Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Gio 23 - 21:07
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per il mese di agosto 2008


domenica 31 agosto 2008, 09:17

Tomtom all’africana

Siete all’aeroporto di Maputo.

Imboccate corso Accordi di Lusaka. Proseguite diritto per quattro chilometri, attraversando piazza degli Eroi Mozambicani.

Alla rotonda che incrocia con corso Mao Tse Tung, girate alla seconda uscita in corso della Guerra Popolare.

Al quinto incrocio, girate a sinistra in corso Eduardo Mondlane.

Proseguite diritto senza girare, attraversando nell’ordine: corso Karl Marx, corso Olof Palme, corso Vladimir Lenin, corso Amilcare Cabral. Svoltate a sinistra in corso Salvador Allende.

Alla prima a destra, svoltate e poi imboccate la terza a sinistra. Siete ora in corso Kim Il Sung. Proseguite diritto fino all’incrocio con il secondo grande corso: ecco, lì a sinistra c’è l’ambasciata italiana.

Ora, invece, svoltate a destra e scendete sul mare dal lato destro. Proseguite sul corso Marginale, il lungomare: questo vi permetterà di arrivare fino al centro città.

Passate sotto lo svincolo di corso Friedrich Engels: siete ora in piazza Robert Mugabe. Benvenuti nel centro di Maputo!

divider
sabato 30 agosto 2008, 13:30

Tudo bem

Mi perdonerete se in questi giorni non scrivo molto: in realtà ci sarebbero parecchie cose da raccontare, ma il tempo è speso nelle frenetiche attività di questo luogo. Tutto qui richiede tre o quattro volte il tempo che prenderebbe a casa, per tanti motivi di cui il principale è proprio la dilatazione del tempo stesso: le cose scorrono lentamente e anche gli occidentali, una volta giunti qui, si adeguano naturalmente senza il minimo sforzo. Per questo motivo, non so esattamente in che cosa sia volato via il tempo da giovedì mattina quando siamo arrivati, ma è volato senza grande fatica.

Maputo non è molto diversa da una qualsiasi città del Sudamerica o del Nordafrica; non sembra nè degradata nè pericolosa, naturalmente riferendosi agli standard del mondo non sviluppato; comunque siamo quasi sempre accompagnati, anche se il portoghese è comprensibile. Di zanzare ne avrò viste tre o quattro in tre giorni, soltanto di sera e nei ristoranti, e apparentemente senza la minima intenzione di pungere qualcuno; del resto la reazione della comunità ospite – locali e bianchi insieme – alla vista delle nostre pastiglie di Malarone è stata unanimemente “ah ah che polli, anche voi come dei gonzi vi siete fatti gabbare dalle multinazionali farmaceutiche e gli avete regalato centodieci euro”.

In teoria dovevamo avere la connettività wi-fi in casa, ottenibile andando sul balcone del quattordicesimo piano e orientando il computer verso l’ufficio di un progetto di cooperazione di un amico – situato al sesto piano di un palazzo a un duecento-trecento metri di distanza in linea d’aria – che ha messo il router wifi accanto alla finestra. Purtroppo l’hardware Apple in questo fallisce miseramente, e l’unico portatile che riesce a prendere il segnale è un bisonte Windows-dotato; visto che non ho nemmeno un pacchetto di Pringles per costruire una cantenna, facciamo prima ad andare all’Internet cafè del centro commerciale costruito dagli arabi per i ricchi del posto e prendere un PC per mezz’ora con 25 metticaso, circa 70 centesimi di euro. (I metticaso sono la moneta locale; qui almeno non hanno scelto una moneta a caso, come hanno fatto i sudafricani, ma le hanno dato un nome preciso.)

Comunque, io scrivo e salvo sulla chiavetta (se mi ricordo) per cui cercherò di mandare tempestivamente qualche racconto nei prossimi giorni. Nel frattempo, vi saluto con la vista del centro cittadino dal balcone di casa.

DSC05370s.JPG

Tag Technorati: , ,
divider
venerdì 29 agosto 2008, 11:20

Integrazione (2)

(segue da qui)

Capisci che hai delle ottime speranze di integrarti passabilmente nella cultura locale – almeno da visitatore – quando, essendo entrato in Mozambico da tre ore e mezza – il minimo tempo che ci vuole per uscire dall’aeroporto, trovare le persone che sono venute a prenderti e percorrere in auto i cinque chilometri che separano l’aeroporto dal centro di Maputo, se si seguono gli usi e costumi del posto – arrivi nel condominio di trentatre piani dove risiede la tua ospite, il più elegante e famoso di tutta la città, entri nell’atrio con le valigie, e per accedere al lussuoso ascensore Otis devi aggirare la carcassa di una mucca, distesa lì sul pavimento, sanguinante e squartata, su un telo da campeggio davanti al banco del portiere; e il tuo commento è: “Si vede che è una casa elegante: se fosse stata una casa meno bella, sul telo ci sarebbe stato solo un quarto della mucca!”

