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Archivio per il mese di luglio 2011


sabato 30 luglio 2011, 18:11

Da vedere a Phoenix

Alla fine abbiamo scoperto che anche a Phoenix ci sono delle cose interessanti da vedere – e non solo i centri commerciali, dove pure, in questo momento, si compra con poco e vale la pena fare un giro.

Ieri mattina alle sette e un quarto ci siamo presentati all’ingresso dei Desert Botanical Gardens: se l’ora vi sembra inusuale, sappiate che è l’unico momento in cui vale la pena andare, dato che di giorno, con oltre 40 gradi sulla testa, la visita sarebbe devastante. Invece così è stato magnifico; nella pace e nel relativo fresco del mattino (solo 33 gradi), abbiamo scoperto ogni genere di cactus e le altre piante del deserto.

Quando pensiamo al deserto, noi abbiamo in testa il Sahara; ma il deserto americano è ben diverso. E’ una distesa di sabbia grigia e rocciosa, frastagliata e piena di colline e catene montuose, coperta dai saguaro, i grossi cactus a tridente che arrivano a diversi metri di altezza e rappresentano una delle basi dell’ecosistema, accumulando acqua per tutti; e poi c’è una varietà infinita di piccoli cactus e di altri cespugli duri. Un giro nei giardini mostra come il deserto sia pieno di vita, al punto che a un certo momento due coyote ci hanno attraversato il sentiero, e uno dei due è poi riapparso con un coniglio in bocca.

I giardini sono in mezzo alla città, a dieci minuti dal centro, ma, data la bassissima densità di Phoenix, “in mezzo” è una parola grossa; in molte zone le case sono sparsissime e vi sono intere colline rocciose tra un quartiere e l’altro, e anche i giardini erano assolutamente credibili nella loro naturalità. Le altre attrazioni della giornata, sulla mappa, erano “solo un po’ più in là”, eppure se non si imbocca l’autostrada diventano un miraggio: si va avanti a cinquanta all’ora per i grossi stradoni, un semaforo per volta. Solo alla fine abbiamo realizzato che tra noi e l’ultima destinazione c’erano trenta chilometri di città senza interruzione.

La prima visita del pomeriggio è stata a Taliesin West, la casa-studio-scuola di Frank Lloyd Wright; nonostante il biglietto esoso (32 dollari… ma qui i musei generalmente non sono sovvenzionati e sono dunque carissimi) vale davvero la pena. Quando fu costruita, alla fine degli anni ’30, era in mezzo al nulla, sulle prime pendici di una collina a venti chilometri dal centro di Phoenix; sotto c’era solo il deserto e qualche ranch. Ora, le distese di ville e villette arrivano fino alla fine della pianura, e l’esperienza si salva solo perché la casa comprende anche parecchi ettari di terreno tutt’attorno. Ci hanno detto che quando nel 1948 nella pianura sotto la casa misero la prima linea telefonica con i relativi pali, Lloyd Wright ne fu talmente turbato che voleva abbandonare tutto; non sopportava che l’uomo avesse devastato con una fila di pali la bellezza della natura. Alla fine restò, ma ristrutturò l’intera casa in modo da girare le stanze e guardare verso le montagne invece che verso la pianura. Chissà cosa direbbe oggi…

Effettivamente, lasciate le ultime nuovissime strade con le ultime nuovissime villette, l’ambiente cambia di botto e ci si trova comunque nel niente… per i nostri standard odierni. La casa è ovviamente bellissima e fa venir voglia di fare l’architetto; è costruita da una serie di locali concepiti a metà tra interno e esterno, in cui aria e luce escono ed entrano continuamente. Durante la visita ti lasciano sedere sui mobili realizzati dall’architetto e ti raccontano una serie di aneddoti… e poi ti regalano delle bottiglie d’acqua per resistere, dato che ovviamente non c’era condizionamento. In sostanza, è una visita molto istruttiva sulla vera qualità di un grande architetto, quella di creare insieme bellezza e comfort in modo che ciò sembri talmente naturale da non notare nemmeno il lavoro intellettuale e tecnico che c’è dietro.

L’ultima visita è stata al museo degli strumenti musicali, perso in un posto dimenticato dal mondo vicino a una uscita dall’autostrada: non ci sono nemmeno ancora le strade, ma solo dei cartelli che dicono “qui ci sarà l’incrocio con la sessantaquattresima strada quando la allungheremo”, e svincoli autostradali già pronti per strade che non esistono ancora. Anche il museo è tuttora in allestimento, pieno di bacheche vuote e semivuote, e nonostante questo è impressionante; ci sono migliaia di strumenti di ogni provenienza.

Magari si poteva organizzare diversamente – in pratica è una esposizione per nazioni, anche se per loro il Kurdistan è già indipendente – e magari la selezione di cosa mostrare è un po’ arbitraria; il sistema elettronico di visita – ti danno delle cuffie e quando ti avvicini a uno schermo parte la musica corrispondente – ha ancora dei bachi. Eppure la visita è molto interessante, con gli strumenti tradizionali di tutto il mondo, e dimostra bene come la musica sia un linguaggio universale e insieme una esigenza primaria dell’uomo. Per il visitatore medio, il pezzo forte della visita è il piano su cui Lennon scrisse Imagine. Per me, il momento migliore è stato trovarmi in una sola bacheca un minimoog e un theremin; non solo, ma alla fine c’è una sezione “hands on” in cui puoi anche provare a suonare il theremin… e, per chi ha studiato il piano, c’è anche un grande Steinway a disposizione. Ma non mi sono osato!

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venerdì 29 luglio 2011, 08:08

Città senza un perché

La cosa che ci si chiede arrivando a Phoenix in aereo è una sola, ovvero perché diavolo abbiano costruito una città in questo posto – e non una piccola città: è la sesta degli Stati Uniti, e l’area metropolitana conta quasi cinque milioni di abitanti.

