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Archivio per il mese di giugno 2009


martedì 30 giugno 2009, 10:30

YouNews da Viareggio

Un paio d’ore dopo la tragedia, in piena notte, Youtube era già piena di video impressionanti.




Naturalmente adesso incomincerà lo scaricabarile: pare che ancora una volta abbia ceduto il carrello, e già si comincia a dire, come per la cisterna di acido fluoridrico di pochi giorni fa sulla Bologna-Firenze, che “i carri che hanno ceduto non erano italiani” (peccato che tutto ciò che circola sulle ferrovie italiane sia preventivamente ispezionato e approvato da esse).

Dalle immagini si vedono traversine tagliate già di fronte ai marciapiedi della stazione, dunque probabilmente la rottura e lo svio sono avvenuti prima della stazione stessa, che il treno attraversava da nord a sud a 90 orari sul binario di corretto tracciato (cioé senza scambi da prendere a bassa velocità). Si ipotizza che i macchinisti (sempre che avessero ancora qualche possibilità di controllo sul convoglio) abbiano tirato dritto proprio per portare il treno fuori dalla stazione e cercare di non coinvolgere treni passeggeri o persone in attesa, purtroppo però la corsa è finita proprio vicino alle case a sud-est (questa è la mappa, la stazione è quel grosso edificio bianco in alto a sinistra, e si vede bene la passerella pedonale che compare in molte immagini e sotto cui si è arrestato il treno). I macchinisti hanno fatto in tempo a scappare, portando via anche i documenti del treno, da cui si è potuto capire cosa c’era dentro per spegnere le fiamme… ma l’esplosione è stata devastante: ieri notte a Viareggio deve essere sembrato di essere tornati alla seconda guerra mondiale.

Io sono passato in treno da lì decine di volte, e varie volte anche in auto sulla via a fianco: rivedere quei luoghi nelle immagini, ridotti così, è davvero impressionante. Basta non cominciare a dire che il pericolo sta nei treni: se mai, il pericolo sta in una rete ferroviaria in cui a partire dalla manutenzione tutto viene tagliato all’osso, tranne gli appalti dell’alta velocità.

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lunedì 29 giugno 2009, 19:19

Persepolis (2)

La tragedia dell’Iran di questi giorni, oltre che terribile, è più vicina a noi di quello che sembri.

Già, perché se prima del 1979 l’Iran era un paese laico e occidentalizzato ma insieme sottomesso alle potenze straniere, la rivoluzione che doveva liberarlo finì per peggiorare le cose: i rivoluzionari di sinistra finirono ben presto al muro sotto la pressione degli integralisti. Cosa succede in una nazione in cui una minoranza borghese, colta, laica e progressista si confronta con un regime religioso sostenuto dalla propaganda e dal nazionalismo? Succede che la cultura laica viene massacrata senza pietà, a colpi di prigione, esecuzioni ed esilio (e in questo la lettura di Persepolis è illuminante). Trent’anni dopo, ci si riprova: il raggiungimento di un estremo, quello di Ahmadinejad, porta alla richiesta di cambiamento; questa viene repressa nel sangue.

Cosa c’entra l’Italia? Beh, solo un cieco non vedrebbe la direzione che, grazie ai mass media, sta prendendo il nostro Paese: dove i politici di ogni colore prestano omaggio al Vaticano, dove i diritti laici conquistati negli anni ’70 vengono progressivamente erosi, e dove la xenofobia e il nazionalismo vengono utilizzati per promuovere la violenza, comprese quelle ronde che qualcuno (a partire da Travaglio) liquida come un passatempo per pensionati barotti dalla prostata debole, suggerendo che poi bisognerà chiamare d’urgenza i carabinieri per difendere le ronde dalle terribili minacce dei barboni, ma che hanno tutto il potenziale per diventare squadracce prima che ce ne possiamo accorgere; da principio contro gli zingari e gli immigrati, poi contro i dissidenti.

Noi alle volte pensiamo che siamo troppo moderni, troppo occidentali, troppo integrati per diventare un regime chiuso, bigotto e autoritario; eppure leggere quanto simili a noi siano i giovani iraniani borghesi, quanto sia facile – a seconda dell’educazione – che in una stessa famiglia convivano la laicità e l’integralismo, non può che accendere segnali d’allarme.

C’è però una differenza molto significativa tra l’Iran e l’Italia. In Iran, due terzi della popolazione ha meno di 32 anni: questo rende molto veloce il ricambio politico, e molto facile il rinnovamento delle idee e dei partiti al potere. In Italia, la situazione è totalmente opposta: a Torino città, il 70% degli elettori ha 41 anni o più, e fuori dalle città il dominio degli anziani è ancora maggiore. Cambiare è quasi impossibile: questo è un paese per vecchi, e i vecchi sono solitamente i più sensibili alla paura del diverso, all’insicurezza diffusa, alle richieste di ordine e disciplina, e anche al richiamo della religione.

Nel frattempo, vi faccio leggere come due ragazzi di Teheran hanno raccontato a fumetti le vicende di questi giorni, rubando le immagini da Persepolis. Il risultato è fumettisticamente molto lontano dal livello dell’originale, ma la spiegazione di quel che è successo è davvero chiara.

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domenica 28 giugno 2009, 13:31

La voce del padrone

Oggi La Stampa apre la pagina online della cronaca di Torino con uno spottone per i negozi di lusso del centro, che spiega come siano già in corso i saldi sui vestiti chic. Vediamoli, questi saldi: “le t-shirt da 230 euro a 160”, recita l’occhiello in home page. “Le nostre clienti si fanno vive in anticipo senza bisogno di chiederglielo tramite messaggini”, si vanta la proprietaria di una boutique, forse perché tanto ci pensa il giornale cittadino a regalargli mezza pagina di pubblicità gratis.

Io trovo tutto ciò, a pelle, urticante: posso ancora capire lo spendere centinaia di euro per un vestito elegante, ma l’idea che qualcuno possa spendere 160 euro per una t-shirt da 50 centesimi mi sembra il miglior argomento a favore dell’abolizione della proprietà privata che io abbia sentito da anni. E mi dà quindi fastidio che La Stampa, invece di concentrarsi sui problemi della gente, si sdrai ai piedi di questo mondo di venti madame e dei loro servitori – che, attenzione, sono tutt’altro che innocui: ad esempio, l’unico motivo per cui il centro non viene pedonalizzato è che le signore devono arrivare col SUV e l’autista proprio sulla porta della boutique in via Roma, e già l’eliminazione dei parcheggi nella suddetta via ha richiesto vent’anni di rivolte popolari e ha minacciato la sopravvivenza politica di Chiamparino.

Stessa storia per l’oscena campagna contro la vita notturna che La Stampa conduce da un paio di settimane: giorno dopo giorno, sono usciti articoli di ogni genere per criminalizzare i giovani che frequentano i Murazzi, tutti descritti come svitati, drogati, ubriachi, stupratori, bestemmiatori e picchiatori di bambini. Certamente i ventenni di oggi si criminalizzano facilmente da soli, ma il punto è un altro e alla fine l’ha ammesso lo stesso giornale, in questo articolo.

E il punto è lo stesso del Quadrilatero, lo stesso di San Salvario: si prende un’area che di notte è un deserto pericoloso, un pisciatoio, un quartiere di immigrati o un centro di spaccio (se non esiste, si fa in modo che qualche area lo diventi), si comprano le case a prezzi ridotti o stracciati, ci si mette la vita notturna per cacciare gli spacciatori e rendere la zona “alla moda”, poi quando dopo una decina d’anni gli spacciatori si sono spostati da un’altra parte si fa partire una campagna contro la vita notturna e si trasforma il tutto in una tranquilla e iperprotetta zona di lusso, dove le case si rivendono al triplo del prezzo d’acquisto.

Dev’essere per questo che la DeGa ha cominciato a ricostruire o ristrutturare a Borgata Aurora

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sabato 27 giugno 2009, 20:01

Ikea, che cacchio di idea

Cioè, cosa volete che si faccia con un sabato pomeriggio da spendere e l’esigenza di trovare uno scaffale per la cantina, in modo da archiviare i residui della campagna elettorale? Si va a Collegno a vedere la nuova Ikea!

Ok, eravamo coscienti che ci sarebbe stata gente: ma quello che abbiamo visto è fuori da ogni senso. La nuova sede è gigantesca, grande almeno il doppio della precedente, e questo è già il terzo week-end di apertura; eppure la densità di persone per metro quadro era persino più alta di com’era alle Gru. Un unico flusso di gente (tra cui una percentuale chiaramente eccessiva di bambini) riempiva tutti i passaggi principali e buona parte delle zone espositive; questo dimostra in modo chiaro la teoria secondo cui per decongestionare una infrastruttura troppo affollata non serve a nulla costruire nuove grandi opere, perché vengono immediatamente riempite da nuovo traffico che esse stesse generano :-P

Seriamente… questo vale in genere per le strade urbane, ma sembra valere anche per l’Ikea (Simone suggeriva che probabilmente, mentre fanno una nuova Ikea, costruiscono direttamente anche i clienti): buon per il patrimonio del signor Ikea, ma meno per chi deve pianificare l’urbanizzazione dell’area torinese. Già, perché a questo punto ci troviamo con un attrattore di traffico piazzato in un’area fuori mano, priva di trasporti alternativi (non tutti escono di lì con un armadio o un servizio di bicchieri, molti vanno solo a fare un giro e potrebbero benissimo andarci in bus o in bici) e con l’ennesimo dedalo di auto che girano in tondo sgasando per parcheggiare o per entrare e uscire dall’area commerciale.

Errori di gioventù sono normali, però come giudicare chi progetta una nuova sede in cui, quindici giorni dopo l’inaugurazione, già si formano code e grumi di gente per riuscire a prendere l’unica scala mobile, tragitto obbligato per entrare? Con tutto quello spazio, non potevano almeno allargare un po’ le corsie di passaggio tra i reparti rispetto a prima? Il parcheggio è gigantesco ma già insufficiente; lo sarebbe di meno se lo avessero partizionato in settori e installato indicatori per dirigere le auto verso i posti vuoti, mentre così è un unico giro di auto costrette a muoversi alla cieca in una trentina di file per vedere se per caso lì si è liberato un posto.

Insomma, gli svedesi hanno toppato parecchio nella progettazione, ed era decisamente molto meglio prima per almeno due motivi. Il primo è che siamo torinesi: quindi per definizione, di qualsiasi cosa si stia parlando, era decisamente molto meglio prima. Il secondo, però, è che prima andare all’Ikea era una attività su scala tollerabile e financo piacevole; ora bisogna fare il doppio della strada, girare il doppio per trovare posto, camminare il doppio con i pacchi da e per l’ingresso, pigiarsi il doppio all’interno, e percorrere il doppio almeno della strada all’interno per arrivare sempre ai soliti prodotti… perché, a parte una (peraltro molto bella) sezione di piante e fiori, la roba è sempre la stessa, solo esposta con più abbondanza.

Per fortuna degli svedesi, in vent’anni i mobilifici italiani non hanno saputo inventarsi uno straccio di concorrenza, continuando a rimanere prigionieri o del modello “mobile bello a costi impossibili” o del modello “mobile di cartone pressato venduto da imbonitori televisivi”. Probabilmente al giorno d’oggi è impossibile mettere su qualcosa di simile all’Ikea che possa competere con la stessa sulle gigantesche economie di scala che le permettono di vendere oggetti comunque decenti a pochi euro l’uno. Certo che da oggi ho meno voglia di andare all’Ikea.

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venerdì 26 giugno 2009, 15:48

Non si esce vivi dagli anni ’80

Gli anni ’80 erano quelli in cui tutto doveva essere grande, ricco, luccicante: forse perché eravamo bambini, o forse perché sono stati l’ultimo grande periodo di ottimismo planetario. Anno dopo anno, la Borsa cresceva, la pubblicità faceva salire le vendite, la televisione privata ingrandiva il sogno: il sogno americano. Anche noi saremmo stati l’America, pieni di oggetti inutili ma ottimi per soddisfare il nostro consumismo, agghindati e firmati per soddisfare l’edonismo, protetti da scudi spaziali e tecnologie mozzafiato contro il comunismo, e tutti lanciati verso una carriera da manager… o da rock star.

Delle rock star, ovviamente, la più grande era Michael Jackson: il simbolo vivente dell’altro mondo, quello con meno pizza e più hamburger, meno pastasciutta e più fast food, meno bagnini da spiaggia e più gang nere delle periferie urbane che si affrontavano a passo di coreografie impossibili. Le sue uscite erano rare ma epocali: ogni canzone, ogni partecipazione, ogni video erano un evento, e segnavano l’agenda del mondo. L’apparizione di Billie Jean su MTV (primo video di un nero ammesso sui televisori americani) fu un momento storico comparabile all’elezione di Obama; del disco-evento We Are The World siamo ancor qui a pagare le conseguenze oggi, un concertone benefico dietro l’altro.

Anche se qui in Italia molti storcevano il naso – non era di sinistra, era americano e anzi faceva la pubblicità alla Pepsi – la qualità musicale era indubbia; quella spettacolare ancor di più. Prigioniero del gigantismo degli anni ’80, MJ doveva ogni volta stupire con qualcosa di nuovo, qualcosa di meglio, qualcosa di mozzafiato. E ci riuscì ancora fino a Dangerous (1991); poi i tempi cambiarono. Madonna, persona di intelligenza rara, seppe reinventarsi più e più volte; Michael Jackson non poteva.

Persino se non considerassimo il fatto che Jackson non ha avuto né una adolescenza né una infanzia, una persona che a 23 anni scrive ed interpreta il disco più venduto della storia dell’umanità come può avere un’esistenza adulta all’altezza di se stesso? Non può: infatti dal mondo Michael Jackson ha avuto tutto, tranne una vita. La sua lunga e miserabile agonia ventennale è l’agonia ventennale del sogno di quegli anni, dell’idea che si potesse essere sempre più ricchi, sempre più moderni, sempre più luccicanti, sempre più grandi, proiettati verso una crescita infinita. E’ ironico che Michael Jackson muoia proprio in questo momento di crisi finale del nostro modello economico: perché, è chiaro, con lui muoiono definitivamente gli anni ’80.

P.S. In realtà però sappiamo che tutto questo è falso, perché Michael Jackson non faceva altro che plagiare Al Bano

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giovedì 25 giugno 2009, 18:16

Sta arrivando

Cosa c’entra Mandriot? Beh, è da qualche giorno che era in arrivo, pronto per essere consegnato, il mio nuovo MacBook Pro: quello vecchio, dopo tre anni e mezzo di servizio, si è definitivamente immolato durante la campagna elettorale dopo la stesura diurna e notturna delle quaranta pagine del programma. E così, ho scelto e ne ho ordinato uno nuovo: e mentre lo aspettavo avevo appunto in testa la fatidica musichetta delle consegne dello yogurt, che nessun trentenne torinese può facilmente dimenticare. Come molti filosofi già hanno spiegato, i nomi non vanno imposti ma scoperti: e così, quando oggi finalmente è arrivato, mi son reso conto che il nuovo computer si era già denominato da solo.

Un po’ mi han fatto penare: sono uscito stamattina per un’oretta, alle 11:30, e tornato ho trovato una mail delle 11:56 da Apple, che mi informava che il corriere era passato ma non aveva potuto consegnare, e mi chiedeva di chiamare un numero verde di TNT. Bestemmioni, ma mai quando, chiamato il numero verde, mi ha risposto una vocina per informarmi che “dal 1 gennaio 2009 il servizio clienti TNT risponde al nuovo numero 199…”, il quale ha un “costo massimo di 48 centesimi al minuto” se chiamato da cellulare! Anvedi l’attenzione al cliente della mela…

Comunque ho chiamato, e mi han detto che avrebbero riprovato domani; e invece verso le 15 hanno suonato al citofono, e il mio pezzo di tecnologia della Silicon Valley era lì per me, in una scatola di cartone inviatami da “Tech-Com Computer – Rong Xin Rd, Songjiang EX, CN Shanghai”. Quattro libbre di puro manzo americano fatto in Cina! E così, ho passato il pomeriggio a installare un po’ di tutto e a chiedermi perché sia venuta la moda degli schermi su cui non si legge niente per via dei riflessi.

Però, a ben pensarci, questa pubblicità è anche una auto-iettatura non da poco: infatti son giusto passati i vent’anni indicati e Mandriot non esiste manco più, inglobata prima da Yomo e poi da Granarolo. Altro che “fra vent’anni ci metteremo ancora dodici ore”: gavte la nata, venariese!

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mercoledì 24 giugno 2009, 19:43

Tifo toscioppo

Oggi sono di cattivo umore per via di questioni che prima o poi racconterò, e così mi sono tirato su con la storica galleria di immagini di Urbano Cairo messa insieme sul forum di Forzatoro.

Sono foto che ritraggono Cairo in vari momenti della sua vita professionale e granata: qui ad esempio con il suo padre spirituale:

berlusconi-cairo.png

e qui invece ospite d’onore sotto il Comune a una delle varie manifestazioni di tifosi:

cairopagliaccio.jpg

Qui all’atto di lanciare la campagna abbonamenti:

cairoaffarituoi.jpg

Eccolo mentre inaugura la sua nuova villa di Saint-Tropez, comprata con i soldi che non ha investito nel Toro, con un appropriato twist:

saint_tropez_twist.gif

per poi invitarvi il sindaco Chiamparino:

chiampacairo.jpg

Cairo ha recentemente interpretato anche svariati film, tra cui spiccano questi:

caoscairo.jpg
munch2.jpg
pensavofosse.jpg

…e si è anche esibito come solista operistico:

tenori.jpg

Qui Cairo è ritratto insieme alla nota tifosa detta Torinella, angelo custode di Alessandro Rosina:

cairoeolliosh0.jpg

Ma è proprio con Ale, suo figlio adottivo ed eterna promessa mancata, che Cairo dà il meglio di sè:

cairot.gif

Per quanto nel mondo del calcio combinino poco, il duo Cairo – Rosina ottiene grandi risultati nel mondo della musica, prima come Urbono

urbono.jpg

…e infine con la loro esibizione più leggendaria, una collezione di tre CD che riassume in modo degno la loro carriera.

urbanoerosina.jpg

P.S. A scanso di equivoci, io non sono l’autore di alcuna di queste immagini: le ho solo trovate su Internet… ah, e sappiate che potrebbero anche non essere vere!

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martedì 23 giugno 2009, 10:08

Le provinciali torinesi e La Stampa

Il dato sull’affluenza di ieri è oggettivamente impressionante: il referendum si è fermato al 23%. Otto milioni di elettori erano per il sì e un altro milione e mezzo è andato a votare sì soltanto al terzo; gli altri sono andati bellamente al mare nonostante il weekend tempestoso.

Ancora più impressionante però è il dato sull’affluenza alle provinciali torinesi (ma credo sia così un po’ ovunque): se al primo turno l’affluenza era stata quasi del 70%, al secondo si è fermata al 40%. I tre candidati andati al ballottaggio (tre in quanto Vietti si era ufficialmente apparentato con Saitta) al primo turno avevano raccolto il 90% e 1.008.000 voti; eppure, anche dando per scontato che il residuo 10% del primo turno sia andato in blocco al mare facendo calare l’affluenza (e non è vero: per esempio, secondo i sondaggi una metà degli elettori comunisti è andata a votare Saitta), i voti validi al secondo turno sono stati soltanto 734.000.

In altre parole, quasi 300.000 (quasi un terzo) di coloro che al primo turno hanno votato Saitta, Vietti o Porchietto erano talmente poco convinti della loro scelta da non darsi nemmeno la pena di andare a rivotare il loro candidato al ballottaggio, pur in presenza di una elezione incerta, combattuta e caricata da entrambe le parti anche di risvolti politici nazionali.

Certo avranno pesato l’arrivo dell’estate, la scarsa voglia di andare a votare una seconda volta, e per l’elettorato di centrodestra anche le recenti vicende berlusconiane. Ma se facciamo 100 i voti presi al primo turno dai ballottanti, la situazione di partenza del ballottaggio era questa: Saitta + Vietti 54,0%; Porchietto 46,0%. Aggiungeteci il fatto che tra gli elettori delle altre liste la maggior parte erano di sinistra, e quello che sia il “dovere di votare” che il “voto contro” tendono a mobilitare più a sinistra che a destra, e il risultato finale – Saitta 57,3%, Porchietto 42,7% – vi sembrerà del tutto normale: l’epilogo senza sorprese di una campagna fiacchissima in cui è stato eletto quello che ha perso un po’ meno voti dal primo al secondo turno, e in cui il vero vincitore è il chiaro disgusto degli elettori per entrambi gli schieramenti.

E’ per questo che La Stampa se ne esce con un titolo sobrio, misurato e oggettivo:

screenshot_saitta_ballottaggio.PNG

Avendo visto i numeri, sembra che parlino di un’altra elezione, vero?

Tuttavia Saitta ha pagato pegno, ha imbarcato l’UDC (ricorderete che fin dal principio La Stampa ha promosso Vietti in vario modo, fino a farlo partecipare come unico terzo incomodo al confronto tra i due candidati prima del primo turno) e gli interessi che l’UDC rappresenta, e in cambio viene ripagato con un bel marchettone dal giornale cittadino. Noterete come la bassissima affluenza, record negativo di sempre, non venga nemmeno menzionata (questo va a tutti quelli che dicevano “non votiamo, così saranno costretti a fare qualcosa”). Del resto, anche nell’intero articolo la bassa affluenza viene menzionata solo una volta, solo avanti nel testo e solo come parte delle dichiarazioni della sconfitta Porchietto, in modo da farla passare non come un dato oggettivo ma come la classica scusa puerile del perdente.

C’è però un’osservazione interessante da fare: il fatto che non ci sia più il minimo ritegno nella manipolazione dell’informazione torinese, almeno quando si parla di politica o di grandi opere attorno a cui girano grandi interessi, vuol anche dire che le crepe sono sempre più evidenti; quei 300.000 torinesi di cui parlavamo sopra hanno chiaramente dimostrato di essere in cerca di qualcosa di un minimo più decente, nonostante tutte le campagne mediatiche. Considerato che in Italia il voto, così come la squadra di calcio, è ereditario – la maggior parte degli italiani eredita una fede politica dai propri genitori e la porta avanti con pochi cambiamenti per tutta la vita – vuol proprio dire che ci troviamo in un momento di eccezionale disponibilità al cambiamento.

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lunedì 22 giugno 2009, 17:14

Persepolis

Leggere un libro è una attività che richiede una lunga preparazione. Mi succede raramente di vedere lì un libro di cui non ho mai sentito parlare, comprarlo, portarlo a casa, leggerlo subito. Di norma succede il contrario: sento parlare di un libro e mi viene voglia di leggerlo; metto lì l’informazione per una futura occasione. Settimane, mesi, talvolta anni dopo, vedo il libro in libreria, me ne ricordo, lo compro, e lo porto a casa. Ma dato che il tempo per leggere è poco e la coda di libri arretrati è lunga, in genere passano altre settimane, altri mesi, e poi finalmente lo leggo. Si può così dire che leggo poco, ma leggo soprattutto libri predestinati.

Uno di questi è quello che sto leggendo adesso: Where Wizards Stay Up Late, un libro che volevo leggere sin da quando uscì più di dieci anni fa, e che varie volte ho pensato di ordinare via Internet oppure ho cercato in una delle mie visite nelle librerie di paesi anglofoni. Mi è capitato finalmente in mano, per caso, alla libreria dell’MIT a Cambridge-quella-in-America, quando ci sono stato a marzo; e l’altro giorno l’ho cominciato. Ma non è di questo che volevo parlare oggi.

Prima di questo, infatti, ho finalmente letto il primo volume di Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi che racconta la storia della rivoluzione islamica in Iran. Il fumetto è stato scritto e pubblicato in francese, ed è un esempio di quello che in Europa solo il mercato francese del fumetto può fare: cioè far uscire e conoscere opere serie anche di autori sconosciuti, cosa che da noi è quasi impossibile per relativa mancanza di pubblico, anche se fortunatamente le cose stanno migliorando.

Nell’ambiente, di Persepolis si parlava bene già prima che ne venisse fatto un film e che esso venisse premiato al Festival di Cannes due anni fa: per cui era sulla mia lista da qualche anno. Tre o quattro mesi fa – anzi no erano di più, perché era la volta di questa visita oppure subito dopo – mi capitò sottomano il primo volume, e così decisi di portarlo allo stato successivo: quello di “l’ho comprato e prima o poi lo leggo”.

Effettivamente la fama del fumetto è meritata; in questi giorni in cui si parla di Iran aiuta molto a capire cosa succede là, ma è anche un compendio di storia delle rivoluzioni del Novecento. Lo stile grafico è solo apparentemente semplice, ma è molto interessante vedere come lo stile del fumetto classico americano viene apertamente contaminato dall’iconografia di tipo babilonese, in cui le folle sono facce ripetute bidimensionalmente in maniera regolare e la stilizzazione assume un valore concettuale. Così come lo Psiconauta di Aleksandar Zograf rappresentava la storia della guerra in Serbia vista dall’interno, Persepolis fornisce una inquietante e commovente visione di come i grandi drammi della storia appaiano a chi ci cresce dentro.

Dev’essere per questo che oggi da Fnac, mentre compravo i volumi successivi, ho fatto che prendere anche un altro libro che è nella mia coda “da comprare” sin dai tempi del liceo: Il partigiano Johnny di Fenoglio. Ma è solo un acquisto tecnico: come libro di testo, per essere preparati per il nostro prossimo futuro.

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domenica 21 giugno 2009, 20:19

Conero e Ravenna

L’avevo già notato all’andata e puntualmente si è avverato al ritorno: sull’autostrada Adriatica, a sud di Ancona, stanno lavorando per fare la terza corsia, e come risultato un pezzo del famigerato cantiere della Torino-Milano è stato trasferito qui. Ci sono gli stessi spostamenti di corsia a tradimento, gli stessi passaggi tra muretto e camion, gli stessi buchi e sobbalzi nell’asfalto, ma qui sono su una strada piena di curve, viadotti, gallerie e colline: e infatti ieri, tornando su, abbiamo scoperto che la A14 era bloccata tra Civitanova e Loreto in direzione nord causa incidente.

Ma non è stato un male: ho così avuto l’opportunità di uscire e di rivedere fugacemente luoghi del passato: abbiamo attraversato Porto Recanati e preso per la spiaggia dei Marcelli, e poi su per Numana e Sirolo fino in cima al Monte Conero, e poi siamo ridiscesi e andati a Portonovo. Il tempo era tremendo e ci siamo bagnati più volte per gli improvvisi temporali, ma quando mai capita di andare a Portonovo un sabato d’estate e di trovare tutto deserto o quasi? Non abbiamo nemmeno dovuto pagare il parcheggio: erano fuggiti persino i parcheggiatori.

Comunque, anche a seguito di una interessante discussione avuta a margine dell’ultima assemblea ISOC, il luogo deputato al sabato sera era Ravenna: più o meno a metà strada e non vista da vent’anni. Qui devo innanzi tutto comunicare che, al terzo tentativo, abbiamo finalmente trovato la perfezione nel concetto di “osteria d’Italia”: l’Ustarì di Du Canton sulla statale per Ferrara, poco dopo la frazione di Camerlona.

Vedete, il locale di mercoledì sera a Urbania era molto buono, e quello di venerdì sera a Pescara era perfetto, ma in entrambi era chiaro il loro essere equivoci: ristoranti raffinati travestiti da osteria. Questa invece era un’osteria vera: un posto con gli arredi vecchi di quarant’anni, con il menu sgualcito e aggiornato tramite sbianchettamento e sovrascrittura a penna, dove chiedi un quartino di vino e perdio ti portano un quartino di vino rosso no logo, non un pippone sul miglior abbinamento con l’annata 2005 un po’ barricata e dal retrogusto di pino silvestre. E come tutte le osterie era pieno di gente che mangiava in compagnia e che parlava dei fatti propri, di cui la maggior parte giovani, perché che razza di osteria è se ci si va per mangiare invece che per stare insieme e se l’ingresso è riservato ai titolari di carta di credito gold?

Il cibo era ottimo: abbiamo preso una porzione di crostini misti da dividere per antipasto, e poi un primo a testa (io tortelli di patate con funghi e salsiccia) e poi io ho ancora preso il secondo: una grigliata mista consistente di un salsicciotto, due belle fette di bacon, una costina e una bistecca, più patate al forno e spinaci compresi nel piatto, ed era davvero eccezionale, e alla fine di tutto questo ero talmente pieno da non prendere il dolce, e ho fatto fatica ad alzarmi da tavola. Per un antipasto, due primi, un secondo, un contorno e un dolce abbiamo speso 43 euro in due, e faremo sicuramente in modo da ricapitare di lì.

Tra l’altro Ravenna è proprio bella, e noi abbiamo avuto il piacere di una novità: dal 2002 hanno aperto al pubblico la Domus dei Tappeti di Pietra, ovvero una eccezionale ricostruzione sotterranea dei pavimenti a mosaico di un palazzo bizantino, scoperti per caso mentre scavavano un parcheggio. L’ambiente è davvero impressionante e merita assolutamente la visita.

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