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Archivio per la categoria 'SinchËstèile'


domenica 11 Nov 2018, 11:44

Una domanda sul futuro di Torino

Ieri si è, di fatto, aperta in prospettiva la campagna per le elezioni comunali torinesi del 2021.

Innanzi tutto, Appendino e il M5S sono morti che camminano, perché da una parte hanno perso il sostegno di quelle elite cittadine che pensavano che tutto sommato una persona come Chiara, che di quell’ambiente fa parte, potesse garantire una gestione più dinamica ed efficiente del vecchio Fassino; e dall’altra hanno deluso tutti quelli che li hanno votati per avere una amministrazione decisamente alternativa che funzionasse meglio della precedente e che rivoluzionasse la città, cosa che non è successa. E’ possibile che possano recuperare all’ultimo cambiando decisamente passo, ma pare difficile.

Il vero dramma è che l’affondamento del M5S rischia di affondare con sé l’idea stessa che una alternativa al governo dei salotti buoni, del triangolo PDFiatPolitecnico e delle grandi opere sia possibile – e questa è una responsabilità storica gravissima di Appendino & friends.

La piazza di ieri era piena della stessa gente che nel 2011 veniva ad ascoltare Grillo; gente normale, preoccupata per l’evidente degrado di Torino e delusa dall’incapacità dell’amministrazione (che molti di loro hanno votato). Furbescamente, l’elite di cui sopra adesso si traveste di populismo di segno opposto, elimina le bandiere di partito e però mette il cappello sulla delusione spingendola nella direzione che a lei conviene, quella del solito modello cementizio e megalomane (TAV, Olimpiadi, ipermercati…). In questa situazione, la gente sarà spinta al ritorno al passato, appena appena rinnovato in superficie con la promozione delle ex seconde file per raggiunti limiti di età di Fassino e Chiamparino, e/o con la classica cooptazione del professore/notaio/professionista di turno.

Eppure, i ragionamenti sui modelli di sviluppo originariamente alla base del Movimento 5 Stelle (e del movimento No Tav) sono ancora validi. La gente giustamente vuole sviluppo, ma davvero l’unico modello di sviluppo è quello del cemento? Io credo di no. Allora, come fare a disaccoppiare il fallimento del M5S, indiscutibile, dal fallimento del modello alternativo di sviluppo, che in realtà non è affatto fallito, perché il M5S non l’ha nemmeno provato? E’ possibile sostenere quel modello alternativo senza che esso sia identificato con l’impreparazione, l’arroganza e l’inefficienza dimostrati dal M5S in questi due anni e mezzo, e come?

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lunedì 1 Ott 2018, 14:15

Alcune domande sul reddito di gigginanza

Ci sono alcune cose che non ho capito del reddito di gigginanza, ossia la versione Di Maio del reddito di cittadinanza – e parlo di “versione Di Maio” perché il reddito di cittadinanza sarebbe una cosa seria, una misura che da anni viene discussa e sperimentata in mezzo mondo per provare ad affrontare in modo nuovo gli effetti della globalizzazione e della digitalizzazione dell’economia; ma qui non si capisce più cosa sia davvero.

All’inizio, infatti, anche nelle proposte del M5S il reddito doveva essere dato a tutti, potenzialmente a 60 milioni di italiani in quanto cittadini, come sostegno a tempo indeterminato “perché esisti”, e come forma di redistribuzione della ricchezza generata dall’automazione e dalla delocalizzazione, che tendono naturalmente ad eliminare i posti di lavoro meno qualificati e a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi.

Era una visione nobile che guardava lontano, però si è capito che nel breve termine il progetto non stava proprio aritmeticamente in piedi, e allora, sin dalla scorsa legislatura e poi nel programma elettorale, Di Maio ha trasformato il reddito di cittadinanza in un sussidio di disoccupazione per 6,5 milioni di persone sotto un altro nome: te lo do ma solo fin che non trovi un nuovo lavoro, e solo se non rifiuti più di tre offerte di lavoro.

Poi però si è giustamente fatto notare che se ci sono 6,5 milioni di disoccupati non si capisce dove possano saltar fuori 6,5*3 = 19,5 milioni di offerte di lavoro; se ci fossero, i 6,5 milioni non sarebbero disoccupati. Allora, per rispondere all’accusa piuttosto sensata di voler mantenere i fancazzisti a vita (o, in alternativa, di sparare ogni giorno a cazzo la prima cosa che gli veniva in mente), Di Maio ha cambiato di nuovo versione, e il reddito di cittadinanza è diventato un lavoro socialmente utile: te lo do, ma solo in cambio di 8 ore a settimana di lavoro nel tuo Comune.

Ora, a parte il fatto che i lavori socialmente utili esistono da decenni e non hanno mai “abolito la povertà”, il problema è che 6,5 milioni di persone sono oltre un decimo degli italiani; a Torino, proporzionalmente, le persone da far lavorare nel Comune sarebbero 90.000, forse di più. Ma l’intero Comune di Torino ha 10.000 dipendenti: come farebbe a gestire 90.000 persone, generalmente poco qualificate, che lavorano un solo giorno a settimana, con un ricambio continuo che impedisce qualsiasi tipo di formazione o di pianificazione del lavoro? Ogni dipendente comunale avrebbe ogni giorno due persone diverse che lo guardano da dietro le spalle in attesa di fare qualcosa, e dovrebbe smettere di fare il suo lavoro per istruirli, salvo poi averne due diversi il giorno dopo? Oppure queste persone dovrebbero auto-organizzarsi e fare da soli qualcosa, pulire le strade, tagliare l’erba… ma in tal caso, chi gli dà i mezzi, chi gli spiega cosa devono fare, chi controlla il lavoro che fanno? Dove trovano i Comuni i fondi e il tempo per gestire questa massa di persone?

E se poi anche si riuscisse a organizzare questo tipo di lavori, anche per un numero molto minore di persone, cosa sarà dei lavoratori di tutte le imprese e cooperative che attualmente forniscono servizi ai Comuni in subappalto? Verranno lasciati a casa perché il loro lavoro sarà già coperto dai “precari istituzionali” del reddito di cittadinanza? E poi si darà il reddito di cittadinanza anche a loro?

Ma allora, facendo un debito pubblico aggiuntivo da decine di miliardi di euro per sostenere il lavoro, non era meglio limitare il sussidio a un più modesto sostegno temporaneo per chi perde il lavoro, e poi investire nella creazione di posti di lavoro veri, dignitosi, inquadrati regolarmente, non dico nel privato tramite incentivi alle aziende (eresia!), ma almeno in quei settori in cui il pubblico impiego è davvero sottodimensionato? Sarebbero stati di meno, ma sarebbero stati reali, utili, stabili, e persino, se ci si fosse impegnati in tal senso, meritocratici.