In pratica, si attraversa il nulla per ore, e poi d’improvviso appare una distesa infinita di casette, particolarmente impressionante di notte. Ma perché proprio qui? Non c’è niente attorno per centinaia di chilometri, se non deserto e montagne. Il clima è tremendo: a mezzanotte ci sono 33 gradi e di giorno si arriva oltre i 40, per tutta l’estate. La terra è arida e sabbiosa, e rende difficile credere alla scusa ufficiale, ovvero che (nella seconda metà dell’Ottocento) gli immigranti hanno cominciato a stabilirsi qui perché era un buon posto per l’agricoltura; si direbbe invece che qui la terra produca veramente un cactus.

Una esplorazione della città non fornisce grandi spiegazioni. Il centro consta di quattro isolati per quattro; ok, sono pieni di grattacieli, a parte un paio di edifici “storici” di inizio Novecento, ma se fai un isolato in più ti ritrovi in mezzo al nulla, a interi isolati sabbiosi e vacanti occupati da depositi di rottami, discariche e casette private. Los Angeles, concettualmente simile, ha comunque dei centri; da Downtown a Hollywood, da Santa Monica a Beverly Hills, ci sono comunque delle zone definite con un minimo di identità. Qui, in qualunque direzione si vada, c’è solo una infinita ripetizione di stradoni che incrociano stradoni formando grossi isolati quadrati di villette con piscina, con mini-centro commerciale sull’angolo e ogni tanto un maxi-centro commerciale. I negozi sono solo di grandi catene (però ce ne sono decine e decine) e dunque dopo un po’ si ripetono, creando un inquietante senso di non stare andando mai veramente in nessun posto.

Come ci si aspetta in una città di cinque milioni di abitanti, c’è una metropolitana. Che però, a ben vedere, si rivela un tram, con i binari a centro strada e gli incroci a raso, e i semafori nemmeno sincronizzati (vuoi mica che le auto diano priorità). Ce n’è una linea sola, che ovviamente collega solo pochissime destinazioni; il resto sono bus, ma tanto non li usa nessuno. Cinque milioni di abitanti e una sola linea di tram: penso che ci siamo capiti.

D’altra parte, un sistema di trasporto pubblico si basa per definizione sull’aggregazione dei flussi di traffico, sul fatto che ci sono dei centri che attraggono le persone e delle direttrici principali lungo cui le persone si spostano, su cui appunto si tracciano le linee di forza (treni, metro, tram). Ma in una città senza centri e in cui sostanzialmente tutti i punti hanno la stessa importanza, costruire un sistema di trasporto pubblico efficiente è impossibile; e infatti tra qualsiasi coppia di posti ci sono venti minuti di auto oppure due ore di bus.

L’unica parziale eccezione è proprio qui dove siamo ospitati: l’Università Statale dell’Arizona, il più grande Ateneo d’America per numero di studenti. Al nostro orecchio di torinesi una università colloquialmente chiamata “asu” non promette bene sul livello medio dell’istruzione, eppure davvero mezza città è l’Università; siamo in un campus immenso (ed è solo uno dei vari) quasi tutto costruito negli ultimi vent’anni.

Da buona università americana, gran parte dello spazio è occupato da impianti sportivi; uno stadio da football che non ha nulla da invidiare a San Siro e un palazzetto altrettanto grande, ma soprattutto decine di campi per la pratica di ogni sport, e un edificio di tre piani grande come un campo da calcio pieno zeppo di attrezzi per il fitness (più la piscina). Poi ovviamente ci sono anche le aule, i dormitori, e l’edificio comunitario, il cui piano terreno ospita una dozzina di diversi fast food. Il campus è talmente grande che la gente ci si sposta in bici (non di rado si vedono anche scheletri di bici derubate della ruota e lasciate lì agganciate) o in mezzi alternativi come lo skateboard (in questo caso non posso esimermi da un obbligatorio “kick buttowski buttowski”).

Stamattina ho fatto una passeggiata per il campus per fare un po’ di foto; dopo un’oretta mi sono accorto che il calore stava diventando opprimente, e ne avevo visto solo metà. Per fortuna qui le macchinette venditrici di bibite accettano anche la carta di credito (l’anima del commercio)… ma è del tutto chiaro che questa città senza aria condizionata e senza petrolio non potrebbe esistere. Non a caso stasera al ristorante messicano (ottimo, nulla a che vedere con i nostri) il cameriere ci ha chiesto da dove venissimo e quando abbiamo detto “Italy” ha risposto “you lucky”. Cioé, magari non per tutto, ma per il clima senz’altro.

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martedì 26 luglio 2011, 12:07

Buone vacanze

Vi scrivo queste righe dall’aeroporto di Malpensa, in attesa di imbarcarmi per gli Stati Uniti dove quest’anno trascorrerò le vacanze (sperando che non facciano bancarotta nel frattempo). Ieri si è svolto l’ultimo consiglio comunale della stagione, e resterebbero solo un paio di giorni di commissioni; alcune sono gite o sedute riempitivo pro gettone, tranquillamente evitabili (è stata convocata una intera commissione per discutere di una multa data alla Croce Verde…), mentre alle riunioni significative mi sostituirà Chiara, che ringrazio (a buon rendere).

La mia compagna è già là, per lavoro, da tre settimane; io mi sono fatto attendere per non mancare nemmeno ad un consiglio comunale e non perdere nessuna seduta in cui non potessi essere sostituito. Faremo un giro per i fatti nostri attraverso l’Ovest degli Stati Uniti, con una puntata finale in Canada; sarà una dura lotta finanziaria tra un Paese che dopo 250 anni ancora non ha capito che si possono fare le banconote di colori diversi per renderle più distinguibili, e un Paese che sulle banconote piazza le immagini di gente che gioca a hockey.

Non so se anche quest’anno, come già in passato, vi posterò i miei racconti di viaggio. Sono sempre stati molto apprezzati, ma temo che in quest’anno di ristrettezze qualcuno potrebbe esserne infastidito: mi rendo conto che molti non possono permettersi nemmeno una settimana al mare e non vorrei risultare inopportuno (d’altra parte, il viaggio è interamente pagato da me, con i miei risparmi guadagnati nel lavoro di tanti anni, e non certo con il compenso di consigliere). Vedremo, accetto consigli.

