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Archivio per il mese di maggio 2008


sabato 31 maggio 2008, 16:44

Dove vanno a morire i PC

Ci sono molti vantaggi nell’avere un’eccellente memoria: le interrogazioni del liceo e gli esami universitari vengono facili, si possono fare telefonate anche senza la rubrica del cellulare ed è possibile smascherare i vecchi politici corrotti quando si ripresentano come nuovi. Ciò nonostante, ci sono anche degli svantaggi; ad esempio, è sufficiente aprire un sacco di vecchie audiocassette, rimaste in fondo a un ripostiglio per decenni, perchè ad ognuna di esse si riassoci immediatamente un momento della propria infanzia o della propria adolescenza; e non sempre è una sensazione piacevole.

Comunque, i nuovi affittuari della mia vecchia mansarda hanno chiesto di liberare completamente ogni pertugio, e quindi ho dovuto fare un supplemento di trasloco. Sono saltate fuori anche alcune chicche, come un articolo di Repubblica in cui rilascio dichiarazioni sull’istituzione di questionari di valutazione della didattica al Politecnico, oppure i numeri della rivista Creative su cui avevo scritto oltre dieci anni fa, oppure i test con cui vari dei lettori di questo blog hanno vinto una borsa di studio per cazzeggiare al Poli@casa; e anche alcune audiocassette che probabilmente contengono le canzoni che da dieci anni prometto di mettere sul Web senza mai farlo (peccato che ora non abbia più un lettore di cassette in casa). Tuttavia, ho dovuto prendere decisioni drastiche.

E così, alla fine ho buttato via la maggior parte delle videocassette (ovviamente alcune non le avevo mai guardate); ho buttato via anche interi sacchi di verbali del Consiglio di Amministrazione del Politecnico, in cui ho militato per un paio d’anni a metà anni ’90. E’ interessante notare come siano cambiate queste cose in solo una decina d’anni: allora, ogni volta che c’era una riunione io ricevevo una comunicazione cartacea, a cui era allegato un primo plico di documenti. In riunione, poi, al posto di ognuno ci accoglieva una pila di carta alta mediamente qualche decina di centimetri; circa 2000 pagine per le riunioni semplici, di più per quelle complesse. Infatti, un CdA di una azienda da 200 miliardi (dell’epoca) di bilancio deve approvare parecchie cose; ogni singolo documento, anche se già premasticato dallo staff o da una commissione, deve comunque essere messo a disposizione di ogni consigliere. Naturalmente, essendo ingegneri, eravamo organizzatissimi, e così i documenti erano stampati su carta di colore diverso a seconda della riunione e/o dell’argomento; ciò nonostante, in due anni io avevo riempito due cassoni di verbali, che mi sono portato dietro fino a oggi, quando ho deciso che eventuali reati erano passati nel dimenticatoio e magari anche in prescrizione, e insomma potevo buttarli.

In più, mercoledì, sotto una pioggia torrenziale, ero già andato all’Ecocentro di via Arbe a smaltire i vecchi PC. C’è stato un periodo a cavallo del millennio in cui i PC avevano l’affidabilità di una Trabant, e avrò cambiato più schede madre io che partner Rocco Siffredi; anzi, il peggio erano gli hard disk, ne avevo sette o otto tutti fusi o comunque inutilizzabili. Se volete sapere che fine fanno computer, televisori e altri apparecchi elettronici quando finalmente ci si decide a buttarli, eccovi accontentati: quello in primo piano è il mio vecchio PS/2.

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venerdì 30 maggio 2008, 15:23

Vigili e multe

Qualche giorno fa, al mio vecchio indirizzo, è arrivato nella buca l’avviso di un atto giudiziario, che il corriere non era riuscito a consegnare. Mia mamma ha provato a contattarlo per sapere come ritirarlo; dopo varie telefonate, si appura che l’atto non è ritirabile da terzi presso il corriere, ma che sarebbe stato disponibile dalla settimana successiva presso l’ufficio comunale di via Bellezia. Giovedì della settimana dopo, mi reco in via Bellezia, e scopro che l’atto non c’è ancora: “come fa ad arrivare dal corriere a noi solo in cinque giorni” (eh, che pretese). Così torno una seconda volta, e ritiro il mio atto.

L’atto si rivela una multa. Con la mia auto, mia mamma ha parcheggiato sotto casa mia troppo vicino all’incrocio. Non so se la macchina sporgesse sulle strisce, se fosse oltre il limite di dieci centimetri o di due metri, ma è una violazione e può dare fastidio. L’entità della multa, però, è di 11,98 euro; le spese sostenute dalla collettività per notificare e incassare quella multa sono sicuramente molto superiori. Se veramente è una violazione che merita di essere repressa, forse dovrei pagare una cifra più congrua, tale almeno da ripagare i costi. Se no, mi viene il dubbio che nella scala dei possibili impieghi del vigile urbano Fasano D. ce ne fossero altri magari meno lucrativi ma più socialmente utili; oppure socialmente inutili ma almeno più lucrativi.

