dei dati di questi giorni potrebbe non preludere a un progressivo calo delle infezioni, ma restare così all’infinito, potenzialmente per anni, fin che non ci siamo infettati tutti. Oppure potrebbe trasformarsi in un calo, ma lentissimo, portando a “zero o quasi” e alla parziale riapertura solo in autunno – e nel frattempo passando tutta la primavera e tutta l’estate chiusi in casa con molta gente in bancarotta. Possiamo sperare che l’ulteriore stretta di due settimane fa dia nei prossimi giorni una spinta più chiara verso il basso, ma non è detto che faccia più di tanto.

Questo perché? Perché i cinesi non sono pieni di gente che reclama il suo diritto costituzionale alla corsetta e al giro al mercato, noi sì.

(Faccio notare che su questa questione la prestazione del sistema sanitario è irrilevante, il sistema sanitario cura meglio o peggio chi si è infettato e determina il numero dei morti, ma non influenza il numero dei contagi: quello è solo determinato dal comportamento sociale e al massimo dalle protezioni, tipo le mascherine che ufficialmente non servono ma che comunque un governo decente dopo un mese e mezzo avrebbe procurato a tutti – ma questa è un’altra storia.)

Quello che voglio dunque sottolineare è che i segni di cedimento di cui parlavo all’inizio allontanano la riapertura, e non il contrario. Ogni uscita fatta oggi, specialmente quelle fatte senza criterio e senza protezioni, vuol dire settimane di uscite in meno più avanti, vuol dire maggiori danni economici e più gente senza lavoro. Uscendo, non rischiate soltanto voi, ma danneggiate tutti, compresi quelli che sono diligentemente in casa da oltre un mese. Non c’è nessun diritto costituzionale, nessuno sfinimento da bambini in casa che possa alterare questa realtà. Pensateci.

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