Nel frattempo, vorrei comunque augurare buone vacanze a tutti, a chi andrà lontano e a chi resterà in città.

Buone vacanze innanzi tutto a tutti i miei lettori e a tutti i nostri elettori; la cosa più gratificante di questa esperienza sono le persone che ti fermano per strada, ti ringraziano e ti incoraggiano. Mi spiace se non riusciamo a far fronte a tutte le richieste e se per forza di cose non abbiamo la possibilità di realizzare il nostro programma se non in piccola parte, ma ce la mettiamo tutta; a forza di fare proposte intelligenti, non di rado alcune vengono accolte.

Buone vacanze al sindaco Fassino, che si goda i 30.000 euro extra che ha guadagnato dimettendosi dal Parlamento la settimana scorsa anziché subito dopo le elezioni, che ritrovi il cellulare abbandonato ieri sul banco e che si rilassi invece di prendersela con la sua stessa maggioranza.

Buone vacanze al consigliere Bono e al suo staff, sperando che ritrovino la calma e il mio numero di telefono, così potremo ricominciare ad avere relazioni che vadano oltre lo scazzo su Facebook.

Buone vacanze anche al resto degli eletti del Movimento, a quelli che hanno capito e a quelli che non hanno capito il non-Statuto; siamo in piena adolescenza e il prossimo autunno sarà determinante per capire chi siamo, dove andiamo e se il Movimento avrà una vita che valga la pena vivere.

Buone vacanze a tutti i miei amici, che troppo spesso sono rimasti sacrificati per via di una pletora di impegni pubblici… i lavori vanno e vengono ma le amicizie vere durano comunque.

E buona estate a tutti quelli che resistono senza staccare nemmeno un minuto, che siano a Chiomonte o in un posto di lavoro precario o magari catturati da una malattia o da un momento difficile: comunque sia, prima o poi le cose girano per tutti, nel bene e nel male. Nel frattempo, vediamo di prendere la vita con la necessaria leggerezza, e di godere di tutto quel che comunque abbiamo, sapendo che la felicità è accorgersi che sono molto poche le cose di cui abbiamo veramente bisogno.

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lunedì 25 luglio 2011, 18:12

Terremoto in Sala Rossa

E così, la stagione consiliare è finita in anticipo di un paio d’ore, e non è stata colpa del terremoto ma dell’aria di vacanza che serpeggiava nella coalizione di Fassino. A rimetterci di più sono stati i lavoratori di Loquendo, che aspettavano la votazione di un ordine del giorno di solidarietà contro la vendita della loro azienda a un concorrente, firmato sia da quattro consiglieri del PD (che l’hanno stilato) che da noi (e non so se si sia ancora aggiunto qualcuno); non avrebbe cambiato nulla in sostanza, ma sarebbe stato almeno un segno di interesse e partecipazione.

Per prendere una decisione in consiglio comunale, però, bisogna che siano presenti 21 consiglieri su 41 (il quarantunesimo è il sindaco), e questo onere spetta alla maggioranza; le opposizioni (noi compresi) in generale – salvo su delibere per cui abbiano specifici motivi per mettere a verbale un sì o un no – non partecipano al voto, il che equivale all’astensione ma non contribuisce al numero legale. La maggioranza conta 25 consiglieri, ma due o tre erano già andati in vacanza con una settimana d’anticipo: dunque per tutta la seduta oggi si è assistito alle comiche, con il capogruppo PD Lo Russo sempre al cellulare per richiamare in aula i consiglieri missing in action e arrivare a 21, e vari consiglieri che arrivavano trafelati a schiacciare il pulsante un attimo prima della scadenza.

In aula, difatti, mica tutti stanno fermi al loro posto come noi; molti votano e poi vanno in giro, a chiacchierare, a lavorare in ufficio, a prendere un caffé, a incontrare qualcuno. All’inizio la maggioranza era presente con 22 voti, poi giusta giusta con 21; e peraltro cominciavo ad avere qualche dubbio, visto che io contavo i presenti sui banchi della maggioranza e ne trovavo 15 o 16, ma i voti da quel settore erano sempre 18 o 19. Mi hanno giurato che i consiglieri mancanti continuavano a entrare, votare e andare via, sfruttando il fatto che ogni votazione viene mantenuta aperta per 90-120 secondi.

A un certo punto, però, la situazione è degenerata: il conteggio ha dato 20 votanti, sotto il minimo necessario. In questo caso il regolamento prevede una chance di salvezza: quella di rifare l’appello. Chiama e richiama, all’appello erano in 21 e si è ripartiti, ma per poco. Un paio di votazioni dopo, ennesima agitazione nella maggioranza ed ennesima corsa ai cellulari. La sala scoppia in una risata quando Lo Russo chiama il cellulare del sindaco per richiamarlo al voto, e il cellulare squilla… sul banco del sindaco, desolatamente vuoto mentre Fassino è andato chissà dove. E’ l’inizio della fine: sull’ennesima votazione di urbanistica, al conteggio i presenti della maggioranza risultano addirittura 19, due in meno del necessario. Alla seconda volta di fila non c’è appello: seduta chiusa e tutti a casa in anticipo, rimandando a dopo le vacanze il resto dell’ordine del giorno, tra cui la faccenda Loquendo.

Ora ci tengo a precisare una cosa: noi, come tutte le opposizioni, avremmo potuto salvare la situazione semplicemente partecipando alle votazioni, anche votando no ma permettendo il passaggio delle delibere con il numero legale (questo fin che loro erano in 19, fossero poi diventati 18 noi due non saremmo comunque bastati). Se la maggioranza fosse venuto a chiedercelo per favore, per far passare l’ordine del giorno su Loquendo, l’avremmo ovviamente fatto con piacere: anche perché, come avete capito, noi semplicemente guardando le persone in aula non siamo in grado di capire se sta per mancare il numero legale oppure no. Ma nessuno ce l’ha chiesto; sono affondati due volte da soli.

