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Archivio per il mese di marzo 2016


martedì 29 marzo 2016, 10:21

Breve guida di Tokyo per occidentali

Qualche giorno fa, una coppia di amici mi ha raccontato che per lavoro presto andranno per una settimana a Tokyo. Il Giappone è un posto meraviglioso, ma quando ci sono stato l’ultima volta (era l’agosto 2014) non vi ho raccontato niente di niente, perché il 2014 è stato un anno orribile; non a caso il 4 in Oriente porta sfortuna.

Quindi, avevo pensato di mandare una mail ai miei amici con qualche consiglio, ma alla fine mi son detto: perché non pubblicarlo sul blog in modo che possa essere utile a tutti? Ed eccoci qui; giusto per farvi venir la voglia di mettere da parte i soldi (meno di quelli che pensate) per poterci andare anche voi.

1) Orientamento generale. Tokyo è una megalopoli compressa tra le montagne e il mare, e anche solo a guardare una cartina vi verrà paura: non ci si capisce niente. Per riuscire invece a capirci qualcosa vi conviene immaginare Tokyo come un cerchio tagliato a metà da una riga in orizzontale; il cerchio è la ferrovia circolare Yamanote, la riga orizzontale è la ferrovia Chuo. Ecco qui sotto (grazie al fantastico sito Japan Guide, che raccomando caldamente) una rappresentazione schematica del tutto, con la Yamanote in verde chiaro e la Chuo in giallo; dove vedete scritto Tokyo si trova la Stazione di Tokyo, punto di riferimento che però non è più “centro di Tokyo” di quanto non lo siano Shinjuku o Shibuya.

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Infatti, Tokyo non ha un centro ma ne ha molti; quasi tutti però si sono sviluppati attorno a una fermata della Yamanote, per cui l’entry level dello spostarsi è prendere la Yamanote nella direzione più breve (scegliendo quella opportuna, perché l’intero giro richiede più di un’ora) e scendere alla fermata giusta. La Chuo permette di tagliare a metà il cerchio risparmiando tempo, e prosegue a ovest verso Mitaka (museo Ghibli). Se riuscite a collocare mentalmente i vari quartieri lungo la Yamanote o rispetto al cerchio, diventa molto più facile non sentirsi completamente perduti.

2) Aeroporti. Se potete scegliere e non c’è tanta differenza di prezzo, è meglio un volo da/per Haneda invece che da/per Narita. Haneda è “in città” (per le dimensioni di Tokyo) e ha una stazione ferroviaria metropolitana da cui partono treni per il centro, con cambio a Shinagawa per la Yamanote, oppure la monorotaia che va direttamente fino ai margini del centro; Narita è fuori (cioè, molto fuori) e ci vuole il treno veloce dalla stazione di Tokyo. Inoltre, Haneda è dal lato sudovest mentre Narita è a est, quindi se voi state nella parte sud o ovest della megalopoli, compresa la fascia costiera fino a Kawasaki e Yokohama, è facile che Haneda vi risparmi un’oretta buona di viaggio.

3) Trasporti. Lasciando perdere i bus (all’auto non pensateci neanche), ci sono tre reti di trasporti separate, cioè le ferrovie di superficie (Japan Rail East o in breve JR), tra cui Yamanote e Chuo, e due diverse reti di metropolitana (Toei e Tokyo Metro), più altre ferrovie indipendenti minori nelle periferie; allego la piantina del 2014, solo della zona centrale della megalopoli, giusto per capire quanto sia facile impazzirci (clicca per ingrandire; la Yamanote è la righetta tratteggiata bianco-grigia).

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Ciascuna rete di trasporti ha i propri biglietti separati, con un prezzo che cambia con la distanza (non esistono biglietti singoli a tempo), validi solo su di essa, anche se, se ben ricordo, le due metro permettono di comprare biglietti integrati tra loro, e lo stesso accade con qualche ferrovia minore; per esempio la ferrovia Keikyu, che collega Haneda ma non appartiene a nessuna delle tre reti principali, fa i biglietti integrati con la metro Toei linea Asakusa. Salvo sviluppi in questi due anni, non esistono giornalieri pratici (ci sono, ma sono cari e comunque sono solo per la metro, non per la JR, quindi hanno senso solo se pianificate di fare molti viaggi in un giorno e li concentrate su una sola rete), per cui quasi sempre si finisce per fare ogni volta il biglietto singolo, al massimo dotandosi di una tessera prepagata (Pasmo o Suica) se pensate di usare molto i mezzi.

Guardando la cartina avrete capito perché tutto sommato cavarsela con Yamanote/Chuo + piedi ha senso, ma noi comunque abbiamo preso la metro senza problemi quando è servita; tra i punti turistici non vicini alla Yamanote ci sono il tempio di Kannon a Asakusa, il Tokyo Skytree, Roppongi, l’isola di Odaiba e il mercato del pesce Tsukiji.

