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mercoledì 6 Settembre 2023, 17:01

Una serata altrove

Insomma, finisco di lavorare e sono le sette e mezza di sera, che √® come dire le nove, e qui l’ora di cena √® agli sgoccioli; e non ho tanta fame ma qualcosa mangerei, certo per√≤ non il cibo dell’albergo. Cos√¨, dopo rapida ricognizione, esco a valutare un paio di posti qui in giro, nel villaggetto di case basse che sta dall’altra parte dello stradone, quella verso l’interno, quella opposta a questa fila infinita di albergoni da spiaggia di tutte le catene del mondo, nessuna esclusa.

Attraverso la strada – √® la parte pi√Ļ pericolosa – e seguo il marciapiede, e poi mi infilo in un vicolo sul retro e finisco nell’altra via, una ex stradina di campagna circondata da case basse in cui la gente sopra abita e sotto fa cose, anche se la popolazione principale √® dei motorini. E anche guardando non capisci cosa facciano, per√≤ la zona √® turistica, quindi la met√† sono bar e posti da cibo, ma sono tutti deserti.

Alla fine arrivo a quello che mi interessava, ed √® deserto; l’ora √® tarda, √® buio, e non √® stagione, e insomma non c’√® nessuno tranne loro, la famiglia. Qui tutto √® a conduzione familiare, quindi lo √® anche questo caff√® ristorante, con un menu stampato bene in tre lingue, vietnamita inglese e coreano. Sono una mezza dozzina o pi√Ļ, di cui la mamma √® il capo, e un ragazzo ventenne che parla l’inglese molto bene, e una sorella pi√Ļ giovane, e poi qualche parente, e un’infilata di bambini imprecisati. Sono seduti in strada attorno a un tavolo di plastica, e chiacchierano per far passare la serata, come si faceva d’estate anche da noi una volta.

Cos√¨, il ragazzo mi fa sedere nel salone che d√† sul fuori, ed √® deserto; c’√® anche un certo tentativo di arredamento, che gli stranieri se no si spaventano, e c’√® un bancone da bar, con sopra improbabili ma vere bottiglie di Jack Daniel’s e sciroppi Monin, e pile di calici con sopra la polvere di almeno un paio di generazioni. Il ragazzo mi porge il menu, poi prende due ventilatori grossi come un frigorifero, e me li spara addosso dai due lati, schiacciandomi nella tormenta come un panino.

Io guardo il menu, questo √® un caff√®, ci sono pochi piatti ma saranno buoni, e prendo un mi quang, che √® tipo il pho ma con meno brodo e tiepido, adatto all’estate. Gli chiedo se devo prendere altro, ma mi dice che una cosa basta, che qui le porzioni sono grandi (√® cos√¨ ovunque). Prendo anche una birra, ovviamente la birra vietnamita originale, la Larue, che per√≤ ha praticamente lo stesso logo della Tiger, la birra singaporthai che qui passa per un nettare; e gli dico due parole, che vengo dall’Italia, che vado via tra poco.

Cos√¨ aspetto la mia ciotola, e giochicchio col cellulare, e arriva un bambino: avr√† cinque o sei anni. Mi si ferma a fianco e mi fissa, e insomma non √® che non siano mai passati occidentali da qui, ma dev’essere comunque uno stupore; e io guardo lui, e quegli occhi asiatici che a noi sembrano sempre strabici, e quello stupore che non sappiamo pi√Ļ di avere dentro. Non c’√® gran modo di comunicare, e poi lui va via subito, e arriva il mio piatto.

Ovviamente √® ottimo, come tutto il cibo qui, e ha questi spaghetti bianchi e piatti che si gonfiano nel brodo, e delle fettine di manzo, e di contorno un’insalata e la salsa di pesce fortissima che qui si mette su tutto. Me lo mangio tranquillo, anche se il bambino riappare, ma poi si mette a giocare con un’altra bambina, e corrono di qua e di l√† per la sala e giustamente nessuno ci fa caso, perch√© questa in fondo √® casa loro, e so che dietro c’√® la cucina e sopra le camere e la loro vita intera scorre qui, in una strada di periferia di Da Nang, sotto la montagna dell’acqua e dietro uno stradone di turisti che corrono anche loro, ma senza sapere bene dove andare.

I bambini invece vanno avanti e indietro, e alla fine spalancano le porte di legno lucido che danno sul retro, e io mi giro pensando di vedere la cucina, ma in realt√† vedo la nonna, cio√®, il butsudan della nonna, con una fotografia in bianco e nero di una vecchina vecchissima che non c’√® pi√Ļ da tempo e una candela tra le offerte di cibo, e un pugno di riso per non dimenticare. Ma √® un frammento di vita altrui che si apre, ed √® un bel vedere, certo a chef Barbieri non piacerebbe, e sulla nonna metterebbe un topper, ma siamo qui per fare cena e ringraziare, e per una sera saper di vita vera; e brucerei senz’altro il cellulare, e le recensioni su Google dei locali, e tutti gli aspiranti Masterchef in ogni pizzeria d’Italia, per poter andare fuori anche da noi com’era prima, semplicemente da qualcuno che ti offre le cose di casa perch√© tu possa essere sazio, e continuare contento la tua vita.

Alla fine prendo il conto, che fa centotremila, e arrotondo a centoventi; sono comunque cinque euro scarsi. Saluto, e non ci rivedremo, per√≤ grazie; grazie anche al karaoke cinese stonato della casa poco pi√Ļ avanti, e alla gente su un patio aperto che guarda la televisione, e al buio appena illuminato dei lampioni, in un posto in cui fa caldo, sempre.

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