Mi spiace dunque per la situazione di Loquendo, però aggiungo una cosa: ironicamente, un paio di settimane fa, su suggerimento di un nostro simpatizzante che lavora lì, stavo per presentare io una interpellanza o un ordine del giorno, ma ero stato fermato all’ultimo momento da una gentile richiesta di un loro sindacalista, che mi disse che era già in contatto con il PD e preferiva agire tramite loro, che essendo maggioranza potevano ovviamente garantire il risultato. S’è visto…

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sabato 23 luglio 2011, 12:38

La schizofrenia dei compensi dei politici

Questa mattina ho avuto tempo di mettermi ad aggiornare il sito del Movimento 5 Stelle Torino, rivedendo un po’ l’home page; e ho potuto inaugurare la sezione destinata alla trasparenza, in cui troverete le informazioni per scrutinare il nostro operato.

Vorrei delucidarvi in breve sulla questione relativa alle nostre presenze e ai conseguenti gettoni di presenza, che – come già spiegato – determinano il nostro stipendio; perché non è così semplice come sembra.

Se confrontate le nostre buste paga con l’elenco delle nostre presenze (potete estrarlo anche voi da questa pagina), noterete che le presenze effettive sono superiori a quelle elencate nelle buste paga. Questo accade perché non tutte le riunioni sono retribuite; in particolare, non sono retribuite le riunioni della conferenza dei capigruppo, che cubano tranquillamente sei-otto ore a settimana, e che – a parte le prime due di giugno, prima della costituzione formale del gruppo consiliare – riguardano solo il capogruppo cioé io.

Inoltre, non sono retribuite le occasioni in cui, per nostro interesse, partecipiamo a una riunione di una commissione di cui non facciamo parte; per esempio, io qualche giorno fa ho partecipato alla riunione di prima commissione a cui si parlava di innovazione e agenda digitale, e per quella non sarò retribuito.

Sono invece retribuite le riunioni in cui ci facciamo sostituire formalmente; mentre in consiglio comunale non sono ammesse deleghe e dunque dobbiamo essere sempre presenti entrambi, io e Chiara possiamo gestirci i nostri impegni in commissione sostituendoci tra noi in caso di necessità.

Ricordo infine che esiste comunque un tetto massimo di tre riunioni retribuite al giorno e di 19 riunioni retribuite al mese, che tipicamente noi raggiungiamo già dopo le prime due o tre settimane. Tutto il resto diventa automaticamente non retribuito (potete capire quali sono le riunioni retribuite, a fine mese, guardando quelle che nell’elenco del Comune riportano la lettera L).

Alla fine, questo sistema porta a risultati abbastanza schizofrenici, a meno che non si raggiunga il tetto massimo e finito lì. Vi potreste chiedere ad esempio come mai Chiara a giugno ha guadagnato 604,25 euro lordi, e io invece solo 483,40. Vuol dire che Vittorio ha lavorato di meno? In realtà, se prendete le presenze, scoprirete che per certi versi io ho lavorato di più, partecipando a due conferenze capigruppo durate una tre ore e l’altra due ore e mezza.

Tuttavia, quelle non sono riunioni retribuite, mentre sono retribuite le riunioni iniziali delle commissioni, convocate per l’elezione del presidente; sono riunioni di dieci minuti, anche se sul verbale risultano di 30-45 minuti perché viene riportata l’ora di fine effettiva, ma l’ora di inizio teorica come da convocazione. La logica di questa scelta è che chi è puntuale è comunque lì da quell’ora, anche se la riunione inizia spesso con 20-25 minuti di ritardo. In pratica, io arrivo sempre alle commissioni con dieci minuti di ritardo, correndo e pensando che mi stiano aspettando, e trovo praticamente sempre la sala semivuota, con un paio di persone al massimo.

Dunque, le otto commissioni hanno fatto la loro prima riunione tra fine giugno e inizio luglio; il caso ha voluto che delle quattro di Chiara ne venissero convocate tre il 30/6 e una il 4/7, mentre le mie sono state divise due e due. Per questo motivo, a giugno Chiara ha una riunione retribuita in più di me, e dunque guadagna 120 euro (un gettone) in più di me. Poco male direte voi, Vittorio recupererà a luglio? No, perché a luglio comunque supereremo entrambi il tetto di 19 sedute, e dunque la seduta in più non sarà retribuita.

Non mi strappo i capelli per 120 euro, ma vi ho fatto questo raccontino per farvi capire la totale schizofrenia in una materia che a noi sta molto cara, quella della corretta compensazione dei politici per le loro attività. Peraltro, oltre alle sedute, noi dobbiamo dedicare una grande quantità di tempo (che nessuno può misurare o controllare) a tutto il resto, cioè a studiare le questioni, documentarci, scrivere e protocollare mozioni e interpellanze, partecipare a riunioni e incontri con cittadini e comitati, e raccontarvi le cose su Internet. Per certi versi sarebbe più corretto avere uno stipendio fisso, ma per altri, visto che comunque ci sono consiglieri che lavorano decisamente meno di noi, un compenso legato all’effettivo impegno è necessario.

D’altra parte anche il conteggio delle presenze è bugiardo, dato che un consiglio comunale di sei ore con decine di questioni e una commissione di mezz’ora di chiacchiericcio (in qualche caso ottenuta spezzando in tre sedute un argomento da un’ora e mezza, moltiplicando i gettoni) sono retribuiti allo stesso modo; e dato che basta farsi vedere in commissione per risultare presenti per tutta la sua durata, anche se magari si va via dopo dieci minuti.

Noi abbiamo presentato una mozione per introdurre la doppia firma e controllare almeno che le persone stiano alle commissioni per tutta la loro durata o quasi, visto appunto che alcuni vengono, ascoltano la prima mezz’ora e vanno via. D’altra parte mi è già capitato un paio di volte di avere due commissioni in contemporanea, dunque mi vedrete risultare assente per forza… Insomma, la questione non è così facile da affrontare come sembra!