4) Prendere il treno. Le diverse linee metropolitane JR sono identificate da un colore diverso sui treni e sui cartelli, inoltre c’è scritto anche in inglese il nome della linea e la direzione; in generale le linee sono identificate da nomi e non da numeri, anche se poi le fermate della metro sono identificate con una lettera della linea e il numero progressivo. In pratica, per prendere il treno o la metro (se non avete una tessera prepagata) cercate le macchinette, inserite il nome della stazione di destinazione e fate il biglietto; poi nella metro seguite le classiche indicazioni, mentre nelle stazioni JR cercate il binario assegnato alla linea e direzione che volete, che è fisso e ben indicato; anche sulle ferrovie di superficie i treni passano continuamente. Se per caso non siete sicuri della tariffa, potete pagare per una distanza minima e poi pagare la differenza all’uscita, prima dei tornelli; ci sono apposite macchinette automatiche anche per questo, visto che spesso neppure i giapponesi ci azzeccano al primo tentativo.

Attenzione perché su certe linee (anche di metro, es. la Asakusa) non tutti i treni fanno tutte le fermate; in questo caso ci sono solitamente dei display elettronici o meccanici con l’elenco delle fermate successive, e un pallino acceso accanto a quelle che il prossimo treno farà. La Yamanote comunque le fa sempre tutte, mentre la Chuo ha la versione che fa tutte le fermate e va a Akihabara (gialla) e quella espressa che ne fa solo alcune e va alla stazione di Tokyo (arancione).

5) Mappe e indirizzi. La mappa di Tokyo è mostruosamente complicata; se avete una guida turistica avrà delle mappe delle varie aree, se no c’è Google Maps, dove però non tutto è reperibile inserendo il nome in caratteri occidentali anziché in giapponese. Adesso c’è anche Here Maps con le mappe scaricabili; non ho idea di quanto siano valide le sue mappe del Giappone, ma può essere una buona cosa installarselo, specie se non avrete la connessione dati.

In Giappone le vie non hanno un nome, a parte i corsi principali; negli indirizzi c’è il nome della municipalità, quello del quartiere, poi il numero dell’isolato o zona interna al quartiere (“chome”, ogni quartiere è diviso in un piccolo numero di chome che sono indicati sulle mappe, es. Asakusa 1, Asakusa 2 ecc.), poi il numero del palazzo nella zona, individuabile su una cartina affissa per strada all’ingresso del quartiere, e poi il numero dell’appartamento nel palazzo, es. “Asakusa 2-7-24”; in pratica gli indirizzi sono inutili e vi conviene avere una mappa e i punti di interesse marcati sopra già da prima.

6) Parole utili per orientarsi leggendo i nomi dei luoghi. Eki = stazione, dori = corso, hashi/bashi = ponte, ji = tempio, koen = parco, kawa/gawa = fiume, ko = lago, yama/san = monte, jima = isola, minato = porto; shin = nuovo (indica anche l’alta velocità per i treni); ku = municipalità, cho = quartiere, chome = zona numerata del quartiere; kita = nord, higashi = est, minami = sud, nishi = ovest, chuo = centro, mae = davanti; ichi = 1 (itchome = zona 1), ni = 2, san = 3, shi = 4, go = 5. Quindi la fermata della metro “Nishi-Shinjuku-Gochome” è per la zona 5 del quartiere di Shinjuku Ovest. Facile no?

7) Cose da vedere divise per stazione della Yamanote in senso antiorario. Stazione di Tokyo -> palazzo imperiale e giardini; Yurakucho -> Ginza, centro di uffici e negozi (es. showroom della Sony); Shimbashi -> per il mercato del pesce; Shibuya -> vita notturna e Love Hill; Harajuku -> shopping trendy per giovani da un lato, tempio Meiji dall’altro; Shinjuku -> negozi e grattacieli; Ueno -> parco e musei, più zona di ristorantini a sud della stazione; Akihabara -> centro dell’elettronica e degli appassionati di anime/manga. Più i posti non sulla Yamanote detti prima. Se avete una mezza giornata, si può fare da Shinjuku a Shibuya via tempio Meiji a piedi.

8) Cose da prenotare dall’Italia. Quando siamo andati noi, il Tokyo Skytree aveva appena aperto e per salire in cima bisognava prenotare con molto anticipo, anche se online serviva una carta di credito giapponese e abbiamo rinunciato. Poi c’è il museo Ghibli, che anche se concepito per i bambini è comunque una esperienza indimenticabile per gli amanti di Miyazaki: conviene comprare i biglietti prima di partire, perché è più facile trovarne disponibili; li potete comprare dal JTB di Milano, ve li mandano a casa col corriere, ogni primo del mese vendono quelli per i quattro mesi successivi, quindi bisogna muoversi al momento buono. Se andate al Ghibli, scendete a Mitaka e prendete il pullman apposito davanti alla stazione (oppure venti minuti a piedi), ma il consiglio è, al ritorno, di non prendere il pullman ma attraversare a piedi il magnifico parco Inokashira e riprendere il treno a Kichijoji.

9) Gite fuori porta da Tokyo. A parte il classico giro alla quinta stazione del monte Fuji – che peraltro è un piazzalone a mezza costa con dei ristoranti attorno, alla fine il Fuji è meglio da lontano a meno che non vogliate fare tutta l’ascesa a piedi fino in cima – e a Hakone e relativo lago, dal lato sudovest c’è Kamakura che vale la pena di vedere, tra templi zen, grande buddha e tempietti magnifici nel bosco sulla collina, più la spiaggia se volete; ci arrivano due linee JR, dalla stazione di Tokyo o da Shinjuku entrambe via Yokohama; per i templi conviene scendere a Kita-Kamakura, che come ormai saprete vuol dire “Kamakura Nord”. L’altra possibilità è Nikko, altro centro di bei templi antichi; è un po’ più lontano (la gita richiede praticamente un giorno intero) ma c’è un treno diretto da Shinjuku, oppure con JR treno veloce fino a Utsunomiya e poi linea locale. Nel caso, raccomando l’ottimo Hyperdia, che permette di cercare orari e prezzi dei treni in inglese inserendo i nomi delle stazioni in caratteri occidentali.