Tag Technorati: , ,
divider
martedì 26 agosto 2008, 15:00

No ma prego, eh!

È sempre bello essere sul piede di partenza per un lungo volo aereo verso l’Africa, e beccarsi nel giro di pochi giorni il disastro di Madrid, quello di Bishkek, l’ATR Air Dolomiti che ho preso un sacco di volte che si incendia al decollo da Franz-Josef-Strauss, e un jumbo Ryanair che perde pressione e fa di corsa un atterraggio d’emergenza a Limoges

Comunque è quel che si chiama un grappolo statistico: se non fosse appena successo un evento grave, quelli meno gravi probabilmente non sarebbero apparsi sui giornali. Invece, questa settimana fa notizia persino una bottiglia di salsa ai funghi scambiata per acido da terroristi…

Tag Technorati: ,
divider
lunedì 25 agosto 2008, 14:13

Assicurazioni di viaggio

Dopo due mesi di preparazioni vaccinatorie, dopodomani parto per il Mozambico (l’avevo scritto, vero?) e tra le ultime cose da fare c’è il procurarsi una assicurazione di viaggio. Io ho girato mezzo mondo senza mai farne una, però l’Africa è l’Africa, i pericoli sanitari sono più della media e in fondo si vive più tranquilli essendo assicurati e avendo coperto l’eventuale trattamento più rimpatrio.

Naturalmente, nonostante gli ottimi rapporti con il mio assicuratore, non mi è nemmeno passato per il cervello di chiedere ad una assicurazione italiana: comunque, chi invece l’ha fatto – perché siamo piemontesi e vorrai mica non assicurarti con l’assicurazione di famiglia – ha avuto un prezzo di circa 230 euro, per 16 giorni di viaggio, con 30.000 euro di massimale sul rimpatrio. Io ho provato online con Europ Assistance e il preventivo è risultato di circa 100 euro, cioè meno della metà.

La accendiamo? No, perché grazie a un mio collega spesso discretamente sfigato – quello di questo episodio, a cui quest’estate la macchina è stata semidistrutta mentre era parcheggiata sotto casa perché ci è crollato sopra il camino del palazzo – ho scoperto World Nomads, un sito australiano che vende assicurazioni di viaggio online in tre click. Coprono anche gli sport estremi, hanno un massimale di 250.000 euro, includono cure, rimpatrio per ragioni mediche con doppio viaggio di accompagnatori, rimpatrio per incidente a un congiunto, cure dentistiche d’emergenza, persino il furto o perdita del bagaglio e degli oggetti elettronici anche se con massimali ridotti (800 euro, 400 per oggetto, a prezzo svalutato in base all’uso); il tutto dovunque tu sia fuori dall’Italia, dal momento in cui varchi il confine al momento in cui lo riattraversi al ritorno. Anche se il sito è australiano, la garanzia è offerta da una assicurazione danese e quindi ci sono tutte le protezioni legali intra-Europa. Il costo è di circa 40 euro, che includono due euro di donazione a Oxfam per costruire una scuola elementare in Cambogia; in realtà sarebbero stati 28 se avessi rinunciato a due giorni, visto che va a settimane. Si fa tutto online con attivazione immediata, comprese le segnalazioni, ma ovviamente per emergenza si può anche telefonare o mandare una mail a un call center a Copenaghen, attivo 24 ore su 24.

Spero di non dover mai fare la prova e capire se a queste differenze di prezzo corrisponda una differenza di prestazioni, anche se, sulla carta, l’assicurazione più economica è anche quella che copre di più. Certo che, ancora una volta, emergono le grandi verità della rete globale: uno, qualsiasi sia il servizio di cui hai bisogno l’Italia non è competitiva, e due, chi si sbatte a cercare e confrontare le possibilità in rete finisce per guadagnarci sensibilmente.

divider
domenica 24 agosto 2008, 17:39

Bilancio olimpico

Le Olimpiadi sono finite, e dopo i commenti ai telecronisti, agli sport minori e su Cina e Tibet volevo chiudere con qualche commento sugli italiani (di cui già segnalammo l’olimpicità); e scegliere le mie immagini olimpiche.

