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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


venerdì 16 dicembre 2016, 13:42

Sulla mia espulsione dal M5S Torino

Cari attivisti,

so che domenica sera, alla riunione cittadina, il primo punto all’ordine del giorno sarà la mia espulsione dal Movimento 5 Stelle di Torino. Domenica sarò in Germania e non mi sarà possibile essere presente di persona; per questo motivo ho pensato di scrivere qualcosa.

A proposito dell’espulsione in sé, sinceramente, fate come ritenete più giusto; non me ne importa granché. Anche se nel regolamento del M5S Torino non sono previsti requisiti di attivismo minimo per rimanere iscritti, io ormai ho altro per la testa. Mi dedico al mio nuovo lavoro, e per quanto mi dispiaccia un po’ che le mie energie, invece di essere dedicate alla mia città, vadano a vantaggio di una società privata straniera, devo però dire che tale società, con la sua causa globale di una rete più libera e aperta, se le merita tutte; e non c’è persona che incontri per strada che non mi dica che sto molto meglio adesso.

Nel tempo che mi rimane, continuo a fare il cittadino attivo, e credo di fare un buon servizio alla collettività proseguendo nel “fiato sul collo” a mezzo Internet che era il vanto del M5S delle origini, e che ho sempre fatto di mia iniziativa da ben prima che esistesse il Movimento. Solo, come l’ho fatto con Chiamparino e con Fassino trovo giusto farlo anche con Appendino, e senza sconti. Se il vanto del M5S di ieri è incompatibile con la partecipazione al M5S di oggi, amen: preferisco la fedeltà ai principi che quella ai simboli di partito.

Mi permetto però soltanto di segnalare una cosa. Trovo strano che in una città piena di problemi, dopo alcuni mesi di amministrazione a cinque stelle non certo esaltanti, la preoccupazione più urgente del M5S Torino sia espellere una persona che nei fatti già non partecipa più.

Credo che gli attivisti dovrebbero preoccuparsi di altro. Dovrebbero pretendere dal proprio movimento e dai propri eletti il rispetto del programma elettorale e delle promesse fatte prima del voto, ora tanto velocemente messe da parte. Dovrebbero pretendere coinvolgimento e partecipazione, invece di accettare a scatola chiusa le scelte della giunta. Dovrebbero pretendere il rispetto dei principi base tanto sbandierati dal Movimento 5 Stelle, a partire dal taglio degli stipendi, visto che sindaco, assessori e presidente del consiglio comunale continuano a guadagnare dai seimila euro al mese in su.

Dovrebbero preoccuparsi di poter andare per strada a testa alta, senza trovarsi di fronte a cittadini perplessi o arrabbiati che hanno votato Appendino per ottenere un cambiamento e ora vedono che poco o nulla sta cambiando. Dovrebbero preoccuparsi dei segnali evidenti di assimilazione del M5S alla mediocrità della politica italiana, dei primi arresti nel Movimento nazionale, del continuo cercare scuse, usare il marketing per negare i problemi, cercare traditori e nemici per sviare l’attenzione.

Io capisco che governare non sia facile, e sono anche convinto della buona fede e dell’impegno di molti degli eletti. Sono anche convinto però che il M5S abbia fatto delle scelte e ne debba rispondere a chi lo ha votato, tra cui il sottoscritto.

Per esempio, il M5S ha scelto una brutta strada quando ha messo la fedeltà davanti a tutto il resto, regalandoci momenti come quelli di questo video, con il presidente del consiglio comunale, la massima carica istituzionale della città, che non riesce nemmeno a leggere il numerale romano “II” contenuto nel nome di uno dei principali corsi cittadini.

Peggio ancora mi sento quando leggo di strane manovre sulle nomine o di lucrosi affari privati derivanti da generose concessioni della nuova amministrazione, o vedo sparate propagandistiche ridicole come quella di ieri. Peggio ancora mi sento se per il Movimento tutto questo va sempre bene, se tutto viene sempre difeso a prescindere solo perché viene da “noi”.

Quindi scusatemi se quando scopro queste cose ci resto male, mi arrabbio e mi sento anche un po’ in colpa, dato che ho comunque sostenuto la candidatura di Chiara fino all’ultimo, pensando che almeno l’onestà intellettuale e la trasparenza ci sarebbero state. Non mi diverto a criticare, a litigare in rete, a subire ondate di attacchi preconcetti e di fango personale, lo faccio solo perché spero di svegliare ancora qualcuno.

Fossi in voi, dunque, mi concentrerei sul vero compito della base di qualsiasi forza politica sana, che non è quello di applaudire e di farsi i selfie coi capi, ma quello di controllare e dirigere l’operato di chi rappresenta la base e i cittadini.

Comunque, nessuna decisione di partito potrà cancellare quasi dieci anni di lavoro al servizio della mia città e dell’ideale di un tempo, i tempi meravigliosi delle origini, lo spirito avventuroso ed entusiasta che fu, i dibattiti accesi su idee di democrazia diretta e di riforma sociale che forse erano ingenue e utopistiche, ma che avrebbero davvero potuto cambiare il mondo, se non fosse arrivato prima il potere che tutto vincola e tutto corrompe, insieme a tempi cupi che fanno presagire il peggio.

Spiace, ma spiace soprattutto che il tempo della rivoluzione sia passato, e che ora ne resti soltanto più la caricatura.

Buona assemblea,

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mercoledì 2 novembre 2016, 19:54

Pensaci, ragazzo gobbo

Ok, ragazzo.

Hai trent’anni scarsi, sei gobbo e stasera guarderai la partita. L’ho capito perché ti presenti al supermercato sotto casa alle sette abbondanti di sera e metti sul nastro della cassa subito prima di me una cosa sola: un pacco di arachidi salate formato gigante.

E poi chiedi un sacchetto. Un sacchetto di plastica, non riutilizzabile, per portare una sola cosa.

E paghi con dieci euro interi, costringendo la cassiera a riempirti di monetine.

E poi appoggi le arachidi sul piano della cassa un millimetro dopo il lettore a barre, per cercare di aprire il sacchetto.

La cassiera ha già battuto tre dei dieci pezzi della mia spesa, e non ha spazio per metterli, e tu ancora non sei riuscito nemmeno a capire qual è il sopra e qual è il sotto. Lei sbuffa, e solo allora tu capisci che stai bloccando una lunga coda di persone, tiri una manata alle arachidi e ti sposti in là di quel mezzo metro che permette almeno a lei di passare i prodotti, e a me di aprire la borsa di tela e metterceli dentro.

Quando la cassiera batte l’ultimo pezzo, io ho già ordinatamente riempito la borsa di tela e ho pronti in mano i soldi per pagare, venti euro a cui aggiungo subito due centesimi perché il mio totale fa 9,52. Io prendo 10,50 di resto, tiro su la borsa e mi avvio all’uscita, mentre tu forse, finalmente, sei riuscito a separare i due bordi del sacchetto e puoi cominciare a pensare a come metterci dentro il tuo unico pacco di arachidi salate formato gigante.

E mi viene in mente che in un futuro non troppo remoto, quando gli esseri umani all’uscita dell’In’s saranno inseguiti da una razza di dinosauri mutanti che vogliono usarli come aperitivo prima di guardare la partita, io avrò qualche speranza di salvarmi, mentre tu no.

Tu sarai ripescato sul fondo dello stomaco di un tirannosauro, ancora col tuo sacchettino di plastica inquinante in mano, mentre cerchi disperatamente di separare i due bordi.

E quindi pensaci, stasera, mentre guardi la partita: già sei gobbo, almeno impara a fare la spesa.

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domenica 19 giugno 2016, 18:03

L’eterna lotta tra il bene e il male

A giudicare dai social, molti vivono la giornata di oggi come una tappa “vieni a fare la storia” dell’eterna lotta tra il bene e il male. E allora, è il caso di ricordare che l’eterna lotta tra il bene e il male è fatta così: è eterna, ma intanto son passati manco vent’anni e Feiez non c’è più, e non c’è più nemmeno la piattaforma in cima alle torri gemelle, e la stessa canzone è già riapparsa un po’ diversa almeno un paio di volte, e tutto continua a rimescolarsi in tre lingue diverse e non se ne capisce mai bene il senso, se non che, mentre cerchiamo inutilmente di distinguere il bene dal male anche nella cucina italo-americana, le linee di basso di Faso valgono sempre la pena di essere ascoltate ancora una volta.

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mercoledì 27 aprile 2016, 22:11

Quel che non si capisce

Come raccontavo su Facebook, oggi pomeriggio in consiglio comunale a un certo punto mi son trovato a fare opposizione da solo, e con la maggioranza al minimo: nonostante l’urgenza e l’importanza delle delibere in discussione, erano ventuno precisi e bastava un errore per fermare il consiglio, come in effetti poi è stato. Uscito il centrodestra, che fa ostruzionismo perenne senza un vero perché, si aspettavano di approvare tutto in un attimo; e invece io sono stato lì a pretendere che tutte le votazioni venissero fatte per bene, a intervenire sulla sostanza degli argomenti in discussione e in breve, semplicemente facendo il mio lavoro di consigliere di opposizione, a costringerli a stare lì a lavorare fin che non si sono incasinati da soli facendo finire la seduta.

Alla fine di tutto questo mi si è avvicinato un consigliere del PD, uno dei più ragionevoli con cui parlare, e mi fa: “Ma scusa, perché hai fatto tutto questo casino? Non vedi che tutti i tuoi colleghi di opposizione se ne sono fregati e ti hanno lasciato lì da solo, sono andati a farsi i cazzi loro in campagna elettorale. Il tuo partito non ti ha nemmeno ricandidato, l’assessorato non te lo danno, ti hanno trattato tutti a pesci in faccia, e tu sei qui lo stesso a rompere le scatole, invece potevi darci una mano o almeno potevi andartene a casa prima anche tu, tanto ormai che te ne frega?”.

Già, in effetti, che me ne frega? A ben vedere nessuno è in grado di capire una ostinazione pervicace nel rimanere fedeli a se stessi in un mondo come quello della politica italiana, un mondo in cui le persone spesso sono meglio di quel che si crede, ma comunque il cinismo è d’obbligo per sopravvivere; in cui tutti hanno un motivo ideale a cui si aggrappano, anche solo per potersi guardare ogni mattina allo specchio, ma allo stesso tempo tutti sono coscienti di dover pensare innanzi tutto a sopravvivere, tutti sanno che il loro primo nemico è il loro compagno di partito (non importa quale, fa lo stesso) che vuol fargli le scarpe per far carriera al posto loro, e che di fronte a questo tutto il resto passa in secondo piano, perché da nessuno ci si aspetta che faccia scelte diverse da quelle che gli portano il massimo ritorno personale qui e ora, e se lo fa è generalmente visto con compassione, come uno un po’ fesso.

Peggio ancora se la fedeltà è fedeltà a un’idea, a un concetto e a un progetto politico che forse non esistono più, o forse non sono proprio mai esistiti sul serio, in questo doppio binario continuo dell’ipocrisia politica in cui una cosa si dice e un’altra si pensa, una ipocrisia pervasiva e generalizzata che dev’essere nella natura degli esseri umani, specie se italiani, e che alla lunga monta come la panna e ti sommerge, e diventa difficile da tollerare, fino a toglierti il respiro e a farti svegliare ancora, ogni mattina in aula, con quel gusto in bocca che spesso sa della banalità del male, o perlomeno della futilità dell’orchestra che suona su un Titanic dal disastro imminente, in un Paese in cui per dare speranza e crederci davvero ci vuole tanto, troppo coraggio.

Lo ammetto, la domanda è pertinente: perché continuare a suonare per la storia anche quando il destino appare segnato? Forse è senso del dovere, o forse è solo senso, quello che ognuno di noi cerca per missione nella propria vita e, non esistendone uno oggettivo, finisce per darsi da solo. Il mio, credo, è servire le istituzioni (la patria, si sarebbe detto un tempo) fin che ciò mi è concesso, perché, in fondo, così è giusto fare; e se in questo dovessi trovarmi da solo, tra gente che pare non capire, la solitudine non sarebbe meno fredda, ma sarebbe comunque accettata.

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giovedì 3 dicembre 2015, 15:40

Un mese a guardare le stelle

Premetto che questo post non ha un valore politico, tantomeno a nome del Movimento 5 Stelle, e non vuole nemmeno essere polemico; la politica sarà il mio lavoro ancora per qualche mese, ma il mio blog tornerà progressivamente ad essere, come è stato sin dal 2003, un semplice diario personale e la mia finestra sul mondo; e mi spiaceva lasciarlo ancora incustodito.

Le elezioni, comunque, si mettono bene per il M5S; gli ultimi sondaggi danno la coalizione PD+Moderati attorno al 40 per cento, il che vuol dire che al ballottaggio, dove tutti gli altri più o meno convintamente convergeranno su di lei, Appendino parte con venti punti di vantaggio; ne perderà una parte per astensionismo e altro, ma con venti punti hai voglia… Sono in tanti, giornalisti e osservatori, a dirci “avete già vinto, basta che non facciate stupidaggini”.

Per quanto mi riguarda, invece, sono state settimane di isolamento. Da quella domenica in cui Appendino si presentò e io feci il mio annuncio, non ho più sentito nessuno dei dirigenti del M5S; né Bono, né i parlamentari, né Casaleggio. Diciamo anzi che, dal candidato sindaco e dal suo entourage in su, nessuno mi ha neanche vagamente invitato a ripensarci o espresso qualche rammarico, o anche solo un grazie per il lavoro fatto; non mi aspettavo peraltro nulla di diverso, perché in politica, quando se ne va una persona conosciuta, i suoi colleghi di partito vedono essenzialmente lo spazio che si libera per loro. Piuttosto, lo staff della campagna mi ha chiesto di nominare nuovi editor sulla pagina Facebook e di consegnare i dati e il software del sito, e hanno cambiato le password del banking online (l’ho scoperto da una mail automatica della banca, anche se poi, a domanda diretta, la nuova password mi è stata data).

Mi è stato però chiesto di metterci la faccia, assistendo Appendino in alcuni eventi elettorali su temi che ho seguito io, e qualche gruppo di lavoro ha insistito chiedendomi di continuare a partecipare. Agli incontri pubblici ho detto di no, perché mettere la mia faccia su una futura amministrazione di cui non farò parte mi sembra pubblicità ingannevole, ma ho ricominciato, dopo un paio di settimane di pausa, ad andare a una riunione interna, anche se alla fine era solo un incontro di formazione in cui alcuni esperti spiegavano a Chiara le questioni trasportistiche aperte, nel caso in cui qualcuno gliele chiedesse; e visto che erano cose che sapevo a memoria e che c’erano già gli altri a spiegarle, mi sono sentito inutile e dopo un’oretta sono andato via. Andrò comunque ogni tanto alle riunioni in futuro, da attivista, ma preferisco concentrarmi sul mio mandato di consigliere, fin che resterò in carica.

Invece, tra i miei contatti e i simpatizzanti del Movimento, tanta gente mi ha invitato a tenere duro; c’è chi mi prega di fare marcia indietro e di rimettermi in scia, chi vuole che resti nel M5S però a fare opposizione alla direzione che ha preso, chi vorrebbe che andassi avanti con le mie idee in un altro partito o addirittura che fondassi il mio. Ora, a me la politica piace molto, è un onore e una gratificazione, le ho dedicato otto anni della mia vita e potete immaginare come mi sento, tagliato fuori a un metro dal traguardo da un progetto politico di cui sono uno dei fondatori, in cui ho creduto sin dall’inizio e a cui ho contribuito credo ben più di tanta gente che ora si accinge a governare la città e l’Italia. Provare ad amministrare Torino mi piacerebbe, ma non dipende più da me: non si può fare politica nelle istituzioni senza il sostegno di un partito, e non si può fare politica tanto per starci dentro, indipendentemente dai contenuti.

Avrei infatti diverse critiche da fare su queste prime settimane di campagna elettorale del M5S a Torino; sul libro-manifesto, sul posizionamento politico, sullo stile di comunicazione, sul metodo di formazione della lista. Anche in giro per l’Italia vedo diverse cose che non mi convincono molto, dalla querelle di Bologna alla battaglia dei rifiuti di Livorno. Ma a quanto pare sono l’unico a non essere d’accordo, e, come avevo promesso, non voglio fare il vecchio ingombrante e brontolone; quindi, mi taccio, confermo la mia decisione e me ne sto per i fatti miei, limitandomi a qualche commento sulla mia bacheca.

Perché la politica, oggi, è questo. Non è discussione sul bene comune e mediazione tra interessi diversi; è guerra di propaganda, per cui tu devi scegliere una fazione e dire che ha sempre ragione, devi diffondere a macchinetta il materiale pensato da un professionista del marketing, devi allinearti al manovratore, a sua volta allineato a un manovratore più forte, e non contraddirlo mai. Tutto questo non è nel mio modo di essere, e non era questa la politica che volevo costruire.

So che in questo modo, alla faccia delle accuse di “poltronismo” che ho ricevuto in abbondanza da dentro il M5S, perderò delle occasioni personali; del resto, se dal 2006 il sottotitolo del mio blog è “come rovinarsi una brillante carriera in Italia” un motivo c’è. Ma se talvolta mi sento stupido o preoccupato per il futuro, alla fine credo che essere fedeli a se stessi sia l’unico modo di vivere con dignità.

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sabato 26 settembre 2015, 19:58

Ricordi di Dublino

Quando inizia a venire l’autunno capita, e non poco, di ricordarsi di Dublino; ma non della Dublino di oggi, con gli edifici di vetro e il benessere leccato. La prima volta che ci andai fu nel 1989, quattordicenne, ed era un altro pianeta; era ancora poco più che il Terzo Mondo a pochi chilometri dalla guerra civile, tanto è vero che la famiglia che mi ospitava (indubbiamente per soldi) per quelle settimane d’estate, abitando nell’estrema periferia nord, non aveva né l’auto né il telefono. In tutta la strada, una ordinata fila di casette, una sola famiglia aveva l’auto, ed era quella che faceva il trasporto dall’aeroporto; e una sola famiglia, ma non la stessa, aveva il telefono, sicché quando i genitori dall’Italia dovevano telefonare uno dei ragazzini del posto correva giù per la strada per venirmi a chiamare, e riportarmi su fino all’apparecchio.

Quello che la famiglia aveva, però, era un giradischi coi dischi degli U2. Quelli venuti dopo di noi degli anni ’70, quelli degli ’80 e dei ’90, mica lo possono sapere veramente cosa erano gli U2, quelli veri, quelli che avrebbero ancora fatto un disco come Achtung Baby, talmente leggendario che uno dopo averlo fatto può anche morire, e difatti morirono subito dopo lasciandoci solo dei sosia sazi, bolsi e insopportabili. Oddio, già Rattle and Hum a ben vedere era un disco rivelatore della pomposità pretenziosa del Bono adulto, ma era comunque un bel disco e lo ascoltavamo a nastro. Ma la simbosi tra Dublino e gli U2 era totale, tanto che in quella vacanza noi ragazzini italiani non potemmo esimerci dal prendere il treno e andare fino a Bray, a vedere quella che si presumeva essere la villa di Bono.

Per questo, oggi, mi son ripreso da Youtube il video di Gloria. E’ del 1981, filmato in mezzo al grande dock che sta a est del centro e a sud del tratto finale della Liffa, che si vede pure sullo sfondo nell’inquadratura finale. Guardatelo bene, perché quelli erano gli U2: dei ragazzi rabbiosi col ciuffo in mezzo al niente, in mezzo al devastato e abbandonato buco del culo dell’impero industriale britannico di tempi ormai andati, grigio fumo e nero carbone e grigio pure il cielo, non più una fabbrica aperta, solo disoccupazione ed eroina (l’argomento preferito delle canzoni di Bono negli anni ’80).

Gloria non è nemmeno la miglior canzone di quel periodo; la miglior canzone di quel periodo è 11 O’Clock Tick Tock, un concentrato di rabbia adolescenziale e disperazione suburbana lanciate a trecento all’ora verso un muro di mattoni. Ma il video di Gloria vi dà l’idea di come fosse Dublino negli anni ’80 (e se volete, se non l’avete mai visto, ovviamente c’è The Commitments, specie la scena in cui cantano Destination Anywhere sulla freccetta).

L’Irlanda di oggi, invece, è tutt’altra cosa. Ci sono tornato spesso, negli anni, per vacanza e per lavoro, per amore e per amici; ho persino il mio immancabile pellegrinaggio rituale, sulla collina di Howth (qualcuno forse ricorderà una delle mie vecchie copertine di Facebook). Mi ci è capitato di tutto, ne ho raccontato più volte sul blog, ad esempio nel notturno Flux; e gli irrici, un popolo fantastico, negli anni mi hanno sfottuto per Houghton e ringraziato per Trapattoni, e cibato a carote bollite e spiegato come in tutta Dublino non ci fosse più un benzinaio, che la bolla immobiliare degli anni zero era tale che erano tutti stati rasi al suolo per farci sopra un palazzo.

Ci tornerò ancora, se riesco già l’anno prossimo. E’ sempre un gran bel posto, ma la rabbia misera di un tempo è stata sostituita dal moderno benessere globale; al posto dei magazzini abbandonati c’è la sede europea di Google e la gente ha disertato i Supermac per nuove creperie e ristoranti fusion. Probabilmente d’estate è meglio così, ma, d’autunno, è bello aver saputo com’era prima.

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giovedì 6 agosto 2015, 22:20

Hiroshima 70

L’anno scorso sono stato a Hiroshima. E’ una città bruttina, ma questo è comprensibile visto che ha dovuto essere ricostruita da capo nel dopoguerra, con i mezzi allora disponibili; per i “grattacieli e ristoranti chic” menzionati da La Stampa consiglierei di andare altrove, e le principali attrazioni mondane sono una galleria commerciale pedonale alla giapponese (bruttina quanto il nome della locale squadra di calcio, il tremendo Sanfrecce) e il palazzo degli okonomiyaki (peraltro ottimi). Anche l’economia non è proprio frizzante, trattandosi di un’altra città dell’automobile (nello specifico la Mazda).

E’ vero però che la visita al Parco della Pace, per quanto affollato di turisti, è un’esperienza indimenticabile; e proprio quest’aspetto dimesso contribuisce al contrasto. Succede di prendere un vialone di palazzoni, girare un angolo, e trovarsi davanti senza preavviso alla cupola del destino. Colpisce perché nei nostri sogni, nelle foto viste e riviste, viene da immaginarla enorme, troneggiante su una tragedia senza pari; in realtà è piuttosto piccola, poco più che una elaborata stazioncina di provincia. Se non sapeste, potrebbe sembrare la vecchia casa del custode di un più grande complesso novecentesco che oggi non c’è più, di quelle vecchie casette abbandonate e mezze crollate che punteggiano le nostre rovine industriali.

E’ proprio questo che alla fine colpisce, di Hiroshima; che in fondo è tutto così cruciale, ma anche così normale, così insignificante. Come l’incendio che distrugge il bosco, che poi con gli anni ricresce, ogni tanto il genere umano si ammazza un po’, e poi ricresce. L’anormalità vera sono i settant’anni di pace da Hiroshima a oggi – pace peraltro piuttosto relativa persino in Europa, basta citofonare alla Jugoslavia – e non il fatto che il genere umano ogni tanto si massacri da solo.

A Hiroshima si va, si riflette, ci si commuove; il Parco della Pace e il relativo museo sono pieni di angoli commoventi, a partire dalle gru di carta in memoria di Sadako, una di quelle storie di pura e straziante giapponesitudine (determinazione e sfiga, sfiga e determinazione) che, se non ci fosse stata la sacralità di una tragedia vissuta direttamente, sarebbe senz’altro diventata un cartone animato meisaku della Nippon Animation. Tutti lasciano il Parco della Pace giurando che qualcosa del genere non succederà mai più. Tutti sanno di mentire.

E’ bello e rassicurante, infatti, pensare che i settant’anni di pace di cui sopra siano giunti per via di una maturazione collettiva dell’umanità, grazie al monito e al sacrificio non vano di Hiroshima e di Nagasaki. Più probabilmente, i settant’anni di pace sono giunti perché c’erano in giro troppe armi, non perché ce ne fossero poche; perché sulle armi si reggeva un ordine mondiale rigidissimo (su questo, citofonare Aldo Moro) e non perché il militarismo e la voglia di supremazia armata fossero retaggi del passato.

E infatti, da quando è finita la guerra fredda c’è molta meno pace di prima, e le nostre stesse società scricchiolano sotto i colpi del libero e bello disordine mondiale; fino a quando un’arma di distruzione di massa non finirà in mano a un pazzo qualsiasi, e chissà dove sarà l’inizio della prossima carneficina. Spiace per chi ci finirà in mezzo, ma alla fine Hiroshima rassicura in un’altra direzione; che per quanto ci si impegni, estirpare completamente l’umanità dall’ecosistema planetario è molto più difficile di quello che sembra.

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venerdì 25 aprile 2014, 23:22

Liberazione 2014

Il 4, in Oriente, è il numero sfortunato per eccellenza; è il numero associato alla morte – che poi è l’altra inscindibile faccia della vita e della creazione. Specialmente per noi che siamo nati in un anno col 4, ogni anno col 4 porta spesso con sé qualcosa che muore e qualcos’altro che nasce.

Ancor di più, poi, questo accade se ci mettete di mezzo la liberazione. Aprile, si sa, è il mese più crudele; la forza vitale della natura è al massimo e tutto esplode di energia. Chi deve innamorarsi si innamora, chi deve morire muore, e i cambiamenti sopiti sotto la neve dell’inverno accelerano e si mostrano tutto d’un tratto. Non sorprende dunque che ad aprile capitino la Pasqua – festa della rinascita da molto prima di Cristo – e anche la liberazione in ogni senso possibile.

Oggi, per esempio, è il decennale di una di queste vicende; ricorda chi la ricorda, la conoscono i miei amici e chi mi segue in rete da tempo, e tant’è; volevo solo metterlo a verbale. E’, naturalmente, la festa della Liberazione in senso politico, anche se ormai i partigiani veri son sempre più in un angolo, soppiantati da post-partigiani che celebrano un rito ad uso elettorale, a maggior ragione a Torino dove i politici “antifascisti” hanno mandato la polizia a buttar fuori dal corteo i No Tav: espulsi con la forza da una manifestazione per via delle proprie idee, ditemi voi che c’è di più fascista; ditemi che altro serve per dimostrare che il 25 aprile è morto da un pezzo.

E’ anche il sesto anniversario del V2-Day e del mio impegno nel Movimento 5 Stelle, iniziato quando non si chiamava ancora così, partito da scettico poi ricredutosi presto, non appena cominciò a frequentare l’ambiente intimo ma eccitante, frizzante di idee e di speranze, che c’era allora nei “meetup”; iniziato grazie a un volantino preso a un gazebo in piazza San Carlo.

Oggi ero di nuovo con Beppe, anzi stavolta ero con lui di persona, non in mezzo alla folla sotto un palco. Abbiamo avuto trenta secondi per parlare, verso le tre del pomeriggio, mentre dopo essersi come al solito disfatto per il Movimento, aver girato uno spot carinissimo che presto vedrete in giro ed essersi fatto la foto uno per uno con tutti i candidati alle europee, si è messo ad attaccare l’avanzo del buffet vegetariano. Venticinque secondi dei trenta sono stati ad argomento Pizzarotti (le mie esternazioni su), gli altri cinque su “come sta tua moglie”.

Mi ha fatto molto piacere abbracciarlo ancora, e senza di lui non avrei mai avuto il privilegio di questi sei anni straordinari. Eppure era già un po’ che giravo per questo magnifico terrazzo sui tetti di Milano, pieno di tanti giovani candidati e parlamentari a me sconosciuti, gente vestita elegante con vestiti alla moda, cellulari fighissimi e segretarie in attesa per spostare il volo o confermare il comizio, e insomma ogni tanto c’era qualcuno che conoscevo, qualche vecchio reduce come me, e ci salutavamo ricordandoci dell’altra volta che eravamo stati lì (l’ultima riunione degli eletti M5S che sia mai stata fatta, quella dello scazzo sui “coordinatori nazionali”) e di come siano cambiate le cose; e mi sentivo già troppo vecchio e decisamente superfluo.

E in fondo è questa la liberazione di oggi: sapete com’è, la vita scorre anche se non lo vuoi, e c’è un tempo per ogni cosa, e ogni tanto per vivere davvero bisogna liberarsi di se stessi; specialmente se nasci irrequieto e curioso, specialmente se nasci libero e destinato a morire e rinascere mille volte, ogni volta che peschi il numero 4.

Per il momento mi sono abbastanza liberato del blog, che in fondo in varie forme va avanti dal 2001, e prima o poi comunque tornerà, sperando che lo legga meno gente di Facebook. Per il resto, confermato che alle elezioni europee vinciamo noi perché le fragole sono veramente molto mature, sull’irrilevante destino dei singoli auguriamoci tutti buona fortuna.

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venerdì 7 marzo 2014, 12:13

La mia relazione di metà mandato

Tra un paio di mesi, saranno tre anni da quando ho iniziato a svolgere per voi il lavoro di consigliere comunale. Avendo dunque superato già da un po’ la metà del mio mandato, mi è parso giusto fermarmi un attimo e – come già avevo annunciato durante la recente serata di valutazione semestrale dei consiglieri, di cui vedete sopra il video – fare il punto su tutto il lavoro che ho fatto, in termini qualitativi e quantitativi.

Pensavo che sarebbe stata sufficiente qualche pagina, ma alla fine ne è venuta fuori una relazione di 56 pagine che sono lieto di pubblicare; penso fosse mio dovere farla, per rendicontare l’incarico che mi avete affidato. Vi invito almeno a sfogliarla; sono sicuro che scoprirete tante cose che abbiamo fatto senza nemmeno raccontarle, e che – come è già stato per me – la visione d’insieme vi farà venire in mente osservazioni e suggerimenti su come migliorare il lavoro per il futuro. E poi, se qualcuno vi dice che i consiglieri del M5S non fanno niente, potete senz’altro passargli questo documento.

Ovviamente, sono orgoglioso di aver scoperto di essere stato più o meno il consigliere comunale più attivo di tutto il consiglio, e di avere affrontato una quantità smodata di argomenti, pur con i forti limiti alla possibilità di incidere davvero che hanno i consiglieri di opposizione.

Più di tre anni fa, in una serata del novembre 2010, il gruppo del M5S di Torino – allora eravamo una trentina di persone in tutto – si riunì per decidere il candidato sindaco; io stesso avevo dei dubbi, il gruppo era diviso, e allora ritirai la mia candidatura e lasciai la sala. A fine serata fu tutto il gruppo, con un solo contrario, a chiedermi di rendermi di nuovo disponibile e di accettare il ruolo di candidato sindaco; decisero che io ero la persona che serviva al Movimento per svolgere al meglio quel ruolo. E come potevo dire di no? Accettai, ma aggiunsi due condizioni.

Una delle condizioni era quella di poter continuare a fare un minimo di attività professionale; presto questa idea affondò miseramente, di fronte alla realtà dei fatti e alla dimensione dell’impegno che mi veniva affidato (vedi le prime pagine della relazione); da fine 2011 ho chiuso la mia attività professionale. La seconda condizione era quella per cui io garantivo l’impegno al massimo per due anni, in quanto già allora pensavo di non poter resistere oltre.

Dunque, ho completato da un pezzo gli impegni che mi ero preso col Movimento 5 Stelle; nel frattempo, esso è cambiato radicalmente. Più “siamo in guerra” e più il clima in cui svolgo il mio lavoro diventa difficile, ed è notorio che i miei rapporti con molti consiglieri e attivisti del Movimento torinese – tra differenze politiche, ad esempio sull’immigrazione, e differenze di visione sul funzionamento del Movimento – sono tutt’altro che idilliaci.

I sacrifici del mio ruolo sono pesanti, alcuni intuibili, tra cui l’elevato stress psicofisico, perché giorno e notte, settimana o weekend non c’è quasi mai un attimo di tregua, e sei continuamente al centro di discussioni spesso rabbiose; altri sottili e meno evidenti, come avere continuamente a che fare con persone disperate che non puoi aiutare più di tanto, o come la progressiva perdita di amici che non hai più tempo di vedere, o come i dubbi su cosa sarà di te dopo la fine del mandato.

Allo stesso tempo, sono un privilegiato: perché faccio un lavoro vario e interessante che posso organizzarmi liberamente (e di questi tempi già avere una casa e uno stipendio è una gran cosa), e perché servire la collettività è un privilegio, come lo è potersi occupare dei problemi di tutti, e incontrare tante persone che ti incoraggiano, dandoti energia, quando ti incontrano per strada; e imparare moltissimo su ogni angolo di questa città.

Io, di carattere, sono un cercatore e ho voglia di trovare sempre nuove sfide; accontentarmi, smettere di aspirare a migliorarmi e ad arrivare più in alto, sarebbe come rinunciare a vivere, come togliersi l’aria. Nel Movimento questa aspirazione non è possibile e nemmeno concepita. Diverse volte sono stato invitato a dimettermi dai miei colleghi, e diverse volte ho avuto io la voglia di gettare la spugna; e non sarebbe grave, dato che il Movimento è un progetto collettivo e quel che faccio io, nel bello e nel brutto, può farlo qualcun altro.

Tuttavia, queste sono solo questioni personali, che vi racconto in tutta onestà, perché mi sono ripromesso di non prendere mai in giro chi mi ha votato e dato fiducia. La lotta che stiamo conducendo tutti insieme è ancora viva, è giusta, è importante, e se ogni tanto siamo stanchi, siamo confusi, ci perdiamo, voi dateci forza, e noi troveremo le energie e la strada giusta. Non è questo il giorno della ritirata, e nemmeno della resa.

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venerdì 13 dicembre 2013, 10:59

Basta botti a Capodanno

Sappiamo che sono molti gli italiani che amano festeggiare il Capodanno facendo rumore, e in particolare lanciando botti e petardi. Tuttavia, si tratta di una tradizione che va abbandonata; intanto perché è pericolosa per le persone, specialmente per i bambini e per i ragazzi, che non sanno come maneggiare i botti e che spesso li raccolgono per strada rimanendo feriti, anche qui a Torino; ancora l’anno scorso un ragazzino è stato gravemente ferito alle mani.

Inoltre, i botti di Capodanno sono terribili, alle volte mortali, per gli animali, sia quelli domestici che quelli che vivono liberi in città; gli animali ne sono terrorizzati e possono morire di spavento.

A Torino, già dal marzo 2011, è vietato utilizzare qualsiasi tipo di fuoco d’artificio sempre e per tutto l’anno, fatta salva una specifica deroga che deve venire concessa dal Comune e che viene data solo per la festa di San Giovanni (anche se, pure lì, ormai esistono fuochi d’artificio silenziosi che si sposerebbero persino meglio con l’accompagnamento musicale). Tuttavia, il Comune non ha mai mostrato grande attivismo nel far rispettare questa regola; l’impressione è che la si sia messa in periodo pre-elettorale, per far contenti gli animalisti, ma poi nei fatti si lasci perdere.

Noi portiamo avanti la battaglia per il rispetto di questa regola sin da quando siamo entrati in consiglio comunale; abbiamo presentato una interpellanza per il Capodanno 2012, una per il 2013 (di cui vedete la discussione nel video) e adesso una per il 2014, preventiva, per chiedere di organizzarsi per tempo. La risposta dell’amministrazione comunale in aula è prevista per mercoledì prossimo; e noi speriamo che quest’anno per davvero ci sarà un impegno a fermare il più possibile questo fenomeno.

Nel frattempo, però, bisogna che siano anche i cittadini a capire che è ora di smetterla coi botti; i vigili non possono essere ovunque. Speriamo dunque che il nostro appello, che vi invitiamo a diffondere, convinca le persone a passare un Capodanno di festa ma senza rischi, lasciando in pace gli umani e gli altri animali.

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