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Archivio per il mese di marzo 2009


martedì 31 marzo 2009, 23:40

Andoma al Chrysler Building

Avvertenza: questo episodio potrebbe non essere avvenuto esattamente così come riportato.

Se devo scegliere un edificio che più di tutti simboleggia Manhattan, non ho dubbi e scelgo il Chrysler Building. Nonostante fosse abbastanza fuori mano rispetto al percorso previsto, oggi abbiamo deciso di deviare per andarlo a vedere: infatti avevamo un motivo speciale.

Dal Chrysler Building si rimane impressionati: l’eleganza della sua famosa punta d’acciaio si impone su tutta la città, e da vicino si possono scorgere anche le gargoyle d’acciaio in stile anni ’30 che sporgono dal sessantesimo piano. L’interno è ancora più impressionante; nonostante la base dell’edificio sia incredibilmente piccola, almeno rispetto al medio grattacielo di New York, l’atrio è tappezzato di marmi rossi e decorazioni metalliche in stile, mentre le guardie in uniforme bloccano l’accesso ai blocchi di ascensori, otto per ogni gruppo di piani, di cui il più guardato è il blocco centrale, quello che porta fino al settanta-e-rottesimo piano. Ma noi, oggi, sapevamo che non c’era più motivo di farsi intimidire.

Già, perché i giornali e i telegiornali qui riportano pudicamente che persino Obama dice che la Chrysler non può sopravvivere come compagnia a se stante, e in fondo in fondo, dopo le paginate sullo scandalo GM, informano che è stato concluso “un accordo di lunga durata” con “Fiat SpA, an Italian carmaker”. Ma noi sappiamo la verità, ce l’ha detta La Stampa: è la Fiat che ha comprato la Chrysler, vincendo un complesso di inferiorità durato un secolo.

E così, oggi sono andato a riscuotere: sono entrato nell’atrio senza bussare, con piglio marziale, e mi sono avvicinato all’ascensore presidenziale. La guardia – un nero gigantesco che aveva l’aria di chi in una vita precedente faceva lo sparring partner di Mike Tyson – mi ha guardato male, ma io gli ho subito fatto capire chi è il padrone adesso: “Piantla lì!” gli ho gridato, squadrandolo dall’alto in basso (operazione per la quale è stato necessario uno sgabello utilmente reperito in loco).

Lui sul momento non ha capito – probabilmente non aveva ancora letto La Stampa – e quindi ho provveduto a informarlo: “I l’oma catà nojauti, tuta sta ròba sì!”. Lui è rimasto un attimo sbigottito, come se non fosse sicuro di cosa intendessi dire, e allora – indicando col dito – ho specificato con maggiore precisione: “Tuta, tuta! Ij mòbil, le lampe, le pòrte, j’assenseur, ij tapirolan…” A quel punto ho visto la disperazione nei suoi occhi: passi per i mobili, ma quello no! Con un accento ancora incerto, come di chi ha studiato il piemontese tutto in una notte, mi ha risposto: “‘dcò ij tapirolan?”. Non ho avuto cuore di insistere, e ho preferito lasciargli la speranza di salvare almeno quelli.

Eppure i segnali sono ormai evidenti: nel cuore di Manhattan, nell’edificio simbolo dell’industria americana, il chioschetto non vende più hamburger, ma panini con le acciughe al verde; e il carrello degli hot-dog all’angolo è già stato sostituito da un carrello dei bolliti. Per fraternizzare, le guardie mi hanno offerto una scodella della nuova bagna caoda di Starbucks: sta in un contenitore di plastica con un tappo sintetico che mantiene caldo il contenuto, e che in cima ha un buco a forma di ciapinabò, per facilitare la puccia.

E questo è soltanto l’inizio! Stasera, soddisfatto, già mi vedevo le grandi aziende americane piemontesizzarsi: alla Piassa dij Temp le insegne luminose dicevano “Ernèst e Giovin”, “Citemòl”, “Café dla ròcia dura” e “Gran negòssi dla vérgin” (quest’ultimo però sta chiudendo). Ma forse era la bagna caoda di Starbucks che aveva troppo aglio.

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lunedì 30 marzo 2009, 23:03

Arte in lontananza

New York, a visitarla, inganna. E lo fa per un motivo molto semplice: noi siamo abituati a giudicare la distanza degli edifici in base a quanto essi svettano rispetto al terreno; più gli edifici sono vicini, e più la porzione di cielo che essi occupano verticalmente è elevata. Quello che il nostro occhio può vedere, tuttavia – specie quando gli edifici non sono immediatamente davanti a noi, ma vi sono alberi o edifici più bassi in mezzo – è soltanto l’angolazione con cui la cima dell’edificio si staglia rispetto all’orizzonte; per poter calcolare la distanza è necessario conoscere anche l’altezza dell’edificio, poiché a parità di angolo la distanza è proporzionale all’altezza stessa.

Il nostro cervello fa questi calcoli alla buona, utilizzando la propria esperienza; per questo, ipotizza che gli edifici “alti” abbiano l’altezza che hanno abitualmente nel proprio ambiente – a Torino, una decina di piani. Se improvvisamente venite trasportati in un luogo dove gli edifici “alti” sono mediamente dieci volte più alti, il risultato sarà che tutti i vostri istintivi calcoli di distanza (e quindi di tempo) relativi a quanto ci vuole per raggiungere “quel palazzo laggiù” saranno sottostimati mediamente di un fattore dieci. E quindi, pensare “ma sì, quelli sono gli edifici al fondo di Central Park, non sono tanto lontani: andiamo a piedi” è un errore mortale.

