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Archivio per il mese di agosto 2015


lunedì 31 agosto 2015, 18:20

Un’offerta al supermercato

Oggi sono andato a fare la spesa al supermercato.

Ho visto un articolo evidenziato in rosso come grande offerta: 1,99€ invece di 2,89€, -31%. Come farselo sfuggire? Ne ho presi due. Poi arrivo alla cassa, pago il totale, per scrupolo guardo lo scontrino e… niente sconto.

Segnalo la cosa alla cassiera, che mi guarda con sufficienza e dichiara che il prezzo è quello che scrive la cassa, si gira e si rimette a passare i clienti successivi.

Allora io resto lì con la spesa mentre la mia compagna torna dentro e fa la foto al prezzo sullo scaffale. Con la foto in mano, riapprocciamo la cassiera, che a quel punto chiama un conciliabolo di supervisori e cassiere, dicendo con aria scocciata: “sostengono che su quello c’era uno sconto”.

L’altra cassiera fa: “si vede che lo sconto finiva ieri e non abbiamo ancora tolto i cartelli, il prezzo è quello sullo scontrino”. Dobbiamo averla guardata male in due, perché poi aggiunge: “ma voi lo volevate al prezzo esposto?” Ovviamente abbiamo risposto di sì, e difatti è finita così: ci hanno ridato in mano 1,80€ di differenza.

Perché, vedete, anche per legge il prezzo esposto (e non quello memorizzato nelle casse) è quello vincolante, anche se fosse sbagliato, a meno che l’errore non sia talmente evidente da essere immediatamente riconoscibile da chiunque (per esempio, se ci fosse un cellulare da 199€ esposto a 1,99€). E un negoziante non può esporre in vendita un prodotto a un certo prezzo e poi rifiutarsi di vendertelo.

E quindi, specie nei supermercati di oggi dove le offerte vanno e vengono, è sempre opportuno buttare un occhio sullo scontrino e se necessario contestare le differenze: per uno che controlla, chissà quanti pagano e vanno a casa contenti per uno sconto mai ricevuto.

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sabato 22 agosto 2015, 09:37

Il sud della Francia in venti tappe

Da quando faccio politica ho praticamente smesso di pubblicare sul mio blog i miei racconti di viaggio: c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire sul luogo, sul mezzo, sul cibo, sul tempo, sostenendo che non sono compatibili col Movimento 5 Stelle. Ma siccome tra sei mesi è finita, quest’anno me ne frego: ecco quindi un viaggio nel Sud della Francia in venti tappe. Ho cercato di offendere in uguale maniera tutte le diverse nazionalità e i diversi posti visitati; spero che i francesi (tra cui annovero anche diversi parenti stretti) non si incazzino. Tanto, come racconta Paolo Conte, è dal 1948 che i francesi si incazzano.

Colle della Maddalena. Il valico di espatrio rapido preferito dai Briatore si raggiunge con una lunga strada misteriosamente ancora strozzata da diversi semafori a senso unico alternato con annessi venti minuti di coda (e poi si chiedono perché i turisti non vengono). Per arrivarci bisogna schivare un po’ di tutto, compreso il sindaco di Gaiola appostato con l’autovelox. Ma io ho fatto tutto il paese a 50 orari precisi, tiè.

Col d’Allos. A oltre 2200 metri di altezza, è uno dei valichi alpini più affascinanti da percorrere in auto, salendo da Barcellonetta su una stradina scavata col cucchiaino a metà di interi costoni verticali, e che i francesi hanno lasciato praticamente priva di guard-rail per “non turbare l’atmosfera naturale”, la quale include anche la selezione naturale su chi prende le curve troppo larghe. Il fascino si perde un po’ se esattamente in cima ti arriva un SMS di Casaleggio che dice “il tuo pezzo è sul blog” e tu ti chiedi “quale pezzo?!?”.

Gole del Verdon. Te le vendono come il Grand Canyon d’Europa ed effettivamente lo sono, grazie a un disegno alla Escher per cui un momento il fiume è lì accanto alla strada e pochi chilometri dopo ci sono 750 metri di dislivello verticale. La strada delle creste, anch’essa priva di guard-rail per non turbare l’atmosfera naturale, farà venire i brividi anche ai più scafati. Anche qui, il fascino si perde un po’ se dopo avere ignorato cinque chiamate da uno sconosciuto numero di Milano decidi di prendere la sesta, e ti ritrovi in diretta su Radio Popolare con un giornalista che ti chiede cose tipo “ma lei, da grillino razzista senza cuore, veramente vuole far arrestare uno straniero solo perché ha violato la legge?”.