O il problema era che così non si potevano gridare tanti slogan dal balcone, non si potevano sollecitare i voti di così tante persone, non si potevano dare soldi a pioggia a mezza Italia, anche a chi li aspetta come beneficio clientelare in cambio di nessuna fatica?

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mercoledì 27 Giu 2018, 17:40

Travaglio Fede

L’ho già detto altre volte, ma io alla famiglia Travaglio sono legato da un rapporto, ancorché non particolarmente stretto (non li sento da un paio d’anni), che va oltre la politica. Li ho conosciuti già nel secolo scorso, prima che Marco andasse da Luttazzi e diventasse Marco Travaglio; sono stato a casa loro, anzi nel 2010, per le regionali, andai personalmente a casa dei genitori a portare una pila di volantini. Lo stesso rapporto affettivo c’è con il Fatto Quotidiano in generale; andai a Milano da Peter Gomez a discutere di progetti Web ben prima di diventare un politico, e lo ricordo prendere la parola a mio favore durante una puntata della Zanzara.

Eppure, quando oggi ho letto l’editoriale di Travaglio intitolato “L’Olimpiade dei cretini”, non sapevo bene se mettermi pietosamente a ridere o se incazzarmi. Praticamente, dopo una lunga premessa, l’editoriale è dedicato a dire che sì, le Olimpiadi sono tradizionalmente un disastro economico per le città che le ospitano e la fonte di sprechi e corruzione (e di finanziamento alle mafie, aggiungo io, anche se Travaglio pare esserselo dimenticato), però se le fa il M5S è diverso.

Contrordine compagni, abbiamo sempre detto che le Olimpiadi erano uno spreco ma ora abbiamo scoperto che portano ricchezza! E le riolimpiadi a cinque stelle saranno diverse, perché magicamente gli impianti abbandonati, ormai in gran parte ridotti a ruderi irrecuperabili (lo diceva anche il buon Pagliassotti in questo servizio di quattro anni fa di un giornale che curiosamente si chiamava proprio come quello di Travaglio), saranno ricostruiti con la sola imposizione delle mani e senza alcuna spesa, e non ci saranno sprechi e corruzione, no no.

Pur di promuovere il grande affare, Travaglio arriva a prendersela con i consiglieri comunali del M5S che si sono permessi di fare il loro lavoro e chiedere di vedere e discutere la candidatura prima di inviarla, visto che il dossier di Torino 2026 è noto a Travaglio, ad Appendino, a Grillo, a Christillin, Chiamparino e compagnia bella, ma non al consiglio comunale e ai torinesi, che dovrebbero essere gli unici a decidere. Nella teorica democrazia diretta del M5S, i cittadini avrebbero dovuto decidere tramite un referendum; ma anche in quella rappresentativa attualmente in vigore, è il sindaco ad obbedire ai consiglieri comunali e non l’opposto. Ma Travaglio, fregandosene della democrazia, gli dà invece direttamente dei cretini.

Questa è la degna conclusione di una involuzione che dura ormai da qualche anno, in parallelo alla presa del potere da parte del M5S, con cui Travaglio si è trasformato da vittima dell’editto bulgaro a megafono del nuovo potere pentastellato, diventando per Di Maio ciò che Fede fu per Berlusconi. Il Travaglio di vent’anni fa se la prendeva coraggiosamente contro il potere, contro Berlusconi presidente del Consiglio, contro le mafie; il Travaglio di oggi fa killeraggio politico, prendendosela con una manciata di persone normali, sconosciute ai più, che hanno l’unico torto, dopo aver mandato giù tanti tradimenti del programma e delle promesse fatte ai cittadini, di aver concluso che quello sulle Olimpiadi è talmente clamoroso da non poter essere lasciato passare. Non c’è niente di coraggioso in quel che fa il Travaglio di oggi; anzi, è un attacco funzionale al potere e del tipo peggiore, quello fatto dai potenti non contro altri potenti, ma contro chi non ha i mezzi mediatici per potersi difendere.

Ma questo attacco scomposto a mezzo stampa è anche, secondo me, controproducente per lo stesso blocco di potere confindustrial-chiampa-grillino che vuole le Olimpiadi: perché più i consiglieri che si oppongono alle Olimpiadi vengono insultati e derisi, più perderanno la faccia se faranno marcia indietro, visto che ormai sarebbe come ammettere “sì, siamo dei cretini”. Già in molti dicono: vedrete che cederanno perché alla fine sono interessati alla poltrona, è gente senza arte né parte che ha bisogno dello stipendio da politico per vivere, pronta a obbedire a qualsiasi ordine. Se alla fine il dissenso rientrerà, questa sarà l’immagine che resterà attaccata ai consiglieri.

In politica, alla fine, i compromessi impossibili sono all’ordine del giorno; eppure sarebbe bello, un sussulto del Movimento che fu, vedere davvero uno scontro finale su un tema così importante e così simbolico. Al di là degli slogan e delle rivendicazioni di circostanza, e molto al di là delle questioni personali, questi sono stati due anni sempre più tristi per tutti i sostenitori di un tempo, per chi credeva in un sogno di cambiamento che, ormai è chiaro, non si è realizzato e non si realizzerà. Se anche i consiglieri staccassero la spina a questa tristezza, non sarebbe certo un male.

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venerdì 1 Giu 2018, 09:24

Cambiare tutto per non cambiare niente

Non è facile essere un ex del M5S e commentare la politica in questo momento: i tuoi ex colleghi, schifati da tutti tranne che dai propri ultrà e dagli aspiranti riciclandi, si rifanno sfottendo te come cinquenni perché loro sono al potere e tu non sei più sul carro vincente, mentre i benestanti europeisti con lo stipendio di giada, quelli che oggi si allarmano e contestano ma che ignorando per vent’anni dalle loro posizioni di potere i problemi dell’immigrazione e dell’economia hanno creato le premesse sociali per questa situazione, ti considerano comunque un complice.

Tuttavia, tutto sommato questo mi permette di avere una visione abbastanza oggettiva dell’insieme del nuovo governo. E’ senza dubbio un insieme improbabile; è fatto di un po’ di establishment, ex presidenti di banca e direttori generali di Confindustria, ex ministri di Monti, di Letta, di Ciampi messi lì a garantire che nulla cambi veramente nelle cose importanti; un po’ di leghisti, gli unici che sembrano avere idee chiare su quello che vogliono, che però consiste in buona misura in un mondo medievale fatto di fucili, orgoglio patrio e omofobia; e un po’ di grillini, scelti per fedeltà a Di Maio e piazzati nei ministeri meno rilevanti, che danno l’impressione di essere lì da turisti che hanno vinto un viaggio premio, e di non avere molte idee concrete e grandi possibilità di concludere alcunché.

