Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Mar 27 - 11:19
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per la categoria 'Life&Universe'


mercoledì 21 Luglio 2021, 20:06

L’obbligo di green pass spiegato razionalmente

Spuntano dalle fottute pareti: non solo i no vax, ma quelli che “io non sono no vax ma” (di solito gli stessi che non sono razzisti perché hanno anche un amico marocchino). Alla fine conviene non perdere tempo a discutere con loro, tanto non vogliono ascoltare. Per gli altri, però, vorrei che fosse chiaro qual è il motivo razionale per cui è corretto riservare ristoranti o trasporti pubblici ai titolari del green pass, almeno in determinate condizioni.

Il pass, infatti, non garantisce affatto che la persona non sia infetta o non possa infettare; i vaccinati possono comunque infettarsi e persino ammalarsi. Nemmeno il pass ottenuto col test negativo lo garantisce, perché anche il test, specie quello rapido, ha una percentuale di errore non piccola.

Statisticamente, se in un ristorante ci sono cento persone tutte col green pass, ce ne sono probabilmente una decina che in realtà potrebbero essere infette, anche se ciò non significa che lo siano davvero. Se una di esse però lo è, possono avvenire dei contagi. Quanti, dipende anche dagli altri: se tutti gli altri sono vaccinati, quando l’infetto “prova” a contagiarli, la probabilità che possano infettarsi è dell’80-90% inferiore al caso in cui le altre persone nella stanza sono non vaccinati entrati con un test negativo, e quindi sono tutte soggette al contagio senza protezioni.

In altre parole, supponendo per farvi capire il meccanismo che sia il vaccino che il test negativo abbiano una efficacia del 90%, succede questo:

  • in una stanza in cui nessuno è vaccinato e nessuno ha il green pass, la probabilità che avvenga un contagio dipende dal tipo di interazione e da quanti infetti ci sono in giro, cioé da quanto sta circolando il virus nella società; supponiamo per esempio che valga 0,1;
  • nella stessa stanza in cui nessuno è vaccinato ma tutti hanno il green pass da test negativo, la probabilità che avvenga un contagio si riduce del 90%, diventando 0,01, ossia dieci volte inferiore;
  • nella stessa stanza ma in cui tutti sono vaccinati e hanno il green pass da vaccinazione, la probabilità che avvenga un contagio si riduce due volte del 90%, diventando 0,001, ossia cento volte inferiore.

Come vedete, né il green pass, né il test negativo, né il vaccino azzerano i contagi e sono una garanzia di “sicurezza totale”: chi lo dice non ha capito. Tuttavia, questi strumenti, statisticamente, riducono di molto il numero dei contagi; la riduzione non dipende solo dal pass ma anche da come lo si è ottenuto (quindi il test negativo, dal punto di vista epidemiologico, non è equivalente alla vaccinazione).

A questo punto, ecco perché è corretto, in un momento in cui il virus ha una circolazione media, limitare a chi è vaccinato l’accesso a situazioni pericolose, quelle in cui i contagi sono più probabili; ossia, a situazioni in cui si sta per un certo tempo insieme in un ambiente chiuso, peggio ancora se con distanze molto ridotte (come sui mezzi di trasporto) o senza mascherine (come nei ristoranti).

In assenza dei vaccini, raggiunto un certo livello di circolazione dei virus queste attività vanno chiuse, perché provocano statisticamente un certo numero di contagi. Il green pass, però, garantisce un “bonus”; a parità di condizioni, può ridurre di dieci volte (caso del test negativo) o di cento volte (caso della vaccinazione) il numero di contagi che si verificano, e quindi permettere di tenere aperte, solo per chi ha il pass, queste attività che altrimenti andrebbero chiuse per contenere l’epidemia. Il fatto che le si tenga aperte anche a chi ha un test negativo, e non solo a chi è vaccinato, dal punto di vista epidemiologico è già una grossa concessione ai non vaccinati.

Certo, se nonostante questo la circolazione del virus dovesse salire ancora – grazie ad esempio al fatto che la variante delta è almeno il triplo più contagiosa del virus originario, quindi a parità di condizioni genera il triplo di contagi – il bonus viene consumato, e diventa inevitabile chiudere di nuovo quelle attività a tutti, anche ai vaccinati.

Del resto, se il bonus da vaccinazione si compensa con la maggior contagiosità della variante di quest’anno, logica vorrebbe che ci ritrovassimo con gli stessi lockdown dell’anno scorso pur essendo tutti vaccinati; ma se non fossimo vaccinati, ci toccherebbe probabilmente un altro lockdown completo stile marzo 2020 o persino peggio. (Per questo, confrontare le restrizioni di oggi con quelle di un anno fa non ha senso; la contagiosità di base del virus, il famoso R0, è molto cambiata, purtroppo in peggio.)

Insomma, la vaccinazione non è perfetta, non è un lasciapassare, non rende invulnerabili, non permette da sola di tornare alla normalità, ma dà un aiuto che permette di ridurre un po’ le restrizioni a parità di condizioni generali. Per questo motivo, l’obbligo di green pass nelle attività che generano contatti al chiuso è non solo ragionevole ma doveroso; non è una punizione nei confronti di nessuno, ma un semplice calcolo scientifico.

divider
martedì 5 Gennaio 2021, 19:12

Sulle prossime elezioni comunali

Oggi mi hanno girato questo appello per la nascita di una lista civica di centrosinistra per le prossime elezioni comunali (l’appello, se ben capisco, è perché ne nasca una sola invece di tante in concorrenza tra di loro). Lo riporto qui, per chi può essere interessato, e colgo l’occasione per qualche commento o confessione personale.