10) Onsen. A meno che non siate allergici all’acqua, provateli. I punti base sono: uomini e donne separati (salvo eccezioni specifiche e piuttosto rare), vietati i tatuaggi, ci si lava accuratamente prima di entrare stando seduti sugli appositi sgabelli, si entra completamente nudi senza alcun asciugamano o pudore, non si nuota e non si schizza ma si sta fermi e zitti dentro. Se poi vi portassero in un bel centro termale in zona Fuji con le pozze all’aperto… fantastico.

11) Telefono. I nostri cellulari funzionano senza problemi, ma se volete la connessione dati senza spendere un patrimonio consiglio un servizio come BMobile, che permette di prenotare una SIM dati giapponese e farsela consegnare in albergo il primo giorno. Altrimenti, noi siamo andati avanti tranquillamente senza connessione dati, usando solo il wi-fi dell’albergo la sera, ma ci eravamo preparati in anticipo con le mappe stampate e le informazioni necessarie.

12) Acquisti. Akihabara è il regno per anime e manga, dove troverete interi palazzi dedicati a vendere fumetti, DVD, accessori e persino costumi per cosplay, con tanto di gigantografia di ragazzine anime in vesti succinte affissa sull’intera facciata del palazzo alta otto piani; e sì, ci sono i maid café con le ragazze in strada che ti invitano.

Per l’elettronica e la fotografia, Akihabara è il centro principale ma anche Shinjuku si difende bene. In particolare ci sono tre grandi catene (Yodobashi, BIC Camera e LABI/Yamada Denki) e tutte hanno sedi enormi in entrambi i posti. Alla fine io in Giappone ho comprato un obiettivo Tamron per la mia mirrorless, risparmiando circa il 30% sul prezzo italiano (col passaporto ti scontano anche le tasse); il prezzo migliore era allo Yodobashi di Shinjuku (sedi diverse della stessa catena possono avere prezzi diversi). Peraltro lo Yodobashi di Shinjuku è talmente grande che occupa due palazzi diversi, in uno ci sono le compattine e nell’altro la roba seria…

Attenzione però che i negozi giapponesi si rifiutano di vendere agli stranieri le macchine fotografiche compatte, per combattere le importazioni parallele; i grandi negozi hanno un angolino triste riservato ai turisti, in cui a te turista vendono le stesse macchine al 30% in più; non so se valga anche per i corpi macchina di fascia alta.

13) Soldi. Sorprendentemente, i giapponesi usano pochissimo le carte e molto i contanti, anche nei distributori automatici, e in più diffidano delle carte occidentali: dovete girare coi soldi. Due anni fa, l’unico posto dove si riusciva a prelevare da un automatico con le carte italiane col chip erano gli uffici postali, e solo con la carta di credito; c’erano problemi di circuito che spero nel frattempo siano stati risolti. Le carte di credito occidentali sono accettate solo nei grandi magazzini, negli alberghi e nei ristoranti di medio-alto livello.

14) Comunicare e interagire. L’inglese è abbastanza inutile, a parte qualche struttura turistica non lo parla quasi nessuno, anche se molti lo capiscono, ma non si osano rispondere in inglese. Sorridete molto, ringraziate con l’inchino e usate i gesti, i giapponesi sono comunque estremamente cortesi e a maggior ragione lo sono quando vi devono servire in un ristorante o in un negozio; il livello di servizio è per noi strabiliante.

Tuttavia, i giapponesi hanno la fobia del contatto fisico e l’ossessione per l’igiene, per cui evitate di stringere mani o di abbracciare chicchessia, non soffiatevi il naso in pubblico e non entrate nei negozi con l’ombrello bagnato o con le scarpe sporche; peraltro, negozi uffici e locali pubblici a parte, le scarpe vanno tolte sulla soglia di ingresso (non andate in giro con le calze bucate).

Vi salveranno comunque le macchinette automatiche in uso per tutto – per esempio, nei ristorantini da pasto veloce invece di ordinare il pasto sceglierete e pagherete a una macchinetta automatica all’ingresso, che vi dà un tagliandino per andare al bancone a ritirare il cibo – e l’usanza di corredare i menu di fotografie. Ovviamente, alle macchinette automatiche, salvo casi eccezionali, si paga coi soldi in contanti; normalmente danno il resto.

15) Il quiz obbligatorio per tutti gli occidentali che vanno a Tokyo. Quando andate al tempio di Kannon, non mancate di ammirare questo doppio palazzo dorato sito proprio dall’altro lato del ponte Azuma sul fiume Sumida. Secondo voi, che palazzo è e cosa rappresenta la decorazione dorata sul tetto?

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giovedì 24 marzo 2016, 12:31

Un progetto per il voto telematico

Uno dei risultati importanti di questa consigliatura è l’introduzione a Torino di nuovi strumenti di democrazia diretta e di partecipazione dei cittadini; era uno dei nostri obiettivi e circa un mese fa, con l’approvazione della delibera che istituisce il referendum propositivo vincolante col quorum al 25% e dimezza i numeri di firme necessari per convocarlo, l’abbiamo portato a casa.

Ci siamo riusciti anche grazie a una strategia politica intelligente, evitando di farne una questione di bandiera e scegliendo invece lo strumento della delibera di iniziativa popolare, promossa da un gruppo che oltre al Movimento 5 Stelle includeva i radicali dell’Associazione Aglietta e diversi importanti comitati di cittadini, dal Coogen al Forum dell’acqua, sulla quale abbiamo raccolto oltre 6500 firme (per la verità quasi interamente raccolte da una manciata di attivisti del Movimento 5 Stelle); e dato che in aula siamo arrivati sotto elezioni, è diventato molto difficile per il PD – che negli anni passati ha sempre mostrato scarso sostegno per questi temi, per esempio bocciando tutte le proposte di referendum comunale presentate – dire di no.

Alla delibera, oltre a tutto il lavoro di supporto tecnico e politico durante l’iter e all’opera di convincimento su diversi colleghi, io ho contribuito una riga di testo che mi sta particolarmente a cuore: è il nuovo articolo 8 comma 4 dello Statuto di Torino, che recita testualmente “La Città di Torino permette l’esercizio dei diritti di partecipazione anche in forma telematica, previa verifica dell’identità tramite opportune credenziali di accesso.”.

Questa riga è (volutamente) passata piuttosto sotto silenzio nella discussione generale, che si è concentrata soprattutto sul tema del quorum, ma è secondo me altrettanto dirompente: stabilisce che i cittadini torinesi possono firmare le petizioni al sindaco, le proposte di delibera di iniziativa popolare e le richieste di referendum anche online, facilitando notevolmente la raccolta delle firme; e che potranno votare i referendum comunali per via telematica, principio peraltro che ero già riuscito a far passare, con la scusa del risparmio, in una mozione un paio di anni fa, e che semplifica molto il raggiungimento del quorum.

Per ora, però, questa è soltanto una dichiarazione di principio; serve che la Città adegui la sua piattaforma telematica di interazione con l’amministrazione, Torinofacile (vero che siete iscritti?), implementando queste nuove funzionalità. Per poterlo fare, però, serve prima un altro passaggio normativo; serve (e serve anche per poter attuare il referendum propositivo) che il consiglio comunale riveda il regolamento comunale n. 297, che contiene le norme attuative. Questa revisione, visto che tra un mese l’attività del consiglio si conclude, è rinviata al prossimo mandato, dopo le elezioni; ma è importante che venga fatta subito.

Nella delibera approvata, si attribuisce agli uffici e alla presidenza del consiglio il compito di predisporre una delibera attuativa di revisione del regolamento; tuttavia, se l’attuazione di punti come la riduzione del numero di firme richiesto per i referendum è ovvia e automatica, attuare il principio generale della partecipazione telematica non lo è, e da come e quanto lo si attuerà dipenderà moltissimo la sua efficacia. Il voto telematico via Internet, difatti, è un concetto ampiamente dibattuto da vent’anni; tra chi (come me) si interessa al tema sin dai primordi dell’Internet di massa, c’è chi lo ama e chi lo odia, perché indubbiamente facilita la partecipazione, ma, se fatto male, espone la consultazione a rischi gravissimi di brogli e manipolazioni.

Per questo io ho lavorato una settimana per scrivere e lasciare agli atti una proposta di delibera attuativa, controfirmata dal consigliere Viale per i radicali; questa delibera prevede l’introduzione di un sistema di voto telematico basato sul voto disgiunto congiuntamente ricostruibile, ovvero su un voto digitale che viene memorizzato e pubblicato in forma anonima ma associato a un codice univoco, in possesso soltanto dell’elettore tramite una ricevuta firmata e controfirmata digitalmente sia da lui che dal sistema di voto, che permette di testimoniare con certezza quale è stato il voto espresso da quella persona e di dimostrare eventuali errori o manipolazioni.

Alla fine, il voto telematico senza rischi non esiste, così come non esiste un sistema di voto tradizionale privo di opportunità di manipolazione; è giusto secondo me provare la nuova tecnologia di voto, già peraltro adottata da anni in Estonia e in Svizzera, e prevista dalle regioni Lombardia e Friuli-Venezia Giulia per alcuni propri referendum. Per questo, essendo queste le mie ultime settimane da consigliere comunale, ci ho tenuto a lasciare ancora un contributo concreto, sperando che possa far avanzare ulteriormente il progresso su questo tema; e se qualcuno vuol divertirsi a leggere, questo è il testo della delibera, con allegato il nuovo testo proposto per il regolamento.

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mercoledì 23 marzo 2016, 19:32

Alla faccia del populismo

Di commissioni surreali ne ho viste tante, ma quella che ho presieduto stamattina resterà nella leggenda.

La commissione era convocata alle ore 9 per discutere una mozione del consigliere Marrone, che chiede di permettere agli utenti del Palanuoto di via Filadelfia di parcheggiare nello spiazzo antistante, riservandolo a loro. Solo che Marrone non si trova, e ci manda a dire che è impegnato in contemporanea nella commissione emergenza abitativa, dove si discute se assegnare una casa popolare a due casi di suo interesse. Dunque restiamo tutti lì per quarantacinque minuti a girarci i pollici e guardare il soffitto, fin che infine Marrone verso le 9:45 arriva, si scusa, introduce la mozione e chiede di dare la parola all’esperto di Fratelli d’Italia seduto vicino a lui.