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venerdì 22 luglio 2011, 21:50

Un errore aumentare il prezzo della benzina

Ho scoperto ora dai giornali che i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle hanno votato a favore di una imposta addizionale regionale sulla benzina di 2,5 centesimi al litro, insieme alla maggioranza di centrodestra, mentre il centrosinistra ha votato contro.

Naturalmente rispetto le loro scelte; nel Movimento ogni eletto è indipendente dagli altri e le uniche persone che deve consultare prima di agire sono i cittadini che lo hanno votato. Allo stesso tempo vorrei dire che non sono d’accordo.

Indubbiamente siamo in un momento di difficoltà finanziarie (che peraltro non diminuiranno facilmente) e capisco che tassare la benzina offra una facile scappatoia per tappare i buchi di bilancio. Tuttavia, la benzina è una delle principali voci di spesa delle famiglie italiane, e in questo momento – in cui già il carburante subisce il classico rincaro estivo – molte di loro non possono permettersi altri aumenti.

Avrei ancora potuto capire se la tassazione facesse parte di un progetto organico relativo ai trasporti, per esempio tassare la benzina per reinvestire gli utili in servizi pubblici migliori. Ma qui, stando a ciò che leggo, si tratta semplicemente di usare la benzina come bancomat per reperire soldi per attività comunque importanti, ma che non c’entrano niente (nello specifico, risarcire i danni delle frane). E se si comincia con questo, poi non si finisce più: si può continuare ad aggiungere sovrattasse sulla benzina per qualsiasi ragione.

Soprattutto, in un Movimento che si vuole basare sulla democrazia dal basso, credo che una posizione su una materia così sentita vada costruita discutendone con i cittadini. Anche il Comune dovrà trovarsi a prendere decisioni impopolari, probabilmente scegliendo se aumentare il biglietto del pullman o la sosta a pagamento (ne parlavamo giusto mercoledì in uno dei tanti thread che scaturiscono dal mio racconto delle commissioni su Facebook). Se sacrificio deve essere, sarebbe bello che fossero i nostri elettori a decidere cosa sacrificare.

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giovedì 21 luglio 2011, 20:19

2011 odissea nel rifiuto

Questa mattina, insieme a tutta la commissione Ambiente, abbiamo fatto un interessante sopralluogo alla ex discarica (chiusa da fine 2009) di Basse di Stura. L’amministratore delegato Maurizio Magnabosco ci ha guidati fino in cima alla collina, da cui la vista è davvero bellissima; la montagna di rifiuti è già coperta d’erba, e intorno lo sguardo spazia su tutta la città fino alle Alpi.

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Alla lunga, la città dovrà decidere se farne un parco o qualcos’altro, per esempio una grande distesa di pannelli fotovoltaici. Considerando però che nell’anno e mezzo dalla chiusura la cima della collina si è abbassata da sola di nove metri, capite che il tutto è piuttosto instabile e che ci vorranno una decina d’anni prima di poterci fare qualsiasi cosa; nel frattempo, il biogas estratto (con efficienza del 97%, la più alta al mondo – almeno secondo Amiat) viene utilizzato per produrre energia.

Magnabosco ci racconta che con la chiusura della discarica Amiat ha perso 30 milioni di utili, che guarda caso sono proprio la differenza tra quel che la città paga per il servizio di raccolta rifiuti (154 milioni l’anno) e quel che costa ad Amiat fornirlo (circa 185 milioni).

E’ chiaro che Amiat batte cassa, perché – finito l’attuale periodo di transizione in cui i nostri rifiuti vanno alla discarica Cassagna del CIDIU, a parte l’organico che va metà a Borgaro e metà a Pinerolo – ora le entrate da smaltimento di rifiuti di terzi andranno a TRM, che gestirà l’inceneritore (problema noto di cui vi parlavo già più di due anni fa). E dunque, il tema delle sinergie (fusioni?) tra Amiat e TRM si pone con forza, anche se ho il sospetto che qualcuno a Palazzo Civico possa preferire gli amici di Iren. (A proposito di inceneritori, Magnabosco ribadisce che un secondo inceneritore a Settimo da 100.000 tonnellate/anno è inutile perché sarebbe in perdita cronica; sotto le 300.000 tonnellate sarebbe una follia.)

Io gli chiedo notizie sull’estensione della differenziata porta a porta e lui alza il prezzo: l’assessore Lavolta aveva detto che servono due milioni di euro l’anno per ogni punto percentuale di incremento della differenziata, lui dice tre perché “la comunicazione è costosissima” e perché bisogna andare in centro dove il porta a porta non si può fare per mancanza di cortili. Gli facciamo notare che mancano ancora molti quartieri semicentrali, e anche che, passato l’investimento iniziale, Amiat dovrebbe iniziare a guadagnare dai materiali recuperati. Lui segnala che a Torino Amiat (pubblica) gestisce le fasi del ciclo in perdita, mentre quelle in attivo sono affidate ai privati, ad esempio a cooperative di tutti i colori (direi anzi arcobaleno). Altra bella questione!

Si chiude parlando di puzze, loro giurano che non arrivano dai loro impianti ma dai vicini campi nomadi, che sono circondati da discariche a cielo aperto e sono sede regolare di attività giusto un pelino inquinanti, tipo bruciare le guaine di plastica dei cavi elettrici rubati per estrarre il rame da rivendere. Partono racconti di zingari che bloccano i camion dell’immondizia, prendono il materiale che gli interessa e abbandonano il resto per strada; Amiat stima in due milioni di euro i soldi che servirebbero per ripulire la zona, operazione peraltro inutile perché dopo qualche mese sarebbe come prima.