Naturalmente mi fa piacere che alcuni dei firmatari dell’appello abbiano pensato a me come una persona potenzialmente da coinvolgere. Un po’ mi sorprende anche, perché diversi degli attuali esponenti del PD cittadino, pur nell’ambito di ampia e reciproca stima, mi hanno sempre considerato un po’ troppo liberale e liberista per il centrosinistra, nonostante io in tutta la mia “carriera” di elettore abbia sempre, tranne che nel periodo M5S, votato da quella parte (un paio di volte persino comunista… ah, la gioventù 😃 ). Ma va detto che al giorno d’oggi le differenze ideologiche sono minime e c’è una grande area grigia al centro in cui probabilmente ricado anch’io, a maggior ragione in una elezione amministrativa.

Come ben sa chi mi segue da sempre, considero le cariche elettive come una forma alta di servizio pubblico, nella quale bisogna darsi da fare e mettere le proprie energie e competenze al servizio della “clientela” che ti paga lo stipendio, cioè dei cittadini. Quando l’ho fatto credo di averlo fatto bene, sia quantitativamente che qualitativamente; almeno, questo è il responso che ho avuto più o meno da chiunque, tranne che dalla base e dalla dirigenza del M5S.

Allo stesso tempo, se la mia esperienza in politica è finita come è finita, e al di là delle evidenti dinamiche degenerative interne al Movimento 5 Stelle una volta annusato il potere, vuol dire che probabilmente non sono così adatto a questo tipo di attività.

Ammetto – non so se l’ho mai detto prima – che sedere in Sala Rossa era un sogno che avevo fin da ragazzo. Quando si è realizzato, per un breve lasso di tempo ho pensato che forse avevo trovato la mia strada, un modo di esprimere un certo talento con soddisfazione reciproca, mia e della collettività; ma quello che è successo dopo mi ha fatto abbandonare questa idea. E poi, dopo il modo in cui è finita l’altra volta, non so con che faccia potrei di nuovo chiedere il voto a chicchessia, né come potrei ottenerlo.

Per quanto dunque sia sempre ben disposto a partecipare a uno scambio di idee sul futuro di questa città, non credo che abbia molto senso una mia partecipazione attiva alla prossima elezione comunale. Ma se qualcuno di voi vuole provarci, perché no: per me, è stata comunque una esperienza che valeva assolutamente la pena di essere vissuta.

divider
giovedì 31 Dicembre 2020, 18:52

Il mio 2020: la storia di come non ho fatto il covid

La mia foto dell’anno per il 2020 è sicuramente quella qui sotto. Era il 6 marzo e io stavo rientrando in ufficio dopo una misteriosa febbriciattola. L’Italia era in subbuglio, ma ufficialmente poco era successo; la parola “lockdown” era ancora sconosciuta, ed esisteva soltanto la “zona rossa di Codogno”.

Non so dove avessi preso quella febbre; forse – proprio mentre l’Italia scopriva per la prima volta la presenza del virus – sabato 22 febbraio, di ritorno da San Francisco su uno dei miei tanti voli da Monaco a Torino, su uno di quegli aerei che da anni facevano ogni giorno su e giù senza sosta tra l’hub bavarese e gli aeroporti di Piemonte, Lombardia e Veneto. O forse lunedì 24, quando ero andato – in auto, vista l’improvvisa paura per i treni lombardi – fino a Milano, al consolato russo, per chiedere un visto per una conferenza a Mosca in aprile che poi non si svolse mai.

Martedì 25 e mercoledì 26 ero andato in ufficio, e così, per caso, il mio collega alla scrivania di fronte mi aveva fatto notare che mi era venuta una tosse secca e insistente, sempre più frequente; e fece anche qualche battuta sul fatto che a metà gennaio ero stato in Cina, “non porterai mica il covid?”. Ma no, era impossibile: il covid, si diceva allora, emerge in 14 giorni e ormai erano passati da un pezzo; anche a San Francisco, per farmi imbarcare sul volo di ritorno, mi avevano chiesto se fossi stato in Cina negli ultimi 14 giorni, e io gli avevo detto di no, che era passato almeno un mese.

Comunque, dato che ero stato in giro per il mondo senza sosta sin dalla fine delle vacanze di Natale, decisi di cambiare ambiente, e mercoledì sera partimmo per la montagna, con l’idea di lavorare da lì e magari prendere un giorno di riposo extra, per compensare il fatto che domenica alle 13:15 avrei avuto un altro volo, da Caselle per Londra, e poi il martedì da lì in Germania.

Eppure giovedì 27, man mano che lavoravo, mi vennero degli strani brividini; ma niente di che, e il massimo di temperatura fu di 37 gradi precisi a fine pomeriggio. Ero preoccupato per un solo motivo: se avessi avuto più di 37,5 di febbre, domenica non mi avrebbero lasciato salire sul volo e sarebbe stato un disastro. Venerdì 28 la storia fu circa uguale; al mattino avevo 36,5, ma verso fine giornata arrivai addirittura a 37,3.