Da regolamento, gli esperti di partito in commissione possono parlare solo in assenza del loro consigliere, ma per cortesia chiedo se qualcuno ha qualcosa in contrario, nessuno obietta, e do la parola all’esperto.

A quel punto l’esperto, che si scopre essere in realtà la persona che vuole parcheggiare lì sopra, invece di spiegare la questione attacca con una inarrestabile arringa che, “da cittadino”, accusa i consiglieri in sala di essere troppo pochi e troppo poco interessati a un tema così importante.

Restiamo tutti basiti: ma come, presentate una mozione al consiglio comunale per avere un parcheggio privato per la vostra macchina, ci avete fatto aspettare i comodi vostri per tre quarti d’ora, poi prendete la parola e ci accusate di maleducazione e disattenzione per il pubblico interesse? Alla faccia del populismo…

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venerdì 18 marzo 2016, 15:53

Se non ci fossero, bisognerebbe inventarli e inventarle

Dopo l’importante mozione di due giorni fa sulle quote rosa nella toponomastica cittadina, nella conferenza dei capigruppo e delle capegruppe arriva un’altra importante proposta di delibera dei consiglieri e delle consigliere femministi e femministe del Partito Democratico. La delibera provvede a risolvere uno dei problemi urgenti e fondamentali di Torino, il fatto che nello Statuto della Città ci sia scritto solo “Sindaco” e non anche “Sindaca”, introducendo un testo modificato che prevede nuove denominazioni di facile uso come “petizione al Sindaco o alla Sindaca e alla Giunta Comunale”, espressioni di immediata lettura come “Il o la Presidente del Consiglio Comunale” e nuovi ruoli femminili come “la Segretaria Generale del Comune” e “la Difensora Civica Regionale”.

Ma attenzione, se ci si limitasse a questo, i consiglieri e le consigliere come il sottoscritto o la sottoscritta potrebbero essere ampiamente d’accordo. La delibera, tuttavia, è estremamente attenta ed attento a eliminare tutte le forme o i formi di maschilismo sessista o sessisto del testo dello Statuto o della Statuta della Città o del Cittò di Torino, al punto da attaccare uno dei pilastri e una delle pilastre del sessismo linguistico, il volgare e maschilista articolo “i”, sostituendo la vergognosa espressione sessista “per i residenti” con la splendida e corretta “per residenti”.

Infine, nel nome e nella noma della correttezza e del correttezzo, viene eliminata anche l’espressione “tutti coloro”, che finendo per “o” è indubbiamente maschilista, sostituendola con “tutte le persone”, che finendo per “e” è paritaria.

A questo punto però, stante che abbiamo concluso che per sancire la parità di genere è opportuno inventare i femminili dei termini maschili, ho deciso che è anche opportuno inventare i maschili dei termini femminili. Per questo proporrò un emendamento o una emendamenta affinché l’espressione “tutte le persone” venga sostituita con la più corretta “tutte le persone e tutti i personi”. Soltanto così potrò dare il mio contributo e la mia contributa a un vero raggiungimento della parità tra uomo e donna, ma anche del paritò tra uoma e donno, in attesa che il movimento LGBT, del quale fanno parte individui e individue che giustamente non si riconoscono in nessuno dei due generi, ci richieda di cancellare le “petizioni al Sindaco o alla Sindaca” per sostituirle con le “petizioni alla Sindaca o al Sindaco o al Sindac*”, per poi introdurre successivamente, allo scopo di favorire l’integrazione dei membri e delle membre della comunità islamica, le “petizioni alla Sindaca o al Sindaco o al Sindac* o al رئیس.

Certo, da elettore torinese e da elettrice torinesa, io a questi consiglieri femministi e consigliere femministe del Partito dei Democratici e delle Democratiche chiederei cosa hanno fatto in cinque anni per i poveri e le povere della Città, per gli e le autobus che non passano mai, per i disoccupati e le disoccupate che cercano un lavoro o una lavora, per le particelle e i particelli che inquinano l’aria che respiriamo. Ma il bello delle politiche e dei politici delle istituzioni italiane è questo: che basta agitare qualche bandiera e qualche bandiero a tre mesi dalle elezioni, finendo a sufficienza sulle giornale e sui giornali, e troverai senz’altro qualche centinaio di elettori e qualche centinaia di elettrici che ti daranno la preferenza e il preferenzo; abbastanza per garantirti altri cinque anni di importanti battagli e battaglie a spese nostri e nostre.

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martedì 15 marzo 2016, 07:57

Guerriglia da social

Vorrei condividere con voi una piccola storia di guerriglia-propaganda su Facebook, giusto per capire come va il mondo dei social.

Ieri sera sul mio profilo Facebook è apparsa una certa Ileana, che ha postato un articolo tratto da un blog di WordPress denominato Il Torinese che riprendeva il chiacchiericcio sul ritiro di Patrizia Bedori e poi aggiungeva che anche a Torino c’erano attivisti M5S che insultavano i dissidenti con appellativi omofobi; pertanto Ileana insultava me e il M5S dicendo che facevamo tutti schifo.

