Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Gio 27 - 5:23
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per il mese di novembre 2008


domenica 30 novembre 2008, 11:27

Biopalle

Ieri, per caso, ho scoperto una vicenda molto interessante: quella delle Biowashball. Si tratta di un prodotto svizzero-coreano consistente in una pallina di plastica piena di uno speciale materiale ceramico; secondo i produttori, la pallina sostituirebbe il detersivo, poiché, messa in lavatrice, scatenerebbe delle reazioni fisico-chimiche tali da far distaccare lo sporco dai capi anche con la sola azione dell’acqua; il tutto al costo di circa trenta euro. Sul sito di un distributore si narrano nel dettaglio i presunti principi scientifici di funzionamento, con tanto di raggi infrarossi emessi dalla ceramica e di possibile uso alternativo: metterla in frigo per conservare la carne.

Alla pallina fa pubblicità Beppe Grillo, secondo cui si tratterebbe di un ritrovato tecnologico eccezionale che permetterebbe di liberare l’umanità dall’inquinamento da detersivo, ma che non viene diffusa al popolo per via degli interessi delle multinazionali della chimica. I grillini di religione ortodossa si sono quindi dati da fare, e sono nati in Italia numerosi gruppi di utenti della biopalla, tutti assolutamente soddisfatti.

Allo stesso tempo, però, vi sono anche gli scettici; culminati in una inchiesta della rivista Il Salvagente ripresa questa settimana da Mi Manda Raitre, con un esperimento che dimostra come, a 40 gradi, l’efficacia lavante della palla sia la stessa della lavatrice senza la palla stessa, ovvero dell’acqua e basta. La trasmissione della rete veltroniana – il cui penultimo conduttore, ricordiamo, è diventato presidente della Regione Lazio per il centrosinistra – ha addirittura esibito davanti alle telecamere un grillino pentito.

Naturalmente la cosa ha suscitato grandi polemiche sui meetup, con la divisione (peraltro frequente su ogni argomento) tra grillo-scettici, che di Grillo ammirano il metodo del dubbio e proprio per questo mettono in dubbio anche quello che dice lui, e grillo-ortodossi, per cui chiunque critichi Grillo è in malafede o al soldo dei potenti; il tutto complicato dal fatto che alcuni si erano anche fatti promotori di acquisti di gruppo anticipando i soldi, rimanendo quindi, dopo questo sputtanamento mediatico del prodotto, col cerino in mano; e dal fatto che il test lascia comunque qualche dubbio, visto che anche col più chimico dei detersivi, a 40 gradi, le macchie sul collo delle camicie difficilmente vanno via. Sono apparse anche testimonianze di persone che sarebbero state contattate da Mi Manda Raitre per partecipare, ma poi scartate dopo aver detto che per loro la palla funziona.

In rete, ne ha parlato Attivissimo, ripreso da Mantellini: entrambi ovviamente dalla parte degli scettici, al punto da irridere Grillo e soprattutto quelli che, dandogli ascolto, hanno speso trenta sacchi per una pallina di plastica.

Insomma, in rete ferve lo scambio di piacevolezze: chi crede nella scienza o in Walter Veltroni sbeffeggia le palle, chi crede nella natura o in Beppe Grillo denuncia complotti per oscurarle. Tutti litigano, ma a me continua a sfuggire una cosa: perché vogliono tutti avere ragione? Possibile che non si rendano conto di avere ragione entrambi?

L’igiene, innanzi tutto, è una questione di percezione. So che non ci crederete, perché anni di pubblicità e di educazione igienista vi hanno portato a credere che sia possibile distinguere scientificamente cosa è “pulito” da cosa è “sporco”; in realtà, esistono soltanto situazioni che presentano determinati rischi per la salute, ma, dato che – a partire dall’aria che respiriamo – queste situazioni sono ovunque, noi viviamo sempre e comunque nello sporco; possiamo soltanto scegliere quale sporco è accettabile e quale non lo è, e questa è ovviamente una scelta culturale e spesso personale.

Per esempio, provate ad andare in Giappone e compiere un atto da noi considerato perfettamente igienico come soffiarvi il naso col fazzoletto, magari già usato: vi guarderanno come un puzzolente sporcaccione. Oppure, provate ad invitare amici diversi a dormire in tenda in un campeggio: alcuni vi diranno “certo, che bello” e altri vi diranno “che schifo, è sporco e antiigienico”. Nessuno di noi trova igienicamente accettabile che un uomo faccia pipì sul marciapiede, eppure quasi tutti considerano accettabile farla fare ai cani. E molte persone hanno paura di mangiare la frutta senza lavarla, eppure bevono senza problemi da una lattina che è stata trasportata e stoccata all’aperto e sotto le intemperie, però non berrebbero mai l’acqua piovana. Il concetto di cosa sia pulito e cosa non lo sia, insomma, è essenzialmente culturale, e niente affatto scientifico; tanto è vero che, addirittura, esistono casi in cui consideriamo “sporco” qualcosa che non presenta alcun rischio per la salute, ma solo un disvalore estetico: ad esempio una macchia su una maglietta.

A questo punto, quindi, è perfettamente possibile che la pallina, pur non essendo scientificamente efficace, renda i panni sufficientemente puliti per quelli che la apprezzano; e se nel contempo fa pure risparmiare tonnellate di detersivo e il conseguente inquinamento, fa anche del bene. A questo proposito, sono irrilevanti i fatti, entrambi probabilmente veri, che i venditori di biopalle si inventino stupidaggini parascientifiche per marchettarle meglio (perché scusate, i detersivi che ogni sei mesi aggiungono una stronzata qualsiasi sulla confezione, o fanno pubblicità con l’animazione di particelle che entrano nel tessuto e tolgono lo sporco a cazzotti, non fanno forse la stessa identica cosa?) e che tutta una serie di media cerchino con ogni scusa possibile di sputtanare Grillo.

Inoltre, anche se accettate senza discutere il valore scientifico del test, esso non dice affatto che dopo il lavaggio con biopalla i panni non siano puliti; dice semplicemente che acqua + biopalla lavano come la sola acqua. E allora, se unite questo dato alla considerazione che a quasi tutte le centinaia di persone che la usano i panni risultano puliti, l’unica conclusione razionale possibile non è forse quella che i detersivi nelle condizioni del test non servono a niente, perché almeno per lo sporco da quaranta gradi basterebbe la sola azione dell’acqua?

L’ossessione per l’igiene e per la salute è una branca del consumismo; parte da bisogni reali, ma li esaspera giungendo al lavaggio del cervello (pun intended). Se le biopalle possono farci riflettere su quanto noi esageriamo con questa ossessione, causando gravissimi danni all’ambiente, evviva le biopalle.

divider
sabato 29 novembre 2008, 12:48

Gramellini e la cultura che cola

Qui, in effetti, ci deve essere qualcosa da capire: dieci giorni fa mi avete dato del gramelliniano in due, e oggi qualcuno mi dice che Buongiorno avrebbe addirittura copiato la mia interpretazione de La cura di Battiato. Ora, mettiamo le cose in chiaro: Gramellini non legge il mio blog, e anche se lo facesse dubito che sarebbe andato a ricordarsi oggi di una riga persa dentro quattro pagine di post di sedici mesi fa; e anche se mai l’avesse fatto, ne sarei soltanto contento ed orgoglioso.

E’ vero se mai l’opposto, cioè che le riflessioni quotidiane di Gramellini sono state una delle maggiori ispirazioni per avere un blog, proprio perché ne condivido l’attenzione agli aspetti meno pubblici e più umani di ciò che succede, e a quelle piccole storie minimaliste che espanse in un film francese ti rompono i maroni all’infinito, ma che contenute in tre paragrafi assumono invece un valore universale ed empatico. Probabilmente è questo il motivo per cui spesso, pur senza mai parlarci, abbiamo le stesse sensazioni.

Del resto, una delle meraviglie della società della comunicazione di massa è proprio come si possano creare relazioni nascoste, ignote agli stessi protagonisti, tra persone diverse che nemmeno si conoscono. Senza dubbio Gramellini, con la visibilità che ha, avrà influenzato le vite di migliaia e migliaia di persone senza nemmeno saperlo; più modestamente, io nel mio piccolo mi stupisco sempre quando trovo qualcuno che conosco di vista, o che non conosco proprio, che mi saluta ed esordisce con un commento a uno dei miei ultimi post.

Per certi versi è addirittura preoccupante, perché la scrittura – almeno quella letteraria – è innanzi tutto un modo per parlare di se stessi con se stessi, e lo schermo del computer amplifica questa sensazione; raramente capita di pensare che qualcuno veramente leggerà quello che stai scrivendo, meno ancora che possa reagire. Eppure, ciò che ognuno di noi scrive in rete cola lentamente nelle persone che leggono, e di lì verso altre persone, con flussi più grandi o più piccoli a seconda del ruolo e della notorietà delle persone, ma lenti e inesorabili in ogni caso.

Non c’è modo di sapere perché in questi giorni Gramellini si sia svegliato con quel pensiero, e probabilmente non lo sa nemmeno lui; il pensiero umano nasce dalla somma di infiniti stimoli attraverso operazioni che noi ancora non comprendiamo bene. Quel che conta è che questi stimoli circolino, per continuare ad irrigare lo sviluppo di nuovo pensiero; ed è per questo che i tentativi di controllare le idee, di attribuirle, di considerarle proprietà di qualcuno sono, oltre che profondamente innaturali, profondamente pericolosi.

divider
giovedì 27 novembre 2008, 13:13

Lasciati a terra

Stamattina sono a casa con la febbre a guardare il collegamento live della CNN da Bombay, con l’inviata speciale che parla e poi ogni tanto scoppia qualcosa nell’albergo dietro le sue spalle, lei scappa a gambe levate, poi torna davanti alla camera fissa e ricomincia a parlare. In effetti, sono contento di avere infine deciso di non andare all’Internet Governance Forum che inizia la settimana prossima a Hyderabad!

Proprio per via dei miei frequenti viaggi, comunque, volevo dedicare un post all’aeroporto di Caselle. Chi non vola spesso forse non si rende conto dei problemi; vede soltanto gli ampi spazi appena rifatti per le Olimpiadi e i vantaggi di un piccolo aeroporto, come la velocità nel recuperare i bagagli e la possibilità di fare il check-in all’ultimo minuto (35 minuti prima del decollo, per la precisione).

Il problema, comunque, è proprio quello: Caselle è piccolo e poco servito in rapporto alle potenzialità di Torino, e questo è dovuto alla politica suicida degli amministratori e dei politici torinesi. Forse non sapete infatti che Sagat, la società che gestisce l’aeroporto, non è interamente pubblica, ma è posseduta al 46% da soci privati, di cui il principale è Edizione Holding ovvero Benetton (socio anche della nuova CAI, delle autostrade e di tante altre cose). Cosa interessa ai soci privati? Fare soldi, ovviamente. E cosa interessa ai soci pubblici?

In teoria dovrebbe interessare il fatto che l’aeroporto svolga un servizio utile ai cittadini, abbia costi accettabili e permetta alle aziende torinesi di spostarsi a costi accettabili e ai turisti internazionali di arrivare a Torino. In realtà, ai soci pubblici interessa soltanto piazzare qualche amico – ad esempio il vicepresidente Sagat Marco Scarabosio ha ottenuto la poltrona dopo essere stato trombato alle ultime regionali nella lista Bresso – e fare soldi, visto che hanno già indebitato le amministrazioni pubbliche oltre ogni decenza e hanno bisogno di denaro da spendere.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i passeggeri sono addirittura in calo, e Caselle, aeroporto della quarta area urbana d’Italia, è il dodicesimo per traffico (dati di ottobre 2008): persino Pisa e Bologna fanno molto più traffico, mentre il numero di passeggeri di Caselle è sugli stessi livelli di realtà molto più piccole come Verona, Cagliari e Bari.

D’altra parte, da Torino non ci sono i voli: capitali economiche o politiche come Zurigo, Berlino, Amsterdam, Lisbona, Bucarest, Vienna, Dublino hanno voli su Pisa, Bergamo o Venezia, ma nulla da Torino. Ormai esiste un volo per New York persino da Pescara, ma non da Caselle. Quando i voli ci sono, come per Parigi o Madrid, sono gestiti in monopolio da compagnie full price, con il risultato che conviene comunque andare a Malpensa o a Bergamo per spendere la metà.

A Torino, infatti, mancano le low cost: ma non perché loro non siano interessate. Semplicemente, per avere le low cost il gestore aeroportuale deve abbassare i prezzi praticati per ogni atterraggio e decollo, e co-finanziare l’apertura delle rotte: e questo, nel breve termine, abbasserebbe gli utili. Meglio quindi non fare nulla, tenere i prezzi alti, far sì che parcheggiare nel multipiano costi 22 euro al giorno (tre euro dieci minuti nella sosta breve) e che i voli da Torino costino cari, tanto li paga la Fiat.

Ed è proprio questo uno dei problemi: una delle ragioni per cui le varie Motorola se ne vanno da Torino è anche il costo molto più elevato di qualsiasi spostamento debbano fare i suoi dipendenti!

Inoltre, ormai i turisti si muovono essenzialmente con le low cost: quindi i nostri amministratori che spacciano continuamente il turismo come salvezza economica del Piemonte, come pensano che questi turisti possano arrivare? Ryanair e Easyjet arrivano a Bergamo, a Treviso, a Pisa, e quindi i turisti andranno in Lombardia, in Veneto, in Toscana; perché dovrebbero venire in Piemonte?

C’è persino chi sospetta che in tutto questo ci siano delle manovre politiche nazionali: siccome la parola d’ordine di questi mesi è “salvare Malpensa”, ai vari Bresso e Chiamparino è stato spiegato che è bene che i loro cittadini si sciroppino due ore d’autostrada nella nebbia per rimpolpare un po’ il traffico dell’aeroporto della brughiera varesina, snobbato dagli stessi milanesi che non vogliono mollare Linate. D’altra parte, per arrivare da Torino all’aeroporto senza spendere 35 euro di taxi ci va quasi un’ora, dato lo stato ridicolo dei collegamenti pubblici: piazzare un bus GTT diretto via tangenziale da Porta Susa ogni 20 minuti sarebbe fattibilissimo, ma impatterebbe sulle entrate dei tassisti, del multipiano e della Sadem (che adesso gestisce la linea a intervalli lunghissimi chiedendo 5,50 euro a botta e passando dentro ai paesi). Meglio attendere altri anni per scavare l’ennesimo tunnel per il treno Torino-Ceres, anche se probabilmente, quando il treno arriverà, l’aeroporto avrà già chiuso per consunzione.

L’unica cosa positiva dell’aeroporto era appunto il servizio efficiente: bene, ormai non c’è più nemmeno quello. Domenica, all’ora di pranzo, sono arrivato per partire per Parigi; il check-in era chiuso. C’era solo la macchinetta automatica Air France, con un addetto a fianco.

Vado alla macchinetta, inserisco la mia tessera frequent flyer (ancora dei tempi KLM, quando Torino era collegata con Amsterdam) e la macchinetta la rifiuta. L’addetto mi spiega che è troppo vecchia: allora gli chiedo come averne una nuova, che possa funzionare per il check-in automatico, e mi risponde “non si può”. L’unico modo per fare il check-in è inserire non il nome, non la destinazione e nemmeno il codice IATA di sei lettere che identifica la prenotazione (quelle robe tipo “IAH3Z4” che vi danno le low cost). No, l’unica cosa possibile era un numero di biglietto di 13 cifre 13 che io non avevo, visto che il biglietto era stato comprato in Francia dagli organizzatori della conferenza.

A quel punto ho spiegato all’addetto che il meccanismo mi sembrava un po’ strano, dato che da anni ormai vado a fare check-in ovunque semplicemente presentando un documento di identità, ossia con il semplice nome e cognome; la risposta è stata, con tono scazzato, “proprio per stavolta il numero glielo diamo noi, ma la prossima volta la lasciamo a terra”. Io ho pensato che piuttosto smetterò di volare Air France… se non fosse che da Torino a Parigi vola solo Air France (i voli Air One che c’erano fino a questa primavera sono magicamente spariti e ricomparsi con gli stessi identici orari a Malpensa…).

Bene, conclusa la procedura, vado nell’ampio “food court” per mangiare: puoi scegliere tra ben due opzioni, Autogrill-panini e Autogrill-Spizzico. L’aeroporto è deserto, fa davvero una impressione triste; le uniche altre persone presenti sono i tassisti in eterna attesa di clienti inesistenti. Opto per la pizza, e la signora mi dice che non la tengono nemmeno più pronta, ma me la farà sul momento “in cinque minuti”. Naturalmente i minuti diventano dodici… un capolavoro: cibo precotto come al fast food, con i tempi di un ristorante.

Perdo quasi l’imbarco, e quando arrivo al gate l’addetto (lo stesso del check-in automatico) commenta simpaticamente: “Bene, questo era l’ultimo con bagaglio, adesso gli altri possiamo lasciarli qui!”. (Imbarcare il bagaglio è una buona assicurazione, ci mettono di più a tirarlo fuori per lasciarvi a terra che ad aspettarvi dieci minuti in più.) Insomma, non solo l’aeroporto ha pochi voli, ma adesso vi trattano pure male: e poi si stupiscono se il traffico cala.

divider
mercoledì 26 novembre 2008, 14:02

Educazione algoritmica

Volevo raccontarvi ancora qualcosa sulla conferenza di questi due giorni, ma poi ho acceso il televisore e scoperto che il TG1 (dopo dieci minuti di servizi e interviste alla ggente) rimanda al proprio sito per “il video completo della deposizione di Olindo” (così senza cognome immagino sia un parente del direttore Gianni Riotta) e quindi, di fronte ad argomenti di siffatto peso, mi inchino.

Comunque la conferenza mi ha portato una notizia interessante: gli americani sono candidati all’estinzione. Infatti ho assistito alla presentazione di una dirigente della National Science Foundation, nonché docente alla Carnegie Mellon, che annunciava con grande orgoglio il piano nazionale americano per inserire il pensiero computazionale tra le abilità fondamentali da insegnare ai bambini, insieme a lettura, scrittura e matematica di base.

In pratica, il ragionamento era il seguente: siccome in qualsiasi disciplina scientifica, tecnica ed umanistica del sapere si adottano ormai calcolatori e metodi computazionali per affrontare i problemi, se insegnassimo ai nostri bambini a pensare come un computer loro sarebbero da adulti molto più capaci e competitivi sul mercato del lavoro mondiale. E giù ragionamenti su come insegnare ai bimbi dai 6 ai 12 anni a modularizzare e algoritmizzare, seguiti dalla promessa di grande successo e grande progresso.

Naturalmente, di fronte a una platea di professori europei – metà scienziati e metà filosofi – la cosa ha lasciato tutti con gli occhi a palla; dopodiché hanno cercato gentilmente di far notare alla signora che esistono anche altri modi del pensiero, nonché capacità non razionalizzabili, come l’empatia, la creatività e l’intelligenza emotiva, che forse sono altrettanto importanti. La signora ha risposto che naturalmente si sarebbero sviluppate anche altre capacità (presumo che non si renda conto di come una spinta estremizzata a razionalizzare sia incompatibile con esse) e che comunque la cosa più importante era che i bambini uscissero fuori efficienti. Alla fine è dovuto intervenire il partecipante più di peso, il già citato filosofo tedesco, per dirle che se proprio vogliono vendere computer imparino almeno a distinguere tra una abilità e un modo di pensiero, e rimandandola a leggersi Platone e Leibniz (il filosofo, non la confezione dei biscotti; il chiarimento è per la signora). Così non ho potuto fare la mia osservazione, ossia che – come qualsiasi progettista di sistema sa – in un processo informatizzato gli umani sono essenziali proprio in quelle funzioni dove il pensiero algoritmico non è in grado di affrontare il problema, e che se la mia risorsa umana è una persona che pensa come un computer tanto vale sostituirla direttamente con un computer, che almeno non mangia, non si lamenta e non chiede aumenti.

Per il resto, anche la seconda giornata è stata interessante, per quanto sia capitata anche qui la presentazione troppo verbosa: io mi chiedo come sia possibile che qualcuno, invitato a fare un intervento di quindici minuti, si presenti con una presentazione di 62 (sessantadue!) lucidi, ognuno dei quali con almeno quindici righe di testo ognuna delle quali richiederebbe due minuti di spiegazione. Ecco, forse in questi casi il pensiero algoritmico tornerebbe utile.

La mia presentazione è andata bene; ha lasciato anch’essa un po’ gli occhi a palla, tanto è vero che l’unica domanda è stata di un professore americano che aveva capito esattamente l’opposto (io sostenevo che data la struttura di Internet essa si possa governare solo per consenso, mentre lui aveva capito che io sostenessi, come da pensiero degli hacker americani degli anni ’90, che data la struttura di Internet essa non si possa governare). Alla fine tutti, persino il tedesco, sono venuti a farmi i complimenti e a chiedere ulteriori dettagli (nonché la fatidica domanda “ma tu in che università insegni?”: all’estero è inconcepibile che una persona con esperienza specifica in un campo politologico all’avanguardia non sia stato già conteso da una manciata di atenei), e mi hanno fatto ulteriormente osservare l’abisso culturale tra l’università italiana e quella europea.

Comunque, sono sopravvissuto a tutto, anche all’attentato dei bigné. No, perché nel buffet del pranzo c’erano dei magnifici bigné ripieni di crema al cioccolato, solo che mordendoli con enfasi da un lato il risultato era uno squirt di crema dall’altro, con possibili effetti ferali per giacca, cravatta, pantaloni e scarpe. Ma sono riuscito ad evitare pure questo, e a ritornare a casa sano e salvo.

divider
lunedì 24 novembre 2008, 19:04

Scienza e filosofia

Ultimamente mi è capitato spesso di non essere particolarmente entusiasta di dover partire per l’ennesima conferenza. Certo, è bello volare da un’altra parte per discutere di argomenti interessanti, ma è anche faticoso; se poi questo si accompagna alla necessità pratica di infilare la preparazione non solo di una valigia, ma anche di una presentazione possibilmente intelligente, diventa una vera incombenza.

In questo caso, però, mi sono davvero sbagliato: questa è stata una delle conferenze più interessanti di tutta la mia vita. Di solito, infatti, finisco nel solito gruppo di ingegneri, manager, accademici che discutono da anni sempre delle stesse cose; e la cosa diviene un po’ frustrante. In questo caso, invece, sono finito in un ambiente totalmente nuovo, e totalmente diverso: pensate che su trecento persone eravamo solo una manciata ad esibire un portatile.

Eppure, pensate che questi francesi, nell’ambito del proprio semestre di presidenza europea, hanno organizzato una conferenza ai massimi livelli – aperta di persona dalla ministra dell’Università francese e da quella tedesca – per interrogarsi sul rapporto tra scienza e società. Per tutta la mattinata si sono poste domande come: che tipo di società vogliamo costruire? come facciamo a usare la scienza per costruirlo? perché la gente da una parte vive in mezzo a gadget tecnologici di ogni tipo, e dall’altra ha sempre più spesso reazioni inconsulte contro il progresso scientifico? come può la scienza dialogare con la società? come ci assicuriamo che il progresso sia etico e democratico?

Non so, può darsi che anche da noi si tengano discussioni di questo genere, ma dopo il terzo oratore che citava la ricerca sulle staminali come esempio negativo e preoccupante di folle impazzite che cercano di fermare la ricerca scientifica con argomenti del tutto irrazionali e con aperta ostilità verso i ricercatori, ho pensato che in Italia, invece di chiedersi come fare a riconciliare scienza e cittadini, i politici organizzano il “family day” e soffiano sulla protesta.

Fa effettivamente strano (ed è un po’ inquietante) trovarsi in mezzo a professoroni di ogni genere che ogni cinque minuti citano uno tra Kant, Aristotele, Cartesio, Hegel, ma anche filosofi contemporanei e persino Hofstadter. E non li citano a sproposito solo per sembrare colti, ma entrano perfettamente nel loro discorso! E’ la prima volta, insomma, che mi capita di riconoscere alla filosofia una dignità scientifica superiore a quella dell’analisi della partita al bar sport; effettivamente però, fatta da gente che ha studiato, non solo ha senso, ma pare persino una disciplina olistica per persone particolarmente profonde, con possibili conseguenze sulla direzione del mondo.

Nella mia sessione specialistica – quella sull’etica dell’ICT – c’è tal Rafael Capurro, filosofo uruguagio-tedesco, uno dei quindici membri del Comitato Consultivo Etico della Commissione Europea: è una di quelle persone che emanano un’aura di saggezza ed è stato un piacere discutere con lui. Ma anche tutti gli altri interventi sono di alto livello, interessanti, ben esposti (ok, se riuscite a eliminare quel vago senso di ispettore Clouseau che danno i francesi che parlano inglese) e puntuali sull’argomento. Domani mattina c’è il mio intervento, e spero di non dire troppe stupidaggini.

P.S. In compenso, sia la conferenza che l’albergo sono Internet-less e sono riuscito a collegarmi in modalità write-only dal wi-fi gratuito del Centro Pompidou, sempre sia lodato, che però funziona malissimo. Per la posta dovrete aspettare domani sera.

divider
domenica 23 novembre 2008, 12:05

In partenza

Sono in partenza per Parigi, per una interessante conferenza organizzata dal Ministero dell’Università francese per discutere del rapporto e del dialogo tra scienziati e società; al suo interno c’è una sezione dedicata alle tecnologie dell’informazione e alle nuove forme di governo e di relazione sociale che esse determinano. Inutile che vi dica che in Italia una conferenza così ce la sogniamo; anche se si facesse qualcosa su questo tema, credo che l’età media degli intervenuti sarebbe sopra i 65 anni, e la maggior parte degli interventi si limiterebbero a esporre teorie che già circolavano nei sacri anni ’70.

Comunque, vi lascio con il link al mio rapporto sul workshop che ho gestito io a Cagliari, all’IGF Italia: il tema era più generico, riguardante le libertà e i contenuti in rete, ma almeno potrete vedermi per una volta in una conferenza, e avere un po’ il polso della situazione italiana.

divider
sabato 22 novembre 2008, 15:47

Riots: 4%

Io v’oo bloggo. Poi, fate vobis.

divider
venerdì 21 novembre 2008, 14:43

Riunioni segrete

Come sanno i miei amici più stretti (o vicini di tavola in presenza di vino), sono da mesi occupato in due progetti segreti che verranno rivelati al momento opportuno, anche se il primo sta andando a rotoli e potrebbe non materializzarsi mai. Comunque, ieri sera ero impegnato in una fondamentale riunione di “progetto segreto #2”, all’interno del quale c’erano state alcune spiacevoli discussioni con conseguente frammentazione del gruppo; abbiamo così deciso di trovarci una sera in compagnia per ristabilire un buon clima davanti a una birra.

L’appuntamento era per le nove a San Salvario, al Biberon, un localino carino da aperitivo, di quelli ggiovani dentro; solo che era strapieno. Così, dopo mezz’oretta di attesa per recuperare tutti i partecipanti, abbiamo cominciato ad aggirarci a piedi per le vie del quartiere cercando un posto dove stare; non c’era molto di aperto, i kebab non ci piacevano, il Damadama era pieno e la pizzeria nella stessa piazza avrebbe avuto un tavolo in un quarto d’ora, ma solo pochi dovevano mangiare. Così, alla fine, stanchi e infreddoliti, abbiamo notato (anche se non è molto appariscente) la ristovineria Zi’ Barba in via Pellico, dove c’erano solo due o tre persone, e ci siamo fiondati dentro.

Effettivamente c’era qualcosa di strano: i tre tizi che c’erano dentro erano tutti grossi, un po’ pelati, di mezza età e molto barbuti. Poi, mentre ci sedevamo, abbiamo cominciato a guardare le pareti e abbiamo notato che erano piene di foto di uomini pelosi, di manifesti di mostre un po’ particolari e di campagne contro l’AIDS. Insomma, a farla breve, noi – gruppo di una dozzina di individui etero di entrambi i sessi – eravamo finiti nell’unico locale gay ursino di tutto il Nordovest.

E così, ho provato l’emozione di vivere in prima persona la famosa scena del Blue Oyster Bar da Scuola di Polizia… cioè no, in realtà non è successo niente, ce ne siamo stati lì a chiacchierare tra noi, loro sono stati molto gentili, abbiamo mangiato e bevuto e così via. Ma è stata lo stesso una scena buffissima, specie considerando che noi ci eravamo trovati con la paura di dover litigare e invece ce ne siamo stati sempre ben calmi e ben seduti, soprattutto ben seduti.

E quindi, per quelli di voi che ancora non avessero ben capito, facciamo tutti insieme un saluto agli amici orsi con il leggendario video di Bear Force One!

divider
giovedì 20 novembre 2008, 12:34

Veltrusconi e la Rai

Non dovrei fare un post solo per bullarmi di averci preso; però in questo caso mi sembra obbligato mettere alcuni punti fermi sulla vicenda del presidente della Commissione di Vigilianza sulla Rai, perché è emblematica di quel che succede davvero nella politica italiana.

La vicenda è ormai notissima; da tradizione, il presidente spetta all’opposizione; l’opposizione, integerrima, indica Leoluca Orlando, uomo del partito di Di Pietro, quello che continua ad attaccare Berlusconi, che va alle manifestazioni con Grillo, che difende l’odiato Travaglio. La vile maggioranza non ci sta, e monta un braccio di ferro mai visto. Con un colpo di scena, alla fine la maggioranza elegge un elemento dell’opposizione, tal Villari, ex mastelliano, che naturalmente continua a promettere di dimettersi senza avere alcuna intenzione di farlo. E alla fine, di fronte a questa situazione e al rischio di tenersi Villari (che avrebbe piuttosto lasciato il PD che la poltrona) l’opposizione è “costretta” a puntare sul vecchio Zavoli, persona di grande prestigio ma di peso politico zero, difficilmente in grado di pesare sulle lottizzazioni della Rai. Zavoli o Villari che sia, di sicuro non sarà Orlando: Veltroni, brav’uomo, ha provato a mettere un vero antiberlusconiano a controllare la Rai, ma non ci è riuscito. Tutto chiaro?

E invece no, è chiaramente solo uno squallido teatrino; perché Veltroni è colluso con Berlusconi fino alla gola, e non ha nessuna vera intenzione di fare opposizione; gli basta conservare il suo trenta per cento di lottizzazione di qualsiasi ambito pubblico. Non ci credete? A me lo dicono continuamente persone credibili, che osservano cosa fa il PD nelle istituzioni in varie parti d’Italia. Ma se non vi fidate, c’è il fantastico video mostrato dall’Antonio Ricci, uno che sta lì da vent’anni solo perché il suo è il programma che attira più pubblicità di tutta la televisione italiana, altrimenti l’avrebbero già cacciato.

Se non l’avete visto, è qui:

In pratica, durante un programma de La7, l’esponente del PD suggerisce a quello del PDL come replicare efficacemente alle accuse di quello dell’Italia dei Valori (La7 poi ha mostrato il tutto), premettendo addirittura “io non posso dirlo”

Ma insomma, voi veramente pensavate che Veltroni, impegnato in una lotta per la sopravvivenza con lo stesso Di Pietro, che conquista consensi ogni mese di più, volesse Orlando alla vigilanza Rai? Io no, e infatti, già quattro mesi fa, ho previsto esattamente cosa sarebbe successo.

E, come dicevo, me ne vanterei apertamente, se non fosse che lo stato della politica italiana – tutto, con eccezioni a sprazzi dalle parti di Tonino – fa davvero schifo, e che, allo stesso tempo, ho il sospetto che ci siano ancora tantissime persone che non se ne sono accorte; che credono in buona fede che il problema non sia sistematico, legato alle forme stesse della democrazia rappresentativa, ma sia la persona di Berlusconi; e che Veltroni sia la sua soluzione.

divider
mercoledì 19 novembre 2008, 14:41

L’etica è un rifiuto

È da un po’ di tempo che mi chiedo quale debba essere il ruolo di un giornale rispetto ai propri lettori. Oddio, lasciamo perdere la situazione italiana, quella in cui le notizie vengono generalmente manipolate a sostegno di determinate linee politiche; parliamo in astratto. E’ giusto che il giornale dia libero spazio a tutte le opinioni, oppure dovrebbe porsi il problema di educare le persone almeno sulle basi condivise della convivenza civile?

La domanda mi viene osservando come Specchio dei Tempi da settimane dia spazio a lettere che si lamentano dell’introduzione della raccolta differenziata porta a porta nel quartiere Parella. Io ci abito e vi posso dire che dopo questo evento il mondo non è terminato: ora dobbiamo portare l’immondizia nel cortile invece che nel cassonetto in strada, ma non è questo gran cambiamento. E’ però un cambiamento per chi non ha mai differenziato niente, perché una volta si poteva far finta di nulla e buttare tutto insieme, mentre ora durante la raccolta l’Amiat controlla il contenuto dei cassonetti; e nel mio palazzo sono già comparsi avvisi su avvisi per quei due-tre renitenti che insistono nel buttare tutto insieme.

Si capiscono così le lamentele, che sono state le più varie: c’è chi ha il cane e non vuol far la fatica di riportarsi la merda dell’animale fino al cortile di casa, invece che nel primo cassonetto; c’è chi si lamenta che è brutto avere i cassonetti sul marciapiede per ore il giorno della raccolta (ma prima i cassonetti c’erano tutto il tempo, boh); c’è chi si lamenta che così la gente abbandona l’immondizia per strada pur di non differenziare (effettivamente qualcosa ho visto, ma abbastanza poco: più che altro un televisore, che poi è anni che i televisori vanno differenziati e ci si chiede questa gente dove abbia vissuto fino adesso).

La lamentela che va per la maggiore, tuttavia, è la seguente: prima buttavamo tutto a caso e ora abbiamo dovuto organizzarci e fare il lavoro di dividere le cose. Perché allora la tassa rifiuti aumenta invece di diminuire?

E’ proprio a fronte di questo che mi chiedo quale sia il ruolo di un giornale, e se sia giusto che il massimo giornale cittadino dia voce a questo genere di pensiero senza almeno contrapporre una spiegazione. Infatti, è giusto pretendere che le tariffe non vengano gonfiate, ed è vero che c’è un business dietro i rifiuti; in particolare il business dell’inceneritore, ormai di gran moda in Italia, cioè la creazione di una industria di amici degli amici, o di una paramunicipalizzata con dirigenti piazzati per logiche politiche, che riceverà dei bei soldi pubblici per trasformare i nostri rifiuti in diossina e cancro.

L’inceneritore, peraltro, non è certo correlato alla differenziata; anzi, pensate che siccome funziona come un altoforno, cioè deve essere sempre attivo e in temperatura, spesso si finisce per rimettere insieme tutti i rifiuti differenziati e bruciare pure quelli riciclabili pur di tenere vivo l’impianto, o in alternativa si compra e si brucia petrolio quando i rifiuti sono insufficienti…

Tuttavia, qualcuno dovrebbe spiegare ai torinesi che è del tutto logico che la differenziata costi di più, visto che è più complicata che buttare tutto insieme in un buco; una pratica peraltro che ha dei costi nascosti che per decenni le nostre TARSU non hanno mai pagato, visto che si tratta di costi ambientali bellamente scaricati sulle generazioni future, come la signora che mette la polvere sotto il tappeto aspettando che arrivi poi qualcun altro a pulire.

Il senso della differenziata non è risparmiare, ma ridurre il consumo di risorse naturali per non restare senza energia e per non morire tutti per i cambiamenti del clima e la devastazione dei cicli della natura. A fronte di questo, è ampiamente probabile che in futuro dovremo fare sforzi sempre maggiori per smaltire i nostri rifiuti, e pagare sempre di più per il loro smaltimento.

Capisco che non sia un discorso popolare; forse, anzi, è meglio creare animosità contro differenziata e riciclaggio, di modo che l’alternativa “bruciamo tutto e sbattiamocene” prenda piede, e nessuno protesti verso gli inceneritori; e che passi la filosofia davvero assurda – ma spinta dai politici per i motivi di cui sopra – che gli inceneritori sono buoni e anzi dovrebbero godere di ulteriori contributi pubblici, per ingrassare la saccoccia delle paramunicipalizzate (monopolio pubblico, gestione privata) di cui sopra. Come si possa pensare che bruciare un oggetto (generando comunque delle ceneri che vanno in discarica, per poi usare altre risorse per creare un nuovo oggetto uguale in seguito) sia altrettanto ecologico che riciclare, davvero sfugge. Ma forse è proprio per questo che La Stampa non ne parla, non educa, e si limita a sparare a zero sulla differenziata.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2017 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike