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Archivio per il mese di agosto 2006


venerdì 18 agosto 2006, 22:37

Chiuso per ferie (forse)

Da domani mattina fino al 31 agosto sarò finalmente in viaggio, a visitare monumenti e siti archeologici in una nazione dove non sono mai stato. Cercherò di non collegarmi a Internet, per cui non aspettatevi nuovi post fino a settembre. Però, se una sera in qualche albergo dovesse esserci una connessione disponibile…

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giovedì 17 agosto 2006, 20:34

Parentesi

Tra parentesi, ieri mattina ero ancora nella mia casa in montagna; ho congedato gli amici, ho dato una pulita e una sistemata, ho chiuso tutto e sono venuto via.

La discesa dal colle di Joux verso Saint Vincent è uno dei percorsi più suggestivi di tutta la Val d’Aosta, con ampi tornanti spalancati sul vuoto della valle, e panorami mozzafiato; nonostante l’abbia già fatta decine di volte, mi emoziona lo stesso. Quasi sempre, però, la si fa col sole, la musica a tutto volume e il motore allegro, respirando l’aria dal finestrino e godendo della vista.

Ieri, però, c’era brutto tempo, e la montagna era avvolta dalle nuvole e da un’acquerugiola diffusa che non sapevi dire fosse pioggia o semplice umidità scivolata via dal bosco. Era bellissimo lo stesso, perchè da ogni anfratto di roccia si levavano batuffoli di fumo bianco, e si vedevano in trasparenza diversi strati verticali di nuvole sfilacciate. Sembrava la Scozia, in quelle mattine fredde e bagnate che ti accolgono nelle Highlands; e mi accompagnava con uguale stupore, ma anche con un po’ di prudenza.

Se non che, giunto a due terzi della discesa, all’improvviso mi sono trovato tre o quattro macchine ferme in coda coi lampeggianti accesi, subito prima di una piega a destra verso l’interno della montagna. Io venivo giù davvero piano, e mi sono fermato senza problemi; poi sono sceso per capire cosa succedesse.

Fuori c’erano un paio di persone, un signore che parlava animatamente al cellulare, e una mamma con bambine sedute sul guard-rail; eppure, non si vedeva nulla di strano. Dietro di me si è fermato un furgone guidato da un marocchino, che è sceso e mi ha chiesto, “Incidente?”. Io gli ho risposto che ero appena arrivato, e nel frattempo sono arrivati e scesi altri, e insieme abbiamo fatto quei venti metri in discesa per arrivare alla curva e guardare.

Dietro la curva c’erano due macchine incidentate ma nemmeno troppo. Quella ferma ordinatamente nella sua corsia in salita, più in fondo nella scena, era una utilitaria blu elettrico, tipo una Yaris, vuota, con la parte davanti discretamente sbrecciata dal lato dell’interno strada. Più vicino a me, invece, c’era una Punto verde vecchio modello, con il davanti anch’esso mal ridotto, e un po’ di traverso, diciamo a quarantacinque gradi verso la corsia opposta, ferma bloccando la strada. Dal mio lato, al posto di guida, c’era seduto un signore calvo, con la corona di capelli bianca e grigia, riverso con la testa sul volante; ci siamo avvicinati leggermente, giusto il necessario per capire che il signore era, come dire… morto.

Nel senso che c’era un bel segno circolare sul parabrezza in corrispondenza della sua testa, e una serie di altre tracce che preferirei non descrivere nel dettaglio. E difatti ci siamo guardati un po’ tutti, finchè una signora non ha detto: “Ma il signore è…?”. “E'”, gli ha risposto un altro; nessuno se l’è sentita di pronunciare la parola.

Ho già visto dei morti, ma era la prima volta che vedevo una persona morire fuori da un letto, in un modo del genere. Ecco, la cosa è stata sorprendentemente… difficile. Non mi sono nemmeno avvicinato più di tanto, sono tornato indietro, e mi sono reso conto di essere sostanzialmente inutile, visto come ero scosso. Peraltro, c’era già parecchia gente in giro; il signore al cellulare ci ha detto che stavano venendo su i carabinieri e anche un’ambulanza, caso mai ci fosse qualcosa da tentare; la donna e le bambine nel frattempo erano salite, in lacrime, su un fuoristrada fermo in fila, dove una signora cercava di confortarle un po’.

E così, abbiamo fatto dietrofront e abbiamo risalito le nuvole, per un giro di venti chilometri di curve che rappresentava l’unica alternativa alla strada bloccata. Ho sperimentato la strada del colle Tzecore, che conoscevo solo sulla carta; e salendo, e salendo, non ero molto in pace con me stesso, e così la strada ha cominciato a restringersi e la nuvola a soffocarmi.

Alla fine, non vedevo nulla; ma proprio nulla, nel senso che era difficile distinguere tra la strada, il prato e la scarpata, con una visibilità di pochissimi metri e la pioggia incessante. Al colle, il nulla ha abbracciato tutta la macchina, mentre l’amministrazione comunale di Challand-Saint-Anselme mi ha regalato un beffardo doppio segnale di pericolo: “Strada sprovvista di protezioni a valle” e “Ostacoli laterali invisibili”; lì ho avuto veramente paura e ho seriamente pensato di tornare indietro, se non fosse che, quando sei salito fino in cima e ti sei perso nella nebbia, qualsiasi strada tu prenda ti condurrà a una discesa pericolosa. Su un tornante più giù, qualcuno aveva messo un jersey di cemento e ci aveva scritto su con una bomboletta nera, “OCCHIO!”. E a metà strada ho incrociato l’immancabile mandria di mucche che saliva in senso opposto; essendo la strada larga come una macchina e una mucca, mi sono fermato e ho aspettato che passassero tutte. Era mezzogiorno, ma avrebbe potuto essere un momento qualsiasi nel bel mezzo del pianeta Solaris.

Sono riemerso al mondo – ma sempre sotto il cielo grigio e la pioggia cattiva – e poi, imboccando l’autostrada, ho sentito il giornale radio regionale segnalare che la strada del colle di Joux era interrotta per un incidente “dalle conseguenze ancora ignote”.

A Torino, non pioveva più e non faceva nemmeno freddo.

Chiusa parentesi.

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lunedì 14 agosto 2006, 18:11

Un po’ di musica

Stamattina, mentre facevo colazione, ho acceso un po’ di MTV per vedere com’è la situazione della musica mainstream di questi tempi, visto che a casa ascolto solo più Radio Flash e quindi solo più musica indipendente.

Un po’ di belle cose sono passate, dal nuovo video di Steady As She Goes all’ultimo di Madonna, che merita una nota a parte: vent’anni fa, da ragazzi, la schifavamo come biecamente commerciale, ma bisogna riconoscere che c’eravamo sbagliati. Madonna ha inventato una nuova forma di espressione artistica, che fonde il glamour e l’immagine con i contenuti più tradizionali; e provateci voi, a quasi cinquant’anni, ad essere ancora in quello stato di forma (“essere così belle è un fottuto lavoro”, disse Cindy Crawford) e a reinventarvi ogni volta un genere; provateci voi, a scrivere un intero disco che si possa ballare in discoteca ma anche ascoltare, che piaccia ai reduci degli anni ’70 ma anche ai ragazzini di oggi, e che sia tutt’altro che privo di contenuto. Subito prima è passato il video di Shakira, e scusate se si vede un abisso di differenza…

Ora veniamo alle note meno piacevoli. A quanto pare, il brit pop è garanzia di successo purchè ci siano un cantante scombinato e una donna nel gruppo; con questo video (GuillemotsTrains to Brazil) direi che abbiamo toccato il fondo, visto che non c’è niente di niente, se non un cantante arruffato che mugola e una modella che suona il contrabbasso. Comunque anche la new wave non sta meglio, visto che quest’altro video (White Rose MovementLove Is A Number) adotta la stessa regola; in questo caso, però, il cantante è un figlio illegittimo di Boy George, per cui si sono concentrati sulla tizia in sottoveste.

Intendiamoci, che ci siano delle donne nei gruppi rock potrebbe essere un progresso verso la parità dei sessi, visto che anche le donne sanno suonare chitarre e bassi. La cosa però mi convince di meno quando vedo un video come quello, in cui le inquadrature sono attentamente studiate in modo da avere sempre al loro interno o le tette o il culo della componente femminile del gruppo; oltre ai primi piani della stessa, tutti gli altri membri del gruppo vengono quasi sempre inquadrati in modo che ci sia lei sullo sfondo.

Infine, lacrimuccia perchè MTV ha rimandato un vecchio video dei miei tempi giovani, Doll Parts delle Hole; uno dei primi video che fece Courtney Love dopo il suicidio del suo fidanzato Kurt Cobain. Non sarei troppo sicuro della sincerità del video, visto che la signorina era nota per monetizzare tutto; comunque, la sequenza finale con lei che urla ossessivamente “Someday you will ache like I ache”, mentre accompagna un bimbo sosia di Kurt fuori dalla porta, era fatta apposta per deprimere noi adolescenti dell’epoca. A ben pensarci, i danni psicologici che il grunge ha fatto alla mia generazione (come nota Bart Simpson, “deprimere gli adolescenti è [facile] come sparare a un pesce in barile”) non saranno mai recuperati appieno; dovrei mandare alla signorina Love il conto del mio analista, ammesso che non sia morta di overdose nel frattempo.

Comunque, se quanto sopra non vi piace, potete premere “+1” sul telecomando di Sky e passare a VideoItalia, che manda l’ultimo video di Mango – pieno di negri seminudi che ballano, tizie coi pantaloni a vita bassa bassa (praticamente cominciano alle ginocchia) e arditi effetti speciali con sovraimpressione di uccelli (in senso ornitologico) che volano via liberi (dal dover ascoltare Mango, suppongo). E poi ci si chiede perchè l’Italia fatichi a entrare nel terzo millennio.

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domenica 13 agosto 2006, 20:57

San Bingo Bongo

“Non si tratta di insegnare metodi contraccettivi agli africani, ma di educarli fino a una vera capacità morale.”

Leggendo questa simpatica frase, che specifica senza tanti giri di parole che gli abitanti dell’Africa sono delle specie di bestie non dotate di etica che abbisognano di un bianco che vada ad insegnargliela, viene spontaneo chiedersi: chi l’ha detto? Hitler annunciando una campagna in Africa, sessant’anni fa? Il governatore dell’Alabama segregazionista di Rosa Parks, cinquant’anni fa? I gruppi paramilitari bianchi del Sud Africa dell’apartheid, vent’anni fa?

No, l’ha detto Papa Nazinger proprio oggi, parlando di AIDS. Andiamo bene…

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sabato 12 agosto 2006, 21:37

Per Gianfranco Bianco

Caro leader del TG regionale del Piemonte,

Va bene che il vostro telegiornale è una specie di bollettino congiunto della Fiat, della Curia e della Provincia di Cuneo, che si concentra sul minimizzare qualsiasi forma di opposizione sociale alla santa alleanza tra Agnelli e Chiamparini che controlla Torino, raccontando invece con dovizia di particolari della Sagra del Fungo Trifolato di Borgo San Dalmazzo;

Va bene che secondo voi ogni mese la Fiat aumenta le vendite del venti o trenta per cento, che ancora non si spiega come mai esistano ancora altre marche di automobili in circolazione in Italia;

Va bene che per un rutto di Treseghé ci tocca vedere tre minuti di servizio, mentre quando il Toro compra un campione del mondo la notizia viene comunicata in dieci secondi nell’edizione delle 23:20;

Va ancora bene che corri veloce, che quando l’altra estate trecento tifosi granata incazzati col mondo ti hanno gridato dietro, hai fatto uno scatto da centometrista per rifugiarti in un innocente negozio di vestiti di via Garibaldi (ma occhio a non andare in Valsusa, che lì, dopo i tuoi bollettini sul TAV, non sarebbero così gentili);

Posso quasi capire il pietoso tentativo di coprire il mare di fischi che ha accolto ieri sera a Napoli la premiazione della Juve, che festeggiava la vittoria del prestigiosissimo Trofeo Birra Moretti come fosse la Champions League, dicendo che in realtà erano fischi per l’Inter (già a casa da un’ora) che avrebbe rubato lo scudetto ai “legittimi” vincitori;

…ma, contrariamente a quanto hai detto, lo striscione esposto dalla curva napoletana, con scritto “Pessottino vola ancora”, non era affatto un augurio di pronta guarigione al suddetto dirigente gobbo!!

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venerdì 11 agosto 2006, 22:04

Un’estate fa

In questi giorni, un anno fa, sotto le stelle cadenti moriva il vecchio Toro.

Ci volle qualche giorno perchè sul forum di Toronews, prima confusamente, poi più chiaramente, la morte emergesse anche in carne ed ossa. Sotto le stelle cadenti, Francesco, un ragazzo di Giulianova che nessuno di noi conosceva, si era ucciso. Era tifoso del Toro, viveva solo per il Toro, ogni volta che si poteva si faceva settecento chilometri per venire al Delle Alpi a veder giocare il Toro. La sua stanza era piena di sciarpe, di bandiere, di fotografie, di maglie, tutto rigorosamente granata. Morto il Toro, in quei pochi giorni di buio in cui Cairo era ben di là da venire e nessuno capiva cosa stesse succedendo, era morto anche lui: si era ucciso indossando la maglia numero nove di Marco Ferrante, e lasciando una lettera al mondo piena di rabbia e di dolore, per avergli infine tolto, dopo tante altre cose, anche il Toro.

Questo caso mi colpì particolarmente, forse per tutte le volte che ho conosciuto così direttamente vicende di questo genere. Certo, quando queste cose succedono la causa vera non è mai quella apparente, quella è solo il sintomo, la goccia che fa traboccare un vaso già pieno di altre cose, nascoste giù giù fino al fondo, che non potremo mai sapere. Ma è lo stesso una storia granata, una di quelle sfortunate.

Qualche giorno dopo il fatto, grazie a un contatto sul forum, ebbi modo di parlare in privato con un parente, che alla fine mi diede il numero di telefono del padre di Francesco, e mi pregò di chiamarlo. Io nella vita ho fatto tante cose, belle e brutte, normali e straordinarie, ma quella telefonata è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto da quando sono nato. E’ facile immaginare la disperazione di un padre di fronte a un dolore del genere, la difficoltà a capire, ad accettare, a perdonare, se stessi soprattutto. Ma è molto difficile comprenderla davvero, se non l’avete mai ascoltata direttamente.

Dopo quella telefonata, avevo anche cercato di organizzare un ricordo ufficiale, in occasione della prima partita del Toro. Grazie ad una catena di collaborazione tra forumisti, avevo avuto il numero dell’avvocato Trombetta, A.D. del Torino FC, gli avevo parlato, ma non si era riusciti ad organizzare nulla: e le procedure della Lega Calcio, e le mille cose da fare in quel periodo concitato. E poi, la vita va avanti; queste cose purtroppo succedono e continueranno a succedere, non possono e non devono fermare lo scorrere del tempo.

Eppure, dopo un anno, non ho dimenticato, e mi fa ancora più piacere scoprire, dal forum di Toronews, che non sono l’unico. Non ho mai parlato di questa storia, se non con qualche tifoso in qualche occasione speciale, ma ora mi fa piacere scriverne anche qui.

Di pace, purtroppo, in queste situazioni ce n’è sempre poca; ma spero che Francesco riposi in pace, e che la vita sia tornata a sorridere un po’ anche a coloro che gli stavano intorno. E questo riguarda anche la famiglia di un altro grande granata, Manlio Collino, protagonista del salvataggio del Toro tramite il Lodo Petrucci, la cui figlia adolescente morì tragicamente in un incidente stradale pochi giorni dopo.

Fu un’estate davvero difficile.

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giovedì 10 agosto 2006, 22:36

Chi ci terrorizza

Intendiamoci, sono assolutamente sicuro che questi tentati attentati con l’idraulico liquido esplosivo esistano veramente. Però c’è qualcosa che proprio non quadra.

Mettetevi nei panni del capo di un governo o di un servizio segreto: avete appena sventato degli attentati, state rastrellando i presunti terroristi nelle loro case, e insomma stavolta è finita bene. Dovete decidere cosa dire al pubblico; e non sarebbe naturale minimizzare, tenere le cose sotto silenzio, evitare una ondata di panico?

Certo che lo è, tanto è vero che, a bassa voce, si dice apertamente che di episodi simili ce ne sono stati oltre una decina, quasi sempre passati sotto silenzio. A meno che l’ondata di panico, abilmente rilanciata da tutti i mass-media, non sia un effetto collaterale ampiamente desiderato, forse lo scopo dell’intera operazione mediatica.

Del resto, eravamo nel mezzo di una crisi internazionale difficile. In cui Israele dopo vent’anni aveva invaso il Libano, bombardando bambini e funerali, e (giusto o sbagliato che sia) il suo governo era considerato dalla maggior parte dell’opinione pubblica, almeno in Europa, più o meno alla stregua di Bin Laden. In cui la popolarità di Bush era la più bassa di un Presidente americano da sempre. In cui l’unico serio alleato degli angloamericani, l’Italia, aveva cambiato governo e fatto enorme fatica a decidere di prolungare di sei mesi la missione in Afghanistan, figurarsi quella in Iraq. In cui alle Nazioni Unite si stava riproponendo la spaccatura tra USA/UK da una parte e Francia dall’altra, rendendo impossibile approvare risoluzioni favorevoli al “blocco del bene”. In cui diventava sempre più difficile, insomma, continuare in quel clima di guerra espansionistica premeditata all’estero, e di restrizione delle libertà civili in casa, che ha caratterizzato il mondo occidentale dopo l’11 settembre, a tutto vantaggio di chi vi detiene il potere.

E allora, guarda caso, salta fuori proprio l’unica notizia che può ribaltare la situazione: un altro mega-attentato. Sventato, eh: perchè siamo stati tanto bravi che nessuno ha visto niente, se non le immagini in TV di bivacchi all’aeroporto e pakistani arrestati. Ma un mega-attentato terribile, zilioni e zilioni di cattivissimi islamici carichi di esplosivo invisibile, alla faccia di tutte le misure di sicurezza, tutti attorno a noi pronti ad ucciderci perchè ci odiano. E’ proprio quel che serve per zittire il dissenso, distrarre l’audience e riportare l’ordine.

Quindi, manda il Libano in sesta pagina, e vai con la lotta al terrorismo; perchè se le nostre severissime, costosissime, durissime misure di sicurezza e guerre preventive si dimostrano platealmente incapaci sia di fiaccare la voglia degli estremisti di farci saltare in aria, sia di impedirglielo a forza, la soluzione è farne ancora di più. Elementare, Watson.

Ma io, alla lotta al terrorismo, non credo più. Non perchè non creda all’esistenza o alla pericolosità del terrorismo, ma perchè se il prezzo da pagare è farci dominare dalla paura, smettere di vivere, legittimare i nostri stessi atti di guerra, e cedere tutti i poteri a chi ci governa, penso che sia un prezzo troppo, troppo alto. E quindi, non credendo alla lotta al terrorismo, perdonatemi se divento anche sospettoso, quasi paranoico, di fronte ai suoi presunti “episodi”, e soprattutto a come vengono presentati dai media.

Del resto, la fine della civiltà occidentale (e sottolineo il termine civiltà), chiusa a morsa tra il panico verso nemici invisibili e la sorveglianza globale, è l’obiettivo dei terroristi, termine che indica coloro che volontariamente ci terrorizzano. Certo che, guardando solo ai fatti e a quel che ci propinano oggi i telegiornali, viene da chiedersi chi siano.

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giovedì 10 agosto 2006, 19:02

Il futuro di Internet

Ormai la notizia è uscita in giro e l’hanno riportata financo i blog degli amici, quindi per una volta mi tocca fare un post serio (non so nemmeno in che categoria metterlo).

Qualche settimana fa, mentre ero in ufficio, ho ricevuto una telefonata in diretta dal Senato dalla Repubblica: era il sottosegretario Beatrice Magnolfi che mi annunciava la nomina in un nuovo comitato, istituito dal ministro Nicolais, per discutere della posizione italiana al prossimo Internet Governance Forum delle Nazioni Unite, a fine ottobre ad Atene. Ovviamente la cosa mi ha fatto molto piacere; giusto per mettere le cose in chiaro, non si tratta di una posizione retribuita (anzi, mi pago io ogni volta l’assenza dal lavoro e il viaggio a Roma), ma si tratta comunque di un segno di grande stima e fiducia, derivante direi dai miei ruoli in ICANN e nei forum delle Nazioni Unite che parlano di Internet.

Il comitato è composto da persone che si sono occupate di questi temi, da Stefano Trumpy, che rappresenta il governo italiano in ICANN, a Matilde Ferraro, che ha rappresentato le ONG italiane al WSIS – solo per nominarne un paio. Include Fiorello Cortiana, che si è occupato di questi temi nello scorso Parlamento, ma anche Joy Marino, uno dei fondatori dell’industria Internet italiana. E’ presieduto da una persona eccezionale come Stefano Rodotà, colui che ha introdotto in Italia il tema dei diritti personali nella società dell’informazione, e che da tempo battaglia per la “Costituzione di Internet”; poterlo conoscere di persona è stato un gran piacere.

Ci siamo riuniti per la prima volta giovedì scorso, il che mi ha permesso di entrare per la prima volta nello studio di un ministro, in un bel palazzo rinascimentale in corso Vittorio Emanuele: e vai di salone chilometrico, legno pregiato, dipinti a tema epico e commessi alla porta. Il Ministro Nicolais, comunque, è stato molto gentile; ci ha accolti personalmente e ha partecipato alla prima parte della riunione, prima di fuggire per andare a pranzo a batter cassa da Padoa Schioppa; ha poi lasciato la riunione a Magnolfi.

L’argomento della riunione è stato come organizzare un processo per definire una posizione del governo italiano sui temi che saranno discussi ad Atene. I temi dell’IGF (definiti a Ginevra tramite un do ut des diplomatico teso a lasciar fuori qualsiasi questione veramente pericolosa, dal controllo americano su ICANN alla proprietà intellettuale) saranno quattro: libertà e apertura della rete, sicurezza e stabilità della rete, diversità e internazionalizzazione dei contenuti, e costi di accesso.

Per ciascuno di questi, sono state definite persone di riferimento (io, con Fiorello, mi occuperò del primo, che include anche la libertà di espressione, l’accessibilità del sapere e i diritti in genere) e ci siamo ripromessi di preparare una bozza per metà settembre; vogliamo inoltre organizzare, per metà ottobre, una consultazione pubblica, online ed offline, per permettere a chiunque di esprimere il proprio parere. A quest’ultima cosa io tengo molto: credo che potrebbe essere un’occasione per mettere il governo di fronte alle istanze che vengono dalla rete, su tutti i temi relativi a Internet, e quindi incoraggio tutti a prepararsi per tempo.

A fine riunione, io ho proposto che il Governo sponsorizzasse anche due workshop che vorrei organizzare ad Atene, anche se il tempo stringe (le proposte vanno inviate entro il 24 agosto); il primo sulla Costituzione di Internet, e il secondo sul trusted computing, una tecnologia che, dipendentemente dalla sua implementazione, vedo potenzialmente molto lesiva dei diritti delle persone e della natura stessa di Internet. Alla fine si è scelto di concentrarsi sul primo, per non disperdere le forze (devo dire che anche a livello internazionale l’interesse sul trusted computing è risultato scarso: probabilmente è un tema troppo tecnico per essere accolto dai diplomatici e dalle ONG, tipicamente di stampo sociale e cooperativo, che partecipano ai processi ONU).

Tornando a noi: per quanto mi riguarda, questa è soprattutto una occasione per portare all’attenzione del nostro governo un po’ dei problemi reali che leggiamo tutti i giorni sulle liste e sulle riviste della rete, e che mi preoccupano alquanto. In queste cose sono totalmente piemontese: non sono in grado di sfoggiare i salamelecchi e le adulazioni (ma nemmeno lo sgomitìo per farsi vedere) che usano in queste occasioni, e quindi nemmeno di “ammanicarmi” oltre quel che deriva naturalmente dalle cose che faccio. Se però il Governo ci darà modo di influenzare un po’ la sua politica in materia, allora ne sarà valsa la pena.

Io però li attendo al varco: in particolare, va bene Atene, ma ho tutte le intenzioni di cominciare a parlare appena possibile di revisione della legge Urbani, di privacy, diritto d’autore, trusted computing, di diritti dei consumatori dei pessimi servizi ICT nostrani, del digital divide interno, e così via. Questo è un esperimento che potrebbe finire a ottobre, o potrebbe essere la base per un processo più ampio e più stabile, veramente innovativo per l’Italia, di concertazione multi-stakeholder delle politiche sull’ICT, che porterebbe anche esiti migliori per le istanze del “popolo della rete”. Credo quindi che sia il caso di provare tutti assieme a farlo funzionare.

Nel frattempo, compatibilmente con la scarsa connettività che tutti noi abbiamo ad agosto, la mia email (vb [a] bertola.eu.org) è a disposizione per chiunque voglia presentare suggerimenti o pareri.

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giovedì 10 agosto 2006, 18:52

Oltre un terzo

Ieri sera il TG5 ha mandato in onda un servizio allarmato sulle truffe nell’uso di carte di pagamento, originato dall’uscita di una statistica secondo cui gli italiani farebbero un uso smodato di questi sistemi durante le vacanze, sia all’estero che in Italia.

La statistica riportata nel servizio era testualmente la seguente: “Secondo le statistiche dell’ABI, oltre un terzo dei pagamenti con Bancomat e carta di credito viene effettuato nei mesi da giugno a settembre.”

Peccato che i mesi da giugno a settembre siano quattro, che diviso dodici fa precisamente un terzo: se i pagamenti in questi mesi fossero il quaranta o cinquanta per cento del totale potrei prenderlo come un segnale, ma un po’ più di un terzo (“oltre un terzo” giornalisticamente vuol dire il 35-36 per cento al massimo, poi diventa “quasi due su cinque”) non mi sembra troppo diverso dal normale. Forse il TG5 sta cercando di insidiare il noto primato di Repubblica in termini di letture fantasiose dei numeri?

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mercoledì 9 agosto 2006, 23:01

Prego, mi passi De Sica

Non lo sapete, ma da ieri pomeriggio anche io faccio parte del magico mondo dei clienti TIM, e di una sottospecie particolarmente incosciente: quella che desidera utilizzare il telefonino per collegarsi a Internet con il portatile dai luoghi di vacanza.

Volendo difatti andare in montagna, mi sono premurato di esaminare le varie offerte disponibili per la connessione Web via GPRS.

Quella di Vodafone (20 euro a bimestre per 250 MB, quindi due o cinque euro per MB a seconda del piano) è pessima; ho chiamato il 190 per chiedere se veramente non vi fosse nulla di meglio, e la signorina ha avuto serie difficoltà a capire la domanda.

TIM e Wind ne hanno due molto simili, che ti danno 1 GB per 20 euro se consumati entro un mese (quella di TIM solo dal primo rinnovo, se non la lasci mai scadere). Io però non ero certo di consumare così pochi dati in una settimana (l’abitudine…) e quindi ho preferito una offerta che ha solo TIM: 9 GB per 25 euro, però da consumare nei festivi oppure, nei feriali, dopo le 17 o prima delle 9. Così, ho pensato, mi impedisco anche di stare attaccato a Internet di giorno…

Qui comincia la mia odissea: ieri pomeriggio vado nel negozio TIM (ufficiale) vicino all’ufficio, chiedo una SIM spiegando a cosa serve, il tizio mi chiede 35 euro (25 per la tariffa più 10 per la SIM comprendenti 4,70 euro di traffico), io chiedo la fattura intestata alla mia partita IVA personale; il tizio si rifiuta, perchè ci andrebbe la visura, e poi tanto lei non scarica quasi niente, e qui e là, ma si vede benissimo che pensa “non mi rompa i coglioni che ho il negozio pieno di gente”.

Va bene, sono di corsa anch’io e parto per le vacanze, non ho voglia di litigare. Prendo la busta della SIM, domandandomi come mai proprio 4,70 euro; lo scopro un’ora dopo, quando apro la busta e scopro che la SIM è già staccata dalla tesserina, e (mettendola nel telefono) c’è traccia di una chiamata già fatta. Ottimo servizio, non c’è che dire.

Adesso si pone il problema di come far funzionare il tutto. In teoria, la SIM è TIM, il telefono è marchiato TIM (un Sony Ericsson Z600 recuperato dai fondi di magazzino in ufficio, visto che il mio vecchissimo Nokia 6610 non ha il Bluetooth, che è l’unico mezzo semplice di connessione di un cellulare verso il mio iBook), le configurazioni dovrebbero esserci. E ci sono: ma non una, sei! Nei punti di accesso preimpostati ci sono “TIM”, “TIM GPRS”, “TIM GPRS sic”, “MMS”, “MMS GPRS” e finalmente “I-BOX” che è quella che devo usare io. In più, ci sono preimpostati una ventina di numeri con dei nomi e quindi degli scopi incomprensibili; non me li ricordo ma erano qualcosa tipo Timmammè, Tuttitim, @TenzioneTim, ZeroTimPiùEstateMaxi, Timpalo e Timculo, per capire il genere.

Sottolineo il punto riguardante la connessione, perchè dovete sapere che le connessioni dati dei telefonini si distinguono per una roba chiamata APN, che ha l’aspetto di un indirizzo Internet e indica il gateway in uscita dalla rete GSM verso la rete IP; gli operatori rendono accessibili servizi diversi su APN diversi, ma li tariffano anche in modo diverso. La mia offerta semiflat vale solo sull’APN ibox.tim.it; se per caso il telefono dovesse collegarsi usando uno degli altri APN, è probabile che la connessione funzioni lo stesso, ma mi venga tariffata con quei prezzacci tipo sei euro a megabyte (che costa meno trascrivere il pacchetto byte per byte su un foglio di carta e mandarlo per corriere espresso…).

Non sono comunque sicuro che i dati preimpostati siano giusti: preferirei chiamare TIM e farmi mandare un SMS di configurazione. Sfortunatamente, la mia chiamata al 119, dopo cinque minuti di navigazione guidata da una vocina entusiasta in modo irritante, diventa un venti minuti di attesa a sentire la musichina della tribù, per poi sentirmi riattaccare in faccia. Occhei, facciamo domani.

Così stasera, all’ora di cena, riemergo da una epica partita di Civilization III pieno di fiducia; avendo deciso di dare per scontato che le configurazioni del cellulare siano giuste, accendo il portatile, attacco il Bluetooth sul telefono, e dal menu Bluetooth di Mac OS X faccio “Imposta dispositivo”. Il portatile cerca il cellulare, lo trova, si parlano un po’, mi fa autenticare tramite un numero da leggere dal portatile e scrivere sul cellulare; poi mi dice che ci sono vari servizi, tra cui la sincronia dei contatti e la connessione a Internet, con due sotto-opzioni: tramite numero di telefono (modem tradizionale), o tramite rete dati (GPRS).

Commetto l’errore di lasciare attivata la sincronia dei contatti, al che l’iBook cerca disperatamente di copiare contatti di qua e di là, prima che lo prenda a martellate per evitare che faccia danno. Riprovo selezionando solo la connessione a Internet, e mi chiede tre cose: uno username, una password, e una “stringa GPRS CID, esempio *99*12345678#”; e poi, mi preseleziona un “tipo di script”.

Panico. Ero preparato a varie domande, mi ero stampato varie tabelline da vari siti con vari dati (tra l’altro, a seconda del sito le impostazioni consigliate sono opposte, e un sito ti dice di lasciar vuoto lo username, e un altro ci mette il numero di telefono… e il mio cellulare c’aveva scritto “easyibox”, vassapere perchè), ma queste due cose proprio non le so. Alla fine chiamo Simone, che si era vantato di aver fatto funzionare la cosa al primo colpo. In effetti, concludiamo che *99* è quel che il mondo usa per queste cose, un po’ come http davanti agli URL, ma cosa ci scrivo dopo?

Qui ho un mezzo colpo di genio: avevo notato che le varie connessioni impostate sul cellulare avevano un parametro chiamato CID, assegnato dal cellulare e non modificabile; in pratica, un numero d’ordine per distinguerle. Così, provo a scriverci quello: per I-BOX il cellulare dice 3, e così metto *99*3# .

Funziona! Ma mi resta il panico: starò veramente usando la connessione giusta, o starò venendo spennato come un pollo? Il sito diceva di scrivere “SALDO TIME” per SMS al 4916 per sapere i byte di credito residui; provo a farlo subito prima e subito dopo di una breve connessione, per vedere se cambiano. Non cambia, ma in entrambi i casi mi dice che il credito è 2 GB, preciso al byte; o mi ha fregato la pubblicità, visto che io dovrei averne nove, o sto servizio satura alla cifra sbagliata.

Allora mi viene la geniale idea di chiamare il 119 per sapere il credito. Dopo altri cinque minuti di vocina irritante conditi da pubblicità varia e dalla pressione di un certo numero di tasti, mi vengono confermati i 9 GB, e mi viene detto che sulla SIM ho tre euro e venti centesimi, alle 20:49 del 9 agosto (circa venti minuti prima). Oddio, allora non è la connessione giusta, e mi stanno spennando!

A riprova, cerco di chiedere al 119 il dettaglio chiamate, ma dopo i canonici cinque minuti la vocina mi dice beffardamente di registrarmi sul sito TIM, guardare lì sopra e non rompere i coglioni. Ho capito, porco cacchio, ma io sono qui attaccato proprio perchè non riesco a collegarmi a Internet!! Visto che però nei venti minuti mi ero ricollegato, decido di aspettare e vedere se al prossimo aggiornamento il credito è calato ancora.

Dopo mezz’ora, rifaccio il tutto e… oddio, è calato: ora ho tre euro e zero centesimi… ma sempre alle 20:49 del 9 agosto! E che fate, barate?? Venti centesimi spariti in tempo zero? Debiti retroattivi? In compenso, navigando ho trovato un po’ di altri siti che mi hanno tranquillizzato: alcuni dicono esplicitamente che, come avevo immaginato, dopo *99* ci va il CID, e questo signore ha uno script di connessione che ti permette di inserire direttamente l’APN nella casellina del numero di telefono, riconfigurandoti al volo la connessione sul cellulare; apro il sorgente del suo script, e lui effettivamente chiama *99***3# . Non so se i due asterischi cambino, li aggiungo, ma a questo punto mi ritengo autorizzato a pensare di aver ragione io.

Ma allora il credito da dove mi sta sparendo? Forse l’SMS al 4916 è gratuito, ma quello di ritorno che ti manda lui non lo è?? O la chiamata al 119?

Insomma, per ora funziona (lentissimo e con frequenti disconnessioni, ma qui cadono anche le telefonate voce, non posso lamentarmi più di tanto; è solo impossibile leggere la posta, date le dimensioni della mia casella, ma troverò un rimedio), ma ho come la sensazione che presto dovrò litigare col servizio clienti TIM. Ammesso che risponda.

P.S. In tutto questo, nessuno mi ha ancora dato un username e una password. Sul sito TIM, però, ti dice di registrarti mandando un SMS con scritto “TIM” seguito da una password numerica a tua scelta, al numero 49001. Ora l’ho fatto, mi ricollego, e spero di avere ulteriori informazioni dal sito. Se no, quando mi stufo di parlare solo con risponditori SMS e macchine vocali, cerco l’indirizzo di Christian De Sica e vado a pescarlo a casa: lui saprà spiegarmi tutto, no?

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