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Archivio per la categoria 'SinchËstèile'


domenica 26 marzo 2017, 14:34

Un futuro alternativo al populismo

Ultimamente provo un grande senso di frustrazione e di impotenza per come vanno le cose in Italia e nel mondo. I miei critici personali lo attribuiscono al mio divorzio con il M5S, ma questo c’entra solo in modo molto indiretto.

Infatti, ciò che mi arrovella, ciò che mi rende spesso negativo, è che vedo il nostro mondo andare verso il disastro; e se fin che facevo politica attiva mi sembrava di far qualcosa per evitarlo, ora che non posso più fare niente mi sento frustrato. Anzi, visto che il M5S invece di evitare questa fine ha cominciato a lavorare attivamente per arrivarci, mi sento anche un po’ responsabile, pur avendo fatto tutto il possibile per combattere questa deriva dall’interno e dall’esterno, e avendo dunque la coscienza a posto.

Voglio dunque farvi un discorso lungo e importante, partendo da alcuni fatti, per dimostrare che il populismo che cresce in tutto l’Occidente ha le radici, come sempre accade nella storia, in un meccanismo di egemonia culturale che modifica la percezione delle cose, e in particolare della globalizzazione.

Ciò che è veramente accaduto grazie alla globalizzazione è ben esemplificato da un grafico che ripropongo a ogni occasione: l’aumento reale di ricchezza della popolazione terrestre tra il 1988 e il 2008, in funzione della fascia di ricchezza a cui ognuno di noi appartiene su scala globale.

Quando si dice che la globalizzazione ha beneficiato solo “l’1% più ricco” o “una piccola minoranza”, si dice una grande bugia. In realtà, dalla globalizzazione hanno guadagnato quasi tutti: hanno guadagnato le classi medio-alte dei paesi occidentali, che stanno all’estremo destro del grafico, e hanno guadagnato tutti, sia poveri che ricchi, nei paesi in via di sviluppo e persino in quelli più poveri del pianeta. Gli unici che non hanno guadagnato sono quelli tra il 75 e il 90 per cento, ovvero le classi medio-basse dei paesi ricchi.

Su scala planetaria, insomma, la globalizzazione ha portato crescita e ricchezza alla grande maggioranza degli esseri umani; negli ultimi trent’anni, miliardi di persone sono uscite dalla povertà.

Ma persino se prendiamo soltanto le nostre singole nazioni, questa idea che la disuguaglianza sia cresciuta, che “l’1% si è arricchito alle spalle del 99%”, è vera solo in parte. Questo grafico mostra l’andamento del coefficiente di Gini, la grandezza che misura la disuguaglianza economica all’interno della società, in Italia, Germania e Stati Uniti.

E’ vero che il trend generale dagli anni ’80 è in ascesa, e indubbiamente la competizione globale ha premiato di più chi era più in grado di approfittarne, in primis chi aveva i capitali per investire. Eppure, specialmente prendendo le curve più basse, cioè quelle dopo la redistribuzione di ricchezza operata dallo Stato tramite la tassazione, si scopre che il coefficiente di Gini non è salito poi di così tanto; in Italia, anzi, dopo un forte aumento nei primi anni ’90, dal 1998 non ha fatto che calare, e anche dopo il 2010 pare essere rimasto sostanzialmente stabile, nonostante persino Il Sole 24 Ore faccia un titolo che dice l’opposto.

Del resto, il “top 5%” su scala globale che stando al primo grafico si è arricchito non corrisponde a soltanto il 5% dell’Occidente, proprio perché esso è concentrato al suo interno; esso corrisponde almeno al 20-40% delle società occidentali. Per questo la disuguaglianza in Occidente è salita, ma non così tanto, perché l’arricchimento materiale dovuto alla globalizzazione, anche da noi, è stato molto più diffuso di quel che comunemente si dice; molti ne hanno beneficiato, ma non se ne rendono conto.

Più che aumentare le disuguaglianze, quindi, è l’intera società italiana che è cresciuta meno delle altre. Potremmo dire anzi che nel complesso, dal 2008 in poi, si è abbastanza uniformemente impoverita, in senso assoluto ma soprattutto in senso relativo, rispetto ai nostri vicini europei; perché restiamo comunque tra i più ricchi Paesi del pianeta, l’ottava economia del mondo e circa la trentesima (su duecento) in termini di PIL pro capite.

Qual è allora il problema? Il problema è che l’essere umano non è altruista, ma utilitaristico; pensa essenzialmente solo a se stesso. E quindi, alle classi medio-basse dell’Italia e di molti paesi occidentali importa poco se la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita degli asiatici e in buona misura anche degli africani, dei russi, dei brasiliani; importa il fatto di aver dovuto fare rinunce, o addirittura di fare fatica ad arrivare a fine mese.

Questo, peraltro, è sacrosanto; non si può dismettere la crescente antipatia occidentale di massa per la globalizzazione come frutto di ignoranza, di ingordigia o di xenofobia, come fanno da troppo tempo le élite dominanti; non si può trascurare la quantità crescente di persone che fanno fatica a tirare avanti, e che la globalizzazione ha oggettivamente danneggiato.

Del resto, ognuno ha il diritto di inseguire il proprio benessere materiale, e, da essere umano medio, lo farà anche a discapito degli altri. I discorsi sulla decrescita felice e sull’amorevole terzomondismo, pur avendo il proprio senso, sono gingilli per gente con la pancia piena e tempo da occupare; e mentre le élite si gingillano con questi sogni, le masse dei paesi occidentali si organizzano per provare a riprendersi la ricchezza che si è trasferita verso il resto del mondo.

Di qui nasce il populismo dilagante; l’abbondanza di politici che, talvolta credendoci sinceramente, talvolta sfruttando cinicamente la situazione, promettono alle masse ricchezza e benessere, andandolo a prendere a questo mitico 1% di privilegiati che però, come abbiamo visto, esiste, ed è probabilmente alla radice di molte scelte politiche a favore della globalizzazione, ma non è affatto il suo effetto primario o il problema principale dell’attuale momento storico.

Già, perché io ho fatto un calcolo molto semplice: sono andato sul sito della Banca Mondiale, ho scaricato la tabella con il PIL dei vari paesi nel 2015 e ho fatto la somma; fa 73 mila miliardi di dollari. Dividetela ora per i sette miliardi di abitanti del pianeta, quanto fa? Fa diecimila dollari a testa.

Il PIL italiano è attualmente di circa 36.000 dollari a testa, quindi, cari ragazzi, se anche riuscissimo a prendere tutti i ricchi nelle loro isole felici e ci mettessimo a redistribuire le loro immense ricchezze a tutto il pianeta, introducendo un bel reddito di cittadinanza globale, le frontiere aperte per tutti e la massima e totale uguaglianza tanto agognata dalle sinistre mondiali, tutti noi italiani dovremmo ancora rinunciare in media a tre quarti della nostra ricchezza.