Ma non era solo di questo che volevo parlarvi; è che stasera, in preparazione dell’estate, ho deciso di fare il grande svuotamento dei bidoni. Io ho tre grossi bidoni di plastica sul balcone (carta, vetro-lattine e plastica); produco pochi rifiuti, dunque i primi due vengono svuotati con le pulizie stagionali. A parte il fatto che appena ho sollevato il bidone della carta esso si è parzialmente sbriciolato come se fosse diventato di pane carasau, e dunque mi chiedo che razza di roba chimica corrosiva ci sia nell’aria di Torino; comunque, mi è venuto il dubbio delle confezioni dei biscotti.

Io consumo grandi quantità di biscotti in pacchetto di carta con interno di alluminio, che butto regolarmente nel vetro-lattine. Parlandone coi nostri esperti, settimane fa, mi avevano cazziato: secondo loro non erano riciclabili. Giunto il momento dello smaltimento, dunque, mi è venuto il dubbio, e ho pensato di andare sul sito Amiat per capire cosa dovevo fare.

Ho cercato con Google “amiat differenziata rifiuti”, ma il primo risultato non dice nulla di utile; ho guardato tutti i link della sezione, dove ci sono tante belle informazioni su che fine fanno i nostri rifiuti e quanto è brava Amiat, ma non l’informazione che credo cerchi il 99% dei visitatori del sito Amiat, ovvero “dove devo buttare questo materiale?”. Sulla sinistra vedo però un bel bannerone Flash con scritto “Buttalo giusto”: ok, sarà lì.

Clicco, e mi ritrovo su un fantasmagorico sito in Flash… perfettamente inutile. Già, perché tutto quel che posso fare è cliccare su un cassonetto e leggere un elenco molto incompleto di cosa ci va dentro. Peccato che il problema tipico dell’utente sia esattamente l’opposto, ovvero dato il materiale scoprire il cassonetto. Usability fail! Nemmeno cliccando su tutte le icone una per una trovo l’informazione: solo una gran perdita di tempo.

Un po’ scocciato, provo con l’home page… nemmeno lì c’è nulla di utile, solo trionfali comunicati stampa. Alla fine ce la faccio: c’è un’icona praticamente invisibile (grigio scuro su grigio chiaro…) con scritto “le guide di Amiat”; dentro, sperduto a metà elenco, c’è il link “rifiutologo”; lì dentro trovo finalmente un PDF di forma che pare appositamente studiata per non poter essere né maneggiata né stampata a casa, ma che almeno a schermo mi dà un elenco di materiali con associato il giusto cassonetto.

Vi risparmio l’ulteriore perdita di tempo nel cercare di capire quale materiale sia “busta dei biscotti”; cerchi “alluminio” e non trova niente di utile; cerchi “alimentari” e non trova niente di utile; alla fine è (sperando di aver valutato bene) l’intuitivo “confezioni per alimenti in carta argentata”. E va appunto nel vetro-lattine: alla faccia degli esperti.

Certo che (alla faccia della comunicazione costosissima) se ho dovuto perdere mezz’ora io per trovare l’informazione su dove buttare una normalissima confezione alimentare, come pensiamo che il torinese medio possa differenziare correttamente? Basterebbe che quel PDF fosse attaccato a un bel link grosso in home page…

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mercoledì 20 luglio 2011, 23:16

Varie sui trasporti

Ho capito che il lavoro di consigliere comunale, a pieno regime, è assolutamente a tempo pieno, tanto che manca persino il tempo per raccontare tutto quello che facciamo; stamattina sono entrato nella prima riunione alle 9, sono uscito dall’ultima alle 15:45 (con venti minuti di pranzo in mezzo), fino alle 17:15 ho scritto due interpellanze e smazzato posta e questioni varie, poi ho preso il pullman e sono andato al consiglio circoscrizionale aperto sugli allagamenti della Falchera, restando lì fino alle 20:30.

Siccome però quel che non viene raccontato non esiste, cerco lo stesso di dire in giro quel che vedo, se non altro tramite aggiornamenti di stato su Facebook (so che non è l’ideale ma è il metodo più gestibile che ho). Poi quando riesco faccio un post tematico.

Ad esempio, ora vi riassumo in breve le attività sul fronte mobilità. Lunedì scorso, l’assessore Lubatti ha risposto in aula alla mia interpellanza sui treni regionali Torino-Milano; ha esordito dicendo che non sono di sua competenza, e questo lo sapevo già, l’avevo pure scritto nell’interpellanza; poi ha cominciato a parlare del servizio ferroviario metropolitano. Alla fine io gli ho detto che il senso dell’interpellanza è che il Comune non si limiti a segnalare alla Regione e a Trenitalia le segnalazioni dei problemi (cosa che lui peraltro ha promesso di fare), ma che faccia anche pressione politica e morale perché vengano affrontati; siamo rimasti che a settembre vedremo di audire le varie parti coinvolte.

Nel frattempo, ho presentato una nuova interpellanza a proposito della metropolitana; in pratica i grossi temi sono due – il primo è il crescente sovraffollamento, e chiedo lumi sui margini esistenti per aumentare la capacità nel medio-lungo termine e su eventuali piani in materia; il secondo è l’opportunità di tanti piccoli miglioramenti a basso costo. Per esempio, si potrebbero segnalare meglio le porte adatte a chi entra con passeggini e carrozzine; si potrebbero togliere una parte degli strapuntini, che vengono costantemente occupati anche quando la carrozza è piena e non si riesce più a passare dalla porta; si potrebbe indicare con più chiarezza di stare fermi a destra sulle scale mobili per farsi passare a sinistra; si potrebbero mettere al piano tornelli degli schermi che indichino i prossimi passaggi dei mezzi pubblici nelle varie fermate della zona; si potrebbero avere macchine venditrici dove sia umanamente possibile pagare con la carta di credito e comprare qualcosa di più complesso di un biglietto di corsa semplice; e poi c’è l’annoso problema del portare le bici in metropolitana, eventualmente gestibile con una integrazione tra metro e bike sharing. Insomma, io di idee gliene dò, si spera che ne facciano buon uso.

Oggi ho poi presentato una ulteriore interpellanza sulla vicenda della linea storica di tram numero 7, semplicemente per sapere quali fossero i costi e i numeri dei passaggi e dunque per capire se abbia davvero così senso cancellarla nei giorni feriali, come hanno appena fatto, proprio nel periodo di massimo afflusso turistico.

