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Archivio per la categoria 'NetGov’It'


sabato 31 dicembre 2016, 08:59

La fine dell’anno è una bufala

Una discussione seria e approfondita sulle bufale che sempre più spesso popolano la comunicazione di massa è urgente e importante, ma sfortunatamente non è quella che si è sviluppata in questi giorni tra Grillo e il garante antitrust, che è solo l’ennesima battaglia di propaganda, quindi una bufala anch’essa.

La nostra società del consumo si basa da sempre sul marketing, che è l’arte di dire mezze bugie senza mai arrivare a una bugia intera, anche se poi spesso la bugia intera si dice lo stesso. La “post-verità” nell’informazione ne è solo la naturale evoluzione, e peraltro, già molto tempo fa, da Goebbels a Orwell, in molti ci hanno avuto a che fare.

Comunque, ho passato gli ultimi vent’anni a usare la rete per fare controinformazione rispetto alle manipolazioni dei giornali, per cui non dovete spiegare a me che siamo in fondo alle classifiche della libertà di stampa. Tuttavia, il fenomeno visto sulla rete italiana in questo ultimo paio d’anni è qualcosa di nuovo, incomparabile rispetto alle “linee editoriali” e agli articoli scandalistici della carta stampata (compresa persino la colonnina destra di Repubblica). E’ nuovo per sfacciataggine, è nuovo per sistematicità, è nuovo per diffusione, è nuovo per la completa anonimità dei suoi responsabili.

Io non ho mai visto alcun giornale pubblicare una bufala tipo quella che ho segnalato qualche giorno fa, quella della foto di un ponte crollato a Piacenza anni fa spacciata per un ponte della Salerno-Reggio Calabria crollato subito dopo l’inaugurazione di Renzi. Non si possono paragonare le interviste sdraiate dei telegiornali a una cosa del genere.

E dato che la moneta cattiva scaccia quella buona, se queste pratiche vengono ammesse come legittima forma di comunicazione, allora anche i giornali e la televisione, prima di scomparire del tutto per la naturale evoluzione tecnologica, ci si adegueranno completamente; e vivremo davvero dentro il libro di Orwell.

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venerdì 28 ottobre 2016, 13:20

Il mio nuovo lavoro

Ho il piacere di annunciare che dal primo novembre inizierò un nuovo lavoro, come responsabile di progetti di ricerca e innovazione aperta in Open-Xchange (o, come tutti la chiamano, OX).

20160920-ox

OX è una media azienda tedesca in forte crescita, con uffici e sussidiarie in giro per l’Europa, che produce alcuni dei software liberi vitali per il funzionamento di Internet, tra cui il server di posta Dovecot (usato sul 70% dei server del pianeta) e il server DNS PowerDNS, nonché una piattaforma di webmail e collaborazione usata da molti grandi provider. L’azienda si basa sulla filosofia open source (il management arriva dall’esperienza originaria di SUSE Linux) e intende promuovere diverse iniziative tecniche per difendere la sicurezza, la neutralità e la libertà di Internet tramite nuovi servizi basati su standard aperti. Per esempio, il primo tema di cui mi occuperò è la sicurezza nel trasporto delle email, che oggi viaggiano spesso in chiaro su e giù per la rete e sono facilmente intercettabili e regolarmente intercettate.

Per me, questa è una grande opportunità di incidere sul futuro di Internet tramite una attività creativa che mette insieme tutte le mie competenze ed esperienze, da quella ingegneristica a quella di comunicazione, da quella di “startupper” a quella di esperto di policy. E’ un lavoro con i piedi a Torino, dove resterò basato, ma con testa in Germania e corpo e anima in giro per il mondo, ragionando di problemi globali in un ambiente internazionale.

Nelle prossime settimane cercherò di raccontarvi di più dell’intera esperienza, ma per ora posso solo dire che meglio di così non potevo trovare e che non vedo l’ora di cominciare!

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venerdì 19 febbraio 2016, 13:33

Viva lo sharing, ma senza economy

Forse non tutti sanno che quasi vent’anni fa, da studente del Politecnico, insieme ad altri appassionati di tutta Italia, misi in piedi il primo sito Web che conservava e distribuiva in forma digitale le sigle italiane dei cartoni animati degli anni ’70 e ’80: il progetto Prometeo. Il formato MP3 era appena stato inventato e sconosciuto ai più; alla rete si accedeva tramite modem e telefonate notturne; l’ondata di nostalgia per quegli anni era ancora di là da venire. Appassionati di tutta Italia, però, tirarono fuori dal cassetto quei 45 giri ormai introvabili, li digitalizzarono con le loro SoundBlaster e, a spese proprie, senza guadagnarci niente e per il semplice piacere di condividere il loro tesoro con gli altri, li caricarono sul sito.

Dopo poco tempo arrivarono gli avvocati: ebbi un lungo scambio di mail con un allora sconosciuto Enzo Mazza, che cercò con le buone e con le cattive di farmi sbaraccare tutto, al che io dissi che l’avrei sbaraccato davvero facendo il maggior casino possibile sui media, e la negoziazione si concluse con l’eliminazione delle sole canzoni di Cristina D’Avena, le uniche che avessero ancora un qualche interesse commerciale in quanto ampiamente sfruttate da Mediaset.

Un paio di anni dopo furono inventati Napster e il peer-to-peer, e la questione della condivisione dei contenuti divenne globale; nel frattempo i siti del progetto Prometeo divennero obsoleti e vennero chiusi. Tuttavia, la nostra iniziativa riaccese l’interesse del pubblico per quelle canzoni, e credo che se l’altra settimana Cristina D’Avena è andata a cantare a Sanremo – ossia, se quei pezzi che stavano per scomparire hanno riacquistato un grande valore anche economico – è anche grazie a quell’antico sforzo di condivisione.

Non voglio qui riaprire l’annosa questione sulla legittimità del condividere in rete contenuti culturali di cui non si possiede il copyright; lasciamola per un’altra volta. Voglio però sottolineare che, nei primi anni dell’Internet di massa, la condivisione è sempre stata concepita come una iniziativa dal basso fatta per il bene di tutti, in cui ogni utente attivo della rete sopporta una propria fetta di costi per creare un servizio di enorme valore liberamente disponibile a tutti. E con lo stesso spirito sono presto nati altri servizi pienamente legittimi, prima puramente online (Wikipedia, per esempio), e poi anche nel mondo reale (Couchsurfing, Blablacar), in cui ognuno condivideva gratuitamente qualcosa che possedeva già.

Certo, è subito emerso un problema di fondo: gli utenti possono anche donare il proprio pezzetto gratuitamente, ma chi paga i costi, potenzialmente enormi, della piattaforma di condivisione? Inizialmente le piattaforme si basavano anch’esse su donazioni volontarie e condivise di risorse tecniche e di tempo, ma il modello, Wikipedia a parte, faticava a reggere.

Questo è stato il momento in cui l’economia “classica”, quella dell’uomo utilitaristico che si muove solo per il profitto, quella che i pionieri della condivisione volevano sfidare e che per qualche anno sembrava poter essere clamorosamente buttata fuori dalla porta, è rientrata in gioco. Inizialmente lo ha fatto dalla finestra; servizi come Youtube, gestiti da società a scopo di lucro ma con ampie disponibilità ad attendere il lungo periodo, hanno iniziato a ripagarsi i costi con la pubblicità, come hanno poi fatto le aziende dello step successivo, cioè i social network; la condivisione per gli utenti resta gratuita, ma l’azienda incassa con uno sfruttamento economico non troppo invasivo dei contenuti degli utenti.

Dopo un po’, anzi, giustamente si è detto: ma se la piattaforma oltre a ripagarsi i costi comincia a guadagnarci, non sarebbe giusto che una parte di questi guadagni tornasse agli utenti che caricano i contenuti? Giusto, sì; ma così l’aspetto economico ha preso altro spazio, e sono nati i professionisti del video scemo e della stupidaggine virale, e poi i titoli acchiappaclick e le bufale acchiappagonzi. A quel punto anche la commercializzazione delle piattaforme si è fatta più invasiva, dato che sempre più utenti non condividevano per piacere o per altruismo, ma per profitto e per vantaggio personale: e quindi, liberi tutti di mandare in soffitta lo spirito di beneficenza.

E’ da lì che si arriva a quest’ultima epoca, quella della “sharing economy”: Uber, AirBnB e compagnia bella. Essa abbatte definitivamente il tabù che scricchiolava da un pezzo ma che ufficialmente non si poteva toccare, quello di condividere qualcosa non per altruismo o per divertimento, ma per il desiderio, o peggio la necessità, di guadagnare dei soldi. Che sia un tabù è evidente proprio dai pietosi tentativi iniziali dell’ufficio stampa di Uber di sostenere che i loro autisti non lo fanno per i soldi, ma per il piacere di caricare uno sconosciuto e portarlo da un punto A a un punto B, punti in cui loro altrimenti non sarebbero mai andati. Ma ormai hanno smesso anche loro: la prima cosa che sta scritta oggi sul loro sito è “GUADAGNA SOLDI GUIDANDO LA TUA AUTO”.

Nella “sharing economy”, le piattaforme non servono a trovare altre persone con cui condividere una passione o un’amicizia, ma a trovare i clienti per un’attività a scopo di lucro che vuoi fare con la tua auto, la tua cucina o la tua camera da letto, probabilmente perché ti hanno già tanto precarizzato – magari grazie a un’altra forma di “sharing economy” globale e delocalizzata che ha preso piede nella tua professione – che oltre a lavorare otto ore di giorno devi anche passare l’ex tempo libero a venderti un po’ della tua auto, della tua cucina o della tua camera da letto per far quadrare i conti a fine mese.

Intendiamoci, non c’è niente di male nel creare nuovi modelli di business con cui fare utili, trovando i clienti a chi ha un prodotto o un servizio da vendere e agendo da garanti della transazione, in cambio di una percentuale. Dai sensali e dai magnaccia fino ai commerciali e ai pubblicitari, è il secondo mestiere più antico del mondo. Certo, se poi il servizio viene venduto in nero e in barba a tutte le normative sulla sicurezza, sull’igiene, sui diritti del lavoro, magari sostenendo pure che non rispettarle è una grande innovazione perché fa scendere i prezzi, la cosa assomiglia un po’ tanto alla versione digitale del caporalato o delle fabbriche cinesi (non mi dilungo, vi rimando al post dell’anno scorso). Ma è ben possibile, e anche giusto, mettere a posto tutti questi aspetti e permettere a queste aziende di offrire il proprio servizio sul mercato, alle stesse condizioni di chi già esercità attività simili, e magari facendo attenzione a non creare nuovi monopoli di fatto, nuove ondate di disoccupati e precari, nuova povertà.

Solo, non spacciate questa per innovazione, e soprattutto non spacciatela per condivisione.

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giovedì 19 novembre 2015, 15:33

Se Facebook è pieno di falsi

Normalmente ignoro queste cose (a parte farmi una risata, visto quanto sono ben scritte), ma siccome per ognuna di esse vedo decine di persone che credono convinte che siano vere e le ricondividono a ripetizione, volevo darvi due dritte su come verificare che questo è un falso (prendo questo perché mi è capitato oggi, ma è irrilevante chi sia il personaggio preso di mira).

Allora:

1) Sulla pagina di Salvini il post non esiste; ce n’è un altro in cui attacca Dario Fo, ma con parole diverse e senza strafalcioni. Ok, ma direte voi, magari l’ha modificato dopo che è stato fotografato;

2) Tuttavia, accanto al post sulla pagina di Salvini non compare la scritta “Modificato”. Ok, ma potrebbe averlo eliminato e poi riscritto (come tra l’altro sostiene un anti-leghista nei commenti allo stesso, raccogliendo molti like);

3) Allora esaminiamo meglio lo screenshot riportato; si tratterebbe di un post fotografato dopo soli 5 minuti, ma che in questi pochi minuti avrebbe già raccolto 5700 like, 3598 commenti e 2512 condivisioni; per quanto sia inquietantemente grande il numero di follower della pagina di Salvini, è un po’ improbabile che possa attivarsi un seguito del genere in cinque minuti per un post come tanti altri, per cui quasi certamente lo screenshot è falso;

4) Ma se avete ancora dei dubbi, basta seguire la sequenza dei commenti, secondo i quali il primo commento avrebbe raccolto 394 like in soli tre minuti, e la risposta di Salvini sarebbe avvenuta un solo minuto dopo, raccogliendo 520 like in soli due minuti; anche questi numeri sono un po’ insostenibili;

5) Ma se avete ancora dei dubbi, basta accorgersi che l’ultima risposta del misterioso commentatore (tra l’altro senza nemmeno una foto del profilo) sarebbe avvenuta “3 minuti fa” a un commento di Salvini di “2 minuti fa”, ovvero sarebbe avvenuta un minuto prima del commento a cui starebbe rispondendo: questo è oggettivamente impossibile.

Morale? La rete è piena di tifoserie, ma è anche piena di manipolatori, di tutti gli orientamenti politici, che si divertono in maniera interessata a dare alle tifoserie una pappa pronta con cui sostenere il proprio tifo… solo che in genere è falsa.

E questo è un vero problema, anche perché il risultato a lungo termine è di minare completamente la credibilità della rete, ovvero dell’unico mezzo di informazione che non è così direttamente controllabile dai poteri che orientano i media tradizionali; e questo, secondo me, è il vero obiettivo di questi falsi.

Ogni volta che ne condividete uno, ogni volta che propagate una bufala, date una mano a chi vorrebbe ritornare al vecchio mondo, quello in cui bastava controllare i direttori dei giornali per decidere cosa è vero e cosa no. Capita a tutti (pure a me) di cascarci, ma prima di condividere qualcosa, per favore, invece di farvi trascinare dall’antipatia verso un avversario politico, cercate di valutare se è almeno verosimile.

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venerdì 11 settembre 2015, 08:44

Se La Stampa ti spamma

Anni fa mi sono registrato sul sito de La Stampa, per poter commentare online le lettere di Specchio dei Tempi.

Da un paio di giorni però ricevo ogni mattina, senza averla mai chiesta, una newsletter del direttore Calabresi con i suoi pensierini sulle sue scelte per l’uscita del giorno, tipo stamattina (in grassetto): “È così bello quando in prima pagina si può mettere la Storia” (con la S maiuscola, mi raccomando).

A un certo punto c’è comunque scritto: “Abbiamo deciso di mandarti questa newsletter per fartela conoscere. Ti verrà inviata automaticamente fino a giovedì 17 settembre. Se vuoi continuare a riceverla gratis devi attivare il servizio.” Che è un po’ come prendere un ateo e mandargli gratis tutte le mattine una copia delle riviste dei Testimoni di Geova, con allegati i due tizi che suonano il campanello alle otto del mattino, così per fargli provare il servizio. Sicuramente a qualcuno nel mucchio piacerà, ma sarebbe gentile chiedere prima se uno gradisce; anzi no, sarebbe un obbligo di legge; anzi nemmeno, sarebbe un obbligo di legge non mandare niente a nessuno, nemmeno una gentile richiesta, se non è stato lui per primo a chiedertelo sul sito.

In fondo, in piccolo, c’è un link di disiscrizione e ho provato ad usarlo. Bene, si viene rimandati a una pagina in cui inserire il proprio username e password; io li metto (giusti, ho controllato con il recupero password) e… non succede niente; la pagina torna alla form in questione. Non so se comunque la disiscrizione funzioni, ve lo saprò dire domani mattina.

Certo che è disarmante vedere come nel 2015 i quotidiani italiani non abbiano ancora capito granché di come ci si relaziona con i lettori nel mondo digitale, anzi si trasformino tranquillamente in pessimi spammer.

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lunedì 24 settembre 2012, 14:38

Il software libero mi fa arrabbiare

Come molti di voi sanno, da molto prima di interessarmi alla politica sono un attivista per le libertà digitali; dalle conferenze delle Nazioni Unite fino agli hackmeeting nei centri sociali, sin dagli anni ’90 ho discusso di software libero, diritto d’autore, censura in rete, net neutrality e via via tutti i temi che si sono negli anni sviluppati.

Sono insomma temi che conosco bene e che ho piuttosto a cuore, e per questo sono stato contento quando la maggioranza che sostiene Fassino ha presentato due mozioni che intendevano portarli avanti, una per diffondere il software libero e una per promuovere l’accessibilità dei dati comunali tramite formati e licenze aperte.

L’altro giorno le mozioni sono arrivate in aula e ho preso la parola per annunciare il nostro sostegno, ma anche per far notare che di parole se ne sono già fatte troppe, e che l’attenzione della maggioranza per questi temi rischia facilmente di rivelarsi ipocrita; una bella dichiarazione di principi che non costa nulla e che da dieci anni viene periodicamente ripetuta (qui la mozione praticamente identica del 2003) ad uso puramente elettorale, continuando poi ad amministrare esattamente nel senso contrario.

Man mano che parlavo mi sono venuti in mente i tanti esempi che ho visto anche solo in questo anno da consigliere, e mi sono arrabbiato. Sentirete nel video com’è la realtà dell’informatica comunale torinese; io spero solo che stavolta l’esito di questi atti sia diverso dal passato, e che non si rivelino un’altra volta una presa in giro.

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venerdì 11 novembre 2011, 19:57

Internet scrive a Mario Monti

In via del tutto eccezionale, ieri e oggi ho abbandonato la mia abitudine di dormire in Municipio e, grazie a Chiara che mi sostituisce, sono venuto a Trento all’annuale Internet Governance Forum Italia, di cui sono stato tra i fondatori e che è un po’ il ritrovo di tutti gli esperti Internet italiani a cui sta a cuore la libertà della rete.

Purtroppo i discorsi sono da anni sempre gli stessi: a fronte del modo in cui la politica italiana ignora Internet se non quando c’è da censurarla, c’è chi vuol promuovere una agenda digitale verso i politici, chi dice che bisogna fondare il partito di Internet, chi vuole “candidare un uomo della rete alle primarie del PD”… Io da anni ho detto che l’unica agenda digitale che serve al Paese è utilizzare la rete per cacciare l’attuale classe politica, e da lì ho quasi smesso di andare a queste conferenze e ho cominciato a lavorare nel Movimento 5 Stelle.

Comunque, il ritardo della diffusione di Internet nel Paese non è più tollerabile e così i più noti partecipanti alla conferenza, a partire da Stefano Rodotà e Fiorello Cortiana, hanno realizzato una lettera da inviare per canali diretti al nostro nuovo lider maximo, Mario Monti. La lettera è condivisibile, e chissà che tra le varie cose Monti non riesca a far saltar fuori i soldi per il famoso piano per la diffusione della banda larga, che peraltro anche il Movimento chiede da anni.

Crisi: per la crescita il nuovo governo deve affrontare lo “spread digitale”

Gentile Professore,

Non abbiamo bisogno di ricordarle l’importanza di Internet, spazio di libertà globale, strumento di organizzazione politica e sociale, sostegno indispensabile dell’economia. Lo “spread digitale” dell’Italia nei confronti dei principali paesi del mondo ha ormai raggiunto livelli insostenibili anche per la tenuta economica nazionale. Ancora più preoccupante, anche in queste ore di straordinaria apprensione per la situazione finanziaria del Paese, è il persistere di una condizione di inconsapevolezza politica e di inazione governativa nell’affrontare tale ritardo che pregiudica gravemente le nostre possibilità di crescita e di sviluppo. In particolare, l’incapacità di affrontare i problemi legati alla diffusione della banda larga è indegna di un paese che voglia restare in Europa.

Non si può aspettare il superamento della crisi economica per investire nel digitale, perché, come sancito dalla Commissione Europea nella Strategia 2020, lo sviluppo dell’economia digitale è una delle condizioni imprescindibili per il superamento stesso della crisi.

Nonostante i ritardi, l’economia digitale rappresenta già il 2% del PIL dell’economia nazionale e, negli ultimi 15 anni, ha creato oltre 700.000 posti di lavoro. Internet non può essere più ignorata. Il Paese non può continuare a rimanere politicamente emarginato rispetto a questi temi. Sono state abbandonate le iniziative che, grazie anche a documenti sottoscritti con altri stati, avevano fatto del nostro Paese un indiscusso protagonista dell’iniziativa per un Internet Bill of Rights nel quadro degli Internet Governance Forum promossi dalle Nazioni Unite. A fronte di questo ruolo, negli ultimi anni l’Italia è stata mortificata dall’inazione e da ripetuti tentativi di limitare la libertà in rete e lo sviluppo dell’economia digitale.

L’Internet Governance Forum Italia 2011 si rivolge a Lei affinché un nuovo governo si impegni concretamente, anche attraverso la nomina di un ministro se necessario, per la piena implementazione di un’agenda digitale in conformità con quanto stabilito dall’Europa. Richiamiamo in particolare l’attenzione sull’accesso ad Internet come diritto fondamentale della persona, come già riconosciuto da costituzioni, leggi nazionali e risoluzioni del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa; sul riconoscimento in via di principio della conoscenza come bene comune globale; sulla garanzia della neutralità della rete in relazione ai flussi di dati; sulla definizione di uno statuto del lavoro in rete.


[tags]internet governance, banda larga, igf italia, monti, rodotà

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mercoledì 16 marzo 2011, 16:39

Quando la rete non dimentica

Negli ultimi giorni ha fatto un po’ di rumore in rete un post di Peter Fleischer, il responsabile globale per la privacy di Google (se il nome non vi è nuovo è perché Fleischer è uno dei manager di Google che sono stati processati e condannati in Italia per il caso Vividown, quello in cui alcuni ragazzini caricarono su Youtube il video dei maltrattamenti a un disabile a scuola). Nel post, Fleischer affronta il tema del “diritto all’oblio”, una questione che ormai sollevano in molti: esiste un diritto delle persone a vedere sparire da Internet le tracce del proprio passato?

Le persone cambiano, crescono, si evolvono, imparano dai propri errori; e può essere difficile vivere trovandosi continuamente di fronte al proprio passato. Un tempo il problema non era così grave, perché le tracce di cose accadute venti o trent’anni prima non erano facilmente reperibili, spesso confinate in polverosi archivi cartacei di difficile accesso. Esisteva una sorta di privacy “analogica”; le cose non erano solo private o pubbliche, ma anche “poco pubbliche” o accessibili solo ad alcuni.

Con Internet, questo cambia; la facilità di riproduzione, archiviazione e ricerca dell’informazione rende anche la privacy digitale. Una volta che qualcosa arriva in rete, toglierlo è impossibile. Pensate al video di Zangief Kid che ho linkato ieri su Facebook; è stato messo in rete solo due giorni fa, è stato rimosso da Youtube quasi subito come “video violento”, eppure ormai ce ne sono in giro migliaia di copie; gli utenti di tutto il mondo continuano a ricaricarlo, con tanta più insistenza quanto più viene rimosso. E’ come se la rete rifiutasse attivamente qualsiasi controllo dall’alto sui contenuti.

Quel ragazzino si chiama Casey Heynes e quando avrà trenta, quaranta, cinquant’anni sarà ancora e per sempre noto in tutto il mondo come Zangief Kid, quello che ha quasi ammazzato il suo bullo – così dirà Google. A meno che, appunto, non si introduca un diritto all’oblio, un diritto della persona a togliere dalla rete ciò che lo riguarda, in nome della propria privacy; così vogliono i francesi, mentre Google si oppone.

Secondo Fleischer infatti, con una visione tipicamente americana, il diritto all’oblio è in realtà una lesione della libertà di espressione e di informazione – anche se il sospetto che l’opposizione di Google derivi soprattutto dagli enormi costi di implementazione di sistemi per gestire questo tipo di diritto è molto forte. Per molti versi, però, Fleischer ha ragione, specialmente se si passa alla sfera pubblica.

Per esempio, da quando La Stampa ha reso disponibile digitalmente il proprio archivio completo dal 1867, è diventato possibile l’impossibile, ovvero riscoprire tutto ciò che i nostri politici e i nostri gran signori hanno detto e fatto sin da ragazzi; e scommetto che molte persone influenti in città non sono affatto contente. Chi si ricorderebbe altrimenti che nel 1994 un diciannovenne Andrea Agnelli si vide sequestrare la macchina per guida senza patente (29/1/1994, pag. 10), con successiva denuncia da parte dei vigili di ritorsioni della dirigenza comunale contro il collega che si era permesso di multarlo, reprimenda contro i vigili dell’allora sindaco Castellani (24/2/1994, pag. 40), e assoluzione finale del giovane al processo (17/1/1996, pag. 34)? Anche se qualcuno se ne fosse ricordato, sarebbe stato quasi impossibile ritrovare le prove per parlarne in pubblico. Mi stupirò dunque se quell’archivio resterà liberamente accessibile molto a lungo…

Ma il vero problema è che combinando in un modo qualsiasi quei tre articoli o omettendone qualcuno, è possibile raccontare qualsiasi storia, da quella dell’Agnelli rampollo irresponsabile che sfreccia per la città senza patente a quella dell’Agnelli vittima innocente delle persecuzioni di un vigile comunista. E allora anche la trasparenza che offre la rete va presa con molta cautela, senza mai spegnere il cervello.

Per questo, non penso che la soluzione sia l’eliminazione pura e semplice delle informazioni, anche ammesso che la si riesca tecnicamente ad ottenere. Penso piuttosto che sia opportuno affrontare il problema da un diverso punto di vista; da una deontologia più stringente per chiunque faccia informazione, giornalista o blogger che sia; e da uno spirito generale meno moralista, meno teso a fare le pulci agli errori nel passato degli altri e a ingigantirli per attacchi personali, e più orientato a discutere dei problemi e delle azioni per il futuro.

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lunedì 31 gennaio 2011, 10:43

La vera agenda digitale

Oggi è un’altra giornata dedicata ai temi digitali: sono in viaggio verso Roma per partecipare all’assemblea annuale di Società Internet, che – oltre all’ordinaria amministrazione – sarà dedicata alla riflessione su un tema urgente e spinoso: visto il modo pessimo in cui la politica italiana tratta Internet, come ci si deve rapportare con le istituzioni?

Negli anni si sono aperti canali di dialogo, ma sono stati poco fruttuosi; io stesso, per alcuni anni, mi sono pagato viaggi a Roma per partecipare come esperto a una consulta ministeriale che però, ogni volta che il governo o il Parlamento si accingevano a fare danno con l’ennesima assurdità legislativa, non veniva mai nemmeno consultata. Stanca prima e Nicolais poi avevano cominciato alcune attività anche di alto livello internazionale, come quella sulla Carta dei Diritti della Rete, che però Brunetta ha di fatto annullato.

A livello nazionale, basta pensare quanto si è dovuto sudare per eliminare la schedatura degli utenti del wi-fi, un’idea che altrove non sarebbe mai stata presa in considerazione in primo luogo; e però restiamo uno dei Paesi europei con la più bassa penetrazione della rete. Da noi Internet è vista come un pericolo: è l’unico media non controllato dal Presidente del Consiglio e in generale dai vari gruppi di potere, è il luogo dove tutte le malefatte dei nostri “politici” e “imprenditori” vengono alla luce, è lo strumento con cui si riescono ad organizzare manifestazioni dal basso, fuori dal teatrino di finta opposizione e accordo sottobanco.

Proprio oggi, dopo un po’ di marketing virale nei giorni scorsi, molti miei amici lanciano Agenda Digitale, un appello base che più base non si può, la cui unica richiesta al mondo della politica è semplicemente “parliamone”. Parliamo di come portare Internet in tutta Italia e a tutti gli italiani, di come usarla per promuovere conoscenza, creatività, idee, ricchezza, intelligenza, futuro. E’ una richiesta a cui non si può non aderire (ovviamente aderisco) e avrà dunque un grande successo, ma – anche se spero di essere smentito – non risolverà niente, perché quando si tratta di parlare, di dire a ogni comunità ciò che vuol sentirsi dire, i nostri governanti sono sempre in prima fila. E’ sulle azioni che latitano, e nell’attuale scenario politico non potranno che continuare a latitare.

Non so, nella pratica, come i promotori dell’appello intendano dar seguito alla richiesta di discussione; di spazi per presentare proposte e discuterle con i politici ce ne sono stati già molti, per esempio gli IGF Italia, dove però i politici vengono, sfilano, si danno qualche stoccata l’uno con l’altro, poi vanno via e chi s’è visto s’è visto. Io sono già oltre; stancatomi da un pezzo di questi riti, la mia agenda digitale è diversa; non uso Internet per pietire attenzione, ma per mandarli via.

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martedì 25 gennaio 2011, 23:56

Torino città dell’open government

Giustamente non ne sapevo nulla, ma oggi pomeriggio tutta una serie di persone che conosco bene ha lanciato un appello ai candidati sindaco per Torino, ospitato sul blog di Fabio Malagnino. Lo scopo dell’appello è promuovere l’idea di Torino città dell’open government, garantendo la massima trasparenza ai dati e alle azioni della pubblica amministrazione e incrementando la possibilità dei cittadini di accedervi, ad esempio tramite il wi-fi libero e il free software (loro parlano di “open source” ma sono sicuro che intendevano “free software”).

Potevo rifiutare l’invito? No di certo. Come ho scritto loro, sottoscrivo in pieno e di cuore: non solo la trasparenza della politica e della pubblica amministrazione è una delle battaglie fondamentali del Movimento 5 Stelle, ma personalmente mi occupo di libera circolazione dell’informazione e della conoscenza in rete da qualcosa come quindici anni.

Non a caso, nel video che ci presenta e dove ci può essere spazio solo per pochissime delle nostre proposte, abbiamo voluto infilare un portatile in piazza Castello e un brano in Creative Commons (con annessa protesta civile sull’iperprotezione della proprietà intellettuale, come descritto nel post scorso).

Spero davvero che il pungolo di un movimento civico indipendente come il nostro possa servire a far aderire anche i candidati dei partiti: è successo con altre battaglie e magari succederà anche con questa… purché poi mantengano le promesse!

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