Marsiglia. Ogni città si riconosce dal suo odore, e la principale città dell’Algeria si riconosce da un intenso puzzo di piscio: mi sa che devono sistemare le fognature. A parte questo piccolo inconveniente estivo, Marsiglia si trova in una collocazione splendida, con sole, mare, verde, spiagge, isolette rocciose e l’intera costa dei calanchi a dieci minuti di macchina dal centro. A questo punto, qualsiasi altra cosa diventa irrilevante: un posto per viverci e per mangiare un ottimo couscous.

La Ciotat. Se proprio non vi piace la città, potete sempre andare a stare in una delle cittadine lungo la costa marsigliese…

Arles. E’ la quarta volta che ci vado ma l’anfiteatro è sempre un bel vedere, anche se una volta non c’erano i cinesi che scavalcano le transenne per farsi la foto in bilico sugli archi a trenta metri d’altezza, con i francesi intorno che tifano apertamente gravità; e nemmeno le corse di tori (anche dette “farei una corrida ma qui in giro ci sono troppi animalisti”) tre volte a settimana. E’ una buona base per tutta la zona e ci sono un mucchio di tramonti sul Rodano e ristorantini carini, anche se nei luoghi turistici della Francia del sud non riuscirete mai a spendere meno di 20-25 euro a testa per un piatto e un dessert, a meno di non mangiare kebab, centro commerciale o il fantastico Mezzo di Pasta (amorì al pestò).

Camargue. Ma non quella più turistica, bensì quella naturalistica: piazzate il cruise control a 4×20+10 chilometri orari (in Francia ci sono autovelox ovunque, pure sulle strade secondarie) e passate la giornata girando per una straordinaria varietà di ecosistemi e paesaggi. Questa è la riserva naturale semiasciutta, che sarebbe stata piena di uccelli se non ci fossero stati 38 gradi all’ombra, ma poi ci sono le distese sabbiose, gli stagni pieni di fenicotteri che camminano, le saline, e infine la spiaggia di Piemosson, totalmente libera e priva di strutture ma piena di camper, tende, ombrelloni e bambini abbandonati sulla sabbia a perdita d’occhio.

Acque Morte. Invece di andare nel casino di Sante Marie del Mare, la Porto Cervo degli zingari in cui gli zingari sono ammessi solo fuori stagione e/o se coreograficamente in sella a un cavallo, potete andare ad Acque Morte che non è sul mare, ma è molto più bella; il giusto punto medio tra una cittadina medievale turistica svuotata dell’anima e un posto ancora vivo.

I Boh di Provenza. A una cosa sola serve questo posto, cioè alla scoperta della bauxite, senza la quale non esisterebbero le lattine di alluminio e i fogli di alluminio in cui avvolgere gli avanzi e tenerli in frigo fin che non marciscono. Invece loro insistono nel voler essere il villaggetto arroccato pieno di negozietti di souvenir e di gallerie d’arte, succursale del Principato di Monaco. Valli a capire, anzi: boh.

Glanum. Questa città romana sulle pendici delle Alpilles è una piacevole tappa: essendo una città romana in rovine, la densità di persone è piacevolmente scarsa, proprio come il pubblico di We-Used-To-Talk-About-History Channel. Le rovine non saranno quelle di Efeso, ma sono comunque interessanti; e proprio a fianco si può visitare il tranquillissimo chiostro ex manicomio che ospitò Van Gogh, e senza impazzire.

Nimes. Quando insieme al gigantesco anfiteatro vi proporranno di visitare anche una torre romana immersa nel verde da cui si gode uno splendido panorama, non fatevi fregare: la torre apparentemente è abbastanza vicina, ma si trova in cima a una collina persa in un dedalo di sentieri in mezzo a un parco. Visto l’anfiteatro e vista da fuori la Maison Carrèe, uno splendido tempio romano in mezzo al quale hanno piazzato un orrido filmato multimediale con luci e colori (una pratica che si espande per i monumenti francesi come un cancro), potete tranquillamente riprendere la macchina e andare altrove.

Ponte del Gard. Quando c’ero stato da ragazzo si poteva ancora percorrerlo in cima, al livello più alto; adesso è un’esperienza preclusa, se non a piccoli gruppi su prenotazione e con una guida che non ti lascia più provare il tuo coraggio sporgendoti da decine di metri di altezza e/o gridando dall’alto ai francesi battute sulla testa di Zidane. Il ponte però è bellissimo, un vero orgoglio dell’ingegneria italiana; e bisogna passarci sotto per accorgersi di quanto è immenso. Sta su da quasi duemila anni a ricordarci che un tempo, a Roma, non c’erano le cooperative rosse.