Stamattina peraltro Lubatti è venuto in II commissione e così ci ha esposto un po’ di prospettive su viabilità e trasporti, che posso riassumere in due punti principali: ci saranno sempre più buche per le strade perché ci sono sempre meno soldi per ripararle (la relativa voce di bilancio è passata dai 7 milioni di euro del 2001 ai 2 milioni di euro di quest’anno); ci saranno sempre meno pullman perché la Regione sta tagliando i fondi (-12% in tre anni). A fronte di questo taglio, la scelta è se tagliare i mezzi pubblici, aumentare il biglietto o entrambe le cose; Lubatti si è anche detto intenzionato a mettere in piedi una profonda razionalizzazione che potrebbe includere un ridisegno generale della rete dei trasporti pubblici, come quello che fu fatto nel 1982.

Secondo me (e questo è ciò che ho detto in commissione) un momento di crisi come questo si può affrontare in due modi, quello rassegnato e quello coraggioso. Nel modo rassegnato, si comincia a tagliare il servizio e si derubricano i trasporti pubblici a “sistema residuale per sfigati” che nessuno usa se non è proprio costretto, come è negli Stati Uniti (anzi era, perché pure lì si stanno convertendo). Nel modo coraggioso, invece, si scaricano le necessità di nuovi fondi non sul trasporto pubblico ma su quello privato, ad esempio aumentando il costo della sosta, in modo da mantenere inalterata la qualità dei mezzi pubblici e contemporaneamente disincentivare l’uso dell’auto. Naturalmente il secondo è (almeno in prima battuta) impopolare, per cui ho pochi dubbi su cosa sceglieranno di fare.

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sabato 16 luglio 2011, 11:12

La lavanda non si tocca

Solo chi ha frequentato la Libera Repubblica della Maddalena conosce il vero senso di questo slogan, in ossequio al quale una serie di omoni che spostavano interi tronchi a cavallo della strada (le barricate venivano messe la sera e smontate al mattino per permettere l’accesso ai contadini e ai vignaioli) si muovevano in punta di piedi per evitare le piantine di lavanda coltivate in un fazzoletto di terra proprio accanto all’ingresso.

Ora che il territorio della Maddalena è passato dalla Libera Repubblica allo Stato italiano, tutto è stato calpestato e devastato; a parte cagare nelle tende per dispetto, a parte sfasciare la nostra roulotte e bruciare il camper No Tav solo per vendetta, ora la nuova gestione non permette più l’accesso nemmeno ai proprietari dei terreni, nemmeno a quelli che non fanno parte di nessun movimento e vorrebbero solo evitare che il proprio campo o la propria vigna andasse in malora, come puntualmente sta accadendo. Il prato recintato che nasconde il villaggio neolitico della Maddalena, che durante il presidio era sacro, ora è stato usato come parcheggio per i blindati e rovinato forse irrimediabilmente; il museo è stato trasformato in caserma. Tutto questo senza aprire un metro di cantiere, anche perché l’area recintata non è quella dove devono iniziare lo scavo, ma quella militarmente più definibile; al momento non c’è nessun cantiere, solo truppe.

In tutto questo, ieri è uscito un video dove si vede benissimo il trattamento riservato dalla polizia ai fermati, trascinati per centinaia di metri mentre i poliziotti si avvicinano e li prendono a calci e bastonate, nonché una sassaiola da parte degli stessi poliziotti. A me non interessa tanto parlare di chi ha ragione o chi ha torto, interessa far notare che quello che è avvenuto a Chiomonte non assomiglia tanto a una operazione di polizia, quanto a uno scontro tra due eserciti sovrani, per quanto con grande differenza di mezzi militari: una guerra civile.

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venerdì 15 luglio 2011, 11:03

Il programma di Fassino: cosi è la politica

Mercoledì sera, dopo una lunga maratona, il consiglio comunale ha approvato il programma del prossimo quinquennio; ed è stata una vicenda molto istruttiva per capire come funziona la politica.

Vediamola dal nostro lato: già vi abbiamo raccontato di come io e Chiara abbiamo presentato in totale 49 emendamenti di merito, assolutamente non ostruzionistici. In particolare, dato che non ci interessano i teatrini ad uso telecamere, abbiamo cercato di evitare le proposte che tanto la maggioranza non avrebbe mai accolto e di presentare invece soprattutto quelle su cui qualsiasi persona di buon senso avrebbe potuto concordare, cercando di riempire i numerosi buchi della bozza iniziale.

Bene, nella nostra ingenuità ci aspettavamo dunque che si potesse avere un esame in aula (per quanto breve, se no saremmo stati lì fino a settembre) delle nostre 49 proposte; e ci aspettavamo anche, meno ingenuamente, che avremmo dovuto ridurle a una ventina delle più importanti, in spirito costruttivo per non allungare la discussione.

Nulla di tutto questo; infatti, il regolamento riconosce alla maggioranza la possibilità di presentare una “mozione di accorpamento” che riunisce un qualsiasi numero di emendamenti in uno solo, che si può poi votare (e bocciare) in blocco; di fatto vengono così eliminati tutti quegli emendamenti, che non arrivano nemmeno a essere esposti e discussi in aula. E’ una misura anti-ostruzionismo, se no i 2700 emendamenti della Lega avrebbero bloccato i lavori per mesi; peccato che la maggioranza abbia deciso di applicarla non solo agli emendamenti ostruzionistici, ma a tutti gli emendamenti delle minoranze, anche quelli costruttivi, salvandone solo qualcuno in segno di buona volontà. Dunque, decidono loro quali nostri emendamenti possono essere discussi e votati e quali no.

