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Archivio per il mese di marzo 2018


domenica 18 marzo 2018, 21:11

A qualcuno piace Londra

Ai turisti italiani piace Londra, nonostante non la conoscano, non la capiscano, non sappiano una mazza di niente della sua storia e della sua anima. Vivono in un territorio a scopettone che comprende la ferrovia da Stansted a Liverpool Street, la City e metà di Westminster. E pure di quello non sanno niente; per esempio, parlano del referendum sulla Brexit e si stupiscono del disastro senza sapere che la caduta di Londra era inevitabile sin da quando, un mese prima, la Pietra di Londra è stata tolta dal suo posto millenario in Cannon Street.

Per esempio, dalle finestre del ricevimento nell’albergone della conferenza, si vede la Westway intasata di macchine; un pezzo di Londra che è normale per chi ci abita, ma che nessun turista conosce. La Westway racconta di sogni anni ’60 della città dell’automobile, ma anche dei sogni anni ’90 dei Blur, e dall’anno scorso anche dei sogni di due ragazzi italiani emigrati a Londra come tanti. Quattro anni fa, stesso albergo e altra conferenza, la Westway non faceva tanta tristezza, ma era giugno e fuori la vita non sputava pezzi di ghiaccio in faccia.

Comunque, fatte le chiacchiere con le persone che dovevo trovare, alla fine esco; c’è troppa gente e troppa fame, perchè per qualche motivo sembra che, quando si tratta di buffet, la maggior parte dei nerd sia un pozzo senza fondo. Voglio comprarmi qualcosa per la colazione di domani, e così, nonostante la neve, allungo il giro prendendo la strada di Edgware verso il centro; se fossimo in due sarebbe un tentativo di marbolarci, ma anche se l’arco c’è non ci sei tu, e quindi si limita a essere un tentativo di raggiungere il Tesco Metro che sta a due terzi della strada.

Edgware Road, dal punto di vista architettonico, è una specie di Lorenteggio ai bordi del centro di Londra; specie sul lato di Bayswater, ci sono palazzoni anni ’70 che non sfigurerebbero in una prima cintura milanese. Dal punto di vista sociale, invece, è un territorio ufficialmente bilingue, inglese/ISIS; ma solo per qualche isolato, perché poi il Londonistan cede il passo al centro vero e proprio, in un rettangolo di confini invisibili che lo contengono nella via trafficata. Che poi, almeno stavolta non è così trafficata: quattro anni fa ero dovuto tornare in albergo a piedi, a causa della strada bloccata dai cortei di algerini che festeggiavano la qualificazione al Mondiale.

Peccato solo che il Tesco Metro sia chiuso: uno scandalo, pare che chiudano addirittura mezza giornata la settimana, la domenica dopo le cinque (gli Express, invece, sono in buona parte aperti 24 ore su 24). Sarebbe bello addentrarsi in Hyde Park nella tormenta di neve, ma è buio e potrei anche rimanerci congelato dentro, e così taglio dentro il labirinto georgiano dei palazzi ultrasignorili per tornare al mio albergo, che sta altrettanto signorilmente oltre Paddington. Attraverso uno scenario spettrale fatto di BMW X4 coperte di neve, aggiro la chiesa di Hyde Park Crescent dove bambini benissimo fanno non so cosa; non sono le mie zone, io di solito bazzico East London (anche se pure lì ormai bisogna sparare a vista alla gentrificazione), lì al massimo c’è la chiesa di San Botulfo fuori Aldgate, che tanto è sempre chiusa perchè vanno tutti alla non lontana moschea.

Alla fine, camminando, arrivo da Micky’s: che è il fish & chips del quartiere, naturalmente venti metri dopo aver superato un nuovo confine invisibile che porta verso Praed Street e la confusione umana della stazione di Paddington. Micky’s rocks, anche perché sta fisicamente sopra alla Circle Line, sul trincerone costruito centocinquant’anni fa, e quindi ogni due minuti trema tutto. Micky’s non è fighetto come Poppies, che non a caso sta nella parte gentrificata di East London o in alternativa a Camden (Camden! finti alternativi sin dagli anni ’80). Micky’s è un fish & chips grezzo, vero, operaio, originale e veracemente britannico, a partire dal fatto che è gestito da una famiglia di turchi.

E però entro, e per dieci sterline mi faccio dare un merluzzo fritto benissimo, competitivo con quello di Poppies: la pastella è più unta, ma il pesce è perfetto, ancora morbido dentro. Certo, il posto è scrauso, del resto siamo in Inghilterra e pure la regina ha la moquette nel cesso; son sottigliezze. Poi dietro di me entrano tre francesi che riescono a ordinare “chickén burgère” e Fanta. In un fish & chips. Volevo pisciargli io nel piatto, ma son sicuro che l’abbiano fatto i turchi giù in cucina.

Ma chi se ne importa! Adesso ho in corpo tutto l’olio del mare del Nord, a tenermi caldo nell’ultimo tratto a piedi fino all’albergo. Non so se avrò ancora tempo di fare un giretto, nei prossimi giorni; nel caso, potrei anche non raccontarvelo.

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venerdì 16 marzo 2018, 11:29

Si stava meglio quando si stava peggio

Da oltre dieci anni, in tutto il mondo sviluppato compresa l’Italia, esistono nei grandi depositi di merce sistemi di guida automatica dei magazzinieri basati sulla voce: invece di dare al lavoratore in mano un foglio, con il rischio che si sbagli a leggerlo o che non trovi subito la posizione giusta, un sistema informatico decide cosa deve fare e gli dà istruzioni tramite un auricolare, sistema che permette al magazziniere di avere entrambe le mani libere. Certamente questo riduce i tempi e permette allo stesso magazziniere di spostare qualche collo in più a parità di orario, ma gli semplifica anche la vita; il lavoro è comunque pesante, faticoso e mal pagato, ma non è certo il sistema di pianificazione a renderlo tale.

Dieci anni dopo, al Fatto Quotidiano qualcuno guarda per caso una trasmissione scandalistica della TV francese, scopre questa cosa e compie un atto di coraggiosa denuncia: “GUARDATE IN FRANCIA I TEDESCHI CHE SCHIAVIZZANO I LAVORATORI!!!1!! VERGONIA!!!1!!1!!!!”. E giù dozzine di commenti su questo tema (con condimento luddista, anti-globalizzazione, anti-Europa e anti-Germania), che francamente fanno più che altro concludere che in Italia qualsiasi lavoro che non sia prendere tremila euro al mese per non fare una mazza sia considerato schiavismo.

Intendiamoci, lo sfruttamento esiste, la grande distribuzione è uno dei luoghi dove spesso avviene, i manager stronzi e le richieste di produttività eccessiva sono reali: e la denuncia sarebbe sensata se solo si concentrasse su quello, invece che sulla tecnologia. Invece, spiace vedere come ormai anche il Fatto Quotidiano, come un Fatto Quotidaino qualsiasi, pompi sentimenti anti-progresso e tifi medioevo.

E comunque, il problema si risolverà da solo prima che intervengano i politici: nel giro di pochi anni tutti i magazzinieri saranno sostituiti da robot, così potranno stare a casa e non saranno più sfruttati…

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lunedì 5 marzo 2018, 14:22

Un ripasso costituzionale

Siccome dopo i risultati delle elezioni se ne sentono già di tutti i colori, ecco un veloce ripasso costituzionale per tutti su come nasce un governo in Italia.

1. Le elezioni non sono il campionato di calcio, non c’è uno che arriva primo e quindi automaticamente gli danno la coppa.

2. Ma se anche ci fosse, dato che sin dal 1993 il sistema elettorale italiano è basato sulle coalizioni e non sui singoli partiti, la coppa andrebbe al centrodestra e al suo leader, che da stamattina è Matteo Salvini.

3. Incidentalmente, l’autore del sistema elettorale del 1993 che introdusse in Italia le coalizioni è un tal Sergio Mattarella, dunque credo sia difficile che il suo omonimo che attualmente presiede la Repubblica decida di comportarsi diversamente.

4. Perché possa esistere un governo, è necessario che esso riceva un voto di fiducia dalla maggioranza dei parlamentari in ciascuna delle due camere. Per quanto esistano trucchi che permettono di ottenere la fiducia con meno della metà dei voti favorevoli, essi richiedono comunque un accordo con altri partiti che li mettano in atto (es. non partecipando al voto). Dunque non può esistere alcun governo senza un accordo tra partiti che messi assieme dispongano della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Non è possibile prima andare al governo e poi fare accordi “di volta in volta”.

5. Per questo, è prassi che il Presidente riceva tutti i partiti prima di decidere a chi dare l’incarico di provare a formare il governo, e lo dia alla persona che ha le maggiori possibilità di mettere assieme la maggioranza dei voti in Parlamento. Se non ce n’è nessuna, egli può dare un incarico condizionato (o “preincarico”) a un esponente politico a sua totale discrezione, indipendentemente dalla posizione in classifica del relativo partito, o a una personalità fuori dai partiti che possa essere un compromesso accettabile per tutti.

6. Dunque la sequenza logica è: 1) accordo 2) incarico 3) governo, e non 1) incarico 2) governo 3) accordo.

7. A tale scopo, qualsiasi partito che desideri governare dovrebbe premurarsi di arrivare al momento delle consultazioni, tra circa tre settimane, avendo già stretto un accordo con un numero sufficiente di altri partiti per formare una maggioranza in Parlamento. Meglio ancora se, per trasparenza, venissero rese note sin da subito le alleanze che si proveranno a formare.

8. Le forze politiche che hanno passato anni a salire sui tetti in difesa della Costituzione più bella del mondo dovrebbero essere le prime a spiegare queste cose ai propri elettori e a darsi da fare per accordarsi con altri partiti e costruire una maggioranza, invece di vaneggiare di “incarico dovuto” e “convergenza sulle idee” e “cercare i voti ogni volta in Parlamento”.

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giovedì 1 marzo 2018, 13:11

Cosa voterò alle elezioni

Non penso davvero che sia qualcosa che meriti una discussione pubblica, ma visto che da settimane me lo chiedono tutti e me l’ha chiesto persino un giornale locale, non ho problemi a dire chiaramente, alla fine, chi ho deciso di votare.

Naturalmente, visto lo scenario, è un voto al meno peggio. Sono andato per esclusione: l’astensione la capisco ma alla fine mi ripugna, non è nelle mie corde, è come gettare la spugna. Ho considerato seriamente anche il M5S: come ho scritto nell’analisi semiseria di un paio di settimane fa, ha tuttora diversi aspetti positivi; alla fine, secondo me, prenderà più del 30% e sarà il vincitore morale, anche se nessuno sa se riuscirà poi a costruire una maggioranza e andare a governare. Penso che si preparino invece a usare i voti ricevuti per andarsene tranquilli all’opposizione, naturalmente dopo una lunga sceneggiata napoletana – già anticipata in questi giorni – sulla democrazia violata e l’ingiustizia della repubblica parlamentare e del suo Presidente che non fa governare chi “vince” le elezioni, il che è un discorso profondamente eversivo, distruttivo verso la Costituzione che a parole dicono di tutelare, ed è già di per sé una ragione per non votarli.

In più, ovviamente nei ragionamenti entrano anche i candidati del collegio; fossi stato nel collegio di Alberto Sasso – uno che è vicino al Movimento fin dai tempi eroici, e che nel 2010 rifiutò persino la candidatura a presidente del Piemonte, lasciando la via libera a Bono – alla fine sarei stato molto tentato di votarlo. Ma a me hanno rifilato il professore universitario esperto di finanza islamica: anche no, grazie. Peggio ancora al Senato, dove c’è Elisa Pirro, un quadro di partito e una delle persone più arriviste e arroganti che abbia incontrato nel M5S (opinione personale, s’intende).

Del resto, tutti questi bei candidati dell’uninominale, dati alla mano, non hanno praticamente alcuna speranza di vincere il collegio, per cui i voti a loro sono in realtà voti per Laura Castelli e la stessa Pirro, e per tutti i fedelissimi piazzati nelle liste del proporzionale dopo aver superato il vaglio pro-indagati e anti-dissenso di Di Maio. L’unico candidato uninominale che può vincere è il nuotatore novarese a Torino nord, anche se io, se fossi l’abitante di una periferia disagiata, mi chiederei che razza di considerazione hanno di me per paracadutarmi uno sportivo da fuori, giusto per dargli il collegio sicuro.

Di base, per cultura, io sono un elettore irrequieto del centrosinistra; a seconda delle volte ho sempre votato qualcosa tra DS/PD, Verdi, le varie incarnazioni della sinistra e le varie incarnazioni dei Radicali. Certo, crescendo si diventa conservatori e non escludo più a priori il centrodestra (tra l’altro, ho conosciuto Marco Francia, il loro candidato a Torino centro, e mi ha fatto una buona impressione), ma alla fine chi voti: Berlusconi? i razzisti? i fascisti? Non è fattibile; quando ci sarà un serio partito laico e liberale in Italia, potrei votarlo senza problemi; per ora però niente.

Ora, volendo votare il centrosinistra ma non volendo assolutamente avere nulla a che fare con Matteo Renzi (anzi: sperando con forza che il PD vada ben sotto il 20% e lui sparisca per sempre), l’unica scelta possibile è +Europa: non ce ne sono altre. E a me sta più che bene; del resto, l’ultima cosa che ho votato (nel 2008) prima di entrare nel Movimento fu il PD proprio perché aveva Emma Bonino come capolista. Come ho scritto nell’analisi, non sono completamente d’accordo con tutto quel che dice; va bene l’austerità, ma senza esagerare; e vorrei molto meno entusiasmo per le frontiere aperte. Tuttavia, sono più preoccupato dalle sparate populiste, dallo scarso rispetto per le istituzioni e dalle promesse di spesa a debito che caratterizzano tutti gli altri.

Alla fine, in questo momento storico, l’Italia è davanti alla scelta se guardare alla Germania o al Venezuela; e io scelgo la Germania. So che è una scelta controcorrente, che molte persone (molti amici di sinistra, molti ex sostenitori del M5S) mi guarderanno come un traditore amico dei banchieri e del Blidrebregg; ma è meglio essere ultimi in Europa che primi nel Terzo Mondo.

C’è, comunque, ancora un però. Votare +Europa vuol dire votare all’uninominale i candidati del centrosinistra; e se alla Camera non ho alcun problema a votare Paola Bragantini – persona che conosce bene il territorio e con cui, quando ho avuto occasione, ci sono sempre state chiacchierate tranquille e piacevoli – al Senato dovrei votare Stefano Esposito. A Esposito posso riconoscere una qualità, quella di non aver paura di dire le cose come stanno; per il resto, però, ci sono troppe cose che ci dividono, dal Tav alla buona educazione.

Pensavo di risolvere il problema votando invece la persona: Enzo Pellegrin, un santo avvocato che, pur non essendo del Movimento, negli anni in cui ero consigliere si è fatto carico dei problemi legali di tanta povera gente che gli abbiamo presentato; ed è sicuramente, come spirito, molto più movimentista lui della Pirro. Peccato che la sua lista – il Partito Comunista di Rizzo – sia stata esclusa all’ultimo dai collegi piemontesi. E quindi, penso che annullerò la scheda.

Nel complesso, penso che queste elezioni sconvolgeranno lo scenario politico più di quanto non si creda; i sondaggi saranno in buona parte smentiti, come già successe nel 2014, ma stavolta in senso opposto. Se ci sarà un governo M5S, spero che ne emerga la parte costruttiva e riformista e non quella complottista, venezuelana o peggio che vuol semplicemente sistemarsi e poi fare le stesse cose degli altri (vedi Torino). Se ci sarà una grande coalizione, penso che il M5S vincerà alle elezioni successive, a meno che qualcuno non riesca davvero a costruire nel frattempo qualcosa di nuovo, serio e in linea col mondo sviluppato – e in quest’ottica, +Europa è l’unico potenziale seme. In ogni caso, speriamo che l’Italia se la cavi.

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