Carcassona. Visitare Carcassona d’estate è come visitare la metropolitana nelle ore di punta: un’esperienza da incubo. Dopo due ore di traffico in autostrada, venti minuti di coda per uscire al casello (solo due porte aperte) e altrettanti di portellate per trovare un parcheggio a chilometri di distanza, vi troverete in mezzo a bambini urlanti e padri disperati che cercano di trascinare un passeggino doppio sulle pietre sconnesse della cerchia di mura, e rimpiangerete Acque Morte, o la morte direttamente.

Castello di Peyrepertuse. Vale il viaggio da solo: una antica fortezza catara messa in cima ad un costone roccioso sospeso sul nulla. Per arrivarci dovete infilarvi nelle valli e nelle gole dei Pirenei Orientali, salire con la macchina per chilometri, e poi salire a piedi su un sentierino scosceso (e c’è chi si presenta in ciabatte da mare). Non si riesce a capire come abbiano fatto a costruire quella roba lassù, in mezzo al vento e alle nuvole che vanno e vengono, ma la visita è una esperienza fantastica. E se vi prendete abbastanza tempo, in giro per la zona ce ne sono altri da visitare.

Avignone. Avignone è la capitale delle grandi opere inutili del Medioevo: un immenso palazzo papale che fu usato per non più di trent’anni (più altri quaranta di mitomani che vi giravano dentro gridando “sono io il vero Papa!”) e un ponte che rimase in costruzione e/o in riparazione perenne per cinque secoli, fin che il fiume non se ne portò via definitivamente la maggior parte; tanto è vero che ci dovettero fare su una canzone. Ma rimane nel cuore per un drammatico scontro di civiltà e di degrado umano: un ragazzo americano che entra in una boulangerie, indica la macchina del caffé e chiede “un lattè”. Le commesse sono sconvolte ancora adesso; il governo francese sta preparando una causa a Starbucks.

Orange. Sti simpaticoni hanno un teatro romano magnifico, ma non te lo fanno visitare perchè quella sera c’è il concerto di un tamarro in braghettoni medievali e pelo lungo che suona una imitazione pop francese di Riverdance. Ora, sappiamo tutti che i francesi ascoltano solo musica di merda – per sbaglio in macchina ho acceso la radio e a fine vacanza ho dovuto disinfettare le casse con l’Amuchina – ma questo è davvero troppo: siamo dovuti tornare il giorno dopo e abbiamo pure pagato il parcheggio nonostante sabato 15 fosse un giorno festivo. E dentro il teatro ci sono pure ben quattro filmati multimediali con spettacolo di luci e colori, compreso uno in cui un Roberto Alagna francese prende per il culo un Roberto Alagna italiano. Vergogna!

Monte Ventoso. Una volta nella vita bisogna salire su una delle cime epiche del ciclismo, anche se è più riposante farlo in macchina. Per buona parte del tempo si sale in una magnifica foresta, con una strada sufficientemente larga da poter superare anche il più rognoso dei camper; poi si sbuca fuori e ci si trova sulla luna. In cima tirava vento e c’erano quindici gradi, ma si stava benissimo: un posto veramente alieno, talmente alieno che le auto rallentano per far passare sciami di biciclette.

Gordes. Mi piacerebbe raccontarvi com’era il paesino, ma era in corso un tale assalto che è risultato impossibile parcheggiare, persino volendo pagare i canonici quattro euro a forfait che i francesi ti chiedono appena posi la macchina. Siamo andati a vedere la vicina Abbazia di Senanque, in teoria una bella chiesa medievale circondata dai campi viola di lavanda, ma la lavanda era grigetta e piena di cinesi che ci si facevano le foto in mezzo. Troppa gente!

Roussillon. La foto non rende l’idea della meraviglia che è il sentiero delle ocre nelle ultime ore di luce del giorno; tutte le tonalità dal giallo al rosso si presentano continuamente agli occhi, mescolate all’azzurro del cielo e al verde degli alberi. Basta non incontrare una famigliola milanese in cui l’unico interessato ai colori delle ocre è il padre, mentre i due ragazzi dallo scazzo lungo un miglio chiedono insistentemente lasagne per cena: esportiamo degrado.

Vaison-la-Romaine. Invece di fare la solita noiosa autostrada della Durance, una volta scavallato il Monginevro potete prendere per Gap e per la valle della Drome e sbucare a Vaison-la-Romaine, una vera sorpresa. Il posto è fresco e tranquillo e ci sono delle belle rovine romane, una cattedrale dell’anno mille, un centro medievale, un ponte antico, un Lidl… e nei Lidl francesi hanno il tabulé pronto in vaschetta gusto pollo: un segno inequivocabile della superiorità della civiltà francotedesca su quella romana.

EXTRA: Facciamoci riconoscere. Nel parcheggio di Roussillon, nei giorni di maggiore afflusso dell’anno e con una coda perenne in attesa, macchine di mezza Europa erano parcheggiate ordinatamente, tranne una: lui. Lui che da buon italiano ha deciso che aveva assolutamente bisogno di occupare due posti perché così stava più comodo. Più specificamente, sulla cornice della targa si legge: “NISSAN SCHIANO – MONTE DI PROCIDA (NA)”. Ma prima di prendermi del leghista sabaudo che da centocinquant’anni vive rapinando le finanze duosiciliane, devo precisare che Procida è un posto talmente bello che ai suoi abitanti posso concedere qualsiasi cosa.

EXTRA: Gasolio in Francia. Perché il prezzo del gasolio può anche essere così! Del resto al ritorno ho tentato di rabboccare un’ultima volta a Briançon, ma non ci sono riuscito: a forza di italiani in rientro, il gasolio era esaurito in tutta la città…

EXTRA: Grand Hotel Francia. Penso che questa foto, scattata nel pieno centro di Marsiglia, riassuma benissimo tutto. L’universo, la vita, tutto quanto.

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giovedì 6 agosto 2015, 22:20

Hiroshima 70

L’anno scorso sono stato a Hiroshima. E’ una città bruttina, ma questo è comprensibile visto che ha dovuto essere ricostruita da capo nel dopoguerra, con i mezzi allora disponibili; per i “grattacieli e ristoranti chic” menzionati da La Stampa consiglierei di andare altrove, e le principali attrazioni mondane sono una galleria commerciale pedonale alla giapponese (bruttina quanto il nome della locale squadra di calcio, il tremendo Sanfrecce) e il palazzo degli okonomiyaki (peraltro ottimi). Anche l’economia non è proprio frizzante, trattandosi di un’altra città dell’automobile (nello specifico la Mazda).

E’ vero però che la visita al Parco della Pace, per quanto affollato di turisti, è un’esperienza indimenticabile; e proprio quest’aspetto dimesso contribuisce al contrasto. Succede di prendere un vialone di palazzoni, girare un angolo, e trovarsi davanti senza preavviso alla cupola del destino. Colpisce perché nei nostri sogni, nelle foto viste e riviste, viene da immaginarla enorme, troneggiante su una tragedia senza pari; in realtà è piuttosto piccola, poco più che una elaborata stazioncina di provincia. Se non sapeste, potrebbe sembrare la vecchia casa del custode di un più grande complesso novecentesco che oggi non c’è più, di quelle vecchie casette abbandonate e mezze crollate che punteggiano le nostre rovine industriali.

E’ proprio questo che alla fine colpisce, di Hiroshima; che in fondo è tutto così cruciale, ma anche così normale, così insignificante. Come l’incendio che distrugge il bosco, che poi con gli anni ricresce, ogni tanto il genere umano si ammazza un po’, e poi ricresce. L’anormalità vera sono i settant’anni di pace da Hiroshima a oggi – pace peraltro piuttosto relativa persino in Europa, basta citofonare alla Jugoslavia – e non il fatto che il genere umano ogni tanto si massacri da solo.

A Hiroshima si va, si riflette, ci si commuove; il Parco della Pace e il relativo museo sono pieni di angoli commoventi, a partire dalle gru di carta in memoria di Sadako, una di quelle storie di pura e straziante giapponesitudine (determinazione e sfiga, sfiga e determinazione) che, se non ci fosse stata la sacralità di una tragedia vissuta direttamente, sarebbe senz’altro diventata un cartone animato meisaku della Nippon Animation. Tutti lasciano il Parco della Pace giurando che qualcosa del genere non succederà mai più. Tutti sanno di mentire.

E’ bello e rassicurante, infatti, pensare che i settant’anni di pace di cui sopra siano giunti per via di una maturazione collettiva dell’umanità, grazie al monito e al sacrificio non vano di Hiroshima e di Nagasaki. Più probabilmente, i settant’anni di pace sono giunti perché c’erano in giro troppe armi, non perché ce ne fossero poche; perché sulle armi si reggeva un ordine mondiale rigidissimo (su questo, citofonare Aldo Moro) e non perché il militarismo e la voglia di supremazia armata fossero retaggi del passato.

E infatti, da quando è finita la guerra fredda c’è molta meno pace di prima, e le nostre stesse società scricchiolano sotto i colpi del libero e bello disordine mondiale; fino a quando un’arma di distruzione di massa non finirà in mano a un pazzo qualsiasi, e chissà dove sarà l’inizio della prossima carneficina. Spiace per chi ci finirà in mezzo, ma alla fine Hiroshima rassicura in un’altra direzione; che per quanto ci si impegni, estirpare completamente l’umanità dall’ecosistema planetario è molto più difficile di quello che sembra.

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