Io ero già incappato in questo errore cinque anni fa, in particolare con il Chrsyler Building, che essendo uno dei grattacieli più a sud di tutta Midtown vi attirerà come una sirena, sembrandovi ingannevolmente vicino ogni volta che sarete in Downtown. Oggi però la camminata per Central Park era talmente piacevole che mi sono fatto ingannare volentieri: e così abbiamo percorso tutto il parco due volte per praticamente tutta la sua lunghezza, che però è di quasi cinque chilometri in linea d’aria, e ovviamente di più se seguite i tortuosi vialetti all’interno.

Il piano era, sulla strada del ritorno, di fermarsi a visitare prima il Guggenheim (che si trova sulla Quinta Avenue di fronte al parco, circa a metà), e poi il MoMA (che è nella parte nord di Midtown, a pochi isolati dall’albergo). E così abbiamo fatto; eppure, partiti dall’albergo alle dieci e camminando di buona lena, siamo ritornati alle cinque e mezza avendo visto il MoMA piuttosto di corsa.

Ed è stato un peccato: infatti il Guggenheim è un pacco pazzesco. E’ vero, l’edificio è meraviglioso e la collezione Thannhauser contiene una manciata di bellissimi Picasso, Monet e Van Gogh; la collezione di arte contemporanea però è deprimente, a meno che voi non siate di quelli che pensano che Pasto Nudo sia un libro, Yoko Ono sia un’artista e un quadro nero su sfondo nero sia una forma d’arte sublime. Qualcosa si salvava, ma il resto era soprattutto una collezione dell’orrida arte concettuale o performante degli anni ’60, quando ogni peto era peto d’artista purché fosse certificato da un gallerista.

Il MoMA, in compenso, è pieno di opere davvero belle: e ciò include anche l’arte contemporanea dello stesso periodo, scelta però evidentemente con un criterio diverso. D’accordo, non sono sicuro che abbia senso vedere i quadrati di Mondrian dal vivo, ma il museo era pieno (oltre che dei soliti impressionisti francesi: pare che i loro quadri siano stati comprati tutti in massa da americani) di bellissimi quadri di praticamente qualsiasi maestro del Novecento europeo e americano, tra cui una intera stanza dei nostri futuristi (oltre a De Chirico e Pistoletto), e poi due bellissime esposizioni di fotografie, e la parte di design (e qui ad essere italiana era metà della collezione).

Purtroppo, però, la stanchezza derivante dalla lunga camminata e dall’indigestione di quadri aveva già avuto effetto, e così la parte conclusiva della visita si è trasformata in un blobbone di forme, colori e concetti tendente al delirio: l’arte ha preso vita e ha cominciato ad accerchiarmi cercando di abbattermi, o perlomeno di farmi vomitare l’hot-dog preso al baracchino per pranzo. Ho capito che la fine era vicina quando, osservando l’ennesima statua di Calder in mezzo al gelo ventoso del giardino scultoreo all’aperto, ho pensato “più che altro mi pare di Fredder”. Domani quindi promesso: niente più arte.

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domenica 29 marzo 2009, 23:22

The American way

Dunque, nel fine settimana ho guidato per 441 miglia, che poi sarebbero 709 chilometri o 417041,194 smoot (una unità di misura usata solo negli Stati Uniti e derivante da quando una fraternità dell’MIT nel 1958 usò lo studente Oliver R. Smoot come unità di riferimento per misurare la lunghezza del ponte che collega l’università a Boston; alla visita dell’MIT ci hanno detto che è stata infine riconosciuta ufficialmente dall’ANSI e probabilmente lo sarà anche dall’ISO, e a ciò non sarebbe estraneo il fatto che lo studente Oliver R. Smoot, molto dopo la laurea, è diventato il chairman di entrambe le organizzazioni).

Premetto una cosa che non vi ho detto ieri: che ovviamente io all’Avis di Cambridge ho chiesto la macchina più piccola che avevano, e che ovviamente loro hanno ottemperato, dandomi un Chrysler PT Cruiser, che per loro è una utilitaria. Per noi è una specie di camion travestito da limousine, anzi l’unica altra volta che ne avevo visto uno era stato a un matrimonio in Sicilia: la macchina per portare in chiesa lo sposo. Certo che il concetto di auto qui è proprio diverso.

Se sabato la distanza è stata agevole, trattandosi del tratto turistico e con varie soste da Boston a Provincetown, oggi mi è toccata la parte più lunga: trecento miglia da Provincetown a New York, di cui la maggior parte in autostrada attraverso quattro stati diversi (naturalmente molti americani sostengono che il Rhode Island non possa essere considerato un vero stato, ma al momento è ancora indipendente).

Siamo partiti verso le undici sotto una pioggia battente, che non ci ha impedito un minimo tentativo di vedere da dentro le dune sabbiose della punta di Cape Cod, uno spettacolo che non ho visto da alcuna altra parte e che meritava comunque il viaggio. Alle undici e mezza eravamo in strada; la contea di Stallabaracca è molto più lunga di quel che si può pensare, ed è servita soltanto da una statale che diventa ogni tanto superstrada a singola corsia, e solo verso la fine raddoppia. In pratica, l’autostrada comincia solo dopo che si è passato il gigantesco Sagamore Bridge, si è girato verso ovest e si è arrivati sul continente vero e proprio (infatti, a partire dal 1914, Cape Cod è di fatto un’isola, dopo la costruzione dell’enorme canale che ne taglia l’istmo iniziale).

