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Archivio per il mese di giugno 2013


venerdì 28 giugno 2013, 11:20

Un passo avanti per il piemontese

La festa di San Giovanni, patrono di Torino, è da decenni un appuntamento fisso per tutta la città; centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per il corteo storico e per i fuochi. Eppure, non è sempre stato così; l’evento attuale è il frutto di una scelta di oltre quarant’anni fa, quando, in un periodo di grandi cambiamenti sociali, si volle rilanciare il festeggiamento di un appuntamento tradizionale.

Tuttavia, dopo quarant’anni, il corteo storico di domenica scorsa rischia di essere anche l’ultimo. Lo storico organizzatore, l’Associassion Piemonteisa, versa in condizioni economiche difficili, oltre che nella necessità di un rinnovamento generazionale che fatica ad avvenire.

In questi quarant’anni l’atteggiamento verso la lingua e la cultura del Piemonte è molto cambiato: in peggio. Scambiando la perdita di identità per l’arrivo della modernità, è diventato di moda liquidare la storia millenaria del Piemonte come un residuo del passato, un bagaglio culturale da “barotti” e da ignoranti, difeso solo da una manciata di associazioni, pro loco e gruppi folkloristici spesso impegnati a litigare tra di loro. Peggio ancora ha fatto la strumentalizzazione politica che ne ha operato la Lega Nord, confondendo il piano della difesa di una tradizione culturale con quello di insensate rivendicazioni separatiste.

Eppure la diversità culturale, in un mondo di globalizzazione e di massificazioni imposte dall’altro, è un tesoro fondamentale per chi ancora ce l’ha. E’ un tesoro anche economico: pensate a quanti turisti volano in Irlanda affascinati anche dalla cultura celtica e dalla lingua gaelica, la quale peraltro è parlata soltanto da poche decine di migliaia di persone, molte meno di quante parlano piemontese. E’ un carattere distintivo che, nella famosa “competizione tra territori” di cui spesso i politici si riempiono la bocca, può fare la differenza tra Torino e una qualsiasi altra città del mondo.

Basta varcare le Alpi per scoprire come la cultura tradizionale italiana, con i suoi mille campanili, sia considerata affascinante e preziosa. Si trovano rapporti e relazioni dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa che non solo considerano il piemontese una vera e propria lingua, con tanto di sue varianti e dialetti locali in giro per la regione, ma ne segnalano con allarme il rischio di estinzione nel giro di un paio di generazioni: perché noi non lo tramandiamo più ai giovani e lo utilizziamo sempre di meno, e una lingua non usata regolarmente è destinata a morire. E se indubbiamente in questo momento le priorità sono altre, le persone senza lavoro e senza casa, l’orologio comunque va avanti e la tradizione si perde un po’ ogni giorno.

Bisogna dunque entrare in un’ottica europea, in cui la cultura tradizionale di ogni regione va difesa come una ricchezza, senza per questo pretendere inesistenti superiorità. Il piemontese non è meglio o peggio del friulano, del siciliano, dello yoruba parlato in Nigeria o del cantonese e dei suoi 70 milioni di nativi; però è storicamente radicato qui e dunque, se non lo difendiamo noi, non lo difenderà nessuno.

Eppure, a livello politico, siamo ancora fermi al riconoscimento del piemontese tra le lingue minoritarie italiane che necessitano di tutela, inserendolo nella lista della legge 482 del 1999, che al momento, per il Piemonte, contiene il walser, l’occitano, il francoprovenzale e il francese; lo deve fare il Parlamento. L’anno scorso è stata lanciata una campagna denominata Piemont482, che ha visto molti comuni medi e piccoli esprimersi a favore di questo riconoscimento. La Città di Torino, però, nonostante vari tentativi, non si era mai espressa a favore, spesso liquidando superficialmente la proposta come “leghista”.

Ci siamo infine riusciti noi; un paio di mesi fa, dopo un anno di iter, è stato approvato (anche con mia sorpresa) il nostro ordine del giorno con cui la Città prende posizione a favore di questo riconoscimento. E’ un gesto simbolico, ma è anche un passo avanti; sperando che agli auspici possano poi seguire anche i fatti.

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mercoledì 26 giugno 2013, 17:55

La ballata dell’eroe

Trent’anni fa a Torino veniva assassinato il procuratore Bruno Caccia, magistrato integerrimo che aveva già segnato la storia della giustizia torinese, come pubblico ministero nel processo contro i capi delle Brigate Rosse, e poi indagando sul riciclaggio mafioso di denaro sporco tramite i casinò, sulla corruzione in politica (cadde la giunta Novelli, otto anni prima di Mani Pulite) e su tanti altri affari scomodi.

L’inchiesta concluse che ad ucciderlo era stata la ndrangheta, nella persona di Domenico Belfiore, poco più che un ragazzo. Ma quanto è credibile che un giovane esponente della ndrangheta, che non ha mai ucciso magistrati e tantomeno al Nord, prenda da solo una iniziativa del genere, perdipiù proprio la sera delle elezioni politiche, un’ora dopo la chiusura dei seggi?

Emersero storie inquietanti, connessioni con la mafia siciliana e i servizi segreti. Si scoprì che già allora la ndrangheta era ben introdotta a Torino, che almeno cinque magistrati, colleghi di Caccia, intrattenevano rapporti con essa. Tutto questo, però, finì in niente: a parte l’esecutore materiale, non si è mai scoperto chi ha deciso che Caccia doveva morire e perché. E, trent’anni dopo, si riscopre che la situazione è come allora, se non peggio: l’inchiesta Minotauro riporta alla luce i rapporti tra politica e ndrangheta, le telefonate per chiedere voti, interi quartieri costruiti in base all’accordo tra un sindaco e le locali calabresi; la criminalità organizzata che ritiene di avere le spalle coperte dal potere e dallo Stato che dovrebbe combatterla.

Oggi in Sala Rossa Bruno Caccia è stato commemorato con grande partecipazione, ma anche con un vago senso dell’assurdo, a sentire un esperto come il professor Sciarrone dire che non è credibile che i politici che telefonano agli ndranghetisti per chiedere i voti non sappiano con chi stanno parlando, a sentire Caselli ribadire (come stamattina al processo) che la politica fa troppo poco, e poi a sentire la prolusione del sindaco Fassino, cioé proprio un politico che, sicuramente a propria insaputa, è stato oggetto di una di quelle telefonate.

L’Italia è piena di storie così, di persone che “quando gli dissero di andare avanti” si sono spinte troppo lontano a cercare la verità, e per questo sono diventate eroi morti. Per gli eroi morti si celebrano i riti e a Caccia Torino ha dedicato una targa, una piazza e l’intero palazzo di giustizia, nonché la cascina sequestrata ai Belfiore e data in gestione a Libera. Per questo, se non tutti, molti sanno chi era Caccia: un magistrato ucciso dalla ndrangheta. Non sanno, però, su cosa aveva indagato, e che interessi stava toccando, e che quegli interessi non riguardavano solo quelli che nel gioco del potere hanno la parte dei cattivi, ma anche quelli che hanno la parte dei buoni. E’ proprio in questo oblio che la figura di Caccia viene ancora ed ancora privata della verità, e del pericolo che essa costituiva per una parte del potere.

Da trent’anni la famiglia di Bruno Caccia attende di sapere perché è morto; lo chiede ancora oggi, in una lettera aperta. Chiede una riflessione perché Bruno Caccia non resti soltanto un nome su una medaglia, perché si riapra la discussione scomoda su quale sia oggi il vero ruolo e il vero potere della criminalità organizzata rispetto allo Stato. Senza questa discussione, saremo condannati a vivere una bugia: quella per cui davvero, in Italia, le mafie e lo Stato siano sempre acerrimi nemici.

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martedì 18 giugno 2013, 10:46

Piedi preziosi

Ha fatto piuttosto scalpore la notizia, riportata ieri con evidenza dal quotidiano cittadino, di uno spiacevole inciampo: quello della vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, senatrice del PD, che domenica mattina alle nove in piazza Carignano è inciampata in una buca dovuta ai sampietrini mancanti, cadendo e ferendosi al viso.

Bene, persino La Stampa, normalmente allineatissima all’amministrazione comunale, non può nascondere lo stupore: nella città delle buche eterne e selvagge, un’ora dopo, alle 10 di domenica mattina, c’era già una squadra di operai a riparare il selciato.

C’è però un retroscena che vorrei svelare. Tra le tante cose che sottotraccia faccio il più possibile in consiglio comunale, c’è anche quella di prendermi cura delle vostre segnalazioni e delle mie osservazioni sulle piccole cose che non vanno – e tra queste ci sono le buche.

Per questo, in data 19 dicembre 2011 (un anno e mezzo fa), ho protocollato una interrogazione avente ad oggetto “Pavimentazione dissestata in piazza Carignano”, che segnalava proprio quelle buche, chiedeva conto dell’esecuzione dei lavori e sollecitava una sistemazione.

Il 30 gennaio 2012 l’assessore Lubatti rispose così: i lavori sono stati eseguiti bene ed è normale che ogni tanto alcuni sampietrini si stacchino, ma purtroppo “nell’ultimo periodo, la riduzione delle risorse economiche, in particolare per la manutenzione ordinaria, non permette la necessaria azione preventiva di mantenimento”.

Naturalmente, ci si chiede perché riempire il centro cittadino di porfido, un materiale costoso che crea problemi a diversi utenti della città, dai disabili alle biciclette, se poi non si hanno i soldi per mantenerlo: ma nella logica della politica l’importante è avere i soldi per una magnifica “piccola grande opera” da inaugurare davanti ai media, e non importa se poi chi arriverà dopo non saprà come mantenerla…

Da allora, ogni volta che passavo in piazza Carignano, buttavo un occhio e notavo come ci fossero sempre diverse buche; non so se siano le stesse o se ogni tanto chiudano le vecchie e se ne aprano di nuove, ma il giornale cittadino ha contato 35 rattoppi; anche se nella didascalia alla foto tentano di salvare la faccia al Comune dicendo che “quasi sicuramente il problema è frutto delle ultime piogge ma non era ancora stato affrontato”, mi sembra probabile che, nonostante la mia segnalazione di un anno e mezzo prima, nulla fosse mai stato rattoppato… fino a quando a inciampare non sono stati i comuni piedi di un torinese qualsiasi, ma i piedi preziosi della vicepresidente del Senato, nonché compagna di partito del sindaco.

E allora non so se essere contento e chiedere all’onorevole Fedeli di venire a inciamparsi più spesso a Torino, o se sentirmi indignato come consigliere comunale, che svolge il proprio ruolo di segnalazione senza venire degnato di attenzione fino a quando non ci scappa il morto o il coinvolgimento di un potente (vedi anche la storia degli attraversamenti pedonali); o direttamente come cittadino, il cui eventuale incidente per il Comune vale meno di quello di una senatrice in visita.

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giovedì 13 giugno 2013, 11:56

C’era un movimento, che cosa ci sarà?

Quando, più di cinque anni fa, andai per la prima volta – per vedere com’era – a una riunione del futuro Movimento 5 Stelle, furono molte le cose che mi colpirono positivamente e mi convinsero a crederci.

C’era un movimento pieno di idee e di visioni positive, che sognava apertamente un mondo migliore e sapeva anche spiegarlo, che dava speranza a chiunque vi si avvicinasse, che magari mandava affanculo l’establishment, ma non parlava solo di aggressioni e guerre e cattiverie altrui.

C’era un movimento che aveva per obiettivo non i voti ma il miglioramento culturale delle persone e della società, che è stato fondamentale per la mia crescita, e da cui ho imparato molto.

C’era un movimento che puntava a informare ed educare le persone per renderle cittadini consapevoli, basando la propria azione sul coinvolgimento di tutti.

C’era un movimento che manteneva attiva una discussione costante, tramite la rete e tramite i meetup, in cui tutto veniva raccontato e tutte le opinioni potevano esprimersi, magari in modo dispersivo e talvolta distruttivo, ma comunque aperto – e ogni tanto ci si incontrava a livello regionale e nazionale, e si diventava anche amici, e l’idea di buttarsi fuori a vicenda era sconosciuta.

C’era un movimento in cui la trasparenza era totale, in cui gli eletti erano i più capaci e attivi del gruppo, con anni di sbattimento alle spalle, eppure erano solo portavoce e tutti gli facevano continuamente le pulci in maniera quasi ossessiva, e non si sarebbero mai offesi per questo, né avrebbero pensato di scaricare Grillo in TV o di sentirsi più importanti degli altri.

Di tutto questo, ormai alla prova dei fatti resta sempre di meno: perché? In parte, il cambiamento è inevitabile: quando si passa dal progetto alla sua realizzazione si scopre che le cose sono un po’ diverse da come sono state immaginate, sicuramente più difficili, e le idee vengono riviste o adattate alla realtà. Tuttavia, lo status quo ha una forza immensa, ed è molto molto difficile (lo provo io sulla mia pelle) riuscire a conservare la diversità, non tanto nelle proposte ma nei metodi, che sono la nostra vera novità.

Il rischio, dunque, è che invece di dare forza alle nostre idee originali, adattandole solo per quanto necessario a realizzarle davvero, esse diventino un dogma da ripetere a parole, per poi agire in maniera ben diversa.

Per questo, è inutile disperarci, o dare la colpa a Grillo o a chi altro. L’importante è capire che c’è qualcosa da correggere e che bisogna ritrovare ciò che ci distingue dagli altri, perché è proprio la sua progressiva sparizione che ci svuota di significato e quindi di consenso. Tutto quello che c’era c’è ancora, sepolto sotto le difficoltà e le pressioni, ma serve uno sforzo consapevole per ritirarlo fuori, e una grande forza per mantenerlo al centro dell’azione, senza lasciarci spingere via.

E’ in questi momenti che serve il carisma delle persone di valore. Serve, però, per unire e non per cacciare, per affrontare i problemi e non per negarli. Serve per smettere di girare in tondo, di farsi catturare e rinchiudere in un gran lavoro istituzionale spesso completamente inutile, di perdere le priorità e i valori; serve per organizzare la sterzata che rimetta la barca sulla rotta giusta.

Serve, innanzi tutto, parlarci a quattr’occhi, trovare le soluzioni, motivarci a vicenda. Bisogna saper immaginare il Movimento dei prossimi anni: il suo ruolo politico, la sua strategia, la sua organizzazione. Serve pensarli con forza e perseguirli con attenzione, perché se non lo faremo verremo sbriciolati e mangiati, diventando un partitino stanco senza nemmeno accorgercene; non basta non voler essere un partito per non diventarlo, serve trovare esplicitamente una via nuova.

Il mio post sui quindici punti ha raccolto molti consensi da consiglieri comunali, da attivisti, da elettori. Ai livelli più alti del Movimento, però, paiono troppo impegnati per ascoltare, perché la priorità è cosa scriverà il giornale domani, non che movimento sarà tra cinque anni, e come fare perché esista ancora. Per chi è in prima linea è giusto che sia così, ma serve che, da qualche altra parte, si possa discutere e lavorare anche sulle questioni di lungo periodo, almeno tra le persone che hanno l’esperienza e la visione per farlo. Io però, oltre a dirlo, non posso farlo da solo.

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