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martedì 27 Gennaio 2026, 19:38

Sta seduto nella fila d’aereo

Sta seduto nella fila d’aereo davanti alla mia, nel posto di sbieco. Avrà trent’anni, forse nemmeno, e passa tutto il tempo del volo per Bruxelles attaccato al suo iPhone nuovo. Mette a posto le foto, le organizza per album, e mi mostra apertamente la sua vita.

Che per metà è fatta di eventi sportivi: sarà un giornalista o qualcosa, perché fa foto da bordo campo. Apple mi aiuta scrivendoci sopra il luogo, tipo STADIO RIGAMONTI-CEPPI. Poi parte un video di basket.

L’altra metà invece è personale. Una foto mostra un salotto come tanti, con un divano come tanti. Compare un cane come tanti, piccolo nero e rognoso, e parte una serie di foto del cane in posizioni buffe. A un certo punto un neonato, sarà suo? Probabilmente sì. Poi compaiono tipe, più d’una. Poi si passa ai motori, due e quattro ruote, e poi tornano le foto sportive. Un altro stadio, Apple dice STADIO BREDA: andrà a Saint-Gilles da Sixième-Saint-Jean.

Arrivano immagini di capodanno: un trenino ossessivo, con tipe scosciate che saltellano gridando A E I O U Y come il figlio di Brigitte Bardot all’apertura del testamento (scusate, questo era un altro post). Anche il trenino è come tanti, di un capodanno come tanti, anche se l’unico trenino di capodanno che io abbia mai adottato dal vivo risale a oltre vent’anni fa.

Io fotografo nuvole male, avendo l’ala davanti al naso. Lui boh, ora c’è di nuovo una moto in dieci posizioni diverse, alcune decorate da una hostess gnoccolona. Riassumendo: calcio, figa e motori più cane, un mix italiano perfetto.

E io? Io sul cellulare ho foto storte di posti sparpagliati per il mondo e una rubrica piena di morti morti e morti virtuali, gente che si è insinuata nella mia sim in altre vite e ora chissà cosa fa. Alle volte nemmeno ci sono più loro, c’è il loro numero che riappare dopo secoli, riassegnato a chissà chi. Lui, almeno, in rubrica avrà Jessico Calcetto, e Jessico Calcetto 2.

Sarà felice?

Chissà. In fondo, non sono fatti miei.

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domenica 18 Gennaio 2026, 10:30

Tra tutte le passioni, proprio questa

Come tutti, anch’io ho passioni segrete di cui mi vergogno; per questo, ora farò qualcosa di coraggioso. Vi svelerò il motivo per cui ho preso il mio bel treno regionale a carbonella (al ritorno, sostituito da autobus) e sono andato a Milano in un sabato piovoso: è per assistere a Indieverse.

Che cos’è Indieverse? Lo dice il banner sul sito: “L’evento GRATUITO Che Segna Il Punto Di Svolta Per Il Self-Publishing Italiano”, grosso e maiuscolato come se non ci fosse un domani. È la nuova creatura di Rotte Narrative, una delle scuole di scrittura commerciale che più imperversano sui social, di cui non sono mai stato cliente ma che seguo ogni tanto.

Badate, l’aggettivo commerciale non è in sé negativo: semplicemente, ci si concentra su come produrre e vendere libri che possano piacere a un pubblico ampio e definito, cosa diversa dallo scrivere per esprimere se stessi o per piacere ai critici o per ambizione letteraria. La questione, però, è che nell’editoria di oggi la scrittura commerciale è tutto ciò che c’è; per il resto, probabilmente si può provare tramite scuole di altro taglio – per dire, mi piacerebbe una volta fare il laboratorio di Giulio Mozzi, anche se per ora è incompatibile con la mia vita lavorativa – ma le opportunità, in un mercato ormai ai minimi termini, sono davvero ridotte.

Insomma, praticamente nessun editore, grande o piccolo, nuovo o antico, sconosciuto o prestigioso, scommetterà su un libro che non è già a priori costruito per vendere (a meno che non lo paghi l’autore). E questo vuol dire algoritmo: vuol dire pianificare e rivendicare da subito l’appartenenza a un genere preciso con una copertina precisa e dei tropi precisi, vuol dire ripetere più o meno sempre la stessa storia, lo stesso andamento, lo stesso ciclo dell’eroe con gli stessi personaggi, soltanto nascosti sotto un “high concept” diverso (tipo, per i manga, “sono morto e mi sono reincarnato in una lavatrice”). E quindi, vai di depliant viola intitolati “La formula del batticuore”, perché mai, mai deviare dalla formula.

Ora, Indieverse ha uno scopo concreto: incoraggiare la massa di aspiranti, quella che segue le formule ma comunque non trova un editore, a passare all’autopubblicazione su Amazon. Infatti, il prestigioso auditorium in centrissimo a Milano e tutto il resto della giornata sono sponsorizzati da loro e da altri fornitori di servizi mirati.

