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Archivio per il mese di giugno 2006


venerdì 30 giugno 2006, 23:56

Che uomo

Ogni tanto anche la parte animalesca e belluina del nostro essere maschi, in perenne competizione con gli altri esemplari per il dominio del branco, ha bisogno di qualche soddisfazione.

Ad esempio, oggi ero sull’aereo dell’Air France che tornava a Torino, seduto in mezzo tra due altri signori più o meno della mia stessa età e provenienza. In contemporanea, la hostess ci ha distribuito il lauto pasto, una bustina di salatini. E, in contemporanea, ci siamo trovati davanti al problema di aprirla.

Io ho tirato il punto predisposto, e non è successo nulla; allora ho deciso di impegnare la recentemente ritrovata forza primigenia dei miei muscoli, e la bustina si è strappata violentemente, scagliando salatini qua e là: buona soddisfazione di tipo fisico.

Ma mai come la successiva soddisfazione da maschio alfa, nel vedere i miei due vicini sforzarsi al massimo, lottando affannosamente con la confezione, tirando e spingendo e muovendo le braccia e le mani, senza riuscire ad aprirla.

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giovedì 29 giugno 2006, 01:57

Notti arabe

Se non vi ho ancora parlato di Marrakech, è perchè è difficile raccontare tutti i colori, i suoni e le sensazioni di un mondo così diverso e fiabesco.

Stasera, però, vorrei mostrarvi una foto della grande piazza Jamaa El Fna, il centro della città, da sempre il punto di ritrovo e di commercio tra il Sahara occidentale e le coste meridionali del Mediterraneo, e di lì verso l’Europa. Qui ogni genere di visitatori e viaggiatori viene a vendere e comprare; la piazza è piena di venditori di arance e di datteri, cantastorie circondati da un gruppetto di astanti meravigliati, incantatori di serpenti, domatori di scimmie, negozietti di narghilè o di tappeti, vecchiette che chiedono l’elemosina, giovani locali che si bullano davanti a ragazze velate, e ovviamente turisti (ma sorprendentemente in netta minoranza rispetto ai locali).

Dopo il tramonto, però, il rumore dei tamburi e dei pifferi si fa improvvisamente silenzio, quando dalle torri sopra le moschee i muezzin cominciano la preghiera, rincorrendosi l’un l’altro in una litania dal sapore veramente alieno. In quel momento ci si sente veramente intrusi capitati indietro di secoli, quando Marrakech era la città delle mille e una notte, misteriosa e inconoscibile, piena di pericoli e di ricchezze.

E’ in quel momento che, dalla terrazza di un ristorante, ho preso questa foto, che non riesce a trasmettere altro che un pallido frammento dell’emozione di questa sera.

DSC00737sss.JPG
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martedì 27 giugno 2006, 15:47

L’economia robotizzata

Oggi, per una volta, parliamo di cose serie: volevo introdurvi al meraviglioso mondo del pay-per-click e del suo ultimo figliastro, il domain tasting.

Vi è mai successo di sbagliare a digitare un URL nel browser, o di provarne uno alla cieca? Molto spesso, invece di ricevere un errore, vi compare una pagina un po’ generica, e in genere ha sopra dei link. Si può trattare di una pagina di ricerca (ad esempio quella di MSN, che Internet Explorer mostra in automatico se il dominio che avete digitato non esiste), o di pura pubblicità, più o meno colorata e invadente; di solito si tratta di pagine generate in automatico.

Probabilmente, se vi è successo, vi sarete chiesti il perchè della fioritura di questo genere di pagine. La risposta è appunto il pay-per-click: perchè una parte non trascurabile degli utenti che arrivano lì sopra, spesso nemmeno capendo bene la differenza tra il sito che volevano vedere e quello che gli è arrivato, clicca su uno dei link che gli vengono presentati.

Questi link, a loro volta, sono generati da sistemi di advertising e contengono codici di affiliazione; il sito a cui portano si è impegnato a pagare un tot, anche solo qualche frazione di centesimo, per ogni utente che vi clicca sopra. Questa cifra viene raccolta da un provider di domain monetization, che a sua volta ne gira una parte al concessionario pubblicitario che trova i siti inserzionisti, se non è lui stesso; si trattiene la sua parte; e il resto va al proprietario del sito, che non deve fare nulla se non registrare un dominio inutile e affidarlo al suddetto monetizzatore.

Certo, direte voi, quanta gente mai andrà a digitare “yahii.com” invece di “yahoo.com“, e poi per giunta cliccherà su uno dei link? In percentuale, non molta, ma avete idea di quante persone usano Internet ogni giorno? (Oltre un miliardo.)

