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Archivio per il mese di luglio 2010


mercoledì 28 luglio 2010, 14:28

Come farsi voler bene

La lezione di stamattina verteva sui modi di fare affari in Cina, descrivendoci l’importanza di questo Paese come mercato per le merci italiane, specialmente di lusso: anche nell’anno della crisi mondiale le esportazioni italiane, crollate in tutto il mondo, qui sono salite del 30%. Ci hanno ribadito che loro stessi vivono il loro grande attivo commerciale come un problema, per cui vorrebbero importare di più e far crescere i consumi, passando da fabbrica di prodotti senza nome di bassa qualità a competitor diretto dell’Occidente sull’innovazione, sulla tecnologia e persino sui brand.

E poi, ci hanno fatto vedere come non entrare sul mercato cinese: vincitrice del primo premio per il peggior marketing in Cina è stato uno spot della Nike del 2004 con protagonista LeBron James (per chi non lo conoscesse, è un nero americano che gioca a basket) che in un minuto riusciva a stendere un vecchietto cinese a pallonate, sconfiggere due dragoni (in Cina animale portafortuna nonché sacro simbolo nazionale), semidistruggere una pagoda e infine trionfare su un avversario cinese, con i grattacieli di Shanghai e le torri tradizionali sullo sfondo. Come a dire: arriviamo noi americani, manchiamo di rispetto a tutti i vostri simboli e spacchiamo tutto; veramente un messaggio ben concepito per essere accolti favorevolmente (infatti lo spot fu vietato sull’onda della furia popolare).

Fuori categoria, comunque, si classifica una pubblicità di un’auto Toyota dove la marca giapponese presenta il proprio modello che corre su un ponte cinese decorato da due classici leoni di pietra con le zampe alzate in segno di resa. A nessun cinese può sfuggire che sul Ponte Marco Polo di Pechino, decorato da centinaia di leoni identici a quelli della pubblicità, nel 1937 un incidente tra soldati giapponesi e cinesi divenne il pretesto per l’invasione e sottomissione giapponese della Cina; e probabilmente non sfuggiva neanche al pubblicitario giapponese che ha ideato il messaggio. Ah, l’amicizia tra vicini!

E’ anche vero che l’italiano nell’approccio alla Cina non è meglio, anzi si distingue per la difficoltà nel relazionarsi con un minimo di buone maniere. Oggi l’università locale ci ha organizzato una visita in un piccolo villaggio rurale alla periferia di Shanghai, nascosto tra strade e superstrade ma ancora dedito all’agricoltura. Si tratta essenzialmente di piccoli orti di frutta e verdura – nessuna coltura intensiva e tutto fatto a mano – circondati da qualche grappolo di case; da una parte c’era uno stradone nuovissimo con una serie di villette a due piani che sembravano venire dalla periferia americana e non vi avrebbero affatto sfigurato, mentre dall’altra sopravviveva il villaggetto di case un po’ più vecchie, ma non molto diverse – a parte lo stile decorativo un po’ tronfio, con tanto di colonne corinzie all’ingresso – dal genere di villette che si trovano nei paesi liguri o nelle campagne del centro-sud, con tanto di vicoletti percorsi da motorini e fazzoletti di terreno con gli alberi di pesche o le viti.

In una casa di questo villaggio ci hanno invitati a fare cena, con tutte le vecchiette a guardarci nel cortile – e i vecchi qui sono veramente grinzosi e sdentati, consumati da decenni di lavoro manuale nei campi. Ci hanno fatti entrare e ci hanno sistemati un po’ in salotto e un po’ in cucina, e ci hanno dato un piatto di riso con maiale e verdure e una zuppa con dentro uovo (frittata) e pomodoro, in buona parte roba coltivata da loro.

I piatti erano decisamente buoni, ma anche non lo fossero stati avremmo dovuto onorare l’ospitalità; e invece alcuni degli studenti (non tutti per fortuna) hanno cominciato a lamentarsi che non volevano il riso, che chissà dove l’avevano cucinato, che la zuppa era poco salata, troppo salata, mezza salata, troppo oliata, insomma era una zuppa e stando lì rischiavano di fare tardi per andare in centro in tempo per due spaghetti alla carbonara al ristorante italiano e poi il Mint, che sarebbe la discoteca più di moda della Cina orientale. Alla fine, molti piatti sono stati lasciati lì intonsi o quasi.

Da bravi italiani abbiamo un po’ recuperato con la simpatia, facendo i piacioni con le vecchiette (in qualche caso sfiorando un po’ la sindrome specchietto & perline, cioè facendo loro la foto e poi facendo vedere che schiacciando un pulsante compariva la loro faccia). Alla fine credo che l’evento sia andato bene, anche se non lo sapremo mai perché comunque un ospite cinese non ti verrebbe certo a dire in faccia che ti sei comportato da maleducato; mi ha stupito comunque l’assoluta incapacità di comprendere la differenza di comportamento che deve esserci tra andare al ristorante ed essere ospiti di qualcuno, anche (anzi a maggior ragione) di un contadino cinese per cui la tua visita è un evento importante.

Certo che alla fine questa manciata di ventenni italiani, quasi tutti figli di buona famiglia del Varesotto, seduti lì con le loro magliette firmate e i loro iPhone sui gradini di pietra in un cortile di cemento cinese (lamentandosi che per terra c’era la polvere e i pantaloni si sporcavano), ci hanno fatto tenerezza: non sono per niente cattivi, è che oggi i giovani in Italia vengono generalmente su così. Nel gruppo dei docenti ci dicevamo che magari tra quarant’anni qualcuno di loro si troverà così, seduto nel cortile di una casetta padana e senza denti, a vedere i ricchi turisti cinesi che passano e lo indicano col dito. Non glielo auguro, ma non è affatto improbabile.

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martedì 27 luglio 2010, 16:40

Un giro nel cuore della Cina

Shanghai è come Los Angeles, solo più nuova nelle infrastrutture e più povera negli slum che vengono attraversati dalle stesse (anche se ricordo che South Central LA non ha niente da invidiare alle favelas brasiliane, figuriamoci agli animati vicoli cinesi). Xi’an, invece, è ancora Cina verace; anch’essa ha la sua brava dose di palazzoni nuovi nuovi col tetto a pagoda del ventunesimo secolo e di centri commerciali di iperlusso con le Porsche parcheggiate davanti, ma sono nettamente di meno; e intorno ad essi resta la Cina che fu, quella dei grigi condomini-alveare, delle casupole fangose e delle industrie pesanti di Stato.

Intanto, però, Xi’an ha qualcosa di magnifico e cioé le sue mura cinesi ancora sostanzialmente intatte (ok, davanti alla stazione ferroviaria le hanno trasformate in tre giganteschi viadotti di cemento per permettere il passaggio del flusso immane di gente dalla stazione alla città e viceversa, ma sopra le arcate di cemento hanno rimesso i mattoni medievali uguali uguali). Sono davvero immense: noi vediamo un centro città racchiuso da un rettangolo di mura e pensiamo “beh, dentro ci saranno i vicoletti e tutto sarà a portata di piedi”. Ma per niente: il rettangolo è di circa 5 x 3 chilometri e dentro c’è la città moderna, visto che man mano che il tempo passava i cinesi hanno raso al suolo tutto e ricostruito vialoni a otto corsie e palazzoni a venti piani, che ora si trovano circondati dalle mura con un effetto abbastanza straniante.

Gli edifici antichi sopravvissuti sono soltanto due, la Torre della Campana e la Torre del Tamburo, mentre all’interno delle mura non vi è un edificio che abbia più di cinquanta o cento anni. Eppure quei due edifici sono davvero belli, forse perché corrispondono pienamente al nostro immaginario dell’antica Cina. Si può entrare e salire per vedere il panorama, e intanto godersi le travi colorate, le decorazioni a forma di drago, l’esposizione di campane o tamburi e anche una mostra di mobili antichi di mogano davvero meravigliosi.

Il quartiere islamico consta di una serie di vicoli pieni di negozietti e bancarelle che cercano di vendere qualsiasi cosa… a cominciare da forme di cibo tanto sconosciute quanto invitanti, quasi tutto alla griglia o alla piastra. Certo il macellaio con la carne marcia sul tavolo e la bandierina che girava cercando invano di scacciare le mosche non prometteva bene per le sorti del nostro intestino, dunque non abbiamo comprato niente… ma fatto tante foto.

Fuori dalle mura, abbiamo visitato la Pagoda della Grande Oca, che poi sarebbe una antica pagoda del VII secolo piazzata dentro un grande tempio buddista a sua volta piazzato dentro un enorme spiazzo pieno di giochi d’acqua e di bambini che fanno il bagno nei giochi d’acqua, ai lati dei quali si trovano fast food e bancarelle. Arrivarci è stato facile, perché la Lonely Planet consigliava il bus 610, che unisce la stazione ferroviaria, la Torre della Campana e appunto la pagoda; ciò nonostante sono stato ben contento di riuscire a capire in che direzione andasse preso, semplicemente guardando l’elenco delle fermate sulla palina, cercando quelle che cominciavano per da (“grande”) – è un ideogramma molto facile da identificare, quello con la persona con le braccia aperte a dire “ho preso un pesce grande così” – e poi confrontando il resto con la scritta sulla guida. Altro che Settimana Enigmistica

Ci siamo dunque goduti i giochi d’acqua e musica, che qui vanno fortissimo e prevedono un programma fatto in ugual misura di musica classica cinese modernizzata e musica classica occidentale easy listening – Mozart, l’Inno alla Gioia, le Valchirie e così via. Poi con 50 yuan siamo entrati nel tempio, e non è troppo diverso da entrare in un nostro santuario se non che cambiano i simboli e le forme degli edifici, e che i templi buddisti hanno anche dei giardinetti bellissimi, oltre che un’abbondanza di negozi di souvenir al loro interno. Poi con altri 30 yuan ci siamo arrampicati sulla pagoda, ma al quarto piano di sette ne abbiamo avuto abbastanza, abbiamo fatto le foto da lì e siamo tornati indietro. Valeva comunque la pena.

E poi, lunedì, è stato il momento dell’Esercito di Terracotta. Già arrivarci è un’avventura; i dilettanti vanno alla reception dell’albergo e, per almeno 400 yuan, si fanno affibbiare una guida che parlicchia inglese e che lungo il percorso si fermerà in almeno tre diversi negozi di “artigianato locale” e simili. Noi invece ci siamo affidati al trasporto pubblico: preso il solito 610 – e c’è voluta mezz’ora perché sulla palina in direzione est si erano dimenticati di indicarlo, ma alla fine abbiamo capito che non bisogna curarsi di simili sottigliezze, ma semplicemente placcare il bus quando lo vedi arrivare e lui si ferma – siamo arrivati alla stazione; lì, con un fogliettino con scritto “306 ?”, siamo riusciti a farci indicare a gesti il capolinea del pullman suddetto.

Abbiamo dovuto attraversare il piazzale della stazione, e nemmeno questo è stato facile: abbiamo scoperto che le leggende sulle stazioni cinesi strapiene di gente che bivacca in attesa di trovare un biglietto o di chissà cos’altro sono assolutamente vere, e in pratica non si riusciva ad arrivare a meno di cento metri dall’ingresso, perché tutto era bloccato da persone stese per terra. Comunque, con un po’ di slalom abbiamo oltrepassato le mura e siamo arrivati nel parcheggio sul lato est della stazione, da dove parte il 306, un bel pullman turistico che parte appena si riempie (cioè in cinque minuti) e per 7 yuan 7 ti porta al parco del Monte Li (con la funivia e le sorgenti termali) oppure all’altro capolinea, cioè il parcheggio dell’Esercito di Terracotta. Ci ha messo un’ora e venti a causa di ingorghi in uscita da Xi’an, ma alla fine ci è arrivato.

L’Esercito di Terracotta, pur trovandosi in mezzo alla campagna a una trentina di chilometri a est di Xi’an, è una delle maggiori attrazioni turistiche di tutta la Cina, e dunque è normale che per arrivarci uno sia costretto ad attraversare una vera città di negozietti e ristoranti appositamente costruita per intercettare i turisti… che, badate, sono per almeno tre quarti cinesi, e solo in piccola parte occidentali. L’ingresso costa 90 yuan (oltre 10 euro), una piccola fortuna per qui (è la cifra con cui oggi, dal sarto, ho comprato una camicia su misura).

Però, insomma, li vale. All’inizio la scena lascia un po’ perplessi, perché ci si trova di fronte a una specie di hangar coperto, grosso come un campo da calcio, dentro il quale c’è lo scavo con queste centinaia di statue, in parte rimesse in sesto e visibili, in parte frantumate o ancora da scavare. Non è quello che ci si aspetta… e però dopo un po’ si comincia a percepire la grandiosità della scena.

La storia è nota: il primo imperatore della Cina, oltre duemila anni fa, dopo aver sconfitto tutti i nemici, unificato il regno e ottenuto il controllo del mondo voleva mantenere il proprio impero anche nell’aldilà: a tale scopo fece costruire una replica in terracotta di tutta la sua corte – i suoi principi, i suoi animali, i suoi suonatori, i suoi ministri e ovviamente anche il suo esercito. Il tutto fu messo in una replica della sua capitale e interrato, in modo da essere pronto nell’altro mondo.

Non sappiamo se il piano per la conquista dell’aldilà sia riuscito, ma queste figure hanno conservato magicamente in sé un soffio di vita: viste nell’insieme, sembrano davvero un esercito pronto a muoversi e a conquistare il mondo. Molto fa il fatto che le statue siano l’una diversa dall’altra, siano in fila ma non perfetta, e sembrino per questo molto più realistiche di qualsiasi statua della nostra antichità. Ma poi, man mano che ci si addentra nella drammatica megalomania di questo imperatore che non voleva morire – ci sono altre due fosse, un piccolo museo e un centro proiezioni – si viene conquistati dal fascino del luogo.

Al ritorno, poi, ci siamo concessi un’altra avventura: dovete sapere che, siccome questo è un paese comunista, c’è concorrenza persino sulle rotte dei pullman. Pertanto, oltre al 306, anche il 914, gestito da una ditta concorrente, fa lo stesso servizio, passando però non per l’autostrada ma per la strada statale (a pedaggio pure quella…). Il 914 costa uguale ma è più lento e scassato del 306; a questo svantaggio competitivo si sopperisce con una signorina che alle fermate principali scende dal mezzo e letteralmente prende e butta dentro le persone che, come noi, aspetterebbero il 306.

E così, abbiamo visto l’Africa: perché i gruppetti di casupole contadine in mezzo ai campi della piana tra Lintong e Xi’an sono pari pari al Mozambico, con le strade sterrate, i veicoli arrugginiti carichi di rumenta e i vecchi sdentati su una sedia a guardare la strada. Perché alla fine la Cina è tutto: è Los Angeles e l’Africa nello stesso posto, a vivere di vite parallele che forse si incontrano, o forse invece no.

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lunedì 26 luglio 2010, 19:38

Spostamenti cinesi

Qui è l’una di notte passata e siamo appena rientrati in albergo, a Shanghai, dopo un lungo viaggio di ritorno che comprendeva: Airport Bus No. 1 dal centro di Xi’an all’aeroporto; volo Shanghai Airlines FM9602 per Shanghai Pudong; taxi notturno per circa 45 chilometri dall’aeroporto di Pudong all’albergo dell’università.

Il primo tratto in bus è stato epico; c’è voluta circa un’ora e dieci, ma la prima mezz’ora, necessaria per percorrere i due chilometri dalla Torre della Campana alla Porta Ovest delle mura di Xi’an, è stata spettacolare. Prima o poi spero di avere il tempo di montare i filmati e farvi vedere i cinque minuti di sportellate creative che servono al bus per immettersi nella rotonda che attraversa le mura, negoziando il passaggio con il traffico che attraversa nell’altra direzione, con i pedoni, con i risciò, con i motorini e con altri veicoli non meglio definibili.

Il volo purtroppo era in ritardo di un’ora; ma bisogna dire che per il resto i dubbi sui voli interni cinesi sono stati abbastanza dissipati. Atterrando a Xi’an abbiamo scoperto una dozzina di linee aeree nazionali cinesi a noi totalmente sconosciute (in realtà, a occhio, ogni provincia della Cina ha la sua, e immagino che siano possedute dagli enti locali o almeno lo fossero all’inizio). Shanghai Airlines, di cui voi probabilmente non sospettavate nemmeno l’esistenza, è stata recentemente ceduta al gruppo China Eastern, ma per ora resta un partner Star Alliance (dunque posso persino accumulare miglia Lufthansa). I prezzi sono alti per i locali ma comunque abbordabili, il volo sola andata (due ore di aereo) costava sui 150 euro ma sono riuscito a trovarlo in offerta alla metà. E siccome queste linee aeree hanno tutte avuto un boom negli ultimi dieci anni, gli aerei sono nuovi e ben attrezzati, magari non ultimo modello (il nostro era un Boeing 737) ma comunque varati da pochi anni.

Certamente, se l’aeroporto di Pudong è nuovissimo e sfoggia nei corridoi gli orologi marchiati Rolex, quello di Xi’an era un po’ meno nuovo e un po’ più caotico – anche se ovviamente di fronte ad esso stanno già costruendo un nuovo modernissimo terminal, con la solita joint venture cinese-tedesca. Così ci siamo sorpresi di notare che il nostro gate era lo stesso gate di un altro paio di voli in partenza alla stessa ora o quasi; arrivando lì, abbiamo scoperto che quello è il gate finto per i voli in ritardo, dove c’è un omino che su una lavagnetta scrive e aggiorna continuamente le informazioni, in cinese e in inglese.

Alla fine ci hanno assegnato un gate vero e ci hanno imbarcato prima ancora che sui terminali comparisse la scritta “Boarding”, il che ha confuso gli altri occidentali che aspettavano il volo con noi, che erano italiani pure loro. Insomma, siete al gate, vedete una folla che si alza e comincia a infilarsi nel tunnel verso gli aerei, il dubbio vi verrà no? Però lo stesso gruppo si è distinto per un’altra cosa: all’arrivo a Shanghai, a mezzanotte meno dieci, l’aereo si è fermato sulla pista in attesa di ricevere l’indicazione del gate di attracco e di recarvisi. In un aereo occupato da 150 cinesi, indovinate chi sono gli unici che si sono slacciati le cinture e si sono alzati?

Il viaggio in taxi infine è stato piacevole. Eravamo un po’ preoccupati che il tassista non capisse dove dovevamo andare, pur disponendo del canonico bigliettino dell’albergo con le istruzioni in cinese. Invece si è infilato sulle tangenziali giuste (e qui ce n’è un reticolo mica male) e in mezz’oretta, sfrecciando a 120 all’ora con i finestrini aperti e un’arietta finalmente della temperatura giusta, ci ha portato a destinazione (anche se l’ultimo paio di svolte gliel’ho dette io a gesti). Costo circa 25 euro; di giorno sarebbero stati 18 ma la notte dopo le 23, che qui sono notte fonda, costa di più.

Questo giro a Xi’an in due giorni è stata una faticaccia, ma ne valeva la pena, sia per vedere l’esercito di terracotta che per sfrecciare sui bus della città. Ora però vado a dormire, il resto del racconto nei prossimi giorni.

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domenica 25 luglio 2010, 15:20

Prova (burp)

Questo post serve soltanto a dimostrare che è tecnicamente possibile collegarsi con il mio cellulare al wi-fi di un albergo di Xi’an e scriverne uno: l’attività è talmente macchinosa che non intendo andare oltre. E poi devo ancora digerire la fantastica cena al self-service dell’Hotel Primo Maggio, dove Elena ha un po’ sbagliato le dosi e ci siamo abbuffati con 5 euro a testa, avanzando anche riso e ravioli come colazione di domani in un sacchetto di plastica. Domani sera saremo di nuovo a Shanghai e l’attività blogghistica riprenderà regolarmente.

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sabato 24 luglio 2010, 13:19

Famolo strano

Roma, qualche tempo fa, in qualche ministero.

“Aoh, senti…”
“Aoh, dimmi…”
“Se devemo trovà per prennere ‘na scelta sur padiglione… er padiglione pe’ Sciangai…”
“Er padiglione?”
“Sì, quello de l’Expo de Sciangai… c’avemo da fà bella figura… nun poi mica annare llà cor solito cubo de cemento…”
“Chettefrega, famolo fare a qualcuno no… a quarche architetto…”
“Eh, è vero, mi’ cugina conosce un tizio che fa l’architetto… è famoso eh, già ha lavorato pe’ nnoi…”
“E tu chiamalo, chiedije quarche proggetto… quarcosa che sia carino e nun costi tanto, che qui nun ce sta ‘na lira…”
“Sì però già so come so’ sti architetti… so’ tutte star… ma alla fine l’idea je la devi dare te… dai sprememose le teste, famo un trust de cervelli… io e te… quarcosa che poi viene Silvio a inaugurarlo e sta contento…”
“E famolo a mausoleo de Silvio no? Silvio Massimo, le colonne, i gladiatori, i baccanali… Cesare dell’antica Roma…”
“No dai, troppo scontato… già visto…”
“E farlo co’ quarche simbolo nazzionale? Tipo, che so, a forma de pallone… a forma de pizza…”
“Ma no, ma no! Cheap, te stai a pensà troppo cheap! Elegante e moderno c’ha da esse… e simbolico ar tempo stesso… e poi anche ‘n po’ cinese, famose venì n’idea cinese…”
“E chiediamolo a Verdone no? Che c’aveva fatto er film der cinese… quello là…”
“No, Verdone no, è de sinistra, poi ce cacciano! N’idea cinese ce l’avemo o no?”
“Trovato! Senti che idea, aoh, so’ troppo forte!”
“Trovato? E dimme ‘n po’…”
“Visto ch’avemo d’annà a Sciangai, famolo a forma de sciangai… c’hai presente i sciangai no? I bastoncini che li butti ‘n tera e poi s’accatastano e te li devi tirà senza farli cadere… il gioco… m’hai capito no?”
“A forma de sciangai! Ma te sei un genio, sei! Grande, grande! Mo’ co’ sta cosa, in Cina ce famo un figurone!!”

DSC04010s.JPG

Shanghai, 2010.

L’Italia svela con orgoglio il proprio padiglione dell’Expo 2010, caratterizzato da incavi e pilastri storti “a forma di shanghai”. Sconcerto e perplessità tra gli ospiti cinesi, che non riescono a capire l’indicazione. Alla fine, a gesti, la delegazione italiana riesce a fargli capire che in Italia c’è un gioco che si chiama Shanghai, fatto di bastoncini a forma di grosso stuzzicadenti che vengono buttati alla rinfusa e poi estratti senza farli cadere. I cinesi conoscono il gioco, che peraltro da loro è un gioco per bambini di cinque anni, ma ovviamente in Cina non si chiama Shanghai. A dire il vero, non si chiama Shanghai da nessuna parte se non in Italia, e comunque non è certo per un giochino con gli stuzzicadenti che i cinesi vorrebbero che la loro maggior città commerciale fosse ricordata nel mondo. Ed è così che, all’esposizione universale, l’Italia ha partorito l’ennesima genialata per farsi subito riconoscere.

P.S. Comunque, nonostante la nostra ormai proverbiale approssimazione culturale, oggi abbiamo visitato l’Expo e il padiglione italiano era tra i più apprezzati, sia perché qui impazziscono per lo stile italiano, sia perché comunque ci siamo impegnati a riempirlo di cose interessanti da vedere. Però non era difficile: molti degli altri padiglioni europei erano chiaramente fatti a forma di bruttura!

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venerdì 23 luglio 2010, 15:25

La follia del raviolo

Qui a Shanghai si mangia veramente bene. Abbiamo provato già un po’ di tutto, dal ristorante nel centro commerciale di lusso al baracchino per strada, passando per i ristoranti eleganti per cinesi, le catene di fast food locali e la gastronomia del supermercato: e abbiamo sempre mangiato bene, spesso cavandocela con un paio di euro a pasto (però occhio, se volete un locale dall’aspetto occidentale e un cameriere che parli qualche parola di inglese allora i prezzi si moltiplicano subito per cinque o per dieci). L’unica condizione è che vi piaccia il piccante, altrimenti una buona metà dei piatti risulteranno per voi poco o per niente mangiabili.

L’occidentale, tuttavia, è tratto spesso in inganno dalle proprie consuetudini culinarie – e non parlo solo dell’uso delle bacchette, che a livello base non è poi così difficile, ma che non riuscirete mai a padroneggiare veramente se non dopo lunga pratica. Per esempio, io mi sono trovato con una ciotola di riso bollito da una parte, buono ma insipido, e con il sughetto del pollo o del manzo dall’altra: a un italiano viene naturale pensare di condire il riso col sugo. Errore! Infatti l’appiccicume del riso bollito è fondamentale per la sua prendibilità con le bacchette: mescolando il sugo col riso, i chicchi si staccheranno e diventeranno scivolosi e sarà praticamente impossibile tirarli su, costringendovi a una poco fruttuosa caccia al riso per tutto il piattino.

Il problema principe viene insieme al piatto principe: il raviolo. Qui tutti mangiano ravioli: è il cibo più normale e frequente. E sono buonissimi: la pasta è sottile, appiccicosa (spesso bisogna tirare per staccarla dal piatto o dalla carta che mettono sotto), elastica e resistente, ma consistente quando la mordi; il ripieno varia dalla semplice palletta di carne (ma decisamente più grossa che nei nostri ravioli) a misture varie, ad esempio granchio e maiale, oppure verdure, oppure tutto quello che volete, accompagnato dal suo brodo. In più, dopo essere stati cotti al vapore nelle caratteristiche scatole tonde di legno, spesso vengono “fritti” ovvero passati alla piastra su un fondo di grasso non meglio precisato, ottenendo su un lato una crosta più dura e croccante.

Nel centro commerciale qui vicino, all’interno del “palazzo del cibo” – quattro piani in cui ai livelli più bassi vendono il cibo, ai livelli intermedi te lo danno da mangiare al volo e ai livelli più alti ci sono dei ristoranti – c’è un bugigattolo che dà ravioli fritti preparandoli al momento. La catena del lavoro è la seguente: c’è una gigantesca palla di ripieno, grande come un bambino, in mezzo a un tavolo, attorno al quale ci sono una dozzina di inservienti gomito a gomito che ne prendono una manciata alla volta e lo mettono nel tondino di pasta, quindi con gesti frenetici chiudono il raviolo e lo mettono in una grossa teglia rotonda. La teglia viene cotta e passata sulla piastra, fino ad arrivare al capo cameriere che fa le porzioni e le mette nelle vaschette, servendo il primo della fila. Il tutto si svolge a una velocità da capogiro che nel nostro immaginario assomiglia molto all’idea dei bambini pakistani che cuciono palloni, ma che qui è considerata normale e anzi segno onorevole di un meritevole duro lavoro da parte dei dipendenti del posto.

Si fa presto, però, a pensare di mangiare un raviolo; la realtà purtroppo è diversa. Il primo livello è riuscire a prenderlo con le bacchette; generalmente ciò è reso semplice dalla flessibilità e appiccicosità della pasta, ma le cose diventano difficili se per caso comincia a colare del sugo, in quanto si verificherà il fenomeno già citato dell’unzione della pasta e della bacchetta, che trasformerà il raviolo in una saponetta.

Potreste poi essere tentati di prendere il raviolo e darci un morso per mangiarne metà alla volta: anche questo è un errore mortale. Infatti, non solo la pasta non è così facile da tagliare e spesso vi troverete la pasta attaccata ai denti che viene via per intero e il ripieno che cade di sotto, ma l’apertura inconsulta del raviolo provocherà la fuoriuscita di un lago di brodo a temperatura ustionante; il brodo si trova spesso ad alta pressione e dunque partirà uno schizzo che colpirà la vostra maglietta, la maglietta del vicino, il vostro naso, la borsa del tizio di fronte o altri oggetti vicini a piacimento.

La seconda strategia che viene naturale, imparando dai propri errori, è dunque quella di mangiare il raviolo tutto intero. Siete già sulla buona strada, ma occhio: dopo averlo preso con le bacchette e inserito in bocca, evitate di darci un bel morso, perché a quel punto lo schizzo di brodo a ventottomila gradi vi colpirà il palato e la lingua e ve li porterà via; avrete poco da piangere e da strapparvi i capelli, il vostro senso del gusto sarà volato via per sempre o perlomeno per un paio di giorni. Inoltre, se il raviolo è un po’ grosso, vi occuperà tutta la bocca e la gola, e dopo dieci secondi vi troverete nella spiacevole situazione di non poterlo masticare perché la temperatura è ancora ustionante, non poterlo rigirare perché non c’è lo spazio per farlo, e di non riuscire più a respirare perché la gola è bloccata dal raviolo: rischierete il soffocamento.

Alla fine abbiamo elaborato una terza strategia: sollevare il raviolo con le bacchette, e darci un piccolo morso in un angolo, prendendo soltanto la pasta, per aprirvi un buco. Quindi soffiare dentro per raffreddarlo, e nel contempo succhiare il brodo dal buco un po’ alla volta fino a depotenziare l’arma letale del raviolo. A quel punto è possibile morderlo con più tranquillità e masticarlo un po’ alla volta. Così, più o meno, funziona: sempre che qualcosa non vada storto, e ad esempio il brodo non cominci a colare generando l’effetto saponetta, oppure il raviolo vi cada dalle bacchette a buco aperto e si rovesci cominciando a sputare fuori brodo su tutta la vaschetta.

Però, nonostante questo, ne vale davvero la pena: perché qui i ravioli sono davvero buonissimi.

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giovedì 22 luglio 2010, 15:47

Unire i puntini

Stamattina ci ha fatto lezione un antropologo; un professore con grande esperienza internazionale sia come accademico che come consulente culturale per le aziende occidentali che sbarcano in Cina. Ci ha raccontato le basi della storia e della cultura cinese, con attenzione speciale a spiegare come si deve comportare chi dall’Occidente voglia venire a lavorare o a fare business in Cina: l’importanza delle relazioni, il fatto che chi sei e come ti comporti è almeno altrettanto importante della qualità del tuo lavoro e della convenienza economica di ciò che vuoi proporre, e tutte le regole più o meno spicciole per non offendere l’interlocutore cinese; e naturalmente i modi di comunicazione indiretta che si usano qui (ma non di rado anche in Italia), come dire “forse” o “vediamo” al posto di “no”, che mandano spesso in confusione le controparti americane o tedesche.

E poi ci ha dato un bell’esempio di comunicazione indiretta quando, a fine lezione, uno degli studenti del nostro gruppo gli ha chiesto se fosse un problema il fatto che loro si fossero presentati a lezione vestiti da mare, in ciabatte, pantaloncini e t-shirt strappate (nonostante gli sia stato detto decine di volte già dai docenti italiani che qui l’università è una cosa seria e che una polo e dei pantaloni lunghi sono proprio il minimo).

Il docente cinese, che era vestito in camicia a maniche lunghe e pantaloni eleganti, ha risposto così, con una flemma inglese: “Vedete, normalmente anche io mi vesto in modo casual, e poi oggi a Shanghai fa davvero molto caldo e io starei molto più comodo se, invece di questa camicia, mi fossi messo una maglietta. Ma questa lezione è una occasione formale in uno scambio internazionale e dunque, per rispetto a voi, io mi sono messo la camicia, anche se ho dovuto venire qui col caldo e stavo veramente scomodo. Comunque” – e qui, bisogna dire, il tono ha perso un pochino della sua tranquillità – “nessuno studente universitario cinese avrebbe mai potuto neanche pensare di venire a lezione coi sandali da spiaggia. Voi però siete studenti ospiti e dunque siete liberi di fare come credete meglio.”

Il messaggio mi sembra chiarissimo; dopo la lezione abbiamo radunato gli studenti e abbiamo fatto notare l’evidente figura di merda… e la risposta è stata “no ma prof, ha detto che si può!”. Unendo i puntini per loro, abbiamo sottolineato che il professore cinese aveva esplicitamente detto che venire a lezione vestiti così era una mancanza di rispetto che in quell’università non si era mai vista prima; e a questo punto alcuni studenti hanno ribattuto che ciò non era giusto e che così il professore cinese “non rispetta i miei diritti di studente ventenne”.

Insomma, ci abbiamo rinunciato; ma ho il sospetto di aver capito perché la Volkswagen qui ha uno stabilimento enorme ed è il maggior produttore di auto in Cina, mentre la Fiat ha provato tre volte a mettere in piedi una joint venture per produrre e vendere auto qui e ha sempre fallito miseramente.

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mercoledì 21 luglio 2010, 16:58

Qibao, Shanghai

Oggi sono andato a Qibao, che sarebbe una località della periferia di Shanghai, ossia un antico villaggio rurale inglobato dall’espansione infinita della città. Dal nostro albergo ci si arriva facilmente, tramite sole 23 fermate di metro ripartite su tre linee diverse (e qui le fermate di metro sono mediamente parecchio lontane, non come le nostre); insomma un’oretta abbondante di metro, ma trovare il percorso con la cartina bilingue non è poi così difficile, no?

Questa è una zona d’acqua, che gravita sull’estuario dello Yangtze e di decine di altri fiumi grandi e piccoli; e anche i villaggi erano costruiti attorno ai canali. A Qibao c’è un fazzoletto di case sopravvissute miracolosamente all’era comunista – quando i villaggi di casupole raggiunti dalla città venivano rasi al suolo e sostituiti da nuovi condomini popolari costruiti in serie, molto più dignitosi e igienici ma privi di qualsiasi fascino – che sono state restaurate e occupate da negozietti di souvenir per i turisti; il grappolo di case sta attorno a un canale, sul quale, un po’ più in là, si trova anche un tempio buddista, moderno ma altrettanto affascinante.

Le viuzze non sono poi diverse dai vicoli delle nostre città medievali, e sono piene zeppe di turisti – anche se io ero praticamente l’unico occidentale in mezzo a torme di turisti cinesi. La cosa più interessante è stato vedere cosa vendessero questi negozi: qualcuno vuole mangiare naso di maiale arrosto? Ho una serie di foto piuttosto impressionanti, ma per ora mi sono limitato a montare insieme, senza commento, alcuni spezzoni di video, giusto per darvi un’idea.

P.S. Per poter usare Youtube (Facebook, Twitter, Meetup e tanta altra roba) ho dovuto mettere in piedi una connessione cifrata tra il mio portatile e il mio server italiano, sul quale un proxy mi scarica e rimanda le pagine. Altrimenti non ci sarebbe verso… Spero che il trucco continui a funzionare e che non mi arrivi la polizia in camera :-)

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martedì 20 luglio 2010, 17:39

Più complesso di così

Quando si parla di Cina, l’occidentale pensa già di sapere tutto. Tipicamente non ci è mai stato né ci andrà mai, ma affronta la Cina con la spavalderia dell’ex colonialista – quello che interpreta il mondo sempre per similitudine con l’Europa – associata a un insieme di luoghi comuni derivanti un po’ dall’osservazione delle nostre Chinatown (che è come dire che l’Italia è tutta come Little Italy a New York, con i palazzi dipinti di bianco rosso e verde e con una economia interamente basata su ristoranti con gigantografie del Vesuvio sullo sfondo) e un po’ dai reportage dei nostri media, notoriamente affidabili e privi di sensazionalismi e secondi fini.

Eppure le questioni sono più complesse di così. Quando si parla di società, di politica, di diplomazia e di storia, la verità è raramente bianca o nera; più facilmente è vero tutto e il suo contrario. E’ vero, per esempio, che in Cina c’è la censura; che i diritti umani non esistono o quasi, che le persone possono essere incarcerate per una opinione espressa in pubblico o sfrattate dalla loro casa per permettere la costruzione di una nuova strada o di un nuovo centro commerciale.

Ma è vero anche che la natura politica di una società si forma per evoluzione lenta e per influenze successive; che in un Paese che viene dal comunismo e dove il concetto di proprietà privata è stato introdotto meno di quindici anni fa, non è così strano che la proprietà dei terreni sia ancora collettiva e che lo Stato si ritenga autorizzato ad usarla per uno sviluppo ritenuto più benefico per la collettività rispetto al preesistente appartamento del singolo; che, in generale, la filosofia del confucianesimo spinga da centinaia di anni, ben prima dell’avvento dello stesso comunismo, a considerare la collettività più importante del singolo e dunque a trovare più che giusto che la libertà individuale sia minimizzata e subordinata alle esigenze di tutti.

Il concetto di “diritti umani” è un concetto di natura profondamente occidentale, che da noi si è sviluppato in almeno trecento anni, dalla Rivoluzione Francese in poi, parallelamente allo svilupparsi di una borghesia, di un’economia industriale e post-industriale, di istituzioni democratiche moderne. La Cina sta compiendo lo stesso percorso – politico, culturale, economico – in trent’anni; è soltanto normale che sia indietro.

Noi, però, sembriamo non vedere l’ora di coglierli in fallo; probabilmente, sotto sotto, rosichiamo. Addossiamo a loro la responsabilità della nostra crisi, senza considerare che potrebbero essere loro ad addossare a noi la responsabilità della loro arretratezza. Non pensiamo che il primo attore dello sfruttamento è l’imprenditore italiano che trasferisce la produzione di scarpe in Cina, le paga un euro a paio pretendendo dai suoi fornitori la minima qualità e i minimi costi, le porta in Italia, ci appiccica l’etichetta “Made in Italy” e ce le vende a cento euro – e poi magari va al telegiornale a lamentarsi dell’importazione parallela delle stesse scarpe, prodotte dai suoi stessi fornitori, vendute a dieci euro, permettendo un trattamento migliore degli operai cinesi e un prezzo migliore per gli acquirenti italiani; dato che sempre più spesso non riusciamo ad esprimere un’idea di impresa diversa dal faccendismo.

Non pensiamo che dietro il successo della Cina c’è anche lo schiavismo, ma che ciò che a noi pare schiavismo non è poi troppo diverso dalle condizioni di lavoro e di vita che i nostri nonni hanno sperimentato negli anni ’50 e ’60, che sono state alla base del successo italiano di quegli anni, e che noi oggi non siamo più disposti ad accettare – e che però vorremmo che non accettassero nemmeno gli altri.

E non capiamo che ormai la Cina, almeno nella sua parte costiera, non è più un paese del Terzo Mondo dove si produce a prezzi stracciati, ma è un paese più o meno al nostro livello, dove l’economia è e sarà sempre più alimentata dalla domanda interna anziché dalle esportazioni, e che anzi sta cominciando a delocalizzare le fabbriche in Indonesia o in Vietnam; che sta smettendo di competere con noi sui costi della manodopera non qualificata, e sta competendo con noi sulla tecnologia, sull’innovazione, sulla finanza, sul marketing globale, sull’educazione e sulla preparazione delle persone – e sta cominciando pure a vincere.

Stamattina, un docente della locale università è venuto a farci lezione sul sistema politico cinese; e siamo rimasti sorpresi dal livello di introspezione politica, e anche di critica, che ci ha mostrato. La presentazione parlava senza peli sulla lingua delle dinamiche interne al Partito Comunista, con tanto di menzione degli eventi dell’89; parlava tranquillamente delle diverse ipotesi di rapporto tra partito e istituzioni, spingendosi persino a ipotizzare che la corruzione sia endemica in un sistema monopartitico e parlando di tutti i problemi derivanti da una “iperpoliticizzazione” dell’amministrazione pubblica. E poi ha dedicato mezz’ora a spiegare le questioni di Taiwan e del Tibet viste dal punto di vista cinese.

Certo, in ossequio al centralismo democratico, la posizione presentata era quella ufficiale; il nostro docente non avrebbe mai ammesso che un’altra posizione fosse possibile, anche se, dopo averci presentato le linee programmatiche di Hu Jintao, a una domanda interpretativa ha risposto “dovreste chiederlo al primo ministro”. Ma il fatto stesso che se ne parli, pur in un contesto particolare come un corso universitario per stranieri, è già sorprendente per i nostri preconcetti; eppure noi, come ha fatto stamattina uno studente, non sembriamo in grado di rapportarci in altro modo che ripeterli all’infinito, dando per scontato di avere ragione e di avere diritto di dare lezioni a chiunque.

Chi pensa di venire qui e trovare la Romania di Ceausescu, con i poliziotti a ogni angolo di strada e le persone rapite dai servizi segreti, sarà molto deluso; questo però non vuol dire che la Cina sia un Paese libero e felice. Tutto è molto più complesso; penso che ci vorrebbero molti anni a chiunque di noi per capire veramente cosa succede in Cina, ammesso che sia veramente possibile.

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lunedì 19 luglio 2010, 18:37

Contrasti cinesi

Che questo sia un Paese di grandi contrasti lo sanno tutti; viverlo, però, è un’altra cosa.

All’ora di cena, seguendo il nostro collega e un suo appuntamento con un amico expat, ci siamo ritrovati di nuovo a Xintiandi, il centro commerciale elegante costruito attorno alla sede del primo congresso del PCC (per arrivarci, il taxi ha percorso un viale alberato circondato di edifici nuovissimi e tutti illuminati ognuno dei quali ospitava il negozio di un grande marchio di moda).

I vialetti pedonali all’aperto dei due isolati di Xintiandi erano pieni di gente; una certa percentuale di stranieri, ovviamente, ma in prevalenza cinesi ricchi. Nel centro commerciale ci sono una quarantina di ristoranti, tendenzialmente di lusso, che riproducono le cucine di vari Paesi. Consultando la guida e andando a vedere, abbiamo optato per Ding Tai Fung, una catena di ristoranti taiwanesi che ha a Xintiandi la sua sede pluripremiata (guida Michelin compresa). Al primo piano di un centro commerciale all’occidentale, salite le scale mobili, si trova l’ingresso del ristorante, dove un tabellone luminoso gestisce la coda: all’ingresso ti danno un numerino, inserendoti in una di quattro code separate a seconda della dimensione del tavolo. Nonostante ciò, il posto è elegante, anche se è uno dei meno eleganti della zona.

Il piatto principale del ristorante sono ravioli al vapore alla maniera di Taipei: e ovviamente non hanno nulla a che vedere con quelli che mangiamo in Italia. La pasta è un’ostia appiccicosa, morbida e sottilissima, e contiene un ripieno circondato da brodo a diciottomila gradi; con coraggio, se ne prende uno con le bacchette e lo si infila in gola intero, al massimo dopo averlo passato nella salsa di soia o in quella piccante. Il ripieno tipico, davvero eccezionale, è un misto di maiale e granchio; detto così vi sembrerà strano, ma il risultato è al livello dei migliori agnolotti di casa nostra.

Noi ne abbiamo ordinati di vari tipi e con vari ripieni, uscendo molto soddisfatti; il costo medio è di un euro a raviolo, e con venti euro a testa siamo usciti piuttosto sazi. Ora, potrà sembrarvi un prezzo normale, ma considerate che qui nei ristoranti eleganti per locali ci si strafoga, serviti e riveriti, con meno di dieci euro a testa; nei fast food cinesi e caffé all’occidentale si mangia un pasto completo per due o tre euro; nelle bettole si mangia con meno di un euro.

E’ che qui esistono chiaramente due economie: una per i ricchi e una per i poveri. Ma attenzione, nel resto del mondo (ad esempio in Africa, nel resto dell’Asia e, anche se meno, pure in Sud America) i ricchi sono per la maggior parte gli occidentali spediti in trasferta dalle multinazionali o venuti per turismo, completati da una parte minoritaria di ricchi del posto. Qui, invece, l’economia per ricchi è principalmente per locali; gli stranieri sono accolti con cortesia e interesse, ma non rappresentano (più) l’elemento vitale che fa girare l’economia del lusso e da essa, a cascata, l’economia locale.

Questo si vede ancora meglio se si gira un po’, uscendo dai recinti dorati delle zone all’occidentale. A fine cena abbiamo cercato un taxi per farci riportare indietro; non l’abbiamo trovato, perché è vero che ogni trenta secondi appariva un taxi libero, ma c’erano decine di persone in attesa. A quel punto, visto che era piuttosto tardi – le dieci e mezza, e qui è come dire mezzanotte – abbiamo deciso di prendere la metro (che chiude poco dopo le undici) per avvicinarci, e di cercare un taxi in una zona meno battuta e più vicina all’università che ci ospita, che – ricordo – sta a una decina di chilometri dal centro. Così abbiamo preso una metro e poi un’altra, e poco prima delle undici siamo scesi alla metro di Jiangwan Town, a un paio di chilometri abbondanti dall’albergo; la fermata più vicina, dal momento che la metro che prendiamo normalmente chiude alle otto di sera.

Il piano era quello di fermare un taxi, e in effetti lì ce n’erano in abbondanza; se non che, scesi dalla metro, abbiamo esitato un attimo davanti al tabellone con la mappa del circondario, e subito un ragazzo del posto si è fermato e ha chiesto, in un inglese passabile (già una rarità), se avessimo bisogno di aiuto. Gli ho spiegato dove andavamo, e ci ha detto che erano solo dieci-quindici minuti a piedi; e si è offerto di accompagnarci fino all’angolo della via, perché se avessimo sbagliato strada ci saremmo persi senz’altro. E nel frattempo ha entusiasticamente cercato di fare conversazione, spiegandoci che era un dipendente della Aurora (una mega-ditta con grattacielo sul fiume) che tornava a casa dopo essere uscito dal lavoro “come tutte le sere” (ricordo che erano le undici); e alla fine ci ha lasciati sull’angolo giusto e ci ha pure dato il suo biglietto da visita per chiamarlo in caso di problemi.

(Nelle periferie delle città cinesi, le vie sono molto più rare che da noi; ci sono poche strade che delimitano isolati immensi, occupati da un dedalo di vicoli e viuzze senza nome che collegano i vari palazzi; sbagliando strada, si rischia di camminare tranquillamente per un quarto d’ora prima di trovare l’incrocio successivo e accorgersene.)

Io sapevo, avendo visto la cartina, che la sua stima dei tempi era molto ottimistica; ma la temperatura era finalmente accettabile, c’era un bel venticello, e così abbiamo fatto una passeggiata. E abbiamo fatto bene, perché nei tre isolati che componevano il percorso di 2,5 chilometri abbiamo visto di tutto: basse case anni ’60 con negozietti ancora aperti; poi un gigantesco palazzo di una multinazionale, in stile americano; poi un incrocio con un vialone; una scuola; un blocco di poche casette con negozi poverissimi; una serie di palazzi eleganti di dieci piani l’uno.

Soprattutto, la contraddizione tipica sta nel trovare per trecento metri dei grossi palazzi modernissimi, costruiti da non più di cinque anni, ampi, spaziosi e rigidi nel silenzio della notte; e poi un gruppo di vecchie case in cui ogni buco di due metri per due è un negozio, pieno strabordante di oggetti o merce alla rinfusa, illuminato alla meglio, cadente, con il proprietario piazzato su una sedia sulla via a fumare mentre chiacchiera con qualcuno, davanti a un tavolino su cui oltre al posacenere si trova un piattino con cibo indefinito, a fianco del quale sta, seduto a gambe incrociate sul marciapiede, un riparabiciclette ambulante, con i ferri del mestiere sparsi per terra su uno straccio, che in attesa di clienti mastica un pezzo di anguria comprato dal verduriere accanto, il quale ha decine e decine di angurie verdine sbattute lì per la strada, e nonostante sia quasi mezzanotte è ancora aperto e non ha nessuna intenzione di chiudere e andare a dormire, che tanto fa caldo e comunque è meglio stare lì a chiacchierare che salire di sopra, dove i tre o quattro o massimo sei piani del basso palazzo anni ’60 (qui sei piani è basso) brulicano di stanzette, ognuna col suo condizionatore, nel quale dorme una intera famiglia; e con l’intero condominio, entro sei o dodici o massimo ventiquattro mesi, non ci faranno la hall del nuovo palazzo di marmo vetro e acciaio che occuperà la zona, spazzando via questa gente e scaraventandola più lontano, dove le case valgono meno.

In auto, queste parentesi vive in mezzo a una Los Angeles d’Oriente non si noterebbero proprio; a piedi ci finisci dentro. Come quando passi davanti al cancello di quello che sembra uno studentato, dietro l’università, e lo trovi occupato da un improvvisato mercatino notturno, formato da carretti di metallo arrugginito attaccati dietro una bicicletta. Ogni carretto vende cibo diverso, e in particolare un paio hanno la brace, grigliano spiedini di carne o di pesce di animali sconosciuti e li vendono a prezzo ridicolo, uno yuan a spiedino; e il marciapiede brulica di giovani scesi a soddisfare la fame di mezzanotte. Dev’essere l’equivalente locale del paninaro notturno, ma molto low tech, e però molto efficace, anzi mi sa che una di queste sere ne provo uno: prima che tutto questo sparisca, e che la Cina diventi completamente l’America del ventunesimo secolo.

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