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Archivio per il mese di giugno 2014


mercoledì 25 giugno 2014, 10:35

Cara Paris Hilton

Cara Paris Hilton,

sono in uno dei tuoi albergoni non per mia scelta, e bisogna ammettere che è un bell’albergone, a posto con tutti gli standard internazionali che ci si aspettano da esso, anche se in qualche parte è piuttosto consumato.

Certo, già non ero completamente contento per l’attesa al check-in la prima sera, e poi esprimo il mio disappunto dopo che la stanza che mi avete dato, pur molto bella, si trova in un corridoio il cui altro lato (tre o quattro stanze) è interamente occupato da una tremenda famiglia che viene da qualche paese arabo non meglio precisato. La famiglia è costituita dal maschio, un tizio trentenne tamarrissimo, pieno di gel e camicie eleganti e di altri modi di dimostrare che i soldi gli escono fin dal sedere; da tre o quattro mogli, che tendenzialmente non escono mai dalla stanza se non completamente coperte dal burqa e che non possono uscire da sole né, a maggior ragione, prendere l’ascensore insieme a me (piuttosto mi fanno andare da solo); da un paio di suocere a caso, principalmente dirette al controllo dei figli; e da circa centodiciotto bambini e bambine tra i due e gli otto anni, che passano tutto il tempo a correre nel corridoio, picchiare sulle porte, rotolarsi per terra, tirarsi addosso vari iPhone e iPad (ne hanno almeno un paio a testa), riempire il tappeto di immondizia tirata a caso (anche dal maschio alfa e dai suoi residui di cibo in camera, a dire il vero), a urlare le proprie emozioni in una lingua incomprensibile e, in generale, a tagliare con energia le radici cristiane dell’Europa. Dai tuoi clienti mi aspetterei un certo standard di comportamento, tanto più a Londra, per cui scusami se prendo un po’ sul personale la situazione, a cui cerco di rimediare mettendo ad alto volume la televisione sulle partite del Mondiale, in modo che i bambini imparino almeno un po’ di radici cristiane dell’Europa.

(In generale, fare un giro nei tuoi alberghi è molto istruttivo per capire che spesso alla ricchezza non corrisponde l’intelligenza, anzi: spesso più sono ricchi e più sono scimuniti. Ieri in ascensore c’era una tipa tutta imbellettata che sfoggiava dei tacchi di mezzo metro; quando l’ascensore è partito lei ha perso l’equilibrio, è caduta da sola all’indietro, ha fatto un grido e poi ha detto a voce alta, parlando a se stessa, “che spavento, pensavo che qualcuno mi avesse aggredita”.)

Comunque, non era di questo che volevo parlarti. E’ che facendo la doccia ho utilizzato il microscopico boccettino di “body wash” che mi hai cortesemente messo a disposizione (cortesemente una mazza, con quel che deve costare questa stanza: potevi almeno darmene due). Va bene, il contenuto ha un buon profumo di limone, però ha un problema: è pieno di microscopici pezzettini di plastica dura. Mi sono documentato su Internet e pare che non sia un caso, anzi, si tratti dell’ultimo ritrovato dell’industria cosmetica, un settore mai abbastanza ringraziato per il suo innegabile contributo allo sviluppo della scienza umana, per attribuire ai propri prodotti nuove e miracolose proprietà curative. Parrebbe dunque che i pezzetti di plastica siano concepiti per grattarmi la pelle mentre mi lavo, e questo dovrebbe farmi stare meglio.

Ora, questa roba mi pare piuttosto improbabile di suo, e devo anzi dirti che mi fa un po’ senso, e che non trovo affatto piacevole cospargermi il corpo di pezzettini di plastica dura e di infilarmeli un po’ dappertutto, specialmente mentre mi lavo le parti più intime, là dove non batte mai il sole. Ma soprattutto, dopo che questi pezzettini di plastica sono stati per qualche secondo sulla mia pelle e hanno esercitato una funzione curativa più o meno pari a quella che otterrei se prendessi uno dei miei vecchi vinili e me lo frantumassi in testa, finiscono giù nello scarico e di lì nelle acque di tutto il pianeta.

E francamente non vedo proprio il motivo di spargere dei pezzettini microscopici di plastica, quasi impossibili da filtrare e da smaltire, nell’acqua di tutto il pianeta, solo perché qualche marchettaro ha deciso che così avrebbe potuto far sembrare più figo lo stesso sapone liquido al limone che trovo al discount per un euro al bottiglione.

Quindi, ti prego, capisco le tue esigenze di mantenere la pretenziosità dei tuoi alberghi, di modo che tutte le famiglie arabe piene di soldi continuino a frequentarli, ma almeno evita di inquinare mezzo pianeta per una simile stronzata.

Ciao,

P.S. E per favore fai una figlia e chiamala London, così la prossima volta posso scrivere alla città giusta.

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domenica 22 giugno 2014, 11:42

L’aria del sabato sera

Grazie a te, compagnia del giro, che oltre a gestire da una decina d’anni il punto info e altre cose, hai deciso di offrirci il party del sabato sera. Però non è bello organizzare il party dando a ognuno cinque bevande offerte, ovviamente alcooliche, dicendo che poi ci sarà lots of food, e poi finisce che esce un vassoietto di stuzzichini ogni venti minuti, e la gente già ebbra prende d’assalto la povera cameriera bionda. Lei esce con un vassoio di pollo fritto e la assaltiamo a decine, come se non avessimo mangiato da mesi, carichi di birre in corpo e di chiacchiericcio d’occasione… Sarò sempre grato a chi mi ha offerto tre birre, però diciamocelo, questo è the most foodless lots-of-food party, giusto due patate fritte e due polli fritti e qualche samosa e poi ogni tanto un vassoio di verdure a bastoncino, che interessa giusto agli indiani.

Si socializza, però, in questo pub elegante sulla Portobello Road (ma il mercato è finito da un po’), in mezzo alla parte fighettamente, miliardariamente residenziale di Notting Hill. Si socializza e già che ci siamo si guarda la partita, che è Germania-Ghana: perché per ogni mondiale c’è un meeting di ICANN, il 2002 in Romania, il 2006 in Marocco, il 2010 in Belgio e adesso l’Inghilterra. Stavolta, i tedeschi sono talmente popolari che quando segna il Ghana è un tripudio, un mix di brasiliani cinesi americani e finnici che fanno il trenino in mezzo al pub; poi pareggia Klose, e festeggiano solo loro. La ragazza tedesca – la conosco da dieci anni, è una brava persona, era nel comitato che presiedevo, lavora nel sindacato dei verdi, era consigliere comunale a Francoforte e ovviamente mi chiede se ho parlato con Albrecht – ancora ce l’ha con me perchè nel 2006, dopo la semifinale, in un momento di gruppo un po’ teso, le mandai un sms cattivo in cui la sfottevo a morte. Otto anni dopo posso ancora scusarmi, ma lei, chissà perché, non se l’è dimenticato; penso che sotto sotto sia questo il motivo per cui i verdi tedeschi cercano di ammazzarci con l’euro.

Dopo un paio d’ore, la terza birra media gratis a stomaco sostanzialmente vuoto mi mette un po’ in difficoltà, anche se dissimulo bene, perchè tutti gli altri sono nella stessa situazione ed è un fiorire di saluti e pacche sulle spalle. Però, salutati un po’ tutti compreso il pissoir, alla fine li lascio lì e vago per il quartiere elegante cercando la fermata del 23, che mi riporti verso l’albergo. Attorno è pieno di buzzicone seminude molto inglesi, e di maschi allupati e alticci: l’aria del sabato sera a Londra è la stessa da quando ero bambino. Alla fine il bus arriva, e sono sufficientemente pronto da strisciare l’ostrica e sapere dove sto andando. Scendo alla fermata prima: non sono pieno se non di liquidi, e per ripristinare la parità ci vuole del cibo.

Così entro nel bugigattolo all’angolo e ordino codnchips, p’leese: sontuosamente untuoso, le patate grosse e carnose, e il merluzzo lurido al punto giusto. Sono i dieci euro meglio spesi dell’anno, non come a pranzo che mi hanno portato a mangiare nello “sports bar” dell’albergone pretenzioso, e per un hamburger e una birra ho speso di tasca mia 22 sterline, no dico 22 sterline, che è tutto il giorno che me ne dolgo. Rientro in albergo con la mia scatoletta di cartone unta e quadrata, assaporando la ragione del fritto: adesso la mia stanza puzzerà d’olio per tutto il soggiorno, ma tre birre valevano la pena, se il contrappeso era questo.

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sabato 21 giugno 2014, 01:33

Jessica

È tardi, troppo tardi e il fuso mi ha già rubato un’ora, per arrivare in questo immenso albergone della periferia del centro di Londra. Gli uomini d’affari ci arrivano, ça va sans dire, in taxi; o se proprio ci si mettono d’impegno, con la metropolitana. Solo gli avventurieri taccagni come me possono arrivarci col pullman, dalla stazione di San Pancrazio, in una notte di ragazzini urlanti che tornano in qualche periferia nera molto più a sud.

La stazione di Santa Maria del Rio, un sogno confettoso di guglie olandesi e canopie tardo-vittoriane, è il segnale giusto per scendere dall’autobus; un paio di isolati in mezzo a Beirut, ignorando una fila di fumatori di narghilè schierati comodi sulla strada di Edgware, e si arriva in questo torreggiante e pretenzioso albergo anni ’80, che finge con indifferenza di non trovarsi ora nel bel mezzo del Londonistan. Che poi, trovarsi nel bel mezzo del Londonistan ha anche i suoi bei vantaggi, dall’abbondanza di finte imitazioni halal del colonnello Sanders – il santo protettore dei mangiatori di pollo fritto unto e bisunto, rigorosamente morto tra atroci sofferenze bestemmiando tutto il pantheon dell’animalismo contemporaneo, ma beatificando chi ha poche sterline in tasca e fame a mezzanotte – fino a un’ampia scelta di kebab e di mezze, a patto di saperli ordinare in arabo. Ma certo, se vuoi fare l’albergone da congressi da centocinquanta euro a notte per americani spaventevoli, la collocazione Rock the Casbah non è il meglio che potevi scegliere.

E’ per questo che mi aspetterei almeno di non dover fare coda al check-in, almeno a quest’ora tarda, e invece no: e coda sia. Almeno non pago io, del resto se pagassi io non pagherei voi, sarei andato in un ostello o in un albergo più normale ma meno pretenzioso, magari pure quello nel Londonistan, ma almeno in quello pieno di ottimi ristoranti pakistani, tutto dall’altra parte della città. Ma mi hanno invitato per una rimpatriata, per la cinquantesima conferenza di ICANN, e pagano tutto loro, e puoi dire di no a una conferenza pagata a Londra, in un albergone pretenzioso per americani spaventevoli? No, non puoi, e allora anche la coda si può accettare, tanto sono fradicio di sudore e mezzo addormentato.

E poi viene il mio turno, e porgo il passaporto alla gentile signorina che mi invita per il mio turno. “Hello”, dico un po’ assonnato. Lei guarda me, guarda il passaporto, guarda me e risponde: “Buonasera”, con un accento che pare pure un po’ romano. In effetti la targhetta dice “Jessica”, e sotto, più in piccolo, “Italiano”. “Sa, ho visto il passaporto”, mi dice lei. “Ah… italiana”, rispondo, e poi la guardo e aggiungo: “…scappata?” Lei mi guarda con uno sguardo che dice già tutto, non risponde, deve essere professionale (in italiano, “devi essere professionale” è il modo pulito per dire “stai zitto e fatti sfruttare”).

Del resto, a Londra io ho una cugina che ci vive adesso, un cugino che ci ha vissuto fino a pochi anni fa, diversi amici passati e rimasti o andati ancora altrove, e una voglia di viverci sin da quando ci son venuto per la prima volta, a undici anni. Di viverci, di scapparci, come ci scappano tutti, tutti quelli che possono e anche molti di quelli che non possono.

Perché adesso chi scappa si mimetizza, ma tra dieci o vent’anni la prossima frontiera di Londra sarà l’Italistan, con meno burqa e più crocifissi, meno kebab e più pizza, meno ironia e più, almeno per noi, amarezza.

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martedì 3 giugno 2014, 16:53

Alla ricerca delle cinque stelle

Quando, oltre sei anni fa, decisi di unirmi al movimento nato attorno al blog di Beppe Grillo, le cose che mi affascinarono furono due: una visione di società diversa, sostenibile ambientalmente e socialmente, simboleggiata dalle cinque stelle di ambiente, acqua, energia, sviluppo e trasporti; e l’ambiente estremamente orizzontale, informale e privo di gerarchie, in cui magari ci si scannava per mesi, ma senza che nessuno pretendesse di contare più di un altro. E’ vero che già allora il movimento criticava i partiti, contestava le spese e i privilegi della casta politica ed economica, evidenziava la parzialità dell’informazione; ma i cambiamenti nella politica e nell’economia erano dei mezzi per arrivare al fine delle cinque stelle.

La discussione di questi giorni sulla collocazione europea del Movimento evidenzia proprio il compiuto rovesciamento di questa prospettiva originale; perché nell’ultimo anno e mezzo i temi principali sono stati altri, come purtroppo è ovvio in tempi di crisi sempre più dura, ovvero l’economia e l’euro; e, da quando c’è di mezzo il potere vero, il successo nell’attività politica è diventato il fine, mentre le cinque stelle sono diventate un pezzo secondario delle cose da promettere agli italiani per avere il loro voto, ovvero un mezzo per raggiungere il fine di vincere le elezioni.

Anche se io penso che della scelta europea non si debba fare il dramma che ne fanno molti, e che comunque vada sarà una alleanza parziale, politica sì (lo obbliga il regolamento del Parlamento Europeo), ma che non impedirà al M5S di sganciarsi quando opportuno e perseguire il proprio programma, è chiaro che la scelta tende a riflettere le priorità personali tra i due ambiti.

Chi viene da lontano ed è più legato ai temi delle cinque stelle preferisce collocarsi nel mondo ecologista, a costo di ritrovarsi insieme anche a un po’ di vecchi tromboni di sinistra con la puzza sotto il naso, che di Grillo hanno detto tutto il male possibile; chi invece si è unito più recentemente, attratto dalle battaglie contro i politici e contro la politica economica europea, preferisce senz’altro Farage, fregandosene dei suoi disvalori sociali e ambientali, e puntando soprattutto sulla sua contrapposizione con l’establishment.

Il vero problema, dunque, non è la presunta xenofobia-maschilismo-omofobia di Farage, sulla cui reale consistenza ho molti dubbi (e li ha pure Balasso…); se uno legge Repubblica siamo razzisti pure noi, e del resto in Italia chiunque richieda un minimo di controllo sull’immigrazione (me compreso) si becca del razzista a prescindere.

Il problema è il rischio di posizionare il M5S, sulla scia dell’ultraliberismo di Farage, là dove ha fallito Giannino; come una forza liberal-conservatrice che per carità, in Italia sarebbe più che benvenuta visto il tradizionale livello da peracottari della nostra destra, ma che non è compatibile con la visione sociale di molte delle persone che in giro per l’Italia hanno fatto il Movimento. E anche in ottica utilitaristica ed elettorale, in un Paese in cui molta gente è convinta che il lavoro non si crei per via di qualche singolo intraprendente e innovatore che si prende i suoi rischi, ma scendendo in piazza a gridare “lavoro! lavoro!” fin che il governo non stacca un assegno a debito, dubito che una posizione del genere possa avere un futuro politico di massa tale da cambiare l’Italia.

C’è, inoltre, un distinguo importante da fare proprio rispetto all’euroscetticismo. Il Movimento 5 Stelle in campagna elettorale ha detto di voler cambiare le basi della politica economica europea e di voler valutare se uscire dall’euro, ma non ha mai parlato di uscire dall’Unione Europea. Io stesso, in campagna elettorale, ho ribadito l’importanza dell’unità europea per riuscire ad affrontare le grandi sfide globali che ci aspettano (vedi il pezzo di video in alto). Io mi sento europeo e voglio restarlo, mentre Farage non si sente europeo, non vuole riformare l’Unione ma distruggerla, ed è molto più allineato alla finanza e agli interessi angloamericani che alle necessità del povero Sud dell’Europa. Peraltro, da questo punto di vista, nemmeno i Verdi, che non hanno mai portato avanti una vera critica all’idea dell’euro, sono granché compatibili con noi.

Alle tensioni per questa scelta difficile si aggiungono la delusione per l’emorragia di voti alle elezioni – anche qui spiegata spesso in modi opposti, cioé con i toni esagerati di Grillo da parte di chi propende per i Verdi (vedi Travaglio) e con il voto sul reato di immigrazione clandestina da parte di chi propende per UKIP – e il problema mai risolto dei rapporti tra Grillo e tutti gli altri – c’è chi scherza dicendo che come responsabile della comunicazione interna dovremmo assumere Salvini – e quindi si capisce che è un momento difficile.

L’unico modo per evitare una spaccatura, essendo di fatto impossibile a questo punto creare un gruppo proprio (bisognava muoversi mesi fa…), sarebbe quello di non scegliere, di entrare in Europa in punta di piedi per poi capire meglio dove e come sistemarsi; le altre strade portano sicuramente a perdere dei pezzi, di elettori e in una certa misura (soprattutto tra chi da perdere ha solo i sacrifici e non i privilegi delle cariche più alte) anche di eletti.

L’hanno capito anche i partiti, e ha ragione Cabras quando scrive che essi bastonano il cane per farlo affogare. Tuttavia, la sensazione è che il Movimento abbia accumulato in questo anno e mezzo malcontento e dubbi innanzi tutto al proprio interno, e che adesso, dopo averli repressi per non danneggiare la campagna elettorale, vengano fuori tutti insieme; cosa peraltro normale, dopo elezioni che non sono andate bene (e per noi è la prima volta).

Non chiamatela autocritica se non volete, ma ci sono delle cose (queste e molte altre) da mettere a posto, prima di poter riprendere il cammino; a partire dal definire in modo più esplicito, una volta per tutte, su quale progetto politico e su quale modello di società il Movimento vuole unire le persone; e se le cinque stelle sono ancora attuali, o se l’idea luminosa e positiva di una nuova società, che esse rappresentano, si è persa nella cupa guerra contro tutto.

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