E così, sono presto nati i cosiddetti domainers, aziende che non fanno altro che registrare domini inutili e “metterli all’ingrasso” con un servizio di monetizzazione. Sono tutte potenziali miniere, non di pepite d’oro ma di briciole invisibili d’oro, che però messe insieme fanno un bel po’ di soldi. Già, perchè l’incasso è basso, spesso pochi dollari per dominio per anno, perchè se ne generasse di più ci sarebbe certamente qualcuno che registra quel nome per farci un sito vero; di solito si parla di domini che costano sei dollari l’anno (tariffa all’ingrosso da Verisign) e ne incassano tra i sette e i dieci. Basta però averne un milione…

A questo punto, però, si inserisce la competizione di mercato: come fare a trovare domini che siano liberi (impresa che, sotto .com – il TLD di gran lunga più usato – è praticamente impossibile per qualsiasi stringa sotto i dodici caratteri di lunghezza) ma che abbiano probabilità ragionevoli di venire digitati per sbaglio o a tentoni?

Beh, c’è un modo evidente: basta registrare i domini che scadono e non vengono rinnovati. Di sicuro in giro per la rete, nei motori di ricerca, in siti web, ci sono link a quei domini che sono ancora lì. Di sicuro ci sono persone, anche poche, che erano abituate a scrivere quel dominio nella propria barra degli indirizzi.

(In realtà, qui ho tagliato corto, perchè nel mondo reale, prima di quelli che comprano i domini scaduti per monetizzarli, ci sono quelli che li comprano per metterli all’asta, possibilmente al disperato ex proprietario che li ha persi per errore. Ma consideriamo solo i nomi troppo poco interessanti per essere messi all’asta.)

A questo punto, l’ingegno viene aguzzato dalla necessità: come fare ad assicurarsi il maggior numero di domini cancellati possibile? Beh, la data di scadenza di un dominio è pubblica; non lo è l’ora, ma basta accreditarsi per poche migliaia di euro come registrar (rivenditore di domini) – in modo da avere accesso diretto al registro, senza intermediari – e poi bombardare il registro di richieste, sperando di arrivare proprio nel momento in cui il dominio è stato appena cancellato.

Come risultato, si è arrivati, a fronte di una media di 20.000 domini .com scaduti e non rinnovati al giorno, a 120 milioni di richieste di loro registrazione al giorno, con una media di 6000 richieste al giorno per dominio. A questo punto, per ridurre il carico e il disturbo alle registrazioni “normali”, Verisign ha stabilito che tutti i domini scadono alle 14:00 EST, e le richieste si sono ridotte a 60 milioni, però tutte concentrate tra le 13:30 e le 15:30; molti registrar hanno reverse-ingegnerizzato l’algoritmo di cancellazione per stimare in quale preciso secondo un dato dominio verrà cancellato.

Siccome poi ogni registrar ha un tot prefissato di thread dedicati sul server di registrazione, per aumentare le probabilità si possono aprire nuovi registrar finti che si limitino a mandare richieste. Si stima che dei circa 600 registrar accreditati presso ICANN, 400 siano finte aziende create solo allo scopo di aumentare le probabilità di vincita dei domini cancellati.

Tutto questo è degenerato ulteriormente quando qualcuno si è accorto di una clausola delle regole di registrazione, che prevede che un dominio .com appena registrato possa venire cancellato dal registrar entro i primi cinque giorni, ricevendo indietro tutti i soldi. La clausola era stata introdotta per gestire errori, tipicamente casi di impazzimento del software automatico che invia le richieste di registrazione dal registrar al registro. Eppure, ai domainers offre una possibilità fondamentale: quello di registrare il dominio, tenere su la paginetta di link per cinque giorni, vedere quanti click genera, fare un rapido conto e capire se vale la pena di pagare i sei dollari per tenerlo per un anno: domain tasting, appunto.

A questo punto, potendo provare, si può anche andare oltre i domini scaduti: ad esempio, registrare tutte le stringhe di caratteri disponibili, o tutte le combinazioni di parole del dizionario, per vedere se si scopre qualcosa che la gente tende a scrivere di propria volontà più di frequente della media, e cercare subito di farci sopra dei soldi.

Come risultato, sul totale delle registrazioni di domini .com, ormai circa il 95% sono relative a prove che durano cinque giorni, mentre meno del 5% sono registrazioni vere. E se cercate di comprare un dominio .com, state attenti: è probabile che sia libero oggi, ma magari sparisca domani, per poi tornare disponibile la settimana prossima, facendovi impazzire.

E quindi, qui ad ICANN, si discute se tutto questo abbia senso, o se perlomeno non si possono trovare modi più efficienti di gestirlo, e regole più sensate… per quanto a questi americani l’idea stessa di avere delle regole dia fastidio; ed è tutto un fiorire di difesa della concorrenza e libertà di innovazione commerciale.

Ma a me questa cosa fa soprattutto pensare che l’economia occidentale ormai ha perso qualsiasi contatto con la realtà: va bene il passaggio all’era dell’informazione, ma qui mi sa che si sta passando direttamente all’era dell’economia robotizzata, in cui soldi veri passano di mano per eventi computerizzati che non hanno, nel mondo reale, alcun vero valore o significato.

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domenica 25 giugno 2006, 16:18

Et voilà

L’albergo in cui stiamo è classificato cinque stelle lusso, e dal sito sembra veramente fantastico. La verità, purtroppo, è che si tratta di una specie di vecchiotto villaggio vacanze per turisti francesi e spagnoli, con una irrimediabile atmosfera di Club Med, musica ad alto volume e allegria forzata.

In più, il tutto si esalta grazie a un servizio che associa la cortesia francese all’efficienza e all’organizzazione tipiche del mondo arabo. Stamattina, ad esempio, sul mio tavolo della colazione c’erano forchetta, coltello e tazza, ma mancavano tovagliolo e cucchiaino. Mentre prendevo il cibo dal buffet, è comparso il tovagliolo, ma non il cucchiaino. Così, quando dopo aver finito di mangiare ho dovuto zuccherare il caffè, ho preso la forchetta, l’ho girata dall’altro lato e col manico ho mescolato il caffè. Peccato che proprio in quel momento si sia materializzato il cameriere, che con impeccabile servizio, invece di darmi un cucchiaino, ha pensato bene di sgomitare un po’ per ritirarmi da sotto il naso il piatto sporco e il coltello.

Lasciandomi così bloccato, a bocca aperta, con una forchetta grondante di caffè in mano.

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sabato 24 giugno 2006, 21:20

Parigi val bene 90 minuti di treno

Eccomi, comincerò a raccontarvi del viaggio, da Torino a Marrakech via entrambi gli aeroporti di Parigi.

Il primo volo da Torino a Parigi è un teorico Air France; teorico, perchè (visto l’inarrestabile declino dell’appeal europeo di Caselle) è ormai svolto da una compagnia secondaria, con un aereo che dimostra almeno quarant’anni. Difatti, raramente ricordo di aver ballato così; certo, le ondate di calore non aiutano, ma mi faccio un viaggio piuttosto nervoso. In compenso, per una volta non ci sono nubi, e mi vedo in sequenza il Piemonte, le Alpi, il lago di Ginevra, e poi la pianura francese. Arriviamo a Parigi un po’ in ritardo.

Il terminal 2D di Charles de Gaulle è ancora in piedi; l’orgoglio francese è per il momento salvo. Tuttavia, ieri Parigi era tipicamente francese: inefficiente come l’Italia, ma con molta più spocchia. Le scale mobili di CDG sono rotte; alla stazione della RER si va a piedi, e un paio dei tapis roulant sono rotti anch’essi. Delle otto biglietterie automatiche, tre sono rotte, e le altre accettano soltanto monetine o carte di credito francesi, quelle col chip. “FRANCESI” è specificato su un foglio di carta aggiunto e sottolineato con ardore; ma non me la prendo, so che lo fanno essenzialmente per gli americani, che sono carta-di-credito-dipendenti. E quindi, mi tocca la coda alla biglietteria umana, per pagare soli 16,90 euro sola andata per un’oretta di metropolitana più trenino dalla RER a Orly. In compenso, però, almeno uno dei quattro sportellisti parla inglese; pertanto lo lascio al signore americano che cerca invano di capire il sistema di abbonamenti e zone della metro parigina.

Recuperato il biglietto, bisogna passare i tornelli (operazione di fronte alla quale una famigliola portoghese si arrende sconfitta; ma insomma, basta infilare il biglietto lì e riprenderlo là, suvvia…) e poi scegliere il treno giusto; sono tutte RER B, ma solo la metà ferma ad Antony, dove devo scendere per la coincidenza.

Salgo sul treno e comincia una specie di odissea, insieme a una bella ragazza polacca sommersa dalle borse e poi accerchiata dai banlieusards che salgono nelle stazioni intermedie. Il tempo stimato per tutto il percorso è di un’ora, ma dopo mezz’ora passiamo sotto la Gare du Nord, e siamo solo a un terzo. Il treno si riempie, e davanti a me si siede una signora nera con una bambinetta incontenibile, che comincia a rovesciare calci e pugni dappertutto; ma è molto simpatica.

Ad Antony si scende, e si percorre tutta la piattaforma fino in fondo, dove c’è la stazione dell’Orlyval; sì, come dice il nome, è proprio un’altra istanza della metropolitana dei puffi che ora abbiamo anche noi a Torino. Collega la RER ai due terminali di Orly, Ouest e Sud; attimo di panico, ma poi noto una piccola S accanto a Paris Orly sul mio biglietto e capisco dove devo andare. La VAL ha le carrozze piccole, ma tira parecchio; in pochi minuti siamo al vecchio aeroporto di Parigi. Peccato che ci abbia messo quasi due ore in tutto…

Dovete sapere che a Parigi gli aeroporti sono rigidamente suddivisi per razza; al nuovo, luccicante, moderno Charles de Gaulle i voli per l’Europa, l’America e l’Asia, pieni di uomini d’affari e turisti d’alto bordo; al vecchio, fatiscente e semiabbandonato Orly i voli per i negri, gli arabi e gli straccioni del low cost. Scopro così un po’ di nuove compagnie aeree (Air Burkina??) e, facendo lo slalom tra cartongesso cadente e poltroncine anni ’70, mi avvicino al check-in del mio volo, che sarebbe un Corsair (compagnia francese che serve Africa e Caraibi), ma si rivela in realtà un Jet4You.com. Voi vi fidereste a volare con una compagnia di tal nome? Io mi sono fidato.

Attendo il volo al ristorante del terzo piano, desolante nel suo semiabbandono; si distingue per un chiosco di “pasta italiana” dallo sconcertante slogan “Pasta… e tutti!” (ma cosa avranno voluto dire?). Mi redirigo sul cuscus, e perdo dieci minuti di coda dietro a un gruppo di otto africani diretti in Congo (cinque dei quali bambini, come da perfetta statistica del continente); hanno avuto il pasto gratis per ritardi, ma non sanno bene che fare, mentre i bambini giocano a tirarsi tra loro il pane in testa (pane che poi viene prontamente rimesso nel cestino per i clienti successivi). Al tavolo, però, incontro il mio collega di meeting americano, Milton Muller, che sembra più spaesato di me.

Facciamo la fila insieme, ma ci separa il controllo passaporti, dove per gli europei c’è una fila di venti minuti abbondanti. Sono ormai quasi le nove, e improvvisamente tutti diventano scortesi (beh, no: sono scortesi di default, in quanto francesi, ma diventano ancora più scortesi del solito). Ci metto un po’, poi capisco il motivo: stasera gioca la Francia! Il volo parte in ritardo, pare per mancanza di personale a terra per preparare il gate (chissà quanti si sono dati malati stasera…). L’aereo però è più che decente, meglio dell’Air France del primo volo. Ci danno persino una pseudocena mangiabile, per quanto confezionata il giorno prima (insalata di pasta, simil-tofu alle verdure e un dolcetto buonissimo). E poi, la chicca: a un certo punto si apre l’altoparlante e il pilota esclama: “Signori, sono il pilota, sono lieto di annunciare che la Francia è passata in vantaggio!” Ovazione! Ma mai come l’ovazione di quando ha annunciato il raddoppio… penso che su tutto lo spazio aereo franco-mediterraneo le torri di controllo ritrasmettessero la partita invece che le informazioni di volo.

L’atterraggio è stato tranquillo, e Marrakech in notturno dall’alto è molto bella. Naturalmente, recuperare i bagagli è stata un’impresa: ci sono due moli, su cui i bagagli vengono sparpagliati a caso, un po’ sul numero 1 e un po’ sul numero 2, finchè ci stanno; così decine di persone corrono da uno all’altro cercando di trovare le valigie di qua o di là, o più spesso un po’ di qua e un po’ di là.

All’uscita c’è un grande cartello “TAXI – 50 dirhams”, ma i taxi non sono in fila, nè sono distinguibili; ce ne sono di varie fogge e colori, parcheggiati a caso davanti al terminal, e gli autisti si contendono i clienti. Io ho chiesto a tre diversi, ma non ne ho trovato uno che accettasse meno di 200 dirham (20 euro), e così ho detto: va bene, basta che mi dia una ricevuta. Il modo di averla, naturalmente, è stato pagare in anticipo il mio autista, perchè lui pagasse un tassista ufficiale, che facesse la ricevuta, che poi finisse a me. Però alla fine mi ha portato nel posto giusto, intrattenendomi su quant’è bella l’Italia, dove lavorano due suoi fratelli.

Ma di Marrakech vi parlo nella prossima puntata!

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sabato 24 giugno 2006, 17:11

Cose che succedono

Naturalmente, poi succede di finire di controllare la posta e incappare in messaggi come questo. Anche se si tratta di persone con cui hai soltanto relazioni pubbliche, dopo anni di meeting si sviluppa comunque una certa familiarità, se non amicizia; una cosa del genere non può non lasciare basiti.

Bisognerebbe sempre ricordare che nulla, nella vita, è garantito, e tutto può esserci tolto in un attimo, senza preavviso. Forse ci aiuterebbe a tenere più da conto le cose veramente importanti, e a trattare meglio le persone che ci vogliono bene.

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sabato 24 giugno 2006, 16:53

Il primo impatto

Sono arrivato, e appena posso vi manderò un po’ di racconti del viaggio e del primo impatto con Marrakech.

Per ora solo una nota: prima di andare in un posto, assicuratevi di accertarne il fuso orario prima di partire… altrimenti potrebbe succedere di arrivare a notte tardissima, venire messi in una camera priva di qualsiasi orologio, avere un televisore che mostra solo canali stranieri, tirare a indovinare il fuso, e alzarvi al mattino un’ora prima del dovuto :-)

Una nota di biasimo iniziale per gli organizzatori, per spiegare la mia scarsa assiduità nei post: va bene che i requisiti di ICANN dicono che bisogna assicurare a tutti i partecipanti connettività wireless gratuita “almeno nella lobby dell’albergo”, ma da qui a piazzare un unico e solo access point nel bel mezzo dell’atrio, in un posto scientificamente scelto in modo da non avere posti a sedere, e con la potenza tarata al minimo in modo che già a dieci metri di distanza non prenda più – il tutto per vendere meglio l’ubiquo e costosissimo accesso wi-fi a pagamento dell’albergo stesso – ce ne passa.

D’altra parte, il giro mattutino in centro città mi è costato una settantina di euro in acquisti “raccomandati” con prezzo fai da me e in guide turistiche autoingaggiatesi; diciamo che termini come “commerciante”, “caos”, “bassifondi” e “fregatura per turisti” sono stati completamente ridefiniti in sole tre ore di visita in Marocco; l’asticella è stata spostata di parecchi ordini di grandezza. Ma di questo avrò modo di raccontare più tardi: ora scappo a vedere Germania-Svezia con la pattuglia tedesca.

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venerdì 23 giugno 2006, 14:22

In partenza

Tra pochi minuti uscirò di casa per andare a Caselle e prendere il mio aereo a destinazione Marrakech, via entrambi gli aeroporti di Parigi (il trasferimento via RER da Charles-de-Gaulle a Orly si profila abbastanza da incubo). Lo scopo è il solito meeting di ICANN, che non mancherò di raccontare per quel di interessante che ci potrà essere (ossia molto poco, visto che la rilevanza di questi meeting decresce col tempo e con il crescere del budget dell’organizzazione).

Le note sul come sia un po’ malinconico viaggiare da soli non le aggiungo nemmeno più.

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giovedì 22 giugno 2006, 11:11

Mezze stagioni

E’ soltanto il 22 giugno, ma stamattina, pedalando per le vie di Lucento, sembrava di essere al mare: tutti per strada in pantaloncini e ciabatte, camminando spossati per il caldo opprimente e l’umidità afosa, sotto il cielo grigio di nuvole di calore. Anche le bandiere italiane ai balconi (ormai sono quasi in numero comparabile a quelle granata) fanno molto estivo, come tutti i grandi eventi sportivi.

Ma se è così adesso, come sarà agosto?

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giovedì 22 giugno 2006, 11:05

Cambiare programma di posta in Ubuntu

Se volete rendere Mozilla Thunderbird il vostro programma di posta preferito in Ubuntu Linux, è sufficiente (dopo averlo installato dal gestore applicazioni Synaptic, in Sistema | Amministrazione) andare in Sistema | Preferenze | Applicazioni preferite.

Non selezionate Thunderbird dal drop-down, ma inserite il comando personalizzato

mozilla-thunderbird %s

In questo modo, se Thunderbird è già aperto vi si aprirà soltanto la finestra aggiuntiva per comporre il nuovo messaggio.

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