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Archivio per il mese di settembre 2010


giovedì 30 settembre 2010, 09:52

Cosa vuol dire “ognuno vale uno”?

Un paio di giorni fa ho inviato a coloro che si sono registrati sulla mia piattaforma di partecipazione (che al momento, in attesa di quella promessa da Grillo, non è più stata sviluppata) una serie di domande relative al “tema caldo” nel Movimento torinese in questi giorni: la definizione di candidati e programmi per le prossime elezioni comunali.

Ho ricevuto una dozzina di risposte, tutte ben argomentate e interessanti, e allora mi sembra utile aprire il dibattito anche qui e riceverne altre. L’argomento sarà discusso in una riunione lunedì prossimo; nel frattempo, aspetto di sapere cosa ne pensate.

Ecco il testo del messaggio con le domande; aspetto risposte nei commenti.

Vorrei ora consultarti su una questione che verrà discussa nelle prossime settimane: il metodo di definizione di candidati e programmi per le elezioni comunali torinesi del prossimo anno.

E’ in corso infatti una discussione tra diversi punti di vista: c’è chi sostiene che la sovranità sul Movimento è dei cittadini e dunque che almeno le candidature e i punti chiave del programma vanno decisi in votazioni primarie aperte a tutti, svolte nelle piazze e tramite la rete, e chi sostiene che è meglio, per evitare infiltrazioni e per garantire una decisione più esperta, affidare tali scelte soltanto agli “attivi” del Movimento, ovvero a chi partecipa regolarmente alle riunioni fisiche. Sono poi naturalmente possibili anche le vie di mezzo, come ad esempio che soltanto chi è stato attivo nel Movimento per un certo periodo possa candidarsi, ma che siano comunque i cittadini a scegliere tra i vari possibili candidati.

Io vorrei capire dunque la tua opinione: come la pensi?

Cosa vuol dire per te “ognuno vale uno”? Ritieni che questo sia un principio fondamentale, o tutto sommato la partecipazione dal basso non è così importante purché il Movimento resti fedele ai suoi principi?

Pensi che la scelta dei candidati tocchi a tutti i cittadini, o solo agli attivisti del Movimento?

Ritieni giusto che qualsiasi torinese possa candidarsi nelle nostre liste o vorresti liste composte soltanto da persone che già hanno partecipato negli scorsi anni?

Sarebbe giusto accogliere anche candidati espressi da comitati e gruppi spontanei, magari sollecitati dal Movimento stesso tra persone che non sono mai state attive ma che hanno raggiunto posizioni di rilievo nella “società civile” senza mai schierarsi coi partiti, o meglio di no?

Secondo te, la scelta dei candidati (specie del candidato sindaco, che sarà la voce del Movimento durante la campagna elettorale) è importante oppure più o meno chiunque può andare bene purché rispetti i requisiti? In altre parole, cosa caratterizza secondo te un buon candidato?

In generale, tu personalmente riterresti giusto essere coinvolto almeno sulle grandi scelte (candidato sindaco, temi forti del programma) o vorresti delegare anche queste scelte a chi è più attivo? E in questo caso, che genere di attivismo “conta” per avere diritto a dire la propria? La partecipazione alle attività sul campo, quella alle riunioni organizzative, la diffusione delle idee del Movimento su Facebook o via Internet…?

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mercoledì 29 settembre 2010, 11:30

Noi italiani e gli altri italiani

Ieri mattina, sul mio volo Ryanair per Londra, ho incontrato il mio ex capo dei tempi di Vitaminic, Adriano Marconetto, attualmente amministratore delegato di Electro Power Systems. Sul treno da Stansted a Londra abbiamo chiacchierato – oltre che del suo mestiere, ovvero l’energia – dello stato dell’Italia e del mondo; alle volte eravamo d’accordo e altre no, ma abbiamo concluso che l’Italia ha grandi potenzialità che sono però bloccate dalla mentalità furbetta di una parte del Paese, quella che vive a sbafo grazie alla politica, ai suoi sprechi e ai posti di lavoro farlocchi che essa crea per gli amici, drenando soldi a tutti gli altri.

Alla stazione di Liverpool Street ci salutiamo, e io prendo la metro. Salgo sul treno pieno di inglesi, e dopo pochi metri dalla partenza vedo una signora sui quarant’anni, dall’aria molto latina, precipitarsi verso l’unico posto a sedere rimasto libero nel vagone. Nonostante lo scatto, davanti al sedile c’è un altro signore che si siede prima di lei. La signora sbuffa, poi nota in un angolo, sopra un altro posto a sedere occupato da un ragazzo, un adesivo che dice “Priority seat for elderly and disabled people”.

Allora si avvicina con un altro scatto, apre la borsetta, ed estrae un pezzo di cartone arancione con un grosso disegno di una sedia a rotelle. Lo agita davanti al ragazzo e lo invita ad alzarsi per farla sedere; il ragazzo, contrito, subito si alza e la signora si spaparanza sul posto. Mentre mette via nella borsetta il pezzo di cartone, riesco a vederlo meglio; c’è scritto, in italiano, “PERMESSO DI CIRCOLAZIONE”. Non era la tessera dei disabili di qualche istituzione inglese, bensì il permesso emesso da qualche città italiana per la circolazione delle auto dei disabili nelle zone a traffico limitato, anche se la signora era chiaramente in perfetta salute e camminava senza il minimo problema.

Ora, di gente che parcheggia abusivamente per l’Italia con il contrassegno disabili del nonno che non ha nemmeno più la macchina ne ho vista parecchia, ma che adesso questi abusino pure del suddetto contrassegno per sedersi a sbafo sulla metropolitana di Londra è davvero pazzesco. Se non li prendiamo a calci nel sedere noi altri italiani, che li manteniamo e li subiamo, prima o poi il mondo prenderà a calci nel sedere tutta l’Italia, e a buona ragione.

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lunedì 27 settembre 2010, 19:17

Dopo Cesena, il sole

L’evento di Cesena è andato oltre le mie aspettative, lo dico subito: come sapete temevo di finire sotto la pioggia nel pantano a sorbirmi musica poco interessante, e invece… invece sono stati davvero due giorni indimenticabili, baciati dal sole e dall’energia naturale e rinnovabile delle persone. Aveva ragione Beppe: per un Movimento fuori dagli schemi è stato davvero meglio fare una festa così, con una marea di gente contenta solo per essere lì con altra gente che condivide la stessa visione del mondo e la stessa voglia di cambiamento, piuttosto che organizzare una serie di incontri e dibattiti nello stile della politica tradizionale.

Che poi, come saprete, gli incontri li abbiamo organizzati, e sono andati bene, e sono stati interessanti, e però… a un certo punto, di fronte all’ennesima discussione sulla teoria della politica partecipativa, credo di aver visto la luce… e sono tornato sotto il palco ad ascoltare la musica in mezzo a decine di migliaia di persone. Perché sì, le teorie sono importanti, le idee sono importanti, l’organizzazione è importante; ma prima ancora è importante l’empatia, il sentirsi parte del tutto, un pezzo di una armonia. Sì, è importante la politica, entrare nelle istituzioni per cambiarle, ma prima ancora è importante non perdere il contatto tra noi, non isolarci, non venire così presi dalle discussioni politiche da perdere di vista che il cambiamento più importante è quello culturale, è lo stare insieme con un sorriso – un atto assolutamente rivoluzionario, in una società che ci vuole soli e inermi di fronte al controllo e alla schiavitù morbida del consumo.

A Cesena si è ricreata per due giorni quell’atmosfera magica che già ci aveva avvolto verso la fine della campagna per le elezioni regionali; quella in cui tutti condividono l’obiettivo, in cui non esiste io che non sia parte del noi, del grande flusso delle cose. Spero che quella atmosfera possa arrivare un po’ anche qui a Torino, dove il clima, a livello di Movimento cittadino, è alle volte tutt’altro. Spero che, se proveremo a cimentarci con il cambiare la città, lo faremo sul serio: portando migliaia di persone in piazza per un mondo nuovo, invece di chiuderci in una stanza a parlare di politica litigando pure tra di noi; perché davvero ho la sensazione che la politica, senza l’energia del sogno, potrà soltanto farci marcire.

Volevo comunque ringraziare tutti quelli che ho conosciuto o ritrovato e con cui ho scambiato due chiacchiere, e perdonatemi se in certi momenti ero fuso dalla stanchezza, se magari non vi riconosco al volo, se non sento bene cosa dite. Vorrei applaudire vari artisti, alcuni hanno davvero spaccato (cito i Linea 77 e il Teatro degli Orrori, ma ce ne sarebbero tantissimi, e non li ho nemmeno sentiti tutti, anzi non perdonerò la discussione che mi ha fatto perdere l’esibizione di The Niro). Mi piacerebbe montare un filmato del dietro le quinte, per farvi vedere cosa è stato davvero – dall’incontro di wrestling con la bici del consigliere Bono da mettere sulla cappelliera del treno, fino alla cura maniacale della raccolta differenziata (però dalle nostre tende non c’erano i bidoni, maledetti! ho dovuto trasportare tutto per un pezzo).

Intanto, comincio con questo: i primi dieci minuti del concerto “after hours” organizzato dal Movimento 5 Stelle Piemonte (cioè da Paolo Vinci, l’unica persona veramente indispensabile senza cui il Movimento piemontese non sarebbe mai esistito). A forza di portarsi a spalle casse e mixer, Paolo è riuscito a far esibire a Woodstock 5 Stelle nientepopodimeno che Tony Troja (che poi, partecipando alle nostre discussioni e girando per la festa, si è rivelato davvero un grande). E’ stato un momento di felicità condivisa; e in fondo è noto da tempo che solo una risata li potrà seppellire.

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venerdì 24 settembre 2010, 16:51

Verso Cesena, in un pomeriggio di pioggia

Domani mattina, allora, si va a Cesena. Si va per divertirsi, si va per stare insieme, si va per parlare (e ricordo qui una lista di incontri dedicati a tutti gli attivisti del Movimento d’Italia, per discutere dal basso i problemi del Movimento). Domani si va, e oggi piove. E’ appena iniziato l’autunno e ci aspetta l’inverno: probabilmente uno degli inverni più difficili della storia d’Italia.

Vorrei dunque sottoscrivere le parole di speranza di Roberto Fico, che sono vere, ma sono soltanto mezza parte della verità. Ha fatto scalpore qualche tempo fa un libro che analizzava la geopolitica delle emozioni, concludendo che il continente della speranza è l’Asia, mentre l’Occidente è pervaso di paura e il mondo islamico di umiliazione e sete di vendetta; e, secondo me, non è che ci volesse uno studio scientifico per saperlo. L’Occidente sta elaborando il lutto per la fine del proprio modello socioeconomico; e in questo forse l’Italia è pure più avanti, e mentre gli americani sono ancora allo stadio della negazione o della rabbia, noi siamo già in piena depressione.

Oddio, anche tra noi ci sono ancora molti che negano; la tristezza di ieri si è estesa vedendo il video di Noemi Letizia un anno dopo, gonfiata come un canotto da un chirurgo estetico di quarta mano, mostruosa a nemmeno vent’anni, a sparare cazzate sulla donna “chic ma casual” e a sognare di “sicuramente diventare una donna in carriera, avere un bel futuro”, senza avere la minima capacità di concepirlo in pratica; a restare aggrappata a un’ombra di futuro da velina che le è già svanita tra le dita.

A Cesena penseremo anche a lei, a tutti gli italiani come lei, che prima o poi scopriranno la verità, quando questo Paese marcio crollerà loro in testa. Ma loro sono il simbolo di quanto le cose siano messe male, di quanto sia difficile la nostra missione.

Ormai sono quasi tre anni che dedico buona parte della mia vita al Movimento, o meglio alla speranza di poter costruire un’Italia migliore. Mi avete preso in mezzo: è stato bello, bellissimo, ma anche devastantemente pesante. Spesso noi, quelli che sono visti un po’ (e immeritatamente) come un riferimento, ci sentiamo deboli, soli. Facciamo tutto il possibile, ma non siamo capaci di fermare la valanga. Chiediamo partecipazione e otteniamo consenso: vi ringraziamo, ma non avete capito la domanda.

Siamo qui, a sparare con una pistola ad acqua contro i carri armati della vecchia modernità, contro la televisione, contro il capitale, contro centocinquant’anni di ideologie. Ci chiediamo chi ce l’ha fatto fare, per poi risponderci che qualcuno lo dovrà pur fare, e stringere i denti. Siamo assediati anche in casa nostra, attorno a noi ci sono legioni di invecisti (come da geniale definizione di Beppe), di persone che si lamentano perché non hai ancora risolto il loro problema personale su cui peraltro non hanno mai mosso un dito; di complottisti, quelli che siccome non parli di signoraggio sei al soldo della CIA; di generali senza esercito, quelli che il Movimento non va bene per questo e quest’altro motivo e allora bisogna fondare un altro movimentino con le stesse idee ma con loro a capo; di pavidi, quelli che ti aiutano ma solo a metà perché sono d’accordo con te però, nel dubbio, è meglio non esporsi troppo; e di Savonarola a comando, quelli che sono in grado di attaccarti un pippone infinito contro il “leaderismo” di Bono & Bertola & chiunque si sia sbattuto in passato, per poi organizzarsi con gli amici e candidarsi a leader.

Se siete tra questi, non vi offendete; siamo sicuramente noialtri che non siamo degni (o meglio: io non sono degno, tutte queste persone che pensano di essere gli statisti del futuro lo saranno senz’altro, non mi permetto di giudicare). In fondo, io mi ero soltanto rotto le scatole di prendere la mia bici, imboccare la pista ciclabile di corso Vittorio e schiantarmi contro l’edicola o i SUV parcheggiati in divieto; ho provato a fare qualcosa, ma ogni passo avanti è una fatica, perché attorno a me è pieno di gente che magari non è nemmeno in cattiva fede, però è distintamente italiana. Tutto lì.

Vi ringrazio dunque per il giro di questi anni, e impacchetto le mie cose verso Cesena. Sono curioso di capire dove andrà questo Movimento da grande; spero di tornare con risposte positive, e in una giornata di sole.

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giovedì 23 settembre 2010, 16:58

I nuovi mostri

Mi ha fatto molta tristezza, una tristezza infinita, leggere l’articoletto che Però Torino dedica alle abitudini culinarie dei nostri due consiglieri regionali, Bono e Biolé.

L’articolo – che prende per il culo i due in quanto avrebbero rifiutato le “veterofasciste” ricette della mensa della Regione, pretendendo e ottenendo l’inserimento nel menu della pasta integrale – è, ovviamente, una montatura: tale richiesta non è mai stata fatta. La richiesta è stata quella di poter avere l’acqua del rubinetto in caraffa invece che quella in bottiglia di plastica, e in generale di evitare l’utilizzo di contenitori usa e getta: calcolando che gli utenti della mensa sono alcune centinaia al giorno, l’impatto ambientale di una azione piccola ma semplice come questa è comunque non trascurabile, né si capisce perché le istituzioni si debbano riempire la bocca di inviti alla “sostenibilità ambientale” senza mai praticarla per prime.

Le voci dicono che la mensa abbia accettato di servire l’acqua in caraffa gratuitamente solo per loro, dato che dire di no a un consigliere regionale (persino se di opposizione all’opposizione) non rientra nelle abitudini di un dipendente pubblico, e che questo abbia provocato mugugni in tutti gli altri dipendenti, costretti invece a pagare le bottigliette; al che si sarebbe giustificata la cosa dicendo che “sono vegani”. Cosa c’entri l’essere vegani con la bottiglietta non si sa, e anzi fa un po’ specie l’ignoranza totale che sottende alla cosa; ma fa capire bene come in questi ambienti siano loro, i grillini, ad essere visti come i nuovi mostri – vegani perché, chissà, verranno da Vega.

Bestie strane, che praticano riti incomprensibili, azioni inspiegabili (solo perché non ci si preoccupa di cercarne una spiegazione sensata), e che non si confondono con la folla: questo è appunto il ritratto che ne fa il giornalista di Però. E dunque il problema non è l’ironia, che spesso pratichiamo da soli abbondantemente; è la tristezza di una informazione che non si preoccupa di chiamare e chiedere, di capire il problema di cui dovrebbe parlare, ma è soltanto diretta a prendere in giro i “mostri” in quanto tali, in quanto diversi dagli altri.

Fa specie che questo avvenga nell’Italia di oggi. I mostri, i diversi, non sono gli imprenditori che licenziano, i mafiosi che ammazzano, i difensori della famiglia con tre amanti e così via. I mostri non sono un Presidente del Consiglio e un Presidente della Camera che litigano come due ex coniugi isterici e che usano qualsiasi tipo di istituzione, dal Parlamento ai servizi segreti, come un oggetto contundente da tirarsi addosso nella rissa; i mostri sono gli altri, quelli che non si comportano così.

Rischiamo ancora che, la prossima settimana, il governo Berlusconi cada non per la furia indignata degli italiani, in gran parte impegnati a prendere per il culo i diversi e prendersela nel culo da chi comanda, ma per le manovre di palazzo di gente come il leggendario Deodato Scanderebech: eletto all’opposizione nell’UDC, entrato alla Camera a inizio agosto in subentro a Vietti si è direttamente iscritto al gruppo del PDL, battendo ogni record di incoerenza; dopodiché, dopo meno di due mesi, oggi ha annunciato il suo ritorno all’UDC, abbandonando la nave di Berlusconi forse diretta verso gli scogli e sottraendo uno al famoso conto dei 316. Come diceva solo sei mesi fa nello spettacolare inno del suo partito-persona Al centro con Scanderebech, che riportiamo più sotto, “i valori lo sai non sono in vendita, servono fatti e pura lealtà”.

Io credo che le cose da sbeffeggiare sarebbero queste; e allora viene sempre tristezza, quando ci si rende conto di come moltissimi italiani siano perfettamente abituati all’Italia in cui vivono, e trovino risibile l’idea di concepirne una diversa.

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mercoledì 22 settembre 2010, 17:28

Un disastro chiamato Caselle

Da un po’ di tempo mi capitava di prendere l’aereo da Malpensa, per un motivo o per l’altro. Per quest’ultimo viaggio ho invece insistito per viaggiare da Caselle; bene, è successa una tale serie di cose che me ne sono dovuto pentire. L’aeroporto dovrebbe essere una risorsa per la città, e invece pare essere soprattutto una palla al piede…

All’andata, ho provato ad andare a Caselle con i mezzi pubblici (in tutto il mondo si va all’aeroporto coi mezzi pubblici; il collegamento aeroportuale è in genere la prima preoccupazione dell’azienda di trasporti). La situazione di Caselle è notoriamente infelice: si può scegliere tra un treno-lumaca ogni mezz’ora e non collegato con niente – per cui ora hanno aggiunto una navetta di collegamento tra Porta Susa e Torino Dora, ma a forza di salire e scendere i tempi sono lunghissimi – e un bus carissimo (6,50 euro), ancora meno frequente del treno e nemmeno diretto, che attraversa i paesi raccogliendo casalinghe e studenti.

Io sono fortunato, perché da casa mia col 2 posso arrivare direttamente alla stazione Madonna di Campagna, da cui passa il treno. Esiste un biglietto integrato da 3,80 euro, nel quale è compresa anche la tratta in bus; peccato che sia venduto soltanto all’aeroporto, nelle stazioni della Torino-Ceres e in un paio di uffici GTT in centro. In pratica, sono stato costretto a pagare un euro extra per il biglietto del 2, e poi a comprare il biglietto a Madonna di Campagna.

In tale stazione, peraltro, vi è una piccola biglietteria messa dalla parte opposta rispetto all’ingresso di chi arriva fin lì col pullman, presidiata da una signora che, quando sono arrivato, stava tranquillamente leggendosi le sue carte seduta a un tavolo – nonostante il treno fosse proprio in arrivo. Ovviamente l’operazione è stata svolta con tutta calma e ovviamente ho perso il treno; per fortuna ero molto in anticipo e ho potuto prendere il successivo, e con me altre 4-5 persone che hanno perso il treno per lo stesso motivo.

Mi era già successo una volta anni fa: arrivando, la biglietteria era deserta, e solo dopo che il treno era passato lasciandomi lì la bigliettaia si era palesata: era al bar. Inutile dire che, in una stazione in cui passa un treno ogni mezz’ora e dunque la biglietteria serve per cinque minuti ogni trenta, uno potrebbe anche andare al bar in un altro momento; per non parlare del fatto che, in una linea così lenta, la bigliettaia potrebbe anche avvertire il treno fermo al piano di sotto che ci sono ancora persone in coda che devono prenderlo. Comunque, non ci sarebbe stato problema se, semplicemente, io avessi potuto comprare il biglietto del treno in anticipo da qualche parte.

Arrivati all’aeroporto, altra scenetta non da poco. Ai controlli di sicurezza metto la mia roba sul nastro, passo una volta, suona. Mi tolgo la cintura, ripasso, suona di nuovo. Non ho più niente di metallico addosso, pazienza, sarà regolato sul minimo: l’addetto allora prende e… mi aspetto che, come in tutti gli aeroporti del mondo, mi perquisisca con il metal detector portatile; invece no, comincia a palparmi direttamente con le mani, perché evidentemente non è dotato della macchinetta. Dietro di me un gruppo di fiamminghi anche loro diretti a Bruxelles, stessa scena; in più, l’addetto non parla mezza parola di inglese. Alla fine, sbuffando, questi gli dicono “airport language is English, not Italian”. Ma l’addetto non ha capito nemmeno quello.

Tralasciamo la successiva scoperta per cui la lounge per i clienti di Brussels Airlines si trova prima dei controlli di sicurezza e non vicino ai gate (anche questo non è esattamente uno standard internazionale) e veniamo al ritorno: atterro domenica sera alle 20. L’aereo non viene attaccato ai “finger” del terminale (costeranno troppo?) ma viene parcheggiato sul piazzale: lo sbarco avverrà col bus. Peccato che il bus non ci sia: per qualche minuto, con tutti i passeggeri già in piedi e pronti a scendere, il comandante è costretto a ripetere che “we are waiting for the bus to arrive”.

Alla fine il bus (marcato Aviapartner) arriva, ma sull’aereo c’è una persona che cammina con difficoltà e ha bisogno di assistenza; l’assistenza non c’è. La signora scende a fatica dalla scala appoggiandosi su un bastone con l’aiuto di un altro passeggero e si pigia col bus in mezzo agli altri. Arrivati nel terminal, mentre attendiamo i bagagli, arriva un ragazzo di corsa: comincia a dire all’anziana signora che “c’è stato un casino” (testuale) e, con molta gentilezza ma un linguaggio non proprio formale, racconta che loro sono arrivati ancora dopo e che non hanno trovato più nessuno, perché lo sbarco era già avvenuto.

Nel frattempo attendiamo i bagagli, chi con il treno da prendere, chi con amici e parenti fuori ad aspettare. Aspettiamo, riaspettiamo, aspettiamo ancora… alla fine l’attesa da quando siamo arrivati davanti al nastro a quando esso ha cominciato a girare è stata di 19 (diciannove) minuti. Nel gruppo c’erano due signore africane che commentavano che il loro aeroporto di provenienza nell’Africa nera era stato molto più efficiente. Non so se questi siano i colleghi dei famosi lavoratori cassintegrati della vertenza in atto, ma se lavorano così, è facile prevedere ulteriori licenziamenti.

Prendo il bagaglio, esco, mia mamma è venuta a prendermi, arriviamo all’auto parcheggiata nella zona “i primi 30 minuti sono gratis ma poi ti saccagniamo”, istituita dopo anni di proteste popolari perché la cifra richiesta a chi parcheggiava per aspettare e prendere qualcuno arrivava anche a 6-7 euro. Mi viene il dubbio che l’attesa dei bagagli sia concepita per farti superare i 30 minuti di sosta e saccagnarti. Comunque, non solo l’area è piena, ma di fronte alla sbarra di ingresso c’è una lunga coda di auto ferme in attesa che si liberi un posto, in modo da poter entrare. La coda intasa il passaggio; d’altra parte non ci sono alternative, e l’area è ridicolmente piccola (saranno una trentina di posti in tutto). Dietro di essa c’è un’altra area parcheggio, credo per dipendenti, praticamente vuota. Dall’altro lato, nel multipiano, c’è una nuova area parcheggio riservata ai possessori di una misteriosa tessera – completamente vuota pure quella. Ma la strada è intasata di gente che non trova parcheggio. Geniale.

Sarebbe bello poter dire “cambiate quel dirigente, cambiate quel fornitore e tutto si risolverà”. Qui il problema è alla radice: è un intero sistema cittadino, dal Comune a GTT, da Sagat alle aziende private, che funziona al peggio; che con l’obiettivo di fare soldi a breve distrugge le prospettive future e spinge i torinesi a usare gli aeroporti di Milano – o anche, specie per le aziende, a trasferircisi direttamente. Certo che la situazione di Caselle è davvero disperante.

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martedì 21 settembre 2010, 16:21

Brutti e cattivi

Nonostante le due vittorie consecutive, la contestazione a Urbano Cairo non si placa e anzi aumenta. Allo stadio sono sempre di più i tifosi che espongono sciarpe e bandiere color nero-oro, in ricordo dei primissimi colori sociali del Toro, come segno di attaccamento alle radici e disconoscimento dell’attuale gestione della società, e come invito a Cairo ad andarsene. E poi, dopo che qualche settimana fa un atto simile era avvenuto davanti alla sede sociale di via Arcivescovado, nella notte di domenica ignoti hanno imbrattato il portone e fatto esplodere un petardo davanti alla sede della Cairo Communications di corso Magenta 55 a Milano.

Vi è, in un certo senso, una coincidenza e insieme una concorrenza di azione tra due gruppi diversi: gli ultras con i petardi, i tifosi organizzati con i colori allo stadio. Non si sa dunque se l’atto di domenica sia stato un complemento o piuttosto una risposta alla crescente riuscita della protesta nero-oro, che viene da quei forum verso cui gli ultrà hanno sempre avuto un rapporto di scarsa fiducia, perché visti come ricettacolo di “leoni da tastiera” e di moralisti da strapazzo.

Anche ieri, comunque, i moralisti si sono fatti vivi, specialmente sul forum più favorevole a Cairo (per qualche forma di autoselezione, i forum si sono col tempo divisi; a grandi linee, su Forzatoro i tifosi più indipendenti e critici, su Toronews i residui adoratori di Urbano). E anche ieri sono partiti i pipponi, le dissociazioni, le critiche. Bisogna dire che sono partiti da una minoranza – anzi c’erano tanti tifosi che si lamentavano “tutto qui?” – ma sono partiti.

So che tirare un paragone tra questa vicenda e le contestazioni a Schifani non piacerà a molti: perché sono molti che criticano quelli che “scendono in piazza solo per una squadra di calcio” (ma ognuno sarà libero di scegliersi le proprie cause?). In realtà, la contestazione a Cairo è anche, esplicitamente, una contestazione al sistema (indipendente dai risultati calcistici, come dimostra la scelta dei tempi).

Cairo è il tipico presidente da pay-tv; un fenomeno mediatico basato sulle promesse mai mantenute e sulla manipolazione attenta della comunicazione. Cairo è il calcio moderno, quello in cui i conti sono finanziari prima che sportivi, quello in cui i campionati sono asserviti alle televisioni, dominati dalle stesse tre squadre e completati sempre più spesso da squadre-carneadi di ultraprovincia, inconsistenti e prive di tifosi, che hanno il solo merito di avere un patron dalle tasche profonde e con un paio d’anni di consenso pubblico da comprarsi. E’ il calcio sfibrato e virtualizzato da anni di politiche apparentemente assurde e invece mirate proprio a questo.

Capirete che sentire dunque parlare in questo caso degli ultrà “violenti, brutti e cattivi” lascia perplessi… intanto perché violenza non è stata, dato che al massimo si è scheggiato un portone. E poi, perché sembra che l’unico ruolo concesso al cittadino italiano pare essere quello di chinarsi e subire all’infinito, senza mai alzare la voce, limitandosi al massimo a qualche sfilata di piazza subito e completamente ignorata. E’ un messaggio che i tromboni di regime ripetono all’infinito e non per caso, ed è triste vedere quanti gli vadano dietro, confondendo la non-violenza con la mancanza di dignità e di coraggio nell’affermare le proprie idee, anche a costo di pagarne conseguenze economiche, legali e sociali in termini di ritorsioni (che da noi non mancano mai).

Che ciò avvenga per il calcio può far deprimere, e anche giustamente, chi si sbatte spesso da solo per cause più meritorie; ma preferisco comunque chi va a lasciare la sua scritta sul portone, anche per il pallone, a chi non solo subisce, ma critica pure chi ha il coraggio di contestare.

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lunedì 20 settembre 2010, 22:27

Spinoffiamo la città

Ha fatto rumore in tutto il mondo, nei giorni scorsi, la decisione degli azionisti della Fiat di separare le attività automobilistiche da tutto il resto. I giornali, obbedienti, hanno presentato l’operazione come un grande successo manageriale; tempistiche perfette, esecuzione precisa, evviva Marchionne. “Più libertà”, parola magica, da cui dovrebbe derivare uno sviluppo migliore di entrambe le attività. Ma sarà vero?

Uno spinoff, come l’hanno chiamato i media, avviene di solito quando una azienda prende un pezzo delle proprie attività e le trasforma in una nuova azienda, che però resta controllata almeno in parte dalla prima. Quel che è avvenuto in Fiat invece è più insolito, e, più precisamente, si chiamerebbe spinout: l’azienda è stata spezzata in due, e (semplificando per farvi capire) chi prima aveva in mano due azioni Fiat ora si ritroverà in mano una azione di Fiat Auto e una azione di Fiat Industrial, che saranno dunque due aziende completamente separate e indipendenti; solo per caso e solo all’inizio avranno gli stessi padroni, che poi via via si diversificheranno.

Esistono dei precedenti? Ma certo che sì: uno dei più famosi è quello del gigante del tabacco e dell’alimentare Philip Morris, che all’inizio del nuovo millennio era un conglomerato con dentro non solo il business del tabacco (Marlboro, Benson & Hedges e così via) ma anche quello del cibo (Kraft, Nabisco). Tramite una serie di spinout, gli azionisti si sono alla fine trovati a possedere azioni di tre aziende diverse: Kraft per la parte alimentare, Philip Morris International per il tabacco fuori dagli Stati Uniti e Altria Group (classico nome da conglomerato anonimo) per il tabacco negli Stati Uniti e poco altro.

Qual è il senso di una mossa di questo genere? Lo trovate descritto in questo articolo finanziario; in pratica, è una mossa che si fa quando una grossa parte del tuo business è considerata “tossica”, ovvero pericolosa e potenzialmente disastrosa, dagli investitori. In questo caso, l’elemento tossico è il tabacco, anche in senso finanziario: i continui maxi-risarcimenti decisi dai tribunali e le crescenti restrizioni al consumo fanno pensare che, nel lungo termine, quello del tabacco sia un business morente. Il valore di Borsa del conglomerato era basso perché tutti avevano paura di comprare le azioni del tabacco, anche se in realtà dentro c’era una gigantesca e preziosa industria alimentare come la Kraft.

A questo punto, spezzando completamente le aziende, si è permesso a ogni azionista e investitore di fare le proprie scelte; chi non voleva più investire nel tabacco ha potuto vendere le azioni di Philip Morris / Altria e tenersi quelle di Kraft, azioni che non avendo più nulla a che fare con i rischi del tabacco hanno potuto salire di valore. Anche l’ulteriore suddivisione tra tabacco americano e tabacco “internazionale” ha lo scopo di isolare i rischi: se negli Stati Uniti i tribunali tengono sotto scacco la Philip Morris, in molte nazioni più piccole è la Philip Morris a tenere sotto scacco i tribunali e le istituzioni.

Capite quindi subito cosa voglia dire, sotto questa luce, lo spinout di Fiat Auto dal gruppo. Vuol dire che per l’auto è il bacio della morte; adesso, avendola separata da tutto il resto, può andare verso il proprio destino senza che ciò vada più a toccare il ben più lucrativo business dei veicoli industriali e del movimento terra e di quant’altro Marchionne vorrà mettere in piedi. E’ segno che Marchionne pensa che l’auto farà la fine del tabacco: un business progressivamente eroso in quanto sempre più maturo, sempre meno redditizio e sempre più soggetto a restrizioni legali (in questo caso, contro i danni da traffico privato). Il messaggio insomma è chiaro: nonostante tutte le rassicurazioni, Fiat si è messa nelle condizioni tecniche e operative di potersi liberare definitivamente del settore auto in qualsiasi momento.

In quest’ottica, le prospettive sono particolarmente nere per gli operai di Torino e degli altri stabilimenti italiani. Infatti, fin che la testa delle nostre fabbriche di auto stava in città, si poteva sperare in un po’ di buon cuore, un po’ di voglia di puntare su Mirafiori, un po’ di orgoglio italiano. Una Fiat Auto separata dal resto, invece, se la crisi perdura non potrà che fare la fine di tutte le altre piccole industrie automobilistiche sparite in questi anni; gli investitori poco fiduciosi scapperanno appena possibile, erodendo il valore dei titoli, fino a che l’azienda, non più in condizioni di tirare avanti da sola, sarà venduta a qualche grande gruppo straniero (oggi c’era già chi parlava di Volkswagen). In quest’ottica, nessuno avrà più alcun riguardo per le fabbriche torinesi (ammesso che qualcuno l’abbia mai veramente avuto, s’intende).

D’altra parte, è interessante scoprire che anche Philip Morris International si è trovata davanti a un problema del genere; e, per mantenere la redditività della propria produzione europea al riparo da alti costi e troppi impicci legali, ha passato gli ultimi anni a investire per sviluppare impianti in un posto a caso: in Serbia. Un paese perfetto: fuori dall’Unione Europea ma circondato da essa, con costi pari a un terzo di quelli italiani, sufficientemente piccolo da far sì che uno straniero che investe centinaia di milioni di euro possa fare più o meno ciò che vuole, e casualmente fiaccato dieci anni fa da tante belle bombe NATO, in quella logica di distruzione e ricostruzione di cui parlava Grillo l’altro giorno.

A questo punto l’idea che la Fiat si sia ispirata direttamente alle strategie di Philip Morris è piuttosto plausibile; ma se ancora non ci credete, basta prendere l’elenco dei consiglieri di amministrazione della Philip Morris, scorrere fino alla lettera M e… scoprire che c’è anche un certo Sergio Marchionne.

Dal suo punto di vista, Marchionne fa bene ad essere euforico; ha preso un bollito italiano come era la Fiat nel 2004, l’ha riportato a livelli di decenza, l’ha impacchettato insieme a un bollito americano come è la Chrysler oggi, e ora è pronto a vendere il pacchetto bello infiocchettato. I suoi azionisti internazionali, i suoi banchieri di New York e di Londra, saranno contenti; faranno probabilmente ancora dei soldi con un business che rischiava di esplodergli in mano. Chiaramente, Marchionne lavora per loro, non per noi.

Ma se Marchionne lavora per loro, chi lavora per noi? La città dipende tuttora da Fiat Auto per la sua sopravvivenza economica: chi si è preoccupato di che fine farà?

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sabato 18 settembre 2010, 21:03

Una giornata in Lituania

Oggi era la mia giornata libera per girare un po’ questa città, e ho guardato l’inverno negli occhi: c’è un’aria da neve che, per la città vecchia di Vilnius, mi ha fatto pensare che avrei presto incontrato i mercatini di Natale. La febbre è passata quasi completamente, ma per precauzione mi ero portato comunque dietro una maglietta aggiuntiva; alla prima folata di vento, sulla penisola di Trakai, mi sono rifugiato nell’anticamera di una chiesa e ho improvvisato uno strip per mettermela. Nessuno si è formalizzato; stavano preparando la chiesa per un matrimonio, ma di lì non passava nessuno, dentro c’era soltanto il prete e non era ancora giunto nessuno (anche se ho poi visto l’uscita del corteo quando sono ripassato lì davanti un paio d’ore dopo). E il bello è che la chiesa era in pieno restauro, con tanto di scavi e passaggi nella sabbia per entrare; credo che da noi gli sposi si sarebbero scandalizzati.

Comunque, anche questo è stato un elemento caratteristico: o oggi era la giornata nazionale della cerimonia religiosa, oppure qui c’è un’epidemia di matrimoni e battesimi. Nel centro di Vilnius è impressionante quante chiese ci siano, eppure erano tutte occupate da celebrazioni – in una addirittura c’erano in contemporanea un matrimonio nella chiesa e un battesimo nella cappella adiacente. Ho un po’ l’impressione che, dal punto di vista della laicità, i lituani ce li siamo giocati: dopo cinquant’anni di comunismo, saranno papalini per i prossimi seimila.

Le differenze culturali, comunque, non finiscono qui; per esempio è stato interessante trovarsi fermi ad un lunghissimo semaforo rosso in mezzo a una folla di pedoni in attesa di passare, notare che sulla strada non c’erano auto per chilometri, cominciare dunque ad attraversare col rosso e trovarsi ad essere assolutamente l’unico, mentre tutti gli altri rimanevano fermi con gli occhi sgranati; sono passato senza problemi, ma non ho ben capito se gli sfigati sono loro o siamo noi.

Un’altra differenza culturale sta nell’uso dei supermercati; alle quattro del pomeriggio sono entrato per prendere qualcosa da mangiare, e davanti a me alla cassa c’era una lunga coda di almeno una decina di persone. Tutte, ma proprio tutte, hanno comprato birra, o superalcolici, o superalcolici e birra; non uno che abbia comprato, che so, una coca cola, una bottiglia d’acqua, delle caramelle, dei panini… Anche nei supermercati più grandi è facile capire dov’è il settore degli alcolici, basta seguire la fiumana di gente. Certo l’assortimento è ottimo, in media i superalcolici occupano un terzo del supermercato; dal nostro punto di vista però la situazione è inquietante.

Invece, al mattino ho quasi perso il pullman perché, pur arrivato con consistente anticipo, dalla giornalaia alla fermata – praticamente ogni fermata ha accanto un chiosco di giornali che vende anche i biglietti, penso sia un residuo di pianificazione sovietica – c’era una persona che ha cominciato a fare non so cosa, porgendo dei fogli stampati da internet con dei codici a barre che la giornalaia leggeva, batteva sulla cassa due o tre volte, poi sbarrava a matita e poi non so che altro e infine chiedeva il pagamento mettendoci delle ore a contare i soldi tutta tranquilla; eravamo ormai una decina a friggere in coda, ma questa giornalaia circa sessantenne non sembrava assolutamente interessata all’efficienza, né le è venuto in mente di bloccare l’operazione per dar via un po’ di biglietti o cos’altro; se la mettessero all’edicola di Milano Centrale dopo dieci minuti o le verrebbe un infarto o sarebbe linciata da bauscia inferociti.

In compenso, stamattina ho preso il bus extraurbano per andare a Trakai, e il treno per tornare indietro; e in entrambi i casi il sistema ha funzionato bene (ovviamente ci sono gli orari su Internet, sia del treno che dei bus). Menzione speciale per i due binari recintati che si trovano in mezzo alla stazione di Vilnius; sono i binari dove fermano i treni russi che collegano Kaliningrad alla madrepatria, attraversando da stranieri la Lituania e la Bielorussia. Nel sottopassaggio della stazione infatti c’è un vero e proprio posto di frontiera, con dogana e controllo passaporti, visto che sul treno si è sostanzialmente già in Russia; è anche un confine non da poco, essendo uno dei punti di contatto diretto tra la Russia e l’area Schengen. Chissà se durante l’attraversamento della Lituania le porte dei vagoni vengono sbarrate…

A Trakai l’attrazione è il castello, una delle immagini simbolo della Lituania; Trakai è l’antica capitale (precedente a Vilnius) ed è attualmente un paesino su una stretta penisola chiusa tra due laghi. Su un’isoletta nel lago si trova il castello; dentro mi ha ricordato molto quello di Turku, ma la posizione sul lago lo rende ovviamente più affascinante, anche se il fatto che sia stato quasi interamente ricostruito nella seconda metà del Novecento, dopo secoli di abbandono, lo rende pure un po’ finto. Altrettanto interessanti sono le rovine dell’altro castello, quello sulla penisola – ma tanto sono al lavoro per ricostruire come nuovo pure quello.

La città vecchia di Vilnius, invece, è carina ma niente poi di così speciale; la tipica città mitteleuropea. Tra un matrimonio e l’altro, sono arrivato al viale Gedimino, che parte dalla cattedrale e arriva vicino al mio albergo, davanti al Parlamento (dev’essere per questo che in questa zona ci sono anche vari night club). Il viale era occupato da un lungo mercato di materiale vario, tra cui ogni tanto degli stand di cibo locale; dunque ci sono tornato per cena, e ho mangiato un ottimo spezzatino con melanzane, patate e peperoni. Considerando che non mangiavo un pasto vero da mercoledì a pranzo, mi ha fatto molto piacere.

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giovedì 16 settembre 2010, 16:48

La storia del genocidio lituano

Questa mattina all’IGF non c’era niente di interessante, dunque mi sono preso la mezza giornata per andare a visitare il Museo del Genocidio di Vilnius. Qui come già in Estonia, per “genocidio” si intende l’occupazione sovietica, estesa a tutto il periodo in cui la Lituania ha fatto parte dell’Unione Sovietica, cioè fino al 1990.

Per farvi capire il contesto, è necessaria qualche breve nota storica: la Lituania è una piccola nazione che ha vissuto il suo unico momento di gloria alla fine del quattordicesimo secolo, periodo in cui dominava la Bielorussia e gran parte dell’Ucraina e in cui Vilnius fu fondata e divenne la capitale; dopodiché è stata schiacciata e devastata dalle guerre tra i suoi ben più grandi vicini (Polonia, Russia, Prussia e Svezia), finendo infine in Russia con cui c’entra poco (i lituani sono cattolici e usano l’alfabeto latino).

All’inizio del ventesimo secolo, Vilnius e gran parte della Lituania facevano parte dell’Impero Russo; nel 1915, con la prima guerra mondiale, la Lituania passò ai vicini tedeschi (come sicuramente ricorderete, fino al 1915 l’attuale exclave russa di Kaliningrad era l’exclave tedesca di Königsberg, dunque la Germania confinava con la Lituania). Nel 1918, con la ritirata dei tedeschi, la città divenne la capitale della neonata Lituania indipendente, ma solo per pochi mesi, dato che nel 1919 fu occupata dai sovietici che li inseguivano. I trattati di pace assegnarono la città alla Lituania, ma all’epoca la maggior parte della popolazione era di etnia polacca (i rimanenti erano quasi tutti ebrei); dunque nel 1920 Vilnius passò ancora di mano, venendo invasa ed annessa dalla Polonia (la Lituania rimase un piccolo stato con capitale Kaunas).

Nel 1939 la Polonia crollò sotto l’invasione nazista; per effetto del patto Molotov-Ribbentrop, la Lituania ricadde sotto la sfera di influenza sovietica. Si trattava tuttavia di uno stato indipendente; dunque i sovietici offrirono di restituire Vilnius alla Lituania, ma in cambio pretesero di poter installare ventimila soldati in Lituania per difendersi da ulteriori avanzate tedesche. Dopo questa prima concessione forzata, nel 1940 i sovietici ne ottennero una seconda tramite un ultimatum, inviando ulteriori truppe e ottenendo un cambio di governo a loro favorevole, che poi convocò elezioni fantoccio in cui il 99,2% votò per l’unico partito ammesso, quello comunista, creando così un Parlamento che “chiese” l’annessione; la Lituania venne così “accettata” nell’Unione Sovietica. Nel 1941 tuttavia i nazisti avanzarono, e il fronte passò attraverso Vilnius, che divenne dunque tedesca fino al 1944, quando ritornarono i sovietici, che rimasero fino alla perestroika e all’indipendenza del 1990.

In sostanza, nel ventesimo secolo Vilnius ha cambiato nazionalità dieci volte, e ora mi è dunque più chiara la struttura misteriosa di questa città, con palazzi ottocenteschi che improvvisamente finiscono dentro un prato e vie che finiscono nel nulla; credo che sia stata bombardata parecchio. Il museo, tuttavia, si concentra soltanto su una cosa: le malefatte dei sovietici. Sui nazisti c’è soltanto un video in un angolino di una stanza e un cartello che segnala lo sterminio di 200.000 ebrei, ma tutto il resto è dedicato al comunismo sovietico (a Tallinn, più onestamente, avevano scritto chiaro nei commenti che “molto meglio i nazisti dei sovietici”).

Si comincia con la parte sui partigiani lituani; fino ai pieni anni ’50 migliaia di lituani si diedero alla macchia, vivendo in bunker nei boschi, per combattere i sovietici, credendo ingenuamente alla promessa fatta da Churchill e Roosevelt all’inizio della seconda guerra mondiale – “nessun Paese perderà l’indipendenza alla fine di questa guerra” – e attendendo un attacco occidentale all’Unione Sovietica che ovviamente non sarebbe mai avvenuto. Si prosegue con le deportazioni; circa 20.000 abitanti di Vilnius – tutta la borghesia e tutti gli oppositori alla sovietizzazione – vennero deportati durante l’occupazione del 1940, mentre altri 120.000 furono deportati tra la fine della guerra e la morte di Stalin.

Le persone politicamente impegnate venivano spedite direttamente ai lavori forzati nei gulag, mentre gli altri venivano “rilocati” in Siberia o in Kazakistan, e utilizzati come manodopera a basso costo; non erano formalmente prigionieri, ma non potevano lasciare il luogo di lavoro né comunicare con amici e parenti in Lituania, ed erano tenuti nella totale povertà. Tra i deportati c’erano anche circa 15.000 bambini, di cui un terzo morì di stenti nei campi. Solo a metà degli anni ’50 fu permesso ai deportati di ritornare in Lituania, dove peraltro non avevano più nulla, e solo dopo il 1989 fu permesso ai parenti di esumare le salme dalle fosse comuni in Siberia e riportarle a casa.

La parte veramente interessante del museo però si trova nel sotterraneo, dove è possibile visitare la prigione politica usata dal KGB durante tutti gli anni del comunismo. Nonostante non ci si aspetti certo una passeggiata di piacere, ci sono alcuni punti veramente impressionanti. Per esempio, ci sono due celle in cui il pavimento è stato scavato in una vasca, al centro della quale è stata messa una piccola piattaforma rotonda di ferro appoggiata su un sostegno centrale instabile; i prigionieri dovevano riuscire a stare in equilibrio sulla piattaforma, muovendo continuamente le gambe, per non cadere nella vasca piena di acqua gelida, e venivano lasciati lì anche per giorni. Vi è poi la stanza delle esecuzioni, con la parete sforacchiata dietro il punto dove venivano messi i condannati.

La stanza più impressionante però è quella delle torture: è una cella buia e vuota, senza finestre, di tre metri per due, in cui tutte le pareti sono state imbottite, compreso il pavimento, che è fatto da uno strato di pelle come di un divano. Lo scopo era quello di poter torturare i prigionieri senza che all’esterno si sentissero i colpi o le grida; ed ha in sé qualcosa di così intrinsecamente malvagio che è impossibile guardarla senza stare male.

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