Scrivo tutto questo perché mai come nel lavoro del vigile urbano emerge tutta la schizofrenia nell’applicazione e nel rispetto delle regole basilari di convivenza nelle città italiane, che porta a continue accuse tra vigili e cittadini. E’ naturale che girino le scatole quando si prende una multa, ma sempre più spesso questo diventa occasione di delegittimazione tout court dell’idea stessa che ci siano regole da rispettare, o di una lamentazione del genere “ma non avevano niente di meglio da fare?”. D’altra parte, esistono anche casi evidenti di cattivo uso del potere da parte dei vigili, di mancanza di buon senso, di evidente irrazionalità o insensatezza delle regole.

Per esempio, nelle scorse settimane i vigili si sono dedicati a multare i ristoranti. Ma non per problemi di igiene o di rumorosità; sono andati da tutti i ristoranti che hanno la porta chiusa e un campanello da premere per farsi aprire, e li hanno multati perché secondo la legge un locale pubblico deve avere la porta sempre aperta. Quando La Stampa ne ha parlato, tutti sono rimasti allibiti: non solo è una violazione veniale, ma sempre più spesso la porta chiusa è un elemento di tranquillità, ad esempio proprio per la riluttanza dei vigili ad impedire la transumanza serale di venditori abusivi. Manco i vigili prendessero una percentuale dalla vendita di occhiali lampeggianti.

Oppure: ieri pomeriggio il semaforo di piazza Sabotino era rotto. Sotto un diluvio torrenziale, alcuni vigili – di cui ho ammirato l’abnegazione al dovere – facevano uno dei mestieri più orrendi che si possano pensare, quello del semaforo umano. Poi però, mentre ero fermo in attesa di passare, il vigile ha fatto nell’altra direzione un segnale che significava “giallo”. Stavano arrivando tre macchine di fila; lui ha puntato la terza, e si è letteralmente buttato sotto le sue ruote per fermarla, perché secondo lui il tempo del giallo umano era scaduto. La macchina è rimasta così bloccata nel bel mezzo dell’incrocio, con il vigile fermo davanti al muso a fare un cazziatone; nel frattempo, la sua collega ha dato il via nell’altra direzione, poi ci ha ripensato e si è rigirata, ma a quel punto eravamo tutti in mezzo. La vigilessa ci ha fatto gestacci visibilmente arrabbiati, come a dire “perché siete partiti?”; peccato che ce l’avesse detto lei. Insomma, ieri un pericoloso bruciatore di gialli immaginari è stato duramente punito con due minuti di cazziatone, ma nel frattempo si è creato un ingorgo che ha bloccato e asfissiato mezza piazza.

Stamattina, però, Specchio dei Tempi – che ultimamente ai vigili non risparmia proprio nulla – ha pubblicato la lettera di un venditore ambulante, che ha lasciato la macchina in divieto di sosta per mezza giornata perché “doveva lavorare”; e poi si è scandalizzato per la multa, anzi la rubrica ha pubblicato il suo accorato appello a “togliere la multa”. Ecco, lì si è andati troppo oltre; perché una cosa è il buon senso, cioè commisurare le multe al calcolo di costi e benefici e alla realtà di una città sovraffollata, dove talvolta la doppia fila o la svolta vietata sono il male minore rispetto a ingorghi e inquinamento; una cosa è lasciare che il buon senso si estenda oltre la ragionevolezza.

L’Italia è caratterizzata da un circolo vizioso: non si sa se quasi tutti ignorino le regole perché le regole sono troppe e troppo severe, o se le regole siano troppe e troppo severe perché tutti le ignorano. In questo circolo, da ambo le parti, la ragionevolezza svanisce, e ci si attacca alla lettera delle regole o al desiderio di non averne, invece che allo scopo per cui le regole sono state create. Io sostengo invece che di regole bisognerebbe averne poche ma chiare, e affidarsi di più al buon senso e alla responsabilizzazione delle persone. Ci hanno provato in Olanda e ha funzionato alla grande. Chissà se potrebbe funzionare anche a Torino.

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venerdì 30 maggio 2008, 13:59

Intervallo

Mentre scelgo di cosa occuparmi nel post di oggi pomeriggio, allo scopo di tenervi occupati, vi ripropongo la performance di Elnur & Samir, gli azeri dell’Eurovision, con il loro brano Gay After Gay… pardon, Day After Day: sono sicuro che pochi di voi l’hanno apprezzata fino in fondo.

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giovedì 29 maggio 2008, 10:56

Noi e loro

Per prima cosa, se ancora non l’avete fatto, andatevi a leggere la confessione del presunto capo del presunto raid nazista anti-immigrati del Pigneto a Roma. Magari non è completamente sincera, ma raramente ho trovato sui giornali qualcosa che metta in luce la prospettiva totalmente distorta con cui la nostra classe dirigente, i nostri giornali e i residui intellettuali di sinistra percepiscono ciò che sta accadendo in Italia.

E’ giorni, infatti, che la sinistra si lamenta: è arrivato Berlusconi e adesso i fascisti rialzano la testa. E giù a raccontare episodi di aggressione ai poveri immigrati, di morti nel CPT, di campi rom bruciati, di manifestazioni squadriste puntualmente documentate da Repubblica con nobile sdegno. Salvo poi scoprire – la volta che lo scoop passa oltre le linee editoriali – che la realtà è ben diversa; che è vero che una rabbia prima sopita sta rialzando la testa, che è vero che sta partendo una guerra tra “noi” e “loro”, ma è solo marginalmente una questione di fascismo o di razzismo; tanto è vero che il presunto raid fascista e organizzato del Pigneto si rivela essere la storia di un militante di sinistra abituato a menar le mani che si vendica di un “povero immigrato” che vende droga e organizza gli scippatori del quartiere.

Io sono rimasto agghiacciato, pochi giorni fa, nel leggere i commenti al blog della signora Amabile, una vera bibbia di snobberie sinistrorse prive ormai di qualsiasi contatto con la realtà (mitica la volta che ha raccontato con furore e sdegno il fatto che Trenitalia licenziasse i bigliettai per sostituirli con le macchinette in stazioni cruciali come Termoli e Assisi, beccandosi ovviamente qualche decina di commenti sulla linea “e il problema sarebbe?”). Bene, l’altro giorno la giornalista ha postato a proposito del fatto che per Stefano Lucidi, l’investitore di Roma, il magistrato abbia derubricato l’accusa a omicidio colposo; cosa che è assolutamente ovvia e giusta per chiunque conosca la legge.

Sapete che io, per i canoni del giovane laureato torinese, sono ormai un pericoloso reazionario, perché sostengo teorie come l’espulsione su due piedi degli immigrati che delinquono e la repressione della micro-illegalità dai lavavetri agli abusivi. Eppure anche io mi sono davvero preoccupato nel leggere i commenti a quel post, tutti unanimi, tutti furiosi, e in buona parte legati al paragone con un’altra vicenda di cronaca, quella del fiorentino che spara nella schiena al ladro albanese dopo averlo messo in fuga. Ve ne riporto solo alcuni, ma non li ho selezionati; sono tutti, tutti così, al massimo con una eccezione su venti:

“Diciamo bene la verità,sempre, chiunque commetta un delitto,o violazione della legge che sia,quando proviene da un certo ceto sociale o buona posizione economica commette sempre il reato perchè in preda a,sotto l’effetto dì,conseguentemente a,non nelle proprie effettive volontà….e tutto si conclude con il minimo della pena.E’ la legge delle classi sociali.”

“Una persona che entra in casa tua senza il tuo permesso commette non solo una effrazione ma una autentica aggressione…Forse la sua reazione non è giustificabile, ma comprensibile… Detto questo, l’omicidio volontario non è un po’ troppo? Altro caso: un uomo – sotto l’effetto degli stupefacenti – prende un auto, nonostante sia stato interdetto alla guida…Conduce il mezzo sopra tutti i limiti di velocità, non rispetta il semaforo rosso, ammazza due poveretti e scappa senza prestare soccorso… Mettersi alla guida sotto gli effetti degli stupefacenti è come andare a giro con una pistola carica senza una sicura ed il dito sempre pronto a premere il grilletto… Detto questo l’omocidio colposo non è un po’ troppo poco? Forse i giudici dovrebbero invertire i capi d’accusa, Voi non credete?”

“Solo un giudice che di giustizia, ma soprattutto di logica umana non ne capisce nulla, può dire che chi uccide in quelle condizioni non voleva uccidere. Gli proporrei di bere un litro di varechina, sapendolo, e poi dire che non voleva suicidarsi. Le leggi italiane sono stupide ed inefficienti, ma certi dipendenti statali non sanno proprio che lavoro fanno e per quale motivo i cittadini pagano loro lo stipendio!”

“Applicare la legge in codesta maniera non ha alcun significato in quanto il giudizio di chi giudica è essenziale perchè la fredda norma non può rispondere a tutte le fattispecie. Nei due casi trattati c’è una differenza sostanziale. Nel caso del folle guidatore le due vittime se ne andavano tranquillamente con il loro motorino. Nel caso invece del ladro freddato dallo sparatore quello compiva un atto delinquenziale. La differenza sta tutta dalla parte delle vittime. La vita di due cittadini normali sembra avere poco valore per il magistrato, mentre la vita di un delinquente che si introduce in casa altrui sembra avere un valore maggiore. Per applicare la legge in questo modo basta un computer non ci vogliono magistrati superpagati e poco facenti. In ultimo sembra che per il magistrato lo sparatore abbia reagito in maniera sproporzionata, il che in definitiva significa che uno se assalito può colpire solo dopo che è stato colpito a morte.”

“se sei un assassino un pedofilo un criminale, non avere paura tanto ci pensano loro i magistrati/avvocatichi a trovare un cavillo per tirarti fuori dai guai tanto loro non hanno paura di nulla. Vivono scortati con la polizia che fa da guardia sotto casa , mica vengono assassinati mentre camminano sulle strisce. mi piacerebbe che anche i figli dei magistrati facessero la stessa fine di quei 2 ragazzi di roma.”

Nessun tipo di obiezione basata su argomenti razionali o sulla spiegazione della differenza tra volontà e colpa ha avuto alcun effetto: la folla ha giudicato e condannato.

Allora, esiste effettivamente una guerra tra “noi” e “loro”, ma è basata su schieramenti ben diversi da “italiani” e “stranieri”. “Noi” sono le persone “normali”, quelle che lavorano o cercano un lavoro, che faticano ad arrivare alla fine del mese, che non riescono a farsi raccomandare e ad evadere le tasse (anche se ne sarebbero lieti) e che nel frattempo vivono in quartieri sempre più degradati, abbandonati a se stessi e all’invasione della barbarie, come quella che racconta il “nazista” del Pigneto. “Loro” sono tutti gli altri, una alleanza che comprende qualsiasi istituzione – dai politici ai grandi imprenditori, dai magistrati alle forze dell’ordine, dagli avvocati ai dirigenti pubblici, gruppi vissuti sempre più come pure e semplici classi di privilegiati -, i ricchi – di cui si dà per scontato che abbiano rubato – e i loro odiosi figli, i “non allineati” come ultras e centri sociali, i criminali in genere, e soprattutto gli immigrati, ma non in quanto stranieri, quanto piuttosto in quanto gruppo sociale dove la percentuale di criminali è oggettivamente molto più alta della media e a cui, a differenza di “noi”, è permesso qualsiasi comportamento.

Questo clima è semplicemente un effetto dell’abbandono dei cittadini da parte delle istituzioni, della scelta dello Stato di ammettere sempre più zone franche e gruppi liberi da qualsiasi regola, di castagnare “noi” con gli autovelox ma di permettere a “loro” di pisciare per strada e di importunarci ai semafori. Il fatto che il numero dei crimini non sia effettivamente aumentato è irrilevante, perché spesso i comportamenti che creano la rabbia non sono nemmeno reati; sono la maleducazione, la sporcizia, il degrado, la mancanza di rispetto, gli insulti se non compri i fazzolettini, il biglietto non pagato sul bus, la precedenza non data allo stop. E’ su queste cose che bisogna intervenire, e dopo vent’anni di lassismo e di buonismo non è cosa facile; le nostre città andranno riconquistate metro per metro.

L’alternativa, però, sono i moti di piazza, le molotov e gli squadroni punitivi.

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mercoledì 28 maggio 2008, 17:40

Premio produzione

Io, oggi pomeriggio, ho prodotto: se vi venisse utile una applicazione mistica delle regexp in Perl, a scopo split ed elaborazione di dati da file CSV con valori particolarmente eterogenei, sfruttando quindi un mix di zero-width assertion, look-ahead assertion e look-behind assertion, faccio che copiare e incollare l’espressione da usare:

/(?:^|(?<!\\)\”|(?<=;)|(?<=NULL));(?:$|\”|(?=;)|(?=NULL))/

Invece, sono incerto a chi attribuire il premio di produzione della giornata, relativo alle attività collaterali.

Potrei darlo alla mia assistente personale di Websella (peraltro molto solerte e gentile nel rispondere), che alla segnalazione del fatto che ieri mi veniva negata l’autorizzazione per pagare online con la carta di credito mi risponde: “Ma non si sarà mica smagnetizzata?”.

Credo però che la palma spetti all’impiegata dell’ufficio postale di via Nicola Fabrizi (niente affatto dissimile da quello di via Stradella già noto ai miei lettori) dove io sono entrato alle 13:35, cinque minuti prima dell’orario di chiusura. L’ufficio era deserto, e c’erano quattro sportelli aperti con le impiegate che spostavano fogli da un lato all’altro dell’ufficio, oppure guardavano decisamente il vuoto.

Dovendo pagare due bollettini, ho pigiato sul primo pulsante, quello blu e marcato “Pagamenti, versamenti…”, e mi è uscito il numero A099. Proprio allora una delle quattro signorine preme il pulsante, suona il beep, e si illumina la scritta A098. Nessuno si presenta; del resto l’ufficio è vuoto, dal lato del pubblico ci sono solo io. Attendo quindi che la signorina ripigi per permettermi di pagare, e invece… niente. Riprende a spostare fogli da un lato all’altro del suo tavolo, ogni tanto guardando la vicina. Passano dieci secondi, trenta secondi, un minuto… io sono lì con i miei bollettini e il bancomat già in mano; l’ufficio è deserto; non voglio infierire, ma comincio a chiedermi se sia una candid camera; a un certo punto decido che la pazienza è finita, e mi avvicino.

Appena mostro di avvicinarmi, la signorina smette di spostare i foglietti, preme il pulsante, fa comparire A099, e mi dice in tono sgarbato: “Guardi che per pagare i bollettini deve prendere i C!”. In pratica, verso il basso della distributrice di bigliettini, qualcuno aveva appiccicato un foglietto, con scritto a mano in una grafia da terza elementare “SOLO BOLLETTINI”, a cui corrispondeva un ulteriore pulsante.

Ora, se anche avessi visto quella scritta, io avrei pensato – come insegna la logica – che il pulsante “SOLO BOLLETTINI” può essere premuto solo da chi deve pagare bollettini, ma ciò non implica affatto che chi deve pagare bollettini debba per forza premere quel pulsante, visto che più in su nell’elenco c’è un altro pulsante intitolato “Pagamenti”, con il simbolo dell’euro e un elenco di sottovoci che comprende esplicitamente i bollettini.

Tutto questo ragionamento, però, diventa estremamente inutile nel momento in cui l’ufficio è vuoto e ci sono quattro persone allo sportello con niente da fare; in una azienda normale, farebbero a gara tra loro per servire prima il cliente. Probabilmente, però, premendo A invece di C io sono finito nella coda di quello sportello invece che in quella dello sportello a fianco; e quindi ho costretto la signorina del mio sportello a ben quindici secondi di lavoro – peraltro nel pieno delle sue lunghe cinque ore e venticinque minuti di normale orario di sportello quotidiano – che sarebbero altrimenti toccati alla sua collega.

Ci sarebbe da sperare nell’informatica, se non fosse che Banca Sella ha appena abilitato la possibilità di pagare i bollettini postali dall’Internet banking, previa pagamento di una commissione di 1,25 euro che si somma all’euro chiesto dalle Poste. In pratica, far lavorare i computer invece che gli impiegati viene fatto pagare più del doppio, nonostante il costo per le strutture coinvolte sia un millesimo. Se questo è il privato, forse non era così scema la proposta elettorale di nazionalizzare le banche…

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mercoledì 28 maggio 2008, 10:42

Informazione (2)

A seguito di questa vicenda, ricevo e volentieri pubblico le osservazioni di Richi Ferrero che La Stampa ha totalmente omesso di menzionare nel proprio articolo e non ha nemmeno voluto pubblicare sotto forma di lettera. Sono particolarmente contento del fatto che Internet possa diventare lo strumento per completare l’informazione parziale e controllata che ci danno i giornali e le televisioni, in modo che ognuno possa poi formarsi una propria opinione.

“Al di là dei toni accesi che hanno visto il sottoscritto dibattere con la presidente della Regione Mercedes Bresso mi sta a cuore esprimere il pensiero che ha determinato il mio intervento.

Il finanziamento di un unico progetto, che presenta un pacchetto di acquisti, dove la maggior parte degli spettacoli vengono da oltreconfine mentre è risibile la presenza di piccole produzioni locali non mi sembra una scelta che possa far crescere, nel tempo, né una realtà produttiva specifica e ambiziosa, né sia in grado di formare un pubblico emancipato dal semplice consumo di prodotti culturali. Credo che sia necessario non trattare le persone come spettatori televisivi dove sono solo i numeri che contano e che decretano o meno il successo delle proposte come lo share televisivo. Il progetto presentato in questi giorni per le Regge Sabaude si colloca come progetto d’agenzia e mi pare dimostri la faccia di una politica culturale un po’ troppo facile, come per togliersi il problema.

Certo è più impegnativo dare vita e sostenere, non solo economicamente, ma politicamente, ad esempio, un Centro Studi per lo Spettacolo nelle Regge Sabaude che si distingua per capacità progettuale, in grado di realizzare allestimenti di alto livello certamente confrontabili con ospitalità italiane e straniere di altrettanto livello. Ci vuole tempo, bisogna mettersi in gioco, ma questa scelta mi sembra nel destino di un progetto così ambizioso, come quello che la Regione porta avanti con il recupero delle Regge. C’è un passato da rilanciare, c’è una storia straordinaria, di livello europeo, che ha visto Torino protagonista, con i suoi artigiani impegnati nelle realizzazioni di macchine pirotecniche progettate dal Guarini e dal Castellamonte per le feste, appunto sabaude, con il fiume Po come palcoscenico. Le celeberrime naumachie barocche. Non sono certo le fotocopie di quell’andare in scena che bisogna riproporre, ma è il laboratorio permanente, l’incontro operativo e creativo di artisti, architetti, ingegneri, tecnici che può generare un progetto che dia vita a un modo di operare, a uno stile, espressione del territorio. Di conseguenza anche le migliori forze creative del territorio stesso troverebbero il giusto habitat per crescere ed esprimersi.

Su questi temi il dialogo con l’assessore Oliva è troppo superficiale, di modo. Mi sembra che per fare politica bisogna essere un politico e lui non lo è. E’ un buon professore, è stato un buon preside, pubblica molti libri e quello deve fare. Quando dico che è da trent’anni che saliamo le scale degli assessorati alla cultura è per dire che non può sedersi dietro quelle scrivanie chiunque. C’è una competenza specifica, fatta di passione, una capacità di dialogo e confronto con gli operatori culturali, gli artisti, che è fondamentale per far nascere le cose.

Abbiamo avuto, nelle legislazioni precedenti, due assessori di schieramenti opposti che queste capacità le avevano. A proposito dell’osservazione dell’assessore Oliva sul fatto che il mio intervento trova ragione nella mancanza d’incarichi gli ricordo che c’è un mio progetto in corso, già approvato, per un allestimento museale alla Mandria in attesa di un finanziamento regionale.

Torino 22 maggio 2008
Richi Ferrero”

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martedì 27 maggio 2008, 14:49

Fast food, slow techies

Se per caso oggi steste cercando qualche informazione sulle zuppe e sui dadi per brodo, potreste rimanere delusi: questo è ciò che appare attualmente sulla home page del sito della Knorr:

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Non ho idea di quale contenuto altamente tecnologico e webduepuntozero il sito della Knorr possa contenere, tale da richiedere un upgrade per cui “ci aspettiamo di finire, o di redirigervi a un sito temporaneo, entro il 19 maggio”, e nonostante l’avviso il sito sia ancora completamente “giù” il 27. Certo però che alla Algida – Axe – Ben&Jerry – Bertolli – Calvé – Cif – Clear – Dove – Findus – Flora – Impulse – Knorr – Langnese – Lipton – Lux – Lysoform – Pepsodent – Pfanni – Rexona – Slim Fast – Sunsilk – Vim (e qualche decina di altri marchi) potrebbero anche darsi un po’ più da fare…

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martedì 27 maggio 2008, 09:41

Gomorra altrui

Ho letto questa bella recensione di Gomorra (il film) sul blog di Leonardo, una scoperta recente che merita. L’ho letta e ho pensato: ma se nonostante tutto il bailamme giornalistico uno a Gomorra non riesce proprio a interessarsi, deve sentirsi in colpa?

Faccio i miei complimenti a chi ha il coraggio di portare avanti battaglie di quel genere e con quel livello di rischio, ma non sono le mie e non riesco a riconoscermici; saranno forse questi i problemi dei trentenni campani, ma per i trentenni sabaudi professionisti dell’ICT un racconto ambientato nella Silicon Valley risulterebbe più attuale e interessante, persino più vicino alla realtà delle cose. Insomma, io vedrei volentieri un film sulla fuga dei cervelli, un documentario-denuncia sull’inefficienza della pubblica amministrazione, un reportage sul riscaldamento globale e sull’inquinamento del nostro territorio, o magari un bel film sulla cupola affaristica che non sarà camorra e non si sparerà per la strada, ma che comunque controlla molto del Nord Italia. Però, un film sulla camorra napoletana – oltre a riproporre gli stereotipi dell’italiano mafia, pizza e mandolino che poi ci perseguitano non appena mettiamo piede all’estero – proprio non solletica il mio interesse.

Fa molta tristezza che una parte del Paese si trovi ancora in mezzo al brigantaggio ottocentesco o a scontri tra squadroni della morte come nemmeno nelle peggiori favelas di Rio; ma – a parte la zavorra che tutto ciò costituisce per l’Italia, finché esiste – siamo sicuri che debba essere un problema mio? Non è piuttosto un problema di chi là ci vive, e che, a parte qualche raro Saviano, finisce per adeguarsi tranquillamente, anzi ti dice sottovoce “non ripeterlo in giro, ma per fortuna che c’è la camorra che almeno dà lavoro e mantiene l’ordine”?

Dato che la mentalità è questa, a me viene il dubbio che ogni tanto si riparli di camorra proprio per giustificare lo stato di inciviltà permanente in cui si crogiola un terzo dell’Italia; “si è vero, ci rotoliamo nella monnezza, ma sapete, noi c’abbiamo la camorra”. Le nobili intenzioni del progetto diventano insomma per un’altra parte del Sud, compresa la sua classe dirigente, un alibi per continuare a deresponsabilizzarsi, e a vedere come unica soluzione a tutti i problemi il lamentarsi fino a che non arrivano dei soldi da Roma.

Viene infine l’ulteriore dubbio che i nostri media ci parlino ampiamente di mafia, di camorra e di Andreotti – i cattivi da film – per evitare di parlarci di quelli veri: del cartello dei petrolieri, della mafia della catena alimentare e degli abbracci di Veltrusconi con se stesso. Penso troppo male?

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lunedì 26 maggio 2008, 08:59

Eurotamarri

Sabato sera sono stato invitato a casa di amici, a piazzarmi davanti a RTR Planeta per seguire la finale 2008 dell’Eurovision Song Contest. Voi probabilmente non ne avrete mai sentito parlare; in pratica, è la versione europea del Festival di Sanremo, in cui gareggia una canzone per ciascuna delle nazioni dell’Eurovisione che scelgono di partecipare. In Italia, un festival canoro basta e avanza, per cui – nonostante la vittoria di Toto Cutugno nel 1990 – ormai da quindici anni non partecipiamo nemmeno; per il resto d’Europa però è un evento che incolla decine di milioni di persone davanti alla TV.

In apparenza, ci si potrebbe chiedere quale sia il senso di mettere in competizione la musica inglese con le tamarrate del resto del continente; la teoria dice che il Regno Unito dovrebbe vincere a mani basse. La realtà, invece, è che – dato che il sistema di voto prevede che ogni nazione, mediante un televoto via SMS, assegni punti alla propria top 10, con il divieto di votare per la propria canzone – nella maggior parte dei casi i maggiori punteggi vanno alle nazioni confinanti o a quelle da cui proviene una folta comunità di emigranti; tanto che durante l’annuncio finale dei voti da ciascun Paese ho cominciato a indovinare in anticipo a quali nazioni sarebbero andati i punteggi più alti, azzeccandoci nell’80% dei casi.

Aggiungeteci che esistono uno zilione di repubbliche ex sovietiche piene di minoranze russe nazionaliste, e capirete come mai quest’anno ha vinto la Russia; l’anno scorso la Russia era arrivata terza, e aveva vinto la Serbia, raccogliendo i voti dello zilione di repubbliche balcaniche; due anni fa aveva vinto la Finlandia, raccogliendo i voti di tutta la Scandinavia e degli inglesi, e la Russia era arrivata seconda. Altre nazioni che causa emigrazione e amicizie politiche non possono non arrivare nei primi posti sono l’Ucraina, la Grecia, la Turchia e l’Armenia; si prevede una forte ascesa della Romania non appena gli emigranti romeni si saranno sufficientemente stabilizzati da avere un televisore e un cellulare con credito da sprecare.

La conclusione che si raggiunge guardando questo festival è che se noi con Giò di Tonno pensavamo di aver toccato il fondo, in realtà c’è ancora molto da scavare. Per buon cuore, comincio dal meglio; siccome però la canzone russa di quest’anno non era male ma era un po’ una lagna – per quanto nobilitata dall’esibizione coreografica del naso che fende il vento – la sostituisco con quella finnica del 2006, un fenomeno che sconvolse il festival come La terra dei cachi da noi:

Ma non fatevi ingannare; a parte un paio di canzoni rockettare, il grosso è musica da discoteca oppure melassa sanremese. E infatti, il resto del podio ci è arrivato grazie alla carta del pop + fregna, che paga sempre; potete quindi scegliere tra la Britney Spears greca:

e la Shakira ucraina:

Gli studenti di terza media di tutta Europa si sono duramente impegnati per scrivere i testi di questi capolavori!

E il resto? Il resto è tamarraggine: potete quindi provare gli Aqua lettoni (tamarri da leggenda) o le Spice Girls tedesche (tamarre da marciapiede); i tamarri islandesi o i tamarri bosniaci. Oppure, potete scegliere tra un disadattato francese senza voce (io i francesi proprio non li capisco) e un disadattato spagnolo in cerca di disco per l’estate.

Insomma, nota di merito per l’azero castrato alla nascita e per gli Heroes del Silencio turchi, ma le uniche performance che assomigliassero a una canzone – cosa che, ricordiamo, richiede sia della musica che un interprete dotato di voce e di carisma – erano Georgia e Portogallo. Ovviamente arrivati fanculesimi, e arrivederci all’anno prossimo; anche se sto pensando di ripubblicare i video in pillole nei prossimi giorni. Per non dimenticare.

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domenica 25 maggio 2008, 10:09

Piccola epica di un grande sport

Chi non conosce il ciclismo difficilmente capisce perché continuare a guardarlo; ed è vero che in questi anni mancano i campioni, visto che quelli che vincono una gara di rilievo poi regolarmente finiscono nelle maglie dell’antidoping. Ma la bellezza del ciclismo sta non solo nella complessità e nella varietà dei suoi scenari tecnici, ma soprattutto nella fatica, nel sacrificio, nella sfida degli uomini contro se stessi e contro le asperità della natura. Il tennis, per dirne uno, è uno sport disumano, fatto di droni palestrati che volano in giro per il mondo in business class per vedere chi spara la pallettata più forte; lo stesso calcio sta diventando un po’ così. Il ciclismo, invece, regala storie di vita a ogni occasione; spesso, storie epiche.

Quella di Emanuele Sella, per esempio, entrerà nella storia del Giro (anche perché per adesso il Giro di quest’anno ha concesso ben poco altro: hanno aumentato le salite per renderlo più spettacolare, e per risposta i corridori migliori, in un tacito accordo, si sono rifiutati di battagliare almeno per i primi due terzi). Sella è un Paperino, uno di quei corridori piccoli ed emotivi capaci di grandi imprese sulle montagne e di grandi crisi quando le cose vanno storte. Certamente non è il genere di corridore che vince facile; non domina le pianure e non taglia il vento, né ha una squadra al suo servizio, per cui la sua speranza di vittoria è legata al coraggio: scegliere una tappa piena di su e giù e buttarsi da lontano, sperando di arrivare in fondo.

Gli era andata bene al debutto da professionista, nel 2004: primo Giro, prima fuga da lontano, prima vittoria. Dopo, però, gli era successo di tutto: sfighe, cadute, vittorie mancate di poco, quasi sempre dopo essersi sciroppato 150 o 200 chilometri di fuga, da solo o quasi su e giù per i monti; sforzi pazzeschi per rimanere con un pugno di mosche. Una settimana fa, a Pescocostanzo, sembrava fatta: 160 km di fuga, prima in gruppone, poi in gruppetto, poi da solo, seminando via via gli avversari sulle tre salite intermedie. Sulla quarta, che portava all’arrivo, era saldamente al comando; poi, a sette chilometri dall’arrivo, la foratura. E così, la vittoria andava a un altro, mentre lui arrivava sul traguardo terzo, a un minuto, in lacrime.

Non sono casi isolati; succede ogni tanto che qualcuno arrivi sul traguardo con l’ennesimo piazzamento e si metta a piangere, anche perché la fatica è mostruosa e puoi avere anche inghiottito una farmacia, ma la fai lo stesso. E non è solo la fatica della tappa: dietro ci sono mesi e mesi di sveglie all’alba, migliaia di chilometri di allenamento, per uno stipendio che tolti i campioni è quello di un buon impiegato, al massimo di un medio dirigente. Se non sei un capitano, hai una sola occasione all’anno per farti notare; perderla così, per una gomma che si sgonfia, è un colpo durissimo.

Ieri invece era una tappa durissima; l’arrivo era all’Alpe di Pampeago, un posto maledetto non solo per la tragedia del 1985, ma perché per arrivare in cima ci sono cinque chilometri al 10% fisso, una infinita rampa di garage. Ci vinse Pantani, ed è tutto dire. Ieri tutti aspettavano gli uomini di classifica, perché è una di quelle salite dove si può vincere il Giro. E invece, è spuntato Sella; 180 km di fuga, gli ultimi cinquanta da solo. Aveva talmente tanta rabbia in corpo che persino sulla salita finale non si è fermato un attimo, l’ha presa più veloce di quelli dietro che pure avevano riposato. Alla fine, però, non ci credeva nemmeno lui; negli ultimi metri continuava a guardarsi indietro e a pensare: non è possibile, non sta arrivando nessuno. Dopo il traguardo piangeva di nuovo, ma stavolta di felicità; sul podio sembrava tanto fuori posto, con la bottiglia di champagne più grossa di lui e il tappo che non voleva venir via, da far tenerezza.

Comunque, non sempre le cose vanno via lisce: ieri s’è visto il calvario dell’ex maglia rosa Visconti, un gregario che ha beneficiato di una delle tante fughe bidone, ma che ieri ha pagato con cento telecamere che inquadravano il suo calvario. A un certo punto veniva voglia di dirgli di scendere e andare a piedi, che faceva certamente prima; e nonostante i tifosi impietositi che lo portavano su a spinta, il ritardo finale è stato di diciotto minuti. Complimenti lo stesso.

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