Verso l’una e mezza abbiamo fatto una pausa per visitare New Bedford, che soppiantò Nantucket come capitale dell’industria baleniera nella seconda metà dell’Ottocento, per finire poi semiabbandonata come solo le città americane ex industriali possono essere. Il museo è stato interessante, ma intorno (nel fu centro cittadino) era il deserto; il fatto che fosse una domenica di pioggerella invernale non aiutava.

Siamo ripartiti alle tre e ci siamo fermati ad una delle prime uscite dell’autostrada (dato che non c’è pedaggio, in genere non ci sono aree sull’autostrada, ma indicazioni sui benzinai, fast food e centri commerciali disponibili accanto a ogni uscita) per mangiare qualcosa e fare benzina; questa è un’operazione che negli Stati Uniti mi causa sempre qualche complicazione, perché il sistema è tutto opposto al nostro. Bisogna parcheggiare a una delle pompe, entrare, allungare dei soldi alla cassa, uscire, fare benzina, ritornare dentro e prendere l’eventuale resto: in altre parole, prima pagare e poi tu vedere carburante. Io però ho mandato a male il sistema in vari modi; l’altra volta a Los Angeles avevo preso una pompa dal lato opposto a quello dove avevo il serbatoio, contando di estrarre il tubo per aggirare la macchina come faccio spesso da noi, e invece le pompe americane non si allungano e sono cortissime. Qui, invece, per non occupare la piazzola avevo parcheggiato nel piazzale, dato che dovevamo entrare e comprare anche del cibo; il fatto che io volessi della benzina per un’auto che non era già parcheggiata alla pompa ha mandato in confusione il cassiere della Shell di North Swansea, MA.

Appena abbiamo messo piede in Rhode Island, la pioggerella si è trasformata in una specie di tifone; per fortuna è bastato attraversare Providence (città che sta apparentemente venendo rasa al suolo per costruirci un maxi-raccordo autostradale nel centro) e poi entrare in Connecticut perché la pioggia smettesse. In compenso, il Connecticut è uno stato serio: a un certo punto siamo entrati in una autostrada dall’aspetto vecchissimo, probabilmente deliberata da Eisenhower in persona, tanto che sono comparsi pure gli autogrill (solo che ovviamente erano enormi McDonald’s). A un certo punto il traffico ha cominciato ad addensarsi in un serpentone; eravamo a 150 chilometri da New York e temevo che il mio incubo – un mega-ingorgo del ritorno in città della domenica sera – si materializzasse da lontano; invece poi le cose sono migliorate.

Peraltro, il carattere del traffico è cambiato visibilmente lungo il percorso. Viaggiare in autostrada negli Stati Uniti è noiosissimo: le strade sono larghe e tutti viaggiano per file parallele alla stessa velocità, cioé quella imposta dal limite di velocità più 5-10 miglia di bonus. Il limite però è fissato tra 50 e 65 miglia orarie, ossia 80-100 chilometri all’ora: più o meno la velocità che noi teniamo sui viali urbani e sulle stradine di campagna. Insomma, io proprio non ce la facevo, e in cinquecento chilometri penso di non essere mai rimasto sotto il limite di velocità per più di trenta secondi, anche se ovviamente non ho esagerato per evitare guai. In effetti sono stato frequentemente superato da auto locali, anche se nessuno esagerava con la velocità; l’impressione è che 70-75 miglia orarie siano tollerate senza problemi, almeno sui tratti da 65, ma che se cominciassi ad andare a 80 o 90 miglia orarie (le velocità normali sulle nostre autostrade) ti troveresti presto lo sceriffo alle calcagna.

Comunque, mentre nelle campagne del Massachusetts andavano tutti lenti e paciosi sui loro SUV da sei metri, in Connecticut c’era già molto più traffico. Avvicinandosi a New York sono comparsi i primi camionisti, tutti caratterizzati da manovre assurde e nessun desiderio di dare strada: del resto, con limiti così bassi anche i camion vanno alla stessa velocità di tutti gli altri. Verso la grande mela è stato il disastro: ok, abbiamo evitato il pedaggio – qui i pedaggi si pagano solo per ponti, tunnel e poche grandi strade, e dato che in media chi esce dalla città prima o poi vi torna e viceversa, in genere si pagano in una sola direzione; nel nostro caso si pagava solo in uscita dalla città – ma le macchine, più che addensarsi, hanno cominciato a fare a portellate per reclamare il diritto di via; le strade invece hanno iniziato ad annodarsi.

Alla fine ci siamo trovati sulla Cross-Bronx Expressway, un nastro d’asfalto scavato o sopraelevato in mezzo al Bronx, pieno di curve e controcurve; a un certo punto è passata direttamente sotto un palazzo. Io dovevo beccare l’ultima uscita, la 1A, mancando la quale saremmo finiti sul George Washington Bridge, cioé direttamente nel New Jersey: non una bella prospettiva. Purtroppo però all’avvicinarsi del ponte l’autostrada impazziva: cominciavano a mettere frecce per chiederti se volevi prendere il ponte sul piano di sopra o su quello di sotto, mentre la carreggiata veniva inghiottita tra le fondamenta di strade e palazzi, con tanto di colonne in mezzo a fare da spartitraffico.

Per fortuna, proprio all’ultimo, in mezzo alla nebbia e tra le fondamenta del mondo superiore è apparsa l’uscita a doppio cavatappi che ci ha portato sulla Henry Hudson Parkway, il corso Unità d’Italia di Manhattan: un vialone a tre corsie per direzione costruito in riva al fiume, anzi a un certo punto proprio in mezzo al fiume, o così sembrava. Incredibilmente, non c’era praticamente traffico; e così verso le sette e un quarto siamo arrivati in città, e in pochi isolati sono arrivato davanti al nostro albergo, sull’angolo di Ottava Avenue & Cinquantunesima Strada.

E lì, incredibilmente, proprio all’angolo, c’era parcheggio. In piena Midtown Manhattan, a pochi isolati da Times Square. E non si pagava nemmeno: la domenica è gratis (per dire, l’autosilo all’angolo costa 25 dollari per mezza giornata). E mi son preso il gusto di fare il mio bel parcheggio parallelo a Manhattan. E son soddisfazioni.

Meno soddisfacente è stato pagare la benzina 2,50 dollari al gallone, in un Mobil sull’Undicesima Avenue, per riempire il serbatoio prima di riconsegnare l’auto all’Avis. Voglio dire, a North Swansea costava 1,93: capisco che siamo a Manhattan, però… Comunque abbiamo fatto 700 chilometri su quel bidone di auto con meno di 37 dollari di benzina: certo che è facile atteggiarsi a civiltà dell’auto con la benzina che costa così poco; peraltro l’estate scorsa erano arrivati sopra i 4 dollari al gallone…

In conclusione, è stata una esperienza interessante, soprattutto per osservare il nulla cosmico di cui è piena l’America: centinaia di chilometri di boschi tutti uguali, e poi centinaia di chilometri di aree urbane tutte uguali e prive di qualsiasi attrattiva. Per fortuna che qui ci sono delle radio decenti, che trasmettono del sano rock americano anni ’70, ’80 e ’90 a ciclo continuo, che in queste condizioni fa la sua porca figura… voglio dire, anche due settimane fa, andando in montagna, la radio aveva mandato Living On A Prayer di Bon Jovi; ma sentita sulla discesa di Ivrea non fa affatto lo stesso effetto che sentita sulla I-95 dalle parti di Stratford, CT. Ciò detto, che non vi venga mai in mente di fare l’attraversamento coast-to-coast degli Stati Uniti in auto, specialmente guidando voi: faccio fatica a immaginarmi qualcosa di più noioso sulla faccia della Terra.

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sabato 28 marzo 2009, 23:06

La sottile linea rosa

Avendo il weekend da passare qui e la necessità di spostarsi da Boston a New York, mi è venuto naturale pensare di affittare una macchina e sfruttare l’occasione per vedere un po’ di New England, al di fuori delle città. Il problema è che, per gli standard turistici europei, nel New England non c’è molto da vedere; e così la scelta sul dove trascorrere il sabato notte si è ridotta alle sole tre zone veramente turistiche del Massachusetts, cioè Martha’s Vineyard, Nantucket e Cape Cod.

E dato che siamo in inverno, che la temperatura notturna è sotto zero e che i traghetti sono quasi tutti fermi, abbiamo eliminato le due isole. Quindi la scelta più logica è stata una sola: Provincetown, il capoluogo turistico di Cape Cod, situata proprio all’estremità del lungo arco peninsulare; il primo posto dove i padri pellegrini della Mayflower toccarono terra, prima di ripartire per stabilirsi a Plymouth.

Avrei dovuto però capire che c’era qualcosa di sbagliato in questo ragionamento, se non altro quando ho scoperto che nessun albergo permetteva la prenotazione online, perché erano tutti chiusi; non demordendo, sono passato alle guest house, ossia la versione americana dei bed & breakfast. E lì proprio avrei dovuto capire, dato che scorrendo i vari siti comparivano le facce sorridenti dei padroni di casa: Tim & Luis, Peter & Chuck, Rainer, Jürgen & Hans.

Ma, pur cominciando a sospettare, ancora non avevo ben realizzato l’estensione del problema. Mi sono fidato di TripAdvisor, per cui la migliore di 89 guest house era l’Oxford: e così ho prenotato da Trevor & Stephen, non dando particolare peso al fatto che il secondo sito da cui sono caldamente raccomandati, oltre a TripAdvisor, è PinkChoice.

Così siamo arrivati, siamo stati accolti benissimo, ci siamo sistemati in una stanza meravigliosa (d’accordo, 130 dollari a notte prezzo di bassa stagione, ma la casa è davvero splendida), siamo andati a fare un giro… Insomma, P-Town, come la chiamano qui, è una tranquilla cittadina di mare del New England (ma sembra la Scozia, con quella bella nebbiolina grigia che copre tutto e l’acqua del mare sciolta nell’aria e sparata dal vento) con la particolarità di essere abitata quasi esclusivamente da coppie gay di ambo i sessi. Sulla strada principale, ad elegantissime gallerie d’arte si alternano pornoshop assurdi, e quasi tutte le case espongono la bandiera arcobaleno invece di quella americana. Ed è un posto bellissimo, dove si respira libertà ad ogni angolo, tanto è vero che da tutto il mondo ci sono persone che mollano tutto e vengono a vivere qui.

Eppure, mi sono anche reso conto di come il venire da un paese omofobico e integralista cattolico come l’Italia ti segni in profondità: infatti, quando a cena siamo finiti in un caffé-ristorante che suonava disco music a manetta, dove i camerieri erano giovanotti del tipo ultra-macho e dove le coppie etero erano in netta minoranza – a fianco a noi c’erano due lesbiche di mezza età, lei genere camionista con i piedi appoggiati sulla panca dall’altra parte, intente a chiacchierare e ogni tanto a sbaciucchiarsi – mi sono comunque sentito sottilmente a disagio.

Non ci siamo abituati, perché da noi comunque i gay vivono abbastanza sotto traccia, ritrovandosi mediante segni chiari ma poco visibili al mondo degli etero (oddio, qualcosa sto imparando, visto che quando sulla strada ho visto l’insegna Ursie’s Restaurant ho subito capito di cosa si trattasse). Ogni buon bambino italiano cresce giocando a pallone ai giardinetti in mezzo a coetanei che usano “frocio” come un insulto, e queste cose, anche quando vanno via dalla testa, ti restano nei riflessi; ed è ben diverso provare, come succede da noi, la piacevole sensazione di essere aperti di mente nei confronti della rara coppia gay che incontri per strada o a una cena, rispetto alla sensazione naturalmente meno piacevole di essere tu la minoranza che deve farsi tollerare.

Come unico incidente, sulla spiaggia abbiamo avuto un piccolo incidente con una checca in vestaglia: insomma, alle volte il mix di aggressività maschile e suscettibilità femminile genera davvero dei comportamenti da caricatura. Ma sono appunto caricature: la realtà è ben diversa, ed è quella di un posto dove davvero si può vivere la propria sessualità senza problemi. Fa piacere quindi essere in uno di quei paesi più civili del nostro, dove i matrimoni tra omosessuali sono permessi ed equiparati a quelli tra eterosessuali.

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venerdì 27 marzo 2009, 23:56

Hamburger

Venendo negli Stati Uniti – e intendo proprio Stati Uniti, mica la California rifatta e salutista – non si può non andare a mangiare dei veri hamburger; che sono tutt’altra cosa dal cartone scongelato e pressato che viene servito nei nostri McDonald’s o nei nostri supermercati. Io non vi consiglio la pizza prosciutto e ananas surgelata che vendono nei negozi di qui, ma proprio per questo posso dire che un hamburger serio come quello che ho mangiato stasera, cioè alto due centimetri, fatto alla griglia in modo che sia bruciato fuori e rosa dentro, e coperto di formaggio fuso e di bacon, ha un suo perché; e ora scusatemi, vado a bere l’idraulico liquido per digerire.

Proprio come hamburger sono le stampe di Shepard Fairey, il cui nome vi sarà sicuramente sconosciuto, ma che è l’artista che ha realizzato il poster colorato di Obama intitolato “HOPE” che ha contribuito a fargli vincere le elezioni, e che abbiamo visto in mostra a una personale all’Institute for Contemporary Art. In realtà, a impressionare è tutto il lavoro svolto dall’artista in vent’anni, basato sul prendere immagini e forme tipiche della propaganda politica per poi rovesciarle verso il nonsenso e la critica radicale al sistema e diffonderle tramite guerrilla marketing, a partire da adesivi, murales e file scaricabili da Internet. Come ogni volta in cui si prendono archetipi familiari e li si altera in modo sottile, il fruitore medio rimane completamente spiazzato; pensa che sia una pubblicità per non si capisce cosa, o una campagna sovversiva dell’ordine costituito (questa seconda cosa è già più vera). Il tutto viene poi centrato in modo ossessivo (proprio come una campagna pubblicitaria) sullo slogan “OBEY” e sulla figura di André The Giant, mitico wrestler degli anni ’80. Non si sa se il risultato sia arte, pubblicità, politica, sovversione o mero sfruttamento commerciale di finta arte e finta sovversione, ma di certo è qualcosa che fa pensare.

Pensando, comunque, abbiamo attraversato qualche strada (impresa non facile: qui i semafori pedonali sono totalmente disattesi non dalle auto ma dai pedoni, che si buttano tranquillamente col rosso in mezzo alle auto che sfrecciano; nemmeno al Cairo ho visto queste scene) e siamo andati a mangiare hamburger; e ora andiamo a dormire, che domani lasciamo Boston.

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giovedì 26 marzo 2009, 23:43

Politecnici

Stamattina, avendo un paio d’ore libere, ho deciso di andare a visitare il Poli di Boston; ed è stato molto interessante.

Per certi versi è molto simile al nostro: anche loro hanno un corridoio lungo, ma non è lungo quanto il nostro e soprattutto è molto più stretto; però è orientato in modo che due volte l’anno il sole lo attraversi per intero, in modo da eccitare tutti i giovani ingegneri radunati in fondo. E anche i loro corridoi sono pieni di bacheche tappezzate di bigliettini con annunci di vario genere.

Però noi non abbiamo un edificio di Frank Gehry come sede di ingegneria informatica (con dentro gli uffici di Chomsky e di Stallman), né un centro sportivo con tanto di palestra e piscina olimpionica, per non parlare di un teatro interno e di undici dormitori per gli studenti all’interno del campus, di cui uno di Alvar Aalto (ma anche questo a me piace molto).

Andrò controcorrente, ma a me è sembrato che, fatte le debite proporzioni, il Politecnico di Torino non sfiguri poi così tanto rispetto a quello di Boston – anche se bisogna ammettere che non può competere col leggendario Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, MIT italiano fondato dalla Moratti in pompa magna quattro anni fa e che ha già rivoluzionato il mondo della scienza.

Comunque, è vero che il concetto di campus aiuta tantissimo, sia per attirare i migliori studenti da mezzo continente, sia per creare un senso di attaccamento e condivisione di un progetto: mi ha molto colpito come la guida laureanda volontaria del nostro tour (principalmente rivolto agli aspiranti studenti del prossimo anno, ma aperto anche ai turisti) continuasse a parlare dell’istituzione come “we”: “we moved into this campus in 1916”. E’ tutta un’altra idea di istruzione superiore, rispetto ai nostri esamifici dove volendo ci si può presentare tre volte l’anno per dare l’esame, restando iscritti per decenni, e non partecipando ad alcuna “vita culturale” dell’istituzione.

Nell’oretta e mezza spesa a girare per il campus mi è successo quel che già era accaduto visitando il complesso di Google a Mountain View: c’è nell’aria un senso di eccitazione, di eccellenza, di scoperta, di possibilità sconosciute da trasformare in realtà, che stimola la mente invece di legarla. E’ triste da dire, ma, in un mondo dove talento e conoscenza sono le merci più preziose e dove l’interconnessione globale elimina le distanze, c’è un premio naturale per l’aggregazione delle idee nel punto della rete dove esse vengono meglio sfruttate e ricompensate: e chiaramente non è l’Italia. Per dirla più prosaicamente, la giornata di oggi – nonché le chiacchiere di questi giorni con la nutrita colonia di emigranti sabaudi di alto livello che si è installata a Harvard e dintorni – ha riportato alla luce l’inevitabile domanda: “ma cosa cavolo ci sto a fare, io, ancora in Italia?”

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mercoledì 25 marzo 2009, 23:49

Una città americana inglese

Boston è davvero una città americana: si capisce che siamo negli Stati Uniti perché una buona metà delle persone che incroci per strada parlottano tra loro in spagnolo. D’altra parte si vede che siamo nel New England: fossimo in California, per strada sentiresti solo spagnolo e basta.

I residui WASP, infatti, se ne stanno ben chiusi nei loro SUV, spostandosi dal garage della villa al parcheggio riservato nel grattacielo dell’azienda e di lì al valet parking del ristorante scicchettoso; è raro che camminino per strada. Questo spiega anche una differenza nei trasporti pubblici: da noi, fuori dai centri, sono abbastanza poco capillari, ma piuttosto frequenti; mentre qui preferiscono frequenze assurde (tipo un bus ogni 30 minuti, 60 fuori ora di punta) ma con linee molto distribuite, in modo che tu abbia comunque una fermata entro due minuti a piedi dalla porta di casa, dato che nessun americano bianco camminerebbe per più di due minuti (fa eccezione Manhattan, ma ne parleremo la settimana prossima).

Ieri, comunque, nel nostro primo giro per la città ci siamo adeguati alla cultura locale, e abbiamo percorso tutto il famoso Freedom Trail: una striscia di mattoni rossi che partendo dal Boston Common attraversa tutta la città portandoti davanti ai principali monumenti della rivoluzione americana (con una sola eccezione, ovvero il sito del Boston Tea Party, che peraltro non esiste più perché la città si è espansa un po’ ovunque verso il mare, quindi ora al posto del molo c’è la sala da té dell’Hotel Intercontinental). Certo, la situazione è un po’ buffa perché praticamente tutto il resto del centro, nei secoli, è stato sostituito con grattacieli: per cui la casetta settecentesca che fu la sede delle assemblee indipendentiste è circondata da edifici alti decine di metri, e nel suo seminterrato settecentesco di mattoni settecenteschi hanno direttamente aperto l’ingresso della metro.

Comunque, la passeggiata è piacevole: porta prima davanti al mercato di Faneuil Hall, a sua volta fronteggiato dalla splendida City Hall, un romantico cubo di cemento progettato da un computer impazzito d’amore, che non si capisce come faccia a non piacere a nessun altro che a me. Poi si attraversa il quartiere italiano, pieno zeppo di ristoranti e di maglie di Ibrahimovic e Del Pippero, e infine si passa su un ponte metallico di inizio secolo tuttora zeppo di traffico (ma preoccupantemente arrugginito) e si arriva a Charlestown, dall’altro lato dell’estuario, dove si può visitare il porto militare e poi salire in cima a Bunker Hill, la sede della prima grande battaglia di indipendenza americana, chiusa tra il fiume Charles e il fiume Mystic e oggi circondata da case elegantissime.

La passeggiata, presa con la dovuta calma, dura tranquillamente tre ore, ed è davvero piena di storia: ed è più di quanto si possa trovare in quasi tutte le città americane. Mentre tornavamo al Quincy Market per mangiare ai baracchini un po’ di tipico cibo americano – pollo in salsa teriyaki e pollo tikka masala – ho pensato che effettivamente valeva la pena di visitare Boston: d’altra parte è l’unica parte di Nord America che potrebbe tuttora passare per una città inglese.

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martedì 24 marzo 2009, 17:07

La metro di Boston

Il nostro viaggio a Boston è finalmente arrivato a Boston, e questo è già qualcosa: siamo ospitati da un’amica che questa settimana è a Washington, e che ci ha lasciato la casa in condivisione con un’altra coppia di ospiti. E’ un’esperienza interessante, perché la casa è veramente americana, in un quartiere davvero americano, abitato prevalentemente da professori di Harvard: quindi si tratta di una immensa distesa di case indipendenti o al massimo bifamiliari, ognuna delle quali di due o tre piani. La nostra conta il regolamentare garage al piano interrato, un primo piano tutto aperto dove si trovano la cucina e il salone, un secondo piano con due camere da letto, e un terzo piano a mansarda con altre due camere da letto. Ogni piano ha il suo ufficetto ovale, ed è da quello del terzo – potere del wi-fi – che vi sto scrivendo in questo momento.

Sicuramente avrete sentito parlare di Boston come più antica tra le città americane (fu fondata nel 1630), come un centro di cultura e di politica. In realtà, la cosa che colpisce subito di Boston è che è la città trasportisticamente più sfigata d’America. Certo, la sua geografia è particolare: il centro si trova su una penisola che si protende sull’estuario di un fiume, per cui i collegamenti non sono agevoli. Qui, però, l’anarchia di mercato americana ha fatto gravi danni: tanto è vero che il progetto per risolvere il problema del traffico una volta per tutte, riempiendo la città di tunnel per trent’anni e 22 miliardi di dollari, ha lasciato in eredità non solo i conti da pagare, ma tutta una serie di polemiche; in particolare da quando si è scoperto che gli appaltatori hanno risparmiato sul cemento, fino a quando un pezzo di tunnel non è crollato sulle auto in transito.

E’ in questo scenario che ho vissuto una esperienza ridicola: prendere la linea grigia (pardon, argento) della metro di Boston, che collega l’aeroporto col centro. Già, perché qualche sospetto dovrebbe venirti già quando compri il biglietto e ti trovi davanti una scritta che dice “aspettate la linea grigia sul bordo del marciapiede fuori dal terminal”. Non è molto normale aspettare la metro in mezzo alla strada, e infatti a un certo punto arriva un bus, vecchio e strapieno di gente pigiata, con sopra scritto “SILVER LINE”. Tu lo prendi pensando che sia la navetta che ti porta alla fermata della metro, e invece no: è proprio la metro.

Già, perché in tutto questo ambaradan di lavori pubblici che partono, si incrociano, poi a metà vengono cambiati, poi cancellati e poi rifatti in un altro modo, a un certo punto hanno scoperto che non potevano far passare i binari della metro nello stesso tunnel sotto l’estuario che ospita le auto dirette all’aeroporto; e così ci hanno messo i bus. Però, quando i bus escono dal tunnel, fanno tutto un giro dell’oca per arrivare all’ingresso del percorso previsto per la metro, dove magicamente (in soli due minuti di cristoni dell’autista) tirano fuori un pantografo e passano all’alimentazione elettrica, diventando dei filobus.

Dopodiché percorrono un pezzo di strada, poi arrivano al punto dove la metro doveva scendere sotto terra; e infatti inizia un tunnel bloccato da una sbarra, al che l’autista tira fuori il telecomando e apre la sbarra, un po’ come facciamo noi per entrare in garage, e poi si infila nel tunnel. Che è un tunnel della metro, di forma quasi quadrata, largo come il bus più 20 centimetri per lato, dove invece dei binari hanno messo l’asfalto; là dove una metro sfreccerebbe a cento all’ora, c’è un povero autista che deve guidare a mano un grosso bus a venti, stando attento a non rifarsi la fiancata nelle curve. Ed è surreale arrivare a delle vere e proprie fermate sotterranee della metro, dove però invece fermano i bus. Un capolavoro di organizzazione dei trasporti pubblici, non c’è che dire!

L’America è così: prendere o lasciare. Alle volte l’esasperazione del marketing dà risultati interessanti: per esempio JetBlue ha trovato un sistema furbo per conciliare low cost e servizio a bordo da major, cioè ti dà gratis le bevande a bordo, addirittura a volontà, ma solo se le chiedi o te le vai a prendere da solo; e il risultato è che la maggior parte dei clienti, sui brevi voli interni, lascia perdere, ma intanto il servizio c’è. Altre volte invece escono fuori aborti come la Silver Line; del resto, se l’obiettivo dei servizi pubblici europei è offrire il miglior servizio possibile senza perderci troppo, l’obiettivo di quelli americani – che, come spiega Homer Simpson, sono rigorosamente per i perdenti – è di trasportare messicani, neri e turisti europei solo a patto di mantenere i conti accettabili; manutenzione, pulizia, frequenza del servizio sono le prime cose su cui si risparmia.

Ieri sera però siamo andati a fare la spesa: e così ho provato un ipermercato americano, quasi dieci anni dopo la prima esperienza a San Jose. Tutto è parecchio caro – Boston è una delle città più care d’America – ma alla fine non ci sono poi tutte queste differenze, a parte il fatto che non potrei mai vivere qui perché non esistono né il salame né lo sgombro sott’olio. Ma c’è la pasta Barilla, De Cecco, Buitoni e Giovanni Rana, e hanno persino i sughi Saclà.

D’altra parte, tutto è in confezioni giganti (c’era del sugo di pomodoro in una tanica di plastica da un paio di litri, come fosse benzina) e ovunque c’è il buffet del cibo a peso: decine di vaschette con ogni genere di piatto, dall’insalata alle bistecche, che tu puoi prendere e mescolare nel tuo contenitore, pagando poi a peso, da sei a otto dollari a libbra: ieri all’aeroporto mi sono sparato un mescolone assurdo di riso, puré, bistecca, manzo e verdure, pesce al forno e pollo in salsa barbecue, eccellente!

Però ancora non mi spiego com’è che qui le scatole di latta siano tuttora prive di anello: sarà che in ogni casa c’è l’apriscatole elettrico?

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lunedì 23 marzo 2009, 03:38

Nuovo cinema Lufthansa (3)

Ci sarebbero molte cose da raccontare su questo viaggio a Boston: per esempio, com’è che siamo invece finiti a New York, in un albergo (peraltro piuttosto carino) dove un divano appena un po’ allargato viene spacciato per un letto matrimoniale; e a cenare da un coreano troppo impegnato a scacciare gli ubriaconi a fucilate, un po’ come Apu nei Simpson.

E invece, siccome sono stanco ed è tardissimo in qualsiasi sistema orario, mi limito a segnalare che in volo ci hanno deliziato con Australia, che non avevo ancora visto. Non è completamente da buttar via, soprattutto se si scopre il gioco, peraltro abbastanza esplicito, che è quello di rifare un film anni ’40 con sessant’anni di ritardo. Interpretato in quel senso – cioè partendo dall’idea di andare a vedere una specie di Via col vento – Australia diventa un polpettone quasi accettabile, anche se viene costantemente schiacciato da tonnellate di antica retorica cinematografica e politicamente corretta. Si salva un po’ di più la seconda parte, quella della guerra, e secondo me Hugh Jackman è un buon attore, ma molto del film si regge sulla performance del chirurgo plastico di Nicole Kidman.

E’ stato così davvero rinfrescante vedere subito dopo The Rocker, una allegra commedia rocchettara su un quarantenne che, con vent’anni di ritardo, ha finalmente l’occasione giusta per roccheggiare. E sì, si vede pure Rock Band. Ma soprattutto, finalmente un film con un messaggio sensato: ave al glam rock degli anni ’80, e più in generale a quella meravigliosa esperienza che è fare del rock per locali con un gruppo di amici.

P.S. Giusto per non dimenticare, Watchmen merda.

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sabato 21 marzo 2009, 21:03

Caro Brunetta

Caro Brunetta,

le scrivo con la simpatia che spetta a chi – ed è ormai un caso raro – è arrivato alle massime posizioni di potere per le proprie capacità, senza essere passato dal consueto percorso dell’essere “figlio di” o perlomeno eterno portaborse, oppure dell’essere calciatore, cantante, velina o mignotta di lungo corso; e che interpreta la posizione senza compromessi, e senza quell’italica tendenza ad agire il meno possibile per evitare di farsi dei nemici.

Detto questo, la sua lettera di oggi sulla Stampa mi ha fatto venire i brividi, e non in senso positivo; perché, tramite un bel mescolone dai toni melliflui, cerca di delegittimare per principio qualsiasi protesta, trasformandola direttamente in teppismo (prima aveva detto guerriglia, poi s’è reso conto di averla sparata un po’ troppo grossa).

Vedo anch’io che spesso i ragazzi dell’Onda, come tutti i ragazzi e come anche noi quando alla loro età facevamo i cortei, alle volte hanno le idee poco chiare e partono da approcci astratti ed ideologici che in pratica sono controproducenti, e spesso vedono solo una parte del problema. Tuttavia, i problemi che pongono sono reali, e lei lo sa benissimo. Con la scusa di introdurre nell’università e nella scuola misure di efficienza, talvolta anche condivisibili e persino doverose, il suo governo sta facendo passare il messaggio che sulla pubblica istruzione non s’ha più da investire; che in fondo chi i soldi li ha troverà una istruzione di qualche genere, e le masse s’arrangino, abbandonate a un livello di cultura e di competenza media in caduta libera, e a una organizzazione del lavoro in cui al precariato non c’è mai limite né rimedio.

In questo clima di sfascio generale, a me fa solo piacere che esistano dei giovani che hanno ancora il coraggio di alzare la testa, anche quando (come a piazza Navona qualche mese fa) sono accolti dalla violenza premeditata, con tanto di beneplacito della polizia. A proposito di violenza, per carità: anche a me le immagini degli “scontri” tra fascisti rossi e fascisti neri davanti a Palazzo Nuovo sembravano più una esibizione di pretesa figaggine uso telecamere che un vero conflitto politico, e sembravano comunque il prodotto di un vuoto pneumatico nel cervello; ma l’Onda non è certo quello.

E’ fatta, se mai, di tanti giovani che hanno problemi gravi e concreti per il loro futuro, e che in questa società, anche quando sono più che capaci, non hanno più alcuna prospettiva di prosperità e successo. Il fatto che lei cerchi di accomunarli ad altri giovani, violenti e vecchi dentro (parte dei quali peraltro ardenti sostenitori del suo partito), è un triste tentativo di negare la questione sociale che l’Onda le pone, e anzi peggio: di far passare qualsiasi malcontento sociale, pur se ampiamente giustificato, come un tentativo di far tornare il terrorismo.

Lo so, che lei se la fa sotto all’idea che gli italiani non accettino passivamente di essere svenduti alla globalizzazione, alla massimizzazione dei profitti, alla privatizzazione degli utili collettivizzando le perdite, ad una economia non di mercato (magari ne avessimo finalmente una) ma di totale oligopolio, legata a maneggi politici e a cordate di imprenditori di destra e di sinistra tenuti in piedi a forza di denaro nostro pilotato da voi.

Ma non creda che sia sufficiente un po’ di criminalizzazione mediatica per fermare la rabbia: perché quando la gente si sente alla fame, niente può evitare la protesta anche violenta. Forse, allora, sarebbe un po’ più utile che si dedicasse a fornirci una proposta concreta sul come garantire un futuro decente ai giovani italiani.

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