Non ero quindi preparato a una serata particolare. Dopo cena, ci mettemmo nel letto a guardare la televisione. Erano già le dieci passate quando mi accorsi che facevo sempre più fatica a respirare, e che non riuscivo affatto a rilassarmi. Cominciai ad andare in bagno ripetutamente, con la sensazione di affanno e di dover vomitare, ma senza che venisse fuori niente. All’ennesimo giro, ed era quasi mezzanotte, dopo diversi minuti a guardare la tazza del WC stando malissimo senza riuscire a vomitare decisi di tornare in camera, e… non ci arrivai: i quattro metri dal bagno alla camera divennero infiniti, ero in apnea, mi girava la testa, non vedevo niente, e ansimavo cercando di respirare, senza molto successo; alla fine, mi appoggiai ai mobili per non cadere, cercando di gridare per attirare l’attenzione di Elena. Lei venne di corsa, mi trascinò nel letto, mi mise orizzontale, e per qualche motivo, di botto, la crisi finì; ricominciai a respirare un po’ meglio, ma ci volle fino alle due di notte perché riuscissi a rilassarmi e poi a dormire. Naturalmente ci chiedemmo se chiamare il 118, ma eravamo in mezzo ai monti, a un’ora di curve dall’ospedale di Aosta, e se fosse stata una vera emergenza nessuno sarebbe mai giunto in tempo. Sperammo in bene, e così andò.

Il mattino dopo, sabato 29 febbraio, chiamai subito la mia dottoressa, che mi chiese: negli ultimi 14 giorni sei stato in Cina? No. Sei stato a Codogno? No. Allora, mi disse, non è covid, e anche se avessimo il dubbio, non mi è comunque permesso di farti fare un tampone; così erano le linee guida di quel momento. Mi disse comunque di comprarmi un saturimetro e di chiamare subito il 118 se avessi avuto una nuova crisi. Non essendo covid, e continuando io a non avere febbre, non ero nemmeno soggetto a quarantena; e così, per sicurezza, decisi di mettermi in macchina e tornare fino a Torino, più vicino a un qualunque ospedale.

Nel frattempo, sia gli inglesi che i tedeschi che dovevo incontrare mi avevano scritto chiedendomi di stare a casa, perché quella era la settimana in cui gli italiani erano pericolosi untori e il resto d’Europa pensava di potersi salvare. Quindi tornai a casa senza uscire mai dalla macchina, e per sicurezza mandai Elena da sola a fare la spesa, aspettandola fuori dal supermercato; il medico mi aveva detto che certamente non era covid, e comunque all’epoca non si sapeva ancora che ci fossero così tanti asintomatici e nemmeno che gli asintomatici fossero potenzialmente infettivi.

Domenica fu un giorno altrettanto straordinario; cominciò a colarmi il naso. Ma non normalmente; continuamente, a fiotti. Non la pubblicherò, ma fui così impressionato da fare la foto alla grossa scatola di cartone del Lidl che tenevo vicino al letto, completamente piena di pezzi di carta igienica usati per soffiarmi il naso. Dopo di quello, bon: non ebbi più febbre né brividi, e anche la tosse andò rapidamente scemando; ricominciai a stare bene.

Lunedì 2 marzo decisi da solo di mettermi in smart working; non era un obbligo (se ricordate, la maggior parte delle aziende italiane continuò a tenere anche gli impiegati in ufficio fino a fine marzo) ma mi chiesi perché, pur non avendo il covid, avrei dovuto rischiare di contagiare qualche collega. Lunedì pomeriggio, tre giorni dopo la crisi, mi arrivò anche il saturimetro da Amazon: alla prima prova segnava 93.

C’era però un problema: a febbraio avevo viaggiato e accumulato spese per quasi mille euro, che avrei dovuto rendicontare appena possibile, con tanto di allegati cartacei. E così, arriviamo alla foto: venerdì 6 marzo verso le sei del pomeriggio, contando di non incontrare nessuno, mi presentai in ufficio per fare la mia pratica. In realtà incontrai un collega, ma ci tenemmo ben alla larga (all’epoca non esistevano mascherine, ma si diceva che bastassero due metri di distanza per evitare il contagio anche al chiuso) e lui andò via praticamente subito. In più, io mi portai da casa il disinfettante, e disinfettai attentamente tutto quello che avevo toccato: la stampante, le buste, le scrivanie, le maniglie. Anche se non avevo il covid, anche se il venerdì pomeriggio era stato scelto apposta per far passare più tempo possibile fino al nuovo riempimento dell’ufficio, anche se mi sembrava talmente assurdo da farmi fare la foto da Elena, sono contento di averlo fatto lo stesso.

Alla fine, nessuno nel nostro ufficio ha mai avuto il covid. Più tardi, verso l’estate, diventò possibile fare i test sierologici per capire se lo si aveva avuto, ma il governo dispose che i positivi dovessero mettersi in quarantena in attesa di un tampone, e a quel punto mi sembrò stupido rischiare settimane di quarantena solo per capire che cosa avessi davvero avuto. Non lo saprò mai: resterà uno dei misteri della mia vita.

So solo che spero di non provare mai più quella sensazione di non riuscire a respirare, mentre gli occhi si spengono, e ti sembra proprio di stare per morire; e spero che il 2021, almeno da un certo punto in poi, non la regali più a nessuno.

divider
mercoledì 25 Novembre 2020, 23:24

Pensavo fosse ovvio (una esegesi di Maradona)

Pensavo fosse ovvio, ma visto che c’è gente che si lamenta degli omaggi a Maradona dicendo che era un cocainomane evasore fiscale che picchiava la fidanzata, mi tocca precisare quanto segue.

Maradona è una leggenda, è al di sopra del bene e del male e delle leggi del mondo e della fisica, e lo è proprio perché è stato insieme esagerato nel bene e esagerato nel male. Ma lo è anche perché non era malvagio lui, ma piuttosto il male ce l’aveva dentro come ostacolo, era geneticamente stampato nel suo essere piccolo, brutto e figlio delle favelas, con una montagna da scalare solo per avere le stesse opportunità dei nati meglio. Era il male di tutte le periferie del mondo, di tutti gli sconfitti in partenza che una volta su un milione per miracolo, con talento e con furbizia, arrivano in cima; e per questo tutti gli sconfitti del mondo si riconoscevano in lui, e lui in loro.

Inoltre, Maradona – a differenza di altri che sono grandi calciatori e niente di più, da Pelé a Platini, alla cui morte non piangeranno i popoli – è riuscito ad arrivare in cima senza leccare culi, senza accomodarsi col e al potere, senza comportarsi da bravo bambino e sorridere alle telecamere, ma piuttosto abbracciando Fidel e Hugo Chavez e mandando affanculo i giornalisti, ben sapendo che questo lo avrebbe tagliato fuori da tante cose e fregandosene lo stesso.

Io sulla tomba di Maradona metterei una foto come quella qui sotto, quella in cui al mondiale del 2018 fa un doppio dito medio alle telecamere, dopo che l’Argentina a quattro minuti dalla fine ha segnato il gol qualificazione a una di quelle classiche nazionali africane che a ogni mondiale vengono strapompate dai media in nome del politicamente corretto, salvo poi fare regolarmente cagare a spruzzo. Maradona col politicamente corretto ci si puliva il culo, e se questo non vi piace, potete andarvene affanculo anche voi.

divider
sabato 30 Maggio 2020, 14:30

Storie di gioventù e antichi maestri

Nel 1995, da studente ventenne, ebbi la fortuna di succedere a Carlo Chiama nel consiglio d’amministrazione del Politecnico. Spesi così due anni a osservare Rodolfo Zich molto da vicino, in un rapporto di stima e, diciamo così, di affettuosa dialettica.

Io ero già allora un rompiscatole a cui piaceva provocare e che criticava tutto, anche se di certe critiche vado fiero; per esempio, se nell’area del raddoppio del Politecnico non è stato tirato giù tutto ma si è tenuta e ripristinata tutta la parte originale davanti alle OGR, dopo quella della mai abbastanza compianta Vera Comoli c’è anche la mia firma, anche se comportò subire una sfuriata assurda durante una memorabile riunione di consiglio. E come dimenticare quando imbucai una serie di amici studenti in maglietta a un importantissimo incontro riservato con l’allora presidente del consiglio Romano Prodi?

Ma da Zich ho imparato grandi lezioni su come si sta al mondo, e ne cito una: quando il consigliere di Comunione e Liberazione gli chiese di intercedere con Romiti per farsi togliere un rimborso spese di sei milioni di lire che la Ferrari aveva chiesto per esibire una macchina a una manifestazione studentesca, Zich gli rispose “io Romiti lo chiamo per chiedergli sei miliardi, non sei milioni”.

Certo, la cosa evidentemente non valeva nel senso opposto, altrimenti non avrebbe dato il mio numero di telefono di casa a Lapo Elkann perché mi telefonasse intercedendo per far avere fondi studenteschi al giornalino dei suoi amici. Ma questa è ancora un’altra storia.

divider
domenica 18 Marzo 2018, 21:11

A qualcuno piace Londra

Ai turisti italiani piace Londra, nonostante non la conoscano, non la capiscano, non sappiano una mazza di niente della sua storia e della sua anima. Vivono in un territorio a scopettone che comprende la ferrovia da Stansted a Liverpool Street, la City e metà di Westminster. E pure di quello non sanno niente; per esempio, parlano del referendum sulla Brexit e si stupiscono del disastro senza sapere che la caduta di Londra era inevitabile sin da quando, un mese prima, la Pietra di Londra è stata tolta dal suo posto millenario in Cannon Street.

Per esempio, dalle finestre del ricevimento nell’albergone della conferenza, si vede la Westway intasata di macchine; un pezzo di Londra che è normale per chi ci abita, ma che nessun turista conosce. La Westway racconta di sogni anni ’60 della città dell’automobile, ma anche dei sogni anni ’90 dei Blur, e dall’anno scorso anche dei sogni di due ragazzi italiani emigrati a Londra come tanti. Quattro anni fa, stesso albergo e altra conferenza, la Westway non faceva tanta tristezza, ma era giugno e fuori la vita non sputava pezzi di ghiaccio in faccia.

Comunque, fatte le chiacchiere con le persone che dovevo trovare, alla fine esco; c’è troppa gente e troppa fame, perchè per qualche motivo sembra che, quando si tratta di buffet, la maggior parte dei nerd sia un pozzo senza fondo. Voglio comprarmi qualcosa per la colazione di domani, e così, nonostante la neve, allungo il giro prendendo la strada di Edgware verso il centro; se fossimo in due sarebbe un tentativo di marbolarci, ma anche se l’arco c’è non ci sei tu, e quindi si limita a essere un tentativo di raggiungere il Tesco Metro che sta a due terzi della strada.

Edgware Road, dal punto di vista architettonico, è una specie di Lorenteggio ai bordi del centro di Londra; specie sul lato di Bayswater, ci sono palazzoni anni ’70 che non sfigurerebbero in una prima cintura milanese. Dal punto di vista sociale, invece, è un territorio ufficialmente bilingue, inglese/ISIS; ma solo per qualche isolato, perché poi il Londonistan cede il passo al centro vero e proprio, in un rettangolo di confini invisibili che lo contengono nella via trafficata. Che poi, almeno stavolta non è così trafficata: quattro anni fa ero dovuto tornare in albergo a piedi, a causa della strada bloccata dai cortei di algerini che festeggiavano la qualificazione al Mondiale.