Io, peraltro, sono uno della massa; sono qui per imparare e magari trovare contatti utili. Arrivo, faccio la fila alla registrazione, saccheggio tutti i gadget possibili e immaginabili, offerte sconto sui corsi, depliant, pubblicità. I libri tipo “Da zero a stile in quattro settimane” però si pagano, quindi non li prendo.

Entro nella sala, mi siedo, aspetto, mi viene voglia di scrivere… questo post. Così apro il portatile e le dita. Alla fine, un quarto d’ora dopo l’ora prevista, il capo della scuola sale sul palco e annuncia che si inizierà tra un paio di minuti, perché “vedo che stanno ancora scendendo gente”. Va bene, anch’io quando parlo mi inciampo. Però, lui è molto bravo a rapportarsi con la folla, fa battute, ci sa fare. Si fa il classico selfie con la sala piena alle spalle.

Mi guardo attorno: il pubblico è molto più di mezz’età di quel che avrei detto. Se mai, i giovani sono sul palco, sono quelli che si muovono con successo tra autopromozione social a trentadue denti e guerrilla marketing su Amazon, mentre, come me, i vecchi postelegrafonici col romanzo nel cassetto stanno ancora elaborando il lutto per l’imminente estinzione del modello tradizionale di editore. Però, c’è comunque anche una nutrita presenza di trentenni, più donne che uomini.

L’intervento inizia, e anche se ovviamente contiene una sfilza di informazioni logistiche, di ringraziamenti agli sponsor e di retorica di persuasione, la parte sul mercato editoriale è molto centrata; andrebbe registrata e mostrata in giro. Parla di come il libro sia inestricabilmente sia opera d’arte che prodotto, e che trascurare per snobismo la seconda parte non abbia senso, e sia forse anche una delle cause della disaffezione generale alla lettura. Parla anche di come non abbia senso rimanere con la testa al ventesimo secolo, di come la rete sia fonte di grandi opportunità. Ed è vero, e sotto sotto mi chiedo perché proprio io, che venticinque anni fa facevo startup di musica digitale, sia ancora mentalmente portato ad aspettare il libro di carta e l’editore paludato: devo essere vecchio.

Esco mentre salgono sul palco le signore di uno sponsor, ossia la FUIS, Federazione Unitaria Italiana Scrittori. Sembra un sindacato e lo è: nasce dalla fusione dei sindacati degli scrittori di CGIL, CISL e UIL (sì, esistevano). Io faccio il giro dell’isolato per raggiungere i workshop, che sono in piazza San Fedele (“davanti al Manzoni”) e solo su prenotazione.

Nei workshop, tenuti da editor professionisti, si creano subito buone vibrazioni. Non c’è quasi nulla che non sapessi già, ma il riassuntone iniziale sull’autore-imprenditore, su canali e strategie per costruire un brand autoriale e arrivare positivamente sul mercato, dovrebbe essere spiegato a chiunque voglia scrivere qualcosa oggi e non abbia un cugino che lavora per un primario editore, e anche a chi ce l’ha (ops).

In sala, tra compagni di sventura, ci si conosce e ci si confronta (conforta) a vicenda. La sala si riempie di domande, alcune ingenue, altre invece dritte al punto. Una signora chiede se a forza di ingegnerizzare pubblici e algoritmi non si finisca per uccidere il talento e produrre libri sempre tutti uguali, e tutta la sala sospira di empatia (comunque la risposta classica delle scuole di scrittura moderne è che il talento non esiste e non serve, contano studio, tecnica, determinazione e mentalità imprenditoriale).

Abbranco la povera editor di Acheron nonché autrice di romantasy, senza più voce dopo un’ora di assalto collettivo, e le dico: io scrivo una roba che sta all’incrocio tra fantasy, shonen manga e light novel, ci sono editori, editor, agenzie, canali specializzati nel mio genere? Lei risponde “eeeh” e mi fa gli auguri.

Pausa pranzo ovviamente da Luini, bibita in un Carrefour Market in un’elegante galleria meneghina che puzza di piscio e barboni, e ritorno in sala. Prima di iniziare, un altro aspirante davanti a me chiacchiera e dice che a lui in fondo fare anche marketing piace, tanto che sui social segue Frank Merenda; ma sa un po’ di sindrome di Stoccolma.

Il pomeriggio inizia con una gentile signora che spiega come il Salone del Libro abbia deciso di dare uno spazio agli autori self, ma abbia dovuto introdurre una quota di partecipazione e una selezione sulla qualità editoriale, perché arrivavano una montagna di schifezze; e però, ora funziona.

Passo al workshop con un autore e editor di fantasy e giochi: l’esperienza mi rincuora, perché più o meno, nel tempo, sono già arrivato da solo a tutti i suggerimenti che dà. Alla fine chiedo anche a lui qualche contatto, mi dà un paio di nomi, ma aggiunge: però i professionisti costano.

È vero, è ovvio, ed è il problema di fondo del mercato del self: proprio perché lo si vuole impostare come attività professionale, ha senso investire mille o duemila euro di editor, illustratore e pubblicità per un romanzo che nel 99% dei casi ne incasserà forse duecento? Con questo dubbio in testa, lascio perdere la premiazione dei vincitori del premio Amazon per i migliori romanzi autopubblicati del 2025 e vado a riprendere il mio treno.

Allora, grande occasione o tempo buttato? La risposta non può che essere “dipende”. Per me, forse, nessuna delle due: ma è stata sicuramente una giornata utile, come reality check, come collezione organica di indicazioni da tenere a mente e come stimolo a un esame di coscienza.

Alla fine, su una cosa concordo totalmente con gli organizzatori: l’auto-editoria non è un ripiego per chi viene scartato dagli editori. È e sarà sempre di più un canale importante, che remunera gli autori molto meglio in caso di successo e che concede loro la libertà creativa che gli editori non danno, a prezzo di un impegno di energie, di soldi, di tempo ben superiore, e rischi totali.

Quanto a me, dopo quattro anni di tentativi e nonostante quel che io percepisco come un bel percorso d’apprendimento (e un premio letterario vinto al primo tentativo), la realtà mi porterebbe a concludere che faccio cagare: scrivo male e/o le mie storie non sono interessanti. Certamente non rispettano più di tanto l’algoritmo, il target, i luoghi comuni del genere, anche se sono molto meno ingenue e incompetenti di quando ho cominciato a lavorarci per pura passione.

Però sono le mie storie, e tutte le volte che cerco di ucciderle tornano su, e mi chiedono se non possano proprio avvincere anche qualcun altro. Per questo, credo che alla fine le autopubblicherò davvero, fuori da ogni regola e speranza: le varerò con una goffaggine da Serbelloni Mazzanti e le affiderò al mare.

Forse, invece, non lo farò mai.

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mercoledì 5 Novembre 2025, 10:32

Elezioni etniche

Anche a Montreal c’erano le elezioni comunali. Le ha vinte Soraya Martinez, cilena-canadese, figlia di esuli di sinistra immigrati qui per sfuggire a Pinochet. Ma anche gran parte degli altri candidati erano immigrati: nei cartelli per strada, per esempio, si trovano i volti di candidati consigliere arabo-canadesi associati a candidati sindaco afro-canadesi.

Montreal, come tutte le grandi città del Canada, è un melting pot totale: e ieri, a pranzo dal cinese, ho ascoltato dal tavolo a fianco la storia di un giovane programmatore immigrato dal Pakistan che ha ancora la famiglia là, ma aspetta tra un anno di avere il passaporto canadese per poi con quello poter viaggiare liberamente per il mondo, specialmente in Europa.

Però, non è sempre stato così. Fino ancora agli anni Novanta, Montreal voleva essere l’opposto: un’isola di purezza franco-canadese e cattolica, in cui chi parlava inglese era odiato, gran parte della popolazione voleva l’indipendenza e per un lungo periodo i nazionalisti mettevano bombe qua e là con l’appoggio di molti.

L’aspetto interessante, però, è questo. Proprio per questo atteggiamento, per tutta la seconda metà del Novecento la “purezza francofona” è stata mantenuta innanzi tutto dalle scuole. Per mandare i propri figli alle scuole francofone, bisognava essere cattolici di madrelingua francese. I cattolici di altre lingue, tra cui gli italiani, venivano accolti nelle scuole cattoliche in speciali sezioni in inglese; tutti gli altri – ebrei, cinesi, greci, indiani – potevano solo mandare i figli alle scuole protestanti inglesi.

Il risultato è stato ovvio: quando nel 1995 si è infine tenuto il referendum per l’indipendenza, i separatisti, pur prendendo oltre il 60% tra i francofoni, si sono fermati nel complesso al 49,4%. A fare la differenza sono stati proprio i voti degli immigrati da paesi terzi, che erano stati forzatamente costretti a non diventare francofoni ma anglofoni, e di conseguenza erano in massa contro l’indipendenza. Nel discorso del giorno dopo, il leader dei separatisti gridò che i franco-canadesi erano stati sconfitti da “l’argent et les votes ethniques”: una frase talmente storica da avere una pagina dedicata nella Wikipedia in francese.

Eppure, trent’anni dopo, anche se la questione linguistica è ancora molto sensibile, Montreal è una città di ogni colore, amalgamata ben più delle nostre; e anche in politica, gli “allofoni” sono ormai integrati.

In fondo, è quello che spero che succeda a New York: che il primo sindaco musulmano della loro storia si riveli un integratore e non un disintegratore, che sappia trattare tutti allo stesso modo senza rivendicare il primato della propria religione e della propria etnia, che lasci una città più unita di prima. Molti temono l’opposto, ma se la paura del nuovo è normale, è giusto anche sperare che venga smentita dai fatti.

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martedì 14 Ottobre 2025, 21:35

Il derby monferrino delle sagre

Dunque, festival delle sagre di Asti o festa del vino di Casale? Ieri abbiamo avuto l’opportunità di fare un confronto ad armi pari: ci siamo presentati a Casale alla stessa ora in cui una settimana fa siamo andati a Asti, sabato sera alle 18:15.

Il confronto è stato impietoso sin da subito: se ad Asti avevamo parcheggiato al primo colpo a dieci minuti a piedi dalla piazza, a Casale abbiamo dovuto girare per mezza città prima di trovare un buco libero. L’ingresso, poi, è stato un’impresa: per passare dal portone c’era una coda di un centinaio di metri.

Ad Asti avevamo trovato la piazza semivuota, mentre a Casale c’era una marea di gente: hanno anche aggiunto una zona esterna di tavoli. Anche stavolta siamo riusciti abbastanza a cavarcela con le code, ma già verso le 19 erano discretamente lunghe nella maggior parte degli stand.

Dal punto di vista del cibo, i prezzi di Casale sono sicuramente più alti; però, le porzioni sono decisamente abbondanti e soprattutto c’è ampia scelta di piatti interessanti. Noi abbiamo preso una panissa a testa (quella di Morano, che è la più cara ma è sempre una certezza), un piatto di lasagnette della vigilia da Mirabello, un fritto misto da Motta (l’unico stand che era nel panico, con la coda che non andava avanti perché invece di servire si attaccavano al telefono o sparivano nel retro), e un bollito da Borgo San Martino che era davvero eccezionale: da tempo non mi capitava un bollito così tenero e gustoso. L’unico appunto è al bagnetto, rosso e piuttosto liquido, che comunque era godibile e non era né acido né dolciastro. Abbiamo chiuso con due zabaioni con biscotti da Asigliano, un classico.

Tutto veramente ottimo e meritevole del viaggio, spesa complessiva 55 euro. Soprattutto, tutti piatti non facili da trovare; ad Asti, invece, il bollito e il fritto sono spariti da anni, le lasagnette della vigilia pure, di panissa non se ne parla, puoi scegliere tra una dozzina di offerte di agnolotti e pasta al sugo e massimo un paio di secondi e che siano semplici (arrosto o salsiccia).

In più, a Casale c’è ancora davvero una atmosfera di festa, con tavolate di ragazzi in uscita, mentre ad Asti c’è la sgradevole sensazione che stiano cercando di spremerti facendoti pagare cinque euro un bicchiere di vino. Non a caso, le nostre fonti ci hanno confermato che negli ultimi anni ad Asti l’affluenza è stata regolarmente bassa, e che quest’anno hanno fatto poco più della metà dei coperti che facevano prima della pandemia (con lo stesso piatto). Speriamo che si ravvedano.

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mercoledì 6 Agosto 2025, 10:37

Al festival di Wrangler

NOTA INTRODUTTIVA PER I MELOMANI: Questo post vi sta trollando.

Ebbene sì: dopo anni di tentativi (della mia compagna melomane), nel 2025 siamo riusciti ad avere i biglietti per andare a Beirut al festival di Wrangler. No, scusate, a Bayreuth al festival di Wagner.

Ebbene sì: per la prima volta nella vita, da non melomane, ho assistito per intero a un’opera di Wagner: i Maestri cantori di Norimberga, quattro ore e mezza di musica più due ore di pause nel mezzo.

E com’è?

Sarò sincero: per tre quarti è una palla unica, aggravata dal fatto di essere rappresentata tutta in tedesco, senza sopratitoli, e quindi senza che io potessi capire granché di quello che succedeva. Però, non c’è solo questo.

Innanzi tutto, con pochi momenti di eccezione, la musica di Wagner è piatta e tutta uguale, quattro ore di sviolinate infinite che accelerano e frenano senza andare mai da nessuna parte, avvincenti come un ingorgo in autostrada. Se vai a vedere Verdi o più o meno qualunque altro autore italiano, esci comunque dal teatro con un paio di arie orecchiabili incollate in testa. Qui, no. La musica che ascolti in ogni scena potrebbe anche essere gradevole, ma è sostanzialmente la stessa della scena di dieci minuti prima, o di quaranta minuti prima, o di tre ore prima. Le eccezioni sono i momenti corali, che valgono il prezzo del biglietto, e l’aria finale con cui il protagonista vince.

Ora, però, veniamo al problema principale: la trama. Questa opera racconta di un concorso canoro in cui il premio in palio è una donna infiocchettata, e già questo vi fa capire le idee sociali di Wagner. C’è un protagonista buono e innamorato della ragazza, e un antagonista cattivo che sarebbe il “cantante antico”, quello che si rifà alla musica classica tradizionale che a Wagner fa schifo. L’antagonista cattivo diventa la spalla comica del tutto, tramite una gag in cui si esibisce in maniera apertamente stonata e pomposa, e la gag sarebbe anche carina, se non fosse che è l’unica di tutto il copione e che viene tirata in lungo per tre ore, rendendo l’umorismo più ripetitivo che in un film dei Vanzina. Ah, e ovviamente alla fine vince il buono.

Ora, se questa storia venisse data in mano a un buon editor avrebbe anche delle speranze, ma l’editor come prima cosa ne taglierebbe due terzi, e come seconda strapperebbe le ultime dieci pagine, perché contengono il peccato mortale di qualunque storia: la morale esplicita, quella sbattuta addosso allo spettatore con la dolcezza di un’incudine sulla testa di Wile E. Coyote.

Già, perché finisce che il buono vince la gara cantando con tedeschitudine, e poi fa il gesto di rifiutare la medaglia, e allora l’anziano saggio lo prega di accettare per diventare un vero “maestro tedesco”, e dimostrare la superiorità della cultura nazis… scusate, tedesca su quella del resto del mondo, e lui accetta perché è tedesco e orgoglioso di esserlo.

Ora, come si può rappresentare una roba del genere nel 2025, credendoci? Non si può, e infatti l’opera viene salvata dal regista, che trasforma la mezz’ora finale in una farsa completa, ambientandola su un palco in stile Eurovision dominato da un gigantesco gonfiabile a forma di mucca verde e viola. Per sicurezza, il regista cambia anche il finale, facendo sì che sia la donna, liberandosi dal trattamento da oggetto che le riservano tutti questi maschi, a rifiutare la medaglia nazis… scusate, tedesca. Dopodiché, sull’ennesimo zumpappà uguale ai cento precedenti che chiude lo spartito, tutto il coro alza le spalle e fa una faccia tipo “wtf, rappresentiamo questa roba solo perché ci pagano”. Sapete che io non simpatizzo per le riscritture woke, ma quanno ce vo’, ce vo’; in questo caso, senz’altro ce vo’.

Ovviamente, agli appassionati la regia non è piaciuta: “ha snaturato l’opera” e “non è abbastanza rispettosa”. D’altra parte, se non sei nazista ma ti piace Wagner – un uomo non solo apertamente nazionalista, razzista e antisemita, ma disgustoso anche nella vita reale; non a caso Hitler lo adorava – hai già deciso di ignorare le sue idee per concentrarti solo sulla musica. Che questo sia possibile o meno è l’oggetto di un lungo dibattito. Per quanto mi riguarda, anche se per curiosità ci potrei riprovare, per ora è un no.

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martedì 8 Luglio 2025, 09:43

Norvegia (Pedro)

È che oggi, nonostante un clima da tregenda, siamo andati lo stesso a fare la crociera sul fiordo di Geiranger, che è patrimonio Unesco quindi pieno di enormi navi da crociera che vomitano persone, e figurarsi di domenica, però oggi era brutto con allerta meteo gialla e quindi un po’ meno. Alla biglietteria hanno persino negato che esistesse ancora la crociera economica, quella da 50 euro a testa per un’ora, ma io l’avevo vista sul sito e quindi è saltata fuori. Dunque siamo saliti e abbiamo messo su l’audioguida, che a me non piace molto, ma almeno dà un senso a quello che altrimenti sarebbe solo un giro tra cascate e scogliere. Bene, l’audioguida era anche in italiano, e iniziava col racconto di una tipa norvegese cresciuta sul posto, non meglio specificata ma ovviamente alta e bionda, che lasciava il suo paesello e andava a fare l’università a Bergen e lì incontrava Gianni, guarda caso italiano pure lui, che la portava in giro per il mondo, ma alla fine dopo anni di bella vita lei portava Gianni in fondo al suo fiordo e pure Gianni, erede degli imperatori romani, doveva ammettere che era il posto più bello del mondo. Ora, io non ne ho la prova certa, ma sospetto che se avessi scelto l’audioguida francese la tipa bionda avrebbe incontrato Jean de Paris, e in quella inglese John from London, e in quella spagnola avrebbe incontrato Juan, però lì sì che ci sarebbe stata una variante, perché alla fine lei avrebbe mollato Juan per mettersi con Pedro di Santa Fe, che come ben sappiamo è il massimo dei maschi del mondo ispanofono. E allora io ho ascoltato l’audioguida e tutte le sue storie, però con meno convinzione, perché questa storia qui mi sembrava troppo sfacciata; e però poi ho pensato, cosa ne so io di raccontare storie, che già mi hanno scritto tempo fa che chi non vota sì al referendum sulla cittadinanza non è certo in grado di raccontare storie, e che non si aspetti alcuna possibilità narrativa, nemmeno se decidesse mai di elargire i venticappa alla scuola Holden, cosa che molti hanno fatto senza grande soddisfazione, che tanto valeva spenderli in casse di Gaza Cola, che con le tipe del Nord Europa tira senz’altro moltissimo.

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lunedì 16 Giugno 2025, 08:47

La città più illuminata del mondo

Vi ho già raccontato l’anno scorso di come Vancouver sia la città più woke del Canada e quindi del mondo: un posto in cui per onorare i nativi il mercato contadino del centro città si tiene in piazza Å xʷƛ̓ənÉ™q Xwtl’e7énḵ, che io ancora mi chiedo come facciano gli abitanti a dirselo al telefono, “ciao troviamoci in piazza Å xʷƛ̓ənÉ™q Xwtl’e7énḵ”.

In particolare, Vancouver è famosa per la droga. Non solo c’è una rivendita legale di cannabis a ogni angolo, e la puzza di fumo aleggia ovunque per le strade; ma la città e la provincia della Columbia Britannica, riconoscendo il diritto dei drogati a drogarsi in sicurezza come insindacabile scelta di vita, hanno depenalizzato il possesso delle droghe pesanti e iniziato a distribuirle direttamente.

In pratica, la città passa gratuitamente il fentanyl, la versione moderna dell’eroina, anche più volte al giorno: in nome della “safe supply”, cioè la “fornitura sicura” di droga, i drogati vanno a bucarsi negli appositi centri comunali. In più, tutte le farmacie forniscono gratuitamente il naloxone, che è il farmaco da somministrare per salvare chi è andato in overdose.

Tutto questo viene rivendicato da gran parte dei vancouveriani come un grande progresso sociale. I drogati, peraltro, sono pronti a battersi per la droga gratis: è facile trovare dei murali con lo slogan “SAFE SUPPLY OR WE DIE” (generalmente abbinati alla bandiera della Palestina, di cui i drogati sono tra i più convinti sostenitori).

Però, è il primo posto in cui alla porta di un Five Guys ho trovato le guardie di sicurezza; e i ristoranti del pieno centro espongono cartelli “NO CASH OVERNIGHT” per scoraggiare le razzie notturne con spaccata; e se appena si esce dal centro e si imbocca il corso che porta alle periferie orientali, per oltre un chilometro da entrambi i lati si incontrano torme di derelitti distesi sul marciapiede o in piedi a cazzeggiare o intenti a litigare o a farsi in pieno giorno.

E poi, c’è la freddezza inequivocabile dei dati: l’articolo che ho trovato risale al 2020, tre anni dopo l’introduzione del programma, e fa notare come i morti di overdose a Vancouver e provincia fossero superiori a quelli della Germania, che ha una popolazione venti volte superiore.

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venerdì 10 Gennaio 2025, 08:38

GTT horror

Ieri pomeriggio sono andato fino allo stadio di Venaria a fare un esame medico che richiedeva anestesia; non potendo guidare, ho deciso dunque di andarci in autobus. Certo, secondo Google Maps un viaggio di 12 minuti in auto avrebbe richiesto con GTT minimo tre quarti d’ora, ma io sono amante della sostenibilità, e dunque ho obbedito alle raccomandazioni e ho preso i mezzi pubblici. Mettetevi comodi: questo è uno spaccato dell’horror dei trasporti torinesi di oggi.

All’andata, esco per tempo; il piano è di prendere il 2 e poi il 72. Vado comunque fino in piazza Rivoli, perché la fermata del 2 sotto casa è stata abolita anni fa da una Lapietra qualunque, o forse dalla Lapietra vera, per “velocizzare il percorso” (poi ce ne sono due attaccate dai due lati di piazza Rivoli, ma vabbe’). Già che ci sono, scendo alle macchinette della metro a comprare il giornaliero scontato sulla BIP: quando due anni fa ho provato a comprarlo sul telefono dall’app ufficiale GTT, prima l’app si è presa i soldi da Satispay senza darmi niente, poi, pagando con carta, mi ha dato il biglietto; però, quando ho avvicinato il telefono al tornello della metro per aprirlo, l’app è crashata e il biglietto telematico si è rivelato inutilizzabile, e da allora non li compro più.

Dunque, la macchinetta funziona (ok), ho il mio giornaliero; allora voglio capire quando passa il 2, perché avrei l’alternativa di metro + 62. Apro dunque l’app GTT: mi chiede di attivare l’NFC per usare i biglietti. Io non ho biglietti da usare, voglio solo i passaggi in fermata; non importa. Se non attivo l’NFC, l’app mi sputa in faccia e si chiude da sola.

Così, attivo l’NFC, vado nell’infomobilità, e mi chiede il codice di quattro cifre della fermata (tutti li sappiamo a memoria), oppure il nome. Ora, trovandomi a cinquanta metri dalla fermata in questione, forse l’app potrebbe capire da sola che fermata voglio, ma no. Allora scrivo “Rivoli”, viene un elenco, scelgo la prima “Rivoli”, ma non è lei: è una fermata di emergenza usata solo per i bus sostitutivi della metro (logico metterla per prima, no?). Poi c’è “Rivoli sud”, ma non c’è “Rivoli nord”, che dovrebbe essere la mia. Scrivo per intero “Rivoli nord”: non compare niente. Alla fine, scrivendo “Rivoli” e scorrendo due schermate di roba che non c’entra niente, compare “Rivoli nord”. Ok, seleziono, e l’app GTT mi dice che non sa quando passano i bus GTT, ma posso vedere l’orario teorico. Ho capito: mi metto lì e aspetto.

Dopo un’attesa devo dire breve, arriva un 2: un pullman nuovissimo. Salgo dall’ultima porta in fondo, dove c’è scritto entrata; ma non c’è la timbratrice. Sta vicino all’uscita, in mezzo, separata da me da un grumo di ragazzini tutti con grossi zaini sulle spalle, che loro non si tolgono manco per sbaglio, né si spostano per far passare. Alla fine, a spintoni, riesco a timbrare e arrivo senza altri intoppi a Madonna di Campagna.

Scendo, vado ad aspettare il 72, anche quello arriva nuovo e dopo pochi minuti. Comincio a sentirmi malfidente ad aver subito pensato male. Stavolta però mi faccio furbo: salgo dalla porta centrale. Faccio per passare la BIP, e no: su questo bus, pur identico all’altro, la macchinetta era davanti alla porta posteriore, altrettanto irraggiungibile. Sbuffo e rinuncio a bippare, ma per il resto sembra a posto…

…fino al colpo di scena: alla svolta di corso Lombardia, l’autista imbocca corso Toscana invece di strada Altessano. Panico a bordo: abbiamo sbagliato bus? No, è l’autista che non sa dove andare e ha sbagliato strada. Arriva all’angolo di corso Cincinnato e fa scendere in mezzo alla strada la gente che protesta, poi fa per girare lì, ma come fai a fare quella curva con un bus di 18 metri? Così desiste e va fino in via Sansovino, gira lì, poi si ferma e grida: c’è qualcuno che vuol scendere qui? Nessuno scende, così va avanti, gira in strada Altessano, accosta subito lì col culo in mezzo a via Sansovino e fa scendere altra gente a caso, poi riparte e fa una ulteriore fermata cento metri dopo. Comunque, alla fine arrivo: tempo totale, 55 minuti.

Al ritorno, decido di cambiare strada: vado alla fermata del 62 in via Sansovino. Noto sulla palina un grosso QR code con scritto novità! Lo si può inquadrare per conoscere gli arrivi in tempo reale. Inquadro, apro l’URL, si apre una pagina che è identica a quella dell’app, e pure quella dice che il sito GTT non sa quando passano i bus GTT, ma posso leggere l’orario teorico. Nel frattempo arriva un 75, una signora sbuffa e fa: è quaranta minuti che aspetto il 62, non è possibile! Ok, capito: cambio di piano.

Attraverso di corsa via Sansovino e prendo al volo un 72: anche questo è nuovo. Certo, il display a bordo non ha idea di dove siamo e non annuncia le fermate, però in compenso manda pubblicità contro l’omofobia (ah, ok, allora tutto a posto).

Scendo in corso Potenza e vado alla fermata del 2: non provo nemmeno più a scoprire quando arriverà. Tuttavia, dal cellulare, scopro che nelle carte comunali il 2 è stato ribattezzato Bus Rapid Transit, per giustificare le telecamere sulle preferenziali a difesa dello spazio necessario per far passare due o tre autobus all’ora se va bene. Concordo: mi pare appropriato riciclare la terminologia delle città americane, in modo da farci capire qual è il modello culturale di riferimento, quello in cui i trasporti pubblici sono solo per immigrati e barboni. Infatti, aspetto cinque, dieci, quindici minuti: nessuna traccia del 2. Però arriva l’ennesimo tram 9, nuovissimo e vuoto. Sai che c’è? Secondo cambio di piano.

Salgo sul 9, pensando di andare in piazza Bernini a prendere la metro. Mi faccio un giro tortuoso ma ameno tra landmark torinesi, tipo lo spaccio di mutande Alpina e il paninaro Mister Mimmo Number One, e andrebbe tutto bene, se non fosse che il tipo seduto davanti a me puzza di verdura marcia e si sarà fatto l’ultima doccia l’anno scorso. Anche per questo motivo, quando all’incrocio con via Cibrario vedo apparire un 13, cambio il piano per la terza volta e scendo lì.

Il 13 è nostalgia: è il solito tram grigio anni ’80, con il linoleum a bugne per terra e gente appesa pure ai finestrini, tra cui un ragazzino che mi spintona per arrivare a sedersi prima di me. Finalmente mi sento tranquillo: è vecchio, è brutto, ma va avanti senza pretese, e fa pure la fermata sotto casa, che pure quella era stata abolita da una Lapietra qualunque, ma per fortuna poi l’hanno rimessa. Arrivo a casa dopo un’ora abbondante di giro turistico.

Alla fine sono qui, sul divano, ho perso ore dietro a GTT, e nulla mi toglie dalla testa questa morale di fondo: puoi anche spendere fantastiliardi (non tuoi, dei cittadini) per comprare bus e tram nuovissimi, ma è uno spreco inutile se non sei in grado di mantenerli e farli circolare decentemente. Il degrado progressivo ed evidente non è solo questione di impoverimento delle casse pubbliche, perché i soldi alla fine sono saltati fuori. Il degrado progressivo ed evidente è dovuto a una somma di piccole mancanze che tutte insieme diventano devastanti, e le piccole mancanze derivano dalle piccole incurie e dai piccoli menefreghismi; e dunque resto qui, con la sensazione che il vero problema sia che a tutti quelli che ci lavorano, dal ministro dei trasporti fino all’ultimo dipendente di GTT, di offrire un servizio non dico di eccellenza ma almeno decentemente affidabile non possa fregare di meno.

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giovedì 9 Gennaio 2025, 10:19

Guai agli standard troppo accessibili

Ogni tanto, nel mondo super-specialistico degli standard ICT, succedono fatti clamorosi che nessuno conosce, ma che hanno un impatto potenzialmente importante. Per esempio, si è da poco saputo di una causa piuttosto particolare: ISO e IEC, le due maggiori organizzazioni di standardizzazione tecnica a livello mondiale, hanno denunciato la Commissione Europea, pare (le carte sono segrete) per violazione del copyright.

Il motivo è semplice: qualche mese fa, una sentenza europea ha stabilito che, se uno standard tecnico è incluso o citato in una norma di legge, la Commissione Europea è tenuta a fornirne l’intero testo in risposta alle richieste di accesso agli atti. Infatti, se una legge obbliga uno sviluppatore di software o un fabbricante di qualunque tipo di prodotto a rispettare un determinato standard, quello standard assume valore di legge, quindi dovrebbe essere liberamente e gratuitamente disponibile come qualunque testo di legge. E così, da allora, la Commissione Europea ha iniziato a fare.

Tuttavia, ISO e molte organizzazioni simili mantengono il proprio staff e i propri uffici con le entrate ottenute vendendo gli standard. Dovete certificarvi ISO 27001, lo standard sulle buone pratiche di cibersicurezza? Bene, se volete semplicemente leggere la norma a cui vi dovete attenere, dovete comprare il PDF da ISO per circa 140 euro; ma siccome poi ogni norma punta ad altre, il prezzo totale sale rapidamente. Così, per ISO il fatto che l’Europa distribuisca gratis i suoi standard è una minaccia mortale: di qui la causa per violazione del copyright.

Per chi viene dal mondo di Internet e dell’open source, è ISO a essere assurda: da sempre, IETF, W3C e simili distribuiscono gli standard gratuitamente, e il processo di standardizzazione è interamente gestito da volontari e da un piccolo staff pagato con fondi donati (l’IETF è mantenuta da ISOC, che è mantenuta da PIR, che incassa i soldi delle registrazioni dei domini .org). Ad ogni modo, l’esito di questa causa potrà determinare molto della futura direzione di questo settore.

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mercoledì 3 Luglio 2024, 16:19

Giappone wtf

L’escursione giapponese di stamattina mi ha regalato il momento giapponese “wtf” dell’anno. Sono andato all’onsen della Keio sotto il Takaosan, un posto moderno ma tutto in legno chiaro, con ambizioni già di un certo livello (il biglietto d’ingresso a tutto il complesso termale costa ben 6,30 euro). Pertanto, tutti i presenti nel bagno maschile, a parte me, erano giapponesi dai 50 anni in su.

Dunque, io arrivo, mi spoglio, faccio la mia doccia seduta, mi sciacquo, esco e vado ai bagni all’aperto, e appena arrivo lì trovo la seguente scena. A sinistra, il bagno frizzante a 37 gradi, sotto una tettoia, pieno di giapponesi paralizzati; a destra, il bagno all’aperto a 39 gradi, sotto il sole, con una sola persona. Guardo meglio: è un vecchiettino ottantenne di quelli minuscoli e fatti ormai solo delle ossa del pollo, seduto nell’acqua.

Però, il vecchiettino ha appena portato le mani alla bocca, anzi forse proprio dentro la bocca, e ha iniziato a soffiare, emettendo una melodia che va su e giù senza molto senso, come se stesse cantando, ma con un suono che ricorda quello dell’orifizio posteriore, o al massimo di un palloncino che si sgonfia; ed è anche del tutto stonato. È lì fermo, imperterrito, e va avanti per almeno un paio di minuti, bruciando le orecchie a tutti.

Dall’altra parte della scena, i presenti sono impietriti. Sono fermi col culo nell’acqua, gli occhi spalancati, la bocca aperta, senza emettere un suono. Quel che sta succedendo è totalmente fuori dalle regole: negli onsen è vietatissimo emettere qualunque rumore, per non disturbare il relax e la meditazione. Il vecchiettino invece è perso nel suo mondo, e continua a produrre suoni, nonostante gli arrivino in contemporanea almeno cinque o sei sguardi della morte, che sono quelli che fa il giapponese quando qualcuno attorno a lui compie azioni molto maleducate; non oserebbero comunque mai dire nulla, ma guardano male.

Io cerco di non disturbare questa scena meravigliosa, e mi infilo nell’acqua in un angolo, ma girato, in modo da vedere le facce dei presenti invece che il vecchietto. Mi godo lo spettacolo ancora a lungo, poi il suono smette e ritorna la normalità. Ma è stata una scena indimenticabile.

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