Perché, vedete, alla fine i ricchi siamo noi, ma non solo gli Agnelli e i Berlusconi; siamo tutti noi, esclusi al massimo i rom che vivono nelle baracche e gli immigrati che raccolgono pomodori a tre euro l’ora; ma nemmeno loro sono i veri poveri del mondo, e infatti rischiano la vita pur di venire qui a raccogliere pomodori a tre euro l’ora, perché per loro è comunque un miglioramento economico.

Ma questo vuol anche dire un’altra cosa: che o siamo in grado di realizzare prodotti che valgano più della media mondiale, posizionandoci all’avanguardia della tecnologia e dell’innovazione di prodotto e di mercato, oppure, se continueremo a competere con tutto il pianeta su produzioni poco qualificate che si possono fare ovunque, siamo destinati a ristagnare fin quando il nostro reddito non sarà più o meno allineato con la media mondiale, cioè tra un paio di generazioni (persino se noi restassimo totalmente fermi e il mondo meno sviluppato crescesse regolarmente del 5% l’anno, ci vorrebbero ancora quasi trent’anni).

Allora, dove pensate che i populisti possano prendere la ricchezza per ridare soldi in tasca alle nostre classi medio-basse? Un po’, per carità, si potrà ancora provare ad aumentare la tassazione ai nostri ricchi, ma siamo già a livelli molto alti, e dato che ci stiamo relativamente impoverendo tutti, questo darà qualche soldo in più ad alcuni a scapito di altri, ma non fermerà certo l’impoverimento collettivo dell’Italia; del resto, tutti i tentativi di mettere più soldi in tasca ai poveri sostenendo che questo avrebbe rilanciato i consumi e la crescita sono finora essenzialmente falliti.

Per il resto, però, l’unica possibilità per ottenere ricchezza dall’alto e senza faticare, cioè senza riqualificarci, darci da fare e metterci a offrire prodotti e servizi unici che non possano essere imitati a un terzo del prezzo da un lavoratore asiatico o africano, è interrompere la globalizzazione con la forza, economica o militare, tirare su i muri e reimpoverire qualcun altro per riarricchirci noi; dove il qualcun altro, a scelta, può essere un altro paese europeo che è stato più bravo di noi a sfruttare la situazione, oppure può essere il resto del mondo.

Solo che, vedete, nel frattempo la Cina ha costruito le portaerei. No, ve lo dico, perché magari pensate ancora che noi europei siamo i padroni del mondo, e non è più così. Forse lo sono gli americani… forse. E del resto, è più facile che sia Trump a impoverire a forza l’Europa, che l’Europa a impoverire a forza gli Stati Uniti, specie se l’Europa si spezza e diventa una miriade di Paesi poco o per nulla rilevanti. Quanto a noi italiani, manco siamo autosufficienti energeticamente: abbiamo fatto progressi, ma basta che Putin si incazzi e stiamo al freddo.

Capirete dunque che, in queste condizioni, affidarsi al populismo è facile, ma è probabilmente un suicidio; perché un governo populista potrà inizialmente raschiare il fondo del barile per mantenere le proprie promesse di restituire ricchezza a pioggia, ma poi non ci riuscirà. Non volendo lasciare il potere (nessuno mai vuole lasciare il potere), in Italia e altrove vedremo le classiche fasi dei governi populisti:

1) Propaganda: il governo populista andrà avanti a dire che la situazione non cambia per colpa di quelli che c’erano prima, di quelli che stanno fuori dal Paese, dei cattivi europei/finanzieri/multinazionali/riccastri eccetera. Nel frattempo avrà il potere in mano, i nuovi politici si arricchiranno come e peggio di quelli vecchi, piazzeranno gli amici, e continueranno a prendere in giro i loro seguaci per farsi rivotare.

2) Paranoia: si comincerà a dire che la situazione non cambia perché ci sono dei traditori della nazione, innanzi tutto gli oppositori politici; poi, in base alle lotte di potere interno, improvvisamente anche qualcuno dei governanti verrà scaricato e additato alla folla come capro espiatorio. Questa è la fase in cui si rischia la violenza, perché se la gente ha fame e gli dici che è colpa di Tizio che abita tre isolati più in là, qualcuno che lo va a cercare salta fuori di sicuro; ed è anche la fase in cui chi sta al potere spesso coglie l’occasione per instaurare un regime autoritario o direttamente una dittatura (abbiamo già esempi ai bordi dell’Europa).

3) Guerra: alla fine, se il governo non crolla prima, l’unico modo di ottenere risorse sarà una guerra economica, diplomatica o persino militare con qualche Paese straniero vicino o lontano, cominciando a requisirne le proprietà o a non ripagargli i prestiti che ci ha fatto, senza sapere dove si andrà a finire.

Del resto, prima ancora di governare a livello nazionale, il M5S di oggi è già alla seconda fase; possiamo sperare che non arrivi mai alla terza, ma bisogna essere ciechi per non vedere i segnali tipici di questa deriva, già sperimentata da molti Paesi negli ultimi cento anni.

Eppure, il populismo vincerà le elezioni tra gli applausi della gente, e sapete perché? Non è soltanto perché la situazione è questa; è perché le misere leadership dell’Italia e dell’Europa di oggi, dopo aver per anni ignorato il problema, non hanno saputo dare una risposta alternativa né sul piano dei comportamenti, continuando a farsi i fatti propri e a ballare sul Titanic, né sul piano culturale.

Su questo piano, almeno in Italia, il populismo ha già vinto: perché non c’è alcun leader o progetto politico culturalmente alternativo. Berlusconi? Era populista prima di Grillo. Salvini? Un Grillo più xenofobo. Renzi? Renzi ha inseguito Grillo con slogan ad effetto, battute altrettanto arroganti e sparate altrettanto populiste, e se nel brevissimo periodo questo lo ha portato al 40%, nel medio periodo, non avendo ovviamente mantenuto alcunché, si è bruciato. E’ inutile che il PD candidi Renzi, il suo sorriso vacuo e i suoi slogan; è bruciato, e per quanto la gente possa essere poco convinta di Grillo, tra lui e Grillo a questo giro l’Italia sceglierà il secondo, proprio come l’America ha scelto Trump piuttosto che riavere i Clinton, e l’Inghilterra ha scelto la Brexit; con l’aggravante che mentre all’estero il populismo fa presa soprattutto sui vecchi, da noi la fa soprattutto sui giovani.

L’unico modo di battere il populismo è rovesciarne l’egemonia culturale, nel dibattito pubblico e nella mente degli italiani; avere il coraggio di dire chiaramente le verità scomode, di parlare di valori democratici non negoziabili e di progetti a lungo termine, di spiegare che la globalizzazione non ha impoverito “tutti tranne i super-ricchi” e che non c’è alcuna scorciatoia per il benessere collettivo rispetto al darsi da fare, di trattare gli ignoranti per gli ignoranti che sono, di promuovere l’idea che non è la politica che deve scendere al livello della marmaglia da social network, ma la marmaglia che deve educarsi se vuole avere un ruolo nel dibattito pubblico, da cui altrimenti deve essere estromessa non con la forza, ma con gli argomenti, con i fatti (quelli sì, difesi con forza dalle bugie), ed eventualmente con la ridicolizzazione che ben le sta.

Per come è ridotta la mentalità degli italiani oggi, temo che sia comunque troppo tardi; le verità scomode potranno essere riconosciute soltanto sulle ceneri di un disastro totale del populismo, spero non grave come quello del populismo di Mussolini, anche se persino la giustamente decantata Italia seria e operosa del dopoguerra è esistita soltanto dopo che la via facile del populismo era stata catastroficamente sperimentata fino in fondo.

Eppure, questa è l’urgenza della politica italiana ed europea oggi: produrre una alternativa politica e culturale globalista, moderna, seria, competente e non compromessa col passato, quindi altrettanto credibile del populismo come proposta per il futuro.

Questo, si badi, non vuol dire astenersi da qualsiasi critica o richiesta all’Unione Europea e a chi gestisce i fenomeni globali, a partire dal dibattito sulla sovranità monetaria, e nemmeno da qualsiasi limite alla circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, limite invece che è auspicabile proprio per rendere gestibile una situazione sociale che altrimenti rischia di esploderci in mano. Questo, però, vuol dire scegliere i valori prima che il consenso immediato, e decidere per principio di essere europei e cittadini del mondo, anche se questo dovesse costarci qualcosa nel breve termine, perché è l’unica via per la pace e la prosperità nel lungo termine.

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venerdì 17 marzo 2017, 12:21

Genova senza le stelle

Quando ho scritto che il M5S degli ultimi tempi sta andando rapidamente verso il fascismo mi sono beccato insulti di ogni genere. Eppure, come altro definire quello che è successo a Genova? Anche lì, da molto tempo, la corrente dei “fedelissimi” ha progressivamente emarginato le teste pensanti e le persone indipendenti, fino all’abbandono della gran parte dei consiglieri uscenti.

Per assicurarsi il controllo del Movimento, con il beneplacito dello staff, a Genova è stato imposto un assurdo metodo di votazione online della lista per le elezioni comunali, che costringeva i candidati consiglieri ad associarsi a uno specifico candidato sindaco, formalizzando le correnti, e stabiliva che la lista sarebbe stata composta solo dai candidati della corrente vincente, estromettendo tutti gli altri persino se fossero stati i più votati. Persino i più convinti della base si sono resi conto dell’autoritarismo dietro a questa deriva, portando alla clamorosa sconfitta della corrente ortodossa, tre giorni fa, nella votazione online.

E allora che succede? Succede che lo staff annulla la votazione e ne stabilisce una nuova, in cui può votare chiunque in Italia (ho verificato, posso votare persino io…), ma si può votare per un solo candidato sindaco, quello della corrente dei fedelissimi uscito sconfitto dalla votazione precedente, oppure scegliere di non presentare la lista. In pratica, la democrazia online del M5S di oggi è: potete votare, ma solo per ratificare quello che vuole Grillo, e se non votate per quello si rivota fin che non vince quello. Ammesso poi che sia veramente Grillo e non chissà chi altro a decidere queste cose, visto che Grillo ha da poco formalmente disconosciuto la paternità del suo blog.

Ma allora, non vi fa veramente paura che gente così allergica alla democrazia e alla trasparenza (nonostante il continuo riempirsene la bocca) possa conquistare il potere nazionale? Come sarebbero riscritte la legge elettorale e la Costituzione da un ipotetico governo a cinque stelle?

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mercoledì 15 febbraio 2017, 18:45

Dati alla mano, perché bloccare i diesel è sbagliato

A me, e alle migliaia di torinesi a cui i blocchi del traffico di Appendino non piacciono, non va di passare per inquinatore pigro col sedere sempre sull’auto. Per questo, permettetemi di contestare questo provvedimento coi dati; sono tutti presi dal sito del Comune di Torino, sezione Informambiente, ossia sono gli stessi che hanno sul tavolo sindaca e consiglieri comunali.

Si dice che il blocco dei diesel è necessario perché siamo in una emergenza ambientale che fa “centinaia di morti l’anno”, dovuta a livelli intollerabili di PM10. A parte che il concetto di “morte da inquinamento” è valido ma difficilissimo da quantificare oggettivamente, dato che diventa una concausa di una presunta anticipazione della morte naturale, se prendiamo i dati storici nelle tabelle qui sotto vediamo che da otto anni ormai Torino è entro i limiti di legge (50 microgrammi al metro cubo) in termini di media.


Siamo ancora fuori legge in termini di numero di giorni di sforamento; ma è evidente, pur nella forte oscillazione di questi dati dovuta alla variabilità del tempo nei vari anni, un trend in discesa legato al cambiamento strutturale di veicoli e abitudini. E’ giusto incentivarlo, anche accelerarlo, ma allora quello che si deve fare è promuovere il passaggio dall’auto privata a forme di mobilità più sostenibile, invece che l’acquisto di un’auto privata più nuova; e comunque, non c’è nessuna emergenza, altrimenti dieci o vent’anni fa, quando l’inquinamento era doppio o triplo, Torino sarebbe stata sterminata.

Bene, voi direte: ma anche un provvedimento come questo, che invece di incentivare a lasciare l’auto privata spinge a comprarne una nuova passando da diesel a benzina, è utile a questo trend, perché il PM10 è responsabilità dei diesel. Peccato che la realtà sia ben diversa: la prossima tabella mostra le emissioni medie di PM10 dei veicoli diesel e benzina, secondo la categoria “Euro X”. Notate qualcosa?

Certo, i vecchi diesel Euro 0 o precedenti producevano quantità abnormi di PM10, ma a partire dall’Euro 5, le emissioni di PM10 dei diesel sono uguali a quelle dei benzina. Uguali! E allora che senso ha bloccare anche i diesel Euro 5-6 ma non i benzina, come prevede la delibera dell’amministrazione torinese in caso di sforamenti elevati?

Anche per gli Euro 3-4, le emissioni medie sono circa doppie dei corrispondenti benzina; più alte, certo, ma non così tanto da attribuire solo a queste macchine la responsabilità del PM10, che invece è ormai distribuita su tutto il parco circolante, benzina o diesel che sia, e dipende molto di più dalle abitudini di spostamento, ossia da quanto ognuno usa la propria macchina. Per esempio, un veicolo a benzina Euro 6 che percorre 30 km al giorno emette il 50% in più di PM10 di un diesel Euro 3 che ne percorre 10.

L’ultima figura, qui sopra, è quella che usa il Comune per giustificare l’accanimento contro il traffico, invece che contro le caldaie o i roghi della plastica. Ci sta, probabilmente è vero che il traffico è tuttora il principale responsabile del PM10, però guardate la data in fondo: sono cifre del 2010. Vista la continua discesa del numero e delle emissioni dei veicoli circolanti, viene naturale pensare che sette anni dopo le proporzioni potrebbero essere cambiate significativamente; per esempio, questo studio, dati alla mano, sostiene che il grosso del particolato nell’aria della pianura padana derivi dall’uso di legna e pellet come combustibile.

Morale? Secondo me questo blocco non ha nulla a che fare con la salute e con motivazioni scientifiche; se così fosse, guardando queste tabelle, la scelta sarebbe stata di concentrarsi sull’incentivazione della mobilità alternativa, proseguendo il trend degli anni scorsi senza tanti allarmismi; ma anche volendo invece fare qualcosa, si sarebbe allora provveduto a bloccare uniformemente tutte le auto, a rotazione, vecchie e nuove, benzina e diesel, colpendo allo stesso modo tutti, per mandare il messaggio che bisogna usare di meno l’auto privata e di più gli altri sistemi di mobilità, invece che quello di cambiare l’auto (chi ha i soldi per farlo) da diesel a benzina, per poi poter sgasare liberamente persino con un SUV da sei chilometri al litro.

E allora perché questo provvedimento? Secondo me la risposta è una sola: propaganda. Ben studiata, perché fermare tutti fa arrabbiare tutti, mentre fermare solo i diesel fa arrabbiare solo chi possiede un diesel, che però viene additato come sporco inquinatore, mentre tutti gli altri possono dire: vedi, questa sindaca ci tiene alla salute, non come quello prima! Peccato che l’effetto sulla salute di questo provvedimento, per come è studiato, sarà circa nullo, e comunque indimostrabile. Ma per far finta di fare qualcosa, va bene.

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sabato 11 febbraio 2017, 10:35

Il ventennio grillista

Qualche giorno fa su Radio Popolare intervistavano Emiliano Fittipaldi, il giornalista dell’Espresso autore dello scoop sulle polizze della Raggi. Popolare vive ancora negli anni ’90, se non nei ’70, e quindi gli hanno chiesto: ma i continui attacchi di Di Maio e di tutto il M5S ai giornalisti e ai magistrati non sono un modo di fare berlusconiano? Lui li ha gelati rispondendo: a me ricordano piuttosto il periodo che portò al ventennio fascista.

Questo piccolo scambio ha suscitato in me una riflessione. E’ dalla nascita del Movimento 5 Stelle che si dice che al suo interno ci sono modi di fare squadristi, ma dall’interno noi abbiamo sempre, credo a ragione, derubricato la cosa a folklore marginale di pochi idioti; il Movimento delle origini, infatti, brulicava di partecipazione, di riflessioni sulla democrazia, di assemblee, di decisioni collettive. Era una cosa a metà tra il Partito Pirata e i girotondi antiberlusconiani, pieno di persone che venivano dai partiti e dai movimenti di sinistra, dall’ambientalismo, dalla cittadinanza attiva; e questo corpo diffuso bilanciava ampiamente il ruolo e il tono forte dei due capi politici, e il seguito personale carismatico di Beppe Grillo nella pancia del Paese.

Il problema è che, progressivamente, la partecipazione e la democrazia si sono spente; degli originari attivisti di 7-10 anni fa per cui “ognuno vale uno”, adesso una parte sono VIP televisivi o comunque politici in carriera, concentrati sulla gestione del consenso collettivo e personale, mentre quasi tutti gli altri hanno smesso o sono stati allontanati. Nessuna decisione è più presa dal basso; le discussioni avvengono tra eletti, in stanze chiuse, e vengono poi trasformate in propaganda con cui indottrinare la base e l’elettorato, o al massimo in qualche plebiscito online dall’esito già scritto.

Nel frattempo, la situazione politica italiana non fa che deteriorarsi. La somma di una crisi economica nazionale senza sbocchi e di un dibattito politico e mediatico sempre più rabbioso, divisivo e slegato dai fatti ricorda davvero il periodo di cent’anni fa che precedette il fascismo, peggiorato ulteriormente dalla novità della pressione socioculturale dovuta a flussi migratori ingestiti e probabilmente ingestibili. Nessun italiano di oggi ha vissuto quel periodo, e l’Italia, a differenza di altre nazioni, non ha mai maturato alcun anticorpo contro di esso.

Il M5S probabilmente dall’anno prossimo governerà l’Italia, o sarà perlomeno il maggior partito in una situazione di stallo totale che ridurrà ulteriormente la fiducia nella democrazia. Per questo è giusto chiedersi se sia davvero possibile un Ventennio a cinque stelle; non è detto che il M5S al potere porti per forza a un nuovo regime autoritario, ma i segnali preoccupanti esistono.

Preoccupante, difatti, non è soltanto lo squadrismo diffuso della base, di cui sotto vi darò un piccolo esempio; è preoccupante la reazione dei vertici e degli eletti a tutti i livelli, ovvero la futura classe dirigente del Paese, che non si dissociano mai da questi comportamenti, ma stanno zitti o peggio aizzano la folla contro chi dissente, contro i giornali, contro i giudici (solo quelli che indagano il M5S però), cioè contro gli elementi fondamentali di qualsiasi democrazia occidentale.

Sono quelli che se Feltri fa un titolo sessista e disgustoso contro la Raggi si scandalizzano a morte, salvo poi applaudire il capo e i colleghi, o perlomeno esibirsi nei distinguo, quando essi fanno la stessa cosa. Sono quelli che davanti a qualsiasi cattivo comportamento di qualcuno del M5S rispondono dicendo che è tutto un complotto dei giornali, o di “traditori” che vogliono “apparire sui giornali” o “tenersi la poltrona”. E non si capisce se ci credono veramente, nel qual caso sono talmente dissociati dalla realtà da essere pericolosi, o se sono solo furbetti, nel qual caso sono disonesti e pronti a tutto per mantenere il consenso e quindi altrettanto pericolosi.

Per questo a me spaventano i discorsi un po’ da bar, pieni di luoghi comuni, della nuova dirigenza grillina. Non è tanto un problema di grammatica e stile letterario, ma di scarsità di cultura politica, che porta queste persone a fare tutto un discorso sulla censura dei poteri forti o sulla resistenza al nazifascismo, e poi ad andare nelle riunioni interne a imporre la linea unica del capo o a cercare di cacciare chi la pensa diversamente da loro, essendo pure convinti che queste cose stiano bene insieme.

Oltre a quella della propria effettiva capacità amministrativa, questa è per me la principale questione sul tavolo del Movimento 5 Stelle. Siamo tutti convinti che il vecchio sistema politico sia corrotto e incapace, non c’è bisogno di ripeterlo; ma è comunque meglio una democrazia corrotta che una nuova dittatura. Per questo, se il M5S vuole governare il Paese, è il momento che i suoi eletti e i suoi sostenitori cambino registro – se ne sono capaci.

E ora, per farvi capire di cosa parlo, incollo un po’ dei commenti e dei messaggi che ho ricevuto da simpatizzanti e attivisti a cinque stelle dopo il mio post sulle polizze della Raggi: buona lettura.

 

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martedì 7 febbraio 2017, 10:50

Cari consiglieri, una proposta da Malpensa

Cara giunta e consiglieri comunali che vi occupate di trasporti, invece di inventarvi solo nuovi modi di complicare la vita alla gente come i blocchi del traffico e il bip a gomitate sui pullman strapieni del mattino, volete fare qualcosa che la semplifichi? Leggete qui.

Stamattina sono tornato dalla Germania con un volo su Malpensa, perché il mio giro prevedeva un biglietto sola andata a prezzi ragionevoli e questo su Caselle è impossibile. Ora, se viaggiate, saprete che l’unico collegamento diretto tra Malpensa e Torino è un pullman della Sadem, la ditta che gestisce in monopolio tutti i collegamenti via bus tra Torino e gli aeroporti. Saprete anche che costa 22 euro, che vuol dire un migliaio di euro di incasso a viaggio, non certo poco; che c’è circa ogni due ore, per cui perderlo vuol dire perdere un sacco di tempo; e soprattutto, che da qualche anno la Sadem ha istituito la prenotazione obbligatoria, per cui è necessario comprare il biglietto in anticipo, stamparlo su carta, e sapere esattamente quale corsa si prenderà.

Ora, anche un bambino capisce che questo approccio a una navetta aeroportuale è una follia, perché è facile che i voli siano in ritardo, che la valigia non si trovi, che insomma ci sia un contrattempo che rende impossibile sapere in anticipo, prima del volo di andata, a che ora si riuscirà a prendere il bus al ritorno. Certo, la prenotazione obbligatoria permette di dire prima alla gente che non c’è posto, ed evita il problema del gruppone che arriva senza preavviso; ma questo problema sarebbe affrontabile semplicemente aumentando un po’ il numero delle corse e quindi la disponibilità di posti. Certo, però, questo vorrebbe dire aumentare un po’ i costi per il gestore, e ridurre i suoi utili, che però, a 22 euro a corsa, presumo siano davvero molto elevati; evidentemente il servizio è gestito nell’ottica di fare più soldi possibile, a costo di peggiorare la qualità del servizio per i torinesi.

Nel mio caso, l’atterraggio era previsto alle 8:20, e il bus era alle 8:35; era veramente difficile capire in anticipo se ce l’avrei fatta o no, per cui è normale che io abbia deciso di comprare il biglietto sul posto, solo nel caso in cui fosse andato tutto liscio. Peccato che, uscito alle 8:25 davanti alla porta 4 (quella da cui partono i bus), io sia andato al banco vendita e l’abbia trovato vuoto; al che ho percorso mezzo aeroporto, fino alla porta 6, per cercare un punto vendita aperto; non ce n’erano, al che ho pensato di comprare il biglietto dall’autista, come ho fatto già più volte arrivando la sera tardi.

Mi reco quindi alla palina sulla strada, dove una folla di varia umanità (prevalentemente cinesi) aspetta il bus; bisogna sapere che ferma lì, perché sulla palina c’è scritto solo “navetta Holiday Inn” (evidentemente un collegamento più importante di quello per Torino). Arriva il bus, l’autista scende e dice: avete tutti i biglietti? Io mi svelo e lui mi risponde che vendermi il biglietto non è un suo problema, e devo andarlo a comprare “nell’ufficio là in fondo”; gli spiego che l’ho già cercato, mi fa “in fondo in fondo, vicino alla porta 7”. Faccio qualche centinaio di metri di corsa con la valigia e trovo finalmente l’ufficio Sadem; spiego la situazione, e l’impiegata mi risponde “io non faccio biglietti per Torino, deve farli per forza dalla collega alla porta 4”. Segnalo che non c’era nessuno, mi dice “no vada vada, adesso c’è sicuramente qualcuno”; non si capisce perché non possa vendermi lei il biglietto, ma evidentemente anche per lei non è un suo problema.

Rifaccio di corsa mezzo aeroporto, arrivo lì, effettivamente c’è una signorina, le passo i 22 euro, lei non mi dà un biglietto, no: comincia a prendere un computer e a collegarsi a un applicativo Windows, o forse un sito Web, cliccando e ricliccando come se dovesse comprare un biglietto aereo per Tokyo. Infine, dopo due minuti di clic, fa partire una stampante che produce un foglio di carta. Lo prendo, corro fuori… e ovviamente vedo l’autista che mi parte in faccia senza aspettarmi.

Torno dentro, stanco e furioso, gridando mi faccio ridare i soldi (dovevo essere talmente incazzato che me li ha ridati senza battere ciglio) e vado a prendere il treno; il primo treno per Milano Centrale viene soppresso, una massa di stranieri perplessi (o sghignazzanti il solito “ah, Italien”) si sposta all’altro binario, dove per soli 13 euro posso prendere un regionale per Milano, e da lì un treno per Torino, mettendoci tre ore.

Ora, voi probabilmente potreste anche anche pensare che sia un problema da poco, ma io adesso ho dovuto spiegare al mio capo come mai ci sto mettendo più tempo da Malpensa a Torino che da Colonia a Malpensa, e dopo due o tre volte l’azienda potrebbe anche dirmi: senti, ma perché non ti trasferisci in Germania o perlomeno a Milano, così risparmiamo un sacco di soldi in trasporti e in tempo lavorativo buttato? E’ anche così che i posti di lavoro vanno via da Torino.

Per cui, amministrazione comunale: non fatevi infinocchiare quando vi promettono un treno alta velocità per Malpensa che costerebbe miliardi; sarebbe comunque pronto tra vent’anni, e nel frattempo a Torino saranno rimasti solo studenti e pensionati. Quindi datevi da fare; basterebbe un secondo operatore che non faccia cartello per far magicamente scendere i prezzi e migliorare le condizioni; o basterebbe andare a battere i pugni sul tavolo e imporre l’eliminazione della prenotazione obbligatoria, o almeno la vendita a bordo dei biglietti per i posti liberi, o una macchinetta automatica con la carta di credito, o tutte quelle cose che sono ormai scontate, nei Paesi sviluppati.

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domenica 5 febbraio 2017, 12:49

Il vero problema del M5S

Dopo che mi hanno girato alcuni articoli dei giornali di stamattina, mi vedo costretto a tornare sull’argomento Raggi per precisare alcune altre cose.

Io ho partecipato alla discussione collettiva che avveniva in rete, facendo ipotesi basate sulle notizie di stampa, come tutti; e tutte le mie congetture sono sempre state chiaramente marcate come ipotetiche e da verificare. Non ho mai detto di avere altri elementi, né che l’uso di polizze vita di investimento sia di per sé la prova di alcunché; ho semplicemente menzionato diverse possibili ipotesi, tra cui anche quella che la Raggi non ne sapesse niente. Il fatto che questa pratica possa essere usata, a seconda delle clausole, per trasferire dei soldi a un terzo, non vuol dire che questo sia per forza vero nel caso della Raggi, tanto più che nessuno di noi ha tuttora visto il contratto e letto le relative clausole.

Inoltre, non ho mai detto, né penso, che questo tipo di pratiche siano comuni nel M5S (ma quando mai) o che esso fosse a conoscenza delle polizze. Non sono un “superpentito del M5S“, che non è una associazione a delinquere, e non sono affatto pentito di averne fatto parte e averlo fatto crescere, almeno fino a quando non è andato in una direzione politicamente molto diversa da quella originariamente prospettata.

Non mi interessa la visibilità, se così fosse avrei fatto il giro delle televisioni e dei giornali nazionali in questi due giorni; invece gli unici giornalisti con cui ho parlato in questi giorni sono Gabriele Guccione e Maurizio Pagliassotti, spiegandogli peraltro le cose di cui sopra, e poi ho rimbalzato tutti gli altri. Tutto il resto è una interpretazione o invenzione dei giornalisti, senza averne discusso con me, e spesso ben oltre le mie affermazioni: quanto sopra è quanto ho sempre detto, quindi non c’è niente che io debba ritrattare, ma non è accettabile attribuirmi altro.

Aggiungo però un’altra cosa: che tutto questo polverone inutile generato dai media rischia di spostare l’attenzione dalla vera questione che il M5S deve risolvere.

Il M5S deve spiegare come seleziona la propria classe dirigente, in particolare quella non eletta, ma nominata nelle posizioni di massimo potere dalle persone elette.

Posso capire che non ci fosse alcuna intenzione di compensare alcunché da parte di Romeo quando ha stipulato la polizza a favore della Raggi, ma questo non spiega come mai lui lo abbia fatto (“per amicizia”? voi avete amici che vi intestano polizze da 30.000 euro?) né esclude il potenziale conflitto di interessi insito nella nomina, da parte della Raggi, di una persona così strettamente amica in una posizione di grande potere e con uno stipendio quasi triplicato.

Il M5S deve spiegare come mai le sue amministrazioni, dopo tante promesse di rivoluzione, nominano proprio nelle posizioni più importanti diverse persone già legate alle amministrazioni precedenti o con un passato in altri partiti, talvolta anche due o tre partiti uno dopo l’altro (è successo anche a Torino); e come mai, una volta preso il potere, spesso esso porta avanti le stesse scelte amministrative delle precedenti giunte piddine.

Il M5S deve convincere di essere capace di governare il Paese con capacità ed efficienza, cambiando davvero le cose, senza scandali continui, senza giunte e dirigenze che vanno e vengono in pochi mesi, senza informazioni imbarazzanti che vengono fuori a spizzichi e bocconi, solo quando le scoprono i magistrati e/o i media ostili.

Il M5S, inoltre, deve trovare il modo di mantenere la discussione sui binari della democrazia e del rispetto anche di chi la pensa diversamente, perché il livello di insulti (talora minacce) che ho ricevuto questi giorni è davvero ben oltre qualsiasi cosa abbia visto fino a due o tre anni fa, e, nella prospettiva di un M5S al governo, lascia davvero preoccupati su come sarà trattato chi la penserà diversamente da esso; e questo secondo me è un punto cruciale per chi, da elettore, dovrà decidere se dargli o meno credito.

E sarebbe bello se il M5S e i suoi sostenitori, invece di sghignazzare, di insultare o di cercare traditori e nemici, si dedicassero una buona volta ad affrontare questi problemi.

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lunedì 23 gennaio 2017, 14:36

Meno torte, più ascolto

Sabato, in una affollata assemblea, tantissime facce a me note – persone che si impegnano per Torino da anni come cittadini attivi, persone con cui ho lavorato a stretto contatto nel mio mandato da consigliere, persone che hanno attivamente sostenuto il M5S nella campagna elettorale – si sono riunite per condividere la delusione per i molti impegni pre-elettorali non mantenuti dalla giunta Appendino o addirittura completamente rovesciati, facendo l’opposto di quanto promesso. Io non c’ero e non ho voluto esserci, ma ciò nonostante da due giorni ricevo resoconti e richieste di commento, sia da cittadini che da attivisti M5S.

Sul programma in sé, io trovo la delusione giustificata, anche perché non tutte le mancate promesse sono giustificabili con problemi economici imprevedibili, peraltro ancora da dimostrare nel concreto; ma trovo anche giusto vedere cosa la nuova amministrazione riuscirà a fare quest’anno, sperando di trovare quel cambiamento che finora non c’è stato.

C’è, però, una cosa che mi ha fatto veramente incazzare, nel modo in cui il M5S Torino ha reagito a quella che è stata una civile e ben motivata richiesta di confronto: cercando di metterci il cappello. A sentire le dichiarazioni prima e all’inizio della riunione, sembrava quasi che l’assemblea fosse stata organizzata dalla giunta, ansiosa di confrontarsi coi cittadini, quando in realtà era frutto di esasperazione auto-organizzata dal basso, di tante richieste di confronto finite in promesse mai mantenute o addirittura in ripetuti rinvii e dinieghi all’incontro. E poi, dopo una riunione in cui gli amministratori presenti se ne son sentite gridare dietro di ogni, il comunicato ufficiale del M5S Torino conclude dicendo che “la cittadinanza ha fiducia nella nuova politica di ascolto e confronto del Movimento”: ma con che faccia?

In più, in parallelo, magari per nascondere un po’ il problema, la sindaca invece di venire alla riunione si è data a un improvviso attivismo alimentare, passando dall’arrotolare grissini al fare la torta per la figlia, sempre ben in vista davanti alle macchine fotografiche. Ora, se avessimo voluto un sindaco che faceva le torte avremmo candidato un pasticciere; il sindaco, invece, dovrebbe innanzi tutto essere a disposizione dei cittadini, specie di quelli che si sono sbattuti per anni per la città e/o per farlo eleggere.

Permettetemi, questa non è nuova politica; questa è politica-fuffa all’americana, in cui l’importante non è risolvere i problemi, ma manipolare la comunicazione in modo da negarne l’esistenza. Funzionerà con le persone più semplici, ma chi ha un po’ di conoscenza delle cose percepisce una presa in giro insincera, calcolata freddamente con un solo obiettivo in testa, conservare il consenso. Nel frattempo già partono, verso chi non è contento, le accuse di ingenerosità, di essere pakato chissà da ki, di rosicare, di non essere costruttivo.

E allora, se posso dare un consiglio, cambiate marcia, ma non solo nei fatti: cambiate atteggiamento, ritrovate l’umiltà, chiedete scusa.

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lunedì 9 gennaio 2017, 19:46

A me, sinceramente, spiace

A me, sinceramente, spiace.

Spiace scoprire che il M5S non ha idea di quali siano i suoi valori fondanti, fino a ieri anti Europa e anti mercato, stamattina pro Europa e pro mercato, ma stasera di nuovo anti Europa e anti mercato, ma non per scelta propria, ma per “la reazione dei poteri forti” (ma se invece i poteri forti accettavano il Movimento, allora da oggi esso era felicemente liberista).

Spiace vedere il dilettantismo con cui la massima dirigenza a cinque stelle gestisce questioni fondamentali, rivendicando il potere decisionale tramite i plebisciti in rete e poi usandolo male, prendendo in giro e facendosi prendere in giro da chiunque, pensando di poterci poi sempre mettere una pezza con la propaganda, con gli slogan, con “è tutta colpa di qualcun altro”.

Spiace vedere che le votazioni online sono sempre un plebiscito bulgaro, persino quelle su questioni che apertamente spaccano la base nella discussione in rete: o i risultati sono taroccati, oppure la maggior parte dei pochi che ancora si prendono la briga di votare sono quelli che se Grillo mettesse ai voti il suicidio collettivo voterebbero comunque sì.

Spiace persino avere il sospetto che tutto questo fosse una questione di poltrone, di fondi, di paura che l’uscita di UKIP mettesse a rischio l’eurogruppo e le sue prebende, di “mettiamoci d’accordo così contiamo di più e abbiamo più soldi sia noi che voi”, e chi se ne frega di valori, programmi, obiettivi, promesse, qualsiasi cosa va bene se conviene.

In un partito normale, dopo una figura del genere qualcuno si dimetterebbe, e ci sarebbe una riflessione, una discussione dal basso, magari addirittura un congresso. Sarebbe persino l’occasione in cui tanti delusi e tanti neofiti potrebbero (ri)avvicinarsi al movimento, soffiare in esso nuova vita, portare idee e competenze, rilanciarne l’azione.

Ma non si può fare, perché questo metterebbe in dubbio le posizioni acquisite, la fila di gente spesso mediocre (in qualche caso pessima) che negli scorsi anni si è assicurata la poltrona, e che ora si immagina già ministro, presidente, sindaco, megadirigente pubblico.

E quindi, vai di slogan contro Rom… l’Europa ladrona, contro le banche e gli immigrati, contro il PD e i poteri forti, con ridicoli proclami celoduristi come “l’establishment è contro di noi” e “abbiamo fatto tremare il sistema”, qualsiasi cosa perché non si possa mai mettere in dubbio niente, non si possa mai chiedere conto di niente. E anche se così facendo alla fine non si vincessero le elezioni nazionali, senza dubbio vent’anni di seggi di opposizione e di qualche sindaco qua e là, con lauti stipendi pagati dai cittadini, saranno sempre assicurati.

Che amarezza…

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giovedì 29 dicembre 2016, 14:35

Il divieto dei botti a Capodanno

Credo di poter parlare con una certa cognizione di causa della questione del divieto di botti a Capodanno, visto che in cinque anni da consigliere sono stato l’unico a intervenire puntualmente prima della fine dell’anno per sollecitare il rispetto del divieto, e dopo il capodanno per chiedere conto della sua applicazione. I botti di fine anno, infatti, sono un disturbo inutile non solo per gli animali ma anche per le persone che per qualsiasi motivo (malati, anziani…) non possono festeggiare e hanno bisogno di tranquillità, oltre che essere un pericolo per le persone (non solo quelle che li accendono).

Capisco dunque chi ci è rimasto male e anche chi parla di un complotto contro la sindaca pentastellata di Roma, ma le cose stanno in maniera un po’ diversa. I botti, difatti, sono legali, esattamente come il gioco d’azzardo; e proprio perché sono legali, il sindaco può imporre divieti solo se la legge glielo concede esplicitamente, o in alternativa lo può fare solo parzialmente (nel tempo e/o nello spazio) e solo per motivi gravi e urgenti legati alla salute pubblica.

In passato, sindaci di ogni colore (Fassino compreso) si sono appellati a questa possibilità per introdurre il divieto di botti sotto Capodanno, in una ordinanza o in un regolamento comunale, anche se quasi mai poi il divieto è stato fatto seriamente rispettare, viste le oggettive difficoltà; diciamo che si tratta più di una campagna di opinione (e, per i politici, del tentativo di accaparrarsi i numerosi voti degli animalisti).

Quest’anno, tuttavia, c’è stata una novità: una circolare del Ministero dell’Interno di tre settimane fa dice che il potere di un divieto in tal senso non sta nelle mani del sindaco, ma in quelle del prefetto, in quanto si tratterebbe di una questione di ordine pubblico legata a un evento unico e imprevedibile, e non di un problema di salute pubblica; se fosse un problema di salute pubblica, i botti sarebbero vietati sempre (dalla legge) e non solo a Capodanno.

La circolare di un ministero non ha valore di legge, ma quel che è successo è che le associazioni di categoria dei venditori di botti hanno impugnato al TAR Lazio l’ordinanza di Roma, chiedendo se l’interpretazione giusta della legge fosse quella dei sindaci o quella del ministero; e il TAR Lazio, che invece ha potere vincolante, ha deciso che potrebbe avere ragione il ministero, e quindi ha sospeso l’ordinanza in attesa di poter discutere dettagliatamente nel merito a fine gennaio.

Perché è stata impugnata solo l’ordinanza di Roma? Può darsi che ai pirotecnici stia antipatico il M5S, ma la cosa più probabile è che, dovendo scegliere (visti i tempi e i costi) una città in cui impugnare il provvedimento, essi abbiano scelto la capitale, sia perché è la prima città d’Italia e può fare da esempio, sia perché per legge il TAR Lazio è il “TAR supremo” e dunque la sua pronuncia prevarrebbe su quella eventualmente contraria di altri TAR in altre regioni. Insomma, questi sono onori e oneri di governare la capitale.

Non è chiaro se questa pronuncia renda automaticamente invalide anche tutte le ordinanze delle altre città, e comunque per ora è solo una sospensiva; magari a gennaio la pronuncia finale sarà opposta, e comunque c’è da aspettarsi un ricorso al Consiglio di Stato.

Per l’anno prossimo, sperabilmente, la questione legale sarà conclusa e sapremo se i sindaci hanno o no il potere di vietare i botti, e come (essendo in Italia, magari basta riscrivere l’ordinanza in modo diverso). Tuttavia, la soluzione vera è una sola, ovvero quella di cambiare la legge a livello nazionale, inserendo nella legge stessa la prerogativa dei sindaci di vietare i botti in occasione di determinate feste.

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venerdì 16 dicembre 2016, 13:42

Sulla mia espulsione dal M5S Torino

Cari attivisti,

so che domenica sera, alla riunione cittadina, il primo punto all’ordine del giorno sarà la mia espulsione dal Movimento 5 Stelle di Torino. Domenica sarò in Germania e non mi sarà possibile essere presente di persona; per questo motivo ho pensato di scrivere qualcosa.

A proposito dell’espulsione in sé, sinceramente, fate come ritenete più giusto; non me ne importa granché. Anche se nel regolamento del M5S Torino non sono previsti requisiti di attivismo minimo per rimanere iscritti, io ormai ho altro per la testa. Mi dedico al mio nuovo lavoro, e per quanto mi dispiaccia un po’ che le mie energie, invece di essere dedicate alla mia città, vadano a vantaggio di una società privata straniera, devo però dire che tale società, con la sua causa globale di una rete più libera e aperta, se le merita tutte; e non c’è persona che incontri per strada che non mi dica che sto molto meglio adesso.

Nel tempo che mi rimane, continuo a fare il cittadino attivo, e credo di fare un buon servizio alla collettività proseguendo nel “fiato sul collo” a mezzo Internet che era il vanto del M5S delle origini, e che ho sempre fatto di mia iniziativa da ben prima che esistesse il Movimento. Solo, come l’ho fatto con Chiamparino e con Fassino trovo giusto farlo anche con Appendino, e senza sconti. Se il vanto del M5S di ieri è incompatibile con la partecipazione al M5S di oggi, amen: preferisco la fedeltà ai principi che quella ai simboli di partito.

Mi permetto però soltanto di segnalare una cosa. Trovo strano che in una città piena di problemi, dopo alcuni mesi di amministrazione a cinque stelle non certo esaltanti, la preoccupazione più urgente del M5S Torino sia espellere una persona che nei fatti già non partecipa più.

Credo che gli attivisti dovrebbero preoccuparsi di altro. Dovrebbero pretendere dal proprio movimento e dai propri eletti il rispetto del programma elettorale e delle promesse fatte prima del voto, ora tanto velocemente messe da parte. Dovrebbero pretendere coinvolgimento e partecipazione, invece di accettare a scatola chiusa le scelte della giunta. Dovrebbero pretendere il rispetto dei principi base tanto sbandierati dal Movimento 5 Stelle, a partire dal taglio degli stipendi, visto che sindaco, assessori e presidente del consiglio comunale continuano a guadagnare dai seimila euro al mese in su.

Dovrebbero preoccuparsi di poter andare per strada a testa alta, senza trovarsi di fronte a cittadini perplessi o arrabbiati che hanno votato Appendino per ottenere un cambiamento e ora vedono che poco o nulla sta cambiando. Dovrebbero preoccuparsi dei segnali evidenti di assimilazione del M5S alla mediocrità della politica italiana, dei primi arresti nel Movimento nazionale, del continuo cercare scuse, usare il marketing per negare i problemi, cercare traditori e nemici per sviare l’attenzione.

Io capisco che governare non sia facile, e sono anche convinto della buona fede e dell’impegno di molti degli eletti. Sono anche convinto però che il M5S abbia fatto delle scelte e ne debba rispondere a chi lo ha votato, tra cui il sottoscritto.

Per esempio, il M5S ha scelto una brutta strada quando ha messo la fedeltà davanti a tutto il resto, regalandoci momenti come quelli di questo video, con il presidente del consiglio comunale, la massima carica istituzionale della città, che non riesce nemmeno a leggere il numerale romano “II” contenuto nel nome di uno dei principali corsi cittadini.

Peggio ancora mi sento quando leggo di strane manovre sulle nomine o di lucrosi affari privati derivanti da generose concessioni della nuova amministrazione, o vedo sparate propagandistiche ridicole come quella di ieri. Peggio ancora mi sento se per il Movimento tutto questo va sempre bene, se tutto viene sempre difeso a prescindere solo perché viene da “noi”.

Quindi scusatemi se quando scopro queste cose ci resto male, mi arrabbio e mi sento anche un po’ in colpa, dato che ho comunque sostenuto la candidatura di Chiara fino all’ultimo, pensando che almeno l’onestà intellettuale e la trasparenza ci sarebbero state. Non mi diverto a criticare, a litigare in rete, a subire ondate di attacchi preconcetti e di fango personale, lo faccio solo perché spero di svegliare ancora qualcuno.

Fossi in voi, dunque, mi concentrerei sul vero compito della base di qualsiasi forza politica sana, che non è quello di applaudire e di farsi i selfie coi capi, ma quello di controllare e dirigere l’operato di chi rappresenta la base e i cittadini.

Comunque, nessuna decisione di partito potrà cancellare quasi dieci anni di lavoro al servizio della mia città e dell’ideale di un tempo, i tempi meravigliosi delle origini, lo spirito avventuroso ed entusiasta che fu, i dibattiti accesi su idee di democrazia diretta e di riforma sociale che forse erano ingenue e utopistiche, ma che avrebbero davvero potuto cambiare il mondo, se non fosse arrivato prima il potere che tutto vincola e tutto corrompe, insieme a tempi cupi che fanno presagire il peggio.

Spiace, ma spiace soprattutto che il tempo della rivoluzione sia passato, e che ora ne resti soltanto più la caricatura.

Buona assemblea,

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