Peccato solo che il Tesco Metro sia chiuso: uno scandalo, pare che chiudano addirittura mezza giornata la settimana, la domenica dopo le cinque (gli Express, invece, sono in buona parte aperti 24 ore su 24). Sarebbe bello addentrarsi in Hyde Park nella tormenta di neve, ma è buio e potrei anche rimanerci congelato dentro, e così taglio dentro il labirinto georgiano dei palazzi ultrasignorili per tornare al mio albergo, che sta altrettanto signorilmente oltre Paddington. Attraverso uno scenario spettrale fatto di BMW X4 coperte di neve, aggiro la chiesa di Hyde Park Crescent dove bambini benissimo fanno non so cosa; non sono le mie zone, io di solito bazzico East London (anche se pure lì ormai bisogna sparare a vista alla gentrificazione), lì al massimo c’è la chiesa di San Botulfo fuori Aldgate, che tanto è sempre chiusa perchè vanno tutti alla non lontana moschea.

Alla fine, camminando, arrivo da Micky’s: che è il fish & chips del quartiere, naturalmente venti metri dopo aver superato un nuovo confine invisibile che porta verso Praed Street e la confusione umana della stazione di Paddington. Micky’s rocks, anche perché sta fisicamente sopra alla Circle Line, sul trincerone costruito centocinquant’anni fa, e quindi ogni due minuti trema tutto. Micky’s non è fighetto come Poppies, che non a caso sta nella parte gentrificata di East London o in alternativa a Camden (Camden! finti alternativi sin dagli anni ’80). Micky’s è un fish & chips grezzo, vero, operaio, originale e veracemente britannico, a partire dal fatto che è gestito da una famiglia di turchi.

E però entro, e per dieci sterline mi faccio dare un merluzzo fritto benissimo, competitivo con quello di Poppies: la pastella è più unta, ma il pesce è perfetto, ancora morbido dentro. Certo, il posto è scrauso, del resto siamo in Inghilterra e pure la regina ha la moquette nel cesso; son sottigliezze. Poi dietro di me entrano tre francesi che riescono a ordinare “chickén burgère” e Fanta. In un fish & chips. Volevo pisciargli io nel piatto, ma son sicuro che l’abbiano fatto i turchi giù in cucina.

Ma chi se ne importa! Adesso ho in corpo tutto l’olio del mare del Nord, a tenermi caldo nell’ultimo tratto a piedi fino all’albergo. Non so se avrò ancora tempo di fare un giretto, nei prossimi giorni; nel caso, potrei anche non raccontarvelo.

divider
giovedì 22 Febbraio 2018, 06:24

La regola del buffè

C’è una regola che dice che più fa schifo il cibo del buffè e più ne mangerai, preso da un istinto accaparratorio atavico acceso dalla scarsità. In questo caso, la serata sociale della conferenza ha lasciato a desiderare: non solo la sala era palesemente troppo piccola per tutti, non solo le due code erano troppo poche, ma delle sei opzioni in serie quattro erano impresentabili: un teorico panino di porco che dentro aveva solo insalata, un asparago bollito che mio dio non sono mica malato, riso bianco scondito che va giusto bene come padding per allineare gli spazi, e una roba di tofu e peperoni, mio Dio! tofu e peperoni, che solo in California possono essere così fighetti da mangiare sta roba, mentre nel resto degli Stati Uniti, e un po’ ovunque nel mondo civile, il tofu è cibo solo per mucche, comunisti e mucche comuniste (ma è un’ottima materia prima per la produzione degli pneumatici). Restavano i ravioli cinesi e il pollo, che infatti non facevano in tempo ad atterrare che venivano saccheggiati dalla folla. E non parliamo del bar! per avere una birra ho dovuto sgomitare che neanche un fantino al palio di Siena.

E comunque, l’albergo storico a cinque stelle proprio sulla cima di Snob Hill – è il posto dove hanno firmato lo statuto delle Nazioni Unite, per dire quanto è snob – offre solo la sala a tema isola polinesiana in cui ci troviamo. Per gli americani è una figata, ma boh: è talmente pigiata di gente che non si riesce a parlare, ti mettono al collo una ghirlanda di finti petali da cinque lire, e al centro c’è una piscina con una zattera su cui suona una band di cinesi – e penso che il batterista cinese che canta successi anni ’80, tipo Tutto Nylon di Laionel Ricci, o 666 di Mac & Jack, si stia comunque divertendo di più.

Ma non è un problema, che fuori c’è la città: l’unica vera città della California (San Francisco è una città, Los Angeles è una distesa di case). Ogni angolo è un panorama, ogni momento è un respiro di vento, ogni casa è una storia epica di frontiera e conquista e disastro e ricostruzione, e oggi anche di cinesi con QI > 150 che lavorano per Google. Basta mettere fuori il naso ed è subito meraviglia, specie su California Street, col tram a cavo che passa e anche quando non passa fa un casino tale che tiene sveglio il vicinato, ma è comunque un pezzo di Ottocento pionieristico proiettato verso il mare del Duemila.

Chissà se san Ginepro Serra, fondando la missione di San Francesco d’Assisi, avrebbe mai pensato che sarebbe finita così.

divider
domenica 24 Dicembre 2017, 13:10

Una favola politica natalizia

È un po’ che non scrivo sul blog, ma oggi è la vigilia di Natale e una mail che ho ricevuto mi ha fatto venir voglia di raccontarvi una favola. In realtà, la favola è veramente accaduta, ma dato che non mi interessa dire che Tizio è buono e Caio è cattivo, ma piuttosto trasmettervi come in ogni buona favola natalizia una morale, anonimizzerò tutto il racconto, anche se chi è pratico dell’ambiente politico cittadino riconoscerà almeno alcuni dei personaggi.

Questa favola inizia a Natale 2009, quando un giovane movimento rivoluzionario, nato sotto cinque stelle comete, si stava preparando al suo primo grande appuntamento elettorale: le elezioni regionali del marzo 2010. Tra gli esponenti più attivi a Torino, c’era un giovane trentenne esperto di marketing e comunicazione, di cui traspariva subito l’intelligenza, ma anche l’ambizione.

Personalmente penso che l’ambizione non sia in sé malvagia; e quasi tutti coloro che entrano in politica hanno ambizioni personali, un bisogno di approvazione da soddisfare, una tradizione familiare da proseguire, l’aspirazione a una fonte di reddito in più; l’importante però è che l’ambizione non vada a danneggiare la missione collettiva. In questo caso, purtroppo, l’ambizione era forte, e si tradusse in una serie di comportamenti sgradevoli; ricordo un comizio a Bussoleno in cui il giovane trentenne si offrì volontario per distribuire i volantini del Movimento alla folla, e poi scoprimmo che li dava insieme al suo santino personale. Nonostante questo, alla fine ci fu un solo eletto, e lui arrivò soltanto a metà classifica.

L’anno successivo, ci furono le elezioni comunali; e molti non si fidavano ad avere tra i candidati quella persona. Alla fine, però, il candidato sindaco era notoriamente un buono, e si decise di perdonarlo; tuttavia, fu scritto un bel regolamento che indicava a tutti i candidati cosa potessero o non potessero fare. La fiducia si rivelò infine mal riposta; la persona in questione, insieme al suo compare attivista capellone (lui mi scuserà, non lo dico in senso negativo; è che, come nei manga, per distinguere i personaggi serve un tratto visuale forte), avviò un proprio gruppo di attivisti separato, chiamandolo in modo che lo si confondesse con quello ufficiale; cominciò a fare spamming a migliaia di potenziali elettori, inviando fotomontaggi di se stesso a fianco di Grillo da cui poteva sembrare che Grillo lo consigliasse; insomma, ne fece un po’ di tutti i colori.

Oddio, visti oggi, quei comportamenti fanno sorridere; oggi, praticamente qualsiasi parlamentare ed esponente di rilievo del M5S ha una pagina personale sponsorizzata a pagamento su Facebook e uno staff proprio, e pensa soprattutto alla promozione personale. Allora, però, eravamo giovani e puri e così l’ultimo giorno di campagna elettorale, prima ancora di vedere i risultati, quella persona fu cacciata dal movimento cittadino; e non andando di nuovo oltre il quarto-quinto posto, non essendo stata eletta, così terminò l’avventura politica sua e del suo amico capellone.

Questo, almeno, era ciò che credevamo. Un anno e mezzo dopo, infatti, ci furono le parlamentarie. A Torino e provincia, nelle liste bloccate decise dal voto online, il M5S elesse sei parlamentari; e se tre di loro erano quelli che “dovevano” uscire negli auspici dei vertici, cioè staffisti del consigliere regionale da mandare in Parlamento, e altri due erano attivisti ben conosciuti e stimati, la sesta fu una sorpresa per tutti: una persona che di lavoro faceva la portinaia in un elegante stabile del centro, quello in cui abita tuttora una attivista storica e ora presidenta di commissione comunale; una persona che era sì attivista ma che non avevamo mai visto fare alcuna proposta concreta, e che nessuno pensava capace per il ruolo.

Le cose diventarono più chiare quando, subito dopo le elezioni, la neo parlamentare assunse come portaborse romano proprio lui, l’ex attivista marchettaro cacciato; si capì che era stato lui a organizzarle la campagna elettorale personale, e che ciò che non era riuscito a fare per sé l’aveva fatto per lei. Ci fu una sommossa degli attivisti, guidata da una giovane futura sindaca che in una infuocata assemblea intimò alla parlamentare il licenziamento immediato del portaborse sgradito, pena la cacciata. L’intero movimento cittadino chiese al gruppo parlamentare di cacciare la deputata; il gruppo parlamentare romano, a dire il vero, aveva già problemi suoi e se ne fregò abbastanza, ma alla fine, com’è come non è, la parlamentare finì nel primo gruppo di dissidenti, Alternativa Libera.

Anche qui, col senno di poi, la situazione era meno netta di quel che ci sembrò all’epoca; forse non ci sarebbe stato tutto questo zelo moralista se la parlamentare non fosse stata estranea al gruppo di potere dominante, e comunque i voti che prese non furono “manipolati” ma dovuti all’abile presentazione. Del resto, scoprii poi che uno degli elettori della parlamentare in questione fu addirittura lui, Gianroberto, che essendo residente a Settimo Vittone votò alle parlamentarie torinesi; mi disse che aveva votato “un no tav, una astrofisica e una operaia”, scelti tra quelli col cognome che iniziava per A o B perché non aveva avuto tempo di scorrere la pagina più sotto. Probabilmente, le bastò dunque fare un bel video e autodefinirsi “operaia” nella colonna “professione” per raccogliere abbastanza voti da entrare in Parlamento.

Tutto chiaro? Ecco, qui comincia la morale di questa storia; perché fino a questo punto i ruoli sembrano chiari, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Se non che, un anno dopo, subentra in consiglio comunale un nuovo consigliere, già eletto in precedenti legislature; un ex del centrodestra transitato al centrosinistra e ora in maggioranza. Detto così, ne penserete subito malissimo; ma io faccio amicizia con tutti, e ci chiacchiero un po’.

Una volta in commissione si parla degli homeless, e discretamente viene fuori che il consigliere partecipa ad attività di volontariato sul territorio che se ne occupano. Ora, se vi dicessi i partiti per cui è transitata questa persona, sono gli ultimi a cui pensereste freghi qualcosa dei barboni o degli ultimi in generale; e invece… Ma non finisce qui: lui mi dice, io mi occupo in privato dei senza casa da tanti anni e non ho mai praticamente visto un grillino; ce ne sono solo un paio, ma li avete cacciati. Chi sono, chiedo io? Ovviamente erano l’attivista capellone e il giro del portaborse.

E qual è la morale di questa storia? Beh, è che alla fine, specialmente in politica, quelli che più parlano di aiutare gli ultimi sono spesso quelli che meno fanno in concreto, e viceversa; che però anche chi fa beneficenza in privato può comportarsi male in pubblico, provando ancora una volta che i buoni e i cattivi in senso assoluto non esistono; che comunque contano molto di più le persone del partito a cui appartengono, e giudicare le persone in base al partito di appartenenza è sbagliato; e che chi davvero vuole fare qualcosa per gli altri, più che impegnarsi in politica mirando a grandi rivoluzioni che non arrivano mai, farebbe meglio a concentrarsi sulle piccole azioni sotto casa propria. Buon Natale!

divider
lunedì 30 Ottobre 2017, 19:43

Kaori, sei araba

È domenica mattina, ho sonno. L’aereo di Etihad non è proprio nuovissimo, lo schermino ha una presa Ethernet (per i millennial, è quella roba fatta a pezzo di Tetris in cui si poteva infilare un cavo wi-fi), e uno di quei telecomandi a filo che si staccano e su un lato hanno anche un lettore di carta di credito per telefonare (per i millennial, è quella roba in cui si facevano delle lunghe stringhe di numeri che tutti imparavano a memoria per arrivare a parlare con qualcuno sul suo telefono senza usare Whatsapp). Le decorazioni dei sedili sono a righine alternate di gusto improbabile, un po’ color cammello e un po’ color vomito di cammello. Ma la hostess parla italiano ed è gentile, e il cibo è buono (tranne la cheesecake, la cheesecake fa schifo, sa di formaggino dimmerda, non la mangerebbe nemmeno Kaori sfiancata da sei ore di doppiaggio di Phineas & Ferb).

Nel frattempo, mentre Etihad mi ringrazia per la pubblicità non richiesta, noi ci libriamo nell’aria leggeri come un Boeing 787 Dreamliner pilotato da Antonino Cannavacciuolo. La popolazione è varia, davanti a me ho due signore arabe che a giudicare da quanto sono coperte hanno appena scalato il Monte Bianco, mentre a destra ho due colf filippine un po’ anzianotte che ritornano al paesello, e che aiuto volentieri a sollevare un bagaglio a mano che, pur stando nei limiti, è grande il doppio di loro.

(A fianco invece ho un tizio italiano, non sembra antipatico, ma è il genere di passeggero che si siede e diventa immediatamente una statua di cera per tutte le sei ore di volo. Non fa niente, non dorme, è al finestrino ma non guarda fuori, fissa lo schermo ma lo schermo è spento e non guarda né ascolta alcunché. Ha le mani intrecciate strette sulle ginocchia e non le allenta per nessun motivo. Gli danno il vassoio col cibo, lui lo posa lì e reintreccia le mani e non tocca niente, e lo restituisce gelido e intonso un’ora dopo. Ogni tanto controllo che sia vivo osservando se la pancia si muove almeno un po’.)

Mentre mi rilasso o mi rincoglionisco ulteriormente, guardo che film ci sono, ma non c’è nulla che mi attiri particolarmente. (Cioè, hanno fatto un film su Tupac Shakur: a questo punto facciamo pure un musical su Totò Riina che canta con l’autotune, dai.) Provo a guardare se BBC News apre con le dimissioni di Paolo Giordana: purtroppo becco il notiziario a metà, ma sono sicuro che pure loro ne hanno parlato in apertura. Poi mi dò alla musica.

E’ tanto tempo che non ascolto musica, se non video sciolti su Youtube. Però c’è Blackstar di David Bowie e quello sì che vale la pena.

Lazarus. Quante volte si può resuscitare nella vita? Si può morire o rischiare di farlo in molti modi, non solo fisici: umani, personali, professionali. Mi viene in mente padre Giordana che precipita in un abisso gridando “fuggite, sciocchi”, ma niente, quelli vanno avanti imperterriti, arroganti e pasticcioni come prima, e alla fine Sauron si mangia tutta la città. E comunque Sauron è incazzato con Giordana perché alla fine la multa non gliel’hanno tolta, anche se lui giura che aveva bippato appena salito, è solo che la macchinetta non funzionava.

Ma no, seriamente: i voli a lungo raggio sono il non-luogo per eccellenza, un teletrasporto alla moviola in cui la tua anima si disfa a pezzettini e rimane sospesa nel nulla a pensare, chiusa in un cubicolo immaginario ordinatamente incastrato tra quelli di altri esseri umani che probabilmente non vedrai mai più nella tua vita – ma anche se li rivedessi non li sapresti riconoscere. Oggi potrebbe essere cinque anni fa, dieci anni fa, quindici anni fa, e ogni volta sarebbe un me stesso diverso, risorto a nuova vita una volta di meno. E se stupefacente è la capacità di ogni essere umano di risorgere – almeno per quelli che vivono, che c’è chi fa tutta la vita la stessa cosa senza mai bruciarsi per ricominciare – ciò nondimeno esisterà una volta, chissà quando, in cui non risorgeremo più. E’ forse una beffa che in una esistenza umana che, alla fine, ha sempre in serbo qualcosa di bello per chi sa vedere la bellezza, succeda però che l’unica vera certezza sia triste. A meno che davvero non esistano gli zombi, nel qual caso anche quell’unica certezza va a farsi benedire.

E’ per questo che passo agli Iron Maiden.

(Una bambina nella fila davanti alla mia guarda un film animato. C’è un omino di Lego alto cinque centimetri vestito da Batman che batte i pugni sul tavolo. Sembra un comizio recente di Berlusconi.)

Non avevo mai sentito l’ultimo disco degli Iron, anche se è di un paio d’anni fa. Avete presente quelle band storiche degli anni ’70-’80 che sono ormai a fine carriera, ma che hanno conservato l’energia e la voglia di fare, inventandosi ogni volta un disco che, pur non essendo più brillante come ai tempi d’oro, sa ancora stupirti e trascinarti con qualcosa di nuovo? Ecco, no: gli Iron Maiden non sono così. Settant’anni per gamba e ancora gli stessi assolini, quelli che iniziano con una chitarra sola e poi dopo quattro battute entra la seconda e raddoppia una terza sopra. Ma basta, dai, ma godetevi i miliardi e fatemi rimettere su A Piece Of Mind, che però Etihad nella sua selezione stranamente non offre.

Così mi tocca il disco dei Muse. Ma non che mi piacciano troppo, eh; solo, è curioso come i testi sembrino scritti da una assemblea di attivisti del Movimento 5 Stelle. E il complotto intergalattico, e la rivoluzione da fare, e i militari cattivi, e i droni e i cyborg tanto tristi al largo dei bastioni di Orione. E che cazzo Bellamy, pure tu, fatti venire un’idea nuova, dai. Che so, fai un pezzo sul sangue di San Gennaro.

divider
lunedì 18 Settembre 2017, 13:36

Perché non mi candido alle gigginarie

Scrivo questo post per ringraziare tutti quelli che, con la massima serietà, mi hanno incoraggiato in questi giorni a partecipare alle “gigginarie”, le votazioni per nominare ufficialmente come futuro premier del Movimento 5 Stelle il “candidato naturale” Luigi Di Maio, l’unico italiano che ha già una pensione prima ancora di aver finito gli studi.

Sono tanti, tra cui persone di grande valore, molti di quelli che hanno fondato il M5S in varie parti d’Italia, per poi diventare, come me, dei fuoriusciti o dei critici pensanti; e mi ha fatto piacere che abbiano pensato a me, uno dei pochi critici tecnicamente in regola per candidarsi, come possibile rappresentante della delusione collettiva. Ho tuttavia deciso che non fosse il caso di presentare la mia candidatura, e vi spiego perché.

Intanto, io sono una persona seria, per cui, paradossalmente, avrei potuto accettare più facilmente se le gigginarie fossero state una cosa seria. Cioé, non l’avrei fatto comunque per scelta personale, perché la passione per la politica resta ma prima vengono il mio lavoro e la mia famiglia, che ho sacrificato per troppi anni; per motivi politici, perché comunque non ho alcuna intenzione di rimettere la mia faccia al servizio di ciò che il M5S è diventato oggi, nemmeno come oppositore interno; e perché non so che competenze abbia io per fare il presidente del consiglio (però, se lo può fare Di Maio lo può fare chiunque).

Tuttavia, candidarsi con la possibilità concreta di rovesciare la deriva del Movimento 5 Stelle verso un partito qualunque, di riportarlo ai principi originari, di cacciare i mediocri che ne hanno preso il controllo e gli esagitati che ne sono i pretoriani in rete, o perlomeno di avviare un dibattito serio con la base, di provocare un sussulto di coscienza negli ex cittadini attivi ora diventati militanti, avrebbe avuto un senso.

Ma questa possibilità non c’è, e questo è evidente – oltre che dai precedenti, vedi il caso di Genova – da come è stata concepita tutta l’operazione: con l’annuncio il venerdì pomeriggio per il lunedì mattina, senza alcun preavviso, senza alcuna indicazione di cosa sarebbe successo dopo, senza comunque il tempo per alcun tipo di approfondita discussione collettiva, visto che già si era detto che sabato prossimo sarebbe stato tutto finito.

Se anche io o qualsiasi altro candidato davvero alternativo ci fossimo messi in gioco, anche solo per provocazione, avrebbero trovato una scusa per escluderci; o peggio ci avrebbero fatto correre in una gara truccata, in cui prima ci avrebbero rovesciato addosso una tonnellata di fango, descrivendoci come rosicatori in cerca di visibilità o di un contentino, e poi ci avrebbero sottoposti al gioco di una piattaforma priva di trasparenza, frequentata ormai quasi solo da squadristi da social e truppe in carriera; e infine, dopo averci concesso dieci voti in tutto, ci avrebbero usati per legittimare la nomina di Di Maio, già decisa dall’alto da un pezzo.

Con questa gente ho, abbiamo già perso troppo tempo: non vale la pena nemmeno di partecipare al voto. Si facciano la loro strada da soli, chiusi in un circoletto di mediocrità, di ambizioni sproporzionate alle capacità, di complottismi, di propaganda e di rabbia popolare montata ad arte, con cui nessuna persona dotata di un minimo di raziocinio e di credibilità vuole più avere a che fare (l’avete letta la lista dei “grandi artisti” di Rimini?). Forse troveranno all’ultimo altri candidati semisconosciuti per fingere una democrazia di cartone, ma la votazione per acclamazione di un candidato unico, il perfetto contrario della partecipazione popolare attiva, sarebbe un ottimo simbolo per smascherare il loro inganno.

Magari, nel triste panorama politico dell’Italia odierna, Di Maio e soci andranno anche al governo, regalandoci inferni lastricati di buone intenzioni, diktat ideologici da stato libero di Bananas, e disastri su scala nazionale. Ma non avranno la soddisfazione di poter dire che, ancora una volta, sono riusciti a sfruttare le energie e le intelligenze dei cittadini e degli attivisti di un tempo per legittimare la propria personale scalata al potere.

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2021 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike