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Archivio per il mese di novembre 2014


venerdì 21 novembre 2014, 13:56

Speriamo nel buon senso

In rete, la vicenda della settimana è quella della pizzeria Mamita (ex Bagni Doria) di Loano, il cui titolare due settimane fa, rivedendo il menu, ha avuto l’idea di chiamare una pizza Speriamo nel Vesuvio. Un cliente ha messo la foto su Facebook e la cosa è giunta sul noto paginone neoborbonico Briganti, che ha scatenato sul locale la classica tempesta di merda: razzisti, leghisti, assassini, dando per scontato che, come in tutti gli stadi lombardo-veneti in cui all’arrivo dei napoletani gli ultrà gridano “Forza Vesuvio”, si trattasse di una speranza di eruzione.

E così, da Napoli sono partite richieste di scuse e genuflessioni, telefonate minatorie al locale, inviti al boicottaggio di Loano e dell’intera Liguria, cori di speranza nel Bisagno e in ulteriori alluvioni, ondate di recensioni negative al locale su tutti i siti di settore e anche minacce di visita di persona per rispondere a mazzate (ovviamente sempre a mezzo tastiera), e in breve la questione è diventata un caso nazionale.

Premetto che in questa vicenda sono di parte, se non altro perché in quel locale di Loano, anche se con la precedente gestione, ho festeggiato poco più di un anno fa il matrimonio di mio cugino, e a Loano ho un sacco di parenti e i miei più bei ricordi dell’infanzia. Premetto che sono di parte anche dall’altra parte, come mi tocca sempre rimarcare ogni volta che si parla di terroni & polentoni, perché, nonostante il cognome tipicamente torinese e ascendenze piemontesi da settantasette generazioni, un quarto del mio sangue deriva direttamente da una famiglia di antica nobiltà napoletana, e ne vado molto orgoglioso.

Non so se siano vere le giustificazioni del gestore, che sostiene che l’intento del nome fosse esattamente l’opposto, ossia benaugurale per i vesuviani. Pur essendovi affezionato, riconosco che il lungomare di Loano quanto a livello culturale non è Oxford e che quell’augurio cretino con retroterra di razzismo è una delle classiche scemenze che vengono dette a cuor leggero un po’ per tutto il Nord, pensando di fare una battuta simpatica che, vista da chi sul Vesuvio ci vive davvero, giustamente non risulta affatto simpatica.

Da qui, però, a pensare che uno che chiama una pizza così stia seriamente sperando nella morte di migliaia di persone, e quindi meriti di avere la vita rovinata e la propria attività lavorativa messa a rischio, ce ne passa. Così come ce ne passerebbe, almeno se esistesse ancora un giornalismo serio, tra il raccontare il caso e il fare articoli con nome, cognome, indirizzo e numero di telefono invitando di fatto al linciaggio (basta leggere i commenti agli articoli o al post originale su Facebook).

Anche gli admin della pagina Briganti, più che di Napoli, sembrano di San Damiano, a forza di tirare la pietra e nasconder la mano, per esempio ripostando la questione una volta al giorno ma poi dicendo che “naturalmente noi non auguriamo invece ai genovesi di essere alluvionati” (forse bisognerebbe fargli un ripassino di geografia, visto che tra Loano e Genova ci sono quasi cento chilometri e che Loano non è mai stata alluvionata).

La cosa che più mi spiace è il diffondersi al Sud di una mentalità uguale e contraria a quella della Lega, per cui i problemi del Sud sono solo colpa degli abitanti del Nord, e qualsiasi stronzata più o meno razzista partorita da un singolo polentone diventa un modo per rinforzare il vittimismo, prontamente strumentalizzato a fini politici (tra un post e l’altro, quelli di Briganti promuovono un nuovo partito civico campano). E questo spiace, perché il meridione è pieno di luoghi meravigliosi e di potenzialità inespresse, e alle volte sembra che dovrebbe soltanto credere un po’ di più in se stesso invece di recriminare.

Mi piacerebbe comunque sapere cosa ne pensano i miei amici del Sud e del Nord. Nel frattempo, già prima di questa storia, avevo invitato a cena per stasera una coppia di amici napoletani: io ci metto la bagna caoda e loro il dolce. Tra una cosa e l’altra, magari intingendo la pastiera nelle acciughe, sono curioso di discutere la questione.

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venerdì 7 novembre 2014, 12:17

La misteriosa tassa sul gas

Negli scorsi mesi, i torinesi che acquistano il gas da Eni, circa il 60% del totale, aprendo la bolletta hanno avuto una sgradita sorpresa, questa:

Al normale importo della bolletta sono stati aggiunti senza preavviso circa 30 euro (24,03 + IVA, perché in Italia si paga l’IVA al 22% anche sulle tasse) a titolo di “canone comunale 2012-2013”. Non sono una cifra enorme, ma non sono nemmeno pochi per chi fatica ad arrivare a fine mese, e perdipiù vanno a colpire un bene fondamentale come il gas, che permette di cucinare e di scaldarsi.

A fronte delle numerose segnalazioni, dopo la pausa estiva ho presentato una interpellanza per chiedere spiegazioni: chi ha deciso di introdurre questa tassa e di farla pagare tutta in una volta? Come vedete nel video, la risposta dell’assessore in aula, circa un mese fa, è piena di dubbi; capito che questa tassa esiste dal 2011 e che è stata Eni a dimenticarsi di farla pagare per poi chiederla tutta insieme in un colpo solo, nemmeno la giunta sembrava sapere bene come funzionasse.

Ho quindi chiesto un approfondimento, che è avvenuto qualche giorno fa con l’audizione dell’amministratore delegato di AES Torino, Rocco Luigi Didio (anche lui lucano come mezzo PD torinese). AES Torino è la società nata nel 2001 come joint venture a metà tra la municipalizzata AEM (oggi Iren) e Italgas (cioé la stessa Eni), per gestire le reti cittadine del gas e del teleriscaldamento; qualche mese fa, peraltro, il matrimonio si è sciolto e Iren si è presa tutto il teleriscaldamento, mentre Eni si è tenuta la società e la rete del gas.

Anche questo è un tassello della storia; perché la tassa comunale sul gas nasce quando, alla fine dello scorso decennio, il governo decide di “portare il mercato nei servizi pubblici locali”. Come già per l’acqua, per i rifiuti e per i trasporti, gli esegeti del mercato a tutti i costi vogliono trasformare le vecchie società pubbliche e parapubbliche che avevano in gestione servizi di monopolio naturale, come sono i tubi del gas, in aziende che si contendono il servizio tramite gara, in modo da “fare efficienza per i cittadini”.

L’efficienza per i cittadini di questa scelta è talmente elevata che, per compensare i Comuni dalla futura perdita del controllo diretto della distribuzione del gas e dei relativi utili, viene introdotta subito la possibilità che essi istituiscano una tassa sul gas, il cui importo massimo è fissato da un algoritmo nazionale a un teorico “giusto utile” del servizio, pari al 10% di un “giusto ricavo” detto VRT; per Torino, questo massimo è pari a 5,7 milioni di euro.

Siamo a fine 2010, e il sindaco è ancora Chiamparino: può forse farsi sfuggire un’occasione per imporre nuove tasse? No, e dunque introduce la tassa e la fissa al massimo possibile. I giornalisti cittadini, secondo voi, denunceranno questo ennesimo prelievo dalle tasche dei torinesi? No, il massimo che esce è questo articolo che racconta le cose in modo un po’ diverso: si tratterebbe di un aumento di tasse di soli 200.000 euro che servirebbe a finanziare il welfare.

La realtà è invece che i 5,7 milioni vengono ripartiti in due come da regole nazionali: 2,1 milioni li paga AES Torino, che prima ne pagava 1,9 (di qui l’ “aumento di 200.000 euro”), e che comunque ribalterà il costo ai suoi clienti, che sono le decine di società che vendono il gas ai torinesi, che a loro volta aumenteranno le tariffe ai clienti finali per coprire l’aumento; ma gli altri 3,6 sono un nuovo prelievo che viene caricato agli utenti direttamente in bolletta, per poi girare le cifre incassate ad AES Torino e da AES al Comune.

Considerando che a Torino ci sono un po’ più di 450.000 utenze del gas, la tassa in bolletta diventa quindi di 8 euro l’anno, uguale per tutti indipendentemente da reddito e consumi. Siccome però siamo in Italia, l’Agenzia per l’Energia Elettrica e il Gas ci mette un anno a ratificare la nuova tassa torinese, che quindi entra in vigore il primo gennaio 2012, però con la clausola che per il 2012 la tassa sarà raddoppiata per recuperare il 2011. Di qui, quindi, le cifre apparse nella bolletta Eni; gli altri operatori, invece, hanno semplicemente spalmato questi importi nelle bollette già dal 2012.

Nel frattempo, a ritmi italici, l’avvento del mercato sui tubi del gas va avanti: e dunque dovrebbe partire tra un po’ la gara pubblica per la gestione della rete del gas a Torino e nei comuni limitrofi, che dovrebbe concludersi a fine 2015 (io scommetto che la vincerà una società chiamata AES Torino). Comunque, a quel punto la tassa sarà eliminata e sostituita dalla cifra che il miglior offerente si sarà impegnato a pagare ai Comuni in cambio della gestione del servizio, cifra peraltro che potete indovinare chi pagherà alla fine.

Per il 2014 e per il 2015, tuttavia, ci troveremo ancora altri 8 Euro + IVA in bolletta; già, perché in teoria la Città, che ha già incassato 5,7 milioni l’anno per tre anni, potrebbe decidere di ridurre l’importo o prevedere facilitazioni per i meno abbienti (peraltro complesse da realizzare in pratica, visto il giro che fanno questi soldi), ma quando ho anche solo ipotizzato la cosa si sono messi tutti a ridere.

Ah, e il welfare? Ovviamente era una bufala: quando ho chiesto dove sono finiti questi soldi, ho saputo che sono finiti nel calderone generale delle entrate del Comune, a tappare i buchi di bilancio; “però sul welfare mettiamo comunque già tanti soldi, dunque fa lo stesso”.

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