Ce ne sono tante che meritano un ricordo, cominciando dalla bella e sfortunata (ma comunque argentea) gara di Davide Rebellin nella prova di ciclismo il primo giorno, nello scenario mozzafiato delle montagne attorno alla Grande Muraglia. E poi, l’oro sofferto fino allo spareggio finale di Chiara Cainero; il bronzo in grande rimonta nel K2-1000; l’argento miracoloso nel taekwondo; la commovente medaglia di Josefa Idem alla settima olimpiade – un non-oro solo per quattro millesimi – davanti ai suoi bimbi già cresciuti, con tanto di intervista in cui lei a metà interrompe la frase di botto per girarsi e dire ai figli di stare bravi e che è arrivata zweiten. Ma due sono le immagini italiane che più mi sono rimaste impresse.

La prima non è una medaglia: è la semifinale dei 1500 metri uomini in cui correva il nostro Christian Obrist, subito definito “senza speranza” perché passavano in cinque e c’erano almeno dieci atleti più forti di lui. Lui si è messo dietro agli africani, è rimasto per quasi tutta la gara aggrappato coi denti in fondo al gruppo e quasi staccato, poi nell’ultima curva ha visto la luce e se li è rimangiati tutti, uno dietro l’altro, arrivando quarto e qualificato in volata. Alla fine nemmeno lui sapeva cosa aveva fatto e come l’aveva fatto, è rimasto cinque minuti a piangere in pista cercando di capirlo: uno di quei miracoli dello sport in cui nella tua testa scatta qualcosa che ti permette all’improvviso di superare i tuoi limiti, e di lasciar muovere il corpo da solo in modo impossibile, come il calabrone che non potrebbe volare ma non lo sa e lo fa lo stesso. In finale è arrivato ultimo, ma non importava più.

Il simbolo sportivo italiano di queste olimpiadi, però, sono indubbiamente loro: Francesco Damiani e i suoi ragazzi. Il pugilato, in Italia, era sport dimenticato, e in più guardato regolarmente con la puzza sotto il naso, come un residuo di tempi andati in cui nella vita era ancora richiesto di menarsi per strada ogni tanto, e in cui la violenza, anche controllata, attraeva gli spettatori invece di respingerli. E invece, dopo una settimana e mezzo di atleti fighettissimi ed atlete imbellettate, che si presentavano sui campi come fosse una sfilata, già pronti a rilasciare l’intervista della medaglia prima ancora di vincerla (spesso poi fallendo miseramente), e interessati più a discettare di tasse e di politica che alla loro prova, vedere questi ragazzoni ruspanti, un po’ tamarri e un po’ terroni, ha fatto bene al cuore.

Intanto, s’è riscoperto questo sport, che sport è sul serio: perché non c’è mica solo da menarsi (anzi, le risse e gli abbrancamenti si son visti molto di più nel taekwondo o nel judo) ma c’è velocità, tattica, tecnica, intelligenza, resistenza, spettacolo, e tanto, tantissimo cuore. E’ stato incredibile vedere i nostri pugili contro bestioni grossi il doppio di loro (e va detto che i nostri non sono piccoli, anzi) girargli attorno come zanzare fino a tirargli un cazzottone dritto sul mento. E’ stato ancora più bello sentire Damiani fargli da secondo papà, e in quei venti secondi tra un round e l’altro incoraggiarli se erano giù, cazziarli se erano mosci, applaudirli se erano stati bravi, sempre urlando senza respiro come fosse il mitico Roberto Da Crema. Un oro, un argento e un bronzo, su sei atleti presenti, è un risultato da incorniciare: e dato che la boxe è anche lo sport che toglie i ragazzi dalle strade di Cinisello Balsamo (come Cammarelle) o dell’immenso degrado campano (come Russo e Picardi), è anche un segno di riscatto sociale; alla fine, rende di più l’Italia ignorante ma vera, che quella evoluta e montata.

Comunque, sono davvero tanti gli italiani che hanno deluso. La scherma e il canottaggio hanno reso decisamente meno del solito; la ginnastica ha subito un tracollo totale; l’atletica è ormai inesistente; degli sport di squadra meglio non parlare, uno peggio dell’altro e zero medaglie, nonostante in svariati casi partissimo da favoriti per l’oro: centinaia di biglietti aerei che ci potevamo risparmiare. Alla fine è andata peggio di Atene, ma nel medagliere siamo comunque noni e davanti a Francia e Spagna: tanto male non è, ma non tutti possono cantar vittoria.

