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Archivio per il mese di marzo 2017


domenica 26 marzo 2017, 14:34

Un futuro alternativo al populismo

Ultimamente provo un grande senso di frustrazione e di impotenza per come vanno le cose in Italia e nel mondo. I miei critici personali lo attribuiscono al mio divorzio con il M5S, ma questo c’entra solo in modo molto indiretto.

Infatti, ciò che mi arrovella, ciò che mi rende spesso negativo, è che vedo il nostro mondo andare verso il disastro; e se fin che facevo politica attiva mi sembrava di far qualcosa per evitarlo, ora che non posso più fare niente mi sento frustrato. Anzi, visto che il M5S invece di evitare questa fine ha cominciato a lavorare attivamente per arrivarci, mi sento anche un po’ responsabile, pur avendo fatto tutto il possibile per combattere questa deriva dall’interno e dall’esterno, e avendo dunque la coscienza a posto.

Voglio dunque farvi un discorso lungo e importante, partendo da alcuni fatti, per dimostrare che il populismo che cresce in tutto l’Occidente ha le radici, come sempre accade nella storia, in un meccanismo di egemonia culturale che modifica la percezione delle cose, e in particolare della globalizzazione.

Ciò che è veramente accaduto grazie alla globalizzazione è ben esemplificato da un grafico che ripropongo a ogni occasione: l’aumento reale di ricchezza della popolazione terrestre tra il 1988 e il 2008, in funzione della fascia di ricchezza a cui ognuno di noi appartiene su scala globale.

Quando si dice che la globalizzazione ha beneficiato solo “l’1% più ricco” o “una piccola minoranza”, si dice una grande bugia. In realtà, dalla globalizzazione hanno guadagnato quasi tutti: hanno guadagnato le classi medio-alte dei paesi occidentali, che stanno all’estremo destro del grafico, e hanno guadagnato tutti, sia poveri che ricchi, nei paesi in via di sviluppo e persino in quelli più poveri del pianeta. Gli unici che non hanno guadagnato sono quelli tra il 75 e il 90 per cento, ovvero le classi medio-basse dei paesi ricchi.

Su scala planetaria, insomma, la globalizzazione ha portato crescita e ricchezza alla grande maggioranza degli esseri umani; negli ultimi trent’anni, miliardi di persone sono uscite dalla povertà.

Ma persino se prendiamo soltanto le nostre singole nazioni, questa idea che la disuguaglianza sia cresciuta, che “l’1% si è arricchito alle spalle del 99%”, è vera solo in parte. Questo grafico mostra l’andamento del coefficiente di Gini, la grandezza che misura la disuguaglianza economica all’interno della società, in Italia, Germania e Stati Uniti.

E’ vero che il trend generale dagli anni ’80 è in ascesa, e indubbiamente la competizione globale ha premiato di più chi era più in grado di approfittarne, in primis chi aveva i capitali per investire. Eppure, specialmente prendendo le curve più basse, cioè quelle dopo la redistribuzione di ricchezza operata dallo Stato tramite la tassazione, si scopre che il coefficiente di Gini non è salito poi di così tanto; in Italia, anzi, dopo un forte aumento nei primi anni ’90, dal 1998 non ha fatto che calare, e anche dopo il 2010 pare essere rimasto sostanzialmente stabile, nonostante persino Il Sole 24 Ore faccia un titolo che dice l’opposto.

Del resto, il “top 5%” su scala globale che stando al primo grafico si è arricchito non corrisponde a soltanto il 5% dell’Occidente, proprio perché esso è concentrato al suo interno; esso corrisponde almeno al 20-40% delle società occidentali. Per questo la disuguaglianza in Occidente è salita, ma non così tanto, perché l’arricchimento materiale dovuto alla globalizzazione, anche da noi, è stato molto più diffuso di quel che comunemente si dice; molti ne hanno beneficiato, ma non se ne rendono conto.

Più che aumentare le disuguaglianze, quindi, è l’intera società italiana che è cresciuta meno delle altre. Potremmo dire anzi che nel complesso, dal 2008 in poi, si è abbastanza uniformemente impoverita, in senso assoluto ma soprattutto in senso relativo, rispetto ai nostri vicini europei; perché restiamo comunque tra i più ricchi Paesi del pianeta, l’ottava economia del mondo e circa la trentesima (su duecento) in termini di PIL pro capite.

Qual è allora il problema? Il problema è che l’essere umano non è altruista, ma utilitaristico; pensa essenzialmente solo a se stesso. E quindi, alle classi medio-basse dell’Italia e di molti paesi occidentali importa poco se la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita degli asiatici e in buona misura anche degli africani, dei russi, dei brasiliani; importa il fatto di aver dovuto fare rinunce, o addirittura di fare fatica ad arrivare a fine mese.

Questo, peraltro, è sacrosanto; non si può dismettere la crescente antipatia occidentale di massa per la globalizzazione come frutto di ignoranza, di ingordigia o di xenofobia, come fanno da troppo tempo le élite dominanti; non si può trascurare la quantità crescente di persone che fanno fatica a tirare avanti, e che la globalizzazione ha oggettivamente danneggiato.

Del resto, ognuno ha il diritto di inseguire il proprio benessere materiale, e, da essere umano medio, lo farà anche a discapito degli altri. I discorsi sulla decrescita felice e sull’amorevole terzomondismo, pur avendo il proprio senso, sono gingilli per gente con la pancia piena e tempo da occupare; e mentre le élite si gingillano con questi sogni, le masse dei paesi occidentali si organizzano per provare a riprendersi la ricchezza che si è trasferita verso il resto del mondo.

Di qui nasce il populismo dilagante; l’abbondanza di politici che, talvolta credendoci sinceramente, talvolta sfruttando cinicamente la situazione, promettono alle masse ricchezza e benessere, andandolo a prendere a questo mitico 1% di privilegiati che però, come abbiamo visto, esiste, ed è probabilmente alla radice di molte scelte politiche a favore della globalizzazione, ma non è affatto il suo effetto primario o il problema principale dell’attuale momento storico.

Già, perché io ho fatto un calcolo molto semplice: sono andato sul sito della Banca Mondiale, ho scaricato la tabella con il PIL dei vari paesi nel 2015 e ho fatto la somma; fa 73 mila miliardi di dollari. Dividetela ora per i sette miliardi di abitanti del pianeta, quanto fa? Fa diecimila dollari a testa.

Il PIL italiano è attualmente di circa 36.000 dollari a testa, quindi, cari ragazzi, se anche riuscissimo a prendere tutti i ricchi nelle loro isole felici e ci mettessimo a redistribuire le loro immense ricchezze a tutto il pianeta, introducendo un bel reddito di cittadinanza globale, le frontiere aperte per tutti e la massima e totale uguaglianza tanto agognata dalle sinistre mondiali, tutti noi italiani dovremmo ancora rinunciare in media a tre quarti della nostra ricchezza.

Perché, vedete, alla fine i ricchi siamo noi, ma non solo gli Agnelli e i Berlusconi; siamo tutti noi, esclusi al massimo i rom che vivono nelle baracche e gli immigrati che raccolgono pomodori a tre euro l’ora; ma nemmeno loro sono i veri poveri del mondo, e infatti rischiano la vita pur di venire qui a raccogliere pomodori a tre euro l’ora, perché per loro è comunque un miglioramento economico.

Ma questo vuol anche dire un’altra cosa: che o siamo in grado di realizzare prodotti che valgano più della media mondiale, posizionandoci all’avanguardia della tecnologia e dell’innovazione di prodotto e di mercato, oppure, se continueremo a competere con tutto il pianeta su produzioni poco qualificate che si possono fare ovunque, siamo destinati a ristagnare fin quando il nostro reddito non sarà più o meno allineato con la media mondiale, cioè tra un paio di generazioni (persino se noi restassimo totalmente fermi e il mondo meno sviluppato crescesse regolarmente del 5% l’anno, ci vorrebbero ancora quasi trent’anni).

Allora, dove pensate che i populisti possano prendere la ricchezza per ridare soldi in tasca alle nostre classi medio-basse? Un po’, per carità, si potrà ancora provare ad aumentare la tassazione ai nostri ricchi, ma siamo già a livelli molto alti, e dato che ci stiamo relativamente impoverendo tutti, questo darà qualche soldo in più ad alcuni a scapito di altri, ma non fermerà certo l’impoverimento collettivo dell’Italia; del resto, tutti i tentativi di mettere più soldi in tasca ai poveri sostenendo che questo avrebbe rilanciato i consumi e la crescita sono finora essenzialmente falliti.

Per il resto, però, l’unica possibilità per ottenere ricchezza dall’alto e senza faticare, cioè senza riqualificarci, darci da fare e metterci a offrire prodotti e servizi unici che non possano essere imitati a un terzo del prezzo da un lavoratore asiatico o africano, è interrompere la globalizzazione con la forza, economica o militare, tirare su i muri e reimpoverire qualcun altro per riarricchirci noi; dove il qualcun altro, a scelta, può essere un altro paese europeo che è stato più bravo di noi a sfruttare la situazione, oppure può essere il resto del mondo.

Solo che, vedete, nel frattempo la Cina ha costruito le portaerei. No, ve lo dico, perché magari pensate ancora che noi europei siamo i padroni del mondo, e non è più così. Forse lo sono gli americani… forse. E del resto, è più facile che sia Trump a impoverire a forza l’Europa, che l’Europa a impoverire a forza gli Stati Uniti, specie se l’Europa si spezza e diventa una miriade di Paesi poco o per nulla rilevanti. Quanto a noi italiani, manco siamo autosufficienti energeticamente: abbiamo fatto progressi, ma basta che Putin si incazzi e stiamo al freddo.

Capirete dunque che, in queste condizioni, affidarsi al populismo è facile, ma è probabilmente un suicidio; perché un governo populista potrà inizialmente raschiare il fondo del barile per mantenere le proprie promesse di restituire ricchezza a pioggia, ma poi non ci riuscirà. Non volendo lasciare il potere (nessuno mai vuole lasciare il potere), in Italia e altrove vedremo le classiche fasi dei governi populisti:

1) Propaganda: il governo populista andrà avanti a dire che la situazione non cambia per colpa di quelli che c’erano prima, di quelli che stanno fuori dal Paese, dei cattivi europei/finanzieri/multinazionali/riccastri eccetera. Nel frattempo avrà il potere in mano, i nuovi politici si arricchiranno come e peggio di quelli vecchi, piazzeranno gli amici, e continueranno a prendere in giro i loro seguaci per farsi rivotare.

2) Paranoia: si comincerà a dire che la situazione non cambia perché ci sono dei traditori della nazione, innanzi tutto gli oppositori politici; poi, in base alle lotte di potere interno, improvvisamente anche qualcuno dei governanti verrà scaricato e additato alla folla come capro espiatorio. Questa è la fase in cui si rischia la violenza, perché se la gente ha fame e gli dici che è colpa di Tizio che abita tre isolati più in là, qualcuno che lo va a cercare salta fuori di sicuro; ed è anche la fase in cui chi sta al potere spesso coglie l’occasione per instaurare un regime autoritario o direttamente una dittatura (abbiamo già esempi ai bordi dell’Europa).

3) Guerra: alla fine, se il governo non crolla prima, l’unico modo di ottenere risorse sarà una guerra economica, diplomatica o persino militare con qualche Paese straniero vicino o lontano, cominciando a requisirne le proprietà o a non ripagargli i prestiti che ci ha fatto, senza sapere dove si andrà a finire.

Del resto, prima ancora di governare a livello nazionale, il M5S di oggi è già alla seconda fase; possiamo sperare che non arrivi mai alla terza, ma bisogna essere ciechi per non vedere i segnali tipici di questa deriva, già sperimentata da molti Paesi negli ultimi cento anni.

Eppure, il populismo vincerà le elezioni tra gli applausi della gente, e sapete perché? Non è soltanto perché la situazione è questa; è perché le misere leadership dell’Italia e dell’Europa di oggi, dopo aver per anni ignorato il problema, non hanno saputo dare una risposta alternativa né sul piano dei comportamenti, continuando a farsi i fatti propri e a ballare sul Titanic, né sul piano culturale.

Su questo piano, almeno in Italia, il populismo ha già vinto: perché non c’è alcun leader o progetto politico culturalmente alternativo. Berlusconi? Era populista prima di Grillo. Salvini? Un Grillo più xenofobo. Renzi? Renzi ha inseguito Grillo con slogan ad effetto, battute altrettanto arroganti e sparate altrettanto populiste, e se nel brevissimo periodo questo lo ha portato al 40%, nel medio periodo, non avendo ovviamente mantenuto alcunché, si è bruciato. E’ inutile che il PD candidi Renzi, il suo sorriso vacuo e i suoi slogan; è bruciato, e per quanto la gente possa essere poco convinta di Grillo, tra lui e Grillo a questo giro l’Italia sceglierà il secondo, proprio come l’America ha scelto Trump piuttosto che riavere i Clinton, e l’Inghilterra ha scelto la Brexit; con l’aggravante che mentre all’estero il populismo fa presa soprattutto sui vecchi, da noi la fa soprattutto sui giovani.

L’unico modo di battere il populismo è rovesciarne l’egemonia culturale, nel dibattito pubblico e nella mente degli italiani; avere il coraggio di dire chiaramente le verità scomode, di parlare di valori democratici non negoziabili e di progetti a lungo termine, di spiegare che la globalizzazione non ha impoverito “tutti tranne i super-ricchi” e che non c’è alcuna scorciatoia per il benessere collettivo rispetto al darsi da fare, di trattare gli ignoranti per gli ignoranti che sono, di promuovere l’idea che non è la politica che deve scendere al livello della marmaglia da social network, ma la marmaglia che deve educarsi se vuole avere un ruolo nel dibattito pubblico, da cui altrimenti deve essere estromessa non con la forza, ma con gli argomenti, con i fatti (quelli sì, difesi con forza dalle bugie), ed eventualmente con la ridicolizzazione che ben le sta.

Per come è ridotta la mentalità degli italiani oggi, temo che sia comunque troppo tardi; le verità scomode potranno essere riconosciute soltanto sulle ceneri di un disastro totale del populismo, spero non grave come quello del populismo di Mussolini, anche se persino la giustamente decantata Italia seria e operosa del dopoguerra è esistita soltanto dopo che la via facile del populismo era stata catastroficamente sperimentata fino in fondo.

Eppure, questa è l’urgenza della politica italiana ed europea oggi: produrre una alternativa politica e culturale globalista, moderna, seria, competente e non compromessa col passato, quindi altrettanto credibile del populismo come proposta per il futuro.

Questo, si badi, non vuol dire astenersi da qualsiasi critica o richiesta all’Unione Europea e a chi gestisce i fenomeni globali, a partire dal dibattito sulla sovranità monetaria, e nemmeno da qualsiasi limite alla circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, limite invece che è auspicabile proprio per rendere gestibile una situazione sociale che altrimenti rischia di esploderci in mano. Questo, però, vuol dire scegliere i valori prima che il consenso immediato, e decidere per principio di essere europei e cittadini del mondo, anche se questo dovesse costarci qualcosa nel breve termine, perché è l’unica via per la pace e la prosperità nel lungo termine.

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sabato 18 marzo 2017, 10:34

Cellulare pazzo

Ho l’abitudine di controllare ogni tanto i consumi del cellulare, e continuo a farlo anche col numero aziendale TIM. Evidentemente serve, perché stamattina (sono ancora in Inghilterra) ho aperto l’app e ho notato il credito in discesa: nonostante l’azienda abbia ovviamente scelto una tariffa che include il roaming voce e dati in tutta Europa, da un paio di giorni hanno cominciato a farmi pagare i dati; ed è sparita dal mio profilo l’opzione “5 Eurogiga”.

Recupero da un collega il numero di telefono dell’assistenza clienti dall’estero, e chiamo: mi sorbisco quasi due minuti di messaggini registrati, poi risponde una signorina, comincio a spiegare il problema, e tac! “casualmente” cade la linea.

Seconda chiamata: rifaccio la trafila, arrivo all’operatrice, mi dice che quello che ho fatto è il numero per le ricaricabili consumer, mentre io ho una ricaricabile business, quindi non può aiutarmi, ma “anche dall’Inghilterra le basta fare il 191”.

Terza chiamata, faccio il 191: silenzio e poi una voce inglesissima mi dice “you have dialled an incorrect number”.

Allora apro il PC, cerco online, trovo il numero estero dell’assistenza TIM business: +39 33 44 191. Chiamo, e mi risponde una voce computerizzata, che mi chiede di spiegare il mio problema. Lo spiego, c’è un po’ di silenzio, e poi la voce computerizzata mi dice: scusi non ho capito, può ripetere il problema? Io ripeto, silenzio, e il computer mi dice: sto cercando di aiutarla, può ripetere il problema? Al terzo inutile tentativo, finalmente mi passano l’operatrice.

Stavolta è l’operatrice giusta, la conversazione inizia bene perché parto con “buongiorno” e lei risponde “buongiorno” quasi stupita, si vede che la gente di solito nemmeno saluta. Lei controlla, e mi dice: certo, lei ha finito i 5 GB. Ma come? Dato che li controllo regolarmente, so che tre giorni fa avevo ancora quattro giga e mezzo, e poi non ho fatto altro che controllare la posta e poco altro. Mi dice che si può ordinare una verifica, ma ci vogliono 48 ore, e nel frattempo non c’è niente da fare, o disabilito i dati o pago. E poi aggiunge: può provare a guardare anche lei sul web.

Io ordino la verifica, ringrazio, riprendo il PC, navigo tra interfacce incomprensibili, faccio una estrazione dati, e viene fuori quel che vedete nella foto: la mia tariffazione dati ha un buco di 24 ore esatte, l’ultimo giorno in Danimarca, e poi riemerge con la tariffa disattivata.

A questo punto il mistero si infittisce: cosa sarà successo? Aspetto la verifica; certo che mi chiedo come faccia TIM a sopravvivere funzionando così male.

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venerdì 17 marzo 2017, 12:21

Genova senza le stelle

Quando ho scritto che il M5S degli ultimi tempi sta andando rapidamente verso il fascismo mi sono beccato insulti di ogni genere. Eppure, come altro definire quello che è successo a Genova? Anche lì, da molto tempo, la corrente dei “fedelissimi” ha progressivamente emarginato le teste pensanti e le persone indipendenti, fino all’abbandono della gran parte dei consiglieri uscenti.

Per assicurarsi il controllo del Movimento, con il beneplacito dello staff, a Genova è stato imposto un assurdo metodo di votazione online della lista per le elezioni comunali, che costringeva i candidati consiglieri ad associarsi a uno specifico candidato sindaco, formalizzando le correnti, e stabiliva che la lista sarebbe stata composta solo dai candidati della corrente vincente, estromettendo tutti gli altri persino se fossero stati i più votati. Persino i più convinti della base si sono resi conto dell’autoritarismo dietro a questa deriva, portando alla clamorosa sconfitta della corrente ortodossa, tre giorni fa, nella votazione online.

E allora che succede? Succede che lo staff annulla la votazione e ne stabilisce una nuova, in cui può votare chiunque in Italia (ho verificato, posso votare persino io…), ma si può votare per un solo candidato sindaco, quello della corrente dei fedelissimi uscito sconfitto dalla votazione precedente, oppure scegliere di non presentare la lista. In pratica, la democrazia online del M5S di oggi è: potete votare, ma solo per ratificare quello che vuole Grillo, e se non votate per quello si rivota fin che non vince quello. Ammesso poi che sia veramente Grillo e non chissà chi altro a decidere queste cose, visto che Grillo ha da poco formalmente disconosciuto la paternità del suo blog.

Ma allora, non vi fa veramente paura che gente così allergica alla democrazia e alla trasparenza (nonostante il continuo riempirsene la bocca) possa conquistare il potere nazionale? Come sarebbero riscritte la legge elettorale e la Costituzione da un ipotetico governo a cinque stelle?

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sabato 4 marzo 2017, 09:32

Cercasi meccanico

Anche voi, come me, avete una vecchia macchina che da circa un decennio va sempre peggio, non accelera, si blocca, sta cadendo a pezzi.

Fino a sei anni fa la portavamo da un meccanico che faceva sempre lo splendido, girava con la Ferrari, aveva l’officina piena di belle ragazze, sui calendari e di persona. Per un po’, nonostante il conto salato, aveva dato l’impressione di poter trasformare anche la nostra macchina in un macchinone, fin che una volta non siamo rimasti completamente a piedi in autostrada, e si è scoperto che aveva raccontato parecchie balle, e gli hanno praticamente chiuso a forza l’officina, anche se è da allora che cerca in ogni modo di riaprirla.

Per un paio d’anni ci hanno imposto l’officina ufficiale della casa produttrice, ma con quelli non sai mai se veramente facciano l’interesse tuo o del produttore. Allora, appena abbiamo di nuovo potuto scegliere, siamo andati dall’altra officina storica del quartiere; all’inizio c’era il vecchio, un signore un po’ anziano che si era quasi stupito che gli avessimo affidato la macchina, tanto che in pochi mesi fu fatto fuori dal figlio, più giovane e con più energia per gestire il rinnovato successo della ditta. Solo che anche il figlio ha fatto tante promesse, e per un paio d’anni la macchina sembrava andare abbastanza bene, ma poi alla fine sono riapparsi i vecchi problemi, e la macchina ha cominciato a rompersi di nuovo, dandoci il dubbio che pure lui si approfittasse di noi gonfiando le parcelle. Lui ha scommesso che l’avrebbe riparata definitivamente come sapeva lui, ma la scommessa non ha funzionato e ultimamente ha persino dovuto lasciare l’officina a un prestanome.

Da qualche anno però nel quartiere c’è un meccanico giovane, simpatico, che promette mari e monti e ha riempito le vie di pubblicità, cercando di convincere tutti a passare da lui; a diversa gente piace, anche se l’impressione è che le spari grosse e che molto faccia il fatto che è decisamente più bravo degli altri nel marketing. Saremmo piuttosto tentati di cambiare officina, anche solo per provare come va; però, a ben vedere, quelli che l’hanno già fatto sono piuttosto perplessi, perché alla fine la macchina va più o meno come prima, anzi in qualche caso il nuovo meccanico, anche solo per inesperienza, ha combinato dei bei disastri. E in fondo, abbiamo tutti il dubbio che non appena avrà conquistato il mercato comincerà anche lui ad approfittarsi di noi.

Insomma, è un vero dilemma: da che meccanico portare la macchina? E’ proprio vero che in Italia trovare un buon meccanico è molto difficile: viene davvero voglia di scendere e andare a piedi.

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giovedì 2 marzo 2017, 13:59

Italo, perché?

Avendo ricevuto un invito per un incontro a Roma martedì prossimo, mi sono messo a prenotare i treni. Con così scarso preavviso i prezzi sono alti, ma ho trovato una buona opzione su Italo e mi sono messo a prenotarla, se non che… andando avanti, arrivavo al pagamento senza che mi facesse scegliere il posto. Mi sono insospettito, ho cercato, e ho scoperto che da un certo tempo, almeno sui biglietti più economici, Italo non ti fa più scegliere il posto: te lo da lui.

Ora, quando viaggio io voglio assolutamente il finestrino, perché sono uno di quelli che passa il viaggio a pensare guardando fuori. Per cui, per me questo è un problema sufficiente da passare a Trenitalia e pagare anche qualche euro in più; invece, non si capisce quale sia il risparmio di Italo nel non farmi scegliere il posto. Ma quale luminoso manager dallo stipendio di giada avrà mai concepito una stronzata autolesionista del genere?

Comunque, alla fine ho preso Italo lo stesso: infatti ho osservato che non puoi scegliere il posto, ma alla fine c’è un pulsante per tornare alla selezione del treno e ripetere la procedura; e ogni volta l’algoritmo ti assegna un posto diverso. Calcolando che i posti sono quattro per fila numerati in ordine, mi è bastato ripetere la cosa un paio di volte per farmi dare un posto con un numero che diviso per 4 dà resto zero o uno, e che quindi dovrebbe essere un posto finestrino. Martedì vi saprò dire se funziona…

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