Ora, la selezione nel nostro caso è avvenuta come segue. Mentre io ero in conferenza capigruppo, arrivano Chiara e il vicecapogruppo del PD con quattro fogli in mano (gli emendamenti si possono presentare solo su carta, uno per foglio); in pratica, il gruppo PD si è riunito e ha deciso di tenerne quattro dei nostri. Ma non quattro perché li hanno letti ed erano quelli che hanno trovato ragionevoli; quattro perché zero o uno sarebbe stato uno schiaffo morale troppo forte, e sei, otto, dodici sarebbe stato un regalo eccessivo.

Infatti, la logica in vigore è che se un nostro emendamento di buon senso viene approvato non è tanto un bene per la città, quanto una occasione per noi per dire a voi che ci avete votato che siamo stati bravi e far bella figura; dunque, ce ne lasciano qualcuno in segno di ringraziamento perché non abbiamo fatto ostruzionismo (altrimenti la prossima volta arriveremmo anche noi con 2700 emendamenti) ma non troppi per non permetterci di fare una figura troppo bella.

In sostanza, dunque, quali fossero i quattro da tenere era relativamente poco importante; e infatti, quando ho visto i quattro scelti dal gruppo PD, ho sbarrato gli occhi e mi è venuto da ridere, perché tra i quattro che avevano tenuto ce n’era uno dei soli due o tre veramente “antagonisti”, quello che cancellava l’impegno a realizzare la Tangenziale Est. Purtroppo ha sbarrato gli occhi (ma senza ridere) anche Lo Russo, capogruppo del PD, e ha subito tirato via il foglio…

…e mi ha detto “dai ve ne passiamo tre, son già tanti”. Io ho risposto “ma no dai, sono buoni emendamenti, teniamone qualcun altro”. Lui ha abbozzato, allora ho detto “ma se ce ne passate ancora un po’ magari sul documento finale ci asteniamo”. Lui ha detto “Ah beh allora cambia tutto, se è così tirane fuori un altro paio e mettimeli qui”, e io ho avuto circa dodici secondi per sfogliare una pila di 49 fogli, scegliere e salvare dalla cancellazione altri due emendamenti, se ben ricordo quello sulla base low cost all’aeroporto e quello sulla tutela degli animali. Lui ha chiamato il suo ufficio per dargli i numeri degli emendamenti da salvare, poi mi ha detto “ok sull’astensione ci conto eh?” e io “sì però dammi il tempo di pensarci e di parlarne con Chiara”.

Poi, parlandone tra noi, nonostante il 90% del documento sia talmente generico da non dire nulla di così impossibile da condividere, abbiamo deciso che non potevamo non votare contro a un documento che conteneva Tav, inceneritore e compagnia bella, e dunque un’oretta dopo gliel’ho comunicato, per correttezza. Lui ha risposto “chissà come mai me lo aspettavo” ma ci ha comunque lasciato i cinque emendamenti, che alla fine erano tre scelti da loro e due da noi.

Alla fine, in aula, ce ne hanno approvati tre (sviluppo dell’aeroporto, tutela degli animali e lotta al gioco d’azzardo) e bocciati due (piste ciclabili su tutti i corsi + estensione del bike sharing e valutazione dell’impatto sulle pari opportunità di tutte le decisioni amministrative) perché secondo il sindaco questi due erano “impliciti” in ciò che aveva già scritto (sarà…). E dunque ora, in questo teatrino, devo venire da voi a bullarmi del fatto (peraltro vero) che se non fosse stato per noi non ci sarebbe stata nemmeno una riga sulla tutela degli animali, sulla base low cost a Caselle e sulla lotta al gioco d’azzardo.

La verità è che tutta la faccenda è stata invero triste. Come già vi dicemmo, il documento in sé non era granché, molto generico e con poche idee concrete. La discussione è stata pure peggio: la maggioranza stessa, soprattutto SEL, ha chiesto subito un rinvio di una settimana perché Fassino non aveva consultato i suoi partiti prima di pubblicarlo. Poi sono arrivati gli emendamenti ostruzionistici della Lega a cui la maggioranza ha risposto cancellando sostanzialmente la possibilità delle opposizioni di partecipare all’elaborazione del testo, eliminando tutti gli emendamenti a parte due del PDL, cinque dei nostri e tutti quelli di Musy, che si era già messo d’accordo di suo (come ampiamente riportato dai giornali) e alla fine infatti non ha votato contro al programma ma si è astenuto.

Di fatto, abbiamo passato due pomeriggi fino alle nove di sera a discutere il programma non per i dubbi delle opposizioni, ma per i dubbi della maggioranza; mercoledì pomeriggio è stato uno spettacolo di dissenso interno, con SEL che si barcamenava per inserire i suoi punti-bandiera non condivisi da Fassino (e infatti alla fine non gliene hanno passato quasi nessuno, accettando solo emendamenti minori o riscrivendoglieli al volo in maniera molto annacquata, e loro hanno “convintamente votato”, parole loro, un programma contenente Tav e inceneritore) e con una discussione di mezz’ora tra i cattolici e i laici del PD sulle parole “quoziente familiare”, che peraltro in sé non vogliono dire nulla.

Il bello è che la maggioranza aveva pure imposto di limitare a un quarto d’ora per gruppo il tempo per parlare in aula, per evitare che le opposizioni la tirassero in lungo; dopodiché, a forza di arguire, i due partiti che sono arrivati al limite sono… PD e SEL; la Lega ha chiesto di far rispettare la regola, è scoppiato un putiferio, si è sospeso il consiglio per mezz’ora, il presidente ha giurato che da suoi conti il tempo del PD non era ancora finito e che avevano ancora un paio di minuti, la seduta è ripresa, poi all’emendamento successivo un consigliere PD ha parlato per altri cinque minuti e nessuno ha detto niente; le regole valgono solo per gli altri.

Insomma, abbiamo capito che noi, a parte l’ostruzionismo, non potremo fare nulla che non ci sia gentilmente concesso dalla maggioranza; il che ci lascia di fronte alla scelta politica tra essere sempre durissimi e non ottenere mai nulla, o essere costruttivi e dialoganti e ottenere tre emendamenti su 49. E su questo punto attendo le vostre opinioni.

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