Nonostante questo, qualcuno ha sentito parlare di sconfitte, delusioni, ammissioni di colpa o di semplice superiorità altrui? Io no. Se c’è una cosa triste in questa Olimpiade sono i tanti, troppi atleti italiani che hanno deluso e poi, invece di fare autocritica, hanno cercato di scaricare le responsabilità sulle giurie, sul clima, sulla sfortuna, sulla cabala e su qualsiasi cosa purché non su loro stessi, in questo purtroppo appoggiati dai commentatori Rai, per i quali ammmettere che un italiano ha perso meritatamente o che qualche nostra federazione sportiva sia in mano a raccomandati incompetenti (anzi, più di qualche) pare impossibile, e così giù di titoli e frasi come “argento che vale un oro” o addirittura “quarto posto che vale un oro” e in qualche caso “eccezionale quattordicesimo posto” (?!?).

Può essere che in qualche caso gli atleti di casa siano stati un po’ favoriti dalle giurie e dall’organizzazione rispetto ai nostri, ma questo fa parte del gioco e succede in qualsiasi Olimpiade: basta confrontare il numero di medaglie vinte dalla Grecia quattro anni fa ad Atene con quelle vinte qui o a Sydney 2000. Del resto, quando noi ospitammo i mondiali di atletica a Roma nel 1987, truccammo clamorosamente i risultati del salto in lungo per far vincere la medaglia al nostro Evangelisti

Però, da qui a dire che gli italiani erano fortissimi ma hanno perso perché c’è un complotto internazionale contro l’Italia ce ne corre. Vorrei infatti chiudere con quello che ha detto sbottando Simone Collio (centometrista) nell’intervista a caldo dopo la semifinale della nostra staffetta 4×100, squalificata facendo entrare in finale la Cina. I commentatori Rai (l’ineffabile Bragagna) per cinque minuti hanno montato il caso attaccando la Cina e le giurie. Alla fine, Collio è esploso e gli ha fatto notare che la squalifica ci stava perché noi avevamo fatto un cambio irregolare, e che la brutta prestazione, se mai, era dovuta all’incompetenza dei dirigenti dell’atletica italiana, che ogni anno cambiano allenatori e quartetti delle staffette in base alle amicizie e alle pressioni politiche, impedendo agli atleti di affiatarsi e di costruire una staffetta credibile.

Non so cosa succederà a Collio; essendo in Italia, credo che cacceranno lui invece che i capi dell’atletica.

P.S. Ci sarebbe anche da parlare dei non italiani; solo oggi, c’è stato un Usa-Spagna stellare come finale di basket, una partita incredibile con la Spagna ancora in gara a un minuto dalla fine, a forza di bombe e schiaccioni in faccia a Bryant e soci. E poi, entrambe le cerimonie, con alcuni momenti bellissimi: il conto alla rovescia in quella iniziale, e la torre con i fiori umani e i nastri volanti in quella finale. Intanto, i londinesi mi hanno già fatto godere, perché nel loro segmento della cerimonia di chiusura hanno pensato bene di esibire il paesano Jimmy Page, con tanto di chitarra dal vivo, in Whole Lotta Love. Pechino e Londra unite dai Led Zeppelin: yo, fratelli di rock.

divider
sabato 23 agosto 2008, 11:37

Dalai chi?

Sapete che sulla questione relativa a Cina, Tibet e diritti umani ho il mio punto di vista, che non è particolarmente allineato con il pensiero unico che ha dominato i giornali e i blog italiani negli ultimi mesi. Mi sembra che troppi in Italia – dove, solo in quest’ultima estate, sono stati assolti o quasi i poliziotti che avevano sequestrato e massacrato di botte gli oppositori politici del nostro governo a Bolzaneto, si sono moltiplicate le retate di stranieri e gli attacchi razzisti ed è stata intensificata l’attività di filtraggio di siti Internet – utilizzino la questione dei diritti umani in Cina per sentirsi più buoni, e per evitare di guardare in casa propria; da parte dei politici, poi, cavalcare i sentimenti anticinesi è un buon modo per distrarre l’opinione pubblica, e magari trovare anche un comodo capro espiatorio per il fallimento economico del nostro Paese.

Comunque, ricordate le settimane che hanno preceduto le Olimpiadi? Sembrava che si stesse andando in guerra: non passava giorno senza che i giornali italiani si interrogassero su come dovessero comportarsi i nostri atleti, riportando gli appelli di politici e intellettuali al boicottaggio e alla protesta. Per un po’, il Dalai Lama ha avuto sui nostri media quasi lo stesso spazio del Papa: bastava che ruttasse e finiva in prima pagina. Le previsioni erano apocalittiche: si anticipavano grandi manifestazioni represse nel sangue, censure continue alle riprese televisive, gare continuamente interrotte dalle proteste e atleti squalificati per aver espresso le proprie opinioni. In più, per buona misura, si prevedeva anche che gli impianti sarebbero stati deserti causa mancanza di cultura sportiva dei cinesi, e che atleti e spettatori sarebbero soffocati per l’inquinamento.

La realtà, ovviamente, è stata ben diversa, cominciando dalla cerimonia inaugurale che nessuno ha boicottato – tranne Berlusconi perché non c’aveva voglia – e che tutto è stata meno che la celebrazione di un regime, lasciando con un palmo di naso tutti i critici che erano lì pronti a gridare alla scandalosa autocelebrazione della dittatura (sono comunque riusciti a criticare lo stesso la cerimonia per il motivo opposto, “non c’erano Mao e il comunismo”). Anzi, la cerimonia ha cercato di comunicare tutta la diversità e la profondità della Cina, con l’esibizione dei bambini delle diverse etnie (Tibet compreso) e facendo notare che la cultura cinese è ben più complessa di un mezzo secolo di comunismo.

Per il primo paio di giorni qualche protesta c’è stata, da parte di gruppi di due o tre esagitati che si sono pagati il biglietto aereo da Londra o da New York per sventolare uno striscione e finire presi a lazzi, a sputi o a schiaffi – a seconda dell’umore – nemmeno dalla polizia, ma dai passanti cinesi che si trovavano lì in quel momento. Per il resto, le gare sono state belle, l’aria pulita – spesso con tanto di cieli azzurri – e gli stadi quasi sempre pieni e calorosi, con ovvia preferenza per gli sport popolari tra i locali. Nessun atleta si è sognato di protestare in gara, esattamente come dovrebbe essere in un’Olimpiade, dove persino russi e georgiani hanno gareggiato insieme in giorni di vera guerra senza andare mai oltre qualche mala parola; il massimo scandalo, a parte qualche caso marginale di doping, è stato lo svedese che ha gettato via il bronzo alla premiazione per protesta contro l’arbitraggio. Ciò nonostante, nelle interviste gli atleti hanno detto ciò che volevano e nessuno li ha limitati; alcuni hanno ribadito le critiche della vigilia, altri si sono resi conto che, tutto sommato, la Cina non era poi così brutta come la si dipinge.

Il terrorismo c’è stato, ma non è avvenuto in Tibet; sono stati gli uiguri, etnia turcofona dell’estremo ovest della Cina, anch’essa indipendentista ma che, non essendo foraggiata dagli americani ed essendo addirittura musulmana, non trova altrettanto spazio sui nostri media.

All’inizio, il Dalai Lama ha elargito sante parole di pace: ha fatto gli auguri e i complimenti alla Cina, e si è messo ad aspettare. E non è successo niente: dopo tre giorni, i giornali parlavano solo più di gare e di successi sportivi. Dopo la prima settimana, il Tibet era al massimo un asterisco in fondo alla generale ammirazione per la riuscita delle Olimpiadi; niente proteste e niente clamore, anzi quel poco di esposizione da violenza che c’era se l’erano fregato gli uiguri di cui sopra e pure Putin e Bush nel Caucaso (dove, incidentalmente, l’offensiva georgiana contro gli independentisti osseti ha fatto in pochi giorni cento volte le vittime degli scontri etnici di Lhasa a marzo). E’ chiaro che così non andava bene.

Così, nella seconda settimana il Dalai Lama ha cambiato tono, e ha cominciato ad alzare la voce. Nessuno però sembrava più interessato, e così Sua Santità si è ridotta a un vecchio trucco da politico democristiano: l’intervista bomba con smentita. Mercoledì, infatti, è andato a dire a Le Monde che i cinesi avrebbero appena ucciso 140 persone in Tibet sparando sulla folla. I politici, i bloggherz – segnalo in particolare l’ineffabile Adinolfi – e i media allineati gli sono subito andati dietro, montando il caso e indignandosi a comando. I giornalisti veri hanno alzato un sopracciglio: 140 morti? In un momento in cui la Cina è sotto gli occhi del mondo? Con migliaia di giornalisti stranieri in giro per il Paese e in attesa soltanto di un caso clamoroso da riportare?

Infatti, puntuale il giorno dopo è arrivata la smentita: scusate, non ho detto ciò che ho detto – ma intanto ha riconquistato le prime pagine, e ha reinnescato il meccanismo.

Riparte quindi l’italico teatrino: primo La Russa, che dalla sua poltrona romana invita di nuovo gli atleti italiani a protestare. Ma il meglio lo dà Margherita Granbassi, schermitrice italiana appena ritornata da Pechino con una medaglia di bronzo.

La Granbassi, dopo aver passato una settimana a chiedere di non pagare le tasse, cambia argomento e passa al Tibet. Esordisce dicendoci che avrebbe volentieri boicottato le Olimpiadi (però non l’ha fatto). Quindi, dopo essere andata, aver gareggiato, aver preso la medaglia e aver avuto il suo momento di gloria senza minimamente fare nulla per il Tibet, torna in Italia e solo allora si ricorda di dire agli atleti italiani che sono ancora a Pechino che (loro) devono protestare. Aggiunge che le Olimpiadi sono state uno scandalo e che addirittura sono stati utilizzati lavoratori schiavizzati e sfruttati per realizzare le medaglie (tra cui la sua di bronzo che si tiene ben stretta al collo).

Eccezionale, infine, è l’accusa alla televisione cinese (con due settimane di ritardo) di censura dello striscione (nemmeno legato al Tibet) da lei esibito nella cerimonia inaugurale, quando la regia televisiva è internazionale e quando è noto che durante la cerimonia di apertura è vietato esibire qualsiasi cosa che non siano le bandiere nazionali, figuriamoci il classico lenzuolo “ciao mamma” scritto a pennarello, che peraltro solo un italiano potrebbe avere l’idea di sventolare in una simile occasione senza sentirsi ridicolo.

A quel punto, qualcuno deve averle fatto notare che parlare è facile ma forse è anche il caso di agire di conseguenza, e lei ha provveduto: oggi annuncia che donerà al Dalai Lama la sua maschera di gara. Addirittura! Che durissimo gesto di protesta! Di restituire la medaglia, naturalmente, non se ne parla nemmeno.

Ora, di fronte a un simile miracolo di ipocrisia – in buona fede, ma pur sempre ipocrisia – che cosa si può dire? Il problema del Tibet esiste; anzi, è possibile che ci siano stati veramente degli scontri, così come è possibile che in extremis qualche protesta avvenga anche all’Olimpiade. Il problema del Tibet, però, è lo stesso dell’Ossezia, del Kosovo, della Cecenia, dell’Irlanda del Nord, dei Paesi Baschi, del Kashmir, del Kurdistan, insomma di qualsiasi parte del mondo dove si trovino due etnie diverse che non riescono a vivere insieme (o, più spesso, che includono minoranze estremiste che non vogliono vivere insieme). In questi casi, gli scontri, le provocazioni e le violenze avvengono sempre da entrambe le parti; quando questi problemi si sono risolti senza lo sterminio o la cacciata di una delle due etnie, è perché le due etnie hanno isolato gli estremisti e hanno imparato ad accettarsi e a convivere.

Per questo motivo, quando l’Occidente prende nettamente le parti di una delle due etnie – spesso per via di interessi geopolitici, economici e militari, come in Kosovo e in Ossezia – fa quasi sempre danno; molto più utile è comportarsi con moderazione e tenere aperto il dialogo con entrambe. Ma fallo capire all’italiano medio.

divider
venerdì 22 agosto 2008, 11:28

Tutti gli sport olimpici che non avremmo mai voluto vedere

Ecco una piccola guida agli sport minori: quelli che, alle Olimpiadi, non si capisce bene cosa ci facciano.

Beach volley. Fu introdotto alle Olimpiadi di Atlanta e già per questo motivo dovrebbe venire qualche dubbio. Comunque, è uno sport dimenticato, dagli alti valori tecnici e umani, che merita la più ampia promozione; o almeno così sembra aver deciso la Rai, che tagliuzza o oscura le partite dell’Italia calcistica, pallavolistica o pallanuotistica, ma non si è persa un Brasile-Georgia di beach volley. A qualsiasi ora, sugli schermi degli italiani c’era un pezzo di spiaggia nel centro di Pechino con due culi di brasiliane in bella mostra: ah, il messaggio olimpico. Più preoccupante il fatto che, per metà del tempo, ci fossero in realtà due culi di brasiliani.

Triathlon, Pentathlon, Eptathlon…. Questi sport avevano senso cent’anni fa, quando si era tutti dilettanti. Al giorno d’oggi, per gareggiare decentemente su 200 metri di nuoto o 1500 metri di pista bisogna fare soltanto quello per dieci anni, per cui non si capisce che senso possa avere il riproporre, un paio di giorni dopo le rispettive finali di disciplina disputate a livello stratosferico, cinque o dieci eventi olimpici disputati alla carlona. Aggiungeteci che, essendo impossibile capire dalle immagini chi sta vincendo, è un evento emozionante come un rebus in cirillico: non stupisce che nessuno lo degni di uno sguardo, anzi che nello stadio dell’atletica, dopo che sono passati i multiatleti, esca lo staff di Usain Bolt a spruzzare il disinfettante.

Nuoto sincronizzato. Più che uno sport, è un numero da circo: infatti è talmente pregno di valori sportivi che, chissà come mai, esiste solo per le donne. Ecco, in effetti ho pensato ai giri di gambe del nuoto sincronizzato eseguiti con i tronconi pelosi degli atleti maschi: ora vado a vomitare. Nel frattempo, qualcuno dica al CIO che i film di Esther Williams sono fuori moda da almeno cinquant’anni; e lo dica anche alla Rai, che ha trasmesso tutte le gare dall’inizio alla fine senza tagliarne nemmeno un secondo. Più che per sportivi, mi sa che ci prendono per allupati.

Badminton. Alzi la mano chi sa cos’è. Se non lo sapete, ve lo dico io: è una specialità imposta alle Olimpiadi da Al Qaeda, sotto minaccia di attentati, per fare in modo che Pakistan e Afghanistan possano vincere delle medaglie. Quest’anno gli è andata male, e per questo Bin Laden ha già mandato un ultimatum agli inglesi: dalle prossime Olimpiadi, si dovrà introdurre la specialità del getto del terrorista suicida, nelle categorie da 100, 500 e 1000 grammi di tritolo. Tre ori sicuri.

BMX. Vi ricordate quando da bambini venne la moda delle biciclettine con cui andare ai giardinetti, schiantarsi contro un palo e finire al pronto soccorso? Ecco, ora è sport olimpico. Pare che, dalle Olimpiadi di Londra, gli affiancheranno anche le evoluzioni in altalena e la copiatura del compito in classe.

Canoa canadese. E’ una presa per il culo del canottaggio e della canoa insieme, in cui gli atleti si mettono nella posizione di Maciste quando, con un ginocchio per terra e l’altro piegato, si aggrappa alle colonne del palazzo del cattivo centurione Caio Giulio Stronzolo e le tira giù; dopodichè cominciano a pagaiare furiosamente come se stessero spalando quintali di merda, mentre la canoa si muove di un millimetro alla volta. E’ una tortura per gli atleti e anche per il pubblico, perché vedi questo sforzo immane e vorresti dirgli “ma siediti e mettiti comodo, dai!”. Si parla di sostituirlo con una prova in cui gli atleti devono svuotare dall’acqua il campo di gara del canottaggio con un cucchiaio.

Taekwondo. Vabbe’, come si può presentare uno sport il cui nome fa rima con “scrondo”? Sostituitelo con la boxe thailandese, almeno si vede un po’ di sangue.

Equitazione. E’ lo sport in cui fanno correre dei cavalli su un percorso ad ostacoli aspettando che si schiantino, in modo da poter poi riassumere il tutto in stacchettini buffi di cinque secondi da mandare tra una partita di beach volley e una gara di nuoto sincronizzato. Almeno, questo è ciò che pensa la Rai.

Ping pong. O meglio, tennis tavolo, come lo chiamano i diversamente abili e gli operatori ecologici. Ma noi, che abbiamo sempre giocato a ping pong nei pomeriggi di vacanza faticando a tenere la palla in campo per più di tre colpi, restiamo sempre ammaliati da questi minuscoli cinesi che giocano a qualcosa che, rispetto al nostro gioco, ha in comune soltanto il nome e le regole. Certo, sarebbe più bello da guardare se ogni tanto si riuscisse a vedere la pallina.

Tennis. Non so se ve lo ricordate; è quello sport che si pratica con due racchette su campi rossicci di terra e che in Italia è stato abolito negli anni ’80. Pare che alle Olimpiadi ci siano due o tre tizi che arrivano con un aereo privato, affittano un castello, poi vengono portati con una Rolls-Royce sul campo rossiccio dove prendono a pallate in testa un egiziano qualsiasi, e infine ricevono una medaglia d’oro o d’argento, come premio al loro sportivo dilettantismo. Loro le mettono lì in bacheca, accanto alla foto dei loro primi dieci milioni di dollari, e risalgono sull’aereo privato. Perlomeno, il calcio ha il buon gusto di mandare gli juniores.

P.S. Non c’entra molto, ma – anche se ne abbiamo già parlato – vorrei segnalare i “giornalisti” Rai che stamattina hanno commentato la gara del K2-1000 maschile, dove c’era un equipaggio italiano qualificato col quinto tempo e presentato come “senza speranza”; infatti la gara è stata vinta da due tedeschi che a duecento metri dalla fine hanno tirato fuori un Evinrude da 200 cavalli, l’hanno appeso dietro alla loro canoa e hanno salutato tutti al doppio della velocità. Così i commentatori si sono esaltati e hanno passato tutto il finale di gara a gridare “Germania! Germania davanti alla Danimarca! Ecco arriva la Germania!” Poi, a gara finita da almeno dieci secondi, hanno aggiunto “E terzi… terzi…”; e solo allora, leggendo il tabellone, si sono accorti che terza era arrivata l’Italia, che a tre quarti di gara era quinta e che ha fatto una rimonta entusiasmante e incredibile, prendendo la medaglia per dieci centimetri (ho urlato persino io, anzi durante il finale si sentivano persino gli allenatori nostrani che gridavano dalla riva “Dai che prendete il bronzo!”, solo i commentatori non hanno notato nulla). Come ciliegina, hanno poi mandato un giornalista a intervistare i due appena scesi dalla barca, il quale ha esclamato con entusiasmo “Allora, avete onorato quella che è una delle barche storiche del canottaggio italiano!”, costringendo il neomedagliato a guardarlo storto e a correggerlo: “…canoa…”. Veramente senza parole.

divider
giovedì 21 agosto 2008, 09:55

Soffia l’allegria!

“Soffia l’allegria!” è lo slogan delle manifestazioni culturali estive con cui Saint-Vincent, ex meta del turismo intellettual-danaroso ora in crisi d’identità, cerca di mantenere vivo il proprio appeal. Certo però che se il suddetto slogan viene riportato in fondo al manifesto che annuncia un evento come questo, l’effetto non può che essere piuttosto comico…

crepet_544.jpg

P.S. E’ domani sera: secondo voi, è il caso che vada a sentire?

divider
mercoledì 20 agosto 2008, 14:57

Il servizio pubblico informa

Se per caso anche voi, come me, avete visto il TG1 delle 13:30 di oggi, potrebbe avervi colpito un lungo servizio dedicato alla vicenda del professor Claudio Riolo, politologo dell’Università di Palermo, che dopo quattordici anni di battaglia giudiziaria ha avuto ragione dalla Corte di Giustizia Europea, a cui aveva denunciato l’Italia. Il professore, racconta il servizio, aveva scritto sul periodico Narcomafie un articolo “critico” verso “un ex presidente della provincia di Palermo”, ed era stato per questo condannato dal tribunale di Palermo per diffamazione; la corte europea ha riconosciuto che la diffamazione era in realtà legittima critica delle azioni di un politico, e che l’Italia, condannando Riolo, ha violato la libertà di espressione riconosciutagli dal diritto internazionale.

Tutto bene, festeggiamo? Sì, però il TG1, nonostante l’esteso servizio con tanto di intervista al professore, si è “dimenticato” di riportare alcuni piccoli dettagli; e potevamo noi, dotati di buona volontà, non supplire a questo “errore” certamente del tutto involontario?

Per cominciare, l’“ex presidente della provincia di Palermo” ha un nome, cognome e partito: è Francesco Musotto, ex socialista, all’epoca dei fatti in Forza Italia. Oltre a “dimenticarsi” di fare il nome, il TG1 si è anche completamente “dimenticato” di raccontarci quali fossero le “critiche” contenute nell’articolo. Per esempio, il TG1 si è “scordato” di dire che l’argomento dell’articolo era la strage di Capaci; e che la “critica” per cui il professore era stato condannato dagli inflessibili giudici palermitani consisteva nel paragone tra Musotto e mister Hyde, in quanto egli da un lato presiedeva la provincia di Palermo e rappresentava le istituzioni, e dall’altro, nella sua professione di avvocato, difendeva uno degli imputati per la suddetta strage, strage che ovviamente è attribuita alla mafia. Il TG1 si è poi dimenticato di aggiungere che il suddetto Musotto fu processato per concorso esterno in associazione mafiosa, e che la sentenza, pur assolvendolo, dichiara probabile che egli sia stato eletto con voti mafiosi (tra l’altro fu poi aperto contro Musotto un ulteriore procedimento per voto di scambio) e documenta che la sua villa fu frequentata da mafiosi e usata per nascondervi delle armi, tanto da condannare suo fratello (si sa che in Forza Italia l’adorazione del capo è fondamentale, quindi va di moda avere un fratello che si becca le condanne). Infine, il TG1 non ha riportato le motivazioni della decisione della corte europea, che ritiene che la condanna, pur giustificata in base alle leggi italiane, rappresenti una limitazione della libertà di espressione oltre ciò che – come dicono le convenzioni internazionali – è “necessario in una società democratica”, e insomma che le leggi italiane sulla diffamazione e la loro applicazione da parte dei nostri tribunali siano troppo favorevoli ai politici e troppo poco a chi li critica.

Ci spiace che il TG1, un telegiornale solitamente così attendibile e scevro da qualsiasi servilismo nei confronti dei politici, si sia sfortunatamente macchiato di qualche piccola omissione; ma non temete, che il servizio pubblico lo facciamo noi della rete!

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2017 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike