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Archivio per il mese di luglio 2008


giovedì 31 luglio 2008, 04:55

Sopraffatto

Sono stato qui solo per mezza giornata e sono già stato sopraffatto dal Giappone – in senso positivo.

Certo, resistere è inutile. Sul volo da Osaka a Sapporo ero l’unico occidentale. All’aeroporto di Sapporo ero l’unico occidentale. Sul treno dall’aeroporto al centro ero l’unico occidentale. Camminando per le vie del centro con i bagagli ero l’unico occidentale. Sulla metro per il centro conferenze ero l’unico occidentale. Insomma, almeno qui a Sapporo (immagino che a Tokyo sarà diverso) non c’è comunque scampo: sei obbligato a fare un bel respiro ed immergerti, e anche a beccarti ogni tanto qualche sguardo di sorpresa, come se d’improvviso nella via fosse apparso un orso polare.

Immergersi non è poi così difficile; per esempio, le terribili macchinette elettroniche vendibiglietti hanno in realtà anche il menu in inglese, e sono efficientissime: ho infilato dentro una di esse una banconota da 10.000 yen – circa 60 euro – e senza fare una piega mi ha stampato il biglietto e mi ha dato il resto ordinatamente diviso in una banconota da 5.000, tre da 1.000, e la moneta.

I giapponesi sono molto gentili; quelli che incontri normalmente – ovviamente alla conferenza è diverso – non parlano mai più di quattro parole di engrish, nemmeno quelli che lavorano all’aeroporto, ma sorridono e abbassano gli occhi. Ho il sospetto che il giapponese medio, più che disprezzare lo straniero, sia dannatamente timido, e con una notevole paura di “buttarsi” per evitare di fare brutta figura agli occhi del mondo, e quindi farla fare al suo paese. Per ora, rispondere al sorriso mi ha aperto tutte le porte, persino al temuto controllo immigrazione dove mi avevano detto che avrebbero fatto tante storie e che invece si è risolto in trenta secondi, naturalmente previa prelievo di foto e delle impronte digitali di entrambi gli indici.

Io sono un po’ nervoso a mia volta, avendo paura di mancare a chissà quale convenzione; ok, le mie calze sono quasi perfettamente intere e mi ripeto continuamente di non soffiarmi il naso, ma stavo per dimenticarmi di porgere il biglietto da visita con entrambe le mani!

Ieri ho completato il percorso aeroporto -> treno -> stazione -> piedi -> albergo -> check-in -> metro -> centro conferenze appena in tempo per aggregarmi al ricevimento serale, offerto dal sindaco di Sapporo. E’ stato un evento molto giappo, perché ad esso era associata la premiazione di un concorso per il miglior ristorante di sushi della città, con tanto di concorrenti, elegantissimi in vestito e cravatta oppure vestiti come i cuochi dei fumetti, che vengono chiamati sul palco a ricevere l’applauso e talora – a seconda della loro posizione gerarchica – a tenere un breve discorso, come il “presidente dei ristoranti taldeitali”; nemmeno i ristoranti possono scampare alla gerarchia con un presidente in cima.

L’assaggio finale di sushi c’era ma limitato, e in più non avevo voglia di andare all’assalto: mi sono quindi dedicato al resto del buffet, una serie di originali ricette che mescolavano cucina giapponese e internazionale, partendo da pesce e frutti di mare di ogni genere: una più buona dell’altra. Alla fine, in un angolo, ho trovato un roast-beef che si scioglieva in bocca e in più era condito con una salsa che ne rovescia l’essenza: è come se il roast-beef fosse fatto di rafano, e nonostante questo – e la conseguente urticazione della bocca – il risultato è ottimo! Idem per il calamaro scottato alla piastra, che all’esterno è carbonizzato e coperto di soia, ma solo per un millimetro – il resto è tiepido e cotto appena appena, davvero eccellente.

Ci siamo poi spostati in un vicino locale alla moda, una specie di discoteca-concerti, per il concerto: ed è stata un’altra immersione culturale. Avete presenti i film di Kitano? Ecco, noi siamo risaliti su per la via fino ad entrare in un elegante grattacielo con il pavimento di legno e i marmi alle pareti, nell’atrio del quale c’erano tre ascensori dalle pareti d’acciaio e di specchi, guardati a vista da due signori. Entrando, si sale fino all’ultimo piano, dove si esce direttamente nell’ingresso del locale: che è come fosse una media discoteca da noi, con il palco in fondo e l’angolo bar, un po’ come la sala sinistra dell’Hiroshima per capirci, ma sempre con marmi alle pareti e pavimento di legno lucido. In più, in un angolo, c’è la scala dalla quale si sale fino alla sala privata, una zona chiusa situata al piano di sopra rispetto al locale, ma con un’ampia vetrata che dà di sotto verso il palco: la classica stanza riservata con vista su tutto, dove il capo yakuza si incontra e viene poi sorpreso da Kitano o da qualche sicario nemico. Solo che Takeshi non si è fatto vedere; solo una tremenda performance di arte concettuale da San Francisco (40 minuti di luci e rumore che hanno messo a dura prova la resistenza di tutti) e poi un gruppo “ainu dub”, ovvero reggae suonato con costumi e strumenti tradizionali del posto.

E così, verso le dieci mi sono ancora fatto una passeggiata di un quarto d’ora attraverso il centro, per tornare all’albergo; anche questa mi ha colpito. Venivo dalle serate dublinesi, e così ho subito notato una serie di cose che sembravano strane:
1. Non piove e non fa freddo, anzi la temperatura è ideale, 18-20 gradi.
2. Ad ogni isolato c’è un piccolo supermercato aperto 24 ore su 24 – talvolta anche due per isolato, ma tutti delle stesse due o tre catene.
3. Il supermercato, in mezzo a interi armadi refrigerati di lattine di liquidi che non ho la più pallida idea di cosa siano e non lo voglio sapere, vende tranquillamente anche la birra.
4. Nonostante questo, per strada c’è folla ma non c’è neanche un ubriaco.

Così mi son preso coraggio: sono entrato nel supermercato, mi sono preso la mia bibita, ho aspettato che un cassiere mi gridasse “dos!” – che non è un sistema operativo ma “doozo” ovvero “prego” -, ho porto due monete da 100 yen, ho preso il resto stando ben attento a non guardarlo e ancora meno a contarlo – è grave maleducazione, è come dire che il cassiere è un ladro – e me ne sono uscito, a godermi delle insegne al neon così enormi che il ronzio si sentiva dalla strada, e delle luminarie così fantascientifiche che Times Square sta ad esse come gli addobbi natalizi della famiglia Simpson stanno a quelli della famiglia Flanders.

Insomma, pur avendo visto mezzo mondo, devo dire che il Giappone è forse il posto che mi è immediatamente sembrato più distintivamente diverso; pur essendo per molti versi una copia estremizzata degli Stati Uniti, così come per secoli lo fu della Cina, ci sono però elementi culturali totalmente alieni che ti sorprendono nei momenti più impensati. Il rapporto tra “noi” e “gli altri” diventa per i giapponesi quasi schizofrenico, perché da una parte si sentono un popolo superiore e baciato dagli dei, sin da quando la flotta di Kublai Khan, che li avrebbe schiacciati, fu spazzata via da un tifone; dall’altra però copiano ossessivamente i dettagli delle culture forti che incontrano, non solo cercando di rifarle ancora meglio, ma come desiderando di non essere se stessi: e quindi costruendo alberghi che sembrano castelli europei o grattacieli della Manhattan anni ’30, e supermercati con un brand da villaggio del Far West.

Spero di avere tempo di fotografare e pubblicare alcune di queste cose: sono spesso minuzie, ma ti danno il segno di un altro pianeta.

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mercoledì 30 luglio 2008, 09:06

Integrazione

Capisci che hai delle ottime speranze di integrarti passabilmente nella cultura locale – almeno da visitatore – quando, essendo entrato in Giappone da non più di cinque minuti e avendo in quel momento completato con successo la procedura per ritirare contanti dal bancomat, fai istintivamente un inchino alla macchinetta!

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martedì 29 luglio 2008, 01:49

Nouvelle cuisine

Irrici! Che caso d’ubriachezza molesta
mi féste diventare per la cena,
e già io vi arrivai in ritardo
per via del compleanno di Salvofan, e non importa
e poi anche perché su Google Maps
lo stesso sito del ristorante Le Chiuse
la bandierina segnaposto segna nel posto sbagliato.

E poi è un ristorante lento lento,
lento, lento lento, leeeeeeento
leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeento
leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeento
anche se il cibo era buono.

Finisce così all’una di notte
quando il taxi del mattino è prenotato alle cinque e quindici
(i locali volevano le cinque e dieci, ma i tedeschi si sono imposti)
(avevano sonno e li capisco)
insomma dormirò quattro ore
ché ora devo ancora fare la valigia.
Però, che pieghe dritte alla camicia!

Saluti di qui all’amico Lauri
l’uomo che inventò il Nokia Padellone
(quella roba grigia che si usava a fine anni ’90)
e poi inventò anche il Nokia Forum
che noi usammo in abbondanza per chiedere dettagli delle midlet
perché Java in pratica è un pacco e non funziona mai.

Chiedete a chiunque se funziona Java: non funziona!

Ho visto però in atto un Nokia nuovo
che fa da computer con Linux sopra
e insomma, il mio HTC fa anche le foto
ma non è la stessa cosa
affatto.

Devo piegare la cravatta? E che succede
se la cravatta poi è spiegazzata
già oggi sono stato zitto tutto il tempo
e non avrò certo impressionato
e bon, però la sorpresa di festa c’è stata
anche se ero due ore e mezza in ritardo. Càpita!

C’è solo più una cosa da ridire
mentre estraggo il nastro da pacchi per chiuder la valigia:

basta nouvelle cuisine, e che cavolo!

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domenica 27 luglio 2008, 20:37

Riots: 1%

MFP, commentatore saltuario di questo blog e di molte liste di discussione dell’Internet italiana, ha inviato la sua dichiarazione e la sua costituzione al presidente Napolitano: e noi doverosamente riportiamo, affinché ognuno si faccia le proprie considerazioni.

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domenica 27 luglio 2008, 12:36

Una giornata per immagini

dublino-sequenza.jpg

P.S. Il fish & chips viene da Burdock’s, che sta al fondo di Temple Bar, dove la strada principale piega attorno alla chiesa gotica in cima alla salita; proprio lì, sulla sinistra, c’è una viuzza dove, praticamente all’inizio, si trova il posto con il miglior merluzzo & patatine del pianeta: è fatto con pesce fresco (niente surgelati) e, pur essendo unto a dovere, una volta addentato sa di pesce esattamente come se aveste preso il merluzzo e l’aveste fatto al forno. Di fronte, tra la chiesa e gli uffici comunali, c’è pure il giardinetto per mangiarlo a morsi (il posto infatti è un buco e fa solo asporto).

P.P.S.: Linate = Terzo Mondo.

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sabato 26 luglio 2008, 08:54

Giocando coi computer

Siccome oggi sono in viaggio, vi lascio sul blog qualcosa da scoprire: un videogioco per PC di qualche anno fa. Si chiama Big Rigs: Over The Road Racing, e, come racconta la scatola, permette al giocatore di compiere una folle corsa per le strade degli Stati Uniti alla guida di un enorme camion, con lo scopo di consegnare il carico prima degli avversari e a qualsiasi costo, evitando gli inseguimenti della polizia.

Peccato che, una volta aperto, si scopra che il gioco ha alcuni piccoli problemi. Per esempio, il camion, apparentemente renderizzato da un Atari 2600, non ha alcun carico da consegnare, nè è possibile ottenerne uno. Questo comunque non impedisce al giocatore di gareggiare, visto che il suo camion può comunque completare il percorso e, nel caso arrivi primo, vincere la coppa:

Yourewinner-38601.jpg

Certo, la vittoria è un po’ sgrammaticata, perché in inglese come in italiano ci vorrebbe un qualche tipo di articolo o pronome prima di “winner”; ma volete mettere la soddisfazione di alzare la coppa? ammesso che ci riusciate, naturalmente, visto che come si vede dall’immagine la coppa ha tre maniglie, forse quattro, e deve quindi essere stata progettata per un camionista alieno.

Comunque, alle volte la vittoria sarà più facile di come sembra, perché il controllo di posizione è buggato e, nei circuiti circolari, la vittoria vi verrà assegnata prima ancora che partiate. Ma anche se doveste disputare veramente la gara, non preoccupatevi: potete tranquillamente tirare diritto, visto che gli ostacoli – case, pali, staccionate, muri… – apparentemente sono inconsistenti, e il vostro camion potrà passarci tranquillamente attraverso. Certo, ciò è problematico per i ponti, visto che anche se li imboccate sprofonderete e discenderete il costone della valle, ma poi lo potrete risalire senza problemi: difatti, il vostro bestione si inerpica senza minimamente rallentare su qualsiasi pendenza del terreno, anche verticale. State solo attenti a non oltrepassare le montagne che cingono lo scenario di gioco, perché finireste per addentrarvi all’infinito dentro un inquietante nulla grigio. Se però foste in ritardo, avete comunque un trucco a vostra disposizione: infilando la retromarcia, il vostro camion comincerà ad accelerare, ed accelerare, ed accelerare, arrivando a indietreggiare a una velocità (secondo il display del gioco) di diversi milioni di chilometri all’ora; ma basterà rilasciare il tasto perchè il camion si fermi di botto.

In ogni modo, anche tutti questi piccoli dettagli saranno insufficienti a mettervi in difficoltà: perché, vedete, c’è anche il problema che manca l’intelligenza artificiale dell’unico altro concorrente della gara, per cui esso rimarrà fermo prima della linea di partenza, permettendovi agevolmente di vincere in qualsiasi caso, vista anche la totale assenza di altri veicoli, tra cui la millantata polizia; e di ripetere l’esperienza nei ben cinque circuiti del gioco, anzi quattro perché selezionando il quinto il gioco si pianta e ritorna al menu iniziale.

Crediateci o no, non è uno scherzo: questo gioco è stato veramente collocato sugli scaffali dei negozi nel Natale del 2003, e distribuito addirittura da Activision (che ormai, detto fra noi, è diventata una classica EvilMegaCorp: basta vedere come ha devastato Guitar Hero da quando l’ha preso in mano). Pare abbia anche venduto discretamente, se non altro per le palle marchettare stampate sulla confezione.

C’è chi dice che sia stato un esperimento, per vedere quante copie di un gioco non funzionante si potevano vendere semplicemente con il marketing e la spinta sui canali distributivi; o addirittura che sia stata una geniale mossa commerciale per realizzare un gioco talmente brutto da far parlare di sé (infatti ha vinto premi a mani basse come peggior gioco di tutti i tempi: qui la leggendaria video-recensione di GameSpot) e quindi da venire acquistato per tale motivo.

La realtà è che la compagnia che lo ha prodotto, tale StellarStone, si vanta del proprio modello di business: affittare ad aziende occidentali giovani programmatori russi per un costo che è una frazione del normale. In pratica, la realizzazione del gioco è stata subappaltata in Russia con un budget con cui, al giorno d’oggi, si fa a malapena il sito Web di una salumeria; naturalmente il risultato non è stato particolarmente aderente alle aspettative, ma in fondo ai manager non importava, tanto bastava mettere la scatola sugli scaffali e qualcuno l’avrebbe comprato lo stesso.

E’ veramente incredibile pensare che ci possa essere qualcuno, nei paesi sviluppati, che basa il proprio business sulla competitività dei propri prodotti software, ma che poi per risparmiare va a dare in outsourcing l’implementazione a sconosciuti sviluppatori del secondo e terzo mondo, solo perché costano di meno e promettono di realizzare lo stesso prodotto per un quarto del prezzo. E’ solo alla fine che si scopre che, purtroppo, non è lo stesso prodotto.

E’ davvero incredibile, eppure è la politica che adottano i tre quarti delle software house italiane che conosco direttamente, comprese quelle con piani di competizione mondiale…

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venerdì 25 luglio 2008, 19:21

Qui mancano gli standard

Sto partendo per un viaggio di 12 giorni (più due di viaggio): quattro giorni in ognuna di tre diverse città.

L’intervallo di temperature previsto nelle tre città è:

  • Dublino: minima 12 gradi, massima 18 gradi;
  • Sapporo: minima 19 gradi, massima 26 gradi;
  • Tokyo: minima 26 gradi, massima 33 gradi.

E in più devo anche calcolare una escursione sulle pendici del monte Fuji, a oltre duemila metri di altezza. A Dublino farò una riunione d’affari, ma anche una escursione collinare con probabile fango; a Sapporo devo tenere un discorso; a Tokyo farò il turista, ma forse riceverò anche un invito a cena.

Ora… ma come faccio io a far entrare in una sola valigia il guardaroba adatto per tutto ciò? Posso fare qualche compromesso, ma insomma, cari stranieri, mettetevi d’accordo: sarebbe il caso di adottare finalmente una temperatura standard uguale per tutto il mondo.

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venerdì 25 luglio 2008, 12:48

Perdere le cose

Fervono i preparativi per il mio viaggio pluri-continentale – parto domani mattina presto – e così stamattina, esaurite le ultime incombenze come la chiusura contabile mensile, ho cominciato a smazzare la checklist delle cose da fare prima di partire, che al punto numero uno reca: “passaporto”.

Ossia, tirar fuori il passaporto ed essere sicuri di portarlo con sé; non è bello arrivare fino in Giappone e poi venire rispediti indietro per mancanza del documento.

In realtà, il motivo per cui questa cosa era in cima alla mia lista era che già da qualche giorno si era sviluppata in me una sottile inquietudine. Già, perché le ultime volte che ho aperto il cassetto dei documenti, il passaporto non c’era; non è un caso così strano, perché quando uno arriva a casa dopo un lungo viaggio ha solo voglia di sbattersi sul letto o sul divano, e non certo di risistemare tutto; a partire dal giorno dopo, poi, si viene sopraffatti dal lavoro arretrato. Succede quindi che il passaporto resti per un po’ in altri posti; sulla scrivania, o nelle tasche della giacca, o nel marsupio; fino a quando, vedendolo lì, lo prendo e lo metto a posto.

In questo caso, però, l’ultimo viaggio era stato tre settimane fa ed è un tempo piuttosto lungo; era strano che il passaporto non fosse tornato nel cassetto. Così stamattina ho cominciato a cercarlo; ho perquisito il cassetto, ma niente; ho provato gli altri cassetti, senza risultato; ho smosso le varie pile di carte e documenti che occupano il davanzale della finestra, la superficie del comò, la scrivania, un angolo del divano, ma ancora niente. Ho guardato nelle tasche di tutte le giacche che avevo a Parigi, ma non c’era nulla se non un paio di scontrini e un biglietto del metrò. Ho provato a guardare dentro la valigia, negli altri armadi, sul mobile del tinello, in mezzo ai libri, insomma un po’ dappertutto; ho persino ricontrollato il marsupio, come se avessi potuto lasciarci dentro il passaporto per tre settimane senza mai vederlo.

Poi, non avendo trovato nulla, ho rifatto tutto il giro una seconda volta; ancora niente. Qui ho cominciato ad avere un attacco di panico; a domandarmi se sia possibile in Italia rifare il passaporto in un pomeriggio, a qualsiasi costo (seeh); a immaginarmi scene lacrimose di me che imploro un arcigno doganiere nipponico di lasciarmi entrare nel paese con la carta d’identità.

Alla fine, comunque, ho avuto l’illuminazione: ho notato in un angolo della scrivania la borsa della macchina fotografica; l’ho aperta e il passaporto era lì, infilato nella fessura che sta tra lo scomparto della macchina e il retro della borsa. Solo allora mi sono ricordato che a Parigi non avevo portato il marsupio ma la giacca, ma al ritorno, visto il caldo che faceva, avevo messo la giacca in valigia e avevo usato la borsa della macchina fotografica come marsupio (è una mossa che faccio spesso all’estero, per ridurre il numero di borse con cui giro). Poi, arrivato a casa, avevo buttato la borsa in un angolo e non l’avevo mai più toccata fino ad oggi.

Adesso il passaporto è pronto nel marsupio, e posso proseguire. Certo però che, se fossi più ordinato, eviterei di rovinare il mio sistema cardiocircolatorio.

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giovedì 24 luglio 2008, 13:57

Cara Università

Cari sindacati dei docenti universitari, dei ricercatori, del personale tecnico e amministrativo, dei dottorandi e financo degli studenti di sinistra, scusate se commento il vostro documento relativo agli ultimi provvedimenti governativi in materia di Università e alla vostra reazione totalmente contraria.

Il commento non vi piacerà molto, ma forse vi può essere utile la reazione di un esterno che però segue l’università da vicino, vuoi per averla fatta non solo da studente ma anche da amministratore, vuoi per conoscere direttamente varie persone rimaste nelle pieghe della precarietà universitaria.

Molte delle rivendicazioni sono sacrosante e assolutamente sottoscrivibili; quello che però colpisce leggendo un documento come questo è la totale mancanza di autocritica. Parte dei problemi dell’università sono indubbiamente riconducibili a responsabilità del governo, alla mancanza di fondi e investimenti, a riforme un po’ dissennate tipo il 3+2 e così via; molti altri però dipendono direttamente dalla classe docente, dal personale tecnico, anche dagli stessi studenti.

Per esempio: in molte università si convive ancora con docenti che non si presentano a lezioni ed esami e non ne rispondono a nessuno; con insegnamenti obsoleti tenuti in vita solo per non eliminare i relativi posti di lavoro; con soldi spesi malissimo e servizi scadenti non per via della mancanza di fondi ma per via di incapacità organizzative, rigidità sindacali, malcostume vario; con concorsi che sono tutti truccati dall’inizio alla fine per volere preciso della docenza; con la moltiplicazione di cattedre, istituti, atenei semplicemente per moltiplicare stipendi e prebende. In questo documento non si menziona nulla di tutto questo, si dice solo “non toccate una lira dei nostri fondi e delle nostre prerogative altrimenti faremo le barricate”; una posizione totalmente conservatrice.

In una situazione dei conti pubblici che è quella che è, è indubbio che l’università possa trovare risorse soltanto eliminando i propri sprechi, spendendo meglio ciò che c’è e alleandosi con il privato; non ci si può aspettare che lo Stato, che pure nell’Università investe poco, possa allargare la borsa in questo momento storico, tanto più a fronte di risultati che accanto a punte di eccellenza vedono situazioni totalmente scadenti. Negli ultimi decenni sono stati creati Atenei in qualsiasi angolo del Paese, alcuni utili, molti però ridicoli, pieni di “figli di” e di raccomandati, di docenti i cui curriculum scientifici fanno ridere: tagliargli i fondi è un dovere, non certo un delitto.

E che “trasmissione della conoscenza” fa una Università quando non produce ricerca di livello internazionale, sforna laureati ignoranti che vanno a fare i disoccupati, non collabora con il sistema economico, non produce innovazione e si limita a vivacchiare a spese dello Stato? Siamo sicuri che tutte queste frasi non siano formule che vengono ripetute all’infinito soltanto per giustificare l’afflusso di soldi?

E come si fa a restare seri leggendo che gli aspiranti ricercatori emigrerebbero all’estero per mancanza di fondi e concorsi in Italia, quando sappiamo tutti perfettamente che quelli bravi emigrano all’estero perchè qui non trovano spazio dovendo lasciare la precedenza e le già scarse risorse ai raccomandati di turno, e comunque in molti casi finirebbero in un ambiente di basso livello scientifico che tira a campare e certo non favorisce la loro crescita professionale, anzi alle volte sega i più bravi perchè se no si vede troppo che ci sono anche i mediocri?

Io vorrei una Università che innovi, che si metta in gioco, dove chi lavora bene sia premiato e possa avere molte più risorse di oggi, ma dove chi lavora male o non lavora proprio vada a casa alla velocità della luce. Credo che o l’Università stessa si mette in questa ottica – protestando giustamente contro il disinvestimento e il disinteresse, ma anche proponendo qualcosa di nuovo, passando a logiche di spietata selezione meritocratica, cercando di affrontare dall’interno i propri problemi, puntando a fare meno cose ma più utili, meglio pagate e di livello più alto – oppure finirà comunque per affondare e per trascinare con se stessa il Paese, perchè sul fatto che l’Università sia centrale per la crescita di un paese sviluppato non ci piove.

Dov’è che sbaglio? Forse le carenze di cui sopra le vedo solo io? Perché nessuna di queste decine di organizzazioni sindacali sembra avere alcun problema con lo stato attuale dell’università, ma solo con i tagli di fondi? Qualcuno mi spiega o vivo in un mondo parallelo?

Mi scuso ancora per la passione, sono solo i miei due cent e non intendo offendere nessuno, se mai suscitare qualche riflessione.

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mercoledì 23 luglio 2008, 09:43

Racconto di via Cuneo

All’imbocco di via Cuneo sembra quasi un quartiere per bene, con un fiume per bene e dei palazzi che lo guardano attraverso gli alberi, cercando di non diventare abbastanza alti da vedere gli spacciatori dall’altra parte del fiume.

All’incrocio di via Cuneo con via Cecchi bisogna schivare le macchine abbandonate ovunque, ferme di fronte a un phone center qualsiasi, cercando di non ostruire troppo il passaggio dell’11.

Poi via Cuneo sfocia in una piazza rotonda in salita che sembrerebbe un angolo remoto di Parigi, se non fosse che il suo solo scopo è coprire una ferrovia che non esiste più, il cui trincerone però resiste cocciuto per testimoniare che, sì, una volta si usavano i treni.

Di lì, prosegui per via Cuneo e ti sembra di esserti sbagliato un attimo, perché improvvisamente compaiono un rialzo nuovo, un vialetto nuovo, un giardino nuovo che sembra preso di peso dalla periferia dell’estrema cintura, teletrasportato fino lì dagli ultimi suburbi di Settimo o di Nichelino; ed è l’unica cosa nuova che sia stata fatta a via Cuneo negli ultimi cento anni.

Poi in via Cuneo inizia una maestosa alberata, una striscia di Champs-Élysées che messa lì in una viuzza qualsiasi non ha veramente alcun senso, se non quello di ricordarci che una volta chi costruiva le fabbriche aveva anche l’orgoglio di metterci una alberata davanti. Le fabbriche sono andate da tempo, e guardando attraverso un cancello arrugginito si vede un enorme cortile di cemento bordato di arbusti fioriti, con un unico prepotente cespuglio che ha spaccato il cemento e svetta solitario proprio al centro; un unico fiore su una gigantesca lapide all’industria che fu. Vorresti fermarti e fargli una foto, ma non puoi, perché seduti tra gli alberi ci sono due messicani stanchi che parlano di gringos e ti guardano storto, o forse sono solo due pusher appartati.

Di lì a poco via Cuneo attraversa corso Vercelli, una specie di Valle della Morte larghissima e fatta solo d’asfalto e macchine che sfrecciano da nulla a nulla, senza neanche un filo d’erba; per un corso torinese è un evento troppo raro per non essere voluto.

E’ solo dopo corso Vercelli che inizia via Cuneo, quella vera: un solo isolato di antiche case basse, in pratica cascine il cui progetto fu a malapena ritoccato per trasformarle in case di ringhiera, uso operai con tanta prole e pochi soldi. Ora sono anonime e silenziose, al momento è giorno e nessuno sta ancora litigando, ma per l’epoca dovevano essere palazzoni traboccanti di vita.

Nell’unico isolato di via Cuneo, fai lo slalom tra i neri; se vedi qualche italiano è lì che corre via, per non farsi pisciare addosso. Tre neri di un paese africano qualsiasi sono addossati a una vecchia Ritmo; schiamazzano, e si vede benissimo che per loro il primo Novecento non è mai esistito. Proprio lì, al numero sei di via Cuneo, è nato Gipo Farassino; dev’essere per quello che, praticamente di fronte, gli resiste un insensato negozietto di chitarre elettriche.

Via Cuneo finisce contro un passaggio pedonale, un modesto tentativo di buco nella corsia muragliata a centro strada che permette al 4 di scorrere per corso Giulio. Anche il 4 scorre piano, non solo perché è il tram più lento della storia della tramvieria, ma perché cerca di non farsi troppo notare dagli extracomunitari della zona, per non essere preso a bottigliate. Prima o poi, come nel terzo mondo, tireranno su delle pareti di cemento e faranno scorrere il tram in un tunnel, per evitare anche solo l’affaccio su via Cuneo, il nuovo Bronx di Torino.

Eppure, vista così, via Cuneo è una meraviglia, un liofilizzato di storia umana 1900-2008, dove i poveri di ogni epoca e di ogni generazione hanno preso il posto dei poveri dell’epoca e della generazione precedente, partendo dal piemontese stretto e arrivando all’igbo e allo yoruba.

Ma è più facile dirlo quando uno non ci deve abitare.

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