Ora, che nel M5S ci siano sostenitori tifosi che insultano qualsiasi persona esprima una qualsiasi critica è vero, ne sono stato vittima anch’io e l’ho detto io per primo da mesi, ma che nel M5S Torino sia tollerata l’omofobia direi proprio di no; io prendo sempre seriamente le segnalazioni che ricevo, per cui ho commentato chiedendo di dettagliare coi fatti chi, come, quando avrebbe usato questi insulti, altrimenti si trattava di una calunnia gratuita. Nel frattempo sono anche andato sul blog da cui era preso l’articolo, cercando un contatto, ma è stato inutile: non c’erano contatti e la registrazione del dominio era anonima.

Mentre facevo tutto ciò, la misteriosa Ileana ha cancellato il suo post, mettendone un altro in cui mi accusava di aver censurato il suo post precedente; contemporaneamente l’articolo su Il Torinese è stato modificato rimuovendo tutti gli attacchi al M5S di Torino.

Sotto il nuovo post, ho pazientemente spiegato che non avevo cancellato io il post precedente, e che ero a disposizione per spiegazioni; la risposta è stata che facciamo tutti schifo, stavolta perché abbiamo dato della “cicciona” alla Bedori. Io allora ho fatto notare che non mi stupirei che sostenitori del M5S insultassero esponenti di altri partiti, ma trovavo difficile che insultassero la nostra stessa candidata; tanto che lei ha accusato pubblicamente due fuoriusciti dal M5S, e non esponenti del M5S stesso.

Poi ieri sera mi sono messo a fare altro, e quando ho riaperto Facebook stamattina ho trovato quaranta commenti in cui Ileana insultava più o meno tutti i miei commentatori regolari che osavano ribattere ai suoi attacchi.

A questo punto, scusate se una volta tanto (lo faccio molto raramente) ho deciso di bannare questa signora; mi spiace solo che sia sparito anche il post, non pensavo che bannare una persona eliminasse anche i post che lei ha fatto sulla tua pagina, pensavo valesse solo per il futuro. Io accetto volentieri tutte le discussioni civili, anche con persone con pregiudizi negativi su di me e sul M5S, ma non tollero chi sparge falsità in rete (neanche se fossero a favore del M5S) e chi sa soltanto insultare.

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sabato 12 marzo 2016, 13:04

La città delle libertà

E’ iniziata così, senza un vero perché, l’ennesima discussione cittadina sulla movida e sul M5S che si ripete ciclica almeno dal 2012, quando raccolsi per la prima volta il grido di dolore degli abitanti delle zone centrali. All’epoca era facile per l’amministrazione cittadina far passare il problema come le lamentele di quattro anziani ricchi che disprezzavano la plebe e volevano spegnere il divertimento; eppure, al giorno d’oggi, con tutti gli episodi che sono successi e i video (questo lo linko spesso) che fanno capire di cosa si parla davvero, è difficile ignorare il problema.

Comunque, ribadiamolo ancora una volta: non si chiede né di chiudere ristoranti e locali notturni, né di deportare la movida per forza in zone periferiche, ma si chiede di intervenire in alcune zone specifiche in cui per quasi tutte le sere della settimana e ormai per quasi tutto l’anno si verificano assembramenti fuori controllo di centinaia di persone che urlano, pisciano, vomitano, si sfondano di alcool e si picchiano per strada fino alle quattro di mattina, nel totale disinteresse delle istituzioni, impedendo agli abitanti – che per la maggior parte sono lì da ben prima della movida, che magari sono malati, hanno figli piccoli, si alzano alle sei per andare a lavorare – di dormire, e costringendoli a scappare da casa propria.

Questi problemi non coinvolgono tutti quelli che escono la sera, che per la maggior parte sono persone civili che stanno insieme rispettando gli altri, ma una parte soltanto del fenomeno della movida, per il quale non si chiedono spiegamenti di eserciti e nuove regole draconiane, ma si chiede semplicemente di non girarsi dall’altra parte, di far rispettare le norme che già esistono, e magari di lavorare per evitare di avere quartieri con un impianto audio da mille watt ogni due vetrine e altri ridotti a un deserto dalle nove di sera in poi.

Onestamente, a me pare buon senso; eppure PD e SEL reagiscono ringhiando a qualsiasi tentativo di sollevare il problema. Perché? In primis perché l’idea di Torino come città del divertimento è alla base del loro modello di sviluppo e della loro propaganda; essendosi in questi anni lasciati sfuggire verso Milano o verso l’estero, piegati a novanta, testa e corpo di un po’ tutte le attività economiche vere della città, dalla Fiat al Sanpaolo, usano il turismo e la movida come foglia di fico per sostenere che a Torino tutto va bene e che i soldi girano ancora.

E poi, perché ci sono legami personali stretti tra alcuni esponenti della maggioranza e il mondo dei locali notturni; l’inchiesta sui Murazzi, pur depotenziata dallo scaricabarile tra politici e dirigenti, ha dimostrato i favori di cui questo mondo ha sempre goduto, anche a spese delle casse comunali e in barba alle leggi, e c’è solo da chiedersi in cambio di cosa; e bastava venire alle commissioni consiliari sul tema per vedere certi consiglieri darsi il cinque al grido di “ciao amico della notte” coi titolari di qualche locale.

C’è però veramente a Torino, al di là delle questioni spicciole, un problema culturale profondo di cui il dibattito sulla movida è solo una delle espressioni; è il problema della mancanza di legalità, del mancato rispetto delle regole di convivenza civile, di un atteggiamento ormai diffuso in tanti torinesi per cui qualsiasi comportamento incivile va bene, e chi si lamenta è razzista, leghista, giustizialista. E intanto chiunque può se ne approfitta, mentre i cittadini onesti, i tanti che ancora esistono, restano basiti e increduli, attaccati al telefono per chiamare vigili che non rispondono e politici che rispondono, ma facendo promesse mai mantenute o direttamente disprezzando le loro istanze.

Vi prego, ascoltate questi pochi minuti di registrazione di una signora (peraltro ex sindacalista CGIL, certo non leghista) che vive a Barriera di Milano e racconta i problemi e i desideri della cittadinanza, gli stessi che Fassino e i suoi derubricano regolarmente come razzismo ed esagerazione, lasciandoli irrisolti da anni. Mettetevi nei suoi panni, ma a voi sembra giusto dover vivere in una situazione del genere?

Questa è ormai la città dell’anarchia, ma nel senso deteriore del termine. Questa è la città in cui con arroganza si occupano i beni comuni per il proprio comodo – che sia asfalto in doppia fila o un edificio comunale poco cambia – sostenendo che lo si fa per renderli più pubblici; magari a parole ce ne si appropria nel nome dell’anarchia di Michail Bakunin, quella che esprime il nobile ideale politico di liberare i cittadini dall’oppressione del potere, ma nei fatti li si usa nel nome dell’anarchia di Corrado Guzzanti, quella della casa delle libertà in cui “facciamo un po’ come cazzo ci pare”; in linea peraltro con l’invidia del pene di Berlusconi che ha colto la fu sinistra italiana in questi ultimi tempi.

E così, in ogni angolo Torino si riempie di gente di ogni provenienza e classe sociale che fa un po’ come cazzo le pare, dagli zingari che taglieggiano alla luce del sole gli anziani che parcheggiano alle Molinette per andare a trovare i parenti malati, agli anarchici di canale Carpanini che minacciano e vandalizzano chi cerca di aprire attività commerciali regolari a Borgo Dora, fino alle famiglie della Torino bene (tra cui persino qualche dirigente PD) che entrano in macchina nell’isola pedonale della Crocetta perché sia mai che i loro figli debbano fare trenta metri a piedi; con la copertura di istituzioni pubbliche locali che come minimo se ne fregano, e come massimo coprono attivamente le crescenti zone grigie perché loro o i loro amici stretti ne traggono un vantaggio diretto.

Questa è una scelta di campo che chi si propone di governare la città deve fare: la legalità è un principio fondamentale oppure no? Certo, senza esagerazioni, senza pensare che il vigile o il poliziotto siano la risposta a tutto o possano essere dappertutto, senza nasconderci che siamo un Paese in cui chiunque, a partire dai moralizzatori, ha prima o poi lasciato la macchina in doppia fila; ma partendo dal principio che le regole vanno rispettate, che se le si viola si può e si deve essere sanzionati senza poter accampare scuse, che la cultura dell’inciviltà non è cultura; e applicando lo stesso metro a tutti, dato che non si può contestare ogni minimo vizietto dei politici e poi chiudere entrambi gli occhi sul degrado di interi quartieri, che sia per la movida, per lo spaccio, per l’occupazione del MOI o più banalmente per la doppia fila perenne.

Questa è una scelta su cui credo che il Movimento 5 Stelle debba ai cittadini una posizione chiara, in massima trasparenza, e diversa da quella del PD e del Sistema Torino; perché francamente, se mi metto nei panni di un elettore torinese, per ritrovarmi ancora con il solito “modello di sviluppo” basato sul vomito notturno per le strade, sullo spaccio a cielo aperto, sulla tolleranza a prescindere e su Torino come discarica sociale di tutte le illegalità, tanto vale votare il PD che almeno di questo modello è un esperto.

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giovedì 3 marzo 2016, 21:10

Io e il bando assessori

Avevo promesso una risposta pubblica a riguardo della mia partecipazione al bando per gli assessori di Chiara Appendino e mi scuso se c’è voluto ben più del previsto, ma ho voluto attendere che lei avesse la possibilità di ricevermi per esporle prima a quattr’occhi quanto andrò ora a dirvi. Mi scuso anche se questo post è piuttosto lungo (ma è meglio, così lo leggeranno solo gli alfabeti).

Non è un mistero che io sia critico con la direzione presa dal Movimento 5 Stelle a livello nazionale (ne ho parlato poco tempo fa) e che non mi sia piaciuto nemmeno questo inizio di campagna elettorale, in cui secondo me, sia come immagine che come organizzazione, il M5S torinese si è annullato diventando una semplice appendice della candidata sindaca, di cui nella discussione pubblica sono passate molte immagini, molti sorrisi e molti slogan ma troppo poche proposte concrete (ma c’è tempo per rimediare). Se la questione fosse puramente di appartenenza politica, la mia risposta sarebbe negativa.

Ci sono diversi altri argomenti a favore del no: ad esempio sono sicuro che qualcuno mi accuserà di incoerenza con quanto deciso a novembre e mi darà del poltronista, anche se è evidente che rispetto ad allora è stato il Movimento a cambiare programmi e non io, e anche se già allora avevo approcciato la questione dicendo (e lo confermo) che non mi sarei candidato a consigliere, ma che sarei stato disponibile a fare l’assessore (rimando al post di allora per le motivazioni).

Poi c’è il fatto che un assessore nominato così, senza un riferimento politico, è totalmente alla mercé del sindaco che lo può cacciare in qualsiasi momento, anche cinque minuti dopo le elezioni; e non è certo una scelta di vita rassicurante. In generale, è difficile fidarsi di un ambiente che parla molto di meritocrazia ma spesso poi non la applica, e in cui varie volte mi hanno fatto apertamente sentire non più benvenuto.

Ma più ancora di questo c’è il logoramento psicologico, c’è la delusione per la piega che hanno preso le cose rispetto agli ideali dell’inizio, c’è la difficoltà estrema di rimanere se stessi in un ambiente politico (tutto, di tutti i partiti) dove o ti schieri e ti allinei a priori o sei visto con sospetto, attaccato, emarginato, costretto a pagare prezzi pesanti e immeritati sia sul piano emotivo e psicofisico, sia nelle tue prospettive personali.

D’altra parte, ci sono anche molte ragioni a favore del sì.

Intanto, nel Movimento 5 Stelle non c’è solo l’acqua sporca, e il rischio è quello di buttare via il bambino per la fatica di tirarlo fuori; il bambino è un programma magari utopico ma senz’altro nell’interesse dei cittadini, e una chance epocale per rinnovare la classe dirigente di questa città, spezzando una spirale di obsolescenza e declino.

Poi c’è l’esperienza: per cinque anni ho passato tutto il mio tempo a imparare, a conoscere ogni angolo della città e a capire come si amministra un Comune così grande e complesso; sono il recordman di presenze del consiglio comunale, l’unica persona del M5S torinese ad avere accumulato un’esperienza amministrativa del genere ed è giusto che la rimetta a disposizione.

Ci sono anche tutti gli incoraggiamenti e i ringraziamenti che ho ricevuto, dagli elettori, dai simpatizzanti, dagli osservatori professionali della politica, da tanti cittadini di qualsiasi orientamento, con frasi talora commoventi (questa la riporto perché mi ha colpito). Un invito a tener duro l’ho ricevuto direttamente, in una lunga telefonata, da un vecchio amico di Genova qualche settimana fa: mi ha fatto piacere e mi ha fatto riflettere.

Ma soprattutto c’è una consapevolezza: il problema di fondo della politica italiana è il livello sempre più basso della discussione pubblica, che deriva dal livello sempre più basso, o volutamente autoabbassato, di chi la pratica e di chi la guida.

C’è troppa gente di qualsiasi orientamento per cui la politica è solo credere, obbedire e combattere e prendersela con chiunque esprima un qualsiasi pensiero articolato, per poi comunque approfittarsene per scopi personali alla prima occasione. C’è troppa gente che fa politica pensando di volere o dovere seppellire la parte più nobile di essa, il confronto, il dibattito intellettuale, per relazionarsi soltanto con il famoso italiano medio di Berlusconi, quello che ha fatto solo la terza media e nemmeno tanto bene, dimenticando che là fuori ci sono tanti italiani che non sono così e che aspettano soltanto che qualcuno si relazioni a loro come esseri pensanti e intelligenti, come io ho sempre cercato di fare.

E però, la responsabilità del degrado della politica – dell’egemonia culturale della parte peggiore del berlusconismo, ormai abbracciata da tutti – non è soltanto di queste persone, e degli elettori simili a loro che li votano; è anche del disinteresse di tutti gli altri, è anche delle persone valide che scelgono di chiamarsene fuori, non impegnandosi in prima persona, arrendendosi, smettendo di combattere per migliorare il Paese e il modo di governarlo.

C’è, infine, il desiderio di mettere alle spalle le divisioni passate, di riunirsi in un progetto che possa veramente cambiare Torino, centrato soltanto sulle capacità e su un programma condiviso al di là delle appartenenze di partito. In questo, è stata fondamentale la scelta di Appendino di individuare gli assessori prima del voto e non dopo, e di farlo per competenza e non per scuderia politica, diversamente da come sembrava all’inizio.

E sulle competenze, su alcuni argomenti, ho un curriculum di livello nazionale, in parte persino globale: l’innovazione, la smart city, le relazioni internazionali, le nuove forme di partecipazione e trasparenza (chi non sapesse cosa ho fatto prima della politica dovrebbe leggersi il mio profilo e il mio curriculum dettagliato o anche solo questo riassunto che ho inviato a Chiara). Queste sono le competenze che posso mettere a disposizione, in un’ottica strettamente meritocratica.

Per questo, pur ribadendo la scelta di cessare l’attivismo politico nel M5S almeno per come è diventato adesso, ho ingoiato un po’ di orgoglio, ho rimandato a tempi migliori la questione del vicesindaco e ho dato a Chiara la mia disponibilità per fare l’assessore sulle competenze sopra esposte, per lavorare insieme e per creare un assessorato assolutamente innovativo che metta al centro dello sviluppo della città il coinvolgimento dei cittadini e l’accelerazione dell’innovazione sociale, culturale, economica e tecnologica.

Credo che la mia presenza nella squadra candidata a governare Torino possa rafforzare la campagna di Chiara e aiutarla a conquistare credibilità amministrativa. Comunque, la valutazione ora spetta a lei e attendo di sapere, nel giro di qualche settimana, se vorrà accogliere o meno la mia disponibilità, sperando di poter fare un passo insieme verso un grande risultato.

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