Da cittadino italiano, come a qualsiasi governo, anche a questo auguro di fare il meglio possibile, visto che ne va della mia vita quotidiana. Li giudicheremo sui fatti, anche se i fatti devono arrivare subito, e qualsiasi tentativo di dire “lasciateci lavorare” e “è colpa di quelli prima” va respinto da subito; la situazione generale è pessima ma era perfettamente nota a tutti già prima della campagna elettorale, quindi ciò che è stato promesso e scritto nel contratto può essere realizzato in fretta senza scuse.

Prevedo comunque che molte delle sparate difficilmente realizzabili saranno realizzate solo per finta, anche se la propaganda dirà il contrario; arriverà la flat tax, ma con un aumento di tasse su tutto il resto per compensare; la legge Fornero sarà abolita per introdurne un’altra quasi uguale; e ci sarà un reddito di cittadinanza, ma in realtà sarà un sussidio di disoccupazione poco più ampio di quello di Renzi.

Resta comunque la considerazione che mentre la Lega è rimasta se stessa, e a Salvini per conservare il consenso basterà prendere a fucilate un po’ di barconi, invece il M5S per andare al governo ha rinnegato tutto ciò che ha sempre detto, da cima a fondo: niente alleanze, niente compromessi, ministeri assegnati per competenza, e persino “né di destra né di sinistra”, visto che molti punti del contratto, specie in termini di visione sociale, sono esplicitamente di destra.

Qualcuno ha scritto che se i dirigenti grillini di oggi incontrassero i se stessi del 2009 riceverebbero uno sputo in faccia; non è completamente vero, perché i dirigenti grillini di oggi sono quelli che già allora erano disponibili a qualunque compromesso pur di arrivare al potere, altrimenti se ne sarebbero andati nel frattempo. Ma indubbiamente, se il Di Maio di oggi andasse a una riunione del meetup di Napoli del 2009 verrebbe fischiato e mandato via.

Alla fine, questo periodo storico dimostra platealmente l’immutabilità del potere, che si trasforma per rimanere se stesso, cooptando i rottamatori e i loro slogan per svuotarne la carica distruttiva. Era già successo con i leader del ’68, diventati boiardi e dirigenti dell’Italia di fine secolo, e succederà anche con questa nuova generazione; e comunque, se l’alternativa è un’avventura ventennale fascista o venezuelana, la conservazione non è nemmeno poi così male.

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giovedì 1 Mar 2018, 13:11

Cosa voterò alle elezioni

Non penso davvero che sia qualcosa che meriti una discussione pubblica, ma visto che da settimane me lo chiedono tutti e me l’ha chiesto persino un giornale locale, non ho problemi a dire chiaramente, alla fine, chi ho deciso di votare.

Naturalmente, visto lo scenario, è un voto al meno peggio. Sono andato per esclusione: l’astensione la capisco ma alla fine mi ripugna, non è nelle mie corde, è come gettare la spugna. Ho considerato seriamente anche il M5S: come ho scritto nell’analisi semiseria di un paio di settimane fa, ha tuttora diversi aspetti positivi; alla fine, secondo me, prenderà più del 30% e sarà il vincitore morale, anche se nessuno sa se riuscirà poi a costruire una maggioranza e andare a governare. Penso che si preparino invece a usare i voti ricevuti per andarsene tranquilli all’opposizione, naturalmente dopo una lunga sceneggiata napoletana – già anticipata in questi giorni – sulla democrazia violata e l’ingiustizia della repubblica parlamentare e del suo Presidente che non fa governare chi “vince” le elezioni, il che è un discorso profondamente eversivo, distruttivo verso la Costituzione che a parole dicono di tutelare, ed è già di per sé una ragione per non votarli.

In più, ovviamente nei ragionamenti entrano anche i candidati del collegio; fossi stato nel collegio di Alberto Sasso – uno che è vicino al Movimento fin dai tempi eroici, e che nel 2010 rifiutò persino la candidatura a presidente del Piemonte, lasciando la via libera a Bono – alla fine sarei stato molto tentato di votarlo. Ma a me hanno rifilato il professore universitario esperto di finanza islamica: anche no, grazie. Peggio ancora al Senato, dove c’è Elisa Pirro, un quadro di partito e una delle persone più arriviste e arroganti che abbia incontrato nel M5S (opinione personale, s’intende).

Del resto, tutti questi bei candidati dell’uninominale, dati alla mano, non hanno praticamente alcuna speranza di vincere il collegio, per cui i voti a loro sono in realtà voti per Laura Castelli e la stessa Pirro, e per tutti i fedelissimi piazzati nelle liste del proporzionale dopo aver superato il vaglio pro-indagati e anti-dissenso di Di Maio. L’unico candidato uninominale che può vincere è il nuotatore novarese a Torino nord, anche se io, se fossi l’abitante di una periferia disagiata, mi chiederei che razza di considerazione hanno di me per paracadutarmi uno sportivo da fuori, giusto per dargli il collegio sicuro.

Di base, per cultura, io sono un elettore irrequieto del centrosinistra; a seconda delle volte ho sempre votato qualcosa tra DS/PD, Verdi, le varie incarnazioni della sinistra e le varie incarnazioni dei Radicali. Certo, crescendo si diventa conservatori e non escludo più a priori il centrodestra (tra l’altro, ho conosciuto Marco Francia, il loro candidato a Torino centro, e mi ha fatto una buona impressione), ma alla fine chi voti: Berlusconi? i razzisti? i fascisti? Non è fattibile; quando ci sarà un serio partito laico e liberale in Italia, potrei votarlo senza problemi; per ora però niente.

Ora, volendo votare il centrosinistra ma non volendo assolutamente avere nulla a che fare con Matteo Renzi (anzi: sperando con forza che il PD vada ben sotto il 20% e lui sparisca per sempre), l’unica scelta possibile è +Europa: non ce ne sono altre. E a me sta più che bene; del resto, l’ultima cosa che ho votato (nel 2008) prima di entrare nel Movimento fu il PD proprio perché aveva Emma Bonino come capolista. Come ho scritto nell’analisi, non sono completamente d’accordo con tutto quel che dice; va bene l’austerità, ma senza esagerare; e vorrei molto meno entusiasmo per le frontiere aperte. Tuttavia, sono più preoccupato dalle sparate populiste, dallo scarso rispetto per le istituzioni e dalle promesse di spesa a debito che caratterizzano tutti gli altri.

Alla fine, in questo momento storico, l’Italia è davanti alla scelta se guardare alla Germania o al Venezuela; e io scelgo la Germania. So che è una scelta controcorrente, che molte persone (molti amici di sinistra, molti ex sostenitori del M5S) mi guarderanno come un traditore amico dei banchieri e del Blidrebregg; ma è meglio essere ultimi in Europa che primi nel Terzo Mondo.

C’è, comunque, ancora un però. Votare +Europa vuol dire votare all’uninominale i candidati del centrosinistra; e se alla Camera non ho alcun problema a votare Paola Bragantini – persona che conosce bene il territorio e con cui, quando ho avuto occasione, ci sono sempre state chiacchierate tranquille e piacevoli – al Senato dovrei votare Stefano Esposito. A Esposito posso riconoscere una qualità, quella di non aver paura di dire le cose come stanno; per il resto, però, ci sono troppe cose che ci dividono, dal Tav alla buona educazione.

Pensavo di risolvere il problema votando invece la persona: Enzo Pellegrin, un santo avvocato che, pur non essendo del Movimento, negli anni in cui ero consigliere si è fatto carico dei problemi legali di tanta povera gente che gli abbiamo presentato; ed è sicuramente, come spirito, molto più movimentista lui della Pirro. Peccato che la sua lista – il Partito Comunista di Rizzo – sia stata esclusa all’ultimo dai collegi piemontesi. E quindi, penso che annullerò la scheda.

Nel complesso, penso che queste elezioni sconvolgeranno lo scenario politico più di quanto non si creda; i sondaggi saranno in buona parte smentiti, come già successe nel 2014, ma stavolta in senso opposto. Se ci sarà un governo M5S, spero che ne emerga la parte costruttiva e riformista e non quella complottista, venezuelana o peggio che vuol semplicemente sistemarsi e poi fare le stesse cose degli altri (vedi Torino). Se ci sarà una grande coalizione, penso che il M5S vincerà alle elezioni successive, a meno che qualcuno non riesca davvero a costruire nel frattempo qualcosa di nuovo, serio e in linea col mondo sviluppato – e in quest’ottica, +Europa è l’unico potenziale seme. In ogni caso, speriamo che l’Italia se la cavi.

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sabato 13 Gen 2018, 12:47

Il grande successo, il grande tradimento

Come potete immaginare, conosco Deborah Montalbano da molti anni, da quando, qualche tempo dopo l’inizio della nostra avventura in Comune, si avvicinò al gruppo M5S Torino Circoscrizione 5, all’epoca l’anima dura e pura del movimento di periferia. Si è fatta strada nel gruppo semplicemente dandosi da fare per il suo quartiere, le Vallette, e per le persone che lo abitavano; in mezzo a tanti aspiranti ospiti di Santoro (pardon, Paragone), che volevano soprattutto conquistarsi un riconoscimento sociale e magari economico, lei si è sempre occupata davvero di chi aveva bisogno.

Il rapporto tra noi non è mai stato facile; eravamo troppo diversi, lontani anni luce per estrazione sociale, per cultura, per visione del mondo. A lei, come a tanti altri attivisti, io sembravo (e venivo fatto sembrare alle mie spalle) troppo pacato, probabilmente un venduto, visto che non urlavo mai in aula contro “i piddini” come invece faceva Chiara. Ero anche, nell’ultimo periodo, stanco, mobbizzato e francamente stufo, usato da Chiara e dallo staff del Movimento come discarica delle questioni che portavano tante rogne e nessuna visibilità; tra esse, il supporto alle persone senza casa o senza lavoro che Deborah invariabilmente ci segnalava era probabilmente la prima. Io ci ho messo comunque tutte le energie che ancora avevo, ma a lei, immagino, sarà sembrato che delle Vallette mi importasse poco, anche per il distinguo, che io cercavo sempre di tenere a mente ma che pochi altri capivano, tra aiutare un cittadino a far valere i propri diritti e aiutare un conoscente ad avere qualcosa grazie alla politica.

Dopo le elezioni, in cui Deborah dalle Vallette ha portato e ricevuto un sacco di voti, l’ho vista apparire come presidente della commissione sanità e servizi sociali. Poteva sembrare logico, perché era il tema per cui ha sempre combattuto; eppure, sin dal principio ho pensato che la cosa non avrebbe funzionato, anzi, che sarebbe finita in uno scandalo.

Infatti, nominare Montalbano presidente della commissione sanità e servizi sociali è stato come nominare primario di chirurgia del maggiore ospedale cittadino uno che ha subito tredici operazioni a cuore aperto: un errore di logica sin dal principio. Eppure, questa era l’idea del Movimento nella sua antica fase nobile: portare la gente nelle istituzioni, perché a differenza dei “politicanti”, la gente ha esperienza diretta dei problemi che vive. Detta in questo secondo modo, non sembra ragionevole?

Un fondo di ragione c’è: perché “la gente” sono anche i comitati, le associazioni, i gruppi che approfondiscono le questioni spesso molto più di quei politici e funzionari che cercano solo di raggiungere un risultato col minimo sforzo e non pestare i piedi a nessuno; sono molti di quella metà abbondante di italiani che non va più a votare, spesso per qualunquismo, ma spesso invece perché il livello della politica (tutta) è troppo basso rispetto ai loro valori e alle loro capacità. L’obiettivo di “far entrare i cittadini nelle istituzioni”, dunque, era sensato; purché fosse accompagnato da una selezione fatta nel modo giusto, per capacità e per merito.

E’ solo più tardi, durante la metamorfosi movimentista dell’assalto al Parlamento, che questo obiettivo è stato reinterpretato nel modo che portava più consenso, quello della cuoca di Lenin; quello per cui chiunque può amministrare un Paese, e a maggior ragione tu, sì tu che sei un precario o un disoccupato e che, detto col massimo rispetto, non sai fare granché, non hai avuto l’educazione e le opportunità e non capisci i problemi complessi della nostra società, ma come una Eliza Doolittle o un Billy Ray Valentine della politica puoi venire rapidamente trasformato in uno statista di primo piano dall’alto, per volere di qualcuno nell’élite.

Paradossalmente, riuscire a mettere una come Montalbano in quella posizione è stato un grande successo del M5S; la dimostrazione che pigmalionare la politica è tecnicamente possibile. E però, è anche la dimostrazione che fatta così, con un giacobinismo dei poveri invece che con un percorso strutturato di crescita e di trasformazione personale, alla fine non può funzionare.

E non funziona anche per un motivo molto più serio di questi che sono usciti sui giornali, dell’auto blu presa una volta per emergenza o dei duecento euro di taxi; perché il cittadino che ha subito tredici operazioni a cuore aperto, costruendosi per forza di cose nel frattempo una rete di amici che ne hanno subite cinque o sette o trenta, messo a governare la sala operatoria finisce per dimenticare le questioni di sistema e ragionare soprattutto sulle operazioni proprie e dei propri amici, senza una visione terza; inevitabilmente, confonderà il portare una voce con il doverla ascoltare e mediare con tutte le altre e con l’interesse collettivo. Avere una presidente di commissione servizi sociali utente degli stessi, che vive in una casa popolare di cui fa fatica a pagare l’affitto, che ha amici e conoscenti continuamente in attesa di una casa o di un sostegno, costituisce un conflitto di interessi mostruoso messo in mano a una persona che difficilmente, e non per colpa sua, avrà i mezzi culturali per gestirlo.

Dunque, era chiaro sin dal principio che Deborah non doveva essere lì e che messa lì avrebbe combinato disastri. Eppure, trovo troppo facile quello che ora Chiara Appendino e il M5S torinese (per non parlare di Di Maio, al quale interessa solo l’immagine pubblica) stanno facendo nei suoi confronti.

Deborah, la sua attività, il suo quartiere, sono stati il cuore della campagna elettorale di Chiara Appendino; lo strumento scelto astutamente per spezzare nell’immagine la distanza siderale che oggettivamente esiste tra Chiara, ragazza bene della Torino benissimo, e la cosiddetta “gente comune”. Le cose che ha fatto Deborah sono probabilmente indifendibili sul piano legale e certamente lo sono su quello politico e su quello sostanziale, le sue dimissioni sono inevitabili, ma io non riesco a prendermela più di tanto con lei, che è solo un pesce piccolissimo e inconsapevole in un gioco molto più grande.

Me la prenderei di più, invece, con chi ha usato la gente come lei per ottenere il supporto delle periferie, promettendo di cambiare tutto, e poi non solo non ha mantenuto la promessa, ma, dopo un po’, scopre che quelli delle periferie sono gente problematica, impresentabile ai salotti buoni, e tutto sommato non servono più (mentre, per dire, quel Ceresa prima dirigente di Fassino e ora di Appendino, che si interessava alle multe degli amici, e soprattutto che ha guidato GTT nel percorso verso l’attuale quasi bancarotta, è ancora lì).

E allora, la vicenda della popolana esibita, lasciata a se stessa e poi scaricata rappresenta il vero, grande tradimento di questa storia: quello che il Movimento 5 Stelle, ormai arrivato al potere, ha compiuto nei confronti della gente semplice che ci ha creduto e che ce lo ha portato, e delle sue richieste di un cambiamento che al massimo riguarderà gli eleganti problemi di noi ciclisti borghesi (e per ora nemmeno quelli), ma che non scalfirà minimamente le gerarchie sociali della città di Torino.

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domenica 24 Dic 2017, 13:10

Una favola politica natalizia

È un po’ che non scrivo sul blog, ma oggi è la vigilia di Natale e una mail che ho ricevuto mi ha fatto venir voglia di raccontarvi una favola. In realtà, la favola è veramente accaduta, ma dato che non mi interessa dire che Tizio è buono e Caio è cattivo, ma piuttosto trasmettervi come in ogni buona favola natalizia una morale, anonimizzerò tutto il racconto, anche se chi è pratico dell’ambiente politico cittadino riconoscerà almeno alcuni dei personaggi.

Questa favola inizia a Natale 2009, quando un giovane movimento rivoluzionario, nato sotto cinque stelle comete, si stava preparando al suo primo grande appuntamento elettorale: le elezioni regionali del marzo 2010. Tra gli esponenti più attivi a Torino, c’era un giovane trentenne esperto di marketing e comunicazione, di cui traspariva subito l’intelligenza, ma anche l’ambizione.

Personalmente penso che l’ambizione non sia in sé malvagia; e quasi tutti coloro che entrano in politica hanno ambizioni personali, un bisogno di approvazione da soddisfare, una tradizione familiare da proseguire, l’aspirazione a una fonte di reddito in più; l’importante però è che l’ambizione non vada a danneggiare la missione collettiva. In questo caso, purtroppo, l’ambizione era forte, e si tradusse in una serie di comportamenti sgradevoli; ricordo un comizio a Bussoleno in cui il giovane trentenne si offrì volontario per distribuire i volantini del Movimento alla folla, e poi scoprimmo che li dava insieme al suo santino personale. Nonostante questo, alla fine ci fu un solo eletto, e lui arrivò soltanto a metà classifica.

L’anno successivo, ci furono le elezioni comunali; e molti non si fidavano ad avere tra i candidati quella persona. Alla fine, però, il candidato sindaco era notoriamente un buono, e si decise di perdonarlo; tuttavia, fu scritto un bel regolamento che indicava a tutti i candidati cosa potessero o non potessero fare. La fiducia si rivelò infine mal riposta; la persona in questione, insieme al suo compare attivista capellone (lui mi scuserà, non lo dico in senso negativo; è che, come nei manga, per distinguere i personaggi serve un tratto visuale forte), avviò un proprio gruppo di attivisti separato, chiamandolo in modo che lo si confondesse con quello ufficiale; cominciò a fare spamming a migliaia di potenziali elettori, inviando fotomontaggi di se stesso a fianco di Grillo da cui poteva sembrare che Grillo lo consigliasse; insomma, ne fece un po’ di tutti i colori.

Oddio, visti oggi, quei comportamenti fanno sorridere; oggi, praticamente qualsiasi parlamentare ed esponente di rilievo del M5S ha una pagina personale sponsorizzata a pagamento su Facebook e uno staff proprio, e pensa soprattutto alla promozione personale. Allora, però, eravamo giovani e puri e così l’ultimo giorno di campagna elettorale, prima ancora di vedere i risultati, quella persona fu cacciata dal movimento cittadino; e non andando di nuovo oltre il quarto-quinto posto, non essendo stata eletta, così terminò l’avventura politica sua e del suo amico capellone.

Questo, almeno, era ciò che credevamo. Un anno e mezzo dopo, infatti, ci furono le parlamentarie. A Torino e provincia, nelle liste bloccate decise dal voto online, il M5S elesse sei parlamentari; e se tre di loro erano quelli che “dovevano” uscire negli auspici dei vertici, cioè staffisti del consigliere regionale da mandare in Parlamento, e altri due erano attivisti ben conosciuti e stimati, la sesta fu una sorpresa per tutti: una persona che di lavoro faceva la portinaia in un elegante stabile del centro, quello in cui abita tuttora una attivista storica e ora presidenta di commissione comunale; una persona che era sì attivista ma che non avevamo mai visto fare alcuna proposta concreta, e che nessuno pensava capace per il ruolo.

Le cose diventarono più chiare quando, subito dopo le elezioni, la neo parlamentare assunse come portaborse romano proprio lui, l’ex attivista marchettaro cacciato; si capì che era stato lui a organizzarle la campagna elettorale personale, e che ciò che non era riuscito a fare per sé l’aveva fatto per lei. Ci fu una sommossa degli attivisti, guidata da una giovane futura sindaca che in una infuocata assemblea intimò alla parlamentare il licenziamento immediato del portaborse sgradito, pena la cacciata. L’intero movimento cittadino chiese al gruppo parlamentare di cacciare la deputata; il gruppo parlamentare romano, a dire il vero, aveva già problemi suoi e se ne fregò abbastanza, ma alla fine, com’è come non è, la parlamentare finì nel primo gruppo di dissidenti, Alternativa Libera.

Anche qui, col senno di poi, la situazione era meno netta di quel che ci sembrò all’epoca; forse non ci sarebbe stato tutto questo zelo moralista se la parlamentare non fosse stata estranea al gruppo di potere dominante, e comunque i voti che prese non furono “manipolati” ma dovuti all’abile presentazione. Del resto, scoprii poi che uno degli elettori della parlamentare in questione fu addirittura lui, Gianroberto, che essendo residente a Settimo Vittone votò alle parlamentarie torinesi; mi disse che aveva votato “un no tav, una astrofisica e una operaia”, scelti tra quelli col cognome che iniziava per A o B perché non aveva avuto tempo di scorrere la pagina più sotto. Probabilmente, le bastò dunque fare un bel video e autodefinirsi “operaia” nella colonna “professione” per raccogliere abbastanza voti da entrare in Parlamento.

Tutto chiaro? Ecco, qui comincia la morale di questa storia; perché fino a questo punto i ruoli sembrano chiari, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Se non che, un anno dopo, subentra in consiglio comunale un nuovo consigliere, già eletto in precedenti legislature; un ex del centrodestra transitato al centrosinistra e ora in maggioranza. Detto così, ne penserete subito malissimo; ma io faccio amicizia con tutti, e ci chiacchiero un po’.

Una volta in commissione si parla degli homeless, e discretamente viene fuori che il consigliere partecipa ad attività di volontariato sul territorio che se ne occupano. Ora, se vi dicessi i partiti per cui è transitata questa persona, sono gli ultimi a cui pensereste freghi qualcosa dei barboni o degli ultimi in generale; e invece… Ma non finisce qui: lui mi dice, io mi occupo in privato dei senza casa da tanti anni e non ho mai praticamente visto un grillino; ce ne sono solo un paio, ma li avete cacciati. Chi sono, chiedo io? Ovviamente erano l’attivista capellone e il giro del portaborse.

E qual è la morale di questa storia? Beh, è che alla fine, specialmente in politica, quelli che più parlano di aiutare gli ultimi sono spesso quelli che meno fanno in concreto, e viceversa; che però anche chi fa beneficenza in privato può comportarsi male in pubblico, provando ancora una volta che i buoni e i cattivi in senso assoluto non esistono; che comunque contano molto di più le persone del partito a cui appartengono, e giudicare le persone in base al partito di appartenenza è sbagliato; e che chi davvero vuole fare qualcosa per gli altri, più che impegnarsi in politica mirando a grandi rivoluzioni che non arrivano mai, farebbe meglio a concentrarsi sulle piccole azioni sotto casa propria. Buon Natale!

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lunedì 30 Ott 2017, 19:43

Kaori, sei araba

È domenica mattina, ho sonno. L’aereo di Etihad non è proprio nuovissimo, lo schermino ha una presa Ethernet (per i millennial, è quella roba fatta a pezzo di Tetris in cui si poteva infilare un cavo wi-fi), e uno di quei telecomandi a filo che si staccano e su un lato hanno anche un lettore di carta di credito per telefonare (per i millennial, è quella roba in cui si facevano delle lunghe stringhe di numeri che tutti imparavano a memoria per arrivare a parlare con qualcuno sul suo telefono senza usare Whatsapp). Le decorazioni dei sedili sono a righine alternate di gusto improbabile, un po’ color cammello e un po’ color vomito di cammello. Ma la hostess parla italiano ed è gentile, e il cibo è buono (tranne la cheesecake, la cheesecake fa schifo, sa di formaggino dimmerda, non la mangerebbe nemmeno Kaori sfiancata da sei ore di doppiaggio di Phineas & Ferb).

Nel frattempo, mentre Etihad mi ringrazia per la pubblicità non richiesta, noi ci libriamo nell’aria leggeri come un Boeing 787 Dreamliner pilotato da Antonino Cannavacciuolo. La popolazione è varia, davanti a me ho due signore arabe che a giudicare da quanto sono coperte hanno appena scalato il Monte Bianco, mentre a destra ho due colf filippine un po’ anzianotte che ritornano al paesello, e che aiuto volentieri a sollevare un bagaglio a mano che, pur stando nei limiti, è grande il doppio di loro.

(A fianco invece ho un tizio italiano, non sembra antipatico, ma è il genere di passeggero che si siede e diventa immediatamente una statua di cera per tutte le sei ore di volo. Non fa niente, non dorme, è al finestrino ma non guarda fuori, fissa lo schermo ma lo schermo è spento e non guarda né ascolta alcunché. Ha le mani intrecciate strette sulle ginocchia e non le allenta per nessun motivo. Gli danno il vassoio col cibo, lui lo posa lì e reintreccia le mani e non tocca niente, e lo restituisce gelido e intonso un’ora dopo. Ogni tanto controllo che sia vivo osservando se la pancia si muove almeno un po’.)

Mentre mi rilasso o mi rincoglionisco ulteriormente, guardo che film ci sono, ma non c’è nulla che mi attiri particolarmente. (Cioè, hanno fatto un film su Tupac Shakur: a questo punto facciamo pure un musical su Totò Riina che canta con l’autotune, dai.) Provo a guardare se BBC News apre con le dimissioni di Paolo Giordana: purtroppo becco il notiziario a metà, ma sono sicuro che pure loro ne hanno parlato in apertura. Poi mi dò alla musica.

E’ tanto tempo che non ascolto musica, se non video sciolti su Youtube. Però c’è Blackstar di David Bowie e quello sì che vale la pena.

Lazarus. Quante volte si può resuscitare nella vita? Si può morire o rischiare di farlo in molti modi, non solo fisici: umani, personali, professionali. Mi viene in mente padre Giordana che precipita in un abisso gridando “fuggite, sciocchi”, ma niente, quelli vanno avanti imperterriti, arroganti e pasticcioni come prima, e alla fine Sauron si mangia tutta la città. E comunque Sauron è incazzato con Giordana perché alla fine la multa non gliel’hanno tolta, anche se lui giura che aveva bippato appena salito, è solo che la macchinetta non funzionava.

Ma no, seriamente: i voli a lungo raggio sono il non-luogo per eccellenza, un teletrasporto alla moviola in cui la tua anima si disfa a pezzettini e rimane sospesa nel nulla a pensare, chiusa in un cubicolo immaginario ordinatamente incastrato tra quelli di altri esseri umani che probabilmente non vedrai mai più nella tua vita – ma anche se li rivedessi non li sapresti riconoscere. Oggi potrebbe essere cinque anni fa, dieci anni fa, quindici anni fa, e ogni volta sarebbe un me stesso diverso, risorto a nuova vita una volta di meno. E se stupefacente è la capacità di ogni essere umano di risorgere – almeno per quelli che vivono, che c’è chi fa tutta la vita la stessa cosa senza mai bruciarsi per ricominciare – ciò nondimeno esisterà una volta, chissà quando, in cui non risorgeremo più. E’ forse una beffa che in una esistenza umana che, alla fine, ha sempre in serbo qualcosa di bello per chi sa vedere la bellezza, succeda però che l’unica vera certezza sia triste. A meno che davvero non esistano gli zombi, nel qual caso anche quell’unica certezza va a farsi benedire.

E’ per questo che passo agli Iron Maiden.

(Una bambina nella fila davanti alla mia guarda un film animato. C’è un omino di Lego alto cinque centimetri vestito da Batman che batte i pugni sul tavolo. Sembra un comizio recente di Berlusconi.)

Non avevo mai sentito l’ultimo disco degli Iron, anche se è di un paio d’anni fa. Avete presente quelle band storiche degli anni ’70-’80 che sono ormai a fine carriera, ma che hanno conservato l’energia e la voglia di fare, inventandosi ogni volta un disco che, pur non essendo più brillante come ai tempi d’oro, sa ancora stupirti e trascinarti con qualcosa di nuovo? Ecco, no: gli Iron Maiden non sono così. Settant’anni per gamba e ancora gli stessi assolini, quelli che iniziano con una chitarra sola e poi dopo quattro battute entra la seconda e raddoppia una terza sopra. Ma basta, dai, ma godetevi i miliardi e fatemi rimettere su A Piece Of Mind, che però Etihad nella sua selezione stranamente non offre.

Così mi tocca il disco dei Muse. Ma non che mi piacciano troppo, eh; solo, è curioso come i testi sembrino scritti da una assemblea di attivisti del Movimento 5 Stelle. E il complotto intergalattico, e la rivoluzione da fare, e i militari cattivi, e i droni e i cyborg tanto tristi al largo dei bastioni di Orione. E che cazzo Bellamy, pure tu, fatti venire un’idea nuova, dai. Che so, fai un pezzo sul sangue di San Gennaro.

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giovedì 26 Ott 2017, 13:50

Una piccola spiegazione per l’amministrazione comunale

Stamattina, la metropolitana si è bloccata per un’ora, pare per un treno rotto alla stazione Marche, e la mia compagna ha perso il treno per Milano. In più, mentre ero in giro in bicicletta, ho potuto osservare corso Francia completamente bloccato per chilometri da un gigantesco ingorgo, causato dalle persone che abitando in zona ovest o arrivando in auto dalla provincia a Fermi, e scoprendo la metropolitana ferma a tempo indeterminato, si sono rimesse in macchina per andare a lavorare con quella, sperando di non arrivare troppo in ritardo. Così, ho fatto una foto e l’ho messa su Facebook.

Il post, ripetuto anche sul gruppo Torino Sostenibile, ha fatto un po’ discutere; e mi son beccato risposte incazzate o canzonatorie da tutti i fan del M5S, compresi diversi attivisti e persino il presidente della commissione ambiente:

“C’è navetta sostituiva come sempre. E cmq bloccata solo fino a Bernini.
Cmq la.metro l’ha voluta e costruita il M5S!!!11!!1!1!!”

“Alle 8.25 la metro è tornata regolare.
Ciò significa che per mera “comodità” le persone si sono riversate in strada, creando un traffico enorme che non solo crea inquinamento ma non permette ai mezzi pubblici di circolare liberamente. Chi in coda in questo momento ci metterà più tempo di quanto sarebbe servito prendendo la navetta e attendendo il ripristino del servizio. Probabilmente molti staranno urlando in auto a causa del traffico senza capire che sono “loro” il traffico.”

Raramente ho visto un politico che, a fronte di un disagio causato da un servizio pubblico, invece di scusarsi e minimizzare, se la prende con i cittadini che si lamentano.

Ora, la metro si può rompere, succede.

Allo stesso tempo, è anche normale che chi viene colpito direttamente dai disagi, come la mia compagna, non sia accondiscente e comprensivo, ma si incazzi e pretenda un servizio che si rompa di meno (la metro sarà anche all’avanguardia, ma la manutenzione è carente e ridotta all’osso e questi sono i risultati). E credo abbia tutto il diritto di incazzarsi.

Ma il post non era tanto sulla metro che non funziona.

La cosa infatti che fa incazzare veramente, da cittadino e non da politico, è avere una amministrazione che passa il tempo a farti la morale su quanto sei stronzo.

Ti dice che sei stronzo perché, anche se usi la bici quattro giorni su cinque, il quinto pretenderesti di poter fare la spesa percorrendo sei chilometri col tuo vecchio diesel, senza aspettare le 19, e non accetti in silenzio che te lo vietino.

Ti dice che sei stronzo perché si rompe la metro e tu, “per mera comodità” come ha scritto sopra il presidente della commissione ambiente, prendi la macchina e alimenti gli ingorghi invece che aspettare al freddo un’ora senza certezze sperando che il servizio riprenda, o pigiarti su un bus sostitutivo strapieno, e addirittura ti permetti di lamentarti.

Ti dice che sei stronzo perché non capisci che è tutta colpa del PD (anzi, non te ne frega niente di chi sia la colpa), ma invece pretendi che chi guadagna 9000 euro al mese pubblici per fare il sindaco (o 1500 euro al mese pubblici per fare il consigliere comunale) risolva i problemi di mobilità nel concreto almeno un po’, invece di passare il tempo a farsi i selfie finti con bebè e bici senza sellino e poi a dire che è tutta colpa di Fassino; che sia difficile lo si sapeva da prima di candidarsi, ma da qui a essere totalmente inutili e ininfluenti, e dichiararlo pure con orgoglio come faceva l’altro giorno il presidente della commissione trasporti a proposito dei vigili, ce ne passa.

E allora mi pare normale che quando i nodi vengono al pettine, e i problemi collettivi sono causati da errori e carenze dell’ente pubblico invece che dai comportamenti dei cittadini, i cittadini rispondano per le rime e non siano comprensivi, esattamente come l’attuale amministrazione non è comprensiva col cittadino che ha l’euro 4 (o che paga l’abbonamento strisce blu quadruplicato, o che vuole dare ai figli un panino invece che usare la mensa scolastica, o tante altre istanze di cittadini qualunque che l’attuale giunta ha non solo respinto, ma insultato, umiliato e sbeffeggiato).

Perché io non so cosa farei io al loro posto (peraltro non possono nemmeno dire che non mi sono offerto e che preferisco stare fuori a criticare), ma non è una questione che mi riguarda, visto che non sono io la persona pagata dai cittadini torinesi per amministrare, ma loro; e sono convinto che se l’amministrazione comunale passasse più tempo a lavorare, e meno tempo a lamentarsi e a incolpare il PD e i suoi cittadini in generale, almeno qualche problema potrebbe essere risolto.

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giovedì 21 Set 2017, 12:31

Se il M5S non fosse una farsa

Qualche giorno fa ho spiegato il perché non mi sia candidato alle “gigginarie” del Movimento 5 Stelle, pur avendo i requisiti richiesti, e perché oggi non parteciperò al voto. Tra gli attuali sostenitori del M5S, diversi se la sono presa perché ho definito queste votazioni una farsa: e mi hanno detto “allora come dovrebbero essere queste votazioni, per essere serie?”.

Vedete, se le votazioni e le regole di partecipazione del M5S non fossero una farsa, allora succederebbe che:

1. Qualsiasi iscritto avrebbe diritto di voto attivo e passivo per scegliere il capo politico, la dirigenza nazionale e qualsiasi altra carica interna.

2. Qualsiasi iscritto potrebbe proporre modifiche allo statuto e al regolamento, che dovrebbero essere approvate da tutti gli iscritti (con maggioranza dei due terzi, per lo statuto).

3. Qualsiasi iscritto potrebbe proporre una decisione da discutere e votare, per esempio sulle regole pratiche di scelta dei candidati, o sulle scelte programmatiche.

4. L’elenco e il numero degli iscritti sarebbero pubblici, perlomeno agli altri iscritti.

5. In caso di nuove necessità mai affrontate prima, come in questo momento per scegliere il candidato premier, le regole relative sarebbero proposte, discusse e votate dalla base con congruo anticipo, anziché essere decise e annunciate unilateralmente dal capo all’ultimo momento.

6. Di tutte le riunioni della dirigenza nazionale e di coordinamento degli eletti esisterebbe perlomeno un verbale pubblico, e possibilmente anche la diretta video, magari con uno spazio per gli iscritti per commentare o, non sia mai, fare domande alla dirigenza.

7. Almeno una volta l’anno dovrebbe svolgersi una assemblea nazionale degli iscritti, per discutere le proposte di cui sopra e qualsiasi argomento importante. Peraltro, nulla vieterebbe di tenere una assemblea permanente online, demandando all’assemblea annuale solo le decisioni di sua competenza per legge (es. elezioni della dirigenza e modifiche statutarie).

8. Esistono diverse piattaforme di democrazia online che permettono di gestire quanto sopra anche con un numero molto elevato di partecipanti; comunque, se a un certo punto si ritenesse impossibile continuare con la democrazia diretta, le decisioni ordinarie potrebbero essere delegate a un direttivo nazionale e/o a dei direttivi locali, ma essi dovrebbero essere eletti da tutti gli iscritti, rispettando le condizioni di questo elenco; e dovrebbe essere possibile in qualsiasi momento ritirare la delega o organizzare un recall.

9. La piattaforma di voto online sarebbe realizzata con codice libero e pubblicamente accessibile, gestita da una entità indipendente scelta da tutti gli iscritti, e sottoposta alle verifiche di una ulteriore entità indipendente, e a controlli di sicurezza regolari da parte di esperti del settore.

10. La piattaforma di voto online adotterebbe sistemi (es. crittografia) per garantire sia la segretezza del voto, sia la tracciabilità del risultato finale, adottando una serie di contromisure per evitare manipolazioni da parte di chi la gestisce.

11. Le procedure di votazione prevederebbero sempre il tempo necessario affinché tutti possano esprimere un voto ponderato e informato, annunciando le votazioni e le opzioni votabili con congruo anticipo (almeno un paio di settimane), organizzando spazi di discussione online tra tutti gli iscritti, con confronti tra le varie posizioni e i vari candidati, e tenendo il voto aperto per un tempo sufficiente a permettere a tutti gli iscritti di collegarsi.

12. Gli iscritti non potrebbero essere espulsi senza una procedura chiara e uguale per tutti, affidata a probiviri scelti liberamente dalla base e non dall’alto, e privi di conflitto di interessi (per esempio, persone che abbiano rinunciato a candidarsi alle elezioni o per le posizioni direttive interne).

13. Le regole interne (quella sugli indagati, quella sui due mandati…) sarebbero scritte chiaramente e specificate in ogni dettaglio, in modo che non possano mai essere interpretate diversamente a seconda delle convenienze; per cambiarle sarebbe necessario il voto degli iscritti.

14. Tutti gli eletti, e non solo alcuni, sarebbero tenuti a rendicontare pubblicamente gli stipendi e i fondi pubblici che gestiscono, e, se guadagnano più di una certa cifra, a tagliarsi lo stipendio secondo regole valide per tutti.

15. Il Movimento approverebbe e pubblicherebbe ogni anno un bilancio che documenta le sue entrate e le sue uscite.

Ce ne sarebbero ancora altre, ma credo che questo elenco sia sufficiente a dimostrare la distanza abissale tra ciò che il M5S dice e ciò che il M5S fa; e se all’inizio, nell’epoca pionieristica, era possibile ancora “fidarsi di lui”, e pensare che le mancanze su questi punti fossero semplicemente dovute alla necessità di costruire progressivamente tutta l’organizzazione e la tecnologia necessaria, il fatto che queste mancanze negli ultimi anni non abbiano fatto altro che aumentare è un chiaro indice di come la vera intenzione sia quella di non risolverle mai; sperando che la farsa, prima o poi, non arrivi a trasformarsi in tragedia.

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